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(Del 6/3/2009 Sezione: Economia Pag. 4)la stampa

I sindacati: “Subito un tavolo col governo”
Adesso che la fabbrica non c’è più, c’è chi vorrebbe poter tornare indietro. Un bel rewind di 40 anni per cancellare l’incubo e ritrovarsi, come per miracolo, con le cascine nel centro del paese e i prati dove adesso ci sono i capannoni delle aziende sorte attorno alla Indesit. Ditte cresciute sotto l’ala di questa fabbrica-mamma che ha appena ufficializzato la chiusura, dando un bel colpo di spugna alle speranze delle 600 persone che lavoravano lì a montare lavastoviglie. La Indesit è finita, è ufficiale. Se ne va in Polonia dove il lavoro costa meno e gli elettrodomestici li sanno fare allo stesso modo. A None resta lo stordimento del sogno che s’infrange. «Hanno parlato di noi anche a Londra: l’ha detto la tv. Vuol dire che stavolta smobilitano davvero» s’infervora alle 11 del mattino Flavio Rabbia, 68 anni, una vita passata a lucidare serpentine per lavatrici e frigoriferi. Certo, i seicento dipendenti della fabbrica delle lavastoviglie non vivono tutti di qui. Ma c’è poco da stare allegri: bisogna fare i conti con le difficoltà delle società dell’indotto Indesit, da oggi pure loro con l’acqua alla gola. Senza contare la crisi globale, che in zona ha già stroncato qualche azienda e sta tagliando le gambe ad altre. «Mi verrebbe da dire che la sbornia industriale ci ha illusi per troppo tempo» dice, saggia, Maria Luisa Simeone, il sindaco del paese. Ed eccola qui la None sbigottita: ottomila abitanti, cinque banche (l’ultima è arrivata il primo luglio dell’anno passato, è l’Istituto di credito cooperativo di Bene Vagienna). Allora ancora nessuno sospettava lo «sboom», anche se i segnali c’erano già tutti. Allora la Indesit era ancora il simbolo di questo comune: un ex paesone agricolo che nel 1967 contava a malapena 2 mila anime e fuori dalla cinta daziaria c’era soltanto un’infinita distesa di prati e boschi. Quattro decenni sono passati da allora. Ma è come fosse trascorso un secolo. Quando è arrivata la fabbrica delle cucine e dei frigoriferi, i contadini di qui hanno voltato le spalle alla terra. Poco dopo sono sbarcati i primi immigrati dal sud: i «napuli», come li chiavano allora. «Eravamo diffidenti, li studiavamo da lontano, qualcuno li evitava» ricorda Graziella Averna, sessant’anni e un lavoro sicuro in municipio. Erano gli anni del boom economico, c’erano soldi e lavoro. I «napuli» sono stati accettati in fretta: qualcuna s’è anche sposato quella gente arrivata dal Sud. «La Indesit aveva cambiato il modo di pensare: eravamo l’Italia che cresceva e si trasformava» insiste il sindaco. Anche lei è arrivata dal Meridione. Che anni, quegli anni. «C’erano i treni che andavano a caricare i prodotti finiti direttamente sotto le capriate d’acciaio dei capannoni» racconta Alessandro Camuso, 55 anni, un altro ex della fabbrica «traditrice». «Le luci lì dentro stavano accese tutta la notte: si lavorava a ciclo continuo. Nel 1970 io ero un “napuli” di 17 anni venuto su da Rocchetta e Croce, in provincia di Caserta per andare a lavorare alla Indesit. Mi assunsero subito. Il primo stipendio fu di 35 mila lire: una piccola fortuna». Anni da film. L’azienda pagava le ferie addirittura più del dovuto. Fioccavano gli straordinari: qualcuno ci tirava su un altro mezzo stipendio. E poi i trasporti erano gratis per gli operai che andavano a montare i frigoriferi e le cucine destinati ad entrare nelle case degli italiani. Flavio Rabbia, invece, era un figlio di quella terra contadina. Aveva campi, boschi e una cascinale. Ha chiuso con l’agricoltura ed è andato, anche lui come altri, alla catena di montaggio. Ma è stato saggio: non si è disfatto di tutto. Ha tenuto per sé dieci giornate di boschi coltivati a pioppi («e sapesse quanto rendevano»), il resto lo ha messo in vendita. «Con quei soldi mi sono costruito una casa» dice orgoglioso. E che casa: sei alloggi. Li ha affittati ad altri operai, altra manovalanza. Quando, negli Anni ’80 tutta Italia pagava le conseguenze della prima recessione, Rabbia era al coperto. Anche se l’azienda, dopo qualche tempo, lo aveva lasciato a casa. Però quello era il primo segnale che la sbornia sarebbe finita. Da lì, è andata sempre peggio. E oggi di frigo e di soldi non ce ne sono più. «Altro che social card, qui il potere economico e politico deve intervenire in modo concreto e pesante - dice don Giancarlo Gosmar, il parroco di San Gervasio e Protasio -. Ci sono territori che stanno morendo. Le famiglie, presto, non sapranno più come arrivare alla fine del mese». I primi segnali già ci sono: la Caritas parrocchiale ne discute da tempo. L’amministrazione comunale, anche. Il sindaco pensa a iniziative di supporto alle famiglie senza lavoro: sconti alle mense per i figli a scuola, finanziamenti. «Una ricetta vera però non c’è - dichiara il primo cittadino - Certe notti sono talmente preoccupata che non riesco a chiudere occhio».

TORINO

La Indesit di None chiuderà. La Merloni, che ne è proprietaria, non ha lasciato alcuno spiraglio aperto. Ieri mattina in un incontro all’Unione industriale di Torino - assediata dalla rabbia dei lavoratori - l’azienda ha confermato ufficialmente quanto si sapeva dal 4 febbraio: lo stabilimento che produce lavastoviglie con i suoi 600 dipendenti è condannato. Fim, Fiom, Uilm hanno respinto l’ipotesi di chiusura e indetto per il 20 marzo una manifestazione nazionale a Torino di tutto il gruppo che ha sette stabilimenti e 5 mila addetti; sollecitano un tavolo ministeriale. Il sindacato non accetta di discutere di liquidazione della fabbrica mentre le produzioni vanno in Polonia. Per ora la trattativa è rotta e non sono previsti nuovi incontri.
La Indesit Company sostiene che «malgrado gli sforzi la domanda di mercato è stata molto al di sotto delle previsioni; di conseguenza l’azienda non ritiene sostenibile la produzione in entrambi gli stabilimenti di None e di Radomsko in Polonia». E aggiunge: «La decisione di mantenere lo stabilimento polacco a scapito di quello torinese è dovuta esclusivamente a criteri di competitività sui mercati internazionali». Esasperati i lavoratori - soprattutto i giovani - che si aspettavano la notizia, ma avevano sperato che l’azienda cambiasse idea. Hanno a lungo urlato «Vergogna, vergogna», «None non si tocca», «Noi vogliamo lavorare, voi ci fate scioperare». Non capiscono perché si sia passati dalla produzione - con assunzioni in autunno - alla chiusura senza transitare per l’utilizzo di ammortizzatori come la cassa integrazione. Il segretario Fiom, Giorgio Airaudo, dice: «Viene il sospetto che chiudano a None perché in Polonia sono soggetti a vincoli e incentivi da verificare». Per la Fim, Claudio Chiarl

MARINA CASSI