VERSO LE ELEZIONI- il sole24ore-2/04/01

Occupazione: lavori ancora in corso Dalla legge Treu alle misure per combattere il sommerso, punto per punto 5 anni di strategie e di interventi a cura di Serena Uccello

Interinale, part time, apprendistato, contratti di formazione e tirocini di orientamento. Modi e strumenti diversi per innovare il mercato del lavoro e per trovare margini nuovi di occupazione. Ad introndurli la legge è stata 196 del 1997, il cosiddetto pacchetto Treu, che con la riforma dei centri per l'impiego, alla legge per i congedi parentale e alla legge sul diritto al lavoro per i disabili sintetizza quanto sul fronte del lavoro la XIII legislatura è riuscita a concretizzare.


Il lavoro interinale
Pur essendo stato introdotto nel 1996 il lavoro interinale è decollato in Italia solo nel 1998, anno in cui sono state emanate le prime autorizzazione per le agenzie. Sul piano normativo si tratta, però, di un settore che è ancora in fase di definizione. Dopo un primo biennio di attività, infatti, è stato necessario provvedere progressivamente a ulteriori precisazioni legislative. La legge Finanziaria per il 2000 ne aveva ad esempio allargato il campo di applicazione anche alle basse qualifiche e ai settori dell'agricoltura e del commercio, dove l'interinale era stato in origine introdotto in via sperimentale, e ne aveva ridotto dal 5 al 4% l'onere contributivo da destinare a un apposito Fondo per la formazione. Con un accordo sindacale, nel maggio 2000, è poi stata aperta la strada al lavoro interinario nel pubblico impiego.

Il modello italiano. Tra gli aspetti che caratterizzano il modello italiano rispetto a quello di altri paesi vi è l'elevata durata potenziale del rapporto di lavoro, che può arrivare fino a 24 mesi - soltanto in Francia, e in particolare casi, sono ammesse durate di simile lunghezza) - e l'assenza di settori produttivi dove è vietato l'utilizzo di lavoro temporaneo.

Rispetto alla fase iniziale, quando operavano 5 società con circa 50 sportelli dislocati sul territorio, le società autorizzate oggi, secondo i dati del ministero del Lavoro, sono diventate 51 e gli sportelli aperti 1040, per lo più concentrati nel nord est.

Nell'ultimo biennio, periodo in cui i contratti interinali, sono entrati a pieno regime, il numero dei lavoratori avviati, sono passati, sempre secondo il ministero del Lavoro, da circa 191mila nel 1999 a 220mila per il solo primo semestre 2000.

Analisi del settore. Pecurialità dell'interinale è la massiccia presenza di giovani: l'età media dei lavoratori è di 28 anni circa, rispetto ai 33 anni dei lavoratori con contratto a tempo determinato. Per quanto riguarda, invece, la ripartizione territoriale il numero maggiori di contratti (il 35,7%) si concentra nelle regioni del Nord e in particolare in Lombardia. Rispetto al 1999 è stata inoltre rivelata una riduzione del peso del Mezzogiorno, cha passa dal 13,2 al 10,2% del totale.

Bilanci. Per quanto i dati siano ancora parziali, da un monitoraggio effettuato dal ministero del Lavoro è emerso che il contratto interinale viene usato per lo più come strumento di flessibilità pura per l'azienda, le cifre sottolineano la presenza di "durate" anche molto brevi (il 10% circa dei contratti non supera la settimana). Viene poi utilizzato come contratto di prova: un rapporto su 5 sfocia in un rapporto diretto con l'impresa utilizzatrice. Nel caso di qualifiche medio alte è infine operante anche una sorta di rapporto di consulenza, con durate molto lunghe.

Il part time
Considerato un obiettivo specifico delle politiche del lavoro degli ultimi Governi, alla crescita del part time hanno puntato i numerosi aggiustamenti legislativi che si sono susseguiti dalle legge Treu ad oggi.

A sottolineare la centralità e l'importanza di questa forma contrattuale sono i dati sull'andamento del lavoro, che evidenziano come il 40% della crescita occupazionale dal 1995 ad oggi sia dovuta appunto al part time. Anche se è difficile verificare quanto questo fenomeno sia connesso al concretizzarsi dei singoli provvedimenti d'incentivazione e quanto invece sia da riferire ai mutamenti nelle tendenze spontanee del mercato.

Sul piano dei provvedimenti è da segnalare l'eliminazione di alcune distorsioni nel calcolo di contributi e di prestazioni previdenziali che sfavoriscono il part time. "I premi contributivi per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro - viene chiarito nell'ultimo monitoraggio sulle politiche per l'occupazione del ministero del Lavoro - vengono ora calcolati in funzione della durata normale annua della prestazione di lavoro espressa in ore, mentre prima venivano calcolati in una misura per diem. La riduzione del costo del lavoro part time derivante da questo è però contenuta, visto che i premi contributivi Inail sono, comunque, una parte minore degli oneri contributivi complessivi. Significative sono state anche le modifiche ai trattamenti previdenziali conseguenti il passaggio al regime contributivo connesso con la riforma pensionistica del 1995: il vecchio regime di calcolo di tipi retributivo costitutiva, infatti, un forte disincentivo alla trasformazione del rapporto di lavoro in rapporto a tempo parziale da parte ".

L'Apprendistato
Lo strumento dell'apprendistato, già regolato dalla legge numero 25 del 19 gennaio 1955, è stato fortemente rilanciato dall'accordo sul Lavoro del 1996 e successivamente dalla legge n. 196 del 4 giugno 1997, con l'obiettivo di sviluppare l'occupazione giovanile.

La riforma non ha modificato sostanzialmente il rapporto di apprendistato, ma lo ha adeguato alla mutata situazione sociale, alle istanze complessive di riforma del sistema formativo e all'esigenza di potenziare le competenze
dei lavoratori. Tra le maggiori innovazioni è da sottolineare l'introduzione di un monte ore minimo obbligatorio di formazione esterna all'azienda.

Iniziative sperimentali. Per consentire l'avvio di un sistema di formazione per l'apprendistato, nel 1998 sono state avviate a livello nazionale sei iniziative sperimentali promosse dal Ministero del Lavoro, su proposta delle parti sociali dei diversi settori. I progetti hanno interessato l'industria metalmeccanica e dell'installazione di impianti, l'industria edile e tessile.

Per la gestione dei progetti sperimentali sono state individuate due diverse modalità. Nel primo modello le stesse parti sociali, a livello nazionale o territoriale, hanno individuato le strutture formative e gli apprendisti, monitorato lo svolgimento delle attività. In particolare, per l'individuazione dei soggetti attuatori, sono state sperimentate modalità di aggregazione di strutture formative di diversa origine e competenza, il che ha permesso di organizzare sul territorio un'offerta articolata in grado di rispondere con maggiore flessibilità e precisione alla domanda delle imprese. Inoltre si è proceduto all'accreditamento dei centri, sulla base dei requisiti tecnici e professionali nonché dell'esperienza nel settore di riferimento, mentre il successivo affidamento delle attività è avvenuto anche in base alle preferenze espresse dalle imprese di provenienza degli apprendisti.

Il collocamento dei disabili
La legge 68 del dicembre 1999, arriva dopo un lungo periodo di vuoto legislativo in cui si è scontata una complessiva inadeguatezza delle politiche, dei servizi e degli strumenti normativa e operativi.

L'introduzione della normativa ha rappresentato, dunque, una profonda innovazione nel settore della integrazione lavorativa dei disabili, inserendo una "disciplina ispirata al concetto di 'collocamento mirato', cioè individualizzato in rapporto alla concreta capacità lavorativa del singolo soggetto disabile, ed affiancando agli strumenti che impongono un obbligo (quote di riserva sulle assunzioni) la previsione di misure di incentivazione per le imprese".

In questo contesto, si è assistito da un lato ad una "riduzione percentuale della quota di riserva da assegnare ai disabili in relazione al totale dei posti di lavoro, per le imprese di maggiori dimensioni e dall’altro ad una estensione della platea delle imprese destinatarie degli obblighi di assunzione, comprendendo anche quelle aventi un numero di dipendenti compreso tra 15 e 35 (precedentemente escluse)".

Congedi parentali
Con l’entrata in vigore della legge 53 del 2000 i padri lavoratori dipendenti hanno avuto riconosciuto il diritto autonomo "all’astensione facoltativa per assistere i figli fino agli otto anni d’età, a prescindere dal diritto della madre, la quale può anche non essere una lavoratrice". Sono stati quindi esclusi i padri lavoratori a domicilio, quelli addetti ai servizi domestici e i lavoratori autonomi.

Ecco le principali novità della legge
- Il diritto all'astensione facoltativa si estende anche al padre.
La durata dell'astensione è maggiore: sia il padre che la madre potranno chiedere sei mesi ciascuno (per un massimo di dieci mesi complessivi), anche se uno dei due non lavora.
L'astensione facoltativa si può chiedere nei primi otto anni di vita del bambino (non più quindi solo nel primo anno). Fino ai tre anni del bambino i genitori avranno una indennità pari al 30% della retribuzione mentre dopo i tre anni e fino agli otto verrà garantita solo alle famiglie con redditi bassi. In ogni caso, viene riconosciuta la copertura figurativa dei contributi.
Il permesso potrà essere preso anche dai lavoratori dipendenti che abbiano la moglie casalinga o lavoratrice autonoma.
- In caso di malattia del bambino, fino all'età di otto anni, i genitori possono assentarsi, alternativamente, fino a cinque giorni l'anno ciascuno .
- Congedi fino a 11 mesi sono previsti per l'attività formativa e per la formazione continua. Ne possono usufruire i lavoratori con almeno cinque anni di anzianità.
- Il trattamento di fine rapporto si potrà anticipare per sostenere le spese dei periodi di astensione dal lavoro.
- Per i figli adottivi valgono le stesse norme dei figli naturali.
- Le imprese avranno incentivi se realizzano programmi di flessibilità. Le imprese con meno di 20 dipendenti avranno sgravi contributivi del 50% nel caso di assunzioni a tempo determinato in sostituzione di personale in congedo.

La formazione


La spesa per il sistema formativo

La spesa complessiva per la formazione professionale, in Italia, è quasi raddoppiata nel corso degli ultimi anni, passando dai 7mila miliardi circa del 1991, ai quasi 13mila del 1998. Il dato appare più interessante se disaggregato nelle sue diverse componenti.

Per le attività di competenza statale, il Ministero della pubblica istruzione, è stato il soggetto istituzionale che ha destinato il più ampio volume di risorse dirette al finanziamento dei segmenti professionalizzanti della scuola secondaria superiore. Tra il 1990 e il 1999, gli impegni di spesa per la scuola secondaria superiore nel suo complesso sono cresciuti del 65,8% e hanno raggiunto i 19mila miliardi di lire. In particolare, le risorse destinate agli Istituti Professionali sono quasi raddoppiate (+98,4%).

Nella spesa dello Stato sono comprese anche le risorse attribuite alle attività di formazione continua dalla legge 236 del '93, che ha trovato attuazione a partire dal 1996, e le risorse per i Programmi operativi multiregionali (POM) gestiti da diversi Ministeri nel periodo di programmazione 1994-99, per i quali sono però disponibili solo i dati sugli impegni del Ministero del Lavoro, pari a 320 miliardi per il 1996 e a 741 miliardi per il 1998.

Anche per le attività di formazione di competenza regionale si è registrato negli ultimi anni un forte aumento di spesa, con un balzo dal 1995 al 1998 del 60%. Uno sforzo considerevole soprattutto in rapporto alla complessità dei meccanismi e delle procedure di affidamento. In particolare i pagamenti erogati dalle regioni sono cresciuti nel tempo: da oltre 2mila miliardi riportati nel 1995 a più di 3mila nel 1998. Tuttavia occorre considerare che le regioni non sono mai riuscite ad impegnare più del 70% delle risorse iscritte a bilancio, al massimo il 69,6% nel 1996, il 68,5% nel 1997 e il 68,6% nel 1998.

La spesa complessiva destinata alla formazione professionale è, comunque, destinata a crescere se il Governo darà attuazione agli impegni assunti con il Patto per lo sviluppo e l'occupazione del 1998. Si pensi, ad esempio, alle risorse occorrenti per l'attuazione dell'obbligo formativo.

Lo sviluppo del sistema di formazione continua
Con l'ultima Circolare attuativa, la numero 30 del 2000, e con la decisione di aumentare i finanziamenti per la sperimentazione di piani formativi aziendali, settoriali e territoriali, le risorse che dal 1996 ad oggi, il Ministero del Lavoro ha impegnato attraverso la legge 236 del 93 raggiungono i mille miliardi di lire. Le risorse sono state ripartite in "azioni sistema, formazione formatori, azioni formative aziendali e individuali".

Di questi 1.037 miliardi di lire, impegnati negli ultimi cinque anni, la quota più consistente (802 miliardi) è stata destinata agli interventi di formazione aziendale e individuale (comprensivi dei piani aziendali, settoriali e territoriali). Questo, soprattutto grazie alla spinta delle regioni, che hanno evidenziato più volte la necessità di beneficiare di importi sempre più alti per poter finanziare tutti i progetti che le imprese hanno presentato ai loro sportelli.

Le azioni di sistema per le quali tra il 1996, il 1997 e il 1998 sono stati impegnati complessivamente 130 miliardi di lire, sono partite in ritardo e molte di queste sono ancora in fase di realizzazione, il Comitato di Indirizzo non ha ritenuto quindi opportuno sperimentare altri interventi prima di conoscere gli esiti di quelli realizzati o in fase di realizzazione.

Relativamente alla formazione dei formatori, si è scelto di non destinare ulteriori risorse ai progetti degli enti poiché, alle iniziative della legge 236 si devono aggiungere quelle finanziate dal Fondo sociale europeo per il periodo 94-99.

I nuovi servizi per l'impiego
Dai vecchi uffici, in molti casi scarsamente funzionali, ai moderni centri per l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro. E' la riforma del collocamento pubblico che a piccoli passi si sta avvicinando all'obiettivo della modernizzazione. Una rivoluzione a tutto campo, che ha affiancato allo svecchiamento della normativa l'introduzione di nuove competenze. I nuovi centri per l'impiego non sono, infatti, un' interfaccia burocratica per l'immissione nel mondo del lavoro, ma un'intermediazione attiva e anche progettuale tra la domanda e l'offerta. L'ultima tappa, conclusasi nel novembre del '99 con il passaggio, sul piano operativo, delle competenze dallo Stato alle Regioni, è stata la fase terminale di un percorso che parte da lontano.

Avviata nel '97 con l'articolo 1 della legge 59, la riforma si è però concretizzata con il decreto 469, sempre del '97. Un atto, questo, che è stato recepito con legge regionale dalle Regioni a statuto ordinario (tranne la Calabria) tra la fine del '98 i primi mesi del '99.

Due i nuclei fondamentale della riforma: il decentramento delle competenze in materia di occupazione dall'amministrazione centrale agli enti locali e la distinzione tra i servizi per l'impiego e i centri per l'impiego. Rispetto agli ex uffici di collocamento sono più ampie sono, infatti , le funzioni dei servizi per l'impiego, che, nell'ambito della rete di servizi per lo sviluppo locale, avranno il compito di offerta di lavoro; di garantire la realizzazione di azioni, di informazioni, orientamento e consulenza alla formazione e al lavoro; di assicurare l'adozione di un approccio di genere nell'offerta del servizio; di promuovere l'inserimento occupazionale delle donne e gli interventi mirati per i soggetti in difficoltà; di snellire l'accesso dei singoli e delle imprese alle opportunità di riqualificazione professionale; di garantire la base dati informativa per l'analisi del mercato del lavoro e per la valutazione dell'efficacia occupazionale delle politiche.

Ruoli nuovi, dunque, e nuove competenze all'insegna della massima flessibilità, se pur all'interno di standard di qualità chiaramente definiti. Se, infatti, all'amministrazione centrale rimane l'attività di , gli interventi delle Regioni dovranno avere i medesimi standard. Si tratta di criteri stabiliti nel dicembre '99 da un accordo tra il ministero del lavoro e la conferenza Stato-Regioni.

Secondo l'accordo, prioritari per l'erogazione dei servizi saranno l'attività di accoglienza e di informazione orientativa, la gestione delle procedure amministrative, l'orientamento e la consulenza, la promozione di segmenti del mercato del lavoro e il sostegno delle "fasce deboli". Subordinate alla realizzazione di standard qualitativi condivisi saranno, invece, le azioni di sostegno, come la promozione di occasioni di confronto che "contribuiscano a azioni di sostegno, come la promozione di occasioni di confronto".

Non a caso a gestire i meccanismi di attuazione della riforma saranno due commissioni, nominate dalle stesse Regioni, a cui spetterà, rispettivamente, il compito di coordinare gli interventi tra le amministrazioni regionali e quelle provinciali, e di avviare le politiche attive per l'occupazione in collaborazione con le parti sociali.

Resta in fase di stallo, avviato cioè dal punto di vista normativa, ma non ancora effettivamente decollato il Sil, il sistema informativo lavoro, che dovrebbe costituire lo strumento di sostegno informatico all'attività dei servizi pubblici per l'impiego.

 



Gli strumenti della programmazione negoziata: patti territoriali e contratti d'area

Le diverse forme di intervento per la promozione delle attività produttive nelle aree depresse, dopo una prima "disciplina" , stabilita nel 1995 , hanno ricevuto una nuova definizione con il provvedimento collegato alla legge finanziaria del 1997 e le relative deliberazioni del Cipe. Si tratta in particolare dei patti territoriali e dei contratti di area, che hanno affiancato lo strumento del contratto di programma , già operante dal 1986.

"Nonostante gli obiettivi ambiziosi che questi strumenti si sono proposti, l'avvio dei patti territoriali e dei contratti d'area è stato caratterizzato da difficoltà e lentezze". A sostenerlo è l'indagine conoscitiva sulla competitività del sistema economico nazionale, realizzata dalla commissione Bilancio, che specifica come alla situazione di incertezza operativa hanno contribuito anche i numerosi aggiustamenti normativi e procedurali (in ampia misura demandati a delibere Cipe), con i quali si è cercato di superare gli ostacoli, spesso di carattere burocratico, che impedivano agli strumenti di sviluppo locale di realizzarsi pienamente.

Hanno ottenuto un discreto successo i patti territoriali: attualmente ne risultano operativi 61, di cui 41 nel Mezzogiorno. A questi si devono aggiungere i patti specializzati nei settori dell'agricoltura e della pesca. Per i "patti di prima generazione" (biennio 1996-1997) erano inizialmente previste agevolazioni per 911 miliardi, relative a 412 iniziative. I dati aggiornati all'ottobre scorso indicano che sono state attivate 347 iniziative, per le quali sono stati previsti circa 715 miliardi di agevolazioni. I finanziamenti effettuati sono stati pari a circa 215 miliardi. I "patti di seconda generazioni" (biennio 1998/1999) hanno disposto agevolazioni per l'importo complessivo di 2.472 miliardi, rispetto al quale sono state effettuati finanziamenti per 334 milioni. L'ammontare degli investimenti previsti è stato di circa 6.100 miliardi per un numero di occupati aggiuntivi di 21.681.

Nel 2000 è ripresa la sottoscrizione di nuovi contratti di programma, dopo che, nel 1998 e nel 1999, l'operatività di questo strumento era stata assai limitata a causa della preferenza accordata, nell'assegnazione delle risorse, ai patti territoriali e ai contratti d'area.

Gli incentivi diretti alle imprese
Tra gli incentivi diretti alle imprese, occupa una posizione dominante la legge 488 del 1992 "sia per l'entità dei finanziamenti, che attraverso di essa sono stati distribuiti (per il 1999 si è trattato di oltre un terzo delle agevolazioni complessive agli investimenti), sia per il gradimento dimostrato dalle imprese e la buona operatività dello strumento".

Dal 1996, anno del primo bando di applicazione della legge 488, sono stati impegnati complessivamente 20.000 miliardi di lire per agevolazioni alle imprese, dei quali quasi 17.000 miliardi riferiti a progetti per il Mezzogiorno. L'incremento dell'occupazione che dovrebbe derivare dai programmi finanziati è stimato complessivamente in 247mila nuove unità, delle quali 161mila nel Mezzogiorno.

Gran parte delle agevolazioni concesse, circa 19mila miliardi, sono state assorbite dai primi quattro bandi, relativi al settore industriale: rispetto al totale, 16mila miliardi di agevolazioni sono state riservate al Mezzogiorno. L'entità complessiva degli investimenti che si prevede saranno attivati con questi bandi è di oltre 57mila miliardi, la maggior parte dei quali (circa 34mila miliardi) saranno destinati al Mezzogiorno. L'incremento occupazionale previsto è di circa 230mila nuovi lavoratori, di cui 150mila nelle regioni meridionali.

Dall'attività di monitoraggio sullo stato di avanzamento dei programmi agevolati risulta che (al 31 ottobre 2000), rispetto ad un totale di oltre 18mila programmi di investimento, sono state avviate circa 14.500 iniziative, di cui circa 8.500 sono state completate. L'ammontare degli investimenti completati è pari a 31mila miliardi (circa il 52% di quelli previsti), di cui quasi 18mila nel Mezzogiorno (rispetto agli investimenti previsti, la percentuale di quelli realizzati è maggiore al Nord). Le agevolazioni effettivamente erogate corrispondono a circa 9.500 miliardi, ovvero il 50% delle agevolazioni complessive: si tratta di un dato in linea con lo stato di avanzamento dei progetti. Di questi 9.500 miliardi, 8 sono stati erogati per iniziative nel Mezzogiorno. I dati relativi agli incrementi occupazionali mostrano che, rispetto alle iniziative completate, si è avuto un incremento di 64.700 unità (circa 25.500 nel Mezzogiorno e 39.000 nel Centro-Nord), rispetto alle 94.000 previste.

Il prestito d'onore

Obiettivi della legge 608/96 (istitutiva del Prestito d'Onore) sono la creazione di nuove attività di lavoro autonomo e la promozione della cultura dell'autoimprenditorialità. La platea cui si rivolge è costituita dalle fasce deboli del mercato del lavoro (inoccupati e disoccupati residenti nelle aree in ritardo di sviluppo) e gli strumenti messi a disposizione sono finalizzati ad "accompagnare" il potenziale imprenditore lungo tutte le fasi di creazione dell'azienda.

Peculiarità della norma è la stretta integrazione tra incentivi reali e finanziari, fondata sulla combinazione dei supporti formativi (mirati a valorizzare e trasferire le competenze necessarie per la conduzione dell'impresa) con quelli finanziari (contributi all'investimento e al primo anno di gestione), associata alla concessione di servizi di assistenza tecnica (per la realizzazione e l'avvio dell'iniziativa).

I risultati: A quattro anni dalla sua istituzione, i risultati del Prestito d'Onore possono essere così sintetizzati:

- Dal dicembre 1996 (data di arrivo delle prime domande) allo scorso 31 ottobre, 77.712 persone in cerca di occupazione hanno presentato domanda per accedere al Prestito d'Onore: si tratta di un numero corrispondente a circa il 5% delle persone in cerca di occupazione rilevate dall'Istat.

- Sono state valutate 71.290 domande (pari al 91,7% delle presentate). Di queste, il 19,5% è risultato non accoglibile (in quanto non rispondente ai requisiti fissati dalla legge), mentre il 28,8% non ha superato il giudizio di merito.

- I proponenti ammessi alla formazione sono stati 33.554, mentre i soggetti che hanno frequentato i corsi sono stati 29.334. Lo scostamento (22%) tra i soggetti ammessi e quelli che hanno seguito le attività formative è da ricondurre alle esigenze organizzative legate alla necessità di avere un numero di allievi sufficienti per l'avvio delle aule (i corsi sono organizzati a livello provinciale e il numero utile minimo, considerato anche il tasso di mancata disponibilità, è di regola di 25 allievi/aula). E' inoltre da considerare che la complessità organizzativa è acuita dal fatto che circa il 31% delle domande proviene da soggetti residenti in comuni con non più di 10.000 abitanti.

- La selezione in fase di formazione, operata dalla valutazione dei formatori e dall'autovalutazione degli allievi, ha consentito a 17.747 proponenti (pari ad oltre il 60% degli allievi) di essere ammessi ai finanziamenti.

Le misure per l'emersione del lavoro nero

Con la legge 608 del 1996, è stato rivisitato il contratto di riallineamentoin funzione dell'emersione del lavoro nero o irregolare. Successivamente, la legge 196 del 1997 ha perfezionato il meccanismo regolando, in particolare, le situazioni antecedenti ai fini fiscale, contributivo e della sicurezza e salute dei lavoratori nei luoghi di lavoro.

L’azione è stata ulteriormente rafforzata con la modifica apportata dalla legge finanziaria del 1999 che ha introdotto misure di carattere organizzativo (art.78 della legge 448/98 istitutivo del "Comitato per l’emersione del lavoro irregolare" presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e delle Commissioni regionali). Tale quadro è stato perfezionato dalle norme della legge finanziaria per il 2001 (Legge n. 388/2000) con la previsione di benefici contributivi concessi nel corso della durata del contratto di riallineamento.

La finanziaria 2001 prevede anche altre misure intese, direttamente o indirettamente, a favorire l’emersione: il credito d’imposta; la riforma del sistema sanzionatorio in materia di omissioni contributive, che crea un quadro di convenienze per la regolarizzazione da parte del datore di lavoro, attraverso riduzione delle sanzioni, degli interessi e l’aumento della possibile rateizzazione del debito contributivo; l’ampliamento della pianta organica del ruolo degli ispettori del lavoro di 1000 unità, al fine di potenziare l’azione di vigilanza.

Sempre in tale direzione vale citare la legge 327 del 2000 sulla valutazione dei costi del lavoro e della sicurezza nelle gare d’appalto, che svolge anch’essa una funzione di contrasto al lavoro nero. Vanno ricordate infine le misure di riduzione permanente del costo del lavoro attuate nel corso della legislatura attraverso la riduzione o eliminazione di voci contributive, misure che naturalmente si accompagnano a quelle predisposte in materia fiscale.