ritorna a indice storia

1. Le premesse del secolo a venire: lo spazio dei media

1.1 Introduzione

1.2 L’età dell’opinione pubblica: stampa e pubblicità

1.3 Suoni ed immagini: un nuovo pubblico

1.4 La riproducibilità ossessione della modernità

1.5 Il cinema

---------------------------------------------------------------

1.1 Introduzione

 

La fine dell’ottocento è una fase cruciale per comprendere molte delle parabole lungo cui si è sviluppata la storia della comunicazione nel secolo che ci apprestiamo ad esplorare. Il complicato intreccio di innovazioni tecnologiche, mutamenti dell’organizzazione sociale, del tessuto economico e della sfera politica che darà vita ad un modello di comunicazione di massa che si affermerà in quanto tale solo nel secolo successivo, si situa dunque in una fase che coincise nel mondo occidentale da una parte con le seconda rivoluzione industriale e dall’altra con l’allargamento della partecipazione alla vita politica.

Prima dunque di guardare più da vicino alle caratteristiche della sfera comunicativa nell’Ottocento è importante mettere a fuoco alcuni elementi del paesaggio in cui comincia la nostra navigazione. In questo capitolo in particolare lo scenario nel quale ci muoveremo ha per protagonista la spazio urbano. E’ la geografia stessa della città ad essere plasmata e modificata dalla seconda rivoluzione industriale, mentre la trasformazione dei significati simbolici connessi alla idea di spazio pubblico e di spazio privato sono strettamente collegati all’espandersi della democrazia politica. In che termini questi due processi coinvolgono direttamente l’oggetto della nostra attenzione? La seconda rivoluzione industriale in quanto caratterizzata dall’emergere dell’industria chimica e dello sfruttamento dell’energia elettrica, per un verso pose le basi per lo sviluppo dei supporti tecnici (pensiamo alla celluloide, ai dischi, ecc.) dei mezzi di comunicazione, per un altro richiamando grande masse di manodopera nelle città accelerò il processo di urbanizzazione ponendo le basi per l’affacciarsi di nuove esigenze nell’uso del tempo e di nuove forme di cultura e divertimento. Il lavoro industriale, in modo più eclatante rispetto al periodo precedente, provocava infatti nei ritmi della vita quotidiana una netta separazione tra il tempo del lavoro e il tempo del riposo, preparando l’apparire di una terza dimensione: il tempo libero.

Lo spazio urbano inoltre è al centro delle trasformazioni che si delineano nel progressivo spostamento da un’organizzazione sociale fondata sulla "comunità", ad una in cui diventa sempre più centrale l’idea di "società". Se nel primo caso è l’appartenenza ereditata ad una determinata collettività ad essere fondante dell’identità del singolo nel secondo caso l’interesse si sposta gradualmente dal piccolo gruppo verso l’individuo. Mentre la piazza delinea un nuovo spazio pubblico abitato da individui su cui si fonda la moderna democrazia, il sistema della comunicazione di massa costituisce una delle dimensioni che contribuiscono a garantire il legame tra l’individuo e la società globale, inglobando il singolo in un insiema più vasto e omogeneo "il pubblico". .

La città attraversata da fili, reti elettriche, ferrovie, e illuminata a giorno da lampioni, insegne e vetrine fu quindi il grande teatro delle nuove forme di comunicazione pubblica. Naturalmente il passaggio verso questo nuovo scenario fu meno lineare di quanto possa suggerire questa descrizione e sollevò paure e resistenze. In questo capitolo renderemo quindi in considerazione tanto gli elementi di cerniera tra questo nuovo panorama sociale e la società tradizionale, quanto i momenti di rottura. In particolare ci concentreremo su due dimensioni:

-da un parte l’affacciarsi alla fine del secolo di nuovi media, come il telefono, il cinema, la stampa, la fotografia, che tendono a sottolineare in modo sempre più evidente una differenza tra comunicazione personale e comunicazione di massa.

-dall’altra i mutamenti che costituiscono allo stesso tempo l’humus per lo stabilirsi di una comunicazione di massa e le conseguenza che l’impiego delle nuove pratiche comunicative introducono. Cercando di individuare le precondizioni del diffondersi della comunicazione di massa.

L’apparire della comunicazione di massa si accomapgna dunque a un duplice processo: da un parte i media rispondono alle caratteristiche di una società con nuove esigenze e bisogni, ma non occore dimenticare che dall’altra forniscono modelli di traduzione dell’esperienza in forme nuove, creando quindi non solo nuove sensibilità ma stimolando a loro volta cambiamenti nei modi di pensare e di organizzarsi degli individui.

 

1.2 L’età dell’opinione pubblica: stampa e pubblicità

 

Tra i molti fili che si potrebbero scegliere per inoltrarci nell’esplorazione del periodo che segnò l’emergere della comunicazione di massa la stampa è sicuramente uno degli elementi maggiormente segnati da forme di continuità con il periodo precedente. Essa infatti ci porta indietro, nel cuore del XV secolo quando attraverso l’invenzione della stampa si rese possibile una maggiore e diversa circolazione della cultura, e allo stesso tempo ci proietta in avanti, nel Novecento quando il mondo della carta stampata si intrecciò intimamente con il ristrutturarsi dell’arena politica e delle dinamiche del mercato.

Lo storico inglese Benedict Anderson riflettendo sui fattori determinanti che hanno reso possibile l’affermarsi del nazionalismo e dell’idea di nazione prende le mosse dalle seguenti considerazioni: mentre gli abitanti di una piccola cittadina o di un quartiere costituiscono una comunità che non ha bisogno di essere immaginata in quanto i suoi membri si conoscono tutti, gli abitanti anche della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né probabilmente li incontreranno, eppure nella loro mente esiste l’immagine di essere parte di una comunità. Che cosa ha reso possibile che la nazione si configurasse come una comunità politica immaginata? Tra i diversi processi egli assegna un posto centrale alla nascita del "capitalismo-a-stampa", dell’editoria, cioè come impresa capitalistica, in grado attraverso il romanzo e il giornale di definire nuovi mercati che coincidevano con le lingue volgari. Sebbene il mercato editoriale rispetto a quello di altre merci, avesse dimensioni ridotte, il suo ruolo strategico nella diffusione delle idee lo rese di importanza fondamentale nello sviluppo dell’Europa moderna:

  • "Quello che, in un senso positivo, rese le nuove comunità immaginabili fu una quasi casuale, ma esplosiva , interazione tra un sistema di produzione e di relazioni produttive (capitalismo), una tecnologia delle comunicazioni (la stampa), e la fatalità della diversificazione linguistica umana (...) che nella sua morfologia essenziale pose le basi delle nazioni moderne" (Comunitè immaginate, p. 58-61) .
  • In modo simile è difficile separare tra loro la nascita della democrazia da quella del moderno giornalismo. Sebbene per tutto il XV e il XVI secolo fossero diffuse un po’ ovunque periodici e gazzette letterarie è in Inghilterra che nel 1702 è nato il primo quotidiano della storia il "Daily Courant" e poco più tardi lo "Spectator". Qui alla fine del Settecento si determinarono le condizioni grazie alle quali il nuovo giornalismo assunse la fisionomia che si sarebbe affermata nei due secoli seguenti. In quegli anni Londra aveva un numero elevatissimo di abitanti, circa 650.000 su un totale di 6 milioni di popolazione inglese, l’affermarsi dell’Inghilterra come potenza commerciale e il consolidamento della rivoluzione industriale avevano attratto nella capitale migliaia di lavoratori. Questo significava un numero sufficiente di lettori e l’interesse da parte di una crescente classe media e di un commercio fiorente.

    Alla fine del Settencento John Walter, uno stampatore londinese, sperimentò un nuovo processo di stampa e concentrò le sue energie sul giornale che dal 1785 prese il nome di "Times". Era nato il più celebre quotidiano del mondo, che il suo fondatore, arrestato per un libello contro i membri della famiglia reale, diresse per due anni dalla prigione, organizzando una serie di corrispondenti per seguire le guerre napoleoniche. Tra il 1760 e il 1820 le tirature annue dei giornali londinesi passarono da 10 a quasi 30 milioni di copie. Una crescita vertiginosa che portò lo scrittore whig Edmund Burke nel 1787 alla Camera dei Comuni a rivolgersi alla tribuna dei giornalisti, pronunciando una frase che divenne la metafora del mondo giornalistico "Voi siete il Quarto potere". All’inizio dell’Ottocento, malgrado le limitazioni politiche ed economiche che ancora frenano l’espansione dei giornali, la stampa diviene di fatto uno strumento di importanza fondamentale per la lotta politica, ponendosi come elemento di controllo e di critica nettamente distinto dallo stato. Non c'è esponente di rilievo del movimento liberale o democratico che non vi abbia posto attenzione e non vi abbia dedicato energie. Una situazione che portava a metà dell’ottocento, Alexis de Tocqueville a scrivere:

  • "Quando gli uomini non sono più legati tra loro con legami solidi e permanenti, non si può ottenere che una moltitudine intraprenda un’azione comune, se non presuadendo ognuno di quelli, la cui cooperazione è necessaria, che il suo interesse personale lo obbliga a unire volontariamente i suoi sforzi agli sforzi di tutti gli altri. Questo non si può fare abitualmente e comodamente, senza l’aiuto di un giornale; solo un giornale può arrivare a inculcare in mille teste lo stesso pensiero. Il giornale è un consigliere che non si ha bisogno di andare a cercare ma che si presenta da solo e vi parla tutti i giorni e brevemente degli affari comuni, senza distogliervi dai vostri affari personali. I giornali si fanno, quindi, sempre più necessari a mano a mano che gli uomini diventano più uguali e l’individualismo più temibile"
  • Se politici e osservatori rilevano come i giornali stiano diventando uno strumento di "socializzazione politica", gli imprenditori più attenti capiscono che per allargare il pubblico dei lettori occore ridurre i costi di fabbricazione e allo stesso tempo trovare una formula meno intellettuale. La stampa quotidiana si allontana quindi sempre di più dallo stile letterario che l’aveva contraddistinta fino alla metà del XIX secolo e la grande diffusione dei giornali fu possibile anche grazie alle migliori condizioni economiche e all’ampliamento e miglioramento del servizio postale. Le imprese giornalistiche si consolidarono e si organizzarono nelle forme moderne: da fatto di élite il giornalismo divenne un fenomeno sociale in grado di influenzare tutte le categorie di cittadini e di contribuire a formare l’opinione pubblica. Quest’ultima categoria è infatti strettamente collegata all’emergere della sfera pubblica che il filosofo Jurgen Habermas ha definito come:

  • "l’ambito della nostra vita sociale , in cui si può formare quella che viene chiamata opinione pubblica. L’accesso ad essa è fondamentalmente aperto a tutti i cittadini (...) I cittadini agiscono come pubblico quando, non sottoposti ad alcuna costrizione, cioè con la garanzia di potersi incontrare e associare liberamente, di poter esprimere e pubblicare liberamente le loro opinioni, discutono problemi di comune interesse (...) L’espressione "opinione pubblica" si conferisce ai compiti di critica e di controllo che il pubblico dei cittadini esercita in modo informale - e anche formalmente nel corso delle elezioni politiche- sul dominio organizzato dello Stato"
  • La nuova domanda di informazione coincideva quindi con il diffondersi del suffragio universale ed era alimentata dalla possibilità di un accesso alla pagina scritta che si andava allargando sia per l’aumento dell’istruzione primaria e sia per il diminuire dei costi. Un nuovo pubblico che nel giro di alcuni decenni avrebbe compreso oltre alle fasce più basse del ceto medio e degli artigiani anche la massa dei salariati della classe operaia.

    In Italia i giornali- Gazzette, Monitori e Corrieri- restarono per tutto il Settecento e per buona parte dell’Ottocento prodotti di élite con una circolazione limitata. Si trattava in prevalenza di settimanali destinati ad alimentare la battaglia delle idee e il dibattito politico, espressione delle idee illuministiche e degli ideali risorgimentali. Nel 1801 uscì a Milano il primo quotidiano commerciale italiano "Colpo d’occhio giornale sulla città di Milano, ossia annunzio di economia, arti e commercio", occorre tuttavia aspettare la seconda metà dell’ottocento per vedere la fioritura dei quotidiani anche in Italia. I limitati progressi dell’istruzione pubblica e dei mezzi di comunicazione, l’estrema ristrettezza della classe dirigente, l’insufficiente tradizione parlamentare e liberale concorsero a ritardare la nascita del moderno quotidiano nell’Italia Unita per un trentennio. Una tratto questo che caratterizza tutta la vicenda dello sviluppo del sistema dei media in Italia: avvenuto in relativo ritardo rispetto agli paesi europei, esso è tuttavia spesso caratterizzato da uno sviluppo più intenso e rapido che altrove. L’inizio del decollo industriale e i progressi del movimento operaio agirono da molla e impressero un’accelerazione decisiva all’espansione della stampa quotidiana e periodica nel nostro paese, sebbene la percentuale di analfabeti rimanesse ancora superiore al 70%. Alla fine del secolo nascono i grandi quotidiani alcuni dei quali ci accompagnano ancora oggi; Il Corriere della Sera nel 1876, Il Messaggero 1878, Il Resto del Carlino nel 1885, La Stampa 1895.

    Il messaggio di entrambi i manifesti pubblicitari riprodotti nella fig. 1, che si riferiscono a due realtà così diverse come gli Stati Uniti e l’Italia, pone l’accento sul basso prezzo grazie al quale si può accedere alle notizie. In tutto l’Occidente dunque si assiste ad un doppio fenomeno: da una parte con l’aumento del livello medio di istruzione e la diminuzione dell’analfabetismo un pubblico sempre più vasto si accosta alla lettura della stampa; dall’altra parte, la stampa cerca di accostarsi ai lettori popolari allargando i confini del proprio pubblico. Gli ultimi trent’anni del XIX secolo sono stati definiti, insieme al primo decennio del Novecento, "L’età classica" del giornalismo, e in effetti nel periodo che va dal 1870 e il 1914 si registra un aumento continuo del numero dei lettori in quasi tutti i paesi industrializzati. Saranno in seguito il cinema, la radio e la televisione a togliere al quotidiano il monopolio dell’informazione, ma fino all’esplodere della prima Guerra Mondiale è la carta stampata la grande protagonista.

     

    Il romanzo d’appendice.

    La commistione tra informazione ed evasione è spesso considerata caratteristica di una fase avanzata della comunicazione di massa in cui è predominante il mezzo televisivo. Occorre ricordare tuttavia che la diffusione dei media presso il grande pubblico si accompagna, fin a partire dalla diffusione dei quotidiani nella seconda metà del XIX secolo, ad un posto significativo riservato ai contenuti di evasione, sia che si tratti di feuilleton, sia che si tratta di giochi o di humour. Con il termine feuilletton si è soliti riferirsi sia all'appendice letteraria di un giornale sia al romanzo in esso pubblicato. La genesi del romanzo d'appendice è dunque legata alla pratica di pubblicare a puntate romanzi scritti molto spesso dai grandi scrittori dell’epoca. Per tenere viva l'attenzione e la curiosità dei lettori il feuilletton utilizzava ogni mezzo e venivano prediletti i grandi affreschi storici e le vicende commoventi Il primo esempio è costituito dal Robinson Crusoe di Daniel De Foe apparso a puntate nel periodo che va dal 1719 al 1720 sul "Daily Post" di Londra. La formula riscosse vastissimo consenso e scrissero per i quotidiani scrittori come H. de Balzac, E. Zola, G. de Maupassant, G. Sand, A. Dumas. Per quanto riguarda l'Italia tra i numerosi autori si incontrano Matilde Serao, Catrolina Invernizio, Emilio De Marchi. Nonostante si tratti di un genere letterario all'interno del quale si annoverano opere di rilievo, in seguito il termine ha assunto nel linguaggio corrente l'accezione negativa di romanzo patetico e lacrimoso .

     

    Il nome del primo quotidiano italiano "Colpo d’occhio giornale sulla città di Milano, ossia annunzio di economia, arti e commercio", pone in risalto come fin dalle origini stampa e pubblicità siano state strettamente collegate. La stampa potrà infatti affermarsi come sfera autonoma e indipendente dal potere politico solo quando, quale conseguenza della rivoluzione industriale, gli introiti della pubblicità permetteranno al giornale di sostenersi economicamente. All’inizio si trattava di semplici inserzioni, formate da un lungo testo argomentativo e del tutto prive di illustrazioni, pubblicate gratuitamente, almeno in un primo tempo, perché considerate come un servizio reso ai lettori. Ma a partire dall’inizio dell’Ottocento soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti le entrate derivanti dalle inserzioni pubblicitarie diventarono, accanto alle vendite e agli abbonamenti, una fonte di reddito indispensabile. E’ proprio in questo periodo che accanto alle inserzioni iniziarono ad esser pubblicati i primi annunci pubblicitari. Servendosi di artifici tipografici e utilizzando le immagini essi sollecitavano il lettore con un effetto di sorpresa, evidenziando e rendendo più efficace il messaggio.

    L’aumento del movimento annuo di incassi derivanti dalla pubblicità sui giornali -destinato ad un incremento vertigionoso entro gli inizi del ‘900- era determinato dai progressi industriali e dal conseguente aumento di produzione di beni di consumo. L’esigenza della pubblicità si sviluppò insieme alla formazione del moderno sistema di mercato quando il commercio a carattere locale, basato su piccole imprese familiari e artigiane, cedette progressivamente il passo ad una rete di traffici commerciali prima su scala nazionale e poi internazionale. Quando grazie ai trasporti fu possibile vendere la propria merce anche in mercati lontani da dove si era svolta la produzione, allora divenne indispensabile istituire una comunicazione tra venditori e compratori fisicamente separati. Questa trasformazione fu all’origine, a partire dalla seconda metà dell’ottocento, del diffondersi dell’uso del manifesto pubblicitario, degli annunci affissi su tram e carrozze.

    Parigi fu la prima città a vedere le proprie strade arredarsi in modo nuovo e artisti importanti come Jules Chéret, Toulouse-Lautrec in Francia e più tardi Marcello Dudovich e Fortunato Depero in Italia si misurarono con l’arte dell’affissione. I manifesti dapprima adoperati per reclamizzare spettacoli, esposizioni artistiche, attività editoriali trovarono nella rivoluzione industriale nuovi temi: le merci, i beni di consumo, i grandi magazzini. Il boom della pubblicità nasceva dalla necessità di farsi conoscere da un alto numero di consumatori, di invitare all’acquisto di prodotti nuovi che non erano mai stati presenti sul mercato, e di convincere che quei prodotti erano necessari e indispendabili, creare nuovi bisogni per dar vita a quella che nel giro di alcuni decenni sarebbe stata chiamata "società dei consumi". Chi era il pubblico a cui si rivolgeva la comunicazione pubblicitaria? In questa fase si trattava di un pubblico di consumatori ancora assai ristretto, formato per lo più dai ceti medio-superiori di estrazione borghese ed urbana, letterato, consumatore di beni di lusso.

    Il processo di urbanizzazione rendeva la strada lo spazio più utilizzato dalla comunicazione pubblicitaria: i grandi manifesti colorati, le insegne, i volantini, gli annunci sui giornali ne furono i primi strumenti. Un processo di spettacolarizzazione delle merci che era stato inaugurato dalle grandi esposizioni, prima nazionali e poi universali. Esse occupavano ampie aree delle città europee creando un grande immaginario nel quale il consumatore poteva immergersi direttamente. Inserendosi nel traffico di tram, biciclette e pedoni e nei flussi della folla urbana il manifesto faceva la sua comparsa nel paesaggio della città dando vita a un nuovo modo di fruizione dell’immagine sempre più distratto e disturbato, basato sulla capacità di catturare lo sguardo. Era dunque sull’immediatezza e sulla ricchezza informativa del visivo che l’affiche giocava la sua forza d’attrazione e il suo potere di seduzione, contribuendo a sviluppare un nuovo tipo di sensibilità.

    1.3 Suoni e immagini: un nuovo pubblico

     

    A contribuire al dilagare delle immagini nel paesaggio urbano era stata a metà del secolo l’introduzione della fotografia. Per capire a fondo l'importanza e la dinamica dell'evoluzione di questo medium occorre tenere presente la duplicità che l'ha caratterizzato fin dalle origini, per cui mentre per un verso costituiva la risposta ai bisogni tipici della civiltà industriale, essa si inseriva, allo stesso tempo, in modo totalmente nuovo nella lunghissima ricerca di mimare il mondo circostante e di rappresentarne l’immagine. Infatti tra coloro che per primi contribuirono a mettere a punto la tecnica fotografica si annoverano pittori e esperti in litografie. A quest’ultima categoria appartiene Nicéphore Niepce che nel 1926 sviluppò e fissò per la prima volta l’immagine di un edificio su una lastra di peltro spalmato con una sospensione bituminosa di sali d’argento ed esposta alla luce di un rudimentale apparecchio da ripresa che l’inventore stesso definì come "una specie di occhio artificiale". Contemporaneamente Louise-Mandé Daguerre (1787-1851) brevettava un dispositivo che otteneva il medesimo risultato fissando la luce su lastre di rame argentato, si trattava di immagini fotografiche di grande precisione ma non riproducibili. Il successo fu tuttavia enorme: nel 1850 in America vi erano circa 2.000 dagherrotipisti mentre si calcola che nel 1853 siano state eseguite 3 milioni di fotografie.

    Il proliferare di procedimenti e tecniche si sviluppa quindi in due direzioni: da una parte coloro che privilegiano la copia unica e fanno della fotografia uno strumento espressivo utilizzato da professionisti -in questo senso si presenta come ritratto-, dall'altra coloro che si interessano invece al "multiplo" e fanno sì che l'invenzione si diriga verso l'edizione fotografica. E’ nel 1840 che William Fox Talbot inventa infatti un procedimento di stampa positivo su carta, che permette di riprodurre un’immagine su una quantità potenzialmente illimitata di copie. A partire da questo momento il progesso tecnico della fotografia si svolge nei grandi laboratori dell'industria e non negli studi dei singoli fotografi, ed è rivolto in gran parte alla conquista di un pubblico larghissimo attraverso la costante semplificazione dei metodi operativi. A partire dal 1880 iniziano a compararire un numero straordinario di macchine fotografiche portatili e nel 1887 George Eastman lancia la più rivoluzionaria delle macchine: la Kodak. Si trattava di una piccola scatola con un obiettivo a fuoco fisso caricata in fabbrica con una pellicola fotografica sufficiente per 100 scatti. Dopo aver scattato tutte le fotografie la macchina veniva mandata alla ditta che provvedeva allo sviluppo e alla stampa dei negativi. Questi venivano poi rispediti al mittente in montature di stagnola insieme alla macchina nuovamente ricaricata. "You press the button, we do the rest" ("Voi premete il bottone, noi facciamo il resto") era lo slogan che accompagnava il lancio del prodotto sul mercato.

    Si apre così una fase di espansione sia ella fotografia amatoriale, che consente di cogliere e fissare aspetti del mondo esterno e della vita familiare, sia la fotografia documentaria e d'attualità, che fa il suo ingresso nella carta stampata. Già nel 1855 Robert Feulon aveva reso la severa e fedele testimonianza della crudeltà e della miseria di una guerra fotografando per la prima volta gli scontri durante la guerra di Crimea, mentre nel 1904 usciva a Londra il "Daily Mirror", letteralmente "lo specchio quotidiano" il primo giornale del mondo illustrato solo di fotografie e non con incisioni e disegni. Con lo sviluppo da un lato degli album fotografici, che diventano una sorta di luogo della memoria familiare, e dall'altro del fotogiornalismo, si andava trasformando radicalmente il modo di guardare il mondo e di percepire il passato.

    Il 1 giugno 1861 un anonimo articolista scriveva sul periodico londinese "Once a week":

  • "Oggi, per una somma assurdamente piccola, possiamo familiarizzarci non solo con tutte le famose località del mondo, ma anche con quasi tutti gli uomini illustri d’Europa. L’ubiquità del fotografo ha del meraviglioso. Oguno di noi ha visto le Alpi e conosce a memoria Chamonix e la Mer de Glace, anche se non ha mai sfidato gli orrori della Manica...Abbiamo attraversato le Ande, abbiamo scalato Tenerife, siamo entrati in Giappone, abbiamo "fatto" le cascate del Niagara e le Thousand Isles, ci siamo inebriati delle delizie della battaglia con i nostri simili (nelle vetrine dei negozi), ci siamo seduti ai conciliaboli dei potenti, abbiamo preso confidenza con re, imperatori e regine, prime donne, idoli del balletto e attori elegantissimi. Abbiamo visto fantasmi e non abbiamo tremato; siamo rimasti in piedi davanti a sovrani senza toglierci il cappello; abbiamo contemplato insomma, attraverso una lente di tre pollici, ogni e ciascuna pompa e vanità di questo mondo così perfido e così bello"
  • Nell’ultimo scorcio di secolo si realizza la prima fase di industrializzazione della cultura di massa, incentivata dall’apparire di nuove di divertimento tra cui il cinema diventerà la più popolare. Se fino a quel momento le attività economiche legate al campo della comunicazione erano limitate alle imprese editoriali, giornalistiche o librarie, negli ultimi venti anni del secolo il panorama si modificò notevolmente. Si apriva un nuovo mercato legato alla produzione e commercializzazione degli apparecchi di ricezione, prima col fonografo e poi con grammofono; alle apparecchiature professionali e amatoriali fotografiche e infine alla produzione discografica.

    Il sistema dei media a cavallo tra Ottocento e Novecento, in cui la stampa non è più il solo strumento in grado di raggiungere migliaia di persone con uno stesso messaggio, si presenta dunque profondamente diverso da quello che all’inizio di questo capitolo abbiamo visto caratterizzare l’età dell’oro del’opinione pubblica. Le differenze principali si possono identificare in due aspetti:

    - I nuovi media come il fonografo, il grammofono, il telefono, il cinema che fanno la loro apparizione nel periodo che va dal 1875 al 1895 così come le trasformazioni e gli sviluppi della carta stampata - nascono la lynotipe, le macchine di piegatura veloce dei giornali e la telescrittura- sono legati all’evoluzione e alla diffusione dell’energia elettrica.

    -Diventano protagonisti della scena della comunicazione strumenti che privilegiano il suono e l’immagine e si osserva un progressivo svincolamento dalla scrittura. Essi sembravano rispondere alle domande di un nuovo tipo di pubblico che era rimasto estraneo alla fase precedente in cui la stampa era stata la sola forma di comunicazione rivolta ad un pubblico indifferenziato. Si tratta di un pubblico urbano, analfabeta o semiletterato.

    La principale novità che questi mezzi di comunicazione condividono è di diffondere un nuovo tipo di divertimento e di rapporto con la cultura a cui possono accedere anche coloro che non sanno leggere o hanno un grado di alfabetizzazione molto basso. Il peso dello scritto, ancora preponderante in quasi tutti i media ottocenteschi veniva ridimensionato a favore dell’immagine e del suono. Il grammofono introducendo la possibilità di riprodurre il suono permette ad un vasto pubblico di ascoltare a casa le voci dei cantanti famosi: "Non andate più a teatro! Poiché ognuno può a casa sua sentire i nostri valenti artisti per mezzo del nuovo apparecchio", come esorta lo slogan del manifesto riprodotto nella fig. 2. Il cinema consentiva di trasmettere contemporaneamente lo stesso spettacolo in centinaia di sale a costi più contenuti delle tradizionali rappresentazioni teatrali. Accostando i due diversi manifesti è interessante osservare la duplicità del messaggio che sottende questi annunci pubblicitari: da una parte viene esaltata la possibilità per tutti di avere accesso al nuovo mezzo, dall’altra parte quest’ultimo, posto al centro della scena teatrale, viene presentato come un avvenimento spettacolare in se stesso.

    E’ importante tuttavia sottolineare che l’affermarsi di questi nuovi media fu il risultato dell’intrecciarsi di una serie di condizioni e di esigenze di cui l’innovazione tecnologica non era che una tra le tante, tra cui occorre ricordare: la disponibilità economica da parte di una larga fetta di acquirenti e il fiuto di soggetti commerciali in grado di cogliere le esigenze di divertimento di nuovi gruppi sociali a cui i tradizionali impresari culturali non si erano mai rivolti. Il caso della possibilità della riproduzione del suono è a questo proposito eloquente per l’intrecciarsi di un complesso insieme di condizioni. Nel 1877 quando Thomas Alva Edison aveva inventato il fonografo, l’aveva fatto con scopi molto diversi da quelli dell’ascolto musicale. In un famoso articolo sul futuro del fonografo pubblicato dalla "North American Review" la musica risultava solo all’ultimo posto in una graduatoria che vedeva la stesura di lettere, la dettatura e le applicazioni educative ai primi posti. Il fonografo era dunque stato immaginato nè più né meno come una macchina d’ufficio. E in effetti sulle prime il fonografo era considerato una semplice curiosità: la macchina era fatta per parlarci, starnutire, imitare cani e galli. Negli stessi anni il tedesco-americano Emile Berliner si concentrava sulla registrazione e inventava il disco che permetteva una duplicazione delle registrazioni sonore su vasta scala e nel 1889 in Germania una ditta di giocattoli fabbricava i primi grammofoni e i primi dischi, mentre a New York G. Bettini persuadeva artisti di fama internazionale a incidere la loro voce.

     

    Alle origini dello star-system discografico: Enrico Caruso.

    A Milano l'11 aprile del 1902 il tenore Enrico Caruso entrava nello studio di registrazione improvvisato dai fratelli Fred e Will Ginsberg in una stanza del "Grand Hotel de Milan". Presenti in Italia per registrare la voce di Papa Leone XIII, di passaggio a Milano avevano sentito Caruso alla Scala e affascinati dalla sua voce lo avevano invitato per una registrazione. Fu così che Caruso, non ancora celeberrimo tenore napoletano, accompagnato dal suo pianista, accettò di cantare dieci arie dinanzi alla rudimentale tromba di incisione, per la cifra di cento sterline. In brevissimo tempo questa incisione fruttò alla società inglese Gramophone Company quindicimila sterline e grazie a queste incisioni Caruso divenne il primo cantante d’opera ad entrare stabilmente nello star-system discografico. Alla fine della sua carriera aveva inciso piú di duecento dischi e aveva incassato cifre da capogiro

    Nel frattempo a partire dal 1889 in California cominciarono a diffondersi nei locali pubblici le "nickel-in-the-slot-machines", macchine per l’intrattenimenro musicale a pagamento progenitrici dei juke-boxes. Si trattava di semplici apparecchi Edison modello M modificati in modotale che con l’introduzione di una moneta in una fessura consentivano per pochi centesimi di ascoltare individualmente rudimentali registrazioni di arie e motivetti popolari. Un’evoluzione che avrebbe portato a cavallo della prima guerra mondiale al moltiplicarsi a non finire delle incisioni di ballabili. L’importanza dell’utilizzazione ludica del fonografo costituisce un’innovazione sociale molto importante in quanto si tratta del primo caso in cui un dispositivo meccanico di comunicazione viene utilizzato per il divertimento nella sfera privata. Dunque fin dalla sua fase aurorale il sistema della comunicazione e la nascente cultura di massa venivano a trovarsi in stretta connessione e le loro strade erano destinate a incrociarsi sempre di più.

    L’importanza di queste trasformazioni risiede dunque in primo luogo nella possibilità di raggiungere anche quei settori della popolazione poco o per nulla scolarizzati e che erano stati, fino a quel momento, esclusi dai mezzi di comunicazione, imperniati principalmente sulla stampa e quindi sulla parola scritta. Un ampliamento che sembrerebbe orientato verso un nuovo pubblico molto diverso dall’opinione pubblica ottocentesca che si identificava in larga misura con la componente maschile adulta dei ceti borghesi. Tendenzialmente il pubblico della nascente società di massa ingloba uomini e donne di tutte le età e di tutte le classi. Tuttavia la direzione di questo mutamento non deve essere vista in un’unica dimensione. Come in altre fasi la tendenza all’universalizzazione e la tendenza alla formazione di nuove forme di differenziazione è un aspetto cruciale della dinamica della comunicazione di massa. Un primo aspetto di questo processo risiede nelle forme di resistenza da parte del pubblico tradizionale, istruito e in prevalenza borghese, a lasciarsi assimilare dalle nuove forme di consumo. In secondo luogo le modalità di consumo tendevano a riproporre un modello gerarchico. E’ il caso ad esempio delle sale cinematografiche: mentre nei quartieri centrali sorgevano lussuose sale dotate di orchestra e simili ai teatri d’opera, nelle periferie prevalevano locali più piccoli ed economici che in prevalenza proiettavano film in terza e quarta visione. Un fenomeno simile si verificò nel settore della carta stampata. In Inghilterra dove pure avevano avuto origine sia la stampa popolare che quella qualitativa e dove con i domenicali si era aperta la strada al giornalismo di massa, la separazione tra giornali qualitativi e popolari divenne netta e permane tuttora. Essa rispecchia l’esigenza presente fin fagli inizi di un giornale che istruisca, informi, commenti e quindi sia un’arma per la conquista e la difesa della libertà e di un altro che informi sommariamente ma soprattutto diverta. Quindi se da un lato il pubblico tendeva ad allargarsi in termini quantitativi allo stesso tempo nascevano nuove tendenze verso la sottolineatura delle differenze tra ceti, classi e livelli culturali.

     

    1.4 La riproducibilità: ossessione della modernità

     

    L’aumentata domanda di un pubblico più vasto modifica il mercato dell’informazione che tende a diventare mondiale. Dati gli alti costi di retribuzione del personale e di trasmissione delle notizie, la maggior parte dei quotidiani non è più in grado di mantenere i propri corrispondenti in luoghi lontani e iniziano a nascere le prime agenzie di stampa. Con la messa a punto del telegrafo elettrico - ad opera di Morse negli Stati Uniti 1837- nel 1866 per mezzo del primo cavo collocato tra l’Europa e l’America viene inventato un trascrittore che permette di trasmettere 1.000 parole al minuto che dieci anni più tardi arriverà a 4.000. Dal punto di vista della percezione dello spazio e del tempo si tratta di un rimpicciolimento del mondo occidentale.

    In modo ancora confuso e sperimentale la comunicazione personale punto-a-punto si avvaleva di nuovi strumenti, come il telefono e il telegrafo, che ne ampliavano la possibilità nello spazio e ne acceleravano i tempi, mentre contemporaneamente si andava differenziando dalle forme di comunicazione che da un unico emittente si irraggiavano a una pluralità di riceventi. Che cosa distingueva queste nuove forme di comunicazione? Per la prima volta venivano superati i limiti naturali della comunicazione nello spazio e nel tempo. Attraverso i giornali si aveva la possibilità di essere informati di luoghi e situazioni di cui in molti casi non si sarebbe mai fatta esperienza diretta. Mentre il telegrafo e poi il telefono offrivano la possibilità di uno scambio comunicativo che oggi probabilmente chiameremmo in tempo reale. Attraverso strumenti sostitutivi della voce e del corpo umano era possibile comunicare con un numero infinitamente più ampio di persone di quante si sarebbero potute radunare in una piazza o contattare personalmente. Se per un verso i confini del mondo nel quale si realizzava l’esperienza umana tendevano a dilatarsi, per l’altro il mondo tendeva a diventare sempre più piccolo e presente a se stesso.

    Tutti i nuovi mezzi di comunicazione in qualche modo condividevano il fatto di essere "una protesi dei sensi" secondo una espressione di McLuhan divenuta famosa, ma già formulata a fine Ottocento da Sigmund Freud. Con questa espressione si fa riferimento al fatto che il cinema, la fotografia, il telefono e il grammafono contribuivano ad allargare artificalmente le possibilità dei sensi umani. L’impatto di questa innovazione è rintracciabile anche nel linguaggio, i grammofoni venivano chiamati macchine parlanti, un’espressione che attribuiva una caratteristica specifica dell’uomo, quella del linguaggio, ad un oggetto artificiale. Non solo ma ogni tecnologia era portatrice di un mutamento di proporzioni, ritmi e schemi nei rapporti umani: l’ambiente tende a divenire sempre più artificiale, la realtà "naturale" viene posta sullo sfondo mentre le mediazioni tecniche diventano sempre più rilevanti, nella sfera pubblica così come in quella privata:

  • "E poi, come si fa a ricordarsi di tutti? Gli occhi, l’incedere, la voce. Bene, la voce, sì: il grammofono. Mettere un grammofono in ogni tomba o tenerne uno a casa. La domenica dopo pranzo. Metti un po’ su il povero trisnonno. Craac! Prontoprontopronto sono felicissimo crac sono felicissimo di rivedervi prontoprontopronto sono feli potrszs. Ti ricorda la voce come una fotografia ti ricorda un viso" ( J. Joyce, Ulisse, Mondadori, Milano, 1960, pp. 158-59)
  • In questo passo tratto dall’Ulisse, James Joyce accosta le due esperienze della voce emessa dal grammofono e della immagine stampata sulla fotografia per rappresentare una nuova dimensione dell’esperienza moderna: la possibilità di riprodurre un evento. Alludendo alla possibilità di ricordare i morti attraverso la voce registrata e la fotografia Joyce registrava un mutamento che avrebbe modificato la percezione e l’idea stessa di esperienza: e cioè la possibilità di fissare tecnicamente un evento, di sottrarlo al tempo, di riprodurlo e poterne fruire in tempi diversi. La stessa scrittura assume l’andamento di questo processo suggerendo l’impressione di una serie di frammenti che tendono a spezzare il racconto lineare.

    L’invenzione della registrazione del suono segue di circa quarantanni quella della registrazione dell’immagine. Era stata infatti proprio la fotografia a porre il problema del rapporto tra mezzo espressivo, che privilegiava la copia unica, e possibilità di riproduzione, che si orientava verso la possibilità di molteplici copie fotografiche. Baudelaire nel suo Salon de 1859 aveva annunciato così la nuova tecnica ai suoi lettori:

  • "In questi tristi giorni si è fatta avanti una nuova industria che ha contribuito non poco a rafforzare nella sua fede la piatta stupidità...secondo cui l’arte non è né può essere che una precisa restituzione della natura...Un Dio vendicativo ha esaudito la voce di questa massa. Daguerre è diventato il suo messia.

    (...)

    Se alla fotografia si permetterà di integrare l’arte in alcune delle sue funzioni, quest’ultima verrà presto soppiantata e rovinata da essa, grazie alla sua naturale alleanza con la moltitudine".

  • La possibilità della riproduzione poneva nuovi problemi che non si limitano al tipo di mediazione che la macchina poneva fra uomo e natura. Infatti nel campo della musica così come in quello della rappresentazione visiva si può dire che ogni forma d’arte si esercita su una "materia fisica" mettendo in opera "una tecnica". Le novità introdotta non si ponevano quindi principalmente nel campo della produzione musicale o visiva ma della ri-produzione, cioè della possibilità di moltiplicare all’infinito la singolarità dell’opera d’arte.

    La ripetibilità è il nocciolo del principio meccanico che ha dominato il nostro mondo a partire dalla tecnologia di Gutenberg e le possibilità aperte dalla riproducibilità di eventi ed oggetti saranno un tratto essenziale del Novecento. E non è un caso se alle caratteristiche dei mutamenti introdotti nel campo della comunicazione si accompagnavano processi simili in altre sfere della realtà sociale. Per un verso l’urbanizzazione tendeva a riproporre moduli abitativi sempre più simili tra di loro, per un altro la standardizzazione, cioè la riproducibilità tecnica di un manufatto, nello stesso periodo diventava la caratteristica essenziale della produzione industriale. Al nuovo modo di produrre corrispondeva una massa di consumatori e di prodotti standardizzati disponibili.

     

    Metropolis (fig. 3).

    Il cinema così come la letteratura sono stati lungo tutto il Novecento luoghi importanti in cui si è sedimentato e ha lasciato tracce l'immaginario sociale. Sia il cinema che la letteratura, e in particoalre la fantascienza, creano mondi di fantasia e immaginazione che hanno tuttavia le loro radici, piú o meno profonde, nella realtà scientifica e tecnologica di cui spesso hanno anticipato i progressi. Le paure e le resistenze che il tema della riproducibilità e della serialità delle emrci così come la standardizzazione degli esseri umani ha lasciato importanti tracce nel cinema delle origini. In particolare il regista tedesco Fritz Lang nel 1926 ha dato corpo all'ossessione dell'uomo-macchina in Metropolis. Si tratta di un film di fantascienza ambientato in una megalopoli del XXI secolo dominata dal dittatore Frederson e in cui gli operai, che vivono nei sotterranei in stato di semischiavitú, ripongono le loro speranze nella dolce Maria, di cui si innamora il figlio del dittatore. Ma quest'ultimo impone all'inventore-mago Rothwang di costruire un robot, sosia di Maria che semini la discordia. Ottiene invece il risutlato opposto perché la notizia incita gli oeprai alla rivolta e alla distruzione. Saranno la vera Maria e Freder, il figlio del dittatore a cercare di riconciliare le parti ponendo le basi per un nuovo ordine sociale. Gli effetti speciali, le imponenti architetture e i grandiosi movimenti delle masse ne hanno fatto uno dei film visivamente piú impressionanti della storia del cinema. Il rapporto uomo-macchina, la razionalizzazione dei processi produttivi e l’alienazione saranno dieci anni piú tardi al centro di Tempi Moderni di Charlie Chaplin. Due film che offrono l’occasione di mettere a confronto due interpretazioni artistiche.

    Le difficoltà e le paure sollevate da questo passaggio sono testimoniate dagli oggetti stessi che iniziano ad occupare uno spazio sempre maggiore della vita quotidiana e collettiva. Il trionfo dell’industria, l’imporsi della produzione seriale, la meccanizzazione dei viaggi e l’avvento della luce elettrica costituivano infatti un susseguirsi di mutamenti che si innestano su un immaginario che era ancora, per molti versi, essenzialmente preindustriale e avanzava, talvolta inconsapevolmente, forme di resistenza e di difesa. E’ stato ad esempio osservato che la prima produzione industriale è caratterizzata da una certa incongruenza tra la forma e la funzione dell’oggetto: gli oggetti seriali sono nobilitati da un eccesso decorativo che ne maschera il grigiore e l’uniformità. E’ il caso come vedremo delle radio che tendono a diventare elementi, talvolta di lusso, dell’arredamento. Una simile tendenza è individuabile nalizzando i soggetti dei manifesti pubblicitari (fig. 4). Specchio delle conquiste tecnologiche il manifesto litografico riflette a cavallo tra i due secoli il tentativo di coniugare tradizione e modernità e i motivi che vi prevalgono riflettono la faticosa elaborazione di un’iconografia moderna da parte di una società in transizione tra le forme della civiltà preindustriale e quelle della cultura di massa. Infatti nelle illustrazioni si mescolano in continuazione mitologia classica e tecnologia moderna. In particolare la celebrazione dell’uomo moderno e dei ritrovati della tecnica si alimenta dell’esibizione eroico-artistica della forza fisica e del nudo maschile monumentale, alludendo allo stesso tempo ad una potenza che si alimenta di elementi sovraumani.

    Se la presenza dell’uomo accanto agli oggetti publicizzati sembra in qualche modo voler attennuare il contenuto meccanico dei nuovi protagonisti della vita urbana, più tardi la serialità e la ripetizione diventeranno elementi fondamentali delle tecniche di persuasione commerciale (fig 5.a). Così come Baudelaire esprimeva il pericolo della fine dell’unicità dell’esperienza artistica, alla fine secolo emerge sempre di più il contrasto tra l’individuo e la folla. Nell’era elettrica Il carattere particolare di ogni singolo sembra perdere ogni funzione e annegare nell’indistinzione della massa. Un tema che assumerà valenze specificamente politiche nel periodo tra le due guerre.

    Dunque il tema della riproducibilità e le paure che solleva attraversano tutto il secolo successivo in forme e contesti diversi. Da elemento caratteristico della forza di persuasione su cui fanno leva le tecniche della pubblicità commerciale si estenderà al campo della propaganda politica (fig. 5.B), così come più tardi sarà oggetto delle sperimentazioni delle avanguardie artistiche (fig. 5.c).

    1.5 Il cinema

    Il paesaggio che abbiamo incontrato in questo capitolo, che si afferma tra la fine dell’ottocento e la prima guerra mondiale, appare dunque attraversato da un movimento di riorganizzazione del sistema della comunicazione che tende a differenziarlo da quello dei primi decenni del secolo. Proprio negli ultimi anni del secolo vede la luce il cinematografo. La storia dei suoi molti inizi, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista della forma, sintetizza efficacemente le caratteristiche di una fase ancora incerta e per molti versi sperimentale. Ma anche la forte ambiguità, o forse sarebbe meglio dire complessità, di questo medium di comunicazione che dalle origini fino ai nostri giorni oscilla tra arte e industria.

    Comunemente la storia del cinema viene fatta coincidere con il 13 febbraio 1895 quando a Lione i fratelli Louis e Auguste Lumière depositarono il brevetto del loro cinematographe e fecero seguire di lì a poco le prime proiezioni di fotografie animate e il 22 marzo gli spettatori convocati presso la Societé d’Encouragement à l’Industrie Nationale si accingevano a vedere delle immagini in movimento, una veduta di pochi secondi dal titolo La sortie de l’usine Lumière. E’ tuttavia lecito chiedersi se proprio quell’evento sia ciò che ha messo in moto un processo da cui è nato il cinema, come lo intendiamo oggi.

    Come nella maggior parte dei media che abbiamo visto in questo capitolo all’origine della sua storia ci sono una pluralità di inizi, di storie che si intrecciano, di derivazioni che si sviluppano per poi essere lasciate o riprese più tardi in condizioni diverse. Poichè il cinema non è solo una tecnica, ma è anche un particolare sistema di rappresentazione della realtà e una forma specifica di spettacolo vorremmo richiamare l’attenzione su tre aspetti: il supporto tecnologico, la forma espressiva e le modalità di consumo e fruizione, per vedere quali furono le soluzioni adottate e quali tra le molte potenzialità vennero privilegiate e si affermarono.

    Il laboratorio della tecnica. Come per la maggior parte dei moderne tecnologie, si tratta di una scoperta si è sviluppata contemporaneamente in diversi paesi, Il problema comune a tutti coloro che misero a punto e brevettarono degli apparecchi era di realizzare una macchina capace di registrare e proiettare immagini in movimento. E’ ancora Edison nel 1891, sulla scorta della sua esperienza con il fonografo, a realizzare un apparecchio che "fa per l’occhio ciò che il fonografo fa per l’orecchio". Il Kinetoscope permette di guardare delle immagini in movimento, non più grandi di una carolina, individualmente attraverso un visore (fig. 6) come nel caso del fonografo si trattava in prevalenza della riproduzione di brevissimi frammenti di vita quotidiana (fig. 7). E in qualche modo potrebbe essere considerato il progenitore di una direzione di evoluzione che avrebbe portato ai nostri giorni all’home-video. Le principali difficoltà del kinetoscope riguardavano l’impossibilità di proiettare le immagini su di uno schermo grande. I fratelli Lumière, sfruttando i risultati delle ricerche di altri le cui soluzioni non avevano ancora trovato il giusto principio di applicazione, misero a punto il cinematografo, un procedimento cioè che attraverso un sistema di trascinamento intermittente della pellicola superava le difficoltà poste dal kinetoscope per la proiezione sullo schermo.

    La magia delle immagini. Alcuni spettatori in seguito alle prime proiezioni giuravano di aver visto immagini in rilievo e a colori e più in generale di non aver semplicemente guardato un’immagine ma di aver visto "vivere" qualcosa sullo schermo. Veniva sottolineato in questo modo l’esperienza di partecipazione diretta, di coinvolgimento, di adesione psico-sensoria ad una scena che sembrava svolgersi nello stesso istante in cui lo spettatore la guardava e ne diveniva preda. In questo il cinematografo dei Lumière proponeva un’esperienza che non condivideva con nessuna delle macchine allora in commercio. Se questo per un verso è il segreto che ancora oggi continuiamo a chiamare cinema, è pur vero che le immagini proiettate dai fratelli Lumière erano in genere esterni, scene quotidiane e familiari, già fissati in migliaia di copie dagli scatti dei fotografi. Sarà infatti il passaggio dalla forma del documentario a quella della finzione, cioè dello spettacolo a caratterizzare nel Novecento il cinema.

    Le forme del consumo. Il cinematografo al momento della sua apparizione ha a sua disposizione un vasto pubblico già abituato e predisposto a consumare immagini: un pubblico formatosi negli spettacoli di ombre cinesi, dei panorama e dei diorama, e soprattutto grazie agli spettacoli di lanterna magica. In questa prospettiva i Lumière possono essere considerati gli eredi degli ambulanti (fig. 8). Dopo un lancio durato alcuni mesi i Lumiere perfezionaroso la loro invenzione, quando affittando la sala del Grand-Café, individuarono l’esistenza di un pubblico disposto a pagare per andare a vedere lo spettacolo della realtà.

    I primi passi del cinematografo furono quindi spesi nella ricerca di uno spazio proprio, di una via peculiare di sviluppo. L’invenzione dei Lumière dovette essere accompagnata da altre forme più collaudate di intrattenimento, in Inghilterra fu il music-hall, in Francia gli spettacoli di arte varia e il caffé-concerto, in Italia lo spettacolo di varietà. A Napoli il cinema fece il suo ingresso al Salone Margherita nel marzo del 1896. Il quotidiano "Il Corriere di Napoli" il 4 aprile riferendo una delle prime proiezioni, scriveva:

  • "Questa sera riapertura del Salone Margherita con programma completamente nuovo. Verrà esposto il Cinematografo Lumière, la più grande novità del secolo. Poi vi saranno: la famiglia Benedetti, acrobati icariani non plus ultra espressamente scritturati da Berlino. La coppia in miniatura Vargas Bisaccia reduce dal suo trionfale giro artistico in Russia, Spagna e Germania. L’étoile eccentrica francese Bloquelle, la baronessa Milford cantante tedesca, Hermand uomo serpente, la Belvalle canzonettista. In una parola, uno spettacolo attraentissimo".
  • E’ solo a partire dalla metà del primo decennio del Novecento che si cominciarono ad avvertire i primi sintomi di crisi dei cinematografi ambulanti, ormai sostituti quasi dappertutto dall’esercizio fisso. L’apparizione di un numero sempre più elevato di sale cinematografiche cominciava a modificare il volto della città contribuendo a quel più generale processo di spettacolarizzazione dello spazio urbano che, come abbiamo visto, altri media avevano inaugurato. Insegne luminose e lampioni, caffé, bar, teatri e cartelloni pubblicitari, vetrine e cinematografi, come scrive Giovanna Grignaffini:

  • "con la loro petulanza luminosa, con i loro incessanti richiami di colore, suoni e bagliori, trasformano la città in un concentrato di attrazioni spettacolari, in un flusso continuo di stimoli psico-sensori, che annullano anche ogni confine tra il giorno e la notte (...) Lungo una durata che non conosce più barriere né confini, la città esibisce se stessa in quanto paesaggio, offerto allo sguardo e alla percezione distratta e frenetica di un pubblico arrivato a essere qualunque".