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good times, bad times/ diario del 2010/ settembre

  • di Galapagos
    CRISI-ITALIA
    La generazione dei mai-lavoro
    «La situazione è seria, ma le cose vanno meglio»; «stiamo meglio di altri paesi»: solo un paio delle dichiarazioni correnti degli esponenti di governo. La più infame però è quella che sostiene: «La sinistra è felice della crisi per dimostrare che la destra non fa nulla». Affermazione vera, ma solo a metà: l'azione del governo soprattutto in tema di lavoro è disastrosa, ma nessuno è felice per la crisi che colpisce i ceti meno abbienti e che si ripercuoterà sulla vita delle persone ancora per molti anni, prima che si torni ai livelli di Pil e di ricchezza pro capite antecedenti al governo Berlusconi o che si profili un nuovo modello di sviluppo. Che la situazione non sia affatto buona lo confermano alcuni dati diffusi ieri. In Italia (e in Europa) la situazione non è tranquillizzante. Il tasso di disoccupazione è inchiodato al 10% e oltre 23 milioni di persone sono senza lavoro. La ripresa ancora lenta e fragile - fatta eccezione per la Germania - e per ora non dà sollievo al lavoro. Soprattutto quello giovanile: in Europa il 20% dei giovani non ha lavoro e la percentuale in Italia cresce al 26,8%. Come dire: più di un giovane su 4 è senza lavoro. Politiche attive per il lavoro non se ne sono viste a parte l'elemosina concessa ai precari licenziati. La mancanza di lavoro nel presente significa pensioni ancora più magre per il futuro.
    La crisi non ci piace perché con la crisi si sta modificando ulteriormente la distribuzione dei redditi. Il riferimento non è solo alla povertà relativa, ma a chi teoricamente non dovrebbero avere ascolto in un «quotidiano comunista»: i ceti medi che oggi appaiono i più colpiti dalla crisi. I riflessi di questa crisi si leggono nella contrazione dei consumi soprattutto alimentari. Non siamo «consumisti» incalliti, ma questa caduta delle vendite al dettaglio conferma quello che appare un luogo comune: gli italiani stanno stringendo la cinghia, anche se ricorrono sempre più frequentemente al risparmio e all'indebitamento per cercare di mantenere a un livello minimo i consumi essenziali. Ma torniamo al lavoro.
    Il tasso di disoccupazione in Italia è inferiore a quella europea solo grazie alla Cassa integrazion, un ammortizzatore sociale che non è stato inventato da questo governo. Attualmente sono in Cig a zero ore l'equivalente di 550 mila lavoratori, compresi i precari in deroga che se rivedranno il lavoro sarà solo «in deroga» cioè un precariato quasi a vita. La Banca d'Italia alcuni mesi fa ha fatto «inbufalire» il governo sostenendo che se ai disoccupati ufficiali aggiungessimo anche i lavoratori in Cig, il tasso di disoccupazione schizzerebbe di circa 3 punti. «Fatevi gli affari vostri», fu la risposta sdegnata del governo per questa invasione di campo che metteva in cattiva luce l'Italia nei confronti internazionali. Bankitalia aveva e ha ragione: gli stati di crisi di molte aziende fanno ritenere che in tempi brevi per molti lavoratori la Cig si trasformerà in mobilità e, quindi, in disoccupazione. La Confindustria ne è consapevole e più o meno sottovoce lo riconosce.
    C'è una debolezza strutturale del lavoro. E non solo quello giovanile. Il tasso di occupazione in Italia è a livelli infimi: meno del 57% (46% le donne) di chi potrebbe lavorare lo fa. E circa 3 milioni di lavoratori precari. Un fenomeno che sta esplodendo è quello dell'inattività: sono 15 milioni le donne e gli uomini che non lavorano e non si dichiarano disoccupati. Dentro c'è di tutto a cominciare da chi vive di rendita (pochi); dalle donne (tantissime) costrette al ghetto domestico dalla mancanza di servizi sociali e in particolare di cura delle persone ai lavoratori in nero. Una politica attiva del lavoro dovrebbe puntare a risolvere questi problemi. La risposta, invece, è stata un taglio dei trasferimenti agli enti locali. Il che significa il taglio delle prestazioni sociali o un rincaro delle tariffe, ad esempio per gli asili nido. E questo allontanerà ancora più donne dal mercato del lavoro.
    Il tutto in un contesto già noto di «né-né» cioè di milioni di giovani senza futuro che sono in età lavorativa o di studio, ma che non fanno ne l'una né l'altra cosa e sono censiti in un limbo di disperazione e di vita obbligata (altro che bamboccioni) in famiglia. Una sinistra felice per una situazione di disgregazione sociale che porta non al socialismo, ma al berlusconismo esagerato fatto di «Grande fratello» e di improbabile vincite al superEnalotto, non è che l'ultima bestemmia del governo.

Quattrocentomila licenziati 

Quattrocentomila…proviamo a chiamarli con nome e cognome e vediamo che effetto vi
fa. Sono i 700 in carne e ossa della Ixfin di Caserta, i 350 della Nokia-Siemens e i
1400 della Ex-Jabil entrambe in Lombardia, i mille della Finmek divisi tra il Veneto,
l’Abruzzo e la Campania, i 220 della Ritel di Rieti e gli 800 della Micron ad
Avezzano. Più o meno 4.500 che lavorano nel settore “apparecchiature elettriche”.
Lavorano? Ieri sì, oggi forse, domani forse no: sono tutti dipendenti di aziende a
rischio chiusura.
Già stufi dell’elenco? Fatevene una ragione: è un rosario lunghissimo, sgranarne ogni
grano sarà anche una penitenza. Ma una penitenza dovuta, se si vuole conoscere un po’
di verità. Settore “Prodotti per la casa”: rischiano il posto e lo stipendio i 120
della Cesame a Catania, i 550 della Nicoletti a Matera, i 450 della Saint Gobain a
Savigliano in Piemonte, i 650 della Ideal Standard a Brescia e in Friuli, i 1500
della Natuzzi a Bari. Settore della chimica: rischiano lo stipendio i 400 della
Portovesme a Cagliari, gli 800 della Ineos Vinils in Veneto, Romagna e Sardegna, i
300 della Montefibre a Venezia, i 450 della Nuova Pansac veneta, i 200 della Basell a
Terni, gli 80 della Krotongres a Crotone.
Stanchi di numeri e nomi di gente che non sa se arriva a Natale legando il pranzo con
la cena? Peggio per voi. Ecco i 4.000 della Merloni in Emilia, Umbria e Marche, i 500
della Electrolux in Veneto, i 150 della Riello a Lecco, i 150 della San Giorgio a La
Spezia, i 900 della Siltal in Piemonte, Veneto e Campania, gli 800 della Indesit in
Piemonte, Lombardia e Veneto. Ed è solo il settore “elettrodomestici”. E i 450 della
Grimeca a Rovigo, i 1646 della Tirrenia, i 200 della Manuli, i 200 della Astigiana
Ammortizzatori, i 400 della Rieter, i 250 della Sogefi, i 1200 della Oerlikon
Graziano, i 200 della Cantieri Apuania, i 300 della Eaton, i 300 della Fincantieri di
Castellammare di Stabia, i 500 della Atr. Era l’elenco, non completo del settore
trasporti. E nella “Moda”, i 1500 della Mariella Burani, i 1500 della Ittierre, i
1200 della Legler, i 350 della Golden Lady. E altri 1500 nella siderurgia, tra Ilva,
Lucchini ed Euroallumina.
Chiediamo scusa a tutti gli altri, gli altri dei 400mila che non abbiamo chiamato con
nome e cognome, con il nome della loro azienda che forse chiude e forse no. L’elenco
completo è stato fornito dal ministero dello Sviluppo economico, quello senza
ministro. Elenco che parla di ottanta aziende “malate gravi”. Elenco che è stato
pubblicato dal Sole24ore, il quotidiano della Confindustria. Non un segreto, elenco
ufficiale. Eppure quei 400mila sono uno dei “segreti” meglio custoditi dai
telegiornali. Quattrocentomila non valgono un titolo in sette tg moltiplicati per
ogni sera di agosto. Quattrocentomila “orfani” di dichiarazioni politiche,
quattrocentomila “cristiani” per cui non si celebra nessuna “messa”, nessun rito,
neanche quello dell’attenzione. Non fanno “notizia”, nel nostro piccolo proviamo a
porre minimo riparo.

 

di Carlotta Caldonazzo

BAGHDAD Il premier Al Maliki: «Ora siamo un paese sovrano e indipendente»

Iraq, il grande ritiro Usa

Ma a quasi sei mesi dalle elezioni ancora non c'è un governo

«L'Iraq e il suo popolo sono riusciti a chiudere il capitolo della guerra settaria che non si riaprirà, non lo permetteremo, perché gli iracheni vivano in un paese sovrano e indipendente, soddisfatti del fatto che le nostre forze di sicurezza sono in grado di assumersi la responsabilità».

Con questo messaggio trasmesso dalla tv locale al-Iraqiya, il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha commentato la fine ufficiale della missione militare statunitense, celebrata dalla visita ufficiale del vice presidente americano Joseph Biden - anche se, partite le «truppe combattenti»,restano ancora 50mila soldati Usa in Iraq.

Al-Maliki ha dato un'immagine rosea del futuro: le relazioni tra Iraq e Stati Uniti, ha detto, saranno ormai relazioni tra due stati sovrani. Rispondendo indirettamente a chi avanza dubbi sulla capacità delle forze di sicurezza irachene, ha aggiunto che queste «giocheranno un ruolo di primo piano nel consolidare la sicurezza del paese, sconfiggendo tutte le minacce che l'Iraq affronterà, esterne e interne». Questo non significa che non ci saranno più attacchi terroristici, ha precisato ieri in un'intervista al quotidiano libanese al-Akhbar, perché «nessuno riesce a fermarli una volta per tutte, neanche le truppe americane». Aggiunge che la soluzione non sono le truppe regolari ma l'intelligence, oltre alla riconciliazione nazionale e all'impegno continuo «contro al-Qaeda e i fuorilegge». Gli attacchi degli ultimi giorni rappresentano, secondo al-Maliki, solo il colpo di coda dei «terroristi», anche so proprio ieri il «Fronte per il jihad e il cambiamento» ha affermato che il ritiro delle truppe americane è dovuto soltanto alla sua resistenza armata, che continuerà per «liberare l'Irak» da un'occupazione che non è solo militare ma anche «politica ed economica».

Altrettanto ottimista si è detto al-Maliki sulla formazione del nuovo governo, nonostante il perdurare della crisi istituzionale e delle divergenze nel parlamento a quasi sei mesi dalle elezioni. I contrasti, secondo quanto ha dichiarato ad al-Akhbar, non riguardano chi sarà primo ministro, ma «la forma dello stato», la sicurezza e le relazioni interne ed estere e l'importante è tenere «la porta aperta a tutte le parti in causa».

Per delineare una via verso la formazione del governo il vicepresidente Biden ha incontrato ieri il leader dell'Alleanza Nazionale Irachena, Iyad Allawi e altri membri della stessa coalizione. Per oggi sono previsti invece incontri con l'Alleanza Patriottica del Kurdistan a Irbil, per discutere il peso dei curdi nella formazione del nuovo governo. Tuttavia Aliya Nssayef, membro di al-Iraqiyah, ha dichiarato ieri all'agenzia irachena Aswat al Iraq che il problema non è tanto la divisione dei poteri in termini di avvicendamento, quanto piuttosto trovare un equilibrio per integrare tutte le forze politiche in uno stesso governo. Il cammino per uscire dalla crisi istituzionale in corso si profila dunque ancora lungo. L'Alleanza Nazionale Irachena ha dichiarato proprio ieri di non ritenere al-Maliki capace di portare avanti un programma degno di un governo forte, proponendo dunque all'Alleanza Stato di Diritto la scelta di un altro candidato.

A proposito di accordi esterni, nel suo discorso al-Maliki ha invitato i paesi vicini a sostenere l'Iraq sul piano della stabilità e nella lotta contro il terrorismo. Un messaggio (a proposito di accordi interni) quasi opposto a quello pronunciato dal ministro degli esteri iracheno Hoshiyar Zebari, che attraverso l'agenzia britannica Reuters ha avvertito che in caso di «problemi» spetterà soltanto agli iracheni risolverli.

Intanto il quotidiano inglese Daily Telegraph ha pubblicato ieri inteviste a diversi cittadini iracheni e a un capo tribù, preoccupati dal ritiro americano - simili timori aveva espresso in una recente intervista l'ex ministro degli esteri iracheno Tareq Aziz. Shaykh Mohammed Naji ad esempio aveva guidato la sua tribù nella resistenza contro l'invasione» statunitense a Falluja, perché era una «questione d'onore». Ora vorrebbe che le truppe americane non andassero via, perché il paese rischia di finire nelle mani di «nemici» come «al Qaeda, il governo iracheno e i chierici iraniani». Prove tecniche di indipendenza, compresa la paura del futuro.

Chinese workers kick back

 

The Chinese working class is on the move: there is a wave of strikes taking place across China, and they’re winning. Workers at Honda have won a 30% pay increase in the latest strike affecting that company, while workers at FoxConn have reportedly been offered a 100% increase in ‘basic pay’ (with strings attached) after strikes and a string of employee suicides

By Richard Seymour on Wednesday, June 16th, 2010 - 933 words.

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Chinese workers

The Chinese working class is on the move: there is a wave of strikes taking place across China, and they’re winning. Workers at Honda have won a 30% pay increase in the latest strike affecting that company, while workers at FoxConn have reportedly been offered a 100% increase in ‘basic pay’ (with strings attached) after strikes and a string of employee suicides. The strike at FoxConn is particularly auspicious since that company has so far demonstrated considerable success in maintaining a divided, weakened, timid workforce. Across the country, a series of hard-fought strikes have pitted workers against the usual double act of management and cops (strikes are effectively legal, but the Chinese police force is hardly more pacific than the LAPD, and management frequently beat insubordinate workers) resulting in injuries but also some signal successes. The analysis of the China Labour Bulletin suggests two factors here:

1) As ever, the militancy of these workers is driven by hyperintensive rates of exploitation. In recent decades, much of the surplus value accumulated by capital in China has been the result of unpaid labour, accumulated wage arrears that are never paid off. Otherwise, wages are so low that workers have to perform dozens of extra hours of overtime per month in order simply to live.

2) Most of the strikes involve smaller groups of workers, in the thousands rather than the hundreds of thousands. The absence of independent union organisation and the surveillance capacities of capital mean that workers find it very difficult to organise on a very large scale, which takes time, coordination and an apparatus of communication that those workers as yet lack. But two or three thousand workers in a single factory can much more feasibly halt production.

We have seen waves of strikes and direct action in China before but, Charlie Hore argues, these were mostly of a defensive character. Recent strikes have been offensive. The FT reports:

In fact, China has witnessed considerable industrial unrest in recent decades, much of it localised and attracting little publicity. The causes have tended to be unpaid wages or Dickensian working conditions. While the organisers of such strikes have often got into trouble, in many cases the authorities have taken a relatively relaxed attitude, provided the disputes remained small and non-violent, seeing them as a way of blowing off steam.

Mr Gilholm and other analysts, however, said the Honda strikes were a new development because they focused on wages rather than perceived abuses, meaning even well-run factories could become vulnerable to labour disputes.

“It is a new form of strike – a very symbolic event,” said Liu Cheng, a professor at Shanghai Normal University and an outside adviser in the drafting of the 2008 labour law. After wages had been held down for long periods, he said, “finally there is this explosion. It is because of workers’ growing awareness of labour rights, and more talk and debate about the subject.”

In the strike at the Honda plant in Foshan, notably, workers formed an organisation separately from the official union, with independently elected delegates to represent them vs management. They have also been using new technologies (which the Chinese working class has, after all, manufactured in bulk) to coordinate their actions. The success of those workers has inspired a series of similar actions within Honda, with workers in other plants demanding parity with Foshan. There is another factor that improves labour’s bargaining power, and that is the labour shortages that have occurred in many areas as the Chinese government has battled recession by investing heavily in infrastructural projects. To attract workers, some cities have had to raise their minimum wage,which has led to workers in other cities demanding the same. These advantages are temporary – a sudden economic reversal could put workers on the back foot again. But they could produce a movement that will irreversibly alter the status of the Chinese working class.

The threat to capital, the Chinese state and the stock markets, is that a model of de facto independent trade unionism will start to be taken up and replicated among other Chinese workers, and will result in an increasing share of production going to the working class. More generally, it poses a potential long-term political threat to what has been one of the most advantageous states for capitalist investment and development in the world. The ability to appropriate basically free labour, to super-exploit migrant workers moving from the villages to the coastal slums, to accumulate some of the fattest profits in the world, has always depended on containing the expanding working class. For example, the migrant worker economy in China works much the same way as it does elsewhere. Millions of workers flee impoverished rural lives, where a basic safety net is being taken away, many of them relying on false identification papers to get a job. Once they’ve got a job, they often end up as part of a live-in work-force, sleeping in dormitories, eating collectively. They are a cheap labour force, producing for an export market. If they acquire political and economic rights – increase their class power in other words – their susceptibility to this kind of exploitation is greatly diminished. Foreign investors in the coastal ‘boom’ areas may, business papers warn, be frightened away by a period of industrial unrest. Since the CCP is not going to restore some mythical Maoist golden age, it will either have to break the strikes with repression, or find ways to accomodate the workers politically, offer some reforms without substantially threatening profits. Or it may lose control in the long run.



Via al secondo bando. Verso i 200 giorni da «reclusi» sull'isola

di Costantino Cossu

su il manifesto del 03/09/2010

Vicenda Vinyls

«Facciamo colazione consapevoli che questo è un momento importante, che deciderà del nostro destino. L'umore non è dei migliori, ci facciamo coraggio l'un l'altro e cominciamo una nuova giornata di lotta. A pranzo poi Antonio prepara delle pennette condite con pomodoro fresco, aglio e basilico. Ottime. Se non lo sposa Piera, Antonio lo sposiamo noi».
Una giornata quasi come le altre 188 ormai trascorse, dal 24 febbraio, nell'ex supercarcere dell'Asinara dai cassintegrati della Vinyls. Quasi. Ieri, infatti, è stato pubblicato, sul sito Vinyls Italia, il secondo bando internazionale, dopo il primo del marzo scorso, per la cessione degli stabilimenti di Porto Marghera (205 dipendenti), di Ravenna (45) e di Porto Torres (120) dell'azienda chimica in amministrazione straordinaria. I gruppi industriali o finanziari eventualmente interessati potranno presentare un'offerta d'acquisto, da depositare presso un notaio di Venezia, entro il 22 ottobre prossimo alle 18. La richiesta dovrà contenere, tra l'altro, il prezzo e gli impegni sui livelli occupazionali e sulla ripresa della produzione per almeno un biennio.
Il bando, firmato dai commissari straordinari della Vinyls (Franco Appeddu, Mauro Pizzigati e Giorgio Simeone), recepisce l'accordo sottoscritto il 22 luglio scorso al ministero dello Sviluppo economico per la ripresa del ciclo cloro-Pvc nei tre stabilimenti interessati.
Saranno i commissari a procedere alla scelta finale, valutando, in particolare, la situazione patrimoniale e finanziaria di chi avanza le offerte, oltre che la capacità degli acquirenti di far fronte agli impegni, anche finanziari, derivanti dall'acquisto. Per dare ai potenziali compratori informazioni esaurienti sulla situazione degli stabilimenti in vendita sarà allestita a Marghera, nella sede della Vinyls Italia, una «data room», che sarà aperta dal 20 settembre all' 8 ottobre. Lo scorso marzo l'unico soggetto interessato all'acquisto, il gruppo Ramco del Qatar, aveva rinunciato durante le trattative.
«Chiunque compri - dicono ora i cassintegrati della Vinyls - farà un buon affare. La nostra fabbrica produceva cloruro di vinile da etilene e dicloroteano con una capacità annua di circa 170 chilotoni. E ha anche un impianto per produrre polivinicloruro in emulsione (Pvc/E) con una capacità di circa 65 chilotoni. Impianti tecnologicamente avanzati e professionalità eccellente, oggi mandata al macero».
Prosegue intanto il sostegno spontaneo alla lotta degli operai di Porto Torres, anche in forme minime: «L'altro ieri la signora Rosa di Ittiri, un piccolo paese vicino a Sassari, ci ha inviato delle ottime angurie. Ricambiamo con baci e abbracci». E si cercano sostegni fuori dall'isola: «Due di noi, Pietro e Andrea, stanno per partire alla volta di Piacenza alla festa del Partito democratico. Chiederanno alle forze di opposizione di unirsi per combattere in Parlamento in difesa del lavoro, incalzando i banditi che sono al governo. L'economia è la vera emergenza. Serve una politica industriale vera, in tutti i settori, non solo in quello della chimica».
Dopo sei mesi trascorsi nelle celle dell'ex carcere, c'è un po' di stanchezza, ma anche molta determinazione a continuare: «La nostra situazione è disagiata, ma non cederemo. Rivolgiamo un pensiero ai minatori cileni bloccati nelle viscere della terra. Dovranno resistere più di noi per ritornare alla superficie». Sintonia anche con i pastori che rischiano di finire sul lastrico per il crollo del prezzo del latte. Durante il blitz degli allevatori nei giorni scorsi in Costa Smeralda c'era una rappresentanza dei cassintegrati Vinyls.

 


  • 4 ago-di Gianpasquale Santomassimo
    MIRABELLO
    La missione impossibile di una destra «normale»
    Il 28 ottobre del 1992 Gianfranco Fini celebrava con orgoglio i settant'anni dalla Marcia su Roma sul Secolo d'Italia. Quasi vent'anni dopo è possibile che la forma costituzionale della nostra Repubblica venga salvata dalla conversione democratica (a questo punto indubbiamente sincera e anche ammirevole nella sua radicalità) di un gruppo di ex-fascisti che trova in Fini il leader unico e indiscusso.
    Nel mezzo, è successo di tutto, e ripercorrerne con attenzione la storia sarà in futuro uno dei compiti più ardui di chi vorrà intendere l'evoluzione di quel periodo confuso e avvilente che definiamo Seconda Repubblica.
    Per brevità, diciamo solo che è riduttivo attribuire solo allo «sdoganamento» di Berlusconi, quasi fosse un Re Taumaturgo, la fortuna del neofascismo nella congiuntura che si apriva dopo Tangentopoli. In realtà, il Msi incassava anche i frutti di una lunga battaglia di opposizione contro il sistema dei partiti che lo aveva visto (quasi) sempre emarginato dagli equilibri di potere e di spartizione. E con una retorica e quarantennale invocazione del senso dello Stato e dell'interesse nazionale che avrebbe dovuto porlo naturalmente in tensione con le pulsioni dei nuovi e potenti partners del nuovo centrodestra, berlusconiani e leghisti. Malgrado la disinvoltura con cui il nucleo centrale del gruppo dirigente digerirà su questo terreno l'indigeribile, fino a divenire punta di diamante della nuova koiné forzaleghista, va detto che nella svolta attuale di Fini e del suo nucleo di fedelissimi non c'è solo l'idea di una nuova destra, ma anche il recupero di qualcosa di antico e di negletto nella tradizione della destra italiana.
    Le tappe dell'evoluzione di Fini sono note, e le rievochiamo per sommi capi: nel 1994 c'è ancora l'evocazione di Mussolini come «il più grande statista italiano del Novecento», ma nel congresso di Fiuggi del gennaio 1995 c'è l'uscita dalla «casa del padre» e l'affermazione, che nel tempo diverrà strategica seppure vaga, di una destra che precedeva il fascismo e va oltre il fascismo.
    Lo smarcamento dal passato avviene per tappe, in forme intimamente contraddittorie: condanna netta del regime «dopo il 1938» (come se prima fosse stato inappuntabile) ed enfasi sulla condanna delle leggi razziali, che diverranno «male assoluto» più tardi, e fulcro di uno spettacolare pellegrinaggio in Israele.
    Nel frattempo, Fini non riesce a reprimere pulsioni poliziottesche che derivano dal suo passato: invoca spesso i campi di lavoro forzato in televisione (e l'espulsione dei maestri omosessuali dalle scuole), firma con Bossi una legge infame sull'emigrazione, si trova a Genova nel 2001 nella cabina di regia della «macelleria cilena».
    Tutto questo, però, sembra ora appartenere a un'altra vita. Il Fini degli ultimi anni si è contraddistinto per un profilo istituzionale «alto» e per l'apertura di fronti polemici e ideali su temi che lo hanno posto di fatto sempre più in dissenso con la prassi politica e la cultura diffusa del centrodestra. Dalle questioni della bioetica alla laicità dello Stato, dai diritti di cittadinanza degli immigrati (con la visione di una Italia multietnica), alla contestazione di un federalismo secessionista. E, soprattutto, al rifiuto del «cesarismo» e della visione padronale e aziendale che è il vero punto intoccabile del berlusconismo. Su questo Fini ha pagato e sta pagando prezzi molto alti, sul piano politico e su quello personale.
    Perso da tempo il sostegno dei suoi «colonnelli», passati con naturalezza fin troppo giuliva alla corte di Berlusconi, si è circondato di politici e intellettuali di diversa provenienza, e di notevole valore. Chi scrive i suoi discorsi istituzionali è sicuramente persona colta e intelligente, con precisione di dettaglio nei richiami storici che sorprende anche gli specialisti. La Fondazione FareFuturo è divenuta negli ultimi anni il luogo di elaborazione politica più vivace e originale nel panorama italiano, specie se confrontata col vuoto bizantinismo dei siti «democratici».
    La sua visione della destra non vorrebbe essere alternativa, ma concorrenziale rispetto a quella del Pdl. La battuta sul «compagno Fini» che circola a destra ma talvolta anche a sinistra è appunto solo una battuta, che mette a nudo solo la pochezza della sinistra e dei suoi leader.
    Che Fini sia uomo di destra è fuor di dubbio, ed è altrettanto indubbio che voglia porsi come leader di una destra italiana di tipo europeo. In Inghilterra e in Germania le sue posizioni apparirebbero naturali. Il problema però è tutto e solo italiano.
    La destra che Fini vorrebbe non è mai esistita in Italia, se non in epoche storiche lontanissime e di cui si è quasi persa memoria. Non si parla qui di singoli personaggi, «eretici» o «irregolari», che la cultura finiana riscopre e ripropone con accanimento quasi commovente: si parla di un comune sentire, di popolo, capace di farsi forza politica e culturale. Qui Feltri e Belpietro interpretano non solo la «pancia» della destra, come vorrebbe FareFuturo, ma anche ethos, ideologia, pensieri profondi e radicati, ancor più difficili da correggere o addirittura ribaltare dopo quasi vent'anni di acquiescenza colpevole ai fasti del berlusconismo.
    Probabilmente una insofferenza, vecchia e nuova, nei confronti della rozzezza semplificatoria della destra e del suo illegalismo ostentato e beatificato, esiste davvero, e può dar luogo a un soggetto politico nuovo e originale. Probabilmente sono molti gli uomini di destra che considerano eroe Paolo Borsellino e non Vittorio Mangano, e scoprirlo è confortante per tutti gli italiani onesti. Ma che questa «nuova destra» possa scalzare quella al potere, disciplinarla e incanalarla nell'alveo di una contesa politica «normale» e civile, appare allo stato delle cose un sogno irrealizzabile.
    La volontà del nuovo gruppo ispirato da Fini e dai «futuristi» sembra essere quella di non rompere l'alleanza di governo, ma di condizionarla dall'interno, riconducendo a «normale» dialettica di coalizione politica il dominio incontrastato di Berlusconi (e di Bossi). Una missione impossibile, tanto più da parte di chi mostra di avere ben compreso, seppure tardivamente, la vera natura di Berlusconi e del suo impero proprietario.
    Qui gioca molto anche il peso di quella sub-ideologia, futile e petulante, che ha preso piede nell'Italia della Seconda Repubblica, e che si esprime nella barbarica «religione del maggioritario». Fini ha usato spesso questa espressione dal '94 in poi, pur essendo stato, e con molta efficacia, il leader del maggiore partito che si era opposto al referendum Segni. Specularmente riaffiora anche a sinistra, in quell'«eterno ritorno del cretino» che si produce ogni volta che si accenna a una riforma elettorale.
    Eppure le possibilità di rilanciare una Repubblica parlamentare e costituzionale sono affidate in grandissima parte all'uscita da quella logica. Il futuro di Fini e dei suoi, e del sogno di una destra moderna ed europea, è affidato solo alla possibilità di metter fine al meccanismo perverso che consente a una minoranza di destra, «cialtrona», «ignorante», «col ventre a terra» e «con la bava alla bocca» - sono tutte citazioni dagli editoriali di FareFuturo -, di spadroneggiare sul resto del paese.
di Benedetto Vecchi
L'Oriente È VICINO
La funzione pastorale dello stato per garantire l'accumulazione originaria nei paesi asiatici. Un sentiero di lettura a partire dai volumi dell'economista indiano Kalyan Sanyal «Ripensare lo sviluppo capitalistico» e dello studioso Michael Schuman «Il Miracolo»
Il nuovo millennio non sarà né americano né europeo. Una previsione che un piccolo esercito di studiosi di geopolitica e di economia era pronto a sottoscrivere da molti anni. A ingrossare le loro fila ci ha pensato la crisi dell'economia globale, facendo diventare questa previsione un luogo comune, buone per spiegare i successi di realtà nazionali o di città stato asiatiche come l'India, la Cina, Singapore, Malaysia, Indocina e Macao. Al di là della evidenza empirica che la crisi economica ha colpito più duramente gli Stati Uniti o il vecchio continente che non i paesi asiatici, il pensiero critico sta però ancora cercando di sviluppare una spiegazione plausibile del perché paesi considerati fino a dieci, venti anni «sottosviluppati» siano diventati la locomotiva che traina l'economia mondiale. Nelle pagine conclusive di Adam Smith a Pechino (Feltrinelli) Giovanni Arrighi invitava a non lasciarsi trascinare dai facili entusiasmi nell'indicare la Cina come lo Stato-nazione che rubava lo scettro agli Stati Uniti lo scettro di unica superpotenza politica e economica nel mondo. L'economista italiano ricordava, a ragione, che per diventare superpotenza un paese deve avere non sola la potenza militare conseguente al ruolo che esercita, ma di avere la capacità di condizionare le scelte e le decisioni prese tanto dai singoli stati nazionali che dalle istituzioni preposte alla governance della globalizzazione.
Dalla periferia al centro dell'impero
La Cina, scriveva Arrighi, non poteva essere considerata né un paese capitalista, ma neppure socialista. Semmai andavano riprese criticamente le tesi di Adam Smith sull'economia di mercato che contempla non una indistinta e sfuggente mano invisibile, ma un forte interventismo nei campi dei diritti civili, politici e nella legislazione del lavoro per garantire la prosperità economica, aiutando cosi molti paesi cosiddetti sottosviluppati a sfuggire al destino di ripercorrere il sentiero già battuto, e fallimentare, del cosiddetto neoliberismo o quello altrettanto fallimentare del socialismo reale.
L'economista italiano considerava il suo libro come l'inizio di una ricerca ancora tutta da svolgere e che la sua morte ha interrotto, proprio quando è iniziata una vivace discussione internazionale sulle implicazioni teoriche delle sue tesi. Tra i protagonisti della riflessione attorno alla «natura» dello sviluppo capitalistico che ha caratterizzato molti paesi asiatico c'è sicuramente Kalyan Sanyal, economista indiano che ha scritto un importante saggio - Ripensare lo sviluppo capitalistico, la casa Usher, pp. 254, euro 19,50 - che, oltre a dialogare con le tesi di Giovanni Arrighi, ripercorre criticamente il quarantennale dibattito in ambito marxista sul rapporto tra i paesi del centro e quelli alla periferia dell'economia capitalistica mondiale.
Kalyan Sanyal dichiara sin dalle prime pagine la sua insoddisfazione rispetto alle analisi di Immanuel Wallerstein, Andre Gunder Frank e Samir Amin, i quali hanno in passato sostenuto che i paesi usciti dal lungo inverno colonialista avrebbero colmato la distanza con i paesi industrialmente sviluppati per uscirà dalle condizioni di minorità e di arretratezza economica che li connotava. Per Sanyal, invece, non esiste una unica traiettoria per giungere alla agognata meta di una società industrialmente sviluppata, sebbene plasmata sul modello europeo o statunitense. Anzi, proprio, la storia recente indiana, e per estensione di quella cinese, indica che è possibile abbinare uno sviluppo capitalistico a forme politiche e sociali radicalmente differenti rispetto a quelle europee o statunitensi. Dunque le concezioni che vedono un'uscita obbligata dal sottosviluppo sono errate. Con passione e una nutrita rassegna della più che quarantennale bibliografia sullo sviluppo capitalistico, l'economista indiano si propone l'obiettivo di sviluppare una critica dell'economia postcoloniale che caratterizza società che mantengono caratteristiche dei paesi cosiddetti sviluppati sviluppate - una ampia percentuale della popolazione che vive in condizioni di povertà e un numero limitato di lavoratori salariati - e una capacità di sviluppare settori produttivi fortemente integrati nell'economia globale capitalista. Per fare questo, Sanyal riprende gli scritti di Karl Marx sull'accumulazione originaria cercando di fonderli con l'analisi di Michel Foucault sulla «governamentalità».
È noto che Marx ha variamente inteso l'accumulazione originaria, considerato lo sviluppo capitalistico all'interno di una cancellazione degli elementi precapitalistici da parte di rapporti sociali congeniali a un regime economico fondato sul lavoro salariato. L'accumulazione originaria era cioè propedeutica affinché si compisse il passaggio dal capitale mercantile alla riproduzione allargata del capitalismo fondata sul lavoro salariato.
L'indispensabile povertà
Periodo feroce, violento, quello dell'accumulazione originaria, come d'altronde gli storici hanno documentato, ma comunque limitato nel tempo. Per Sanyal, invece, l'accumulazione originaria è un dispositivo sempre vigente. Nell'economia politica postcoloniale gli elementi precapitalistici devono essere mantenuti perché «funzionali» alla forma specifica di capitalismo affermatasi nei paesi cosiddetti sottosviluppati come l'India. In parte perché lo sviluppo economico non riesce a garantire la piena occupazione. Da qui la persistenza di una diffusa povertà in quei paesi. Ma anche perché l'economia «informale» - piccolo artigianato, piccolo commercio, produzione di merci senza far ricorso al lavoro salariato - svolge un ruolo politico, cioè di stabilità delle società. È questo mantenimento politico di un ampio settore economico e sociale non coinvolto nello sviluppo capitalistico che garantisce lo sviluppo capitalistico nei settori «di punta» dell'economia mondiale. Da qui, il ruolo fondamentale dei movimenti sociali contro la povertà e delle forme di produzione non capitalistica visti dall'economista indiano come critica immanente dell'economia politica postcoloniale. E sulla prima parte il consenso è d'obbligo, sulla seconda parte della sua proposta politica ci sarebbe molto da discutere.
Il saggio di Kalyan Sanyal mostra la sua capacità interpretativa proprio sottolineando il ruolo «pastorale» dello stato nei paesi usciti dal colonialismo e diventati nodi fondamentali nelle rete produttive globali che avvolgono il pianeta. Ma a differenza di quando hanno sostenuto, ad esempio, Toni Negri e Michael Hardt nel saggio Impero nel capitalismo globale l'esterno continua a sussistere perché funzionale proprio allo sviluppo capitalistico.
Dalla terra alla conoscenza
L'analisi di Sanyal non è però convincente laddove non affronta il fatto che l'accumulazione originaria si basa anche sull'estensione dell'istituto della proprietà privata e del lavoro salariato a tutti gli aspetti della vita sociale. E si può tranquillamente affermare che il dispositivo dell'accumulazione originaria è vigente anche nei paesi europei o negli Stati Uniti, proprio perché le enclosures o il lavoro salariato viene esteso a settori finora «esterne» dalla produzione capitalistica. L'affermazione del regime della proprietà privata alla conoscenza, al sapere e la diffusione di forme di lavoro salariato a questi settori possono essere meglio comprese proprio usando l'accumulazione originaria non come momento transitorio ma come suo elemento costante dello sviluppo capitalistico. Il saggio di Sanyal rivela la sua capacità analitica nell'evidenziare il ruolo «pastorale» dello stato nello sviluppo economico di molti paesi asiatici, europei e statunitensi, nonostante la retorica neoliberista consideri lo stato un residuo passivo del lungo secolo novecentesco. Retorica che torna ne Il miracolo, un saggio scritto dall'economista statunitense Micahel Schuman (Marco Tropea, pp. 413, euro 23).
In una malcelata apologia dei regimi politici autoritari come quello malaysiano, di Singapore o nell'ammirazione di imprenditori giapponesi, coreani, Schuman sottolinea che la scelta del libero mercato è stata fondamentale per fermare la possibilità che in tutti i paesi del sud-est asiatico si affermassero regimi filo-sovietici o filo-cinesi. Certo, a prezzo di politiche antisindacali, di repressioni ferocissime (la messa morte di centinaia di migliaia di comunisti in Indonesia occupa lo spazio di due righe) e di assenza di libertà, ma l'economista statunitense ripropone sempre il mantra che alla fine la democrazia trionfa sempre quando l'economia è prospera e le imprese hanno mano libera.
La Cina, l'India, l'Indonesia, il Giappone, la Corea del Sud presentano però un'anomalia che Schuman non riesce però a cancellare man mano che la sua ricostruzione storica procede. Sono tutti paesi dove il libero mercato ha avuto nello Stato un robusto e indiscutibile supporter. Da questo punto di vista è interessante mettere a confronto questo libro con quello della giornalista cino-americana Leslie T. Chung Operaie (Adelphi, pp. euro 24. Ne ha scritto su queste pagine Nicoletta Pesaro il 14 Luglio 2010). E se Schuman ritiene che la Cina è entrata nel club che conta solo perché qualche illuminato di PeChino ha deciso di lasciati liberi gli spiriti animali del mercato, la giornalista fa parlare le protagoniste del suo reportage - una specie di «NoLogo» politically correct - dove l'ombra dello stato si allunga su tutto ciò che le imprese decidono di fare, creando le condizione sociali, giuridiche e politiche di uno sviluppo capitalistico, tanto veloce quando pervasivo.
In nome della modernizzazione
Le operaie di Leslie T. Chung vogliono affrancarsi dalla vita di villaggio, vogliono costruire una vita confacente a desideri, bisogni che la società «socialista» considerava tabù: ma la loro individualizzata «pratica dell'obiettivo» non sarebbe però pensabile senza il decisivo apporto «pastorale» dello stato socialista. Per quanto interessante, il saggio di Michael Schuman sceglie sempre di aggirare gli scogli che la retorica del libero mercato non ha contemplato nella sua vision totalizzante della vita in società. E i nodi investono sempre la forma specifica di un capitalismo che ha saputo adattarsi a situazioni locali, facendo diventare punti di forza ciò che inizialmente poteva presentarsi come debolezza.
La presenza di una povertà diffusa è indispensabile per consentire il decollo di settori produttivi fondamentali nell'economia mondiale. Il distretto di Bangalore non sarebbe mai diventato uno dei centri nevralgici dell'high-tech se lo stato indiano non avesse considerato l'istruzione come un obiettivo strategico dell'India dopo l'indipendenza, aprendo così le porte delle università a milioni di indiani. Allo stesso tempo, la persistenza dell'economia di sussistenza è stata fondamentale perché lo sviluppo capitalistico non può più garantire la piena occupazione. E gli esempi potrebbero continuare a lungo.
In altri termini, l'analisi delle società asiatiche costringe il pensiero critico a riprendere sentieri interrotti, come il rapporto spesso conflittuale tra diritti sociali e sviluppo capitalistico; la democrazia come potenza degli eguali e non come rappresentazione degli interessi di una generica società civile. La nozione, infine, di lavoro salariato, che non coincide con la sua forma contrattuale europea o statunitense. L'Asia che emerge in questi anni di globalizzazione pone di nuovo nell'agenda il nodo, certo ancora da sciogliere, di come superare quel regno della necessità che ci consegna a una radicale assenza di libertà.

 

La convivenza è iniziata 20 anni fa:
all'inizio tutto andava bene.
Ora gli stranieri conquistano
le lavorazioni migliori. E' scontro
MARCO ALFIERI
PRATO
Manifattura contro manifattura. Produttori di tessuto italiani, contro confezionisti dagli occhi a mandorla. I cinesi a Prato sbarcano 20 anni fa in un settore maglieria che sta morendo per gli alti costi di manodopera. Il nostro capitalismo porta fuori Italia le produzioni (comincia l’epopea di Timisoara, Italia), così sono loro a tenere in vita il comparto prima di buttarsi nel ricco business del Pronto moda, all’inizio dei Novanta. Sarà l’intuizione giusta: i mercati mondiali chiedono il prodotto finito, i semilavorati si spostano dove le braccia costano meno.

A Prato ci arrivano da San Donnino, periferia di Firenze, dove assemblano borse e pelletteria. Troppo care le donne toscane nel taglia e cuci a domicilio: i maglifici, in quell’embrione di globalizzazione, sono costretti a far lavorare manodopera cinese. È il primo gradino. Poi risaliranno tutta la filiera fino alle confezioni in una città che ha sempre fatto dell’osmosi laburista un punto di forza congeniale all’antropologia asiatica: casa e capannone. Senza capire dove finisse una e cominciasse l’altro. Nel frattempo, «a metà anni ‘80 Prato attraversa una crisi profonda: in un anno vanno in fumo 15mila posti di lavoro», ricorda Manuele Marigolli, segretario della locale Camera del lavoro. «I cambiamenti negli stili di vita, il passaggio dal cappotto alla giacca a vento, spiazzano il laniero».

L’avvento dello sport system impone un riposizionamento produttivo: il distretto si espande all’intera gamma delle fibre tessili: dalla filatura alla nobilitazione dei tessuti. «Il sistema riparte alla grande. Esplode il benessere come non si era mai visto», s’immalinconisce sotto i suoi baffoni Marigolli. Tutti diventano imprenditori, ramo filatura. Anche i barbieri. Mentre gli operai pratesi sono i più ricchi d’Italia.

Le due manifatture, italiana e cinese, tessuti e confezioni, corrono insomma parallele per anni, finchè la congiuntura tira. L’anno spartiacque è il 2001. Le torri gemelle, l’ingresso della Cina nel Wto e poi, nel 2003, la fine dell’accordo multifibre che ammazza le produzioni europee. La crisi del tessile pratese comincia allora e si trascina fino ad oggi. E’ una spoon river impressionante: l’export che crolla in un decennio da 5 a 3 miliardi di euro. Le aziende che quasi si dimezzano. I 10mila posti di lavoro bruciati. I 3mila addetti attualmente in cassa in deroga. I 1500 che usciranno dagli ammortizzartori sociali a fine 2010 dopo i 1700 usciti nel 2009, e Prato che precipita al 70esimo posto nella qualità della vita delle province italiane. È in questo frangente che attecchisce la grande crisi dell’ultimo biennio. Da un lato una comunità cinese paludata con la tendenza a vivere di regole impenetrabili, dall’altro l’emorragia di un distretto ormai lontano dai fasti che ne fecero uno dei miti fondativi della retorica della Terza Italia.

Il resto è cronaca di questi giorni: il rischio concorrenza sul segmento delle rifinizioni attraverso le aste da fallimento. Gli imprenditori cinesi arrivano e comprano cash le tintorie, avvicinandosi alla nobilitazione del tessuto, cioè al cuore del business pratese. Secondo gli industriali locali, sono già 21 le imprese asiatiche subentrate nelle autorizzazioni agli scarichi idrici. «Sarebbe la nostra tomba», denuncia Marigolli.

Eppure «non dovremmo mescolare i livelli: un conto sono i cinesi di Prato, un altro i cinesi di Cina», si sgola Edoardo Nesi, l’imprenditore-scrittore pratese amante di Fitzgerald e Hemingway. «La crisi del nostro tessile non è dovuta alla presenza cinese in città», confermano il presidente della Camera di Commercio, Carlo Longo, e il consulente Giancarlo Maffei, gran conoscitore delle cose di Pechino.

Confondere i piani serve solo a coprire la consunzione di un sistema industriale raccontato con amara ironia proprio da Nesi in Storia della mia gente. «Imprenditori e operai di quella parte d’Italia benedetta da Dio che hanno creato la ricchezza trasformando gli stracci in buoni tessuti». Prima del globalismo e di «quell’elitismo dei nostri politici e dei nostri professori che ci hanno svenduto in Europa mentre la Cina, indisturbata, invadeva i mercati internazionali con i suoi prodotti a basso costo».

Ma a Prato la dissimulazione è di casa. Ognuno tira la coperta dove più gli conviene. Il fastidio anticinese da qualche tempo lo senti nei bar, sui taxi, persino nei blog sulla rete. «L’impatto sociale di 30-40mila cinesi che scorazzano per la città è evidente. Ci è stato scaricato addosso un peso enorme», prosegue Nesi. Cortocircuito tra flussi e luoghi, e in mezzo il territorio a fare da vaso di coccio. «Bisogna provare a dargli un’opportunità», continua Nesi. Non basta armare il pugno duro delle task force coordinate dall’assessore alla sicurezza, Aldo Milone. «Cerchiamo di costruire ponti», si sforza Maffei, che sta lavorando all’apertura di un Centro del made in Italy vicino Nanchino. «Anche noi negli anni 60-70 eravamo i cinesi d’Europa». Certo, «preoccupa il nero e la criminalità interna alla comunità, ma c’è un pezzo di seconda generazione che si sta integrando», avverte Maffei. E poi c’è un sistema manifatturiero tricolore da rilanciare con urgenza. «Errori nostri? Ce ne sono stati», ammette Longo, a metafora di molti nostri distretti spiazzati dall’invasione cinese. In questo senso Prato è davvero il frullato caotico di quindici anni di storia industriale italiana.

«Ancora nel 2000 il 50% del valore aggiuto pratese era dato dal manifatturiero. Una quota sovradimensionata». Nel frattempo, chiosa, «non abbiamo tirato fuori i Benetton, i Tod’s, gli Zegna». I brand capaci di imporsi sui mercati con propri prodotti. Un’economia a tratti sapiente, ma fatta essenzialmente da no names. «Facciamo un gran lavoro per il mondo della moda ma non ci viene riconosciuto», prosegue Longo. «La vera sfida è riuscire a trasferire sulla produzione un po’ di quel valore immateriale che si realizza alla fine della filiera». Perche non basta l’aspirina dell’euro debole per ripartire e perchè il futuro della città passa dalla difesa del manifatturiero. Ci sono ancora 16mila persone impiegate nel tessile, più 8mila partite iva.

Per questo «stiamo lavorando sulle reti d’impresa e sulla formazione con il progetto di un Istituto per l’imprenditorialità», conferma Longo. Ma soprattutto, «ad un sistema del fashion sostenibile e ad alta tecnologia. Si chiama Prato distretto verde e ha già 22 aziende certificate. Ne sono sicuro, possiamo farcela…» (2. fine)

I cinesi rifanno il marchio della moda "Made in Italy": hanno trasformato Prato in una capitale manifatturiera di fascia bassa, indebolendo la capacità dell'Italia di commercializzare i propri prodotti esclusivamente come capi d'alta gamma. E' quanto scrive il New York Times, in un reportage sul caso Prato pubblicato oggi in prima pagina e in apertura del suo sito web.
L'ampio servizio di Rachel Donadio punta i riflettori su un fenomeno che alimenta risentimento nella cittadina toscana e ha visto di recente un aumento dei controlli della polizia nelle imprese degli immigrati cinesi.

Prato «ospita oggi la più grande concentrazione di cinesi in Europa – alcuni sono legali, molti di più non lo sono», scrive il Nyt. I lavoratori cinesi «lavorano giorno e notte in 3.200 imprese fabbricando vestiti, scarpe e accessori di fascia bassa, spesso con materiali importati dalla Cina, per venderli a metà prezzo a dettaglianti di fascia bassa nel mondo intero». Ciò è stato favorito dal fatto che in Italia ci sono «istituzioni deboli e alta tolleranza per chi infrange le regole», osserva il quotidiano statunitense. Così i cinesi hanno offuscato la distinzione tra "Made in China" e "Made in Italy". Ma quello che più irrita gli italiani è che i cinesi «li battono al loro stesso gioco, l'evasione fiscale e i modi brillanti per navigare attraverso la complessa burocrazia italiana, e hanno creato un nuovo fiorente settore, anche se in gran parte sommerso, mentre molte aziende pratesi non ce la fanno».

E' l'ascesa del "pronto moda". I cinesi di Prato mandano in Cina, secondo la Banca d'Italia, 1,5 milioni di dollari al giorno, in gran parte proveniente dal settore del tessile e dell'abbigliamento. Utili di quelle dimensioni – si legge - non compaiono nelle dichiarazioni fiscali. Secondo alcuni funzionari locali, i cinesi preferiscono rimpatriare gli utili invece di investirli in loco. Le autorità – continua il quotidiano - dicono anche che la criminalità organizzata cinese e probabilmente italiana è in aumento, non solo per quanto riguarda le importazioni tessili illegali, ma anche il traffico di persone, le scommesse e il riciclaggio.

«Il resto dell'Italia guarda con attenzione» quello che succede a Prato, nota il Nyt.
Le tensioni sono aumentate: questa primavera le autorità hanno intensificato le incursioni nei laboratori che usano manodopera illegale, in giugno sono state controllate 100 aziende e arrestate 24 persone.

Il distretto di Prato sarà sull'agenda del Primo Ministro cinese Wen Jiabao, quando visiterà Roma in ottobre. Nel settore dell'abbigliamento, il numero di imprese italiane registrate a Prato si è dimezzato dal 2001 ora sono poco meno di 3.000. Duecento in meno di quelle di proprietà di cinesi. Prato, che un tempo era un importante produttore ed esportatore di tessuti, ora rappresenta il 27% delle importazioni tessili italiane dalla Cina. Su una popolazione totale di 187mila persone, Prato conta 11.500 immigrati cinesi legali, ma secondo le stime la città ha altri 25mila immigrati clandestini, in maggioranza cinesi.

Il cuore del "pronto moda" è nell'area industriale di Macrolotto, piena di grossisti cinesi. Rivenditori al dettaglio provenienti da tutta Europa riempiono i furgoni di abbigliamento "Made in Italy" per rivenderlo nel loro paese con un forte margine di guadagno. «Comprano in quantità relativamente piccole approfittando delle frontiere fluide dell'Unione europea e la maggioranza di loro evita di pagare dazi d'importazione».

Tra le imprese che lavorano a Prato il Nyt cita la Luma, fondata nel 1998, che produce "on demand": il titolare, Li Zhang said, afferma di avere esportato vestiti in 30 paesi, compresi Cina, Messico, Venezuela, Giordania e Libano. Ha venduto I suoi prodotti a Piazza Italia e a grossisti che hanno poi venduto a Zara, Mango, Top Shop e Guess.

Nel 2009, per la prima volta nel dopoguerra Prato ha eletto un sindaco di destra, Roberto Cenni. La sua campagna, nota il quotidiano, si è basata sulle paure dell'invasione cinese.
Il sindaco ha intensificato i raid verso le imprese cinesi. Nella prima metà di quest'anno, le autorità hanno fatto blitz in 154 imprese di proprietà cinese. Vari funzionari dell'ufficio immigrazione della polizia di Prato sono stato arrestati con l'accusa di avere preso tangenti in cambio di permessi di soggiorno.

Secondo Andrea Frattani, assessore al welfare della precedente amministrazione di centrosinistra, a Prato si sta assistendo a una "precisa strategia" del governo cinese di creare un punto d'appoggio economico in Europa. Alla domanda se sia così, l'ambasciatore cinese in Italia, Ding Wei, ha risposto di avere inviato dei consulenti a indagare e che la questione di Prato non dovrebbe avere impatto sulla cooperazione tra i due paesi.


di Pietro Calvisi
CAGLIARI
Quegli zapatisti dei pastori sardi
7mila in corteo. Protesta nata dal basso
Oltre trenta cavalieri hanno aperto ieri a Cagliari la manifestazione a cui hanno partecipato circa 7mila pastori sardi. L'immagine della testa del corteo ricorda una foto un po' ingiallita del 1914, quando i rivoluzionari Emiliano Zapata e Pancho Villa entrarono a Città del Messico con i loro uomini. Storie diverse certo, ma che hanno in comune una protesta nata dal basso, che nel giro di pochi mesi ha messo all'angolo le associazioni di categoria, accusate di essere conniventi con i palazzi del potere, e ha fatto del Movimento dei pastori sardi (Mps) il maggior rappresentante del mondo delle campagne. Basta dare un'occhiata ai numeri della protesta. Il 30 luglio, nella prima manifestazione all'aeroporto di Elmas a Cagliari, i contestatori erano un migliaio e ieri sette volte tanto. In questi 45 giorni di lotta, i pastori hanno bloccato gli accessi agli aeroporti di Olbia e Alghero, la strada statale 131 (l'arteria più importante dell'Isola, che collega Cagliari a Sassari) e hanno violato per una mattinata il regno dei vip a Porto Rotondo, in Costa smeralda. Una protesta congiunta contro il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, ma soprattutto contro l'assessore all'agricoltura, Andrea Prato. Forti prese di posizione sono arrivate anche contro i sindacati, in cima alla lista la Coldiretti. «Il nostro è il mondo della produzione - disse qualche settimana fa il leader dell'Mps, Felice Floris - il loro (la Coldiretti, ndr) è quello della burocrazia».
Tante bandiere giallo azzurre del Movimento dei pastori e dei quattro mori, simbolo della Sardegna, hanno sventolato fra le fila dei manifestanti giunti davanti al palazzo della Regione, in via Roma. Nel corteo anche quattro asinelli grigi che portavano, avvolto sul corpo, uno striscione con su scritto un nome per uno. C'erano Cappellacci, Prato, Marco Scalas (presidente regionale Coldiretti) e Toto Meloni (presidente del Consorzio pecorino romano). Una delegazione di venti pastori è stata ricevuta poi dal governatore sardo e dagli assessori all'agricoltura e al bilancio. Dopo alcune ore di incontro sono tutti scesi dal palazzo per parlare con gli allevatori e dopo qualche momento di tensione e di forti proteste nella piazza è calato il silenzio. «Sono soddisfatto al 95%, poiché quasi tutta la nostra piattaforma è stata accolta - ha spiegato Floris - ora aspettiamo che dalle parole si passi ai fatti». Il leader dell'Mps ha detto che «giorno per giorno verificheranno se si stanno rispettando gli impegni».
Il primo punto che verrà messo in campo è quello dello svuotamento immediato delle cantine stracolme di pecorino romano invenduto. Il secondo riguarda la proroga del contributo «benessere animale» per cinque anni che prevede un finanziamento di circa 20 euro a capo di bestiame. Il passaggio difficile sembra quello del finanziamento «de minimis», circa 15mila euro ad azienda, che l'esecutivo dovrà rastrellare chissà dove. Oggi infatti i soldi necessari, circa 225milioni, non sarebbero disponibili. Lo scrive Paolo Manichedda, presidente della commissione Bilancio regionale, nel suo blog Sardegna e libertà.
All'uscita dell'incontro di ieri, l'assessore Prato ha provato a parlare ma un muro di urla e fischi gli e lo hanno impedito. «Sono convinto della necessità - ha spiegato invece Cappellacci - di dover dichiarare lo stato di crisi del comparto, ma stiamo adottando tutti gli strumenti per dare una risposta almeno a gran parte dei punti proposti nella piattaforma degli allevatori». I pastori hanno smobilitato dopo sei ore di manifestazione e conclude Floris «con la speranza di non essere stati presi in giro».