PER LA RESISTENZA GLOBALE ALLA GUERRA GLOBALE - maggio giugno 2002



PER LA RESISTENZA GLOBALE ALLA GUERRA GLOBALE

PER L'UNIFICAZIONE EUROPEA DELLA LOTTE SOCIALI

PER L'AUTONOMIA E LA CREATIVITA' DEL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI


LETTERA APERTA DEL MOVIMENTO DELLE E DEI DISOBBEDIENTI


Alla società civile,
Ai movimenti, alle reti e alle singolarità in cammino,
costruendo un altro mondo possibile:

un anno fa, di questi giorni, ci incontravamo in tutte le città
italiane e del mondo per raccogliere insieme la sfida degli Otto Grandi
della Terra, attesi per il luglio successivo a Genova. Gli oscuri
messaggi di intimidazione e repressione raccolti a Gotebor e Barcellona
non ci fermarono. Non fermarono una mobilitazione che aveva già seguito
un percorso di continua crescita, da Amsterdam a Seattle, dalla Selva
Lacandona a Porto Alegre, da Seoul a Bologna, da Johannesburg a Praga,
dalla stessa Genova a Washington, da Napoli a Quebec City.

Il movimento globale ha affermato come non mai, quel luglio, a Genova,
la sua novità e la sua singolarità. Movimenti di lotta e cooperazione
contro il neoliberismo, reti di pratiche libertarie e solidali,
organizzazioni politiche e sociali e, soprattutto, singole e singoli
hanno composto, pur con mille difficoltà ed impacci, contaminazione tra
differenze e determinazione comune. Ha assediato il G8, si è rifiutato
di riconoscerne l'autorità e per questo ha subito una repressione senza
precedenti, affidata al governo Berlusconi ed agli apparati di Stato
italiani e internazionali. Un giovane, Carlo Giuliani, è caduto ucciso.
Migliaia furono perseguitati per le strade. Centinaia sequestrati e
torturati.

Il movimento globale ha investito l'Italia, la vita delle sue cento
città: ne ha riempito le piazze diffondendosi proprio contro quella
repressione, anziché scompaginarsi. Sono state nuove brecce, che
comunque rimangono, aperte a tutte le articolazioni e alla descrizione
d'una inedita cartografia del conflitto sociale e d'una nuova
costruzione civile. Il movimento che s'era evocato adottando il nome
raccolto dalla prima Porto Alegre, quello dei Forum sociali, quando ha
conservato lo spirito di Genova, non si è mai espresso come soggetto
unico ed omogeneo ma come vero e proprio movimento di movimenti.

Quante e quanti si erano ritrovati e riconosciuti nello Stadio Carlini
di Genova e nel corteo della disobbedienza civile a via Tolemaide, che
avevano dovuto vedere il sangue di Carlo Giuliani versato sull'asfalto
di piazza Alimonda, che avevano sofferto insieme la riflessione su
quella morte subita, decisero di affermare la loro consapevolezza: di
come quella repressione avesse travolto la pratica scelta, ma anche di
come un nuovo valore fosse stato generato dall'esperienza, un valore di
socializzazione e di comune protagonismo, nella disobbedienza al
dominio e nel rifiuto dell'ordine presente. Hanno affermato la volontà
di sperimentare un'estensione e una trasformazione della pratica
disobbediente, che fosse aderente alla produzione di soggettività e ne
promuovesse il conflitto e il consenso. Ci costituimmo per questo in
Laboratorio della disobbedienza sociale, per condurre e contribuire con
un nuovo esperimento.

Poi è venuto il tempo della Guerra Globale Permanente. Con la strage
dell'11 settembre il tragico gioco di specchi in cui si delinea
l'ordine imperiale dei poteri sulla globalizzazione, la guerra infinita
con cui riprodurre comando ed esclusione, controllo e separazione, ha
imposto i suoi abbagli.
E’ venuta la guerra, ma in Italia il movimento non si è fermato: ciò
che da Genova era fluito riuscì a declinare il contrasto al governo
capitalistico della globalizzazione e alle sue politiche neoliberiste
con quello al loro strutturale compendio, un ordine di guerra, militare
ma anche economica e sociale, arrivando fino alla seconda Porto Alegre.

Proprio in faccia alla ferrea ricodificazione della guerra permanente,
la capacità di iniziativa del movimento ha esibito elementi di un nuovo
ciclo di conflittualità. In quel momento, centinaia di migliaia non
cessarono di dimostrare la nuova capacità di radunarsi nelle stesse
strade, e sul medesimo cammino, a manifestare un'insorgenza di milioni:
contro la guerra come contro gli attacchi del padronato industriale al
lavoro, contro l'aziendalizzazione dell'istruzione come contro le leggi
razziste.

Il movimento era andato oltre quegli stessi spazi che si era dato,
abitando le scuole e gli atenei, le fabbriche, le baracche e le filiere
produttive del lavoro migrante. Ha diffuso la sua autonarrazione,
dispiegando gli strumenti della comunicazione indipendente,
sottraendosi ai monopoli di quella ufficiale, ma anche aprendovi
fronti. Ha oltrepassato la stessa rete di relazioni di una società
civile divisa dal saliente della guerra come da una spada, e si è
espresso come insieme di movimenti sociali. Al cospetto del nuovo
ordine di poteri, che le destre interpretavano in Italia. Fuori e oltre
la palude della sconfitta lasciata da quanti a Genova non erano voluti
venire, e di cui ora il movimento investiva le basi di consenso, dove
si producevano ulteriori pratiche di mobilitazione.

Noi stessi, realtà e luoghi dove l'esperimento della disobbedienza
sociale si era inizialmente prodotto, trovammo che essa era diventato
un nome comune dell'insubordinazione. L'esperimento si era diffuso,
disseminandosi in nuove reti e in una rinnovata produzione di soggetti,
motore di conflitto. Da qui la decisione di riconoscerci movimento tra
i movimenti, per porre a valore questa differenza e questa diffusione:
movimento delle e dei disobbedienti.

Poi, ancora, non siamo stati più soli. Dopo tre scioperi generali del
sindacalismo di base, dopo l'evocazione disobbediente del tema della
lotta generale per i diritti, dal movimento studentesco a quello, nuovo
e importante, delle e dei migranti, si è imposto finalmente
all'orizzonte lo sciopero generale delle grandi confederazioni e un
grande, per quanto obbligato, ritorno alla lotta della maggiore, la
Cgil. Il conflitto sociale, ridislocato e rideterminato dal movimento
di Genova, ha preso corpo e trovato la sua punta di lancia sul terreno
dello scontro diretto tra capitale e lavoro, e nelle stesse
articolazioni tradizionali di questo.

Un quadro diverso, che ha posto al movimento di movimenti altre
interrogazioni, altre esigenze di prospettiva. Una riflessione che,
però, si è dispersa, sulla traccia complessa di un filo resosi nei
fatti meno visibile: quello della natura globale del movimento e della
globalità del tema che aveva posto, la decisione comune.

Noi stessi, disobbedienti, abbiamo interpretato questo limite: ad
esempio, sottraendoci fino ad oggi al percorso verso il primo Foro
sociale europeo, fissato nell'ultima Porto Alegre proprio in Italia, a
Firenze, per il prossimo novembre. Così come l'intero movimento
italiano ha segnato la sua assenza da un appuntamento che proprio di
quel percorso avrebbe dovuto rappresentare la prima occasione pratica:
il controvertice di Barcellona, che ha superato lo stesso tetto di
partecipazione toccato da Genova. Mentre già si affaccia una nuova data
europea, quella del controvertice di Siviglia contro la piattaforma
anti-sociale dell'Ue, e torna il rischio d'un mancato incontro da parte
dei movimenti italiani.

Noi disobbedienti, pur in presenza dell'esperienza straordinaria
compiuta con la partecipazione alla Carovana di Action For Peace in
Palestina e all'affermazione in essa d'una nuova azione contro la
Guerra Globale Permanente, attraverso l'ingaggio di corpi e linguaggi
pratiche di protezione diretta dei civili e di diplomazia dal basso,
abbiamo riscontrato questa difficoltà. Non ci si è saputi sottrarre ai
termini vecchi e angusti della mobilitazione classica e rituale che non
poteva che favorire chi ha sempre sperato nella morte e non nella
vitalità dei movimenti. Non si è saputo riportare l’innovazione, in
termini di pratica e di pensiero, rappresentata da ciò che avevamo
imparato nel cuore della Guerra. Le lacerazioni che si sono verificate
in Italia sono state un regalo all'apartheid di Sharon e allo sviluppo,
senza troppi intoppi, in Israele d'uno dei nuovi e piu’ avanzati
laboratori della medesima Guerra Globale.

Lo sciopero del 16 Aprile per noi doveva diventare da “generale”
a “generalizzato”. Grazie a questo concetto, che di fatto è divenuto
un’idea forza assunta da tutte e tutti, si è riusciti finalmente a dare
corpo e anima al vecchio ragionamento sullo sciopero di cittadinanza.
Non è cosa da poco anche perchè innervata nella ricomposizione delle
vecchie e nuove figure del lavoro resa possibile dalla lotta per
l’art.18 assunta come lotta per i diritti, quelli che il governo vuole
sopprimere o non riconoscere.
Le iniziative di generalizzazione prodotte nella giornata dello
sciopero del 16 aprile, per quanto ci compete recano un bilancio di
diffusione straordinaria di azioni di disobbedienza sociale, anche se
confermano che quando la gestione è troppo timida nell'articolare un
discorso che proponga le differenze come parte viva, visibile e
conflittuale per la contaminazione e la ricomposizione dentro la
moltitudine, prevale la divisione in percorsi che alla centralità del
conflitto antepongono l'insegna, proclivi ad un approccio ridotto alla
nicchia e alla delimitazione.

Nella recente scadenza delle elezioni amministrative diverse realtà
disobbedienti si sono impegnate in alcuni percorsi, tra loro
differenti, di incursione in questo passaggio, di fronte alle
problematiche poste sul terreno dello sviluppo del movimento, ossia al
rapporto tra la sua autonomia - e singolarità - e lo spazio presente
della politica, la crisi degli statuti di questa e i temi e le pratiche
imposti dal ciclo di mobilitazioni di quest'anno. Nel contesto,
peraltro, di un tentativo - non solo italiano - di riorganizzazione del
consenso intorno alla sinistra moderata e alla sua ipotesi di governo
temperato della globalizzazione neoliberista, proprio quando il suo
disastro tocca il massimo e più che mai pericoloso grado di conferma in
Europa. Quelle sperimentazioni, condotte ad un livello piuttosto
prossimo e incombente sulla quotidianità dell'agire delle reti sociali,
il livello dei nessi amministrativi, sono state differenti anche negli
esiti. E confermano per noi la centralità del tema del municipalismo,
delle articolazioni che esso porta con sè, come gli elementi di
partecipazione e democrazia diretta. Come altri dati che, grazie al
fatto che le sperimentazioni qualcuno le fa, senza paura di
essere “scomunicato”, ci hanno consegnato un quadro da cui si evince
chiaramente che un conto è parlare di “crisi della rappresentanza”, un
altro dare per scontato che questa situazione provochi la “crisi dei
partiti”. Un conto è dire che i simboli dovrebbero essere superati e
non diventare un feticcio, ed un altro è dire che questo è già
accaduto. I simboli ed i partiti, in queste elezioni, contano, e
contano molto. La stessa discriminante contro la guerra, non ha inciso
minimamente sulla raccolta di consensi che si è determinata
sull’antiberlusconismo in massima parte. Le riflessioni sono aperte ma
certo è che i nodi sono tutti da sciogliere e le strade tutte da
percorrere. E’ chiaro che poi una rete di amministratori, consiglieri
di comuni grandi e piccoli che hanno come priorità lo sviluppo di
percorsi di rottura in senso municipale, oggi esiste. Ne rivendichiamo
tutta la positività e la potenzialità.


La mancata mobilitazione dei movimenti in occasione dell’arrivo di
George Bush II a Roma e per il
vertice Nato-Russia a Pratica di Mare, crediamo debba essere utilizzata
da tutti per aprire una riflessione. Come disobbedienti partiamo
dall’autocritica, ma la delusione per non essere noi riusciti, in primo
luogo, a fare la nostra parte, non può nascondere che i problemi sono
di natura anche generale e riguardano tutti. Sono secondo noi di almeno
due ordini: uno riguarda il meccanismo di riconoscimento, condivisione,
attrazione dei social forum. Secondo noi oggi è necessario dire con
forza che quello che è importante è lo spirito di Genova e non un logo,
tra l'altro ormai incapace di attrarre, di diventare motore come fu per
alcuni mesi. Dobbiamo superare l’idea che è “irrigidendo” o mantenendo
burocraticamente il simulacro dei luoghi di movimento, si fa movimento.
Dobbiamo uscire da noi stessi, ritrovarci perché ne sentiamo il
bisogno, perché c’è un sacco di gente che partecipa, condivide, si
sente coinvolta. Potremo stare a discutere per molto tempo sul perché
il meccanismo del social forum in moltissime parti del paese è divenuto
uno strumento inservibile. In altre realtà, più piccole in genere, è
divenuto il primo ed unico luogo e forse per questo ha mantenuto la sua
capacità di essere reale. Però dobbiamo cominciare a dircelo, senza
paura che questo significhi la fine dello “spirito” di Genova.
Trasformare i social forum in una sorta di modellino preconfezionato e
scontato non ha fatto bene al movimento. Cominciamo col dire che i
luoghi, gli spazi pubblici sono molteplici e funzionano se sono in
grado di attrarre,volta per volta, di misurarsi con il convincimento e
con la capacità di produrre azione politica, conflitto e consenso.
Togliamo questa sacrale inerzia dai nostri modi di fare.Ne avremo tutti
un beneficio. L’altro grande problema è la piazza. Non possiamo
nasconderci che il limite è anche di natura profondamente materiale e
politica allo stesso tempo. Cosa saremmo stati in grado di proporre
come azione collettiva a Pratica di Mare? Un’altra grande e
ordinatissima sfilata? Dopo Genova, dopo quello che è accaduto, noi
dobbiamo fare i conti con questo. La pratica dell’illegalità, cioè
della produzione dal basso di nuova legalità contrapposta alla legge
ingiusta dell’Impero, sia essa limitazione della libertà di manifestare
o imposizione di politiche criminali che provocano la morte a milioni
di esseri umani ogni anno, non è un nodo “tattico” e
tantomeno “tecnico”. Da quel blocco dell’accesso del Wto round di
Seattle nel 99 a Genova, questo siamo stati capaci di fare. Dallo
smontaggio del Mc Donald’s operato da Bovè, a quello del centro di
detenzione per migranti di Bologna, questo abbiamo fatto. Liberare il
desiderio di cambiare e produrre senso nel farlo, pensare al rapporto
con la legge, l’ordine costituito come un rapporto non immutabile.
Questo significa per noi anche forzare il ruolo, la delimitazione, di
concetti come società civile, fare società, conflitto, consenso,
trasformazione. Dopo Genova abbiamo ragionato poco su questo. Salvo poi
ritrovarci in Palestina a dover fare i conti esattamente con lo stesso
problema, con le azioni dirette di protezione dei civili. Quindi
crediamo importante porre a noi per primi e poi a tutti la domanda. La
risposta, è chiaro, non può che essere frutto di grandi
contaminazioni.

Adesso, bussa alle porte l'appuntamento con la settimana della Fao a
Roma, indicato ancora una volta dal Foro sociale mondiale di Porto
Alegre: sarà come sempre una nuova occasione di verifica, a partire
dalla manifestazione internazionale dell'8 giugno, la prima in Italia
dopo Genova, e dalle azioni decentrate fissate per quei giorni e cui
comunque, al di là delle date, ci sentiamo chiamati per affermare il
rifiuto del controllo del WTO sulle politiche agricole e
dell'alimentazione, dell'uso dei brevetti delle multinazionali, del
potere sulla vita esercitato duplicemente con l'estensione del
transgenico.


PER L'AUTONOMIA E LA CREATIVITA' DEL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI.

Vorremmo che si aprisse su questi punti un dibattito pubblico.Una
consultazione che investa di discussioni e bilanci tutte le realtà
presenti fin qui nella nostra sperimentazione, con la quale riprendere
il lavoro interrotto d'una nuova mappa del conflitto e delle pratiche
disobbedienti, a partire dai laboratori locali che dovranno rendersene
protagonisti; e nel cui corso nessuno più parlerà per le ed i
disobbedienti, ma come disobbediente, con tutta la propria peculiarità.
Mentre l'agenzia di comunicazione, strumento di cui ci siamo dotati per
la relazione interna ed esterna e per la verifica delle decisioni,
resterà come riferimento di servizio per la consultazione stessa,
strutturandosi via via intorno ai suoi risultati.

Una consultazione attiva, perché siamo consapevoli che solo un rilancio
dell'azione disobbediente potremo contribuire al rilancio della
dinamica conflittuale complessiva del movimento dei movimenti. Come
pure parteciperemo alle giornate di Siviglia per avviarci su un nuovo
cammino di relazioni pratiche continentali, tra disobbedienze diverse,
capaci d'iniziativa comune: affinché il passaggio del Foro sociale di
novembre a Firenze, nel cui percorso di costruzione sia pure
tardivamente ci immetteremo adesso, non sia foriero di rinnovate
separatezze nel movimento e sopra di esso, ma invece sia un passaggio
davvero fondamentale per disegnare un orizzonte di lotta e dare un
seguito di progetto alternativo alle precedenti mobilitazioni contro la
Carta europea dei diritti ufficiale. Insomma, PER L'UNIFICAZIONE
EUROPEA DELLE LOTTE SOCIALI.

Una consultazione attiva, perché sarà rivolta fuori di noi. Per aprire
la discussione sulle forme e le pratiche della decisione comune nel
conflitto, a fronte della moltiplicazione delle possibilità e dei
soggetti del suo esercizio, nei mesi a venire. Per aprire la
discussione su come questa decisione comune possa calcare il cammino
della costruzione di momenti e luoghi aperti di democrazia radicale.

Attiva, perché dovrà non interrompere ma proseguire e vivificare gli
esperimenti di disobbedienza sociale, anzitutto rivolgendosi
all'universo delle disobbedienze che non si nominano tali ma anche
facendo valere una soggettività di movimento capace di sostenerle.

Specialmente, attiva nel produrre la verifica di nuovi percorsi di rete
intorno alla proposta di reddito sociale garantito, e della sua
capacità di legarsi alla moltiplicazione di istanze di conflitto nella
combinazione delle figure del lavoro vivo, di recare un apporto al
proseguo della lotta per l'unità del lavoro organizzato e del
precariato sociale che lo attraversa e lo circonda.

Attiva, ancora, nel proseguire la sperimentazione della disobbedienza
sul fronte centrale nel futuro della battaglia sui diritti, sul fronte
del movimento del lavoro migrante, rilanciando le azioni contro i
Centri di permanenza temporanea e inserendole nel contributo a quella
nuova contro la legge Bossi-Fini e contro la discriminazione ed il
sicurismo sociale.

Attiva nel fare del Movimento di Massa Anti Proibizionista un vettore
di iniziativa socializzata a tutte e tutti i disobbedienti, per
spingere avanti l'attivazione dei soggetti e del conflitto contro la
solidificazione degli strumenti d'ordine della società di controllo.

Attiva, infine ma non per ultimo, perché a Genova noi intendiamo che
vengano realizzate assemblee del movimento dei movimenti, davvero
aperte all'esibizione della sua capacità conflittuale, senza timidezze
né gelosie né prevaricazioni né sottintesi, ma per rilanciarlo oltre
ogni limite riscontrato e guardando ai soggetti reali. E perché
intendiamo che la giornata del 20 luglio, a Genova, ad un anno dalla
sua uccisione veda ancora con noi Carlo Giuliani, in una nuova vera
manifestazione globale, non già per invocare ma per affermare, con gli
occhi di tutti e in tutte le lingue del pianeta, due semplici parole:
VERITA' E GIUSTIZIA!


Da un luogo indifferente, Italia, Europa, Pianeta Terra
Maggio-Giugno 2002, anno secondo della Guerra Globale Permanente


MOVIMENTO DELLE E DEI DISOBBEDIENTI