Lotta dei minatori e comitato di difesa delle miniere

estratti da: Lorenzo Tibaldo- La Beidana- N. 17, NOVEMBRE 92-

 Elementi di storia del sindacato pinerolese(1948-1967) . (II Parte)

 

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Il colpo di grazia: 280 licenziamenti

Ma l'inverno meteorologico del 1967 non era ancora concluso, quando una doccia fredda colpisce i minatori della Vallate e l'occupazione di tutta la zona: " Ancora una volta torna sulla scena la Talco e Grafite e questa volta purtroppo per la massiccia richiesta di 280 licenziamenti." La richiesta avanzata implicava di fatto una riduzione del 40% dei dipendenti: in quel momento erano circa 700 i dipendenti. Decisione drammatica che rischiava di gettare sul lastrico centinaia di famiglie in un periodo, quello invernale, in cui l'economia di montagna non poteva offrire lavori alternativi, seppur saltuari.

Tutto il contenzioso si sposta a Roma presso il Ministero del Lavoro. La signora Villa motiva la decisione di ridurre i dipendenti in quantità così elevata per le difficoltà di collocare il prodotto sui mercati esteri, a causa della concorrenza dei Paesi asiatici. Si ripete per alcuni aspetti un copione già visto alla Mazzonis in val Pellice: l'azienda doveva già da tempo affrontare il suo rinnovamento sul piano tecnologico e organizzativo, tenendo conto che i dipendenti erano diminuiti automaticamente nel corso degli anni, per il raggiungimento dell'età pensionabile o per le malattie. Queste sono le obiezioni che vengono mosse dai rappresentanti dei lavoratori: Lamera, Delloro, Breuza per la Cisl, Savio per la Cgil e Tamagnone per la Uil. La situazione della Talco-Grafite si viene ad inserirsi nella perdurante depressione di tutta la zona montana e prealpina, che faceva invocare la richiesta di una programmazione regionale e il potenziamento di "poli di sviluppo", capaci di garantire un'adeguata garanzia di lavoro per tutta la popolazione delle vallate.

Carlo Borra inoltra un'interrogazione parlamentare, in data 16 gennaio 1967, al Ministro dell'industria e al Ministro del lavoro e della previdenza sociale per avere dati conoscitivi in merito a situazione. In particolare per sapere se la situazione della Talco e Grafite è tale da giustificare i gravi provvedimenti, e se, in caso di mancata volontà dell'azienda ad affrontare la delicata situazione, sia possibile un diretto intervento pubblico, considerando che lo sfruttamento di un prodotto del sottosuolo avviene tramite concessione dello Stato.

Borra nella sua interrogazione rileva "l'attuale impossibilità anche per il periodo invernale di ogni altra alternativa di occupazione nella vallata e tenuto conto che una gran parte della maestranza anziana, colpita da silicosi, è difficilmente inidonea ad altri lavori, chiede che sia intanto invitata l'azienda a sospendere il suo provvedimento e sia provveduto a forme di integrazione salariale adeguate per gli eventuali sospesi."

La situazione occupazionale nel pinerolese era molto critica: ridimensionamento del personale al Cvs di Perosa, alla Riv di Villar Perosa, alla Beloit di Pinerolo, lo smantellamento della Mazzonis della val Pellice.

Il servizio informazioni di Agape analizza la situazione di generale depauperizzazione in cui si trovano le Vallate e si sofferma sulle vicissitudini che nel corso degli anni hanno coinvolto la Talco e Grafite e la sua autoritaria conduzione:

1962: tre mesi di scioperio per il riconoscimento formale e la salvaguardia dei premi collegati alla produzione

1963: ripetuti scioperi per il rinnovo del contratto collettivo e per la sua applicazione

1964: scioperi ripetuti per la difesa degli accordi del 1962, contro la riduzione degli orari di lavoro, per il rispetto e l'applicazione del contratto di lavoro

1966: un mese di occupazione, 15 giorni di sciopero per protestare contro le inadempienze contrattuali

1967: riduzione degli orari di lavoro e richiesta di 280 licenziamenti

Inoltre, accanto ai dati forniti, il Centro di informazione affianca delle considerazioni sulla gestione della Talco e Grafite da parte della signora Villa e dell'Amministratore delegato Prever." In tutte queste vertenze la direzione ha continuamente attaccato i diritti dei lavoratori, usando l'arma del ricatto sia per diminuire il costo della mano d'opera, sia per ottenere delle agevolazioni. "

La realtà era stata proprio questa:

- nel 1964, la Direzione minaccia la riduzione d'orario e 150 licenziamenti. In alternativa proponeva la rinuncia al premio mensile di produzione di L. 4.000. Sarà poi la stessa Direzione ad ammettere di avere chiesto la riduzione del personale strumentalmente, per ottenere delle agevolazioni fiscali ( in parte poi concesse);

- nel 1966 vengono preannunciate delle riduzioni di orario e dei licenziamenti e in alternativa a queste misure venne proposta la rinuncia all'applicazione dell'accordo del 17 febbraio 1966.

Il Servizio informazioni di Agape oltre a sottolineare la politica antioperaia della Società, articola anche tutta una serie di osservazione critiche sulla conduzione tecnica, economica ed

amministrativa ( politica degli altri prezzi nei periodi di congiuntura, vendita sui mercati esteri di talchi miscelati invece che puri, storni di capitali per investimenti estranei alla estrazione del talco). Un insieme di fatti, di atteggiamenti, di decisioni che fanno chiedere da molte parti al Governo la revoca della concessione per lo sfruttamento del suolo pubblico fino a quel momento accordato alla Società.

Da tempo si era consolidata la prassi secondo la quale i minatori dopo essere stati sfruttati, spremuti come limoni veniva buttati sul lastrico, con l'aggiunta della silicosi. Questa opinione viene espressa nel Direttivo della Cisl-Federestrattive, riunito a Perosa Argentina il giorno 14 gennaio 1967, il quale " pur considerando serenamente le difficoltà portate a motivazione dell'azienda ritiene che esse possano e debbano essere valutate obiettivamente, ma ritiene soprattutto che Maestranze che da decenni hanno donato la loro operosità, a molti costata la silicosi, non possono essere oggi sacrificate alle esigenze padronali senza che prima sia cercata ogni possibile soluzione che tenga conto dei loro sacrosanti diritti. "

Il Comitato per la difesa delle miniere

Sul grave provvedimento dei licenziamenti venne costituito il Comitato per la difesa delle miniere () che raccolse al suo interno un'eterogeneo gruppo di persone ( parroci, pastori, sindaci, sindacalisti, studenti, operai), però tutti uniti nell'intento di difendere il diritto al lavoro dei minatori. Il Comitato si assunse il compito di pubblicizzare la lotta e di organizzare forme di solidarietà con i lavoratori delle miniere. Inoltre, come sottolineava il periodico "Venticinquesima ora", il Comitato pur non essendo riuscito ad avere " grossi risultati esterni la sua funzione è stata positiva, perché tra l'altro ha cominciato a mobilitare sui problemi operai nuclei di studenti e forze sociali più vaste. "

E' necessario soffermarsi sulle modalità di costituzione del Comitato, che trovò il suo luogo di fondazione nella riunione che si ebbe ad Agape il 5 marzo 1967. Di tale incontro, delle sue motivazioni Franco Giampiccolo stende un resoconto nel quale vengono individuate le coordinate politiche e culturali che legittimano l'intervento nel grave caso della Talco-Grafite, ma, in genere, del credente, in questo specifico caso del credente valdese, nella società.

Secondo Giampiccoli nella società attuale chi non è parte in causa non si può esprimere e non può agire direttamente su problemi che toccano la comunità di cui fa parte. Può solo rappresentarsi attraverso i sindacati o i partiti politici, senza aver modo di poter intervenire in prima persona nella realtà. Nonostante questo ogni cittadino, ogni persona porta su di se una parte di responsabilità su quanto accade." Dove sta in particolare, che ci interessa più da vicino, la sua responsabilità se questo cittadino è un credente e sente come impegno vocazionale il condividere con chi è accanto a lui la responsabilità, i pesi, le lotte, le speranze e soprattutto un impegno concreto." L'iniziativa portata avanti dal Centro ecumenico di Agape mirava quindi a dare la possibilità a tutti, indipendentemente dalle posizioni politiche e partitiche e dal credo confessionale, di un'azione diretta per intervenire attivamente nella delicata crisi della Talco-Grafite.

Veniva ribadito il concetto del personalismo del soggettivismo attivo e operante al di là delle strutture che la società politica e civile già forniva ai cittadini. Tutto ciò per evitare che barriere reali o fittizie potessero frapporsi al bisogno di offrire la solidarietà presente in ogni individuo. " Non sappiamo quali saranno le possibilità concrete di una iniziativa di questo genere. Forse essa consente un tipo di azione nuovo. Le adesioni che sono state date a titolo personale al manifesto presentano un arco assai vasto di posizioni. Certo una parte di queste posizioni sarebbero mancate se si fosse trattato di una presa di posizione per esempio dei tre partiti della sinistra. Il sistema di un Comitato di persone e non di apparati di partito, può forse superare lo schieramento statico dei partiti nel tempo attuale, i loro delicati equilibri, l'impossibilità di alleanze al di fuori di determinati schemi, l'inquadramento di questioni particolari come quella che ci interessa in una cornice di più vasti compromessi e contrattazioni politiche."

Superare gli schematismi ideologici, attraverso la costituzione di un comitato di persone, avrebbe permesso di raccogliere un insieme molto ampio di individui di diversa provenienza politica e culturale, quindi avere una diversa eco presso l'opinione pubblica. Inoltre un comitato poteva in qualche modo alleggerire i pregiudizi che pesavano sulla vita politica e consentire quella diretta partecipazione lontani da calcoli precostituiti o preoccupazioni di schieramento, senza che tutto ciò volesse sminuire l'azione politica e il ruolo assolto dai partiti.

Concezione che si fondava sia su un certo tipo di democrazia diretta dell'individuo, aliena da tutte le pastoie che i tradizionali sistemi di partecipazione della società politica e civile potevano avere, che sulla necessità di agire direttamente e incisivamente in una situazione, quella della crisi della Talco- Grafite, che si stava incancrenendo sempre di più.

Una scelta di fede

Ma perché Agape si andava impegnando su iniziative di questo genere, particolari e concrete? La risposta data e che " Nel nostro tempo la ricerca della fedeltà al comandamento dell'amore del prossimo non può essere confinata alla sfera delle relazioni private e individuali. Questo significherebbe una pesante limitazione imposta al comandamento stesso nella lettera e nello spirito. Come le generazioni che ci hanno preceduto non hanno agito solo nella sfera privata e individuale, ma si sono impegnate sul terreno pubblico, per esempio nella costituzione di scuole e di altre opere sociali, così oggi la nostra generazione deve saper impegnarsi sul piano delle relazioni pubbliche nella ricerca di una sempre maggiore giustizia sociale testimoniando così in modo concreto la vastità e la profondità dell'esigenza di amore contenuto nella vocazione dei credenti. "

Questa citazione ci riporta e ci ricollega, per alcuni aspetti, alla maturazione avvenuta in parte del mondo cattolico a metà degli anni sessanta, rispetto ai problemi sociali dei lavoratori e dei diseredati e alla necessità della coerenza tra valori di fede e la vita concreta del credente ( in proposito abbiamo citato alcuni documenti legati alle vicende del Cvs di Perosa Argentina o le scelte personali testimoniate da Tonino Chiriotti). Scelte di campo molto radicali che imponevano il superamento dell'interclassismo, lo schierarsi dalla parte di soffre, degli ultimi. Nel mondo valdese ed evangelico, pur molto diverso per tradizione e cultura, possiamo però trovare dei punti in comune, dei momenti di intersezione che saranno la base di partenza dei movimenti di massa alla fine degli anni sessanta.

Il gruppo del Comitato per la difesa delle miniere era composto da Raimondo Amato, Adolfo Alvaro, Giuseppe Borgaro, Aldo Bosio, Raimondo Genre, Franco Giampiccoli, Ettore Merlo, Aldo Peyran, Giusse Salvai, Carlo Travers, Mauro Ughetto. Il Comitato si battè strenuamente contro i licenziamenti che, in un secondo momento, la Talco-Grafite ridusse a 200. Con il febbraio si conclude la procedura per il licenziamento dei 200 minatori, e la signora Villa con Prever non accettano la proposta avanzata dai rappresentanti dei minatori: sospendere i licenziamenti per un periodi di tre mesi, permettendo un riesame approfondito della situazione e anche in attesa di un intervento governativo che fino a quel momento non c'era stato.

Il 26 febbraio si svolse a Perosa Argentina un'assemblea dei minatori, i quali si trovano innanzi due possibile alternative: rifiutare in blocco i licenziamenti e impegnarsi in una lotta di lunga, quanto incerta, durata per l'esito che si avrebbe potuto raggiungere ( conoscendo le rigidità espresse nel corso degli anni da parte della Talco-Grafite in occasione di lotte e vertenze sindacali), oppure trattare sul numero dei licenziamenti, proponendo integrazioni pensionistiche ai minatori in prossimità di raggiungere l'età pensionabile e delle super liquidazioni per i minatori dimissionari.

La seconda alternative era sicuramente la più percorribile, ma i minatori non intesero accettare una Caporetto sul fronte dell'occupazione, che avrebbe colpito centinaia di compagni, e danno il mandato alla Cgil e Cisl di continuare le trattative con la speranza di conseguire delle soluzioni positive.

La Società intanto continuava sulla sua strada: i licenziamenti effettivi diventarono 100, mentre altri 100 vengono paventati dall'azienda. La risposta dei minatori fu la proclamazione di uno sciopero di tre ore per ogni turno.

Il Comitato per la difesa delle miniere diffuse un volantino nel quale oltre a denunciare la grave situazione occupazionale del pinerolese, che veniva acutizzata dai licenziamenti della Talco-Grafite, si depreca la politica della Società che nel corso del tempo si qualificata con tutta una serie di attacchi ai diritti dei lavoratori: " Dal 1954 quasi ogni anno si sono avuti lunghi e ripetuti scioperi. I lavoratori non hanno scioperato per nuove rivendicazioni economiche ma per la difesa del salario, per la conservazione dei diritti acquisiti e per l'osservanza dei contratti di lavoro."  D'altra parte la Direzione dell'azienda era stata più volte recidiva nel suo modo di comportarsi ben poco disponibile al confronto, alla trattativa e al compromesso. La sfiducia è diffusa. I lavoratori nel corso delle diverse lotte dal 1954 ad oggi aveva perso centinaia di milioni in salario, mentre la Società, nonostante le sue lamentele, vede salire i suoi utili di oltre un miliardo negli ultimi sei anni ( L. I.081.609.048 utili netti, più un ammortamento di L. 1.290.286.381. Dati forniti dal Servizio informazioni di Agape ).

Il comitato rivolse un appello a tutta le realtà politiche, amministrativi, culturali, religiose affinché venisse espressa con ogni mezzo la solidarietà alla lotta dei minatori, appoggiando con forza e determinazione la soluzione della vertenza con la totale revoca dei licenziamenti.

Anche al Governo viene rivolto un appello " perché risolva in modo definitivo una annosa situazione che si è fatta insostenibile, e poiché lo sfruttamento di una miniera è lo sfruttamento di un bene nazionale e non privato, ciò potrà realizzarsi attraverso un pubblico intervento atto a risanare questo settore tuttora ricco e vitale, salvaguardare i livelli di occupazione, garantire la valorizzazione del patrimonio pubblico e promuovendo il progresso della vallata. "

La chiesa valdese anche in questa occasione riconferma una coerenza di fede che si unisce con le sofferenze dell'uomo. La Commissione del I distretto " Ricordando la predicazione dei profeti e il messaggio del Vangelo, la Commissione riafferma non essere lecito ad alcuno considerare l'uomo - creato ed amato da Dio , e per cui Gesù Cristo ha dato la sua vita - come semplice pedina nel gioco degli interessi economici, privati o pubblici e che non è parimenti lecito far ricadere su chi lavora il prezzo preponderante delle trasformazioni tecnologiche, delle difficoltà di mercato o di speculazioni varie, anche se legittimi sé per sé."

La solidarietà formale e a parole, anche la solidarietà sincera e concreta non riesce a far mutare la volontà della Società di arrivare alla drastica riduzione del numero dei dipendenti. L'unica arma di pressione effettiva e sicuramente condizionante era la revoca della concessione governativa allo sfruttamento del sottosuolo, provvedimento invocato da tempo dai minatori.

Ai minatore rimase l'unica ed estrema strada percorribile: ritornare nei cunicoli, non per lavorare ma per bloccare in modo definitivo l'attività produttiva. E così, il 10 marzo, si giunge all'occupazione, per l'ennesima volta, delle miniere "Gianna" e "Paola". Gli operai si avvicendano nelle gallerie con turni di 12 ore. Ed è proprio in questa occasione che il Comitato per la difesa delle miniere distribuisce a tappeto nella vallate e nel pinerolese il volantino-appello di cui abbiamo riportato un breve stralcio.

Per la Federazione torinese dello Psiup l'occupazione delle miniere operata dai minatori non è altro che l'espressione di tutta una tradizione di lotta dei lavoratori della Valle per migliorare la proprio condizione di lavoro e difenderla dagli attacchi padronali. Non solo, queste lotte sono lotte per la sopravvivenza della comunità della Valle, con i suoi valori e la sua cultura. Secondo il Partito socialista italiano di unità proletaria lo smantellamento delle unità produttive non è un fatto casuale, ma si inserisce in un disegno strategico guidato dalla grande industria: " Ogni Vallata, ogni comunità operaia è oggi infatti minacciata dalla politica di organizzazione del territorio fatta dai monopoli e dal governo. I padroni stanno realizzando una smobilitazione nelle valli per strappare i lavoratori dalle proprie case, per crearsi una riserva di manodopera dequalificata per le grandi fabbriche tipo Fiat."

In realtà, forse, non vi era nessun disegno machiavellico alle spalle del colosso Fiat, ma un processo di riorganizzazione produttiva e il fatto che venivano al pettine alla Talco-Grafite come alla Mazzonis un sistema produttivo obsoleto. Un sistema che aveva fondato la sua concorrenzialità solo attraverso un continuo ricatto alle condizioni di lavoro dei dipendenti, che con il passare del tempo non poteva reggere alla competitività dei mercati. Un dato di fatto era indiscutibile: nel pinerolese negli ultimi tre anni i posti di lavoro diminuirono di 4733 unità.

Molti erano i consigli e le strade maestre indicate per ricomporre la vertenza: per lo Psiup solo la lotta di tutte le vallate, collegate tra di loro, potranno far naufragare i piani del padronato e, nel caso dei minatori, "soltanto se i lavoratori controllano direttamente la Talco Grafite possono avere la certezza che la Comunità non venga distrutta."  Per il settimanale "L'Eco del Chisone" l'unico sbocco possibile era concordare le modalità per giungere ad una riduzione del personale , ciò avrebbe condotto ad una " soluzione più umane che, se attuata con buona volontà, potrebbe risolvere il problema."

Il settimanale cattolico apre una riflessione sui fatti delle Talco-Grafite, giungendo alla conclusione che i fatti che accadono nelle miniere ci dicono che siamo ancora ben lontani dall'applicazione degli articoli 41 e 42 della Costituzione. In essi infatti si afferma che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, ma questo riconoscimento e questa tutela sono finalizzati ad assicurare la funzione sociale della proprietà privata, così come la legge intende indirizzare l'attività economica pubblica e privata a fini sociali. " Ma purtroppo, i principi della Costituzione sono spesso inoperanti, perché mancano ancora le 'determinazioni' di una legislazione che ad essi si ispiri, e che diventi strumento adeguato per tradurli progressivamente nella vita economica italiana."

Agire in sintonia, almeno parziale, con i dettati della Costituzione avrebbe imposto la revoca della concessione governativa per lo sfruttamento del sottosuolo, arma che forse avrebbe potuto condurre a più miti pretese madama Villa.

Ma nulla viene fatto in questo senso e sabato 25 marzo un centinaio di minatori sfilò per le vie di Pinerolo, con una marcia silenziosa che era partita da piazza Matteotti per concludersi in piazza Facta. Mentre i giornali davano la notizia che l'Italia si era posta al primo posto nella produzione industriale, con un aumento del 60% dal 1960 al 1966, superando tutti gli altri Paesi della Cee e degli stessi Usa, nelle miniere al freddo i minatori difendevano il loro lavoro che era anche l'unica fonte per moltissime famiglie.

L'occupazione terminò il 24 aprile e si giunse ad un accordo di 128 licenziamenti, mentre altri 30 minatori abbandonarono volontariamente l'azienda avendo trovato lavoro altrove. Accordo è un termine improprio: i licenziamenti la Talco-Grafite li aveva fatti per mano sua senza chiedere il permesso a nessuno, anche se non aveva raggiunto la quota di 280 persone come preventivamente si era stato richiesto.

L'Assessorato allo sviluppo della Provincia di Torino fece un'indagine di carattere sociologico sul gruppo dei licenziati: quasi il 59,05% erano dei capi famiglia, il 35,71% era di età fino a 40 anni, il 46,03% dai 40 ai 55 anni e il 17,46% oltre i 55 anni. Per quanto riguarda la scolarità, il 2,40 % era analfabeta, il 7,20 % semi-analfabeta, il 49,6 % aveva la 3^ elementare, il 40 % la licenza elementare e lo 0,8 % la licenza di scuola media inferiore.

Questi dati fanno riflettere su due aspetti: la maggior parte aveva un carico di famiglia di cui era responsabile e la difficoltà a poter trovare un altro lavoro visto la non più giovane età di molti e il basso tasso di scolarizzazione. (…)