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4. 1968-1990 Dal sistema alla rete

 

4.1 Introduzione

4.2 La società dello spettacolo

4.3 Vecchi media e nuovi usi

4.4 Geografia planetaria dei media: il mondo extra occidentale.

4.5 La madre di tutte le reti

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4.1 Introduzione

Nei capitoli precedenti abbiamo visto l’emergere di una serie di mezzi di comunicazione di massa cercando di ricostruire le varie fasi di affermazione dell’uso sociale dei media in relazione alla nascita e allo sviluppo di una società di massa. Il panorama offertoci dagli ultimi due decenni risulta profondamente diverso. Nel giro di pochi anni si è assistito con l’introduzione dell’elettronica non solo alla moltiplicazione dei mezzi disponibili per l’invio e la ricezione di messaggi, ma ad una sorta di rivoluzione nelle abitudini comunicative. Nell’ultimo scorcio di secolo l’evoluzione tecnologica è stata tanto veloce da trasformare radicalmente insieme ai media tradizionali, anche l’idea stessa di comunicazione di massa. Questa definizione sembra infatti sempre meno adeguata a descrivere uno scenario in cui da un lato la possibilità di scelta da parte del singolo individuo è in continua crescita, e dall’altro diventa sempre più complesso distinguere un medium dall’altro.

Questo mutamento ha coinvolto, come vedremo, anche il terreno degli assetti economici e giuridici, coincidendo con una fase in cui ‘l’industria dell’informazione’ è diventata un settore cruciale dell’intera economia. L’importanza della Silicon Valley è tipica del fatto che al centro del sistema tendono a porsi le tecnologie fondate sull’elaborazione informatica di dati, immagini, suoni. Un fenomeno caratterizzato dalla crescente integrazione economica fra i diversi mezzi di comunicazione. Le imprese multimediali amministrano infatti settori un tempo distinti come ad esempio l’editoria, la fornitura di dati e informazioni, il software, l’emittenza televisiva.

L’intreccio tra mutamento degli usi sociali dei media preesistenti e nuovi media introdotti grazie alle novità tecnolologiche è in questo frangente particolarmente significativo. Soprattutto in riferimento agli ultimi due decenni è possibile dire che l’appartenenza ad una generazione piuttosto che alla precedente implica l’esperienza e la familiarità con strumenti di comunicazione di massa molto diversi tra di loro. Non ascoltiamo più la musica sui dischi di vinile e per mezzo di giradischi, ma su dischi laser attraverso un lettore, telefoniamo dalla macchina o dall’autobus, leggiamo testi su cd rom invece che su un supporto cartaceo, giochiamo ai videogiochi piuttosto che al calciobalilla. Ne sono risultate coinvolte molte delle sfere dell’esperienza umana, da quelle relative alla comunicazione in senso stretto, a quelle che includono il divertimento e la produzione culturale.

Una delle specifità di questa fase è che la molteplicità dei cambiamenti non riesiede solo nel numero o nelle caratteristiche dei nuovi media ma nello stesso tessuto connettivo che li collega. Più in generale, si può dire che si è verificato il passaggio dalla prevalenza di media che irraggiano da punto verso una molteplicità di individui che ne costituiscono il pubblico, ad una prevalenza di media fondati sull’uso individuale. Infatti, se provassimo a costruire una mappa della casa degli anni ‘90 sull’esempio di quelle proposte nel capitolo precedente ci troveremmo in grande difficoltà. Essa nasce principalmente dal fatto che negli ultimi vent’anni molti mezzi di comunicazione hanno assunto come terminale privilegiato non più l’ambiente fisico della casa o del luogo di lavoro, ma l’individuo stesso, che attraverso diversi strumenti può tenersi in contatto con il mondo nel corso di tutti i suoi spostamenti e delle sue diverse attività. Il telefonino ce ne fornisce l’esempio più evidente insieme al computer portatile e ai videogiochi. Ma anche un medium storico come la radio con lo sviluppo della filodiffudione e del transistor, il fiorire delle emittenti locali si è andata affermando come "sfondo" allo svolgimento delle attività quotidiane, in casa e in auto, al lavoro e in vacanza. Essa ritrova una sua autonomia nel sistema dei media, nel momento in cui riafferma caratteristiche che in fondo le sono sempre appartenute: la personalizzazione del rapporto con il suo pubblico, l’adattabilità di luogo e di tempo, la dimensione riflessiva o distratta dell’ascolto.

Modifiche dunque che coinvolgono la storia delle tecnologie, con l’introduzione del colore nella televisione, dei videoregistratori, dei videogiochi, dei computer; il mutamento degli ordinamenti istituzionali; la storia della comunicazione con il passaggio epocale dall’età dei mass media a quella del personal medium. L’elevato numero di elementi che si incrociano e sovrappongono, accanto al fatto che si tratta di un processo in corso e di cui quindi non è facile riuscire a prevedere gli sviluppi, rendono difficile riuscire a restituirne un quadro completo. Quindi in questo capitolo cercheremo di ripercorrere i complessi mutamenti di cui siamo noi stessi protagonisti e spettatori a partire da tre dimensioni:

• La crisi del sistema dei media. La nuova configurazione assunta dalla comunicazione di massa ha le sue radici nella crisi del sistema dei media così come si era affermato nei decenni precedenti. A cavallo tra gli anni sessanta e settanta si registra una svolta di sistema che coinvolge la funzione dei diversi media, trasformazioni di ordine tecnologico e organizzativo, di uso sociale e mutamenti di ordine economico istituzionale.

Universalizzazione e differenziazione Le trasformazioni subite dai media tradizionali, così come l’affermazione dei nuovi media, sia che le si guardi dal punto di vista della loro distribuzione geografica, sia che li si guardi dal punto di vista delle dinamiche in cui si inseriscono, fanno registrare due tendenze che convivono e solo apparentemente possono apparire contradditorie. La prima è costituita dalla tendenza verso la globalizzazione del sistema della comunicazione, per cui esso tende sempre di più a coprire l’intero spazio planetario. La seconda è costituita dall’emergere in contemporanea di forme di differenziazione che implica non solo la pluralizzazione dell’offerta, ma anche di forme di comunicazione profondamente radicate in contesti locali.

- Il passaggio dal sistema alla rete. Da un sistema cioè caratterizzato da una gran quantità di informazioni in uscita dall’emittente e ristretti margini a disposizione di chi usufruisce della comunicazione ad uno fondato sull’interazione e la minore distinzione tra emittente e ricevente. In termini più generali questa transizione corrisponde a quella da una società industriale e di massa verso una società dell’informazione, postindustriale e demassificata nella quale le tecnologie della comunicazione sono policentriche, interattive, multimediali e "virtuali". Se nel primo caso i destinatari della comunicazione hanno un metodo principale per rispondere, comprando o non comprando un giornale, guardando o non guardando un programma televisivo, nel secondo l’individuo ha una maggiore possibilità di intervenire nei contenuti della comunicazione stessa modificando profondamente le modalità del consumo.

 

4.2 La società dello spettacolo

 

Gli anni Sessanta furono almeno in Italia gli anni del cosiddetto boom economico, e portarono con sé, con l’aumento della disponibilità economica e dei consumi, una diffusione della comunicazione di massa, ma furono anche il momento in cui si gettarono le basi di un mutamento nel mondo della comunicazione che come vedremo avrebbe messo in questione l’idea stessa di "comunicazione di massa". Infatti nel 1969 il governo degli Stati Uniti autorizzava la formazione della prima rete telematica, un processo che a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta trasformerà profondamente il mondo della comunicazione, da quella interpersonale a quella commerciale. Molte delle previsioni che hanno accompagnato la diffusione di Internet hanno intravisto in questo nuovo strumento la fine dei giornali, della televisione, del libro, così come ai suoi albori la televisione era stata vista come sostitutiva della radio e del cinema. L’equivoco di queste posizioni si basa sull’ipotesi che l’avvento di un nuovo medium porti all’estinzione di quello precedente. Un equivoco che si fonda su un’immagine della comunicazione e dell’informazione come un contenuto che muta di volta in volta contenitore. Il dato che invece abbiamo registrato sino a questo momento, e che in misura ancora maggiore caratterizza la fase storica nella quale viviamo, è che i media si sovrappongono e si integrano anziché sostituirsi.

La fine degli anni Sessanta, la fase dunque di massima espansione del sistema della comunicazione di massa, fu anche il periodo in cui in maniera più forte si fece sentire il peso della critica alla crescente standardizzazione prodotta dalla società dei consumi e della comunicazione di massa. A fianco di una vastissima letteratura apocalittica che denunciava il carattere alienante del consumo, la sua vocazione a far coincidere l’identità degli individui con gli oggetti posseduti, e la minima corrispondenza di questi ultimi con i bisogni reali, si affiancava anche un tentativo di leggere in termini maggiormente complessi i nuovi scenari. Nel 1967 infatti usciva in Francia il libro di Guy Debord dal titolo La società dello spettacolo. Il temine "spettacolo" che in quegli anni apparve sorprendente, diventerà nei decenni successivi una parola chiave per descrivere fenomeni che hanno coinvolto molte delle sfere della vita sociale, abbinato di volta in volta a parole diverse: politica-spettacolo, cultura-spettacolo, guerra-spettacolo. Se oggi questo termine ci può apparire usurato, dal momento che qualsiasi professionista del mondo della comunicazione non esita a recriminare sugli eccessi del sistema dei media, vale forse la pena di soffermarci brevemente sulle novità proposte nel libro di Debord:

  • "Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’enorme accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontano in una rappresentazione.

    (...)

    Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine"

  • L’intuizione di Debord consiste nell’aver messo a fuoco la doppia natura dello spettacolo. Da una parte esso è la comunicazione umana divenuta merce, un prodotto specifico di un’industria -quella culturale- dotata di sue tecniche peculiari. Dall’altra parte lo spettacolo oltrepassa il proprio ambito settoriale coinvolgendo l’intera produzione sociale e in qualche modo rappresenta la quintessenza del capitalismo maturo. In altre parole la sua analisi coglieva il significato epocale dei mutamenti che la società occidentale stava attraversando, sottolineando la tendenza verso la produzione di beni sempre più immateriali. Così come il tipo di società e di economia promosse dall’industrializzazione avevano rappresentato una rottura storica rispetto alle società feudali -per dirla nei termini di Marx un nuovo "modo di produzione"- questa analisi vedeva nella storia della comunicazione una rottura rispetto alla società industriale, un "modo di comunicazione" moderno. La società dello spettacolo in realtà è qualcosa di meno omogeneo, che cambia, che è articolato in modo diverso a seconda delle società e dei luoghi.

    Come già nel caso della svolta degli anni Trenta fu proprio la prima generazione che era cresciuta insieme alla televisione ad individuare nel campo dei media un terreno privilegiato di esplorazione politica ed estetica.

     

    Il situazionismo (fig. 2)

    Le immagini di questo paragrafo si riferiscono ad alcune delle modalità in cui negli ultimi decenni si è espressa la tendenza a ridefinire, quando non a cancellare, i confini tra arte, vita quotidiana e politica. Così come le avanguardie, tra cui il futurismo, agli inizi del secolo avevano individuato nella radio, nel cinema e nella fotografia i nuovi territori sui quali sperimentarsi, negli anni '60 i mutamenti introdotti dalla comunicazione e dalla cultura di massa divennero oggetto di attenzione da parte di gruppi artistici. La pop-art, un movimento artistico nato nell'Inghilterra degli anni '50 e poi sviluppatasi in America dominando la scena artistica internazionale per tutti gli anni '60, in particolare praticò il tentativo di smitizzare gli oggetti e le immagini di grande consumo della società industriale. Applicando direttamente sulla tela o su pannelli oggetti reali, coprendo o ingrandendo oggetti d'uso comune, immagini estratte dai fumetti, ingigantendo e inserendo spezzoni pubblicitari, gli artisti pop vollero sottolineare le contraddizioni e i rischi di una società che massifica tutto, anche i linguaggi artistici.

    Il tentativo di mettere a fuoco forme di espressione artistica per un verso e di intervento politico per un altro, che fossero all'altezza di una realtà in cui aveva assunto un ruolo preminente la cultura e la comunicazione, animò anche il movimento situazionista . I suoi esponenti, riuniti tra il 1959 e il 1969 attorno alla rivista "Internazionale Situazionista" edita a Parigi e diretta da Guy Debord, teorizzavano il superamento dell'idea di arte sostuituendola con quella di situazioni "momenti della vita, concretamente e deliberatamente costruiti per mezzo dell'organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di avvenimetni" (Da Internazinale Situazionista, n.1). Parole chiave di questo movimento furono la "deriva", una tecnica quasi una terapia basata sul lasciarsi andare non solo alle associazioni verbali, ma ad associazioni spaziali, atti, gesti, passeggiate, incontri, e il "detournement" cioè ogni gesto, scritto o parola che sottraesse consapevolmene oggetti e immagini connessi alla società borghese (opere d'arte, fumetti, pubblicità) alla loro destinazione per inserirli in una prospettiva rivoluzionaria. L'idea, espressa ad esempio nel fumetto che pronunciava una frase di Marx, era quella di sviare gli strumenti della rappresentazione dal fine di valorizzare la merce.

    Il film Quinto potere, di Sidney Lumet del 1976, richiama molte delle tendenze apocalittiche nei confronti del potere dei media, e si può considerare per i suoi contenuti una sorta di pamphlet cinematografico contro la televisione e il suo potere pervasivo, mettendo in primo piano la possibilità di condizionare i telespettatori e di manipolare i loro desideri. Tuttavia il rapporto tra media e realtà esterna si presentava già in termini più complessi. Mentre nel periodo precedente era prevalso il carattere di cassa di risonanza dei media che contribuiva ad amplificare la portata e l’importanza di un evento, in questi ultimi decenni sembra imporsi un secondo aspetto, per cui prevale l’elemento di "costruzione della realtà" da parte dei media, che si è radicalizzato nel fatto che un "evento" non esiste se non nella misura in cui passa in TV. Riflettendo sulle modalità attraverso cui i mass media si presentano in quanto fonte storica per il periodo contemporaneo Pierre Nora ha scritto "non basta dire che essi aderiscono alla realtà fino al punto di farne parte integrante (...) Stampa, radio, immagini non agiscono solo come mezzi da cui gli avvenimenti sarebbero relativamente indipendenti, ma come la condizione stessa della loro esistenza" . Un orizzonte che è al centro di un altro film, più recente La seconda guerra civile americana, Usa, 1997, a differenza del precedente più che un’accusa al potere di persuasione della televisione mette bene in mostra come ognuno si trovi dentro ad un ingranaggio, ad un potere che va oltre il controllo di ognuno, e che nel processo di selezione delle notizie si produca sempre più un’equazione tra ciò che è reso visibile è ciò che è reale.

    Se lungo i diversi capitoli abbiamo visto il ruolo che hanno avuto i diversi mezzi di comunciazione nell’ampliare i limiti dell’esperienza del singolo individuo, mettendolo in comunicazione con sfere della realtà altrimenti irraggiungibili, la novità a cui ci pongono di fronte queste osservazioni è che alla fine del nostro secolo i media sembrano progressivamente modificare la nozione stessa di ciò che è "reale". I nuovi supporti della comunicazione in qualche modo "costituiscono" il nuovo ambiente in cui viviamo. In questo ambiente non solo vengono a esistere cose che una volta non c’erano, ma "nuove realtà", che non esistono al di fuori del mezzo tecnico in cui prendono forma, diventano parte integrante della nostra vita. L’esempio più evidente di questo processo di produzione della realtà sono le immagini elettroniche a cui possiamo aver accesso da qualsiasi televisore. Costruite grazie al computer, esse non rimandono a nulla che esista al di fuori, ma esistono solo nell’ambiente virtuale dello schermo. L’ambiente quotidiano in cui ci muoviamo si fa sempre più artificiale e le mediazioni tecniche sono sempre più rilevanti. In altre parole l’esperienza diventa sempre di più un’esperienza mediata.

    Alcune delle contraddizioni relative ai rapporti tra informazione e rappresentazione, innescate da questo quadro, hanno acquisito particolare visibilità nelle vicende che tra il 1990 e il 1991 hanno accompagnato la Guerra del Golfo, determinata dall’intervento militare dell’Onu in seguito all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq per il controllo dei pozzi petroliferi, considerata da molti come la prima "guerra televisiva". Sebbene in passato gli schermi avessero trasmesso le immagini di altre guerre, in particolare quella del Vietman, la Guerra del Golfo sembrava aver sfruttato appieno le possibilità del mezzo televisivo di essere sul campo, confezionare e vendere la guerra. Fenomeno prettamente massmediatico, le immagini divennero una delle armi con le quali essa venne combattuta. Proprio perché portava a galla nuovi scenari, ed in particolare la relazione tra reale e virtuale, fu anche oggetto di esagerazioni e semplificazioni come quella del filosofo francese Baudrillard che affermò che la guerra non era esistita che negli schermi televisivi. Sebbene la prima rete televisiva a livello mondiale, la CNN, tenne gli occhi puntati sull’area coinvolta dal conflitto per 24 ore al giorno, per tutte le settimane della guerra aerea e per tutte le ore di quella terrestre, non si vide niente. La riflessione di Santo Della Volpe, giornalista della Rai sottolinea alcune delle contraddizioni che hanno agito dietro questa immagine:

  • " C’era poi un interrogativo al tempo stesso impressionante e fuorviante, ma importante per noi giornalisti: tutti (nei giornali e nelle redazioni) pensavano che questa sarebbe stata una guerra "televisiva", dove l’uso dei satelliti e la possibilità della diretta immediata da ogni parte del mondo avrebbe "creato l’evento". Un pericolo (la spettacolarizzazione di una tragedia, della morte, della distruzione accessibile dalla "poltrona"), ma anche uno stimolo (...) Ma questa guerra del Golfo ha in realtà tagliato alla radice il problema: nonostante la Cnn, nonostante il grande dispiegamento di forze, questo conflitto è stato meno visibile di altri precedenti (...) è stata la guerra meno visibile del secolo. Non esiste infatti nessuna immagine della "madre di tutte le battaglie", della grande strage degli iracheni in ritairata, proprio in quella battaglia dove, con tutta probabilità e secondo esperti militari americani, gli Stati Uniti hanno usato nuove bombe come quella che brucia l’ossigeno e non distrugge gli oggetti o altre più sofisticate ancora. Le migliaia di morti (e non solo iracheni) di quella strage non sono mai state filmate: ai giornalisti è stato concesso di riprendere, alcune ore dopo la macabra "pulizia" dellla strada che portava a Safwan, solo i rottami che a migliaia ingombravano quella striscia di asfalto che dal Kuwait porta all’Iraq. (...) La scelta irachena era chiara, centellinare e censurare gli ingressi a Bagdad, mentre gli americani volevano ridurre al minimo gl effetti devastanti delle immagini delle tragedie provocate dalla guerra, comunque fosse, anche "chirurgica""
  • 4.3 Vecchi media e nuovi usi

     

    Prima di affrontare l’influenza dei nuovi media sul mondo della comunicazione, vorremmo cercare di capire che cosa è successo nel settore della radio e della televisione delineando i principali mutamenti organizzativi, gestionali ed economici. In Europa, come abbiamo visto, subito dopo la seconda guerra mondiale aveva prevalso, a differenza degli Stati Uniti, la formula del servizio pubblico controllato dallo stato. Tra gli anni ‘70 e ‘80 questo modello viene messo in discussione soprattutto dall’opposizione di settori diversi della società nei confronti del controllo statale e governativo delle informazioni. Le vicende che hanno segnato il sistema televisivo italiano, negli anni che vanno dal 1975 ad oggi, offrono un buon esempio dell’intreccioi fra le tendenze al decentramento nel controllo dei media e le tendenze all’accentramento che si affermano un po’ dappertutto, ed allo stesso tempo mettono in primo piano alcune delle caratteristiche peculiari del moderno sistema dei media in Italia.

    In questa fase si intrecciano almeno tre fenomeni tra loro differenti ma che sono venuti ad coincidere storicamente:

    -un riassesto istituzionale, con la privatizzazione di una parte del settore televisivo.

    -un mutamento tecnologico-culturale, con il passaggio dalla televisione in bianco e nero a quella a colori e con lo sviluppo della neo-televisione

    -il passaggio da audiovisivi di tipo analogico a quelli digitali. .

    1. L’ inizio delle trasmissioni di TeleBiella nel 1971 inaugura una tendenza che nella seconda metà degli anni ‘70 da’ vita ad un proliferare di emittenti locali che esprimono non solo una tensione verso una democratizzazione dell’informazione ma anche le fortune di un mito localistico che esalta la virtù del "piccolo è bello", come possibilità di spezzare l’anonimato della comunicazione di massa e di favorire nuove forme di democrazia diretta. Un insieme di atteggiamenti e desideri di trasgressione, all’epoca largamente condivisi, che Eugenio Finardi aveva cantato in "La radio (libera veramente)". A metà degli anni Settanta l’obiettivo di sottrarre la comunicazione via etere alla sfera del potere esecutivo sostiene la riforma della RAI, che costituisce il tentativo di dotare il paese di un servizio pubblco radiofonico e televisivo rispondente alle caratteristiche di autonomia e pluralismo.

    Negli stessi anni cominciano a muoversi anche i grandi gruppi editoriali Rusconi, Rizzoli e Mondadori e nel triennio 1979-1982 inizia l’epoca dei network sostenuti dal potenziamento delle varie concessionarie di pubblicità. Alla fine del 1982 le grandi reti commerciali come Italia1, Retequattro e Euro Tv avevano il netto predominio, e tendevano a riproporre un modello su scala nazionale, sebbene diverso nelle forme e nei contenuti dalla televisione pubblica. Un processo che nel corso degli anni Ottanta muove nella direzione di una progressiva concentrazione della proprietà.

    La fine del Monopolio è quindi un processo che assume due direzioni, che in un primo momento convivono mentre negli anni ottanta si divaricheranno profondamente: da un lato l’aggressiva concentrazione di grandi gruppi editoriali, dall’altra la polverizzazione e la frammentazione delle inziative ad opera di piccole imprese sparse su tutto il territorio nazionale. Dunque, paradossalmente la conclusione verso la metà degli anni ‘70 del lungo ‘68 italiano sembra trovare un prolungamento spoliticizzato in una serie di atteggiamenti libertari, che almeno agli inizi favoriscono il terremoto che attraversa il sistema radiotelevisivo. Il ritardo con il quale il quadro istituzionale si adegua alle modificazioni in atto nel settore delle telecomunicazioni, evidenziato dalla scheda n 3 determinò una situazione in cui gli esiti del processo di decentramento si risolse paradossalmente in un regime duopolistico Fininvest-Rai.

    Le conseguenze di questa situazione si sono intrecciate profondamente all’inizio degli anni Novanta con gli esiti di un processo di lungo periodo, caratteristico della realtà italiana, per cui sistema politico e sistema televisivo si sono venuti fondendo fino a diventare di fatto indistinguibili. Fanno parte di questo processo da una parte il fenomeno della "lottizzazione" della Rai, e dall’altra la trasformazione nel 1994 della Fininvest in un partito politico con l’elezione di Silvio Berlusconi. L’obiettivo di democratizzazione della gestione del servizio pubblico radiotelevisivo, che aveva ispirato la riforma del 1975 si è tradotto nell’occupazione della Rai da parte dei partiti politici, inclusi in parte quelli dell’opposizione, che ne hanno fatto l’oggetto di minuziosi accordi di spartizione. Mentre la Rai era coinvolta da una crisi sia finanziaria che di legittimità, come ha ricordato Peppino Ortoleva:

  • "le reti Fininvest sono riuscite a presentarsi come libere da condizionamenti diretti da parte del vecchio sistema dei partiti e a proporsi come l’espressione autonoma di un soggetto che non era ancora una forza direttamente politica ma lo sarebbe presto diventato: il loro proprietario. E come l’espressione di un "partito della gente" che cominciava ormai a prendere forma: ben prima dei famosi discorsi videoregistrati di Silvio Berlusconi le trasmissioni informative della sua azienda ci hanno abituato all’idea che la Tv possa dialogare direttamente col popolo" (Un ventennio a colori p. 113-114)
  • 2. Una delle principali novità introdotte dalle televisioni private fu la dilatazione dell’orario. Alla pari di molte radio libere esse rivendicavano il proprio carattere non stop. L’impressione di una nuova "abbondanza televisiva" era dunque relativa non solo al moltiplicarsi dei canali disponibili ma anche alla tendenza a distribuire l’offerta televisiva lungo l’arco di tutte le 24 ore. Un processo che alludeva ad una profonda modifica del palinsesto, non era in gioco solo una dilatazione quantitiva del tempo televisivo ma anche una sua profonda trasformazione qualitativa. La fig. 4 evidenzia infatti la frammentazione e diversificazione delle trasmissioni che si allontanano dai formati standard che avevamo analizzato nel periodo precedente. Il palinsesto non segue più la programmazione settimanale ma quella giornaliera. La disseminazione della pubblicità può essere letta sia come una conseguenza che come una delle cause di questo mutamento. Il primo febbraio 1977 chiudeva i battenti Carosello, il contenitore di annunci pubblicitari nato il 3 febbraio 1957, e veniva sostituito da spot pubblicitari, la cui durata e frequenza ha agito nella direzione di uno scardinamento della struttura del linguaggio televisivo.

     

    Da Carosello agli spot pubblicitari.

    La formula di "Carosello", la rubrica televisiva italiana di pubblicità, era stata inventata dalla Rai con l’intento di inserire le richieste degli inserzionisti nel modo meno aggressivo e più rispettoso possibile delle esigenze del pubblico. In onda dal 3 febbraio 1957 al 1 gennaio 1977 dopo il telegiornale della sera apriva la programmazione serale e sancì l’ingresso della pubblicità nella televisione italiana attraverso un modello unico al mondo. Gli inserzionisti erano tenuti a produrre filmati pubblicitari, inizialmente quattro e poi cinque per serata, il cui contenuto era così suddiviso: 1 minuto e 45 secondi dovevano essere occupati da uno spettacolino non pubblicitario e i rimanenti 30 secondi costituivano il "codino" che ospitava il vero e proprio lancio del prodotto. Fu il simbolo dell’italian style alla pubblicità, cioè la via originale e soft alla pubblicità e al consumismo, in cui la pubblicità non doveva essere invadente, ma al contrario doveva cercare di inserirsi armoniosamente nel palinsesto senza disturbarlo, ma bensì mutuandone la prevalente dimensione spettacolare e il modello comunicativo. Ministorie, sketch e gag da varietà videro coinvolti attori di vasta popolarità, volti noti dello spettacolo, della canzone, ricorrevano cioè i nomi di quasi tutti quelli che fecero la televisione italiana fino alla fine degli anni Settanta.

    Fin dal 1959 comparvero le nuove rubriche Gong, e poi TicTac sul secondo canale, che ospitavano telecomunicati di 30 secondi non più sottomessi alle norme ferree del Carosello. Essi erano destinati a diffondersi sempre di più negli anni '70 e '80 con il moltiplicarsi dei canali di emittenza e con l'avvento della Tv commerciale. La formula dello spot, termine di origine anglosassone che associa l'idea del telecomunicato pubblicitario a quella di macchia, punteggiatura della programmazione televisiva, ha segnato quindi uno sganciamento dalla dimensione narrativa di Carosello per puntare invece, attraverso un gioco estremo di evocazione, sulla libertà di associazioni resa possibile dal venir meno delle regole imposte dall'emittenza.

    Questo fenomeno della dilatazione del tempo televisivo e della sua frammentazione e flessibilizzazione può essere interpretato come un segnale della profonda colonizzazione della vita quotidiana da parte della TV. Ma accanto a questa spiegazione è possibile intravederne un’altra, in qualche modo complementare, che vede in questo processo l’adattamento della televisione al mutamento dei tempi della via sociale e ad una modalità di fruizione da parte del telespettatore meno legata a formule rigide. In questo senso l’introduzione del telecomando trasforma la possibilità del telespettatore di essere non solo oggetto di un flusso informazioni sulla cui sequenza e rilevanza non ha alcuna possibilità di intervenire, ma di poter scegliere quando interrompere il collegamento e come comporre il proprio consumo attingendo a una pluralità di possibilità. Lo zapping rappresenta quindi il diffondersi di una modalità di fruizione che si svincola sia dalla fedeltà ad un’unica emittente sia dalla continuità del testo televisivo, introducendo un elemento di grande novità, e cioè, la separazione del tempo della fruizione dal tempo di durata del programma televisivo.

    3. Accanto al servizio pubblico e alla televisione commerciale a partire dalla fine degli anni ‘80 si affiancano nuove formule di servizio televisivo. Tra queste la Pay TV appare in prospettiva come il soggetto più dinamico introducendo un modello di televisione in cui l’utente ha un numero di opzioni tra cui scegliere sempre più ampio e più vasta è la possibilità di decidere che cosa guardare e quanto spendere. Dunque in sintesi accanto alla tv generalista, che si rivolge cioè a un pubblico indifferenziato a cui viene offerta una programmazione che copre le aree dell’intrattenimento e dell’informazione, si sono affiancati altri due tipi di televisioni: la Tv target e la Tv tematica. La tv target è l’unità costruita sul pubblico, cioè pensando ad un’audience mirata, un pubblico omogeneo di spettatori e quindi di consumatori che rivestono per gli inserzionisti un interesse particolare (Rete4 per le donne, Italia 1 per i giovani). La Tv tematica è invece una televisione identificata fortemente con i suoi contenuti, cioè pensata partendo da argomenti o settori precisi della cultura, dello spettacolo o dello sport.

    Un tipo di reti decollate insieme all’introduzione del digitale e all’avvento della Tv a pagamento, come parte del processo per cui il grande pubblico di massa ha cominciato a differenziarsi e frammentarsi in una pluralità di pubblici diversi. Esso si è tradotto in una individualizzazione dei modelli di consumo e in un crescente rifiuto dei prodotti standardizzati tipici del mercato di massa. In altre parole il pubblico dei consumatori non appare più come una massa omogenea e indifferenziata, ma come una pluralità di segmenti con caratteristiche ed esigenze specifiche. Gli utenti appaiono più come degli interlocutori informati ed attivi che dei passivi consumatori da sedurre. In questo contesto in cui l’offerta si moltiplica il motore del sistema, che fino a questo momento era identificabile nelle imprese attraverso la pubblicità, sembra trasferirsi alle famiglie attraverso il pagamento diretto da parte dell’utente in cambio dell’accesso a un particolare prodotto o servizio.

    Questi mutamenti hanno alimentato una ridefinizione delle funzioni dei diversi media e delle relazioni tra di loro, che ha dato vita, tra le altre cose, ad una progressiva contaminazione tra diverse forme di media: al Televideo, attraverso cui le emittenti televisive forniscono un’informazione scritta analoga a quella fornita da un giornale, si affiancano fenomeni di ibridazione merceologica, per cui diverse forme di comunicazione vengono incluse dentro un unico prodotto, è il caso ad esempio di libri, giornali e riviste a cui vengono abbinate audiocassette e videocassette.

    Favoriti dall’innovazione tecnologica i nuovi supporti e i nuovi media audiovisivi sono il frutto, nella maggior parte dei casi, della convergenza tra settori diversi dell’industria della comunicazione, e in particolare tra informatica e telecomunicazioni. Viene a determinarsi una separazione sempre maggior tra produzione e distribuzione dei prodotti televisivi. Una seconda conseguenza è l’affermarsi di una tendenza verso la delocalizzazione, uno stesso prodotto, cioè, può circolare attraverso canali diversi. Si tratta di un fenomeno particolarmente evidente quando si prenda il caso dei film: proiettato nei cinema, trasmesso in televisione, venduto o noleggiato in videocassetta, trasmesso via cavo, nel caso della Pay-Tv dietro pagamento di una cifra speciale. Infatti l’aspetto più evidente della crisi del cinema come medium di massa è il progressivo declino della sala cinematografica come punto di riferimento per gli spettatori. Dopo le polemiche e le numerose prognosi di crisi dell’industria cinematografica (in Italia il crollo delle presenze al cinema tra il 1970 e il 1975 sfiora la cifra del 50%), oggi possiamo dire che il cinema ha ancora un vasto pubblico, forse più ampio dei periodi precedenti, ma disseminato tra home-viedeo, televisione, pay tv e sale cinematografiche. Le sale stesse si sono trasformate nel tentativo di attirare il pubblico prima con l’introduzione della stereofonia e del cinemascope o cinerama, poi con l’invenzione delle multisale, che con minori costi di gestione offrivano una maggiore offerta, con tutto quello che gli sta attorno, ristoranti, negozi, commercializzazione di videocassette e di prodotti editoriali.

    La fig. 5 illustra la struttura comunicativa di un Personal Medium. L’idea di Personal Medium interpreta la tendenza alla crescente sinergia tra i media classici come al stampa, i film, la radio e i sistemi di comunicazione individuale, come il telefono, e le sue potenzialità nel dar vita a forme di comunicazione interpersonale nuove. Le tecnologie più recenti tendono infatti a colmare il vuoto tra quelle che erano modalità interpersonali (comunicazione faccia a faccia e telefonica) e quelle esclusivamente unidirezionali, come guardare un programma TV. Anche l’interattività, come la multimedialità, non è collegata unicamente all’introduzione delle reti telematiche ma è un processo molto più disseminato e lento che ha fatto la sua apparizione in altri media precedentemente. Nel 1984 quando ormai l’utilizzo delle telefonate "in onda" dopo aver trionfato nelle trasmissioni radiofoniche si è installato in molte trasmissioni televisive.

     

    4.4 Geografia planetaria dei media: i paesi extraoccidentali

     

    Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale mentre nell’Europa Orientale lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, cruciale per mantenimento del consenso e per il controllo sociale, fa il paio con la corsa alla competizione tra i due blocchi, l’area del terzo mondo presenta uno scenario più complesso e differenziato. L’ India, in cui il cinema era approdato fin dai tempi del muto, è oggi il primo paese produttore di film al mondo con circa 900 pellicole l’anno, mentre in altri paesi come il Senegal e l’Egitto è stato soprattutto a cavallo del processo di decolonizzazione che si sono sviluppate cinematografie a carattere nazionale. Da un lato i ritmi diversi di sviluppo economico e dall’altro lo squilibrio tra i diversi media fanno sì che sia difficilmente sintetizzabile. Il grafico n. 6 illustra con grande immediatezza la sproporzione tra primo e terzo mondo. Se accorpiamo i dati risulta che nel 1960 ben l’89% degli apparecchi televisivi si trova concentrata tra l’Europa e gli l’America del Nord, una proporzione che si riproduce anche sulle percentuali dei trasmettitori di cui solo l’12,3% si situa nella rimanente area, che occorre ricordare rifuarda circa l’80% dell’intera popolazione mondiale.

    Dunque la forte arretratezza economica e tecnologica, per cui queste risorse sono sempre in gran parte in mano alle potenze occidentali, da un lato, e gli elevati tassi di analfabetismo che hanno determinato una limitata diffusione della stampa quotidiana e periodica e facilitato l’uso della televisione a fini prevalentemente pedagogici dall’altro, ha fatto assumere alla radio un ruolo di primo piano. Per molto tempo, e in parte ancora oggi, la radio è stata il mezzo di comunicazione più importante in Asia e in Africa. Nel periodo successivo agli anni Sessanta si è avuto un processo di ampliamento dell’uso delle televisione che ha fatto il suo ingresso nel 1979 in Sri Lanka, nel 1980 in Birmania e nel 1982 in Mozambico. Un allargamento che non elimina, anzi talvolta rende più evidenti, le differenze nel numero dei trasmettitori e degli apparecchi riceventi.

    Nel 1964 Marshall McLuhan coniò il termine di "Villaggio globale" per descrivere la nuova città planetaria che stava emergendo dalla graduale integrazione tra televisione, telefono e computer. La Terra si sarebbe rimpicciolita al punto che i singoli paesi sarebbero diventati come quartieri di un’unica città-mondo. Se l’alfabetizzazione, prima con la scrittura e poi con l’invenzione della stampa, aveva frammentato l’umanità in gruppi che si erano raccolti all’interno delle città, i nuovi mezzi di comunicazione elettronica tenderebbero a rovesciare questa tendenza. In questa interpretazione la connettività secondo il modello del villaggio si sarebbe riaffermata questa volta su scala planetaria. Tra i sostenitori del villaggio globale molti avevano visto la fine della contrapposizione tra paesi industriali e paesi del Terzo Mondo. In realtà il processo che si è sviluppato si dimostra molto più contraddittorio. Se le comunità telematiche sembrano in qualche modo corrispondere ad uno spazio che supera e indebolisce le barriere nazionali, d’altro canto la città-mondo non è una pacifica e amichevole comunità tenuta insieme dalla tecnologia, ma è anche sede di nuove forme di dominazione, di dipendenza, di conflitto, come abbiamo visto nel caso della Guerra del Golfo. (Fig.7).

    Lo squilibrio diventa ancora più evidente qualora ci si sposti dalla fruizione al mondo della produzione e gestione dell’informazione. Se negli Stati Uniti viene esportato l’82% dei programmi televisivi prodotti e solo il 10% dei programi televisivi trasmessi è importatoa dall’Estero; nel resto degli altri paesi il rapporto ovviamente è radicalmente capovolto, mentre si esporta appena il 17,3% dei programmi televisivi prodotti, si importa il 90% dei prorammi televisivi trsmessi. Esistono circa 120 agenzie di stampa nel mondo e circa 50 paesi posseggono un’agenzia a carattere nazionale. Ma solo 5 di queste agenzie hanno una diffusione che copre l’intero pianeta: Associated Press, UPI, Reuter, l’AFP, l’agenzia Tass e si trovano tutte nel Primo mondo. Uno squilibrio che si è acuito con il progresso dell’informatica e lo sviluppo delle banche dati. Nel 1995 esistevano 10.000 banche dati di cui il 75% sono americane, il 21% europee e solo il 3% appartiene ad altri paesi.

    Lo sviluppo delle nuove tecnologie -in modo particolare della televisione satellitare e Internet- tuttavia non ha solo allargato la possibilità, attraverso la possibilità di diffondere immagini in tutto il mondo, di una ancora maggiore omologazione culturale, di cui il proliferare di paraboliche in contesti segnati da povertà economica e degrado nelle bidonville di San Paolo così come nelle periferie di Londra, Berlino e Roma sembrerebbe un indice, ma ha anche innescato processi di ibridazione alcuni dei quali si muovono nella direzione opposta . Spesso coniugando modernità ed arcaico.

     

    Bollywood (fig. 8)

    Il cinema è giunto in India quasi contemporaneamente alla sua invenzione. Alcuni mesi dopo la proiezione dei fratelli Lumiére a Parigi del dicembre 1895 la stessa cosa veniva ripetuta al Watson Hotel di Bombay. L’evento che suscitò molto scalpore e diede il via all’apertura di sale in diverse città e di alcune piccole case di produzione. A partire dalla prima produzione cinematografica interamente indiana che risale al 1913 con il film mitologico Raja Harishchandra, Bombay divenne il centro dell'industria cinematografica, da cui il soprannome di Bollywood dato all'area degli studi di produzione, dove l’avvento del sonoro non fece che incrementare il mercato con l’invasione di film musicali basati sulla tradizione. L'India è il paese che ha la maggiore produzione mondiale di lungometraggi con un totale di 948 titoli distribuiti nel 1990, ed è anche il paese ha prodotto complesivamente il maggior numero di lungometraggi di qualsiasi altro paese al mondo per un totale di 24.293 titoli dal 1913 al 1990. Esistono 11.000 sale sparse nell’intero paese e gli spettatori non sono meno di 75 milioni alla settimana. Le strade sono invase da immensi e coloratissimi cartelloni pubblicitari di film che coprono le facciate di case o palazzi o che incombono sospesi su tralicci appositamente costruiti nei posti più impensati. Bollywood è dunque la capitale del cosiddetto cinema commerciale, mentre il cinema d’autore si produce prevalentemente a Calcutta, del cinema masala (film-polpettoni) o degli Hindi-movies o Tamil-movies, una sterminata produzione destinata al mercato interno e anche ad alcuni paesi asiatici e africani, del Medio oriente, Russia e paesi dell’Est I manifesti cinematografici indiani costituiscono inoltre un interessante esempio di ibridità culturale, non solo tutti i divi sono piuttosto "robusti", indice in questa realtà di benessere e status sociale, ma anche i manifesti dei film hollywoodiani vengono rifatti arrotondando i visi e i corpi dei protagonisti.

    La lunga storia del colonialismo e dell’imperialismo ha portato numerose popolazioni di emigranti e di rifugiati dal Terzo al Primo mondo. I processi di de-localizzazione associati allo sviluppo dei nuovi networks di informazione e di comunicazione ha fatto che sì che dal settembra 1991 il Centro di Broadcasting del MedioOriente (MBC) con sede a Londra iniziasse a trasmettere per gli arabi che vivono in Europa notizie in lingua, giochi e film. L’Altro a cui l’Europa un tempo si rivolgeva ora si è installato proprio al centro della metropoli occidentale. L’obiettivo dichiarato era quello di costruire un ponte culturale tra il mondo arabo e l’Europa permettendo alle persone che parlano arabo di tenersi in contatto con la loro cultura e le loro tradizioni anche se lontani da casa. Una nuova comunità di telespettatori, che presuppone una nozione condivisa di appartenenza, alla quale ad esempio gli inserzionisti pubblicitari hanno guardato con crescente interesse. Vissuta come la controvoce della CNN durante la Guerra del Golfo la MBC tende a diventare un elemento chiave del senso della nazionalità per gli arabi che vivono all’estero, ma ne introduce anche importanti modificazioni. Il problema principale è infatti di capire a che tipo di definizione dell’identità e della cultura araba viene veicolata dalla MBC. Cioè pone il problema di quale parte dell’attuale mondo arabo possa dominare la selezione dei programmi. Il risultato, a livello formale, è una presentazione levigata da cultura "pop" di film (soprattutto egiziani), soap-opera (specie egiziane e siriane) e programmi per bambini (soprattutto kuwaitiani e giordani) che vanno sotto il nome di "cultura araba".

    4.5: La madre di tutte le reti .

     

    "Il mio nome è wjm@mit.edu (sebbene io abbia molti alias), e sono un flaneur elettronico. Abito nella rete". Paradossalmente ci avviamo alla conclusione della nostra esplorazione nella comunicazione di massa nel Novecento approdando ad un ambiente che per un verso si presenta in modo radicalmente diverso da quello della città ottocentesca da cui siamo partiti, ma per un altro ne richiama alcuni aspetti.

    Nei paragrafi precedenti abbiamo visto da punti di vista diversi l’approfondirsi dell’integrazione tra media diversi, l’apparire di innovazioni tecnologiche e il mutamento delle pratiche comunicative, in uno scenario che si può sintetizzare attorno a due parole chiave: multimediale e interattivo. Due categorie fondamentali per comprendere ed esplorare le reti della comunicazione digitale. La distinzione tra forme di comunicazione di massa, così come le avevamo definite nel secondo capitolo e le forme di comunicazione interpersonale, nelle quali il mezzo serve da tramite per lo scambio di messaggi tra due interlocutori, che tende ad assottigliarsi, qui appare quasi fuorviante. Se come abbiamo visto nel precedente capitolo prima la stampa e poi la televisione si erano affermate come media nazionali, Internet assume come caratteristica fondante l’extraterritorialità dell’informazione.

    Sarebbe tuttavia semplicistico considerare questo elemento come una caratteristica di tutte le reti telematiche. Nel 1984 il governo francese introdusse il primo sistema di videotesto elettronico su vasta scala, il Minitel, fornendo gratuitamente un terminale a tutti gli abbonati della rete telefonica francese. Qual è la differenza tra Minitel e Internet? Il Minitel è un prodotto che offre servizi centralizzati e messaggi unidirezionali, che evoca piuttosto i rischi di una struttura di relazioni su cui domina l’occhio dal "Grande fratello" descritto nel famoso romanzo 1984 di G. Orwell. La sua struttura è ordinata, gerarchica e divisa in elenchi, che richiamano l’impostazione della guida telefonica di cui in qualche modo è il sostituto. Internet invece non è una rete, ma piuttosto una rete di reti di computer, attraverso cui è possibile scambiare reciprocamente grandi quantità di dati in tempi ridotti e a costi relativamente contenuti rispetto ad altri mezzi. E’ cioè una rete acefala di collegamenti orizzontali che non avendo un centro, rende difficile il controllo. A differenza di altri modelli di rete che sia sul piano economico che su quello strutturale mantengono un’organizzazione accentrata e piramidale, come quella telefonica o elettrica che peraltro Internet utilizza, l’architettura di quest’ultima è fortemente decentrata.

    La genesi di Internet è infatti individuabile nel progetto visionario concepito alla fine degli anni Sessanta da un gruppo di ricercatori del Pentagono con l’aiuto dei migliori informatici delle università americane. Nel 1969 il governo degli Stati Uniti finanzò Darpnet, una rete di computer pensata per collegare i centri di ricerca privati e universitari coinvolti in programmi militari e spaziali , scambiarsi messaggi, creare giganteschi archivi, aprire discussioni a cui potessero partecipare svariate persone contemporaneamente da luoghi molto lontani. L’idea era di creare un sistema di comunicazioni che, in caso di invasione da parte di una potenza straniera o di distruzione dei centri di comunicazione del paese, potesse sopravvivere per mezzo di canali di comunicazione alternativi. Agli inizi degli anni Ottanta venne costruita una seconda rete Milnet, per consentire comunicazioni non soggette a segreto militare tra università e scienziati. In seguito le due reti vennero interconnesse insieme ad altre nate nella comunità scientifica e accademica sotto l’ombrello di Internet. E’ per questa capacità che ha avuto Internet di includere a mano a mano tutte le altre reti telematiche che viene considerata la madre di tutte le reti.

    Dopo un periodo in cui si era trasformata in un mondo elttronico semi-anarchico, alimentato dall’utopia della frontiera elettronica come nuovo spazio libero dalle relazioni di potere che dominano la sfera pubblico-politica tradizionale, negli anni Novanta essa si è affermata come canale di comunicazione ordinaria di utenti privati e di soggetti commerciali.

     

    Dal calcolatore elettronico al personal computer. (Fig. 9)

    Il termine informatica indica il trattamento dell'informazione con mezzi elettronici. Generata dalla matematica e dall'elettronica ha spiccato il volo a metà degli anni '50. Nei primi tempi fu limitata a usi militari e spaziali ma l'introduzione del transistor a basso costo, che è la cellula base del computer, ha consentito la diffusione dell'informatica dapprima nelle grandi imprese e poi anche nelle case.

    I primi computer concepiti prima della comparsa dei transistor erano infatti giganteschi calcolatori elettronici. L'ENIAC riportato nella figura qui accanto venne messo a punto nel 1944 all'università della Pennsylvania. Costruito in un esemplare unico e sperimentale, pesava 30 tonnellate e utilizzava lampade elettroniche, mentre le operazioni venivano programmate connettendo centinaia di cavi.

    A partire dagli anni '70 apparverso macchine piú ridotte nelle dimensioni e se dapprima le applicazioni dell'informatica furono rivolte verso l'automazione di calcoli ripetitivi e molto complessi, in seguito esse si sono estese ad ambiti sempre piú diversificati. La disponibilità a partire dalla metà degli anni '70 dei microprocessori ha reso possibile la costruzione di micro-computer destinati ad "uso personale" da parte del singolo professionista, impiegato o utente domestico.

     

    Come mai ci è voluto un arco di tempo così lungo perché Internet assumesse una rilevanza di questo tipo? Una prima risposta va cercata nel fatto che il successo di Internet infatti non dipende da un salto tecnologico come quello che ha permesso la nascita del Personal Computer, che ha a che fare con l’hardware, ma piuttosto da un insieme di regole (protocolli di comunicazione) trasformati in opportuni software adatti ad operare sulla normale rete telefonica. Uno sviluppo quest’ultimo fortemente incrementato nel 1991 con la nascita del World Wide Web ( La Ragnatela Mondiale). In secondo luogo alla possibilità di una sua diffusione capillare era necessario il precedente dilagare di massa dei Personal Computer che ne hanno costituito il mercato potenziale. A partire dai primi anni Novanta esisteva cioè una vasta popolazione già familiarizzata con il computer, culturalmente e praticamente disponibile ad esplorare il nuovo orizzonte che permetteva di uscire dall’isolamento del rapporto con la macchina. La macchina restava personale ma collegata e collegabile. Il computer si trasformava definitivamente da calcolatore a strumento di comunicazione. Poiché l’insieme di dati che viaggiano sulla rete comprende parole scritte, suoni e immagini Internet può essere considerata il primo mass medium multimediale, interattivo e personale.

    La possibilità di considerare Internet come un nuovo medium deriva dal fatto che essa non è nata dal nulla ma è l’erede di altri modelli di comunicazione, il cui risultato tuttavia è un sistema "socio-tecnico" senza precedenti, cioè che costituisce qualcosa di diverso della semplice somma e versione elettronica di oggetti e linguaggi precedenti. Più complesso è stabilire in che termini si tratti di un nuovo medium di massa. A sostenere quest’ipotesi è ad esempio la tendenza di Internet ad adottare un modello televisivo, basato cioè sull’emissione dal centro verso gli utenti di veri e propri programmi, in cui cioè la possibilità di visitare un numero sempre maggiore di siti sembra prevalere sull’affermarsi di possibilità di interazione ver e propria. La difficoltà a valutare le sue caratteristiche nasce dal fatto che si tratta di un medium giovane, in continuo movimento che,come abbiamo visto, si modifica in relazione ai nuovi soggetti che vi si affacciano.

    Senza volere proporre un’unica risposta ci pare interessante ripercorrere le due strade che si aprono nel futuro, come illustrate da Franco Carlini:

    La prima è che Internet si evolva come un medium unico e originale, sviluppando fino in fondo le sue potenzialità. In questo senso la principale novità che essa presenta è la dissoluzione della contrapposizione tra parole e immagini, tra prosa e visione che ha caratterizzato la cultura in gran parte di questo secolo. Collegato a questo aspetto è la possibilità di evidenziare l’elemento dell’interattività, per cui a differenza di un semplice testo un nodo Internet è qualcosa di diverso da un elenco di rimandi (link).

    La seconda possibilità, invece, è che si assita all’esplosione di un insieme di sottosistemi ognuno dotato di un suo linguaggio, di forme di relazione proprie e di modelli economico e sociali spesso divergenti l’uno dall’altro. Un’ipotesi che prevede la separazione più in specifo tra tre dimensioni :

    -i Servizi di comunicazione tra le persone, al cui al centro sta la posta elettronica

    -l’Internet sociale, cioè il luogo della convivialità e dell’agire comunicativo

    -il Web a sua volta suddiviso per utenze e tipi di attività, entertainment, commerciale, educativo, informativo.