libertà di stampa

Domani il Senato decide la sorte di Liberazione

di Dino Greco

su Liberazione del 09/02/2011

Se qualcuno ha potuto pensare che il nostro allarme per le sorti di Liberazione fosse eccessivo e la preoccupazione per il taglio dei fondi all'editoria velenosamente imposto da Tremonti non del tutto motivata deve ricredersi. Verosimilmente, nella giornata di domani, il Senato metterà ai voti l'emendamento attraverso il quale la maggioranza dei parlamentari della commissione Affari Costituzionali ha chiesto la reintegrazione dei finanziamenti dovuti ai giornali di partito, di idee e cooperativi. Una maggioranza destinata a sfaldarsi nel caso in cui il ministro dell'Economia dovesse battere il pugno di ferro e tenere ferma la linea adottata quando, nell'arco di ventiquattrore, con un autentico colpo di mano, decise di sottrarre 50 milioni al fondo per l'editoria, cambiando in corsa un capitolo della legge di stabilità appena approvata dal Parlamento. Se questa sciagurata intenzione, messa in atto col varo del decreto "milleproroghe" dovesse ora definitivamente materializzarsi, il taglio alle somme di nostra competenza supererebbe il milione di euro, e nessuna acrobazia finanziaria, nessuna soluzione organizzativa, nessuno sforzo di immaginazione (come quelli sin qui testardamente intrapresi) potrebbero salvare Liberazione dalla chiusura. La circostanza che molte altre testate subirebbero analogo contraccolpo spiega poi quanto grave sia l'attacco che viene portato al pluralismo dell'informazione e, segnatamente, alla stampa che come la nostra vanta ben poveri introiti pubblicitari e, in quel novero, soprattutto a quella che, non potendo contare su risorse pubbliche, non avrà modo di attingere ad altri finanziamenti, diretti o indiretti che siano. In breve: i giornali sui quali calerebbe senza appello e via di fuga la scure sarebbero quelli che si oppongono al governo e a quello che con una formula sintetica chiamiamo berlusconismo, i fogli che si sono fatti portavoce dell'opposizione sociale nelle sue multiformi espressioni e che hanno, con i propri deboli mezzi, offerto visibilità alle buone pratiche nelle quali si esprime una società civile totalmente (e proditoriamente) oscurata dalla stampa embedded. Anche a questo siamo, in Italia. E non ci si venga a raccontare la favola che i tempi sono grami per tutti, ragion per cui la "livella" deve piallare a dritta e a manca. Regalie, clientele, sprechi di ogni genere sono tuttora mostruosamente presenti e sostenuti, con ineffabile e complice determinazione, dalle politiche di bilancio.
Il nostro continua ad essere uno dei paesi più ricchi del mondo. Un Paese il cui governo finge di far cassa segando, ramo dopo ramo, la democrazia e i suoi gangli vitali.
Si sappia che, d'ora in avanti, se le cose andranno male, sui temi del lavoro, sugli operai e sulle operaie della Fiat, sui migranti, sulle porcherie che si consumano dietro le sbarre delle carceri ai danni dei detenuti, sui movimenti che innervano una società meno pacificata di quanto si voglia far credere calerà il sipario, le voci critiche ridotte al silenzio, non più manu militari come nel ventennio, ma con identico effetto pratico.
Le conseguenze saranno durissime anche per i lavoratori e per le lavoratrici, giornalisti, pubblicisti, poligrafiici, ma anche per quelli di un vasto indotto che ruota intorno al ciclo produttivo della carta stampata: perderanno tutti il lavoro; qualcuno attingerà, in quanto ne abbia diritto, agli ammortizzatori sociali, altri andranno subito a spasso. E saranno tanti.
Se i partiti che calcano le scene della politica non fossero afflitti da cronica decrepitezza dovrebbero - tutti - avvertire il segnale mortifero che emana da questa vicenda. E dovrebbero trovare la forza di opporsi, quale che sia la collocazione da essi occupata, ad una così grave amputazione della libertà e della democrazia. A dire il vero, dovrebbero farlo tutte le persone di buon senso. A babbo morto c'è spazio solo per i rimpianti. Che non servono a nulla e non consolano nessuno.


Ancora buio al Senato sugli emendamenti per ripristinare nel decreto i fondi per l'Editoria
La stampa d'idee appesa
ai giochi sul Milleproroghe

Anubi D'Avossa Lussurgiu
Domani il Milleproroghe approderà, dalle 10, all'esame dell'Aula del Senato della Repubblica. E ancora non è dato sapere, alla situazione di ieri sera, se con un'occasione di sopravvivenza oppure con il colpo di grazia per i giornali d'idee. Emendamenti che indicano il reintegro di quel ripianamento dell'ammontare complessivo dei contributi diretti che era stato strappato con la Legge di Stabilità e che invece è stato cancellato dal decreto licenziato dal Consiglio dei ministri, e anche che risollevano la questione del diritto soggettivo già scippato da Tremonti, sono stati com'è noto presentati da parlamentari di tutti gli schieramenti: in quello della maggioranza, in verità, solo dalla Lega. Ed è un caso del tutto singolare: praticamente l'unico nel quale la compagine "padana" mostra di pensarla diversamente dal superministro dell'Economia, che per parte sua del taglio a colpi d'accetta dei fondi per l'editoria ha fatto quasi un "pallino" personale.
Il punto è che ieri le Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio di Palazzo Madama hanno iniziato il tour de force per "scremare" i 1000 emendamenti riconosciuti ammissibili al decretone: come richiesto dal governo e concesso dalle opposizioni in cambio della promessa che all'esame dell'Aula, appunto, l'esecutivo non si appelli alla fiducia. Dunque, un esame di merito che per quanto riguarda la Bilancio passa essenzialmente per la congruità delle coperture indicate sugli interventi iscritti in ogni emendamento. Solo oggi stesso si arriverà ad affrontare le modifiche proposte sul punto dell'editoria. E a ieri sera l'atteggiamento effettivo del governo era totalmente immerso nell'oscurità.
Nel frattempo, sul Milleproroghe sono ripiombate le manovre politiche più sostanziali nella partita sul futuro della legislatura e, intanto, dell'attuale maggioranza. E' così per la proposta di Fli di inserirvi la proroga dei termini di esame del federalismo, ovviamente accolta da Lega e conseguentemente dal Pdl che all'alleato è appeso, a partire dalle sorti del Cavaliere, come fumo negli occhi: specie alla vigilia del "chiarimento" di Bossi e Calderoli col presidente Napolitano e poi del tentativo di riportare il decreto sul federalismo comunale al voto del Parlamento. Ma è così anche per il capitolo che riguarda Consob: i cui lavoratori proprio domani sciopereranno in protesta con la previsione governativa inserita nel Milleproroghe di trasferire l'intera struttura a Milano, indicazione addolcita solo ieri dalla proposta di alcuni senatori del Pdl di stabilire un periodo di «transizione». Insomma, il gioco ruota intorno alla Lega e più largamente al "partito del Nord": ed è un gioco di scambi e ricatti, le cui poste sono ben costose, per un verso o per l'altro.
Resta dunque aperto - e appeso alle convulsioni della crisi politica - l'interrogativo sull'esito degli ultimi appelli che solo la scorsa settimana sono stati rivolti ai parlamentari per salvare decine di testate e di redazioni, migliaia di posti di lavoro, nel frattempo lasciati nella più totale incertezza e che già pagano il congelamento degli anticipi bancari sugli importi, resi volatili dal decreto, del contributo di spettanza per l'anno 2010 e che come sempre lo Stato, qualsiasi sia il suo ammontare effettivo, erogherà solo alla fine di quest'anno.
Fnsi e Mediacoop avevano il 3 scorso fatto appello direttamente alla Commissione Bilancio del Senato affinché si decidesse ad «approvare la reintegrazione del Fondo per l'Editoria alla consistenza che era stata votata con la Legge di Stabilità, correggendo l'inaccettabile scippo che è stato fatto nel decreto Milleproroghe».
Oggi si saprà se ci si potrà contare o meno, se non altro per i bilanci in sospeso dell'anno in scadenza. Sempre che il governo, tra uno scambio e l'altro tra Berlusconi e Bossi per la salvezza del primo e il trionfo del secondo sull'attuale forma di Stato, non ci ripensi comunque e sul Milleproroghe ponga la fiducia in Aula.


09/02/2011

 

 

il manifesto 9feb 2011

QUARANT'ANNI
Le cuoche di Torino in una società di mutuo soccorso
Loris Campetti

Come Sergio Marchionne, anche noi del manifesto abbiamo lanciato un referendum. A differenza che a Pomigliano o a Mirafiori, però, qui in via Bargoni non imponiamo diktat o ricatti ma ci limitiamo a porre una domanda sincera, a cui chiediamo una risposta sincera: ha ancora senso, dopo quasi quarant'anni da quel lontano 28 aprile 1971, tenere in vita questo giornale? Ma come si fa, senza padroni, padrini e partiti alle spalle, cioè senza capitali, in un mondo editoriale che non prevede la possibilità di immettere sul mercato idee libere e anticorpi democratici? Con un governo impegnato a spegnere ogni candela che non illumini il potere e i potenti?
In tanti ci avete risposto: siamo noi il vostro capitale, insieme ce la possiamo fare a salvare «un bene comune». Più di cento tra cene, assemblee, concerti, collette militanti, mostre autorganizzate in tutte le città italiane, alcune decine di «Circoli di amici del manifesto» spuntati dovunque come funghi, una campagna abbonamenti da cui ci aspettiamo ancora molte sorprese, hanno portato nelle nostre casse più di 900 mila euro. Un successo politico e editoriale straordinario, ma non è abbastanza sul piano economico, soprattutto se non avremo un salto nelle vendite e se il Parlamento non ci restituirà quel che il governo ci ha tolto.
Da Torino, la città Fiat amica del manifesto e su cui abbiamo sempre investito energie e passione, dopo diverse assemblee e cene di sottoscrizione ci arriva una nuova sorpresa: una serata organizzata prevalentemente da donne, compagne, in modo esemplare, coinvolgendo intellettuali, movimenti, mondo del lavoro per rispondere insieme alla domanda iniziale: ha ancora senso, e ce la può fare a vivere sulle sue gambe questo giornale? Sono arrivati in più di trecento in una storica sede torinese, per farsi ascoltare e ascoltare Norma Rangeri e concludere che sì, ce la possiamo fare e le gambe «siamo tutti noi». Settemila euro sono una bella cifra in tempi di magra, in una città in cui si moltiplicano i negozi che comprano oro, persino protesi come ha scritto Marco Revelli. Chi non ce l'ha fatta a partecipare ha inviato un messaggio.
Noi, in via Bargoni, con fatica e ritardi - anche di stipendi - cerchiamo di tenere duro puntando alla prossima scadenza: il quarantennale del manifesto. Voi, se questa storia vi sta a cuore, prendere esempio dai torinesi. Per riparlarne nel quarantennale e insieme individuare il cammino successivo


Comunicato del Cdr di Liberazione
8 feb 2011

La società editrice di Liberazione, Mrc Spa, ha comunicato il 3 scorso, peraltro con lettera predatata al 2, al Cdr e alla Rsu di Liberazione che le retribuzioni del mese di gennaio sarebbero state corrisposte alle lavoratrici e ai lavoratori solo nella misura di un acconto del 20 per cento, ciò che è avvenuto in data odierna, nel perfetto silenzio della direzione, causa ritorno dell'azienda a crisi di liquidità. Il Cdr e l'assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Liberazione, visto l'ordine del giorno della Direzione nazionale del partito-proprietario Prc convocata per il 10 prossimo anche sulle sorti del giornale, ricorda che è tuttora aperto un confronto sindacale che procede da 8 mesi senza esiti su un nuovo piano presentato dalla Mrc Spa, già superato più volte dai fatti, proprio per fare luce sul futuro della testata che dal 2009 versa in stato di crisi riconosciuto e perciò vede la redazione lavorare in regime di solidarietà al 50 per cento. L'estate scorsa il confronto si interruppe dopo la reazione sindacale all'annuncio di un rinvio dei pagamenti degli stipendi di luglio. Quest'anno il tavolo è riconvocato in Fieg per il 14 prossimo e una settimana prima accade quanto detto. La scure dei tagli di Tremonti ha fatto da sfondo al confronto fra le parti in Liberazione sin dall'inizio. Il taglio ulteriore minacciato dal decreto Milleproroghe rispetto alla reintegrazione dei fondi per l'editoria precedentemente garantita dalla Legge di Stabilità, è noto da dicembre. E sin da allora, anzi dall'ultima riunione del tavolo presso la Federazione degli editori, si era incardinato un confronto aziendale sull'estensione dell'ammortizzatore sociale della cassa integrazione guadagni straordinaria inizialmente prevista dall'azienda solo per i colleghi prepensionabili. Questo proprio al fine di garantire la continuità della testata e dell'impresa a fronte dell'incertezza dei contributi pubblici: dal momento che proprio l'azienda dichiara non sufficienti gli interventi, pur messi in cantiere, sul taglio dei costi industriali, della foliazione e della distribuzione. Gli stessi interventi che la proprietà aveva respinto quando furono presentati dalla precedente amministrazione della Mrc, sin dall'aprile del 2010. Gli stessi interventi i quali il Cdr e l'assemblea di redazione avevano invitato a discutere direzione, editore e proprietà: ricevendo quale tutta risposta, nell'agosto passato, l'accusa di «remare contro il giornale e il partito». Ora è lo stesso partito a discutere quegli stessi interventi, ma dovendo rilevare che essi non bastano più. Però un piano industriale, che almeno questi interventi garantisca e vi aggiunga le definitive dimensioni del prodotto per potere giustificare gli ammortizzatori sociali, è lontano dall'essere finalmente approntato. E la trattativa sulle disponibilità alle casse integrazioni e allo smaltimento degli esuberi, nel frattempo dichiarati dall'azienda superiori del 50 per cento a quelli che già sorreggono lo stato di crisi, è stata trascinata a sua volta sin qui: sino al ritorno dell'azienda, appunto, alla crisi di liquidità. Si può maledire il governo, si può lamentare l'incertezza degli indirizzi parlamentari, si può piangere sulla spietatezza delle logiche del credito bancario, ma non si può giocare con le lavoratrici e i lavoratori e le prerogative contrattuali e sindacali. La Direzione del Prc è in grado di decidere, e subito. Sappia dunque che le spettanze delle lavoratrici e dei lavoratori non garantite dalla situazione dei bilanci della Mrc sono molteplici e sostanziali. In una situazione che presenta comunque rischi per la continuità dell'impresa, una proprietà e un'azienda responsabili dovrebbero sapere che i primi creditori sono i dipendenti: e che le spettanze contrattuali specificamente previste per i casi di cessazione traumatica delle attività, debbono essere le prime garantite. Lo saranno comunque: dal sindacato e dagli enti preposti, in forza della legge. Ogni ipotesi di passaggi traumatici in vece della sospirata conclusione di trattative lasciate fin troppo a lungo aperte, espone a questo rischio: non vi espone i lavoratori, vi espone azienda e proprietà. Il 10 febbraio è di per sé una data estrema, per assumere decisioni responsabili: perché un tavolo ufficiale è già convocato solo 4 giorni dopo, perché questa settimana si conoscerà con certezza l'esito del Milleproroghe in Senato e cadrà così ogni alibi, perché infine le lavoratrici e i lavoratori sono già pagati un quinto del dovuto dal mese di gennaio. Cioè, hanno già dato. Da adesso comincia per il Cdr e l'Assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Liberazione il tempo di assicurarsi tutto il dovuto.
Il Cdr e l'assemblea dei giornalisti e delle giornaliste di Liberazione


08/02/2011

 

 


il manifesto 3feb2011

EDITORIA
Fnsi e Mediacoop: il governo rispetti gli impegni
Il decreto milleproroghe arranca in un senato già in agonia pre-crisi di governo. Il sindacato dei giornalisti Fnsi e Mediacoop lanciano l'allarme per i fondi all'editoria tagliati da Tremonti: «Gli emendamenti con i quali si ripristina la piena consistenza del Fondo per i contributi diretti e quelli con i quali si chiede di ripristinare le tariffe agevolate per il non profit sono al vaglio della commissione Bilancio del senato». Fnsi e Mediacoop non chiedono più soldi alla commissione ma semplicemente di cancellare lo scippo e tornare al livello già approvato da parlamento, Europa e mercati con la «legge di stabilità» (la nuova finanziaria 2011). «Anche un modesto ridimensionamento del Fondo - denunciano Fnsi e Mediacoop in una nota - crea gravissime difficoltà. Anche perché è stato già ampiamente depauperato e anche il regolamento Bonaiuti ha ulteriormente ridotto la domanda di risorse ammissibili. Per questi motivi chiediamo che si sani definitivamente anche il problema delle tariffe agevolate per il non profit, che non può patire altre insopportabili dilazioni» (la disponibilità dei 30 milioni necessari era stata assicurata da Tremonti prima dell'estate). Il decreto scade a febbraio e in commissione non è stato ancora votato neanche un emendamento. Il timore delle opposizioni è che facendo marcire la discussione, il Tesoro pensi già a blindare il testo con un maxiemendamento e a votarlo con la fiducia in entrambe le camere


Libertà di stampa?
L'Italia è al 40° posto, dopo Cile e Corea del Sud
"Reporter Sans Frontières" www.rsf.fr 

Reporter sens frontière (Rsf) ha pubblicato la prima classifica mondiale della libertà di stampa e non sono mancate le sorprese. Innanzitutto va rilevato che, pluralismo e libertà nella diffusione delle notizie non sono una prerogativa dei paesi più ricchi e sviluppati. Basti pensare che il Costa Rica precede in classifica gli Stati Uniti e diverse nazioni europee. L'Italia, a causa dell'irrisolto conflitto di interessi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si piazza al quarantesimo posto, superata da paesi latinoamericani come Ecuador, Uruguay, Paraguay, Cile ed El Salvador, oltre che da Stati africani come Benin, Sudafrica e Namibia. La maglia nera dei peggiori del gruppo spetta a tre nazioni asiatiche: Corea del Nord, Cina e Myanmar. In fondo alla classifica figurano anche la maggior parte dei paesi arabi, a partire da Libia, Tunisia e Iraq, dove è semplicemente impensabile che un giornale o una testata radiotelevisiva possa criticare il capo dello Stato o l'operato del governo. R.s.f. assegna invece buoni voti ad alcune realtà africane come Benin, Sudafrica, Mali, Namibia e Senegal, tutte collocate nelle prime cinquanta posizioni e in condizione di vantare una reale libertà di stampa. I peggiori nell'Africa nera risultano essere Eritrea (132ma), Zimbawe (123mo), Guinea Equatoriale (117ma), Mauritania (115ma) e dal 109mo al 105mo posto, Liberia, Rwanda, Etiopia e Sudan. (Reporters sens frontiéres) .

Posizione 	Paese		Note 

1 	Finlandia 		0,50 
- 	Islanda 		0,50 
- 	Norvegia 		0,50 
- 	Paesi Bassi 	0,50 
5 	Canada 		0,75 
6 	Irlanda		1,00 
7 	Germania	 	1,50 
- 	Portogallo	 	1,50 
- 	Suecia 		1,50 
10 	Danimarca                 3,00 
11 	Francia 		3,25 
12 	Australia 		3,50 
- 	Belgio		3,50 
14 	Slovenia 		4,00 
15 	Costa Rica   	4,25 
- 	Svizzera	 	4,25 
17 	Stati Uniti	 	4,75 
18 	Hong Kong	 	4,83 
19 	Grecia 		5,00 
20 	Equador	 	5,50 
21 	Benin 		6,00 
- 	Inghilterra	 	6,00 
- 	Uruguay 		6,00 
24 	Cile		6,50 
- 	Ungheria		6,50 
26 	Africa del Sud 	7,50 
- 	Austria 		7,50 
- 	Giappone	 	7,50 
29 	Spagna		7,75 
- 	Polonia 		7,75 
31 	Namibia 		8,00 
32 	Paraguay 		8,50 
33 	Croazia	 	8,75 
- 	El Salvador 	8,75 
35 	Taiwan 		9,00 
36 	Mauricio 		9,50 
- 	Perú		9,50 
38 	Bulgaria 		9,75 
39 	Corea del Sud	10,50 
40 	Italia 		11,00 
41 	Repubblica Ceca 	11,25 
42 	Argentina 		12,00 
43 	Bosnia-Erzegovina 	12,50 
- 	Mali 		12,50 
45 	Romania 		13,25 
46 	Capo Verde 	13,75 
47 	Senegal 		14,00 
48 	Bolivia 		14,50 
49 	Nigeria 		15,50 
- 	Panama	 	15,50 
51 	Sri Lanka 		15,75 
52 	Uganda 		17,00 
53 	Niger 		18,50 
54 	Brasile		18,75 
55 	Costa de Marfil 	19,00 
56 	Libano 		19,67 
57 	Indonesia 		20,00 
58 	Comoras 		20,50 
- 	Gabon 		20,50 
60 	Yugoslavia 	20,75 
- 	Seychelles                  20,75 
62 	Tanzania 		21,25 
63 	Repubblica africana	21,50 
64 	Gambia 		22,50 
65 	Madagascar 	22,75 
- 	Tailandia 		22,75 
67 	Bahrein 		23,00 
- 	Ghana 		23,00 
69 	Congo 		23,17 
70 	Mozambico 	23,50 
Posizione   Paese                      Note 
71 	Cambogia	 	24,25 
72 	Burundi 		24,50 
- 	Mongolia 		24,50 
- 	Sierra Leone	24,50 
75 	Kenya		24,75 
- 	Messico	 	24,75 
77 	Venezuela 		25,00 
78 	Kuwait 		25,50 
79 	Guinea 		26,00 
80 	India 		26,50 
81 	Zambia 		26,75 
82 	Palestina 		27,00 
83 	Guatemala 	27,25 
84 	Malaui 		27,67 
85 	Burkina Faso 	27,75 
86 	Tayikistán 		28,25 
87 	Chad 		28,75 
88 	Camerun	 	28,83 
89 	Marruecos 		29,00 
- 	Filippine 		29,00 
- 	Suazilandia 	29,00 
92 	Israele		30,00 
93 	Angola 		30,17 
94 	Guinea-Bissau 	30,25 
95 	Algeria  		31,00 
96 	Yibuti 		31,25 
97 	Togo 		31,50 
98 	Kirguizistán 	31,75 
99 	Giordania		33,50 
- 	Turchia	 	33,50 
101 	Azerbaiyán 	34,50 
- 	Egitto		34,50 
103 	Yemen 		34,75 
104 	Afghanistan 	35,50 
105 	Sudan		36,00 
106 	Haiti		36,50 
107 	Etiopia		37,50 
- 	Ruanda 		37,50 
109 	Liberia 		37,75 
110 	Malesia 		37,83 
111 	Brunei 		38,00 
112 	Ucraina 		40,00 
113 	Repubblica Congo 	40,75 
114 	Colombia 		40,83 
115 	Mauritania 		41,33 
116 	Kazajistán 		42,00 
117 	Guinea Ecuatoriale 	42,75 
118 	Bangladesh 	43,75 
119 	Pakistan	 	44,67 
120 	Uzbekistán 	45,00 
121 	Russia 		48,00 
122 	Iran 		48,25 
- 	Zimbawe	 	48,25 
124 	Bielorrusia                  52,17 
125 	Arabia Saudita	62,50 
126 	Siria 		62,83 
127 	Nepal 		63,00 
128 	Túnez 		67,75 
129 	Libia 		72,50 
130 	Iraq		79,00 
131 	Vietnam 		81,25 
132 	Eritrea 		83,67 
133 	Laos 		89,00 
134 	Cuba 		90,25 
135 	Buthan 		90,75 
136 	Turkmenistán 	91,50 
137 	Birmania 		96,83 
138 	Cina 		97,00 
139 	Corea del Nord 	97,50

 
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