ritorna a indice storia

documentazione

 

1.1 Antologia di brani

1.2 I film da vedere

1.3 I libri da leggere

1.4 Gli archivi

 

 

Introduzione

 

Ogni viaggio comporta sempre una trasformazione. Lungo le rotte della nostra esplorazione abbiamo incontrato paesaggi molteplici che ci hanno accompagnati a ridefinire l’immagine di un unico progresso lineare che porterebbe dai giornali ottocenteschi alle moderne comunicazioni telematiche. Dietro l’idea della comunicazione di massa negli ultimi cento cinquant’anni hanno trovato posto realtà così diverse da rendere incerta talvolta la possibilità di considerarle parte di un’unica storia. Infatti, se a cavallo tra Otto e Novecento prevale l’idea della riproduzione di un gran numero di esemplari identici, è solo nel secondo dopoguerra che si afferma l’idea della comunicazione di massa come invio di uno stesso messaggio a terminali collocati in molti punti diversi del territorio, e infine abbiamo concluso la nostra navigazione alle soglie di uno scenario in cui comunicazione di massa e comunicazione interpersonale tendono ad intrecciarsi sempre di più.

I materiali offerti in quest’ultima sezione rispondono ad un duplice obiettivo. Da un parte, poiché come ogni sintesi anche questa si presenta come parziale e sottoposta a continui aggiornamenti, intendono proporre una serie di strumenti per approfondire aspetti che in questo libro sono stati solo accennati o sfiorati. Dall’altra parte, poiché la storia è il tentativo di intravedere un ponte tra passato e futuro, vogliono indicare alcune possibili direzioni per capire quello che ci sta succedendo intorno.

 

 

1.1 Antologia

 

Lungo la nostra navigazione abbiamo insistito su tre dimensioni che ci permettono di cogliere le connessioni tra il mutamento storico, da una parte, e le specifiche dinamiche della storia della comunicazione dall'altra: il sistema cultura, il sistema politico e la vita quotidiana. Nei brani che proponiamo in questa breve antologia vorremmo provare a ripercorrere questi territori alla luce degli interrogativi e delle contraddizioni che attraversano il presente e delle sfide a cui ci troveremo di fronte nell'immediato futuro. In questo senso essi costituiscono anche un allargamento degli orizzonti al di là del sapere storico, che rispecchia che i temi coinvolti dalle trasformazioni del mondo dei media richiamano l’attenzione di una pluralità di interessi che vanno dalla politica alla storia della cultura, dalla filosofia alla storia della scienza.

 

1. I fonemi relativi all’esperienza e alla percezione dello spazio e del tempo da una parte e le trasformazioni contemporanee che si registrano in settori diversi della vita sociale e che coinvolgono forme e strutture dell’immaginario e della comunicazione dall’altra sono stati visti da più parti come elementi di un mutamento che coinvolge l’intera esperienza della fine di questo secolo. Le trasformazioni che coinvolgono l’organizzazione economica, i processi di acquisizione e trasmissione del sapere, le forme della partecipazione politica vengono interpretati come un mutamento di paradigma che segnerebbe la transizione dalla modernità alla postmodernità. Si tratta di una definizione che continua a sollevare un intenso dibattito soprattutto perché spesso non sono chiari i confini tra l’idea di postmoderno come condizione storica e il postmodernismo come posizione teorica. Ci sembra tuttavia di poter affermare che come ogni mutazione anche questa provoca delle contraddizioni e delle resistenze, di cui ci rendiamo conto quando percepiamo che il cambiamento delle condizioni dell’esperienza è diventato così profondo che gli schemi mentali acquisiti c’impediscono di vedere le nuove prospettive attorno a noi.

Nel primo brano William J. Mitchell, studioso americano che si è occupato in particolare delle conseguenze dell'innovazione tecnologica nel campo dell'urbanistica, ci invita ripercorrendo i propri ritmi e ambienti quotidiani, nell’esplorazione delle trasformazioni in atto nell’idea di "spazio" pubblico e privato, così come si configurano in momenti diversi della vita quotidiana, professionale e sociale. Remo Ceserani, una delle figure più importanti della critica letteraria italiana contemporanea, espone l’ipotesi che i mutamenti che osserviamo oggi abbiano le loro radici negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento e che abbiano sostanzialmente le stesse caratteristiche di quelli avvenuti tra Sette e Ottocento e debbano quindi essere considerati nel contesto di un cambiamento epocale. Infine il filosofo Gianni Vattimo riflette sui modi in cui questi processi in un contesto postmoderno stiano trasformando l’idea stessa di realtà.

 

LA CITTÀ’ DEI BITS

"Il mio nome è wjm@mit.edu (anche se ho vari alias), e sono un flâneur elettronico. Vivo nella rete globale, in Internet. La tastiera è il mio bar. Ogni mattina, per aprire la posta elettronica, mi collego alla rete tramite qualsiasi computer si trovi nei dintorni: col mio modesto personal da casa, con una più potente workstation da uno degli uffici o dei laboratori che frequento, con un portatile da una camera d’albergo. Faccio clic su un’icona per aprire la mia "inbox", una casella piena di messaggi provenienti da tutto il mondo -risposte a domande tecniche, richieste per me, bozze di documenti, organizzazione di viaggi e incontri, questioni di lavoro, auguri, promemoria, chiacchiere, pettegolezzi, lamentele, suggerimenti, barzellette, flirt. Digito immediatamente le risposte e le lascio cadere in una casella, in un "outbox", da cui saranno automaticamente spedite alle relative destinazioni. Se mi resta un po’ di tempo prima di trangugiare il caffè, controllo anche i servizi cablati e un paio di bollettini specializzati a cui sono abbonato; infine, un’occhiata all’ultimo bollettino meteo. Il rituale si ripete durante la giornata ogni volta mi è possibile. Una volta, per fare queste cose bisognava andare in qualche luogo deputato (nell’agorà, nel foro, in piazza, al caffè, al bar, al pub, nel corso cittadino, nel centro commerciale, in spiaggia, in palestra, alle terme, alla mensa del college, nella sala comune, in ufficio, al club) ove si usava manifestare la propria appartenenza a un certo gruppo, posizione sociale e attività. Peraltro, il luogo definiva il modo in cui la gente si aspettava che ci si presentasse: il vestirsi, il linguaggio corporeo, il parlare, il comportamento e le relative interazioni. (....) Ma la rete mondiale dei computer -l’agorà elettronica- sovverte, sposta, e ridefinisce radicalmente le nostre nozioni di luogo d’incontro, di comunità, di vita urbana.

(...)

Ho appena affermato che wjm@mit.edu è il mio nome, ma si potrebbe affermare con uguale certezza (o in modo similmente inappropriato) che quello è il mio indirizzo. Le due categorie si sono fuse in una. (...) Benché abbia per i bits una topologia definita di nodi di computer da cui si irradiano le grandi arterie (...) la rete è sostanzialmente antispaziale. Non ha niente a che fare con Piazza Navona o Copley Square. E’ impossibile dire dove si trovi, descriverne memorabili proporzioni o conformazioni, suggerire a uno straniero come arrivarvi. Ma è possibile scoprirvi delle cose senza sapere dove siano. La rete è un ambiente globale...non è in nessun luogo in particolare ma insieme è dappertutto. Non si va da: ci si collega in rete, da qualunque luogo ci capiti di essere fisicamente. Nel far questo non si fa una visita, nel senso usuale del termine; si esegue un atto discorsivo, mediato elettronicamente (...) Così a differenza delle chiamate telefoniche o delle trasmissioni facsimile, che collegano macchine specifiche a luoghi precisi (ad esempio, il telefono sulla mia scrivania al telefono sulla tua) uno scambio di posta elettronica (e-mail) collega persone che si trovano in luoghi indeterminati. Se t’invio un messaggio via e-mail, ti arriverà contrassegnato dal mio nome/indirizzo, ma non saprai mai se l’ho battuto a casa mentre sorseggiavo un bicchiere di vino e se l’ho preparato e salvato sul mio portatile durante un volo transpacifico, per poi spedirlo da un telefono pubblico dell’aeroporto di Narita (...)

Nello spazio della città reale, "dove sei" non di rado rivela "chi sei"; il chi sei determina spesso dove è permesso che tu sia. La geografia equivale al destino, in quanto struttura rappresentazioni di fredda e spesso brutale chiarezza. Puoi essere nato dalla parte giusta della strada o da quella sbagliata (...) Tutti sanno perfettamente leggere questi codici (...) La despazializzazione dell’interazione, dovuta alla rete, distrugge la chiave del codice geografico. Non esiste un indirizzo, un luogo migliore di un altro, è impossibile che tu tenti di definirti, facendoti notare nei posti giusti, in compagnia delle persone giuste.

(...)

Le città presenti nello spazio, ovviamente, non sono soltanto condensazioni di attività volte a massimizzare l’accessibilità e a favorire l’interazione faccia a faccia, ma sono anche strutture elaborate per organizzare e controllare l’accesso. Sono suddivise in circoscrizioni, quartieri e zone verdi, legalmente separati da confini proprietari o giurisdizionali (...) C’è sempre una gran differenza tra l’essere un indigeno e essere un forestiero, stare sul proprio prato o su quello di un altro, godere della propria intimità o apparire in pubblico, sentirsi a casa propria o un pesce fuor d’acqua. Accade lo stesso anche in rete, ma il gioco ha regole nuove: le strutture d’accesso o di esclusione sono reinterpretate in termini interamente non architettonici (sempre che continuiamo a definire l’architettura come forma materialmente costruita); si entra in un luogo e se ne esce non con un viaggio fisico, ma semplicemente stabilendo o interrompendo collegamenti logici. (...)

La rete è il sito urbano che ci fronteggia, un invito a progettare e a costruire la Città dei Bits (la capitale del XXI secolo). (...) Sarà una città sradicata da qualsiasi punto definito sulla superficie della terra, configurata dalle limitazioni della connettività e dell’ampiezza di banda, più che dall’accessibilità e dal valore di posizione delle proprietà, ampiamente asincrona nel suo funzionamento, abitata da soggetti incorporei e frammentati che esistono come collezioni di alias e di agenti elettronici. I suoi luoghi saranno costruiti virtualmente dal software e non più fisicamente da pietre e legno; questi luoghi saranno collegati da legami logici invece di porte, passaggi e strade. Che forma daremo alla città dei Bits?"

(da William J. Mitchell, Agorà elettroniche, in "Casabella", n. 638, 1996, p. 72-82)

 

IL DOMINIO DELL’IMMATERIALE

 

"A rafforzare il carattere epocale del mutamento degli anni cinquanta e sessanta del nostro secolo è intervenuto un numero rilevante di concomitanze, e anzi sono intervenuti dei rapporti di interdipendenza e quasi solidarietà fra le varie serie dei fenomeni. Non credo, per esempio, privo di significato che il nuovo modo di produzione abbia investito in pieno l’intero sistema della comunicazione culturale. Si pensi solo al fatto, di per sé simbolico e che avrebbe certamente intrigato, proprio per questo suo valore simbolico, uno studioso come Walter Benjamin, che quel che viene prodotto, fra l’altro, nel nuovo grande stabilimento eretto in stile postmoderno nella piana di Avezzano, è un oggetto piccolissimo e immateriale, tecnologicamente avanzatissimo, strettamente collegato con i sistemi umani della percezione e della rappresentazione, fondamentale nel sistema nuovo della comunicazione: un nuovo potentissimo chip di memoria. E poi si pensi alla straordinaria importanza dell’industria culturale, di quella dell’informazione, di quelle dell’intrattenimento, dell’educazione scolastica, della divulgazione culturale nella nuova società. E, ancor più si pensi al ruolo nuovo e straordinario che l’elaborazione culturale svolge nel sistema stesso della produzione: un tempo i paesi capitalistici avanzati e imperialistici importavano materie prime a basso costo dal Terzo Mondo, le lavoravano nei propri impianti manifatturieri e poi rivendevano le merci prodotte sui mercati mondiali; ora i paesi capitalistici avanzati, assai meno esplicitamente imperialistici, importano le materie prime (il cotone, per esempio) da un paese del Terzo Mondo e lo danno da lavorare negli impianti manifatturieri di un altro paese del Terzo Mondo e di proprio ci mettono soltanto il disegno, lo "stile", un’idea o una griffe, e una capacità di propagandarlo attraverso i media e lanciarlo e venderlo in tutti i mercati del globo.

(...)

Altre importanti concomitanze si possono trovare nell’ambito dei modelli culturali: potrei citare tanti fenomeni, ma penso di non poterne assolutamente trascurare uno, che mi pare importante, e riguarda il senso e l’interpretazione del passato. Se infatti il mutamento tra Sette e Ottocento si è espresso attraverso la sostituzione di un modello di passato con un altro (una diversa romanità, repubblicana o imperiale che fosse, una diversa grecità, una riscoperta del Medioevo romanzo, un diverso, mondo antropologico), il grande mutamento che ci riguarda (...) ha significato anche una straordinaria discussione sulla storia, sulla possibilità stessa di conoscerla e farla.

(...)

Altre concomitanze, anch’esse importanti, si possono trovare nella sociologia degli intellettuali e in quella della produzione artistica e letteraria (...) perché è l’esistenza stessa delle avanguardie che è messa in crisi. Uno degli effetti del grande e radicale cambiamento avvenuto nel sistema della comunicazione, con l’industrializzazione e l’avanzata della mercificazione della produzione culturale, è stato il rimescolamento del pubblico, la caduta della distinzione fra pubblico highbrow e quello lowbrow (e ancora più quello middlebrow), con l’affiorare di fenomeni importanti di disturbo e di rovesciamento di valori come il cult e la quasi scomparsa di fenomeni come il kitsch, che erano le premesse essenziali per l’esistenza del lettore "ipocrita" e veri presupposti di ogni operazione d’avanguardia. In questo si è verificato uno dei rovesciamenti più vistosi e significativi: mentre nell’epoca della modernità allo sviluppo, fra le élites artistiche e letterarie, dell’estetismo si contrapponeva, da parte della piccola e media borghesia, un’incapacità di raggiungere l’estetico e una tendenza alla sostituzione dell’esperienza estetica con i surrogati e con i ripieghi del kitsch, nell’epoca postmoderna, di fronte al rimescolamento del pubblico e all’invadenza dell’industria culturale e alla generale colonizzazione di tutti i territori dell’estetico da parte di esperti manipolatori del mercato, sono stati proprio i gruppi di élites che, con un tocco di ironia, hanno di proposito investito del loro interesse e fatto oggetto di culto (cult) e di santificazione ed elevazione sugli altari dell’estetico film o testi letterari e poetici, o musicali o televisivi, prodotti casualmente e in risposta alle esigenze del mercato, ben confezionati, destinati a un medio successo popolare"

(Da Remo Ceserani, Raccontare il postmoderno, Bollati e Boringhieri, Torino, 1997, pp. 25-28).

LA FINE DELLA MODERNITA’

"L’impossibilità di pensare la storia come un corso unitario, impossibilità che, secondo la tesi qui sostenuta, dà luogo alla fine della modernità, non sorge solo dalla crisi del colonialismo e dell’imperialismo europeo; è anche, e forse di più, il risultato della nascita dei mezzi di comunicazione di massa. (...) Quello che di fatto è accaduto, però, nonostante ogni sforzo dei monopoli e delle grandi centrali capitalistiche, è stato piuttosto che radio, televisione, giornali sono diventati elementi di una generale esplosione e moltiplicazione di Weltanschauungen, di visioni del mondo. (...) La stessa logica del "mercato" dell’informazione richiede una continua dilatazione di questo mercato, ed esige di conseguenza che "tutto", in qualche modo, diventi oggetto di comunicazione. Questa moltiplicazione vertiginosa della comunicazione, questa "presa di parola" da parte di un numero crescente di sub-culture, è l’effetto più evidente dei mass media, ed è anche il fatto che -intrecciato con la fine, o almeno la trasformazione radicale, dell’imperialismo europeo- determina il passaggio della nostra società alla postmodernità. (...) Di fatto, l’intensificazione delle possibilità di informazione sulla realtà nei suoi più vari aspetti rende sempre meno concepibile la stessa idea di una realtà. Si attua forse, nel mondo dei mass media, una "profezia" di Nietzsche: il mondo vero alla fine diventa favola. Se abbiamo un’idea di realtà, questa, nella nostra condizione di esistenza tardo-moderna, non può essere intesa come il dato oggettivo che sta sotto, al di là, delle immagini che ce ne danno i media. Come e dove potremmo attingere una tale realtà "in sé"? Realtà, per noi, è piuttosto il risultato dell’incrociarsi, del "contaminarsi" (nel senso latino) delle molteplici immagini, interpretazioni, ri-costruzioni che, in concorrenza tra loro o comunque senza alcuna coordinazione "centrale", i media distribuiscono.

La tesi che intendo proporre è che nella società dei media, al posto di un ideale emancipativo modellato sulla autocoscienza tutta spiegata, sulla perfetta consapevolezza di chi sa come stanno le cose (sia essa lo Spirito Assoluto di Hegel o l’uomo non più schiavo dell’ideologia come lo pensa Marx), si fa strada un ideale di emancipazione che ha alla propria base, piuttosto, l’oscillazione, la pluralità, e in definitiva l’erosione dello stesso "principio di realtà" "

( Da Gianni Vattimo, La società trasparente, Garzanti, Milano, 1989, p. 12-15)

 

 

 

2. Le tecnologie della comunicazione offrendo nuovi ambiti di discussione e nuove modalità di accesso all’informazione trasformano anche lo scenario in cui sono venute storicamente a determinarsi le procedure di partecipazione politica. L’immagine della rete offre in questa prospettiva non solo nuovi strumenti di comunicazione politica ma anche nuove sollecitazioni relative alle modificazioni della sfera pubblica. Riguardo al tipo di spazio configurato dalle reti telematiche esiste un dibattito in cui si confrontano posizioni diverse. Alcuni tendono a considerarlo uno spazio pubblico nel quale si riflettono alcuni conflitti sociali tipici del capitalismo maturo, come quelli relativi al diritto all’informazione e alla privacy, e un modello produttivo in cui il sapere e il linguaggio sono diventate forze produttive. Tra questi si colloca Stefano Rodotà, esperto di diritto e studioso del pensiero politico, che nel passo qui riportato, prende in esame i rischi ai quali questi processi ci espongono ma anche il potenziale di trasformazione e di crescita democratica che essi aprono sul terreno della cittadinanza. Franco Berardi sottolinea le potenzialità della rete non tanto quanto strumento per la democrazia ma soprattutto come metafora per nuovi modelli di democrazia. La rete è piuttosto il paradigma di un modello di democrazia nuova, una democrazia senza riferimenti al centro, non più riducibile alla forma dello Stato nazione, e non più riducibile alla forma globale della decisione. Infine Paul Virilio, urbanista e architetto francese, sottolinea come la contrazione del tempo e dello spazio tipica delle reti telematiche producano nuove possibilità di manipolazione dell’opinione pubblica.

 

LA RETE DELLA CITTADINANZA

"Cambiano le parole. Mentre parliamo del citizen, del cittadino, sembra quasi che quel termine si porti dietro l’ombra d’un passato, se non proprio un peccato originale: si che bisogna salvarne la forza evocativa, ma depurarlo del riferimento troppo immediato all’appartenenza ad una determinata comunità statale. Compare così il denizen , il semplice ‘residente’, più legato all’essere in un luogo che non alla qualità formale dell’appartenenza: i diritti, che tradizionalmente erano legati alla cittadinanza statale, diventano patrimonio di tutti quelli che si trovino in un territorio, e che per questo solo fatto hanno diritto d’essere istruiti e curati, di parlare e lavorare. Ma già questa figura appare inadeguata alla società della comunicazione, dove la condizione è quella del netizen, che distende l’essere cittadino nell’infinita dimensione del net, della rete, quasi che lì soltanto sia possibile attingere la pienezza democratica.

Non è solo una questione di spazi, di un gioco d’espansione che prima proietta la cittadinanza oltre la sfera territoriale e statale, ne fa una condizione permanente della persona ovunque sia, e infine la dilata oltre ogni possibile confine. Cambiano le modalità stesse della cittadinanza, o s’invera fino in fondo la promessa che quella parola ha sempre portato con sé, simboleggiando una permanente e irriducibile qualità d’ogni soggetto. La rete implica un flusso continuo di informazioni e di rapporti, che non solo accresce la possibilità d’intervento di ciascuno, ma soprattutto contraddice l’idea d’una democrazia confinata al momento estremo della decisione.

La metafora della rete -ossessiva, invadente- può disturbare. E sicuramente appiattisce e distorce i dati di fatto l’implicita o esplicita apologia che troppo spesso l’accompagna. Ma la rete non è certo il punto d’arrivo, e nemmeno una semplice opportunità che si può cogliere o trascurare. E’ una realtà che può produrre frammentazione, divenire prigioniera di logiche commerciali, ma individua pure un modo d’essere delle organizzazioni sociali. Il suo distendersi su tutto e su tutti rivela una dimensione che supera le specifiche tecniche adoperate.

Gli esiti non sono scontati. Anzi, il rischio più vero non sta nella possibilità che il suo distendersi ovunque, la sua penetrazione capillare, portino ad una società dell’implacabile sorveglianza. Consiste piuttosto nella rinuncia a vedere nella logica della rete uno strumento capace di dare evidenza all’articolazione del reale, e che al tempo stesso apre le vie per un governo che non contraddica questa ricchezza, rivelandosi così anche più ‘efficiente’ dal punto di vista sociale.

L’insidia autoritaria può certo materializzarsi nella costruzione di un Panopticon, ma diviene ancor più pericolosa se si risolve nell’utilizzazione rovesciata della logica delle reti. Il possesso integrale della complessità, infatti, può indurre ad adoperare le reti per far convergere l’attenzione di tutti su pochi punti, o su uno soltanto. La direttrice di marcia può essere quella di far votare tutti su tutto. Ma appunto, votare soltanto: e non conoscere, discutere, progettare, controllare. Funzioni, queste, che verrebbero concentrate nelle mani di gruppi ristretti, grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che consentono forme di gestione sempre meno bisognose di gruppi larghi di collaboratori.

(...)

Si delinea così un quadro all’interno del quale un’ecologia dell’ambiente informativo nasce da un’osservazione dei dati di fatto e trova criteri di riferimento soprattutto nelle esigenze dei soggetti che si muovono nel sistema dell’informazione. Queste esigenze si manifestano continuamente, nel momento in cui si partecipa al funzionamento del sistema politico, si interviene nella vita collettiva, si agisce nel mondo del consumo. E da qui si possono prendere le mosse per indicare le vie possibili di quest’altra ecologia"

(da S. Rodotà, "Tecnopolitica. La democrazie e le nuove tecnologie della comunicazione", Laterza, 1997, p. 166-169).

METAFORE DELLA NUOVA DEMOCRAZIA

"le tecnologie che rendono possibile la teletrasmissione avevano già, da parte loro, introdotto un elemento di ubiquità nell'azione comunicativa dell'uomo. Non è necessario essere in alcun posto preciso per esercitare l'azione comunicativa, produttiva, organizzativa. Il principio della riproducibilità digitale degli oggetti, dei segni, dei messaggi e perfino della voce e dell’immagine preludono a una dissoluzione del territorio, del luogo concreto. Per questo le tecnologie digitali introducono un elemento di deterritorializzazione fortissimo nelle forme di vita e nella comunicazione. (...)

L'ubiquità e la deterritorializzazione segnano in qualche modo la fine della stanzialità. le regole della rappresentatività che hannoc aratterizzato la forma politica democratica in epoca mdoerna tendono a perdere significato e necessità (...)

La rete, nella sua attuale evoluzione (...) non è soltanto una tecnologia di comunicazione, ma un vero e proprio ecosistema informativo ed economico. In questo senso entro la rete si sta configurando la creazione di un sistema complessivo di produzione, di comunicazione e di scambio economico che tende a separarsi dal pianeta inteso come territorio e come società mondiale.

(...)

Anche le rivoluzioni tecnologiche del passato (l'urbanesimo elgato alla prima industrializzazione, e poi alla rivoluzione prodotta dai mezzi di trasporto meccanico individuali) hanno prodotto effetti di deterritorializzazione, di spostamento di masse umane. Ma la rivoluzione tecnologica che segue all'applicazione di massa del digitale produce un effetto di deterritorializzazione assai diversa: produce un effetto di abolizione dello spazio, di ubiquità dell'azione umana e una rarefazione della presenza concreta. Questo modifica in maniera impressionante la percezione culturale del rapporto con la comunità, ma inevitabilmente porta anche a una modificazione radicale delle forme dim partecipazione politica. E' la forma stessa della democrazia che è in questione. Quando si analizza il rapporto tra tecnologie e politica, non è molto interessante vedere un pericolo per la democrazia, e neppure tanto interessante è vedere una possibilità di arricchimento e di ampliamento della democrazia. Quello che accade è un'altra cosa: accde che i criteri che ci permettevano di definire la democrazia e l'autoritarismo sono mutati. (...)

Lo sviluppo tecnologico sta creandl le condizioni di uno sgretolamento del pubblico di massa e della stessa società di massa, e sta creando le condizioni per la proliferizone di comunità elettive che funzionino secondo un modello reticolare. ma questo passaggio non è inevitabile e non si svolgerà comunque in maniera lineare e omogenea.

(...)

L'interesse delle tecnologie reticolari nons ta nella loro capacità di veicolare in un altro modo il messaggio sociale esistente, ma sta nella loro capacità di costituire un nuovo messaggio, un nuovo paradigma sociale, un modello non piú vincolante.

(...) In questo modo le tecnologie elettroniche aprono la strada a una concezione originale della democrazia, che potremmo definire democrazia proliferante. Con questo intendiamo la proliferazione di comunità che hanno carattere elettivo, non vincolante e temporaneo. Ogni comunità si costituisce sulla base della condivisione di un interesse, di un linguaggio e non può imporre alcun vincolo di appartenenza"

(da "Dalla democrazia di massa alla democrazia proliferante" in Franco Berardi (a cura di) " Cibernauti. Tecnologia, comunicazione, democrazia", Castelvecchi, Roma, 1995, p. 99-106)

 

ALLARME NEL CYBERSPAZIO

"Con lo sviluppo delle autostrade dell’informazione ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo: il disorientamento. Un disorientamento fondamenale che completa e fa da corollario alla deregulation sociale e a quella dei mercati finanziati, delle quali conosciamo gli effetti nefasti. Tra reale e virtuale si prepara uno sdoppiameto della realtà sensibile: l’avvento di una sorta di stereorealtà, una perdita di riferimenti dell’essere. Essere è trovarsi in situ , qui e ora, hic et nunc. Ora tutto questo è sconvolto dal ciberspazio e dall’informazione istantanea mondializzata.

Quello che si prepara è un turbamento della percezione del reale; è un trauma. E sarebbe il caso di interessarsi dei suoi effetti. Perché? Perché (...) è del tutto evidente che il turbamento di coloro che saranno disorientati e de-situati colpirà la societò e con essa la democrazia.

La tirannia della velocità-limite andrà a contrapporsi alla democrazia rappresetativa. Quando alcuni saggisti ci parlano di ciberdemocrazia, di democrazia virtuale, e quando altri dicono che la democrazia d’opinione sostituirà la democrazia dei partiti, non riusciamo a vedere in questo null’altro che il disorientamento del politico, del quale il colpo di stato mediatico di Silvio Berlusconi nel marzo 1994 ha costituito una prefigurazione all’italiana. L’avvento del regno dell’auditel, del regno dei sondaggi sarà necessariamente favorito da questo tipo di tecnologia.

(...)

Nulla mai si acquisisce senza perdite. L’acquisizione dell’informatica o della telematica si tradurrà necessariamente in una perdita. E se non si valuta la perdita, l’acquisizione non avrà nessun valore.

(...)

Altro elemento importante: non c’è mai informazione senza disinformazione. Appare ormai possibile una disinformazione di nuovo tipo, che non ha nulla a che fare vedere con la censura volontaria: una sorta di asfissia dei sensi, una perdita di controllo della ragione. In ciò è insito un altro rischio di vasta portata per l’umanità, provocato dall’informatica e dal multimedia. (...) Quando ci si interroga a proposito dei rischi di incidente sulle autostrade dell’informazione, la loro causa non andrebbe ricercata nell’informazione, bensì nella velocità assoluta dei dati informatici-nell’interattività.

(...)

Nel 1961, al momento di lasciare la Casa Bianca il generale Eisenhower dichiarò che il complesso militare-industriale costituiva una "minaccia per la democrazia". Sapeva di che cosa stava parlando: era opera sua. Nel 1995 quando vediamo sorgere un vero e propeio complesso industriale dell’informazione e sentiamo alcuni leader americani, in particolare Ross Perrot e Newton Gringrich, parlare di "virtual democracy", con accenti che ricordano l’integralismo mistico, come non allarmarsi? Come non vedere la minaccia di una vera e propria cibernetica socio-politica."

(Da Paul Virilio, Allarme nel cyberspazio, in "Le Monde Diplomatique", agosto 1995).

 

3. Il processo di transizione che sta modificando l’ambiente sociale in cui viviamo se da una parte produce la destrutturazione delle forme dell’ambiente arcaico-naturale e dell’ambiente moderno-industriale, dall’altra introduce nuovi elementi che possono disegnare nuove costellazioni di senso. Non solo la vita quotidiana è profondamente trasformata da queste innovazioni ma anche l'idea stessa doi individuo e di individua viene sottoposta a continue riconfigurazioni. In particolare le tecniche di fecondazione artificiale così come le tcnologie di trasmissione dell informazioni mettono in discussione il dualismo mente/corpo, artificiale/naturale, individuale/collettivo su cui si è fondato l'immaginario collettivo fino a questo momento. Per alcuni il cyberspazio, la cultura della rete, costituisce una risorsa che potrebbe rinnovare profondamente le modalità del legame sociale. E’ lungo queste linea che si muove la proposta di Pierre Lévy che vede la possibilità dopo lo spazio delle merci di costruire uno spazio del sapere, fondato sull’idea che le nuove tecnologie dell’informazione possano essere utilizzate non tanto per individuare forme sempre più sofisticate di trasmissione delle informazioni ma per immaginare nuove forme di produzione collettiva del sapere, che l’autore individua nell’immagine dell’intelligenza collettiva. Nel secondo brano Rosi Braidotti, filosofa di origini italine che lavora in olanda, prende invece in consideerazione come lo spostamento dei confini tra vita e morte, umano e artificiale, corpo e macchina abbiano nutrito l'immaginario cinematografico e fantascientifico sul corpo femminile.

 

L’INTELLIGENZA COLLETTIVA

"Costituire lo Spazio del sapere significherebbe in particolare dotarsi degli strumenti istituzionali, tecnici e concettuali, per rendere l’informazione "navigabile", affinché ciascuno possa orientarsi e riconoscere gli altri in funzione degli interessi, delle competenze, dei progetti, dei mezzi e delle reciproche identità all’interno del nuovo spazio. La deliberata istituzione di un sistema di espressione dello Spazio del sapere consentirebbe di porre correttamente, e forse di risolvere, numerosi problemi cruciali che oggi non riescono a trovare una formulazione adeguata, con gli strumenti e i concetti attaraverso i quali si esprimevano gli spazi precedenti.

Le conoscenze vive, il saper fare e le competenze degli esseri umani stanno per essere riconosciuti come la fonte di tutte le altre ricchezze. Che finalità assegnare, quindi, ai nuovi strumenti di comunicazione? Forse l’utilizzo socialmente più utile sarebbe quello di consentire ai gruppi umani di mettere in comune, attraverso il loro impiego, le rispettive forze mentali al fine di costituire degli intellettuali e immaginanti collettivi. L’informatica della comunciazione si presenterebbe allora come l’infastruttura tecnica del cervello collettivo dell’ipercorteccia delle comunità viventi. Il ruolo dell’informatica e delle tecniche di comunicazione a supporto digitale non consisterebbero nel "rimpiazzare l’uomo" e neppure nell’avvicinarsi a un’ipotetica "intelligenza artificiale", ma nel favorire la costruzione di collettivi intelligenti in cui le potenzialità sociali e cognitive di ciascuno possano svilupparsi e ampliarsi reciprocamente. Secondo questo approccio, il maggior progetto architettonico del XXI secolo consisterà nell’immaginare, costruire, sistemare l’ambiente interattivo e mutevole del cyberspazio. Forse allora sarà possibile lasciarsi alle spalle la società dello spettacolo per inaugurare un’era post-mediatica, nella quale le tecniche di comunciazione serviranno a filtrare i flussi di conoscenze, a navigare nel sapere e a pensare insieme piuttosto che a trasportare masse di informazioni. Nonostante gli apostoli delle "autostrade elettroniche" abbiano intravisto il problema, hanno difficoltà, sfortunatamente, a parlare di qualcosa di diverso dalla capacità di trasmissione. (...)

Che cos’è l’intelligenza collettiva? E’ un’intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta a una mobilitazione effettiva delle competenze. Aggiungiamo alla nostra definizione questa precisazione indispensabile: il fondamento e il fine dell’intelligenza collettiva sono il riconoscimento e l’arricchimento reciproco delle persone, e non il culto di comunità feticizzate o ipostatizzate.

Un’intelligenza distribuita ovunque, questo è il nostro assioma di partenza. Nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa, la totalità del sapere risiede nell’umanità. Non esiste alcuna riserva di conoscenza trascendente e il sapere non è niente di diveso da quello che sa la gente"

(Pierre Lévy, L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano, 1996, pp. )

 

MADRI, MOSTRI E MACCHINE

"La fantascienza è interessante dal punto di vista femminista perché mette in scena fantasie sul corpo e in particolare sul corpo riproduttivo. In quanto genere utopico la fantascienza ha molto a che fare con i mondi alternativi. E nelt entativo di rappresentare possibili mondi differenti, giocano un ruolo del tutto essenziale i sistemi alternativi di determinazione della sessualità, delle differenze sessuali, dei metodi di procreazione e nascita.

Inoltre, occorre tenere in considerazione anche il fatto che il genere fantascientifico funziona in unc erto senso come agente della divulgazione dei progressi scientifici e tecnologici. la fantascienza di mano femminile di solito riflette in modo particolare i cambiamenti in corso nelle bio-tecnologie e nelle tecnologie di riproduzione artificiale, le quali hanno alterato alla radice le rappresentazioni date del corpo umano "naturale" in generale e della maternità come fatto "naturale" in aprticolare.

Diverse studiose femministe hanno messo in luce come nei film di fantascienza-horror l'esplorazione del corpo amterno e dei processi di nascita siano elementi particolamente ricorrenti. Questo genere cinematogrfico utilizza il corpo femminile per eplorare le possibili ipotesi di futuro, siano esse positive o potenzialmente distruttive. (...)

Cerchiamo di disegnare unos chema generale della produzione cuinematografica di fantascienza suddividendola in abse al tipo di relazione che i sottogeneri hanno con la riproduzione e ai modi in cui la rappresentano.

In primo luogo, si possono distinguere quei film in cui è la scienza a manipolare la riproduzione fabbricando degli umani che sono dei corpi-macchina. L'esempio classico è ovviamente Frankestein: lo scien ziato pazzo che cede al desiderio di giocare a fare Dio e creare la vita a sua immagine. Riuscirà solo a dare vita ad una aberrazione (...) Questo sottogenere culmina in quel capolavoro che è Metropolis, dove il corpo femminile duplicato in un robot diventa il simbolo dell'ambivalente futuro tecnologico dell'uomo. In Metropolis la tecnologia si icnarna in un robot di sesso femminile, una macchina-vamp che guida gli oeprai alla rivolta (...)

Una seconda variazione di grosso impatto è la procreazione maschile. Su questo tema, la fantasmagoria degli esempi è notevole e piuttosto impressinante: in Alien, dopo essere stato inseminato attraverso la bocca, l'uomo fa nascere la creatura non-umana usando il suo stomaco come incubatrice in una concretizzazione dell'immaginario che può solo essere definita come un flagrante caso di invidia dell'utero. (...)

Un terzo tema è la partogenesi, l'auto-generazione. In Altered States e in Terminator, è l'uomo a essere l'origine della vita e di cosneguenza partorisce se stesso, usando il trucco del viaggio nel tempo per saltare generazioni e persino per percorrere a ritroso la scla evolutiva. Alcuni dei film piú seri in questo filone sottolineano il rischio politico implicito nella clonazione. The Boys of Brazil, ad esempio, è costruito suilla tentazione di portare avanti glie sperimenti eugenetici nazisti per tentare di creare una razza superiore. (...)

Un quarto tema molto comune di questo genere è l'inseminazione delle donne da parte di alieni di tutti i tipi. In The Fly, il corpo femminuile diventa il luogo di ciò che è ancora sconsociuto, cioè l'ibridazione di umano e non umano. (...)

Nel volgere degli anni '80 il fulcro di questo genere si è spsotato dalle inquietudini umaniste di Metropolis verso le macchine e i robot. L'eroe di questi film è alternativamente un terrestre che deve vedersela con macchine mostruose (Terminator, Blade Runner) oppure una macchina "buona" come Robocop. Il nemico è di solito un perfido extraterrestre oppure un terrestre corrotto che si allea con le amorfe forze distruttive. La questione fondamentale è qui quella dei confini morfologici e corporei del sé: il che, in altri termini, significa che il problema centrale è quello dell'autenticità: come si fa a sapere se lo "individuo" in questione è reale, cioè se è "umano" oppure no? (...)

Il grande classico di questo filone è Blade Runner di Ridley Scott. In questo film i robot, o androidi, vengono chiamati replicanti: sono creature superaiori agli umani da tutti i punti di vista tranne che per il fatto di essere condannati a vivere solo quattro anni. Scaduto questo termine vengono, qppunto, terminati (...) I blade runners sono gli agenti speciali incaricati di "termianre" gli alieni. essi hanno a disposizione un test specifico per individuarli. Una dei replicanti, Rachel, per attestare la sua umanità mostra la foto di sé bambina con la madre, come prova della sua identità: la foto e la figura della madre sono i due anelli mancanti tra gli umani e "gli altri"".

(da Rosi Braidotti, Madri, mostri e macchine, IlManifesto Libri, Roma, 1996, pp. 88-95).

 

 

1.2 Film da vedere

 

Nel corso della nostra navigazione abbiamo utilizzato fotografie, immagini, e abbiamo richiamato brani di letteratura e opinioni di ossevatori coevi al periodo trattato. Il cinema considerato come fonte si rivela un deposito particolarmente interessante di rappresentazioni su se stesso come sugli altri media. Proponiamo qui le schede di alcuni film che non vogliono essere una rassegna esaustiva, ma bensì indicare alcune possibilità di approfondimento dei temi che abbiamo affrontato.

 

Quarto potere, (Citizen Kane), Usa 1941, regia di Orson Welles, b/n, 119’.

Un cinegiornale racconta la vita di Charles Foster Kane, interpretato da Orson Welles, il magnate della stampa morto nel favoloso castello di Xanadu. Il giornalista viene incaricato di indagare sulla sua storia passata e scoprire il senso dell’ultima parola da lui pronunciata "Rosebud", ricostruisce la storia Kane, dalla sua vita da bambino al suo primo giornale, alla scalata del "Chronicle", dal suo primo matrimonio alla seconda moglie, Susan, che visto la sua carriera di cantante interrrotta dalla vita reclusa nel castello, lontano dal mondo che Kane ha conquistato con i suoi giornali e la sua personalità spregiudicata. Durante la sua indagine scopre le diverse facce di Kane, ma sembra non riuscire a svelare il mistero di "Rosebud". Ma nelle ultime scene uscendo dal castello ....

Totò. Lascia o Raddoppia?, Italia 1956, regia di Camillo Mastrocinque, b/n, 94’.

Lo squattrinato duca Gagliardo della Forcoletta dei frati di Castelrotondo, interpretato da Totò, è uno scommettitore incallito di corse di cavalli. Dopo molti anni scopre casualmente di avere una figlia naturale e pensa di riuscire a darle una dote sfruttando la sua conoscenza del mondo ippico partecipando al quiz di Mike Bongiorno. Ma due gangster scommettono su di lui e cercano di influenzare lo svolgimento del telequiz.

Il film utilizza i due conduttori reali della celebre trasmissione televisiva Mike Bongiorno e la valletta Edy Campagnoli, costituendo uno dei documenti del successo deflagrante della trasmissione, rappresentato nella scena di Totò che si allena nel chiuso della cabina facendosi rinchiudere nell’armadio dal suo cameriere..

 

Effetto Notte, (La nuit américaine), Francia1973, regia di François Truffaut, col., 115’.

Negli studi della Victorine a Nizza il regista Ferrand, interpretato dallo stesso Truffaut, gira un film hollywoodiano "Vi presento Pamela": dagli inizi delle riprese fino alla fine i problemi produttivi si emscolano con le storie private e le fragilità psicologiche dei vari membri della troupe. E’ una dichiarazione d’amore di un grande regista come Truffaut per il cinema, la sua forza, la sua vitalità. Disseminato di riferimenti e citazioni alla storia del cinema e alla produzione precedente di Truffaut, il film ha anche una struttura didattica che spiega allo spettatore come si gira un film, in cui il cinema appare come pratica artigianale, luogo di mediazione tra istanze d’autore e istanze produttive, tra ricerca indidivuale e lavoro collettivo.

C’eravamo tanto amati , Italia 1975, regia di Ettore Scola, col., 125’.

E’ la storia di tre compagni di lotta partigiana che finita la guerra si sono separati. Gianni diventa un avvocato di successo, Nicola isnegna in una piccola scuola di Nocera Inferiore e coltiva la sua passione per il cinema, Antonio il più impegnato politicamente fa il portantino in un ospdale di Roma. Dopo un po’ di anni si ritrovano, uno di essi, Nicola, dopo una fortunata partecipazione al quiz televisivo "Lascia o raddoppia?" si è adattao a fare il "vice" di una rubrica cinematografica di un quotidiano, mentre Antonio è rimasto portantino e ha sposato Luciana che ormai ha abbandonato la speranza di diventare attrice e fa la maschera in un cinema, mentre Gianni fa soldi a palate. I tre amici si incontrano di tanto in tanto in una trattoria per fare un bilancio delle loro vite, ma Gianni non ha il coraggio di confessare la sua fortunata carriera e un giorno mentre quest’ultimo va a farsi il bagno nella piscina della sua villea, gli altri due bisticciano nella speranza di capire che cos’è successo a loro e all’Italia. E’ una commedia grodolce su trent’anni di vita italiana attraverso cui vengono rievocate le sperenza e le illusioni degli anni ‘50, con l’inevitabile ricordo dei suoi miti tra cui il cinema e il Mike Bongiorno di "Lascia o raddoppia’":

Quinto potere, (Network), Usa 1976, regia di Sidney Lumet, col. 121’.

Howard Beale, anziano commentatore dell’UBS, rete televisiva di Los Angeles, viene licenziato a causa del crollo dell’audience. Dichiara davanti alle telecamere il proposito di suicidarsi durante la sua prossima apparizione. Diana, una pogrammista alla ricerca di notizie forti e violente, d’intesa con il responsabile dell’emittente hackett, convince i dirigenti a sfruttare la rabbia di Beale in una serie di trasmissioni. L’indice d’ascolto della televisione sale vertiginosamente e durante le sue trasmissini Beale svela progressivmente i retroscena sull’attività della multinazionale proprietaria dell’emittente. Forti pressioni costringono Beale a cambiare atteggiamento e di conseguenza si registra un improvviso calo dell’audience. Diana per tentare di ricatturare lattenzione propone di lasciarlo uccidere in diretta da alcuni terroristi.

Si tratta di un pamphlet contro la televisione, i suoi spietati meccanismi e le sue logiche che utilizza tutti i luoghi comuni dell’ossessione anti-televisiva. Attraverso il personaggio del protagonista, della sua ascesa a "profeta del video" in grado di condizionare l’opinione di milioni di individui, e del suo tragico declino, il film mette al centro l’enorme potere raggiunto dai media, e in particolare dalla televisione, spettacolarizzando all’estremo gli esiti della manipolazione e della conseguente influenza dei mass media. Tutto viene ricondotto e filtrato attraverso la televisione, che conferisce uno statuto di realtà solo a ciò che vi è contenuto, mentre ricaccia nell’invisibilità tutto ciò che ne resta al di fuori.

La rosa purpurea del Cairo, (The purple rose of Cairo), Usa 1985, regia di Woody Allen, col. 82’.

Stati Uniti, anni Trenta. Durante la grande Depressione Cecilia, casalinga frustrata e infelice, per dimenticare la sua squallida vita, l’insopportabile marito e il suo alvoro di cameriera trascorre tutto il suo tempo al cinema, rivedendo molte volte lo stesso film "The purple rose of Cairo". La sua immedesimazione è così intensa che il confine tra realtà e finzione scompare: un giorno l’attore scende dallo schermo e inizia una relazione d’amore con lei, incredula e felice. Scoppia il finimondo il produttore va su tutte le furie, gli altri personaggi si sentono copletamente spiazzati e il film rimane incompiuto nella sala dove los tavano proiettando. L’ingenuo personaggio cinematografico va incontro ad una serie di avventure mentre la polizia e la produzione lo cercano. Il produttore decide allora di mandare l’attore a reuperare il personaggio che interpretava e a convincerlo a tornare nel film. Quando Cecilia decide di seguire il suo innamorato a Hollywwod e lo raggiunge al cinema dove si erano dati appuntamento scopre che la pellicola è stata sostituita.

 

Radio Days, Usa 1987, regia di Woody Allen, col. 88’.

I ricordi d’infanzia di un ebreo americano che vive in un sobborgo di New York dalla metà degli anni Trenta al 1944, filtrati attraverso le sue trasmissioni radiofoniche preferite. Una vita quotidiana difficile anche se allegra si alterna ad una vita immaginaria, popolata di cantanti, presentatori, eroi dei fumetti. Sono rievocati i ricordi di un’infanzia vissuta in una famiglia alalrgata ricca di affetti e di litigi riunita attorno alla radio, alle radiocronache, alle conzioni e ai notiziari. Il protagonista ripercorre le prime esperienze amorose di adolescente, i tentativi di allontanarsi dalla famiglia i sogni di gloria e di successo, l’emozione provata alla notizia di una sparatoria mafiosa. Un clima che viene bruscamente interrotto di colpo dalla guerra e dai reportage radiofonici dal fronte.

 

Nuovo Cinema Paradiso, Italia/Francia 1988, regia di Giuseppe Tornatore, col., 157’.

Da quando ha lasciato il suo paese natale in Sicilia, Salvatore, non ha mai voluto rimetterci piede. Cinquantenne, è un regista di successo ma insoddisfatto, e ritorna al paese per partecipare ad un funerale. Durante una notte insonne rivive la sua infanzia, quando faceva il chierichetto e aiutava il proiezionista della sala parrocchiale a montare le pellicole che gli trasmetteva l’amore per il cinema e la curiosità per le proiezioni private in cui il parroco individuava le inquadrature da censurare. Ma oggi Alfredo, l’operatore cinematografico, è morto, il paese è completamente cambiato e il cinema in cui lavorava, dopo essere scaduto a sala a luci rosse, sta per essere demolito.

L’interesse principale del film è nella prima parte in cui viene raccontato un modo di consuamre cinema che si è perduto, quando i preti tagliavano le scene di baci, il pubblico rideva e piangeva.

Quiz Show, Usa 1994, regia di Robert Redford, col., 127’.

Negli Stati Uniti del 1958 Herbie Stempel è la star di Twenty-One, il quiz più seguito della Nbc. Quando l’audience inizia a scendere i rappresentatnti dello sponsor gli impongono di farsi da parte e gli preferiscono Charles Van Doren, bello, colto e figlio di un premio Pulitzer. Stempel non accetta di uscire di scena in silenzio e le sue denunce insospettiscono un ispettore del Congresso. Il film trae ispirazione dal primos candalo che infranse il sogno americano del self made man che raggiunge la gloria a colpi di presunta cultura, un episodio del 1959 quando scoppia uno scandalo quando si scopre che un gioco a premi , 64.000 dollari in palio, è truccato. Mostrando i trucchi del piccolo schermo svela come si manipolano i miti nazionali e a figucia popolare per assecndare le leggi del guadagno.

Strange Days, Usa1995, regia di Kathryn Bigelow, col. 141’.

Alla vigilia del capodanno del 1999 a Los Angeles impazza lo squid, una sorta d videoreistratore cerebrale che consente di rivivere esperienze registrate da altri. L’ex poliziotto Lenny Nero che ne fa uso per rivivere i momenti felici con la sua ex fidanzata. Ma ad un tratto si trova fra le mani un dischetto attraverso cui assiste alla morte di una prostituta e all’assassinio di un carismatico rapper nero da parte della polizia. Indeciso se divulgarlo rischiando di far scoppiare una rivolta insieme alla tassita nera Lornette Mason scopre un traffico clandestino di squid a sfondo violento.

The Net- Intrappolata nella rete , (The Net), Usa 1995, regia di Irwin Winkler, col. 100’.

La protagonista è un’esperta di computer, un verio genio dell’informatica specializzata nell’individuare virus e debellarli. Una professione che la porta a scoprire un complesso gioco per inserire virus negli apparati più delicati di Internet ad opera di un’organizzazione che vuole distruggee l’economia americana e le dà la caccia. Girato secondo il modello del giallo fra i Caraibi e Los Angeles, msotra una donna che usando le stesse armi dei suoi nemici riesce a vincere la sua battaglia.

 

La seconda guerra civile americana, (The second civil war),Usa1997, regia di Joe Dante, col. 100’.

Ambientato in un prossimo futuro negli Stati Uniti con un miliarado di immigrati che preoccupano il governatore dell’Idaho che decide di chiudere le frontiere per ottenere l’indipendenza. Quando il presidente Usa gli dà l’ultimatum e viene sfiorata la guerra civile la tv comincia a sfruttare il caso per fare interminabili dirette.

 

The Truman Show, Usa 1998, regia di Peter Weir, col. 100’.

Truman Burbank, un tranquillo e abitudinario impiegato di una compagnia assicurativa, pensa di essere un uomo normale, con una vita normale, amici normali. Ma nel suo trentesimo anno di età, quando insoddisfatto della propria vita decide di programmare un viaggio, inizia a insospettirsi in seguito ad alcuni strani incidenti che gli capitano. Così a poco a poco scopre che il posto in cui vive non è una normale cittadina di provincia ma un enorme studio con telecamere nascoste ovunque e che sua moglie, i suoi amici e tutte le persone che gli stanno intorno sono gli attori del serial TV più famoso del momento: The Truman Show. Fin dalla nascita ogni momento della sua vita è stato ripreso dalle telecamere e visto da milioni di telespettatori e il regista Kristof ha programmato e deciso le sorti della sua vita: il suo lavoro, la moglie, la perdita traumatica del padre annegato sono il frutto delle suggestioni che sono state costruite attorno a lui.

 

1.3 Libri da leggere

 

Per l’importanza avuta nel dibattito sui media è ancora utile leggere di Marshall Mc Luhan, Gli strumenti del comunicare, Garzanti, Milano, 1986 così come il libro di Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino, 1994, considerato fondamentale nella storia della critica del linguaggio della cosiddetta "Cultura di massa". Attraverso brevi quadri intitolati Il viso della Garbo, la nuova Citröen, Saponificanti e detersivi, Pubblicità del profondo, il critico francese mette a fuoco alcuni dei mutamenti nella cultura degli anni Sessanta. Per lo stesso motivo e per lo scalpore che suscitò quando apparve, ricostruito dallo stesso autore nell’introduzione all’ultima edizione, il libro di Umberto Eco, Apocalittici e integrati. Comunicazione di massa e teorie della cultura di massa, Bompiani, Milano, 1997, che è considerato ormai un classico.

Per quanto riguarda l’elaborazione più recente Peppino Ortoleva è stato sicuramente lo studioso che maggiormente ha lavorato per leggere i processi della comunicazione di massa in prospettiva storica. Molti delle griglie concettuali a cui abbiamo fatto riferimento nel costruire la nostra navigazione possono essere approfondite nei volumi, Per una storia dei maedia, Anicia, Roma, 1990 e la società dell’informazione. Il sistema dei media nel Novecento, Anicia, Roma, 1992. Un’utile introduzione alle problematiche che abbiamo affrontato è offerta da Giovnni Cesareo e Patrizia Rodi nel testo ll Mercato dei sogni. Introduzione alla comunicazione di massa, Bruno Mondadori, Milano, 1996. Organizzato attorno a voci costituisce un’utile giuda per orientarsi nella serie di problemi, contraddizioni e possibili direzioni di sviluppo che si presentano nel sistema della comunicazione di massa e dei nuovi media. Ogni voce è accompagnata da citazioni, ritratti e schede che espongono modi diversi di guardare ai problemi, e aprono divese prospettive.

Una delle opere che cerca di analizzare la storia della stampa in una prospettiva di lungo periodo è la serie di volumi curati da Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia, Storia della stampa italiana, pubblicati dalla casa editrice Laterza. per una introduzione all'analisi del significato e degli usi sociali della fotografia può essere utile il testo di Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Einaudi, Torino, 1978. Si sono moltiplicati negli ultimi anni i testi che utilizzano le fonti fotografiche per proporre percorsi di narrazione storica di particolari periodi o temi-. per l'ampiezza del panorama offerto è utile consultare i volumi della collana diretta da Giovanni De Luna e Diego Mormorio, Storia fotografica della società italiana, editori Riuniti, Roma, 1995-98.

Per quanto riguarda il cinema esistono diverse storie del cinema che costituiscono importanti strumenti di consultazione, tra cui ricordiamo Gianni Rondolino, Storia del cinema, 3 vol., Utet, Torino, 1996 e Gian Piero Brunetta, Storia del cinema italiano, Editori Riuniti, Roma, 1983. Di quest’ultimo autore il volume Buio in sala: cent’anni di passione dello spettatore cinematografico, Marsilio, Venezia, 1990, si presenta come un interessante viaggio nelle trasformazioni del modo di vedere e vivere il cinema, mentre l libro di Giovanna Grignaffini, "Signore e signori: il cinematografo". La nascita del cinema e il suo mito, Marsilio, Venezia, 1995, ricostruisce i molteplici fili della storia delle origini del cinema.

Sulla storia della radio esistono alcuni interessanti cataloghi di mostre come La radio. Storia di sessantanni 1924-1984,\ERI, Torino 1984 e Cent’anni di radio: da Marconi al futuro delle telecomunciazioni, Marsilio, Venezia, 1995. Gianni Isola è uno tra coloro che maggiormente hanno sviluppato le potenzialità della radio come fonte storica, in modo particolare con riferimento al periodo fascista Abbassa la tua radio per favore, La Nuova Italia, Firenze, 1990, mentre il successivo volume L’ha scritto la radio, Bruno Mondadori, Milano, 1998 è un’antologia suddivisa in dieci capitoli tematici in cui vengono presentati e introdotti i testi delle più celebri trasmissioni radiofoniche della radio italiana dal 91924 al 1944. Per una sintesi sulla storia della radiotelevisione italiana si rimanda a Franco Monteleone, Storia della radio e della teleisione in Italia. Società, politica, strategie, programmi, 1922-1992, Marsilio, Venezia, 1992

Uno dei testi che hanno radicalmente innovato lo studio della televisione rimane il lavoro di Raymond Williams Televisione. Tecnologia e forma culturale, De Donato, Bari, 1981. Mentre nel volume di Aldo Grasso , Storia della televisione italiana, Garzanti, Milano, 1992 vengono fornite, anno per anno, le informazioni sui principali eventi istituzionali e politici, sui programmi e sulla critica più autorevole a cui si accompagnano le biografie di 91 personaggi, le classifiche dei programmi più visti, attraverso cui viene ricostruita la storia di quarant’anni attraverso il piccolo schermo. Particolarmente utile per capire la specificità dello sviluppo della televisione commerciale in Italia è il volume di Peppino Ortoleva Un ventennio a colori. Televisione privata e società in Italia (1975-1995), Giunti, Firenze, 1995.

Un utile strumento di consultazione è il Dizionario della pubblicità, Milano, Zanichelli, 1994, curato da Alberto Abruzzese e Fausto Colombo. Marco Giusti ne Il grande libro di Carosello: e adesso tutti a nanna..., Sperling and Kupfler, Milano, 1996, ha raccolto divisi per committenti gli spot pubblicitari che hanno animato dal 1957 al 1977 il sipario serale della pubblicità televisiva.

Per quanto riguarda la storia del consumo musicale uno degli autori che ha inaugurato una nuova prospettiva interpretativa è Iain Chambers, Ritmi urbani, Costa e Nolan, Genova, 1986, in cui viene offerto un panorama delle evoluzioni della musica pop in ambito anglosassone. Per approfondire il contesto italiano oltre al volume di Gianni Borgna, Storia della canzone italiana, Laterza, Bari 1994, lo stesso autore in L’Italia di Sanremo, Maondadori, Milano, 1998, introduce i protagonisti del festival musicale e, analizzando le principali tappe della sua evoluzione, ripercorre il passaggio dalla radio alla televisione oltre all’analisi dei testi e delle musiche che hanno costituito la colonna sonora dell’italia dal dopoguerra ad oggi. Per uno sguardo più allargato ci si può aiutare con Enciclopedia della musica rock, Giunti, Firenze, 1996 curato da Cesare Rizzi, e con il volume di Francesco Adinolfi, Suoni dal ghetto. La musica rap dalla strada alle hit-parade, Costa e Nolan, Genova, 1989.

 

1.4 Gli archivi

 

Il panorama delle fonti relative a questo ambito della ricerca è caratterizzato dai problemi specifici posti da questo tipo di materiale, che sono di ordine quantitativo, e quindi di selezione, ma anche di conservazione. Uno dei dati principale che occorre registrare è lo scarto tra l’immensa quantità di carta stampata, e conservata nelle biblioteche, da un alto e la povertà degli archivi che dovrebbero permettere la ricostruzione della nascita di un giornale, di una stazione radio, di una televisione, dall’altro.

 

L’archivo principale per la carta stampata sono le biblioteche. Mentre molto più articolato è il panorma degli archivi dei materiali relativi alla pubblicità. Numerose grandi aziende pubblicitarie si sono da tempo dotate di specifici centri di studio e di documentazione delle loro attività promozionali (nel settore delle immagini è da ricordare lo Studio Testa di Torino, oltre agli archivi di alcune grandi aziende come La Fiat, la Campari e la Ricordi). Mentre repertori multimediali si trovano presso le grandi società concessionarie: la Sacis (Società per Azioni Commerciali Iniziative Spettacolo), creata nel 1955 era preposta al controllo e al coordinamento del materiale pubblicitario radiofonico e televisivo trasmesso dalle reti RAI; e la UPA (Utenti Pubblicitari Associati).

La raccolta dei manifesti pubblicitari è spesso stata opera soprattutto di collezionisti privati che in alcuni casi hanno poi ceduto i loro fondi ad istituzioni pubbliche come nel caso della raccolta Salce che si trova ora presso il Civico Museo Bailo presso Treviso e la Civica Raccolta Stampe Bertarelli.

In Italia la Rai, a differenza degli altri paesi europei dove esistono importanti archivi e istituti di ricerca, invece di curare la raccolta e l’ordinamenteo della sua memoria, che è anche memoria collettiva e nazionale, ha continuato per molto tempo la prassi di mandare al macero registrazioni o di riutilizzare i nastri per nuove incisioni. Solo recentemente si è cercato di dare soluzione allo spinoso problema dell’archivio storico. Un primo segno pare essere la costruzione di un sito internet attraverso cui è possibile accedere ad una parte dei materiali sonori e visivi (http://www.techerai.it).

Per tentare di sopperire all'assenza di archivi pubblici della memoria sonora e visiva è nato negli anni '80 L'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico a Roma, che ha cercato di raccogliere materiali e fondi sparsi in archivi privati. Costituitosi in Fondazione ha tra i suoi obiettivi la costruzione di una memoria collettiva dei movimenti sociali e dei loro protagonisti. Comprende una cineteca, una videoteca, una nastroteca che raccoglie più di duemila ore di sonori e una fototeca che comprende circa 150.000 fotografie.

Nell’audovisivo i problemi di conservazione e di consultazione sono parliolarmente acuti e il cinema è forse tra i media quello che presenta i problemi di conservazione più rilevanti, derivanti in primo luogo dai problemi tecnici di manutenzione dei film. Le pellicole a nitrato di cellulosa, in uso fino al 1952 sono infiammabili e il supporto acetato, adottato successivamente, è un materiale ancora instabile che rischia di decomporsi se non conservato in ambienti adeguati, mentre il colore in uso dal 1956 si sbiadisce nel giro di pochi anni . Di fatto già molto è andato perduto se si considera che del cinema muto non si conserva che il 30-35 per cento della produzione.

Il panorama dei luoghi in cui trovare i film di ieri è caratterizzato in Italia da una gran quantità di enti pubblici e privati, scuole, centri di cultura, università. Mentre negli ultimi anni con l’impiego sempre più ampio del nastro magnetico si sono moltiplicati i centri audiovisivi e le mediateche. I luoghi più istituzionali deputati alla conservazione delle pellicole sono le "cineteche", centri in cui le pellicole storiche vengono raccolte, studiate, restaurate e da cui partono per essere proiettate nel corso di rassegne retrospettive. In Italia quelle "ufficiali" sono cinque:

-A Torino il Museo Nazionale del Cinema, nato nel 1941, è costituito da una collezione di apparecchi del pre-cinema e del cinema, a cui è annessa una cineteca che costituisce una notevole raccolta, non tanto per le sue dimensioni quanto per la rarità dei amteriali cosnervati che vanno gli anni 10, ai titoli del cinema indipendente di avanguardia, al gruppo di film di Giovanni Pastrone, maestro del cinema muto italiano.

-A Roma la Cineteca Nazionale è un ente autonomo che fa parte del Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema nata nel 1935 e che è andata raccogliendo sin dagli inizi una collezione di pellicole per fornire agli alllievi un supporto allo studio della storia del cinema. Dal punto di vista quantitativo è l’archivio italiano più importante con un fondo di 15 mila lungometraggi e 10 mila cortometraggi.

-A Bologna la Cineteca Comunale è una delle istituzioni pubbliche più attive nel nostro paese. Nata nel 1967 rappresenta per dimensioni e importanza il secondo archivio italiano. Possiede circa 13mila copie su pellicole, una grossa fototeca e una biblioteca di oltre 10 mila volumi. La collezione comprende film muti italiani, cinema cosiddetto di serie B, cioè non d’autore, e film storici internazionali.

-A Gemona la "Cineteca del Friuli", è la più giovane in Italia essendo nata nel 1977. Alla base della sua racolta è stata l’acquisizione di pellicole di interesse storico (fratelli Lumiere, David W. Griffith) a cui poi sono andati aggiungendosi pellicole del cinema muto e sonoro, i classici europei e americani degli anni ‘20, i film di transizione dal muto al parolato e i primi tecnicolor.

-A Milano la "Cineteca italiana achivio storico del film" nata nel marzo del 1947, possiede circa seimila pellicole tra lungo e cortometraggi e si arricchisce grazie a scambi, donazioni, acquisizioni e ritrovamenti di circa 200-300 titoli all’anno. La cineteca possiede circa due mila volumi di storia e critica del cinema a cui si aggiungono una collezione di riviste, una fototeca e un’interessante raccolta di manifesti di cinematografi milanesi del periodo 1915-1928.

Uno dei luoghi in cui nel tempo sono state raccolte e riordinate molte delle fonti relative all'ambito di cui ci stiamo occupando è la rete degli istituti Storici della Resistenza che si trova sparsa su buona parte del territorio anzionale. A Torino L'istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della società contemporanea ospita l'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza

Occorre infine ricordare che esiste un'importante realtà che potremmo chiamare degli archivi diffusi costituita non solo dagli archivi delle aziende commerciali, a cui abbiamo accennato, e dagli archivi privati, ma anche di tutto il materiale conservato in luoghi non preposti principalmente a questo scopo che raccolgono memorie individuali, di associazioni, gruppi. Basta pensare agli album fotografici di famiglia, alle videoteche individuali costituite non solo dalla riduzione dei film in videocassetta ma anche dalle registrazioni amatoriali, alle raccolte di materiali sonori in cassette, dischi vinile, compact.

 

Internet costituisce un importante strumento per avere accesso agli archivi non facilmente raggiungibili, anche se i problemi di trasferimento dei dati sono ancora molti e spesso richiedono tempi piuttosto lunghi, o particolari programmi come nel caso dei materiali sonori.

Ricordiamo alcuni tra i siti più interessanti che si possono visitare sul web:

Banche dati:

Internet Movies Database: http://us.imdb.com/

The Motion Picture Guide: http://www.iguide.com/movies/mopic/pictures/

Cinemedia: http://www.afionline/CineMedia/cmframe.html

 

 

 

Biblioteche ed Archivi:

American Film Institute: http://www.agionline.org

Library of Congress: http://lcweb2.loc.gov/z3950/gateway.html

Museum of Broadcast Communications: http://www.neog.com/mbc/

Musei.

American Museum of the Moving Image: http://nyctourist.com/ammi.html

National Museum of Photography, Film and television (Gran Bretagna):

http://www.nmsi.ac.uk/nmpft

Archivi televisivi:

BBC: http://www.co.uk/home/today/index.html

CBS: http://www.cbc.ca/

PBS: http://www.pbs.org/

RAI: http://www.rai.it