Ilsole24ore- 2/04/01- dati Istat ( i link non sono attivi)

Nota: il tasso di occupazione (la percentuale di occupati sulla popolazione in età lavorativa, 15-64 anni) è pari in Italia al 54%, a fronte del 65% in Germania, del 60% in Francia, del 70% in Gran Bretagna e del 75% negli Stati Uniti.

Come avviene ormai da tre anni, anche nel 2001 la prima delle periodiche indagini Istat sulle forze di lavoro, riferita al mese di gennaio e a cadenza trimestrale, conferma il positivo andamento dell'occupazione, registrando una crescita tendenziale record, pari al 3,2%, in sensibile accelerazione rispetto alla media del 2000. Il bilancio così tracciato delle più recenti tendenze della dinamica degli occupati in Italia, grazie alle nuove stime rese note a partire dall’estate 1999, rispecchia il momento sempre favorevole del mercato del lavoro e la creazione di nuovi posti, inoltre, mette in evidenza un'elasticità rispetto al Pil molto significativa.

Nel corso del 1998-2000 la diffusione di forme contrattuali flessibili ha, infatti, contribuito in maniera determinante alla crescita dell'occupazione complessiva, mentre prosegue il calo del tasso di disoccupazione a un ritmo abbastanza spedito nel suo più recente andamento. Secondo le ultime tre rilevazioni trimestrali Istat, per esempio, l'aumento medio del numero di persone occupate è pari al 2,7% in termini annui, che equivale a quasi 600mila unità nei valori assoluti.

La crescita tendenziale annua del numero di persone occupate nella media del 2000 è stata pari all'1,9%, in termini assoluti quasi 390mila unità in più e oltre 400mila (+2%) se si esclude il settore agricolo. L’andamento dell’occupazione è, dunque, sostanzialmente in linea con quello registrato nel complesso dei paesi di Eurolandia, il cui incremento è valutabile nel 2% circa.

Nella seconda parte del 2000, poi, il buon andamento dell’attività economica ha consolidato la tendenza all’ampliamento del numero degli occupati, che negli ultimi due anni è cresciuto di ben 900mila unità, la più forte espansione della domanda di lavoro realizzata dall’inizio degli anni 80. In tutta Europa si registra, inoltre, questa pronta reazione della forza lavoro occupata agli stimoli provenienti dalla maggiore crescita produttiva; un fatto, peraltro, naturale negli Stati Uniti, paese in cui la disoccupazione è pari a meno della metà di quella media del Vecchio continente (4% contro il 9% circa, secondo i più recenti dati).

L’occupazione italiana, in particolare, incomincia ad allungare il passo a partire dalla fine del 1997 con l’adozione del pacchetto Treu, che favoriva l’utilizzo di forme di lavoro a termine e a tempo parziale. Da allora, infatti, la quota dei lavoratori impiegati a part time sul totale dei dipendenti è passata dal 7% al 9% circa nell’intera economia, arrivando all’11% nel settore terziario. L’incidenza del lavoro a tempo ridotto è ovviamente maggiore tra le donne, dove arriva al 16-17% dei dipendenti, quattro volte la quota degli uomini. Ed è proprio la componente femminile che spiega gran parte della nuova crescita dell’occupazione, una tendenza del resto in linea con quella delle economie avanzate.

I lavoratori a tempo determinato sul totale dei dipendenti salgono a loro volta, negli ultimi due anni, dal 7% al 10% se si escludono gli addetti all’agricoltura e al settore turistico-commerciale, dove è sempre stata alta l’incidenza dei lavoratori stagionali. Più elevata è, inoltre, la quota delle donne con contratti a termine e, soprattutto, quella dei giovani con meno di trent’anni, che raddoppia rispetto alla media degli occupati. Ma è significativo anche l’aumento dei lavoratori assunti a tempo indeterminato e a tempo pieno, la cui dinamica nel corso del 1999-2000 ha evidentemente beneficiato della complessiva maggiore vivacità del mercato del lavoro.

La ripresa, ormai a un passo spedito anche se si esclude la componente di lavoro più o meno sussidiato con fondi pubblici, è costante e lo si rileva anche nei valori destagionalizzati a confronto con i trimestri precedenti. Si tratta, dunque, di un buon risveglio, trainato dal settore terziario, in particolare dai servizi alle imprese e alle famiglie, ma anche dal commercio e dalle comunicazioni, che compensano ampiamente il declino sempre in atto dell’agricoltura e la sostanziale stagnazione dell’industria.

La progressiva diffusione dei contratti cosiddetti "atipici" (a tempo determinato, stagionali, part time, di formazione lavoro e così via) ha incominciato, dunque, ad assumere un ruolo di rilievo nella dinamica dell’occupazione, pur avendo un peso ancora piuttosto ridotto nella sua struttura. Se i rapporti di lavoro in essere sono, infatti, nella larga maggioranza regolati dai vecchi contratti a tempo determinato, una quota importante dei nuovi entrati nelle imprese (pari ormai a oltre la metà) passa attraverso le assunzioni atipiche.

Il ruolo dei rapporti di lavoro "flessibili" è particolarmente significativo, per esempio, nel settore terziario, la cui vivace dinamica di assunzioni riflette il decollo in atto del variegato comparto dei servizi alle imprese e alle famiglie, a cominciare dalle attività del terziario avanzato (con relativa riallocazione di posti di lavoro dall’industria e dal terziario tradizionale) fino ai servizi professionali. Il totale degli addetti in queste attività è largamente superiore al milione di unità, con un aumento che nell’ultimo triennio ha raggiunto i 250mila occupati. Il balzo in avanti del nuovo terziario, anche in un contesto di debole crescita economica, ha avuto per effetto un sensibile aumento dell’occupazione, essendo i servizi alle imprese e alle persone strutturalmente caratterizzati da un elevato contenuto di lavoro sul valore aggiunto.

Non tutta questa nuova occupazione - va peraltro precisato - è stata effettivamente realizzata, perché comprende certo una parte di lavoratori del sommerso regolarizzati grazie alle agevolazioni introdotte a partire dal ’97. Un approfondimento con specifiche indagini Istat, al fine di meglio conoscere nei dettagli le caratteristiche di stabilità dei nuovi lavori, è quindi molto utile. Importanti passi in avanti nella conoscenza di questa composita realtà sono già stati fatti, del resto, anche in una recente indagine sulla "distribuzione territoriale e flussi di occupazione nelle grandi imprese industriali e dei servizi".

La strada imboccata negli ultimi anni, con l’avvio di politiche di flessibilità nel mercato del lavoro, va dunque nella giusta direzione di marcia. La risposta delle imprese è positiva e può ancora migliorare in uno scenario di consolidamento della crescita economica; segno che l’abbattimento della disoccupazione è possibile e la flessibilità, attraverso la diffusione di tipologie contrattuali meno vincolanti per le imprese, può esserne lo strumento determinante. E’ bastato, infatti, l’inizio di una riforma del mercato del lavoro, volta a liberalizzare i contratti a tempo determinato o parziale, per far risalire l’elasticità dell’occupazione rispetto alla dinamica del Pil ai valori più alti degli ultimi tre decenni.