Bidelle

Fino ad un anno fa chi entrava in un edificio scolastico si trovava di fronte ad un bidello. Oggi ad un collaboratore scolastico. Probabilmente la stessa persona dell'anno precedente, con le stesse mansioni e identico basso stipendio. Anche la scuola è stata investita dal nominalismo imperante che lascia immutato il mondo e le cose ma modifica i significanti, i segni, i termini. Per qualche riga dunque, visto che questi lavoratori restano in sostanza esattamente ciò che erano, continuerò a chiamarli bidelli, anche per affetto, per chiarezza, per orgoglioso passatismo. Ne parlerò al femminile perché la presenza delle donne nelle scuole è prevalente in tutti i settori: tra il personale docente e non docente. Fa eccezione la categoria dei presidi, oggi dirigenti scolastici. Quindi, più si sale nella scala del potere, più maschi troviamo ad esercitarlo. Doverosa una piccola riflessione, che per ora tralasciamo.

Due figure gettano un sguardo completo sulla realtà di una scuola: il preside e la bidella. E' come se fossero sulla plancia di comando di una nave. Ma il preside comanda, la bidella osserva. Ora, il pensiero orientale insegna che sapienza ed esercizio del potere, al di là delle illusioni platoniche, sono frequentemente disgiunti. L'uno risucchia l'altro, l'osservazione e la meditazione non si conciliano bene con l'esercizio impositivo. Così la bidella, liberata più di ogni altra figura scolastica da funzioni coercitive, se ha penetrazione di sguardo e disponibilità d'animo, può scrutare e capire ciò che passa per un istituto e diventare così la depositaria più attendibile della sua memoria storica.

Innanzi tutto è il primo filtro con il mondo "altro". In questo ruolo ci sono precedenti illustri, archetipi tra cui ondeggia l'atteggiamento delle bidelle: Cerbero e S. Pietro. "Lei chi è, dove va, chi cerca?" E' la domanda, brusca nel tono, che sento rivolgere a chiunque si affacci per la prima volta nell'atrio del Liceo. La stessa persona (un genitore, un elettricista, un nuovo insegnante) sarà riconosciuta la volta successiva, accolta, indirizzata. La bidella è insomma il rilevatore dell'identità collettiva di una scuola. Se sei dei nostri, genitore, insegnante, personale, studente, bene; se no, pedalare. Dal suo posto di osservazione la bidella ha un controllo completo dello spazio e del tempo. Sa in quale classe si trova un insegnante in quel momento ma anche se è arrivato in ritardo e se durante le sue ore la classe fa casino o sta zitta. Manate sulla cattedra, urletti isterici di docenti esasperati, studenti che escono dall'aula sbattendo la porta: nulla sfugge. Per questo motivo il rapporto tra le bidelle e le varie figure della scuola è complesso e ambivalente. Gli studenti, istigati dai genitori e silenziosamente da non pochi insegnanti, sono convinti che le bidelle siano, più ancora di loro, delle scaldabanchi. Ma poi ci scherzano, si confidano, e infatti molti di noi hanno ricordi di bidelle come figure cardine della scuola, referenti importanti, complici, anche di eccessivo zelo, delle volontà degli studenti. Ho visto bidelle consolare sedicenni in lacrime per disfatte scolastiche o amorose. E molti ex che affliggono gli istituti con le loro incursioni nostalgiche ricercano chi può ricordare, ben più dei docenti, vita morte e miracoli di tutti i soggetti circolanti nella scuola. Il rapporto tra gli insegnanti e le bidelle è invece delicatissimo e ha una marcata rilevanza sociologica. L'astuzia del potere, da sempre, è stata quella di dividere i sottomessi e di scatenare lotte tra poveri. Aggrappandoli come naufraghi a logore identità, additando nel diverso se non il responsabile dei propri guai, almeno il detentore di sconfinati privilegi. Tra bidelle i insegnanti corre più o meno, fatte la debita tara rispetto alla povertà, un rapporto di questo genere. Le prime, schematizzando al massimo, sono convinte che gli insegnanti lavorino poco, non sappiano tenere gli studenti, siano presuntuosi detentori di un sapere ammuffito. I secondi che le bidelle lavorino niente, abbiano un rapporto con gli studenti che oscilla tra la fastidiosa solidarietà e l'assoluto menefreghismo, siano disposte a litigare, soprattutto tra loro, se si richiede un solo gesto non ufficialmente inserito tra le mansioni dovute. Una battuta assai frequente tra gli insegnanti recita più o meno così: "la prossima volta faccio il bidello" oppure " mollo tutto e faccio il concorso per diventare bidello". Ma non ho mai saputo di uno solo docente che abbia messo in pratica l'intenzione.

I miei anni di ruolo coincidono, più o meno con quelli di una bidella, che chiamerò A., perché la O. e la K. sono già state usate, e perché effettivamente il suo nome comincia con la prima lettera dell'alfabeto. A. è una signora di mezza età, con il volto "largo e onesto" come si dice nei brutti romanzi, piacevolmente casual nel vestire. Impiegammo circa tre anni per superare le reciproche diffidenze. Per me fu importante vederla leggere con attenzione e meticolosità, in una mattinata di lavoro, "il Manifesto" "la Stampa", l'inserto del "Corriere" e la cronaca politica del settimanale locale. Invece di sprofondare nei pregiudizi di categoria, da allora cominciai a guardare con interesse questa signora che sicuramente era molto più politicizzata e più informata dei miei colleghi. Lei sicuramente cercò notizie su quell'insegnante magrolino che, caso ricordato ancora negli annali, interruppe un bivaccamento in sala professori per aiutare due bidelli a spostare un armadio. Poi, l'anno successivo, passammo a blandi commenti politici, l'anno dopo a riferimenti a persone o luoghi conosciuti da entrambi, infine il caso ci ha portati a frequentare ambienti comuni. Dal "chiel" siamo passati al "ti", di cui sono orgogliosissimo e che mi fa guadagnare punti di fronte agli studenti, e la sosta al tavolo delle firme a commentare con lei brevemente un fatto nazionale o a scambiare una battuta sulle pensioni è per me un momento qualificante della giornata. Spesso capisco che sa (di fatti e misfatti) e sorvola, non dice.

Recentemente, quando ho saputo della tonnara genovese, che ho casualmente evitato manifestando lontano dai pinerolesi, mi sono preoccupato di lei più che di ogni altro amico, vuoi perché è impensabile che una persona così sia degna anche solo di uno sgarbo, vuoi perché la sua taglia forte la rende più vulnerabile in una manifestazione di piazza. A. si è presa una manganellata in testa, fumo di lacrimogeni in gola, e tanta paura. Il prossimo anno, al tavolo delle firme, avremo ancora una piccola intesa in più e, detto in grande, in modo proprio esagerato, un minimo elemento aggiuntivo di ricomposizione di classe. Viva la bidella A.!