Mario Deaglio
LA BUONA RIVOLUZIONE- la stampa 25-10-07


Il primo segnale veramente importante di discontinuità sulla scena pubblica italiana non è venuto, come tutti si aspettavano e come era stato lungamente annunciato, dal mondo della politica, bensì da quello delle imprese. La decisione dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, di non aspettare la firma del contratto nazionale dei metalmeccanici e di procedere subito alla concessione di un acconto salariale (30 euro nella busta paga mensile) viene presentata come un espediente per aggirare, almeno in parte, le lungaggini di un contratto arenato su questioni normative, ma si tratta in realtà di molto di più.

 Manda in frantumi procedure e schemi consolidati e appare destinata a profonde ripercussioni, forse ben al di là delle trattative sindacali. Queste trattative vengono condotte secondo una procedura consolidata, quasi immutata, nei suoi elementi essenziali, negli ultimi sessant’anni che, di fatto, considera il rinnovo contrattuale come un gioco a somma zero: gli aumenti salariali rappresentano una riduzione dei profitti aziendali, quello che una parte guadagna è tolto all’altra. Nella decisione della Fiat si può scorgere la proposta di considerare il tutto come un gioco a somma positiva: se l’impresa va bene, tutte le sue componenti devono trarne vantaggio e gli aumenti salariali possono motivare e stimolare, aiutando l’impresa ad andare ancora meglio. Si tratta di un discorso in tempi lunghi, non troppo dissimile, nei suoi principi, da quello che le imprese sempre più spesso propongono ai loro dirigenti. Nelle sue recenti prese di posizione, del resto, l’amministratore delegato della Fiat, dirigente di formazione squisitamente internazionale, si è allontanato dalla visione semplicistica di «creazione di valore (immediato) per gli azionisti» tipica del capitalismo anglosassone; nel suo intervento di un mese fa al convegno della rivista L’Industria, ha mostrato un’ampia apertura al concetto «europeo» di capitalismo e all’accettazione di una responsabilità sociale delle imprese. La «creazione di valore per gli azionisti» rimane sicuramente uno degli obiettivi-guida di Marchionne; se applicato, com’è giusto fare, a tempi lunghi, essa induce alla conclusione che non possono sussistere azionisti soddisfatti se i lavoratori nel loro insieme e, al limite, il Paese intero è insoddisfatto.


La mossa di Marchionne non solo costituisce una presa di distanza dalla concezione prevalente del recente capitalismo finanziario ma chiama anche in causa il principio sindacale dell’unità e della necessità di un «fronte comune», di soluzioni uguali per tutti. Giudicata con questo metro, la decisione della Fiat che differenzia i propri lavoratori dagli altri può apparire un passo indietro; occorre però riflettere sul fatto che la politica sindacale del «fronte comune» e della solidarietà, condotta per decenni, ha contribuito a conferire ai lavoratori italiani il poco invidiabile privilegio di portare a casa una delle buste paga più striminzite d’Europa e di subire ritenute sociali percentualmente tra le più alte d’Europa; ha inoltre contribuito a mantenere in vita imprese decotte e a far perdere terreno al Paese rispetto ai suoi concorrenti internazionali.


Per conseguenza, oggi le retribuzioni della maggior parte dei lavoratori dipendenti italiani si collocano a un livello non molto superiore alla sopravvivenza e il loro potere d’acquisto è fortemente diminuito nel corso degli ultimi 10-15 anni. L’intensa partecipazione alla manifestazione romana di domenica mostra quanto sia diffuso il disagio per questa situazione. Su questa condizione oggettiva lavoratori e imprese possono oggi sicuramente concordare e di qui è forse possibile partire alla ricerca di qualcosa di nuovo che non può essere un semplice riferimento a formule contrattuali e metodologie ormai vetuste. Per questi motivi, la decisione della Fiat non può essere considerata, in maniera riduttiva, come un ritorno al paternalismo industriale degli Anni Cinquanta, anche se l’«attenzione» che l’azienda oggi dichiara di avere nei confronti dei suoi lavoratori costituisce un elemento comune con la situazione di allora. Anziché volto a mantenere situazioni di potere all’interno dell’impresa, il discorso di Marchionne segnala la necessità di uscire dalla stagnazione normativa e sociale, di costruire nuovi rapporti, interni ed esterni alla Fiat, in un’economia globalizzata.


La costruzione di tali rapporti potrebbe risultare indispensabile per garantire l’esistenza stessa non solo della Fiat ma dell’intera industria italiana. In questo contesto, l’amministratore delegato della Fiat ha sicuramente titolo a parlare perché dal «sistema Fiat» proviene circa un terzo dall’attuale, per quanto debole, fase di crescita economica. L’importante è che si trovino interlocutori che, soprattutto tra i politici, corrono il rischio di essere troppo distratti da faccende interne al loro mondo per occuparsi davvero di questi problemi di fondo. mario.deaglio@unito.it