I partiti della nuova sinistra: origini, sviluppo, epilogo.

 

di Diego Giachetti

da:

Gli anni della rivolta. 1960-1980: prima, durante e dopo il '68, a cura di Fabrizio Billi, Edizioni Punto Rosso-Archivio storico della Nuova Sinistra "Marco Pezzi", Milano, 2001.
 

 

 

Dal movimento ai “gruppi”

           

            Appena si valica il Rubicone del ‘68 inteso come evento assoluto, metastorico, senza spazio, luogo e tempo, si riscoprono, come sempre accade d’altronde nelle vicende storiche, legami e continuità con quanto è avvenuto dopo, rappresentato, in questo caso, dalla nascita dei gruppi della nuova sinistra. Infatti, il passaggio dal movimento ai gruppi organizzati fu un fenomeno sociale e politico che si poneva come prosecuzione di un percorso e di un dibattito che aveva attraversato il movimento studentesco. I documenti prodotti dal movimento studentesco nella varie sedi universitarie, le mozioni approvate in occasione dei vari incontri nazionali, testimoniano, per chi ha la pazienza di tornare a rileggerli, come fosse vivo e ben presente la discussione circa la necessità di organizzarsi, di superare quelli che apparivano i limiti dell’agire come movimento: l’informalità, la frammentarietà, il localismo dell’azione, lo spontaneismo.

            Tra l’autunno del 1968 e quello del 1969 si formavano quelle che furono le principali organizzazioni della sinistra extraparlamentare in Italia nei primi anni Settanta. Nell’ottobre del 1968 nasceva l’ Unione dei Comunisti Italiani (UCI) con il giornale <<Servire il Popolo>>, nel dicembre del 1968 usciva a Milano il primo numero di <<Avanguardia Operaia>> espressione dell’omonimo gruppo politico che aveva scelto come terreno d’intervento e di reclutamento le fabbriche dentro le quali lavorava per costruire i Comitati Unitari di Base (CUB). Il 1° maggio del 1969 usciva il giornale <<La Classe>> che riuniva parte del cosiddetto filone operaista italiano proveniente dall’esperienza di <<Classe Operaia>> e prima ancora dei <<Quaderni Rossi>>. Nel giugno di quell’anno veniva diffuso il primo numero della rivista <<Il Manifesto>>, pochi mesi dopo i promotori dell’iniziativa furono tutti espulsi dal PCI e si avviarono verso la costituzione di un’organizzazione autonoma. Nell’autunno del 1969 il Movimento Studentesco della Statale si delineava come gruppo autonomo.

            Dopo la lotta alla Fiat della primavera e gli scontri torinesi di corso Traiano del 3 luglio 1969, il 18 settembre usciva il primo numero di <<Potere Operaio>> e il 1° novembre di <<Lotta Continua>>. L’uscita dei due giornali era il seguito della decisione di procedere verso la costruzione di organizzazioni politiche nazionali che coordinassero le avanguardie operaie e studentesche.

            Tali organizzazioni si affiancavano ad altre già esistenti alla sinistra del PCI che in quegli anni entravano in crisi, come la sezione italiana della Quarta Internazionale, o conoscevano un notevole afflusso di militanti provenienti dal movimento studentesco come nel caso del Partito Comunista d’ Italia (marxista-leninista) (PCd’I m-l) fondato a Livorno nel 1966, che passava da poche centinaia di militanti a qualche migliaio.

            Per molti gruppi una prima forma di aggregazione era rappresentata da un giornale, una rivista, cioè uno strumento di comunicazione molto informale, non definito attorno ad un progetto politico prestabilito, ma ancora da farsi, quasi un raccogliere adesioni per una “linea” che era ancora da definire e da elaborare collettivamente.

            Inizialmente, quindi, si presentavano come uno strumento di dibattito aperto che ben poco aveva a che vedere con i consolidati organismi di partito, tipici della tradizione socialista e comunista, che non si volevano più riprodurre temendo e conoscendo, sovente per averli sperimentati di persona, i meccanismi burocratici e autoritari che essi mettevano in moto.

            Diverse, molteplici e concomitanti furono le ragioni che impressero un deciso orientamento verso l’organizzazione. La dimensione organizzativa poco accentrata, localistica, fondata sull’assemblea di facoltà, sulle commissioni di lavoro e sui gruppi di studio, tipica del movimento studentesco, appariva inadeguata a fornire uno sbocco organizzativo al movimento di protesta e di ribellione allo sfruttamento messo in atto dall’irrompere delle lotte nelle grandi fabbriche del Nord, seguite immediatamente dall’estendersi degli scioperi, delle agitazioni e delle occupazioni nelle scuole medie superiori.

            L’incontro avvenuto non senza difficoltà tra le lotte studentesche e quelle operaie aveva reso chiaro ai partecipanti di allora che si aprivano prospettive di lunga durata, che in Italia ciò che si era innescato, probabilmente, non si sarebbe “bruciato” nel brevissimo periodo com’era accaduto per il maggio francese. Tale consapevolezza ebbe un peso nel determinare la decisione di costruire organizzazioni politiche strutturate. La paura che il movimento potesse essere espropriato dei suoi obiettivi e delle sue forme di lotta, che se ne potesse snaturare il carattere da parte dei riformisti, dei sindacati, dei gruppi minoritari già esistenti e dogmatici, o che potesse essere riassorbito, integrato, dalle istituzioni del potere, costituì un altro presupposto per indirizzarlo verso soluzioni organizzative.

            Anche se era stato un “risultato non voluto” coscientemente, il movimento studentesco aveva prodotto dei militanti, un’avanguardia politica numerosa “non più disposta a rientrare nei ranghi della vita normale degli studenti e delle carriere professionali”:

 

il passaggio dallo stadio del movimento  a quello del partito iniziò così, senza una vera consapevolezza da parte nostra, ma piuttosto come il risultato di una serie di eventi che avevano finito per incanalare la nostra voglia di combattere in quell’unica direzione[1]

 

            A determinare, infine, l’urgenza dell’organizzazione contribuì il clima politico e repressivo che si manifestò in Italia quasi parallelamente alle lotte studentesche e operaie. Subito, a partire già dai primi mesi del 1969, si assisteva, da parte del potere statale,  ad un uso sempre più massiccio e violento delle forze di polizia, che si combinava con le azioni strumentali e non dei neofascisti e con quelle dei corpi separati o deviato dei servizi segreti. L’anno 1969 si era aperto con i fatti della Bussola di Viareggio dove lo studente Soriano Ceccanti era stato gravemente ferito da un colpo di pistola sparato dai carabinieri. Contemporaneamente la parte più reazionaria della magistratura ricorreva ampiamente agli articoli del codice Rocco che ben si prestavano a colpire la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione: nel 1969 in soli tre mesi, vennero denunciate oltre 13 mila persone: braccianti, operai, studenti dipendenti comunali.

            Il 1969 si concludeva con la strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre, strage che segnò una cesura nella storia dell’Italia repubblicana, in quanto una parte consistente “dell’apparato statale passò consapevolmente all’illegalità, si pose come potere criminale, continuando ad occupare istituzioni vitali”; Piazza Fontana “semina e ingigantisce la paura del golpe” diventa “snodo rilevantissimo della vicenda italiana”, rappresenta il passaggio della repressione statale dei movimenti e delle lotte dalle “tecniche frontali, ma firmate”  a quelle “indirette e occulte dei poteri di repressione, sicurezza e provocazione”[2]. La strage segnava una indubbia svolta politica, un cambiamento di clima profondo per un’intera generazione, la quale

 

fu impressionata da due esperienze vitali, forti e opposte: il ‘68 (e il 69 operaio) da una parte, e Piazza Fontana, Pinelli, Valpreda dall’altra. L’allegria e la morte, la luminosità e il torbido, la confidenza e la paura, la cordialità e il senso di persecuzione[3].

 

            La necessità dell’organizzazione nasceva dunque anche dal bisogno di proteggersi dall’aggressione subdola da parte delle forze della repressione, dalle violenze fasciste al pericolo di infiltrazioni poliziesche. La scelta do costruire delle organizzazioni politiche fu vissuta non come un ripiegamento, ma come un ulteriore avanzamento, un passo avanti, utile e necessario per conservare le posizioni acquisite e per affrontare meglio il percorso rivoluzionario che, allora, sembrava immediatamente davanti agli occhi dei protagonisti.

 

 

 

Dai “gruppi” ai partiti.

 

            Perlomeno nella loro fase iniziale, più che partiti le organizzazioni della nuova sinistra erano dei veri e propri gruppi, intesi come associazioni informali, senza regole, statuti di partito, suddivisione gerarchica dei compiti e delle funzioni. Una sorta di nomadismo politico di massa caratterizzava questa fase della militanza politica, molti quadri e giovani militanti del movimento studentesco passarono con naturalezza da un gruppo all’altro, da un’esperienza politica ad un’altra, da una “lettura” ad un’altra, in un susseguirsi caotico di ricerca e di “abbuffamento” disorganico di politica, di teoria, di ideologia (nel senso positivo del termine), prima di fermarsi in una specifica organizzazione, oppure decidere che quel tipo di partecipazione non faceva per loro. Un fenomeno che potremmo definire di “vagabondaggio” culturale, di rapporti politici multipli e simultanei, che interessò una generazione liberata dalle pastoie del cattolicesimo provinciale e parrocchiale e dalla cappa pesante, ipocrita nella pratica, quanto sterile nell’elaborazione politica e culturale, dello stalinismo. Si trattò naturalmente di un processo caotico, di un procedere a tentoni, simile a una ricerca frenetica quanto disorganica e disorganizzata.

            Migliaia di giovani, soprattutto studenti, costituirono la base sociale e militante dei gruppi della nuova sinistra. Si prendiamo come riferimento, pur con le dovute cautele, le stime circa il numero di militanti aderenti alle principali organizzazioni della nuova sinistra nel loro periodo di maggior sviluppo, abbiamo immediatamente una dimensione quantitativa di quello che fu un fenomeno sociale molto rilevante, senza precedenti nella storia della militanza politica nel nostro paese nel dopoguerra.             Intendendo per militanza la partecipazione continua alla vita politica dell’organizzazione si può tentare di quantificare il fenomeno con i seguenti dati: il Partito Comunista d’Italia (m-l) aveva dai 5 ai 10 mila aderenti, l’Unione dei Comunisti Italiani anche, Potere Operaio 1000-1500, Lotta Continua 20 mila circa, il Manifesto dai 5 ai 6000, Avanguardia Operaia dai 15 ai 18 mila, il Partito di Unità Proletaria, sorto nel 1972, dopo lo scioglimento del PSIUP, dichiarava, nel 1974, di avere 17500 militanti. Sommando questi dati otteniamo una cifra compresa tra i 68 e gli 83 mila militanti. Ad essi vanno aggiunti almeno alcune altre migliaia di aderenti ad altri gruppi, come ad esempio gli anarchici, fino a formazioni politiche più piccole che andavano dalle poche decine, a qualche centinaia di militanti, come nel caso dei trotskisti della Quarta Internazionale o della Lega dei Comunisti. Quindi ipotizzare una cifra superiore alle 100 mila persone coinvolte nell’attività politica dei gruppi della nuova sinistra ci sembra ragionevole e sostenibile.

             Molti dei gruppi nazionali che si svilupparono nel 1969, come Lotta Continua, Potere Operaio, Il Manifesto, Avanguardia Operaia, inizialmente avevano caratteristiche molto informali, molto movimentiste. Nascevano senza un congresso costitutivo, non avevano statuti e regole che definissero i criteri della militanza e gli obblighi degli iscritti. Erano militanti tutti quelli che partecipavano in qualche modo all’attività politica del gruppo, vigeva un sistema di gestione interna fondato su una specie di partecipazione attiva e diretta, un’assemblea generale permanente che si riuniva più o meno regolarmente, ma non eleggeva né dirigenti né  segretari.

            Diversa e più articolata era l’origine e la costituzione dei gruppi dirigenti della nuova sinistra, intesi come strutture di personalità formatesi attorno a precise matrici culturali e diverse esperienze di lotta politica. Tre generazioni politiche confluivano nelle formazioni della nuova sinistra[4]. La prima aveva iniziato l’attività politica nella seconda metà degli anni cinquanta nelle federazioni giovanili comunista e socialista, nelle associazioni universitarie e nel sindacato. Era la generazione che più a lungo aveva partecipato intensamente e con continuità alla vita politica dentro i partiti di sinistra o altre strutture di massa organizzate. Nelle formazioni della nuova sinistra questo tipo di militante era soprattutto presente in quelle organizzazioni che derivavano direttamente dal PCI o dal PSI, come nel caso del Manifesto o del Partito di Unità Proletaria.

            La seconda aveva iniziato il suo praticantato politico negli anni Sessanta prendendo contatto con i gruppi minoritari (i trotskisti di <<Bandiera Rossa>>, i <<Quaderni Rossi>>, <<Classe Operaia>>, i marxisti-leninisti) o partecipando ad altre esperienze culturali di avanguardia: riviste, cineforum, circoli culturali. A differenza della generazione precedente, in questa risultava rilevante la presenza di militanti cattolici provenienti da esperienze politiche maturate nell’ INTESA universitaria, nella CISL e nelle ACLI. Essa si era formata in contrasto e in polemica con le posizioni della sinistra tradizionale italiana, avvicinandosi e nutrendosi di correnti di pensiero politico e sociologico estranee alla tradizione del riformismo e confrontandosi con la nuova realtà operaia del neocapitalismo del nostro paese.             Questa generazione era quella che aveva raggiunto la maggior presenza all’interno dei gruppi dirigenti delle formazioni della nuova sinistra, denotando una spiccata attitudine al dibattito teorico-politico e per la ricerca sul campo mediante l’uso dell’inchiesta, riscoperta, prima ancora che dalla lettura dei testi di Mao, dal gruppo dei <<Quaderni Rossi>> e da quanti erano stati in qualche modo contaminati, già nella seconda metà degli anni Cinquanta, dalla sociologia americana.

            La terza generazione era quella del ‘68 i cui militanti si erano formati direttamente nelle lotte universitarie del biennio precedente e in quelle operaie del ‘68-69. Meno omogenea delle generazioni precedenti, la sua formazione politica e culturale presentava tuttavia degli elementi comuni: la lotta nella scuola era considerata “un pezzo” importante della lotta di classe in quanto incideva sul rapporto scuola-mercato capitalistico; la lotta di classe in fabbrica e nella società in genere doveva essere anche una lotta contro il principio gerarchico e autoritario del comando; occorreva riconsiderare e rivedere la questione del rapporto tra avanguardie e masse; non bisognava distinguere e separare la lotta economica da quella politica, l’antifascismo dall’anticapitalismo e dall’internazionalismo.

            I partiti veri e propri della nuova sinistra presero forma nella prima metà degli anni Settanta.

            I marxisti-leninisti. Il modello marxista-leninista, unito al fascino esercitato dalla rivoluzione culturale cinese e dal maoismo, apparve come una possibile soluzione, un modo per conciliare la spontaneità eversiva con l’organizzazione. L’immagine che queste organizzazioni (il PCd’I m-l e l’UCI) riuscirono per un breve periodo a dare, in una stagione politica di ricerca dell’impegno militante, fu per un momento attraente. Di fronte a quello che appariva il moto disordinato del movimento studentesco, essi proponevano organizzazioni disciplinate; ad una ricerca politica, teorica e culturale ricca dei più diversi apporti, ma anche caotica, essi proponevano sistemi teorici che apparivano completi e definitivi.

            Il PCd’I (m-l) era stato fondato a Livorno nell’ottobre del 1966 e affondava le sue radici teoriche e politiche nella diaspora marxista-leninista che aveva cominciato a manifestarsi dentro e fuori il PCI a partire dal conflitto Cina-Urss e dalla mai digerita denuncia dei crimini di Stalin condotta da Krusciov al XX Congresso e ripresa con maggiore decisione nel successivo XXII Congresso del 1961.

            Il partito fra il 1966 e il 1968 conosceva una ininterrotta espansione, vi aderivano diverse migliaia di militanti, le sedi in Italia erano un centinaio, dove il partito era più forte era nel Veneto, nelle Puglie, in Toscana, Calabria, Campagna e Sardegna. Lo spontaneismo, la critica alle strutture burocratizzate e al formalismo dell’organizzazione politica coesistevano con l’esaltazione feticistica del partito, guida indispensabile della rivoluzione, della militanza politica intesa come assoggettamento gerarchico delle istanze inferiori a quelle superiori. D’altronde era lo stesso maoismo che presentava elementi di ambiguità e di duplicità presentandosi sia come momento di  rottura con la tradizione marxista-leninista, sia come continuità con essa, da cogliersi immediatamente nell’uso di una determinata fraseologia e rappresentazione ritrattistica sequenziale: Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao. L’afflusso di giovani introduceva nel  partito, gli elementi che diedero vita al terremoto del 1968, quando l’organizzazione si spaccava in due, la “linea rossa” e quella “nera” perdendo quell’influenza sul movimento che aveva acquisito nei mesi precedenti.

            In pieno fermento studentesco, galvanizzati dal maggio parigino e dai primi evidenti segni di una ripresa della lotta operaia con caratteristiche nuove e dirompenti, il 4 ottobre del 1968, a Roma, veniva proclamata la nascita dell’UCI. In procinto di trasformarsi in vero e proprio partito (il Partito Comunista Italiano marxista-leninista), nel 1971 l’ UCI dichiarava di avere 122 sezioni, 440 cellule, una presenza militante in 67 province, 100 funzionari, 250 agitatori e propagandisti; alle elezioni politiche del 1972 il PCI m-l prendeva 85 mila voti.

            Per molti dei partecipanti alle lotte universitarie, il movimento aveva afferrato le loro vite, aveva sconvolto e rivoluzionato il loro modo di vivere e di porsi nei confronti della società capitalistica, borghese, consumistica. Il movimento aveva capovolto le consuete relazioni interpersonali, era stato qualcosa di più profondo di una richiesta politica di cambiamento, aveva sconvolto e rivoluzionato le esistenze. Di qui un rifiuto dei partiti politici tradizionali e delle stesse formazioni minoritarie della sinistra rivoluzionaria, che era il rifiuto di concepire la politica come cosa separata dalla propria esistenza di individui  protesi invece alla ricerca di nuovi rapporti umani e sociali, collettivi, di gruppo, tra i compagni.

            Il bisogno di trasformare la vita quotidiana stava alla base di molte delle adesioni degli studenti all’ UCI.  La crisi del movimento studentesco nel 1968, i primi evidenti sintomi della nascita di un ceto di avanguardie studentesche molto politicizzate che si separavano in parte da quella che era state la base di massa del movimento degli studenti, il sentirsi marginalizzati dal trionfo del leaderismo nelle assemblee universitarie, avevano creato una situazione di disagio, di malcontento psicologico ed esistenziale, prima ancora che politico, in strati studenteschi che si sentivano ormai orfani delle occupazioni e del momento culminante dell’ascesa del movimento, e scarsamente inseriti nelle dinamiche movimento-gruppi che stavano manifestandosi palesemente sul finire di quell’anno.

            Le lotte operaie del 1969 trovavano l’ UCI incapace di svolgervi un ruolo attivo. Tra gli operai dei grossi centri industriali avevano scarso consenso. La propaganda del maoismo e della rivoluzione culturale cinese non era sufficiente per interessarli. Anche la critica al sindacato risultava alla fine troppo generica, vuota e propagandistica per attirare l’attenzione degli operai dei comitati spontanei di base che animavano la lotta in quei mesi. La formazione di Potere Operaio e Lotta Continua e il dinamismo che dimostravano davanti ai cancelli delle fabbriche, il dibattito che si apriva attorno alla vicenda del Manifesto, rimettevano in movimento l’area della sinistra extraparlamentare, determinando nuovi e incrociati flussi migratori di militanti da un gruppo all’altro che riducevano in parte le adesioni all’UCI.

            Potere Operaio. Lo sviluppo del movimento degli studenti rappresentò un fertile terreno di ristrutturazione e di ridefinizione organizzativa dell’area operaista italiana. Rilevante per lo sviluppo nazionale di Potere Operaio fu la confluenza tra il Potere Operaio veneto emiliano e l’area romana di Franco Piperno, Oreste Scalzone e Lanfranco Pace.

            Quest’area, assieme ad altri gruppi presenti a Milano e a Torino, dava vita, nella primavera del 1969 al “giornale delle lotte operaie e studentesche” <<La Classe>>, mentre l’altro filone, raccoltosi soprattutto in Toscana aveva dato vita al giornale <<Il Potere Operaio>>. Tutti questi gruppi ebbero una discreta influenza nelle lotte operaie delle fabbriche del Veneto, del litorale toscano e tirrenico, di Roma e in parte del Piemonte e della Lombardia.

                        Soprattutto dopo la lotta alla Fiat nella primavera del 1969 emergeva sempre più la necessità di dotarsi di una struttura organizzativa nazionale capace di coordinare e dirigere le lotte che si preparavano in vista del prossimo autunno, quello caldo, come verrà battezzato. Fallita l’assemblea delle avanguardie e dei comitati operai autonomi, che si era tenuta a Torino il 26 e 27 luglio 1969, il 18 settembre 1969 veniva pubblicato il primo numero del settimanale <<Potere Operaio>>.

            Il passaggio da una fase che potremmo dire movimentista, informale, disarticolata e molto legata alle singole esperienze di lotta che si erano condotte nelle varie fabbriche italiane, ad un’altra era, secondo Potere Operaio, una necessità imposta dallo sviluppo della lotta operaia stessa. Occorreva una struttura organizzata, un qualcosa di più di un giornale di agitazione. Nel documento conclusivo del primo convegno di coordinamento delle avanguardie operaie, che si tenne a Firenze il 12 ottobre 1969, si proponeva di costituire un coordinamento nazionale della avanguardie per evitare gli errori di dispersione e di localismo tipici del movimento studentesco. L’estensione delle lotte imponevano non solo l’autonomia operaia, ma anche il bisogno di organizzazione, di disciplina; occorreva quindi centralizzarsi, senza però acquisire la forma di partito tradizionale. Si trattava di verificare se era possibile garantire una unità di direzione senza ripercorrere le strade vecchie del burocratismo sindacale e partitico.

            Potere Operaio arrivava alla dissoluzione del 1973 senza uno statuto, esso fu il primo dei gruppi nazionali della nuova sinistra a sciogliersi. La fine dell’organizzazione fu vissuta da buona parte dei suoi aderenti non come una sconfitta, ma come un processo di crescita. La conflittualità di classe e l’antagonismo sociale che si manifestava allora in ogni piega della società richiedevano, secondo molti degli aderenti, una strumentazione e un’ articolazione organizzativa e territoriale diversa da quello che era stato Potere Operaio.            Da questa disintegrazione e dall’incontro con la miriade di assemblee, collettivi e comitati autonomi che l’esplosione delle lotte studentesche e operaie del ‘68-69 si erano lasciati alle spalle, nasceva la cosiddetta area dell’autonomia operaia.

            Lotta Continua. Un “pezzo” della storia di Lotta Continua affonda le sue radici politiche e culturali in una organizzazione operaista preesistente al movimento studentesco che pubblicava a partire dal 1967 un giornale dal titolo <<Il Potere Operaio>> e diffondeva 20 mila copie in tutto il litorale toscano.            Dopo il maggio francese si sviluppava il dibattito sull’organizzazione a partire da due relazioni, una di Luciano della Mea e l’altra di Adriano Sofri.

            Luciano Della Mea proponeva di superare la frammentarietà dei gruppi e il localismo del movimento studentesco mediante una sorta di federazione per giungere poi alla costituzione di un nuovo partito. Diverso era il ragionamento di Adriano Sofri, il quale sosteneva che la teoria leninista del partito, nella nuova situazione venutasi a creare con lo sviluppo del capitalismo e delle società occidentali, non era più riproponibile. La situazione era profondamente cambiata, come dimostravano le lotte alla Fiat e il maggio francese; soprattutto, Sofri si soffermava a cogliere le caratteristiche di quello che considerava l’elemento più inedito e dirompente comparso sulla scena politica: il movimento studentesco. Esso era stato “il primo movimento di massa con prospettiva rivoluzionaria non controllato dalle organizzazioni tradizionali”; dal movimento era nata un’avanguardia “interna” che aveva posto e in parte risolto due problemi: non separarsi dalle masse costituendosi in partito di avanguardia, collegarsi con gli operai “come direzione non esterna”, ma come incontro tra due settori sociali, due movimenti autonomi in lotta contro il sistema.

            La discussione si concluse con una separazione consensuale e la fine dell’esperienza legata al giornale <<Il Potere Operaio>>. Una parte, quella più vicina alle posizioni espresse da Luciano Della Mea dava vita alla Lega dei Comunisti, l’altra intersecandosi con l’esperienza trentina di Marco Boato e con quella torinese di Luigi Bobbio e Guido Viale e con quella di componenti uscite dall’ Università Cattolica di Milano e di Pavia, dava vita a Lotta Continua dal nome del giornale comparso il 1° novembre 1969.

            Anche per Lotta Continua la data di nascita assomigliava a tutto meno che a quella di un partito, non c’erano strutture predefinite, non ci furono congressi costitutivi, ne tesi da leggere, da discutere, da emendare e votare, ne statuti; non c’erano dirigenti codificati, anche se nei fatti, praticamente, un gruppo dirigente si andava formando. Le strutture organizzative erano essenzialmente di carattere assembleare. Nelle sedi locali l’assemblea operai studenti; a livello nazionale la riunione settimanale di collegamento tra le sedi, che aveva l’andamento di un’assemblea a volte con la partecipazione di diverse centinaia di persone.

            E’ stato calcolato che “oltre la metà dei quadri espressi dal movimento studentesco passarono in quei mesi a Lotta Continua”[5]. La crescita della nuova organizzazione fu abbastanza veloce ed omogenea su tutto il territorio nazionale. Al convegno di Rimini dell’ aprile 1972 Lotta Continua poteva già contare su 152 sedi in tutta Italia e trasformare in quotidiano la testata. La crescita dell’organizzazione poneva sempre più il problema di come strutturarsi all’interno di quello che ormai era considerato da tutti un partito rivoluzionario. Il I Congresso nazionale si diede in merito uno statuto che ricalcava quello del Partito Comunista Cinese, votò le tesi, elesse gli organismi dirigenti e un segretario nazionale nella persona di Adriano Sofri. Le strutture organizzative definite e messe in campo dal Congresso e la forte identità di appartenenza non furono però sufficienti a mantenere in vita l’organizzazione dopo il II Congresso nazionale, quello di Rimini dell’ ottobre 1976. L’esperienza partitica fu velocemente liquidata con motivazioni diverse dalle varie componenti interne, operai, studenti, servizio d’ordine, femministe.

            Il Manifesto            Nel panorama dei gruppi della nuova sinistra il Manifesto rappresentava, rispetto agli altri, un’anomalia. Pur avendo ricevuto dalle lotte operaie e studentesche una spinta propulsiva, esso affondava le sue radici non in quel movimento, ma in quella sinistra comunista che da alcuni anni non condivideva più la linea del partito.

            Nel giugno del 1969 veniva pubblicato il mensile <<Il manifesto>> con articoli e contenuti apertamente polemici nei confronti della linea del PCI. Pochi mesi dopo la pubblicazione del mensile, il Comitato centrale del PCI, nel novembre del 1969, decideva di radiare i promotori dell’ iniziativa. Qualificati e di un certo livello furono i quadri e i dirigenti cacciati dal partito, da Rossana Rossanda a Lucio Magri a Luciana Castellina, assieme ad un piccolo gruppo di parlamentari, Massimo Caprara, Aldo Natoli, Eliseo Milani, Liberato Bronzuto e Luigi Pintor.

            Dopo la radiazione si aprivano i centri di iniziativa del Manifesto i quali, nelle intenzioni dei promotori, dovevano diventare luoghi di sperimentazione collettiva e occasione per verificare le condizioni  per una linea politica comune con le altre giovani organizzazioni della nuova sinistra.            I circoli del Manifesto diventarono il punto di riferimento per tutti quelli che non avevano ancora definito una propria collocazione nell’ambito dei gruppi della nuova sinistra, per quelli che ancora si sentivano in una posizione di frontiera tra il PCI e la nuova sinistra e volevano dibattere e discutere prima di compiere scelte definitive.            In quest’ ottica venivano diffuse le Tesi per il comunismo sul numero del settembre 1970 della rivista. I militanti del Manifesto in quel periodo erano suddivisi in un centinaio di centri di iniziativa. Costituivano un aggregato abbastanza informale, senza molti obblighi di disciplina, senza una precisa definizione della loro adesione e senza meccanismi stabili per la formazione di una linea politica comune.

            Solo dopo la scarsa rispondenza trovata al progetto di unificazione proposto con le Tesi, il gruppo cercava, in un convegno tenuto a Rimini nel novembre del 1971, di dotarsi di un minimo di struttura organizzativa costituendosi come organizzazione autonoma. Nel frattempo il 28 aprile del 1971 era uscito il primo numero dell’omonimo quotidiano che ebbe subito un notevole successo di vendite. Non senza contrasti interni, nel 1972, Il Manifesto decideva di presentare proprie liste alle elezioni politiche anticipate e otteneva 224000 voti, pari allo 0,7% e nessun eletto.

            Avanguardia Operaia. Anche per Avanguardia Operaia non esiste una data di nascita precisa. L’origine del primo nucleo organizzato avvenne parallelamente all’uscita dell’omonimo periodico, nel dicembre del 1968. Le radici del gruppo vanno ricercate negli ambiti della sinistra interna la PCI milanese, nel lavoro entrista condotto dentro il partito e la FGCI, secondo la strategia del Gruppi Comunisti Rivoluzionari, la sezione italiana della Quarta Internazionale alla quale molti dei fondatori di Avanguardia Operaia precedentemente avevano aderito.

            La cultura politica di riferimento aveva una sua originalità, si distingueva infatti sia da quella marxista leninista -pur valorizzando alcuni aspetti del maoismo e della rivoluzione culturale- sia da quella operaista e di certa sinistra socialista, per il recupero esplicito di un leninismo critico e rivoluzionario in aperta polemica con le codificazioni staliniane e il parlamentarismo togliattiano. Decisivo per la formazione del gruppo fu l’afflusso di forze militanti provenienti dal movimento studentesco e il radicamento realizzato in alcune fabbriche milanesi tramite i Comitati Unitari di base (CUB). Una discreta presenza operaia tra i militanti era una delle caratteristiche che contraddistingueva, sul piano della composizione sociale, Avanguardia Operaia dalle altre formazioni della nuova sinistra.

            Orientati a costruire un partito rivoluzionario, quelli di Avanguardia Operaia non avevano fretta nel proclamarsi tale, non intendevano né bruciare i tempi né saltare alcune tappe giudicate indispensabili. Esse erano: la costruzione e l’allargamento dell’esperienza dei CUB, la costruzione del movimento degli studenti, la formazione di quadri rivoluzionari, stabilire rapporti di collaborazioni con altri gruppi politici affini e aprire nuove “sezioni” dell’ organizzazione.

            La strategia di procedere al confronto politico e all’unificazione con gruppi affini, la cosiddetta area leninista, dava i suoi risultati e alla fine del 1973 Avanguardia Operai appariva ormai un’ organizzazione consolidata, con un impianto nazionale e con un cospicuo numero di militanti. La struttura organizzativa, dopo una prima fase semi assembleare, si era decisamente riorientata, già a partire dalla fine del 1970, nel seguente modo: comitato direttivo, assemblea dei delegati di cellula, cellule. Indicativo della crescita dell’organizzazione fu il passaggio a settimanale di  <<Avanguardia Operaia>>, affiancata dalla rivista teorica <<Politica Comunista>> e, infine, a partire dal novembre 1974, la pubblicazione del giornale quotidiano <<Il Quotidiano del Lavoratori>>.

            Il Movimento Studentesco della Statale Nel 1969 era ormai chiaro che il movimento studentesco, così come si era manifestato nei due anni precedenti, era finito. Chi giudicò fallimentare la scelta di costruire organizzazioni rivoluzionarie più o meno spontaneiste, operaiste o marxiste leniniste, si orientò verso la conservazione del movimento studentesco, inteso come espressione politica autonoma di un ceto sociale specifico, quello degli studenti. Fu quanto decisero di fare la maggior parte degli aderenti al movimento dell’ Università Statale di Milano. Nel 1976 esso si trasformò in Movimento Lavoratori per il Socialismo. Nel 1979, per alcuni mesi, riuscì a pubblicare quotidianamente la sua testata <<La Sinistra>>.

            Il Partito di Unità Proletaria. Nonostante i quasi 800 mila voti raccolti alle elezioni del 1972 il PSIUP non raggiungeva il quorum in nessun collegio elettorale e quindi non aveva eletti in parlamento. Il dato elettorale, vissuto come una sconfitta, accelerò il processo di crisi interna portando allo scioglimento quasi immediato del partito nel luglio del 1972. La maggioranza confluiva nel PCI, altri nel  PSI, mentre circa il 20% rifiutava entrambe le soluzioni. Questi ultimi, incontrandosi con quanti, dopo lo scioglimento del Movimento Politico dei Lavoratori (MPL) (gruppo cattolico sorto all’interno delle ACLI), non avevano aderito, come fece la stragrande maggioranza, al PSI, decisero di dare vita al Partito di Unità Proletaria, costituito nel novembre 1972. Forte inizialmente di circa 3-4 mila militanti, cominciò a pubblicare un quindicinale dal titolo <<Unità Proletaria>>, che poté contare subito su 5000 abbonati e 20000 copie vendute. Discretamente radicato tra i lavoratori sindacalizzati, al nuovo partito avevano aderito ufficialmente la corrente sindacale della CGIL di Giovannini e Lettieri, assieme a dirigenti di prestigio nell’ambito della storia della sinistra socialista italiana, come Foa e Miniati. D’altro canto l’unificazione con gli ex del MPL vi apportò il contributo della sinistra cattolica radicata nelle ACLI e nella CISL.

 

 

 

 

 

Dopo il 20 giugno 1976: la crisi della “triplice”

 

            Nella prima metà degli anni Settanta nella galassia delle organizzazioni della nuova sinistra ne emergevano tre con un impianto nazionale e un certo radicamento sociale tra gli studenti e gli operai delle grandi fabbriche. Si trattava di Lotta Continua, Avanguardia Operaia e il Partito di Unità Proletaria per il comunismo, sorto nel 1974 dall’unificazione tra il gruppo del Manifesto e la componente ex PSIUP che non aveva accettato lo scioglimento del partito. In questo periodo l’asse portante del lavoro politico delle tre organizzazioni era dato dall’esigenza di formare il partito rivoluzionario. In concorrenza fra loro, esse sapevano però anche sviluppare momenti di unità d’azione, di qui il termine “triplice” che indicava la presenza di convergenze tattiche e la capacità di indire manifestazioni comuni.

            Nonostante le discussioni interne, che a volte sfociavano in vere e proprie polemiche che causavano un turn over non indifferente non solo nella base, ma anche nei quadri intermedi e in qualche quadro di direzione, queste tre formazioni politiche non solo sopravvivevano, ma per tutto un periodo crescevano e si estendevano grazie all’ininterrotto succedersi di nuovi movimenti di lotta che irrompevano sulla scena politica italiana. Questo modello di accumulazione di militanti e di presenza politica nel vivo dei movimenti si incrinava quando la situazione cessava di produrre l’ascesa continua di strati oppressi, sfruttati ed emarginati sulla scena politica e sociale, quando il movimento degli studenti, che rappresentava il settore di base e di arruolamento principale, entrava in crisi e smetteva di produrre militanza politica, quando, infine, irrompeva un nuovo movimento che in nessun modo intendeva giocare il ruolo di rianimatore passivo delle organizzazioni politiche, né intendeva essere strumentalizzato, cioè il movimento delle donne.

            A questi elementi di crisi la “triplice” rispondeva tentando una precaria e contorta ricomposizione su un terreno difficilissimi come quello elettorale.  Approssimandosi la data delle elezioni politiche anticipate del 20 giugno 1976, spinti da una ricerca spasmodica dell’unità elettorale da parte di settori cospicui di base delle tre organizzazioni, fiorivano le illusioni sul milione e mezzo di voti a Democrazia Proletaria, sul 51%  dei voti alla sinistra e sul crollo elettorale della DC con relativo superamento da parte del PCI.

            Dopo una faticosa e lunga trattativa, finalmente Lotta Continua, che l’anno precedente aveva criticato la presentazione alle elezioni del PdUP e di Avanguardia Operaia nel cartello di Democrazia Proletaria, veniva inclusa nelle liste di DP grazie alla mediazione di Avanguardia Operaia e di un pezzo del PdUP (Foa e Miniati), contro il parere della componente ex Manifesto (Magri, Rossanda, Castellina). Fra le principali componenti di DP ( al cartello avevano aderito anche la Quarta Internazionale, il Movimento Lavoratori per il Socialismo, la Lega dei Comunisti e altre formazioni minori) l’unità era comunque meno che apparente: mentre il PdUP puntava su un risultato elettorale che permettesse all’estrema sinistra di condizionare il PCI, Lotta Continua si proponeva la gestione proletaria del 51% dei voti alla sinistra e Avanguardia Operaia, più che al risultato elettorale, sembrava guardare al ruolo di cerniera che poteva giocare tra gli altri due, guadagnando credibilità al suo progetto di ricomposizione dell’area della sinistra rivoluzionaria.

             Grande fu la delusione quando DP ottenne solo 550 mila voti, pari all’ 1,5%. Una delusione accresciuta da altri due elementi: le sinistre non ottenevano il 51% dei consensi, la DC recuperava consensi, guadagnando tre punti in percentuale e attestandosi al 38,7% dei voti. Quello in cui si era sperato non era accaduto. Paradossalmente, per i militanti di organizzazioni che si volevano rivoluzionarie e che avevano spesso e volentieri criticato la relativa importanza del momento elettorale nel contesto della lotta fra le classi sociali, era proprio la delusione riportata alle elezioni che contribuiva a scatenare un processo interiore di crisi e di rimessa in discussione del proprio operato ed agire politico.

            Lo scossone del 20 giugno non sempre favoriva una riflessione razionale sul perché di quel risultato e su come attrezzarsi nella nuova situazione che si era creata; prevalevano spesso spinte emotive, voglia di liquidare completamente esperienze e storie di militanza faticosamente costruite negli anni precedenti. Soprattutto in Lotta Continua il dibattito assumeva ben presto i toni tipici di un processo di catarsi finale. Nonostante alcuni interessanti e ragionevoli tentativi di discutere bene e a fondo, prevaleva al suo interno l’intenzione e la voglia di cogliere la presunta svolta epocale, di “sparare” contro tutto e tutti, evitando accuratamente di fare i conti con la propria storia, esperienza e realtà circostante. Concepita e costruita spesso come “contenitore” di movimenti, bisogni, aspirazioni ed ideologie diverse tra loro, uniti solo dall’idea che nel breve periodo profonde trasformazioni rivoluzionarie si sarebbero innescate nel nostro paese e che, in tale prospettiva, Lotta Continua fosse lo strumento più idoneo per navigare in quelle acqua turbolenti, ora che la prospettiva pareva sfaldarsi, rimandarsi nel tempo, si manifestava una crisi di identificazione con l’organizzazione. Quest’ultima era concepita dai più come uno strumento difficilmente utilizzabile nel nuovo contesto che vedevano di fronte, se mai occorreva ritornare al movimento, purificarsi in esso. Molti ex militanti di questa organizzazione, che si sciolse di fatto, senza dirlo esplicitamente, al Congresso di Rimini dell’ ottobre 1976, vissero la comparsa del movimento del ‘77 come una liberazione dalle vecchie strutture organizzative e burocratiche dentro le quali si sentivano imprigionati.

            Diverso fu invece il percorso intrapreso dalle altre due organizzazioni che avevano dato vita a DP. Meno legate all’immanenza del movimento del ‘68 e a quello delle lotte operaie del ‘69, vissute da altri come l’apertura di un processo rivoluzionario e breve termine, più radicate dentro la storia del movimento operaio e quindi più portate a percepire il proprio percorso in una prospettiva storica di non breve durata, pur recependo la delusione per i dati elettorali del 20 giugno, approntavano anche elementi di analisi interessanti e ragionevoli.            Il risultato di DP era mediocre, ma non era da disprezzare in toto. Il dato metteva soprattutto in luce l’inadeguatezza della forma organizzativa e della cultura politica della nuova sinistra, la sua incapacità progettuale, occorreva quindi proseguire sulla via del confronto tra le organizzazioni per superare vecchie divisioni, consolidando il progetto unitario di Democrazia Proletaria intesa come il nuovo strumento organizzativo col quale la nuova sinistra degli anni Settanta intendeva servirsi per fare politica nella nuova situazione che si apriva dopo le elezioni.

            Ma il ventilato progetto di unificazione fra PdUP e Avanguardia Operaia falliva producendo scissioni  in entrambe le organizzazioni. La maggioranza del PdUP (Magri, Castellina, Rossanda) non accettava la fusione, mentre la minoranza (Foa e Miniati) si univa al progetto di costituzione di Democrazia Proletaria (DP) nel 1978 assieme alla Lega dei Comunisti e ad Avanguardia Operaia, quest’ultima però pagava tale scelta con la separazione della minoranza (Aurelio Campi) che si unificava col PdUP.

            Pagato il prezzo della crisi della militanza politica dopo il movimento del ‘77, alle elezioni politiche del 1979 la nuova sinistra si presentava divisa: il PdUP, assieme al Movimento Lavoratori per il Socialismo, raggiungeva il quorum ed eleggeva sei deputati, DP confluiva invece nel cartello elettorale denominato Nuova Sinistra Unita il quale non prendeva voti sufficienti ad eleggere deputati. 

 

 

Lo sviluppo dell’area dell’autonomia

 

            Negli anni tra il 1975 e il 1976 l’area dell’autonomia conosceva uno sviluppo sorprendente alimentandosi della crisi dei gruppi della nuova sinistra e dei “nuovi soggetti sociali emergenti”, termine col quale si designava quello strato giovanile fatto di studenti, precari, lavoratori in nero, giovani dei quartieri periferici delle città.  Di fronte alla crisi di prospettiva e di progettualità politica delle principali organizzazioni della nuova sinistra, l’area dell’autonomia presentava invece una vivacità di elaborazione e di analisi teorica che la rendevano più forte e ideologicamente più attrezzata ad interpretare e a collocarsi nella nuova fase politica che si stava aprendo.

            Non è facile ricostruire la storia di quest’area politica, fatta di rotture, ricomposizioni, nascita di collettivi e riviste; si consideri che tra il 1976 e il 1977 nascevano 69 nuove testate con una tiratura complessiva di 300 mila copie, di cui 288 mila vendute, stampate in nove regioni diverse d’Italia, nelle città, ma anche in zone periferiche e di provincia[6]. La storia dell’autonomia appare infatti priva di un centro, si presenta piuttosto come un insieme variegato di esperienze di lotta che spaziavano dalle assemblee autonome che erano sorte nelle principali fabbriche italiane ai circoli del proletariato giovanile, il tutto caratterizzato da una rete organizzativa molto fluida che si intrecciava e si disfaceva in continuazione intersecandosi in percorsi che portavano all’incontro tra i vari collettivi senza mai produrre sedimentazioni stabili di aggregati politici nazionali.

            Nei primi anni Settanta una serie di scomposizioni e ricomposizioni ridisegnavano la mappa politica e culturale dei gruppi e delle esperienze di lotta che non si riconoscevano in nessuna delle organizzazioni maggioritarie della “triplice”. Nel maggio del 1973 un cartello di organismi autonomi di base, sparsi un po’ in tutta Italia, dall’ Alfa Romeo, alla Pirelli, alla Sit-Siemens, alla Fiat a Porto Marghera, all’ENEL, al Policlinico di Roma, dava vita ad un coordinamento delle assemblee e dei comitati autonomi pubblicando un apposito <<Bollettino degli organismi autonomi operai>>. Contemporaneamente la crisi e la divisione di Potere Operaio, dopo il congresso di Rosolina nel 1973, la decisione del Gruppo Gramsci di Milano di sciogliersi e l’uscita di alcuni compagni milanesi da Lotta Continua nel 1975, ridisegnavano la trama di quella che sarebbe stata negli anni successivi l’area dell’autonomia.

            Gli ex lottacontinuisti di Sesto San Giovanni, assieme a quella parte di Potere Operaio che non aveva accettato l’ipotesi di scioglimento e di confluenza nell’area dell’autonomia, davano vita ai Comitati Comunisti per il potere operaio, meglio conosciuti dal nome del loro giornale <<Senza Tregua>>, affiancato dalla rivista teorica <<Linea di condotta>> di cui uscì un solo numero. A Milano attorno ad Oreste Scalzone nascevano i Comitati Comunisti Rivoluzionari, mentre Antonio Negri, assieme a quelli dell’ ex Gruppo Gramsci davano vita ad una nuova aggregazione che si riconosceva nel progetto politico del giornale <<Rosso>>. Il collettivo romano di Via dei Volsci, dopo essersi avvicinato a quest’aggregazione, si distaccava costruendosi un proprio originale percorso dentro l’area dell’autonomia. Nello stesso tempo gli ex militanti bolognesi di Potere Operaio (Franco Berardi, “Bifo” e Maurizio Torrealta) davano vita ad una nuova aggregazione attorno a Radio Alice e alla rivista <<A/Traverso>>.

            La frantumazione dei percorsi era anche la risultante di sedimentazioni di culture politiche degli anni precedenti. Nell’Italia Settentrionale era forte l’influsso delle teorizzazioni operaiste e di Potere Operaio. L’elaborazione teorica andava ricostituendosi attorno alla categoria di operaio sociale cercando di coniugare la struttura organizzativa con lo spontaneismo dei movimenti. I bolognesi si distinguevano invece per la loro vivacità culturale e per l’adesione pressoché totale alle tematiche movimentiste intersecandosi con l’ala creativa del movimento del ‘77. I romani di Via dei Volsci si orientavano invece verso una struttura più rigida e militante con una cultura politica che riprendeva alcuni aspetti del filone leninista-maoista.

 

 

 

 

 

 

Derive e approdi: l’epilogo dei partiti della nuova sinistra

 

            La sconfitta del movimento del ‘77, la crisi d’identità e di certezze che avevano intaccato la strutturazione ideologica del militante della nuova sinistra, l’emergere della critica femminista al “far politica”, il rapimento Moro, la recrudescenza del terrorismo di sinistra, la repressione messa in atto dalle forze statali, segnavano il quadro cupo entro il quale si dissolveva e si trasformava un’esperienza politica e sociale che aveva coinvolto un’intera generazione per un decennio. Scompaginata dagli arresti e dalla repressione l’area dell’autonomia si “ritirava dalla vita” politica rinchiudendosi nelle prime esperienze dei centro sociali, nei collettivi di quartiere, nelle redazioni di alcune riviste.            Democrazia Proletaria, sopravvissuta alla sconfitta elettorale del 1979, si ricostruiva come partito e come tale agiva nei difficili anni Ottanta, quelli del decisionismo craxiano, della Milano da bere, dell’omologazione, del consociativismo, della sconfitta alla Fiat nel 1980 e di quella riportata nel referendum sulla scala mobile nel 1985. Scontenta e insoddisfatta, proprio perché riteneva che il partito non fosse un fine ma uno strumento, dei suoi circa 10 mila iscritti e dei suoi 7 parlamentari, nel 1991 si scioglieva per confluire nel Movimento e poi nel Partito della Rifondazione Comunista. Il PdUP, dopo aver consumato la rottura col giornale <<Il Manifesto>> e con Rossanda e Pintor, nel 1984 si scioglieva e molti militanti rientravano nel PCI.

            Parallelamente un intero settore di compagni e compagne della nuova sinistra cominciava a ridisegnare i suoi percorsi politici e culturali, grazie al confronto con le tematiche sollevate dall’emergente Partito Radicale (nel 1979 alle elezioni politiche aveva ottenuto più del 3% dei consensi), dal manifestarsi dei movimenti ecologisti, pacifisti e non violenti, oppure, ma con una certa caduta di tono e di stile, civettando (e non solo) con i socialisti craxiani alla De Michelis e Martelli, scambiandoli, magari, per socialisti libertari.



[1]L. Bobbio, “Prima di L.C.. Da Palazzo Campana il salto nella società senza centro”, supplemento al Manifesto del 26 0ttobre 1988

[2]Le citazione sono rispettivamente di M. Revelli, Le due destre, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, p. 22-23 e E. Santarelli, Storia critica della repubblica, Feltrinelli, Milano, 1996, p. 188.

[3]A. Sofri, Memoria, Sellerio, Palermo, 1990, p. 181.

[4]Siamo debitori di quanto scriveremo di seguito ad A. Mangano che ha sviluppato tale ipotesi interpretativa in un capitolo specifico (“La cultura dei gruppi dirigenti della nuova sinistra”) del suo libro, Autocritica e politica di classe, Ottaviano, Milano, 1978.

[5]Il Sessantotto. La stagione dei movimenti, a cura della redazione di “Materiali per una nuova sinistra”, Ed. Associate, Roma, 1988,  p. 213.

[6]Per questi dati cfr., N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro, Sugar Edizioni, Milano, 1988, p. 345.