IO, EBREO
Carnefice e vittima
STEFANO SARFATI NAHMAD- il manifesto 03/04/02
Sono cresciuto con l'idea di appartenere a un popolo segnato da interessanti differenze e da una recente esperienza di tremenda violenza subita dalla generazione dei miei genitori, la Shoah. Questa cosa è sempre stata in me nel corso della mia vita, anche se in modo piuttosto intimo e personale. Oggi, con questo precipitare degli eventi in Medio Oriente, con i soldati israeliani che non permettendo i soccorsi ai feriti li lasciano morire dissanguati, con i rastrellamenti di tutti i maschi palestinesi da 15 a 45 anni nei villaggi e nelle città, con le uccisioni a sangue freddo, con gli elicotteri e gli aerei militari israeliani che fanno fuoco sulla popolazione, in questo aumentare vorticoso e accanito della violenza dello Stato ebraico sui palestinesi, la componente ebraica dentro di me è sul punto di diventare un tumore. Forse ora appartengo a un popolo di assassini sanguinari? O per metà assassini e per metà complici?

Sto forse diventando come Danny, il protagonista di The Believer, film che svela il teorema dell'identità, scatola vuota che può contenere indifferentemente la vittima e il carnefice?

Mi viene in aiuto Nurit Peled, l'israeliana che, avendo perso la bambina in un attentato, ha saputo stabilire un legame con la famiglia del kamikaze, vedendo in entrambi le vittime della stessa follia. Riconosco il senso di quello che dice e mi ricordo che in fondo sono ebreo per il fatto di essere figlio di madre ebrea (il solo padre ebreo non fa figli ebrei). E mia madre e sua madre e sua madre (eccetera) per quel che ne so non hanno niente a che vedere con la follia israeliana.