Allevamento e tutela ambientale

Una recente esperienza a Maniglia

di Silvana Marchetti e Silvano Galfione

- da la Beidana n.38, 2000

Da alcuni anni il comprensorio alpino "To1", l’organismo che gestisce la caccia nel Pinerolese, mette a disposizione centinaia di milioni per iniziative nel campo della tutela ambientale. I fondi sono stati utilizzati per la maggior parte nella zona pedemontana e in val Pellice, pochi sono stati destinati alle valli Chione e Germanasca.

In questi ultimi due anni, a Maniglia di Perrero, grazie alla maggiore informazione e soprattutto sotto la spinta decisiva di un gruppo di volontariato, sono state individuate le aree da ripulire, è stata prodotta la documentazione necessaria per accedere ai contributi, sono stati eseguiti lavori di pulizia di prti, boschi, sentieri; nei siti più accessibili l’intervento è stato realizzato da una ditta di Pragelato, utilizzando attrezzature meccaniche; sui terreni più impervi, invece, squadre di volontari hanno completato l’opera mediante decespugliamento.

In questo modo gli animali selvatici trovano un habitat più vivibile, i cacciatori si muovono meglio sul territorio e gli abitanti (pochi) che resistono in montagna si sentono più motivati a rimanere.

In sintesi, si può dire che si è venuta a creare una nuova sinergia tra caccia, agricoltura e tutela ambientale che, se prolungata nel tempo, potrà anche avere risvolti in campo turistico per chi visita la valle, alla scoperta delle sue risorse culturali e ambientali.

Una volta eseguiti gli interventi di pulizia rurale, si pone immediatamente il problema della conservazione. Infatti, la fascia montana che va dai 900 ai 1300 metri ormai arbusti e sterpaglie riprendono velocemente possesso dei terreni ripuliti dove il bosco non ha ancora colonizzato i terrazzamenti un tempo destinati a coltivazione.

Una grossa opportunità per la manutenzione conservativa può derivare dal pascolamento; questa sperimentazione è stata avviata con il passaggio primaverile di alcune centinaia di ovini prima della monticazione in alta quota. Il breve soggiorno degli ovini non ha però impedito ai rovi di crescere più rigogliosi di prima.

L’unica soluzione possibile è sembrata, a questo punto, la ricerca di greggi che sostassero per tutta la stagione del pascolamento. Così, il contatto con la ditta Galfione-Gioia di Buriasco ha costituito una tappa importante di questo percorso.

Claudio Gioia e Silvano Galfione conducono da alcuni anni un allevamento di pecore con tecniche di pascolo non tradizionali per le nostre zone. Facendo tesoro delle loro esperienze di lavoro nelle Langhe, hanno trasferito le loro conoscenze in val Germanasca, iniziando a pascolare una piccola area dell’Inverso di Pomaretto.

La riduzione del numero di addetti in agricoltura è un processo in atto da lungo tempo nei paesi industrializzati, che non sembra essersi ancora concluso. La prima conseguenza di tale situazione è l’ampliamento dell’estensione aziendale e delle superfici da gestire per ogni addetto. Nelle aree delle grandi colture la risposta a questa evoluzione è quella del potenziamento del "parco macchine", ma nelle zone in cui la foraggicoltura occupa importanti porzioni di territorio, il pascolamento con l’utilizzo di recinzioni rappresenta certamente un’alternativa tecnicamente ed economicamente valida. Le esperienze in tal senso sono numerose in tutto il mondo, negli ambienti più diversi e con i più svariati tipi di allevamento, considerando che il pascolo rappresenta ancora il più economico sistema di alimentazione degli erbivori.

La qualità delle produzioni zootecniche ottenibili con animali al pascolo è indubbiamente migliore, sia per l’intrinseca qualità oragnolettica del prodotto, ma soprattutto per la diversificazione e la caratterizzazione delle produzioni che tale pratica alimentare consente. Infatti, se i prodotti zootecnici dei moderni allevamenti intensivi sono spesso ineccepibili dal punto di vista igienico sanitario e fortemente standardizzati sul piano qualitativo, l’appiattimento dei gusti e dei sapori li rendono anonimi e slegati dalle rispettive aree di produzione.

Solo il pascolo di praterie naturali o seminaturali, più ricche di specie, riescono a caratterizzare l’origine degli alimenti, fornendo prodotti più sapidi, benché più disomogenei. Questo è ancora più vero per quanto riguarda la collina e la montagna, dove la non uniformità ambientale è una delle peculiarità del territorio.

Nonostante ciò, per mancanza di conoscenze, nella nostra regione il pascolo è considerato più oneroso di quanto sia in realtà, perché lo si associa a pratiche tradizionali in cui l’unico sistema per il contenimento degli animali consiste nella presenza dei cani e del padrone. I moderni sistemi di controllo degli animali permettono ad ogni addetto la gestione di aree tanto estese e di un numero tanto elevato di capi che nessun altro sistema sarebbe attualmente in grado di offrire. Ma il pascolo è una pratica complessa che richiede una lunga preparazione: una buona conoscenza dell’ambiente in cui si opera e del comportamento degli animali e dei vegetali che si devono gestire, insieme alla capacità di sfruttare al meglio i mezzi tecnici a disposizione. La costruzione di recinzioni per animali non deve essere di impedimento a quanti a vario titolo vogliano fruire del territorio che viene ad essere confinato. I recinti non hanno la funzione delimitare la proprietà e di limitare l’utilizzo dell’ambiente nei confronti di alcuno, ma sono semplicemente uno strumento di lavoro per gli allevatori e gli agricoltori in genere.

Vaste aree un tempo antropizzate, soprattutto collinari e montane, negli ultimi decenni sono state abbandonate o sottoutilizzate. In ambienti a scarsa piovosità il percorso per raggiungere una vegetazione stabile può durare molti decenni o addirittura secoli, con fasi di transizione poco protettive per il suolo. In ogni caso l’abbandono da parte degli agricoltori di un territorio determina una degradazione più o meno rapida del sistema di regimazione delle acque , che può avere conseguenze molto gravi, anche in territori molto distanti, come è stato ampiamente dimostrato. La presenza di un’attività agricola, se rispettosa delle vocazioni territoriali, è universalmente considerata in modo positivo sotto vari aspetti, sia ambientali, sia economici, sia sociali. Tale presenza si scontra spesso con la difficoltà, molto maggiore in aree a forti pendenze, di gestire ampie superfici con macchine agricole, sia per i costi sia per le capacità di lavoro forzatamente basse. Raramente scienziati e industrie hanno "pensato" innovazioni per la pianura, con la conseguenza di rendere le applicazioni molto onerose per le zone di montagna.

Anche a Maniglia si è deciso di applicare queste tecniche. Gradualmente le aree preventivamente ripulite, vengono recintate; sui sentieri e sulle mulattiere vengono costruiti cancelli per quanti vogliano comunque transitare; gli animali selvatici (esclusi i cinghiali) si possono muovere liberamente poiché l’altezza delle barriere non supera il metro. Le greggi vengono fatte pscolare a rotazione nei vari paddock (???, spiegare!!!), per evitare danneggiamenti alla cotica erbosa e per permettere un’adeguata ricrescita dell’erba. Il lavoro è iniziato nel 1999, con la partecipazione massiccia di volontari. I primi risultati sembrano essere positivi. Viste le buone premesse, oltre ad estendere le superfici recintate, si prevede di realizzare una struttura per la lavorazione del latte.