LAVORARE AL NORD

Il cinico potrebbe dire che al Nord la disoccupazione non esiste. O perché è prevalentemente femminile o perché, se veramente vuoi un lavoro senza pretese, da qualche parte lo trovi. Se si adotta il punto di vista delle imprese, la disoccupazione è socialmente utile, perché comprime i diritti dei lavoratori e ottiene un incremento della competitività del prodotto spremendo la manodopera fin dove è possibile. D’altra parte, di questi tempi, le imprese non hanno bisogno di uomini e donne liberi. Li (le) preferiscono precari, ricattabili e docili al comando aziendale. Aperta la parentesi, ma non tanto. Tanto più sarà affollata la platea della precarietà, tanto più ampio sarà lo spazio per il "conservatorismo compassionevole" di Bush, o per la "modernizzazione armonica" di Aznar, o per il "liberismo sociale" del cavalier Berlusconi che fa andare in orgasmo Ferdinando Adornato su "Il Foglio" del 15 novembre. All’orgia dei contorcimenti linguistici che servono alle destre per nascondere il loro vecchio proposito di liberare le imprese dall’oppressione della presenza sindacale, bisognerà rispondere con il celebre motto gobettiano: "Che ho a che fare io con gli schiavi?". Chiusa la parentesi, ma non troppo.

Però, mentre è giusto denunciare che la sicurezza lascia il lavoro per abbracciare il capitale, non ci possiamo neppure nascondere dietro un dito. Fin dal 1999 un organismo bilaterale per la formazione, promosso congiuntamente da Cgil-Cisl-Uil e Confindustria, aveva compilato la lista dei lavoratori introvabili e le aziende avevano denunciato addirittura il 60% delle professionalità assenti: progettisti di prodotto, progettisti meccanici, tecnici dell’area commerciale e del marketing, disegnatori e progettisti cad, tecnici di sistemi di qualità, cuochi e tecnici dell’innovazione dei servizi turistico-alberghieri, tecnici di conduzione di cantiere, operatori polivalenti per opere murarie.

Dunque, ogni proposito di lottare contro la disoccupazione giovanile è aria fritta se non passa attraverso una moderna formazione professionale. E l’altra faccia del carattere vetusto della formazione professionale è il dissesto della ricerca scientifica, campo in cui si continua a investire poco. Così si favorisce il fenomeno congiunto dell’emigrazione dei cervelli e/o dell’importazione dai paesi del Terzo Mondo di lavoratori intellettuali a costi sempre più bassi.

Sta di fatto che, dopo dieci anni di contratti di formazione-lavoro, con grandi vantaggi per le imprese in termini di alleggerimenti fiscali e contributivi, a Torino non c’è un fresatore disponibile. Bruno Torresin, che ha preceduto Tom DeAlessandri nella carica di assessore al Lavoro al Comune di Torino, era arrivato alla conclusione che la formazione era stata utilizzata dalle imprese non per trasmettere professionalità ai giovani, ma semplicemente per pagarli meno.

Ormai si investe solo per distruggere la manodopera e per fare concorrenza alle altre imprese su prodotti a basso contenuto di qualità e di innovazione tecnologica condannati a gravitare nelle fasce basse del mercato. Ma in questo modo, si troverà sempre qualcuno disposto, a Taiwan o a Nichelino, a lavorare per diecimila lire al giorno in meno rosicchiando con destrezza di qua ferie e diritti, di là pause, maternità, turni notturni, domeniche o straordinari in nero. Lavoro in affitto e cooperative completano l’opera di abbattimento dei costi previo spoliazione dei diritti.

Alla luce di queste considerazioni, si sciolgono come neve al sole tutti gli argomenti di chi attribuisce alla presenza extracomunitaria la responsabilità di aver determinato il calo dell’occupazione italiana. Respinti dalla società e richiesti dall’economia (come ci dicono le statistiche sui nuovi occupati nell’agricoltura, nell’industria, nei servizi), gli extracomunitari fanno lavori che non vogliono più fare i figli di buona famiglia. Questi ultimi vanno al liceo e molti hanno la sedici valvole prima della maturità. Le statistiche dicono pure che uno su tre ha già il telefonino alle Elementari. Complimenti. Abbiamo il superfluo, peccato che ci manchi il necessario. E i loro paparini? I loro paparini non perdono occasione per vomitare disprezzo contro i lavavetri. Trepidano la notte del sabato. Chiedono il pugno di ferro alle frontiere.

Con questi chiari di luna, il ministro Maroni ha preparato un pacchetto di "misure temporanee e sperimentali a sostegno dell’occupazione regolari, nonché incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato". Primo provvedimento: per un periodo sperimentale di quattro anni il licenziamento risultato illegittimo davanti alla Magistratura del Lavoro potrà essere risarcito mediante il versamento di un indennizzo stabilito da un collegio arbitrale. Il rientro nel posto di lavoro da cui sei stato cacciato ingiustamente non perché lo hai stabilito tu, ma perché lo ha accertato la Magistratura del Lavoro, non sarà più obbligatorio come prevedeva l’art.18 dello Statuto dei lavoratori. Ti dovrai accontentare di qualche mensilità, ma poi fuori dai piedi.

Orbene, il referendum, respingendo la proposta dei radicali che la Confindustria appoggiava, aveva confermato una tutela di cui oggi non possiamo vergognarci e che soprattutto – come ha detto il sociologo Aris Accornero – dovremmo rispettare. Eppure, come riconosce Marco Biagi su "Il Sole-24 Ore" del 16 novembre, tutti sanno che "la reintegrazione vera è ormai una rarità". Il ministro Maroni ha voluto insistere per aprire una strada, per impugnare una bandiera. Un antipasto orribile, accompagnato, ad esempio, da un provvedimento che consentirà alle imprese di conteggiare il lavoro interinale nelle quote di assunzione dei disabili. L’arrosto sarà un’ulteriore affermazione della sovranità dell’impresa sulla persona del lavoratore.

Il tutto, beninteso, "per stanare gli irriducibile del lavoro nero" e per stimolare le aziende "a ricorrere più frequentemente al rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con un forte incentivo all’occupazione di buona qualità".

Come da una facilitazione dei licenziamenti possa nascere una ripresa dell’occupazione, è difficile capire. Con la scrittrice indiana Arundhati Roy, possiamo dire che "i maiali sono cavalli, che le bambine sono maschietti e che la guerra è pace".

Mario Dellacqua