indesit dal manifesto

21 marzo

di Sara Farolfi - INVIATA A TORINO
LA GRANDE CRISI
«Salviamo la Indesit»
Corteo a Torino contro la chiusura dello stabilimento di None e la delocalizzazione in Polonia. «Non è una guerra tra poveri, ma il marchio è italiano e l'azienda deve pensare prima a noi». La solidarietà degli altri lavoratori: «Se chiude None, siamo tutti a rischio»
«La famiglia deve restare unita, nel bel paese che è l'Italia». In apertura del corteo la vicenda Indesit diventa una storia, e non solo un'impresa, di famiglia: «Lo sai che nostra sorella lavastoviglie è costretta a emigrare in Polonia?», dice il frigorifero alla lavatrice, «non lo permetteremo...», replica la cucina. Dalla provincia di Caserta, dove mille e cento operai producono più di un milione tra lavatrici e frigoriferi all'anno, sono partiti giovedì sera per arrivare in tempo, «ci siamo pagati il viaggio, ci è costato».
Una coltre di incredulità sembra rivestire ancora tutta la vicenda. La grafica di un cuore spezzato ricorre negli striscioni che ieri hanno attraversato Torino, manifestazione nazionale di tutto il gruppo Indesit organizzata dai sindacati (Fiom, Fim e Uilm) per dire no alla delocalizzazione in Polonia. «Non vogliamo il divorzio tra Indesit e None, vogliamo un'altra possibilità», «noi ti portiamo sul trono (su una lavastoviglie di cartone siede Maria Paola Merloni ndr) e tu ci abbandoni», hanno scritto negli striscioni. Non ha fiatato ieri Maria Paola Merloni, la deputata del Pd che è anche consigliera e azionista dell'azienda. In rappresentanza 'democratica' c'era l'ex ministro del lavoro, Cesare Damiano che getta acqua sul fuoco delle polemiche: «Non mi interessa il proprietario, ma il destino di 600 lavoratori e rispettive famiglie».
Il dado sembra tratto, la paura contagiosa. Merloni (Vittorio) ha deciso di smettere la produzione di lavastoviglie nello stabilimento torinese di None per portare il tutto a Radomsko, in Polonia. Tra costo del lavoro, tasse e energia, «il 15% circa di risparmi», dice Maurizio Landini (Fiom). E non è tutto, perchè circola il sospetto che gli accordi con il governo polacco prevedano soldi in cambio di assunzioni, che aprirebbe un problema politico non da poco, «un incentivo a licenziare fatto con soldi pubblici, europei».
«Non siamo abbastanza competitivi», ha detto l'azienda il 5 marzo scorso, e quindi tanti saluti. «I polacchi possono anche produrre a meno ma noi più produttivi di così non possiamo essere, questo è sicuro», spiega Pietro, arrivato da Caserta: «Se questo è il concetto di efficienza che hanno, allora da domani possiamo chiudere tutti». Non è tanto la Polonia a fare paura, l'impero Merloni (17 mila dipendenti in 18 siti produttivi in diversi paesi) lì era già presente, e in forze. Neppure le delocalizzazioni, che già ci sono state. Mai una chiusura però, è questo che sconcerta.
«Può toccare anche a noi, tutti a Torino», hanno pensato i 600 operai che a Comunanza (Ascoli Piceno) fanno lavatrici. Come anche Giuseppe e Antonio, entrambi vicini alla quarantina, che invece lavorano all'Iveco. Maria Luisa è delegata della Fim Cisl nello stabilimento di Alpacina, provincia di Ancona. I numeri sono da capogiro anche lì: 640 operai a costruire forni e piani cottura a incasso. «Da noi hanno spostato in Polonia le cucine economiche - racconta - Finchè portano fuori prodotti che commerciano lì posso capire, se la mia azienda vende di più all'estero ha più soldi poi da investire, qui però stiamo parlando di un'altra cosa».
A None infatti di investimenti ne erano stati fatti eccome. «Quattro linee nuove l'anno scorso, una nuova piattaforma delle vasche, zona bar e, avevano promesso, spogliatoi con doccia... Dicevano che volevano investire...», dice Stefany, trentaquattrenne arrivata a Torino dall'altra parte dell'oceano e assunta alla Indesit nel 2003. «In Polonia ci finivano i vecchi modelli, a None si fa l'alta gamma, assicurava l'azienda». Anche i polacchi hanno conosciuto a None. «Sono stati qui da noi sei o sette mesi per imparare a fare le macchine vecchie... Gli abbiamo insegnato noi il lavoro, per poi scoprire che là erano già pronte tre linee nuove». I rapporti? «Freddini», dice Rino. «Ma nessuna guerra tra poveri, il lavoro c'è sia per gli italiani che per i polacchi, il governo però deve pensare prima a noi», conclude Stefany. «Noi non siamo contro i polacchi - spiega Marianna, 32 anni - Indesit è un marchio italiano, siamo contenti che abbia stabilimenti all'estero, ma prima veniamo noi, prima devono pensare alla nostra nazione».
«Volevamo un'Europa migliore», è la lavastoviglie di cartone che avvolge il corpo di Carmelina, 29 anni, assunta da dieci e già due figli. Anche Stefano c'è stato in Polonia a insegnare il lavoro a operai polacchi. Non lavora alla Indesit, ma in un'azienda dell'indotto che conta 78 dipendenti e che la proprietà americana ha deciso di chiudere. Ironia della sorte, per andare in Polonia. «Ho conosciuto polacchi che guadagnano 300 euro al mese, e mi dicevano di non riuscire a pagarci neppure l'affitto con quei soldi. Non c'è sindacato, assunti o licenziati a seconda dei bisogni dell'azienda... Ora prenderanno il posto nostro, e io dopo vent'anni di lavoro mi trovo così, sulla strada».
Fiom e Fim e Uilm dicono no alla chiusura e chiedono l'apertura di un tavolo nazionale. Di una cosa Giorgio Airaudo, segretario torinese della Fiom, è convinto, «che quel che perdi oggi non lo recuperi più».

 

di S. F. - TORINO
IL SINDACO CHIAMPARINO
«Competitivi e responsabili Ma in questa fase dobbiamo privilegiare il nostro paese»
«Qui e ora, responsabilità sociale vuole dire che le attività non si chiudono, e su questa base sindacati e lavoratori garantiranno la competitività necessaria». Dal piccolo palco che conclude la manifestazione nazionale dei lavoratori Indesit, Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, somiglia a un equilibrista.

Sindaco, la mette in imbarazzo il fatto che nel consiglio di amministrazione della Indesit sieda Maria Paola Merloni che è anche parlamentare Pd?
A me piace distinguere, e dico anche che per fortuna sono passati i tempi in cui i «padroni», non a caso uso questa parola, erano i nemici per definizione. Non sono affatto imbarazzato perché capisco che sia difficile per un'impresa riuscire a tenere insieme l'essere competitivi e la responsabilità sociale. Aggiungo anche che, nello specifico, Merloni è un'azienda con cui si parla più facilmente che con altre. E quando c'è dialettica, anche se aspra, va bene.

Indesit vuole andare in Polonia per riacquistare quote di mercato. In questo caso ciò che per l'azienda è competitività, per i lavoratori significa perdita del posto di lavoro. Come concilia le cose?
Guardi che non è che perché uno è del Pd, allora deve avere un'azienda che sacrifica la competitività: un'impresa che non è competitiva non produce reddito nè lavoro. E poi non mi pare che ci sia un muro dell'azienda. A differenza della Lega e di alcune frange della sinistra estrema non credo che si possa vivere in un mondo di torri e fortilizi. Poi certo, se vogliamo parlare di competitività, per il nostro paese non può che trattarsi di investimenti in produzioni sofisticate e di qualità maggiore, che presuppongono dunque un investimento anche nel lavoro.

Servirebbe anche un'Europa, non pensa?
Penso ci sia il problema di un'Europa che non ha una politica comune su nessuna delle cose che contano, tranne che sulla moneta. Perciò in questo momento dobbiamo fare prevalere i nostri interessi, tirare la coperta dalla nostra parte...

Nostra, di chi?
Del nostro paese. Non voglio dire che ognuno si può chiudere a casa propria, ma in questa fase forse bisogna privilegiare l'Italia.

La Lega sarebbe d'accordo. Si spieghi meglio.
Vorrei sfidare Tremonti a essere coerente con quanto ha scritto nel suo ultimo libro (La paura e la speranza ndr), perché se c'è una fase in cui l'Unione europea può smettere di essere un'agenzia che misura il diametro delle mozzarelle, per diventare un soggetto che fa politica economica, bene quel momento è arrivato. Il momento giusto intendo per allargare le maglie della spesa pubblica, per una politica keynesiana, anche a termine.

Torino intanto sembra sprofondare sotto i numeri di una crisi impietosa. Come lo vede lei il futuro?
Siamo già usciti da una crisi persino più profonda di questa, quella della Fiat. Non mi piacciono le parole «ottimismo», nè «pessimismo», ma dobbiamo avere fiducia, anche per non regalare le forze vive che ci sono ad altre forze politiche.

E per i lavoratori Indesit, come si spenderà?
Continuerò a spendermi come ho già fatto, sapendo che lo sbocco è complicato e che le trattative le fanno l'azienda e i sindacati. Il mercato è difficile, la crisi incide sui consumi, e anche gli incentivi del governo sono stati congegnati in maniera complicata. Questo comunque non giustifica il fatto di chiudere qui per produrre altrove. Tocca al governo prendere in mano la situazione per fare emergere la responsabilità sociale d'impresa, che peraltro a Merloni non è mai mancata.

 

DALLA POLONIA
Solidarnosc: «Siamo solidali con gli operai torinesi»
«Ci rivolgiamo ai dipendenti della Indesit di None in Italia e di Kinmel Park nel Regno Unito, che, a causa della politica aziendale che punta a una profonda ristrutturazione del gruppo, si trovano di fronte alla minaccia di perdere il posto di lavoro. Siamo solidali con voi, perché sappiamo esattamente quello che la disoccupazione significa qui in Polonia, con la minaccia per il futuro che porta solo insicurezza. Sappiamo che si suppone che a guadagnarci saremmo noi, poiché la direzione aziendale vuole spostare le produzioni a Radomsko. Ma vogliamo farvi sapere che noi, lavoratori come voi, non siamo il management». Sono parole di Jaroslaw Nawrocki, presidente di Solidarnosc alla Indesit di Radomsko in Polonia. Nel suo intervento, il dirigente sindacale polacco rompe il tentativo del gruppo di trasformare il classico conflitto verticale capitale-lavoro in un conflitto tra lavoratori di stabilimenti e nazioni diverse. Solidarnosc racconta nell'intervento del suo presidente come anche in Polonia le conseguenze della crisi economica vengano scaricate interamente sui lavoratori. A alla Indesit polacca il padrone marchigiano ha già fatto sapere che in conseguenza della pesante crisi è escluso qualsiasi miglioramento della condizione lavorativa e salariale. L'articolo di Jaroslaw Nawrocki si conclude ribadendo la solidarietà dei lavoratori polacchi, precari e sottopagati, a quelli italiani in lotta contro il licenziamento.