Indesit/in breve

La storia dell'Indesit potrebbe essere concentrata in una battuta: "privatizzazione degli utili socializzazione delle perdite", Una battuta non è solo schematica, ma non spiega perché è sempre Pantalone a pagare, anche quando si ritiene fortunato (vedi alla voce cassadisintegrato).

L'Indesit costruisce le sue fortune in tempi lontani, come le altre aziende del settore, con una politica di bassi salari che consentono l'esportazione massiccia sia nei paesi europei che extra europei. Di questa fase si dirà poi che il prodotto italiano "sfonda" nel mondo per il design "italiano"…

Certamente gli elettrodomestici italici non sono orribili, sono decentemente affidabili e soprattutto costano molto meno di quelli dei concorrenti locali.
Mediamente i produttori di elettrodomestici italiani esportano il 50% della produzione, L'Indesit raggiunge addirittura il 70%.

I salari sono bassi per un bel po' di tempo, incominceranno a diventare un tantino meno miserabili solo nel '62. Gli operai incominciano a rialzare la testa, non perché improvvisamente si siano svegliati, ma semplicemente perché la produzione "tira" e servono nuovi lavoratori.

Negli anni '60 , gli elettrodomestici del cosiddetto settore bianco si avviano ad una rapida maturazione tecnologica, in altre parole: le innovazioni riguardano la facciata, non la sostanza.

Per aumentare i profitti si può solo razionalizzare sia il prodotto che la produzione, ad onor del vero nessuna delle aziende del settore percorrerà questa strada perché in contemporanea si distribuiscono contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati tramite la cassa del mezzogiorno.
Sui soldi della cassa destinati allo sviluppo del Sud e dispersi al Nord si potrebbero fare pensierini divertenti..

Uno dei difetti, o dei pregi, è questione di punti di vista, dei finanziamenti della cassa del mezzogiorno è che l'entità è legata al numero dei nuovi posti di lavoro che il richiedente afferma di "creare" (naturalmente sulla carta, senza dover rendere conto della eventuale 'sparizione' di posti di lavoro da un'altra parte).

Questo modo di concedere i finanziamenti ha consentito ogni sorta di intrallazzi, non si ha notizia che siano stati restituiti i prestiti e quando tutto è andato bene i posti di lavoro reali erano metà di quelli promessi, ma in compenso le attività installate erano doppioni o trasferimenti dal nord ritardando ristrutturazioni e razionalizzazioni.

Ancora nel '77, quando gli altri produttori tirano i remi in barca, l'Indesit programma un ampliamento degli impianti da lasciare esterrefatti: gli occupati dovrebbero passare da 8000 a ben 12.000 nell'arco di cinque anni; a chi fa osservare che la cosa sembra un poi fantastica, l'amministratore delegato ribatte che lui conosce il suo mestiere, mentre molti lavoratori dicono di essere fortunati ad avere a che fare con un padrone così buono da assumere personale mentre la concorrenza tenta di alleggerire il libro paga. Le parole "esubero" ed "esuberanti" diverranno di moda solo qualche anno dopo

Che i posti di lavoro siano solo sulla carta e gli investimenti siano fatti con i soldi della "collettività" lo si "scoprirà" solo in seguito. Infatti nell'80 scoppia la bomba

 

la crisi

Il 12 giugno 1980 a Roma incontro tra l’Indesit e la segreteria del F.L.M. L’azienda comunica la situazione di crisi pressoché totale delle produzioni di elettrodomestici, in aggiunta a quella di elettronica. 
A partire da questa data i lavoratori effettuano continue manifestazioni pubbliche a None, Torino, Pinerolo, Orbassano.

Il 18 giugno ricorso alla legge 675 per crisi aziendale e relativa Cassa Integrazione straordinaria. Tutti gli operai vengono sospesi a zero ore. La fabbrica è presidiata. 11000 famiglie di dipendenti Indesit e 11000 famiglie di dipendenti dell’indotto stanno per perdere il lavoro e il salario.

L’azienda offre incentivazioni al licenziamento, e poi al prepensionamento.

 

Nel 1981 L’Indesit viene suddivisa in tre holdings: elettrodomestici, elettronica, componenti. Sembra quindi che l’azienda abbia la volontà di affrontare positivamente il mercato.

Il 27 novembre 1981 l’azienda comunica al sindacato l’avvio della procedura di licenziamento per 1700 lavoratori dell’elettronica civile.

L’insieme delle iniziative sindacali e la mobilitazione dei lavoratori con presidi, riescono ad ottenere un intervento governativo concreto della Gepi nel settore dell’elettronica. L’Indesit e la Zanussi le maggiori aziende del settore fanno un accordo per una società in comune.

Intanto i licenziamenti sono sospesi. Il piano di settore dell’elettronica operativamente non decollerà. A None non si riprenderà più a produrre televisori.

Nel 1982 lavorano negli altri stabilimenti 4083 operai contro una quota di eccedenti di 3250.

Da una situazione di prefallimento si è tornati a migliaia di posti di lavoro su cui a rotazione lavorano tutti i dipendenti di quei stabilimenti senza utilizzo della CIG a zero ore.

 

Nel 1984 L’azienda comunica ufficialmente che essendo strutturali le eccedenze non vi è più motivo di mantenere forme di rotazione sul lavoro, viene quindi disdetto l’accordo del 1983 e viene richiesta la cassa a zero ore per tutti gli eccedenti. Il gruppo dirigente non è più in grado di fornire risposte a problemi che non ha saputo affrontare né risolvere quando erano di minore entità.

7200 famiglie vengono a trovarsi senza reddito.
Il 6 settembre il ministro dell’industria nomina a Commissario governativo il dott. Zunino, con il compito di risanare l’azienda.

La CIG a zero ore si protrae fino al 1995. 

la ripresa

 

Nel 1985 la Merloni Elettrodomestici acquista la Indesit, fino ad allora grande rivale nel mercato italiano, dotato però di una certa forza anche all'estero. Due anni dopo l'azienda è quotata in borsa.

Dal febbraio 2005 la Merloni Elettrodomestici viene rinominata Indesit Company: Indesit è infatti un marchio più conosciuto all'estero. Oltre che col marchio Indesit, l'azienda è comunque presente sul mercato con lo storico marchio Ariston ed inoltre con i marchi regionali Hotpoint, Scholtes e Stinol.

Le cifre
La Indesit Company detiene, al 2004, il 13.7% del mercato europeo degli elettrodomestici "bianchi" (forni, frigoriferi, piani cottura, lavastoviglie e lavatrici) con un fatturato consolidato di circa 3 miliardi di euro (di cui circa 500 milioni in Italia) e produce 14 milioni di elettrodomestici venduti in 36 nazioni. È il terzo produttore europeo dopo Electrolux e Bosch.

La Indesit ha 19 impianti produttivi tra Italia, Europa e altri paesi, e conta 18mila dipendenti, di cui 12mila all'estero.

 

la nuova crisi /2009

sta tutta in questi tre passaggi:

>3 febbraio La direzione intende chiudere None La Indesit, azienda di elettrodomestici di Vittorio Merloni, ha annunciato  l’intenzione di chiudere lo stabilimento di None (Torino) dove lavorano 600 persone.La Indesit, che ha un altro stabilimento nell’Est europeo, produce a None fino a 900 mila lavastoviglie all’anno. I dipendenti sono in gran parte giovani e sono numerose le donne.«Colpisce che l’annuncio venga da un gruppo che non ha mai chiuso uno stabilimento in Italia - commenta il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - in un momento di crisi in cui dovrebbe esserci da parte degli imprenditori un sostegno all’economia del Paese.

Il 20 marzo sciopero nazionale gruppo Indesit ( con manifestazione a Torino, intanto presidi e manifestazioni alle porte.

 

>>Due mesi di lotte e il 6 aprile Merloni dice ai sindacati che non chiuderà None.

 

(Del 4/5/2010 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 59)la stampa
INTESA STORICA UNA SOCIETÀ TROVERÀ OCCUPAZIONI ALTERNATIVE
Sono 440 gli addetti in cassa a rotazione: mediamente un paio di settimane al mese
Con l’outplacement gli assunti da altre fabbriche torneranno a None se il nuovo posto non piacerà

Vado, provo, se non mi piace ritorno. Così potrebbe accadere a un lavoratore della Indesit di None: potrà andare in un’azienda disposta a assumerlo, verificare se la nuova situazione lo soddisfa e scegliere se rimanere lì o ritornare nella fabbrica di lavastoviglie. È questo l’ultimo pezzo di accordo tra azienda e sindacato che proprio negli scorsi giorni hanno messo giù la parte pratica dell’intesa. Adesso l’obiettivo è, nel giro di un anno, trovare un lavoro ai dipendenti Indesit che vorranno andarsene mentre continua dura la crisi del settore anche se nelle ultime settimane la produzione è leggermente risalita. Attualmente sono ancora 440 gli addetti che sono in cassa a rotazione, mediamente un po’ meno di due settimane al mese. A giugno scadrà la cassa integrazione straordinaria per crisi ed è possibile che sia prorogata per altri due anni.
Il meccanismo si chiama outplacement e la Indesit l’ha affidato all’agenzia Career counseling di Torino. È questo l’ultimo anello di una lunga vicenda che - poco più di in anno fa - aveva portato lo stabilimento sull’orlo della chiusura. Dopo che la Merloni aveva deciso di non chiudere il sito, di concentrare a None la produzione delle lavastoviglie da incasso, ma di ridurre comunque i dipendenti se ne sono andati in 161, i 150 previsti dall’accordo iniziale più altri 11 che si sono aggiunti. Tutti usciti per scelta propria chi con la mobilità verso la pensione, chi in cerca di altri lavori. Tutti con un incentivo di 23 mila euro lordi. Adesso la Indesit darà 15 mila euro lordi alle imprese che assumeranno i suoi ex addetti di secondo e terzo livello; 11 mila euro per quelli inquadrati nel quarto e quinto livello. Inoltre i lavoratori che se ne andranno riceveranno seimila euro. C’è nell’intesa una clausola importante: le imprese che assumeranno dovranno avere più di quindici addetti in modo che i diritti siano garantiti.
La Career counseling curerà anche i corsi di formazione; ci saranno alcune ore di base per tutti e altre più numerose; chi è in cassa e seguirà il corso riceverà un’integrazione salariale di 1,5 euro all’ora. Dario Basso della Uilm apprezza l’intesa: «Dobbiamo creare sinergia con l’azienda affinché lo strumento funzioni sensibilizzando i lavoratori sulla bontà dell’iniziativa. Allo stesso tempo dobbiamo monitorare attentamente le strategie aziendali nella gestione del sito di None». E aggiunge: «Una troppo ridotta forza lavoro rischierebbe di non garantire la sopportazione dei costi di gestione». Claudio Suppo della Fiom spiega che «si tratta sicuramente di un’opportunità importante, anche se noi auspichiamo che il sito possa riprendere appieno la produzione in modo che possa avere un futuro e non rischi la chiusura».MARINA CASSI