vai alla notizia odierna

good times, bad times/ diario del 2010/ maggio

http://www.youtube.com/watch?v=VOGxQF-irqE&fmt=8

video con Revelli

indice archivio

Quella che stiamo vivendo non è una crisi congiunturale

. Il Capitale non è una cosa ma un movimento. Perciò i suoi fenomeni interni sono irreversibili, com'è irreversibile la sua forma imperialista. C'erano via via le crisi mercantili, manifatturiere, industriali, bancarie. Oggi c'è la crisi del Capitale resosi autonomo rispetto alle sue fonti. Nessuno riuscirà mai più a farlo ritornare ai tempi d'oro dell'accumulazione. Può darsi che eviti ancora la catastrofe, ma con queste caratteristiche, diceva già Marx, è "potenzialmente morto".

 

Cosa verrà dopo di questo non possiamo saperlo. Data la totale mancanza di forze politiche in grado di indirizzare la crisi verso forme di organizzazione sociale capaci di maggiore giustizia, è assai probabile che ciò che emergerà dalla crisi sarà un capitalismo più feroce e inumano di quello attuale, un capitalismo “alla cinese”, per intenderci.

 

Nel ribadire le richieste operaie in questa fase:

-riduzione orario a parità di salario / sperimentazione dei c. di solidarietà

salario ai disoccupati

cassa integrazione a 1000 euro

difesa dei luoghi di produzione,

 

ricordiamo che i lavoratori attendono una società migliore, dove il lavoro non sia più sfruttamento, dove tutti abbiano asilo, dove il tempo guadagnato dalla giusta divisione fra tutti del lavoro ancora necessario, liberi energie per la cultura e la vita sociale.

 

Questo ci ricorda il 1 maggio.

 1.5.2010

 

perosa

perosa

perosa


torino

RESISTIAMO ALLA CRISI
RIVENDICHIAMO I NOSTRI BISOGNI E I NOSTRI DIRITTI

Aumentano le ore di cassa integrazione, peggiorano e spariscono i
contratti dei precari, chiudono stabilimenti e call center, e il
governo fa approvare il “collegato lavoro” che rende ancora più
schiavi tutti i lavoratori.
In tutto questo i capitalisti hanno ripreso ad accumulare profitti
liberi di sfruttare ancora di più la forza lavoro. Sono i padroni, i
grandi gruppi finanziari e le banche, i palazzinari che hanno prodotto
questa crisi e la stanno usando per sfruttarci ancora di più. Sono
loro quelli che impongono regole e norme, e i governi sono i loro
burattini.
Le istituzioni, tanto quelle centrali (Governo Berlusconi), quanto
locali (Regione, Provincia, Comune) giocano a fare lo
“scarica-barile”, promettono, promettono... ma non mantengono alcun
impegno, chiedendoci di aspettare. Nel mentre non sappiamo come andare
avanti, come fare la spesa, come pagare affitto o mutuo, come
garantire la scuola ai nostri figli... Vogliamo fare la fine di Adro?
Vogliamo arrivare a vedere i nostri figli senza pasti negli asili o
nelle scuole?

BASTA PROMESSE! VOGLIAMO I FATTI!

Il neo-governatore leghista della Regione Piemonte, Cota, ha affermato
che la sua priorità sarà il lavoro. Facciamo appello a tutti i
lavoratori e le lavoratrici cassintegrati/e, precari/e, disoccupati/e,
residenti e migranti, a manifestare per ricordargli subito che sarà
opportuno per la nuova Giunta ed il nuovo Consiglio mettersi subito al
lavoro per:

Bloccare i licenziamenti e le chiusure delle aziende
Contrastare le speculazioni edilizie e finanziarie sul territorio
Sostenere il reddito di chi è precario o si ritrova senza lavoro
Calmierare i prezzi dei generi di prima necessità
Bloccare gli sfratti e congelare i mutui senza interessi aggiuntivi



LUNEDÌ 3MAGGIO - DALLE ORE 9
in concomitanza con l’insediamento del nuovo Consiglio Regionale
PRESIDIO
di fronte Palazzo Lascaris, Via Alfieri 15


 

Milano, 1904. Nasce così il movimento operaio

di Maria R. Calderoni

su Liberazione del 01/05/2010

La storia del primo sciopero generale voluto dalle giovani Camere del Lavoro

Era il 16 settembre 1904: primo sciopero generale in Italia. E' la prima volta che i lavoratori italiani, organizzati nelle Leghe e nelle Camere del lavoro mettono in pratica il sistema di lotta tanto appassionatamente teorizzato da Eugène Sorel; ed è una "prima volta" che riesce in pieno. Sembra impossibile, ma per quattro giorni consecutivi, dal 16 al 21 settembre, ogni attività del Paese resta paralizzata: i giornali non escono, le fabbriche si fermano, i servizi pubblici non funzionano, i braccianti lasciano gli aratri sui campi, persino i gondolieri di Venezia smettono di vogare. Quel proletariato che non ha ancora messo salde radici, ha una direzione politica divisa e spesso confusa, ed è organizzato in sindacati combattivi ma poveri e ancora ai primi passi - la stessa "potente" Camera del lavoro di Milano è nata solo nel 1891 - ha fatto il miracolo.
La prima mozione che invita allo sciopero generale parte appunto dalla Camera del lavoro milanese; e l'11 settembre un comizio indetto a Porta Romana diventa subito un "grande comizio", data la partecipazione di migliaia di persone. Ci furono 18 oratori e, alla fine, viene votato per acclamazione un ordine del giorno che chiede una sola cosa: lo sciopero generale «entro 8 giorni», dando mandato alla Camera del lavoro di farsene carico presso «le organizzazioni di mestiere». Segue corteo con bandiere e canto dell'Inno dei lavoratori, manifestazione prontamente dispersa da un plotone di carabinieri che, tanto per non sbagliare, procede a 20 arresti.
La mozione per lo sciopero generale si diffonde come un incendio nell'Italia povera e malconcia di quegli anni; il moderno e "liberale" Giolitti è al governo ma per fermare la protesta dellla "massa sediziosa" usa l'arma classica e antica della repressione. Il 13 settembre, nel Lazio l'esercito spara sui contadini in lotta contro i principi-latifondisti Torlonia; il 14 in Sicilia (presso Trapani) spara su una folla di contadini che contesta la chiusura di una sede socialista (2 morti e molti feriti). Allora l'indugio è rotto, gli 8 giorni scadono in anticipo: il 15 il primo sciopero generale della storia italiana è proclamato. Il "day after" comincia subito. E fa tremare il Palazzo.
Danno il via Milano, Monza, Genova, Torino, Parma, Alessandria, Savona, Bologna, Varese, Ancona, Piombino, Padova, Roma, le città-epicentro della protesta saldamente in mano alle Camere del lavoro. Ma subito dietro seguono Emilia, Puglia, Sicilia, Sardegna, le campagne; sono in lotta le leghe, le associazioni operaie e socialiste di Valdarno, Sesto Fiorentino, Camerino, Napoli, Pontedera, Bologna, Portolongone, Isernia, Piombino, Ancona e tante altre, al Nord e al Sud.
Il Palazzo trema. Giolitti vara provvedimenti per la militarizzazione dei ferrovieri e la mobilitazione straordinaria dell'esercito, facendo approvare dal Consiglio dei ministri la chiamata alle armi di due intere classi di leva e minacciando di fatto lo stato d'assedio. Il 21 lo sciopero generale rientra, lo "Stato proletario" sognato da Sorèl non ci sarà, ma nello scontro di quel settembre 1904 perisce una volta per tutte anche l'illusione del governo-amico, del riformismo facile sognato da Turati.
In ottobre il governo Giolitti viene sciolto per regio decreto, in novembre le nuove elezioni vedono i socialisti quasi raddoppiare i propri voti e i cattolici abbandonare il vecchio non expedit di Pio X e diventare parte attiva sulla scena italiana.
Primo sciopero generale, la lotta di classe anche come motore della politica. Antesignano dei molti che seguiranno (per esempio nel luglio 1948 contro la pretesa della Confindustria di licenziare arbitrariamente; contro la legge truffa nel 1953; contro Tambroni dopo i fatti di Genova e i morti di Reggio Emilia nel luglio 1960, provocò la caduta del governo; quello per la casa e le riforme sociali del luglio 1970, causò la caduta del governo Rumor; contro l'eversione fascista a Reggio Calabria, 1972; contro la strage di piazza della Loggia, 1974; contro la disdetta della scala mobile nel giugno 1982; e tanti altri, fino a quelli del 2002, 2003, 2004 e all'ultimo del marzo scorso contro la politica dei governi Berlusconi), quel Primo Sciopero Generale è passato alla Storia come un punto di svolta nella lotta del movimento operaio. Persino L'Arma dei Carabinieri , fascicolo 6, lo segnala debitamente come uno degli eventi della storia italiana del primo Novecento. 100 anni dopo, con una grande mostra che dura dal 5 al 25 novembre 2004, quel Primo Sciopero Generale è celebrato a Milano appunto come fatto storico da Cgil Cisl Uil, insieme alla Fondazione Di Vittorio e alla Società Umanitaria.
"Io dico tre uomini uccisi/Io dico tre pene di sangue/ Io dico tre voci di lotta.
Era domenica quel quattro di settembre,/il mare era in tempesta e il cielo livido/ il quattro di settembre del millenovecentoquattro. /Noi nascemmo in quel giorno/dal sangue che moriva/ di Felice Littera, di Salvatore Montixi, di Giustino Pittau/imbattutisi nell'orrore del 42° fanteria"... Sono i versi con cui Manlio Massole, ex minatore e poeta sardo, ricorda la storia dei tre minatori di un piccolo, sconosciuto paesino che ha nome Buggerru in provincia di Iglesias, uccisi dai soldati del 42° fanteria nel corso di una protesta. Felice, Salvatore, Giustino: abbattuti da una scarica di fucileria la domenica del 4 settembre 1904 (un quarto, Giovanni Pilloni, morirà pochi giorni dopo per le ferite riportate), colpevoli di sciopero spontaneo: insieme a tutti gli altri protestavano contro l'imposizione di un'ora in più di lavoro richiesta dai padroni della miniera (appartenente ad una società anonima francese) dove lavoravano. Una vicenda vigliacca e spietata. Mentre i loro rappresentanti erano in trattative col direttore, la folla in attesa - i minatori e le loro famiglie - è attaccata a freddo dalla truppa fatta giungere da Iglesias: spari ad altezza d'uomo, quattro morti, decine di feriti.
Fu Buggerru, fu proprio questo eccidio a scatenare il primo sciopero generale d'Italia: da Milano (dove la notizia giunge nel mezzo di un comizio), indignazione e rabbia si propagarono in tutto il paese, la decisione di reagire fu unanime. Nel suo romanzo "Paese d'ombre" (1972, Il Maestrale), Giuseppe Dessì racconta la storia dei minatori di Buggerru. « Alle proteste continue degli operai, i padroni rispondevano licenziando gli iscritti alle leghe e cacciandoli dalle baracche che si erano faticosamente costruiti sul terreno della Società. Essendo i padroni proprietari del terreno, diventavano automaticamente i proprietari delle baracche». E non solo delle baracche. In pratica, lì tutto apparteneva alla società francese: i pozzi, la laveria, le officine, i magazzini, i negozi, la scuola, le case, appunto il terreno, e appunto i duemila minatori che vi lavoravano in effettiva condizione di servi della gleba. Salari men che miserabili e orari massacranti.
Volevano un'ora in più di riposo, furono presi a fucilate. Dessì, sempre nello stesso libro, lo racconta semplicemente (ferocemente). «Come un sol uomo si fermarono (...) inastarono la baionetta; poi con gesto rapido (...) fecero scorrere il carrello (...), misero la pallottola in canna. Non tutti lasciarono partire il colpo, ma molti lo fecero e furono soddisfatti del loro gesto. Quella cartuccia li avrebbe salvati. Più tardi, durante l'inchiesta, risultò che i fucili avevano sparato da soli e che le autorità ignoravano che i soldati avessero le giberne piene di pallottole».


 

2 maggio

  • Patricia Lombroso
    Gli Usa diventeranno come la Germania di Weimar?
    Noam Chomsky
    Abbiamo incontrato Noam Chomsky reduce da una serie di conferenze al Left Forum dal titolo significativo «Il centro non può reggere». L'occasione è l'uscita negli Stati uniti del suo ultimo libro - Hopes&Prospects, presso la casa editrice Haymarket. Nel saggio analizza, insieme alle «Speranze&Prospettive», i pericoli e le possibilità ancora aperte del nostro XXI secolo, il crescente divario fra Nord e Sud, i miti e le delusioni dell'eccezionalismo americano inclusa la presidenza di Obama, i fiaschi delle guerre in Iraq e in Afghanistan, l'assalto israelo-americano a Gaza, la nuova divisione internazionale del terrore nucleare e la natura dei recenti salvataggi finanziari. «La situazione che viviamo in America oggi fa paura. Il livello di rabbia, frustrazione e disgusto nei confronti delle istituzioni ha raggiunto livelli impressionanti senza che ci sia un'organizzazione di questa rabbia in modo costruttivo. Le somiglianze con la repubblica di Weimar dopo il 1925 sono strabilianti e molto pericolose». È con queste gravi considerazioni di Chomsky che si apre l'incontro.
    Quali sono i paralleli economici e sociali della realtà americana odierna rispetto al periodo della repubblica di Weimar del l925 che aprirono la strada a Hitler?
    L'appoggio di base della popolazione tedesca che abbracciò l'ascesa di Hitler al potere era costituita essenzialmente dalla piccola borghesia e dalla grande industria che utilizzò il nazismo come arma politica per la distruzione della classe operaia in Germania. La coalizione di governo venne formata molto prima della Grande Depressione del '29. Per conseguenza, con le elezioni del 1925 la Germania di Hindenburg - e la coalizione governativa formatasi - era sociologicamente e quasi demograficamente molto simile a quella che appoggiò l'ascesa al potere nel 1933 di un oscuro personaggio come Hitler. Ma già fin dai primi anni Venti in Germania dilagava questo malessere originale composto di disillusione e risentimento nei confronti del sistema parlamentare. Meno attenzione viene riposta in genere ad un fattore di grande importanza e cioè che il nazismo, a parte la distruzione dei comunisti e dei socialdemocratici, riuscì nell'intento di distruggere i partiti tradizionali dei conservatori e dei liberali al potere, già in declino durante la Repubblica di Weimar degli anni Venti. È questa l'impressionante somiglianza storica per quanto sta maturando in America. I sondaggi di opinione pubblica recenti indicano che il consenso della popolazione per come è governata dai democratici e dai repubblicani è sceso al 20%. L'odio nei confronti del Congresso e della direzione che ha preso il governo del paese supera l'85%. Come per il periodo di Weimar in Germania, la popolazione americana è disgustata dal patteggiamento fra i due maggiori partiti per salvaguardare soltanto i propri interessi. La mentalità diffusa che pervade la middle class americana è che i membri del Congresso debbano essere combattuti come «gangster» ed eliminati. La composizione demografica di coloro che abbracciano queste idee è formata da bianchi della middle America, uomini senza particolare identità e soprattutto senza idee di prospettiva politica, se non in chiave antigovernativa. Questi gruppi, come il «Tea party» e altre frange che sono nate nel vuoto politico di direzione, sono stati mobilitati e strumentalizzati dall'estrema destra con seri rischi. Le classi industriali americane utilizzano quelle che sono legittime istanze economiche e sociali della piccola borghesia per criminalizzare l'immigrazione e il surplus di popolazione in prevalenza afroamericana che riempie le prigioni, come una nuova risorsa di manodopera a infimo prezzo o a livello statale o delle carceri private.
    Perché lei utilizza il parallelo con la Germania di Weimar in particolare per quello che avviene negli Stati uniti e non altrove, come in Europa, dove i principi del neoliberismo conservatore sono stati ampiamente globalizzati?
    Perché l'Europa è riuscita ancora a mantenere in vita una struttura socialdemocratica. Sottolineo anche che solo l'America Latina, e già da un decennio, ha rifiutato il modello dettato da Washington. Qui, negli Stati uniti, le conseguenze dei principi del neoliberismo selvaggio stanno - insisto - chiaramente e visibilmente crollando. Il capitalismo è fallito, ma il disastro irreparabile viene pagato essenzialmente dalla maggioranza della popolazione. Qui i progetti corporativi collusi con il governo hanno scaricato ai margini sociali intere comunità ora allo sbando, solamente per portare a termine la finanziarizzazione sociale ed economica degli «executives» dei sistemi bancari. Allo stesso tempo la classe imprenditoriale americana utilizza la rabbia ed il disgusto della maggioranza della popolazione per fomentare l'odio antigovernativo, anche se è consapevole dei rischi di un trionfo elettorale dell'estrema destra del partito reubblicano. La situazione è preoccupante. Perché il danno irreparabile provocato dal liberismo conservatore ha prodotto il risultato di un debito pubblico assorbito dalla Cina e dal Giappone. Ora metà del deficit del bilancio americano è dovuto al bilancio della Difesa. Nel contesto globale questo equivale al totale di tutti i bilanci di Difesa del resto del mondo. L'altra metà del deficit è causata dall'esplosione della spesa sanitaria dovuta ad un inefficiente sistema assolutamente privatizzato.
    Ma ora c'è stata l'approvazione della riforma sanitaria di Obama...
    La riforma sanitaria di Obama approvata dai democratici non è un cambiamento profondo del sistema sanitario americano, l'industria privata della sanità alla fine la vive come una sua vittoria politica. E sullo sfondo la realtà resta ben più drammatica, perché la disoccupazione e la ripresa economica non accennano a cambiare.


  •  

Un popolo di schiavi

 

, senza più regole e con istituzioni in via di estizione. Un deserto sociale, un linguaggio di plastica: il nostro, quello imposto dalla televisione. Il sociologo Marco Revelli invoca «un atto di secessione etica ed estetica prima ancora che politica», per bucare la bolla mediatica che ci avvvolge: serve «un gran rifiuto di questa logica del racconto e di questa tecnica del linguaggio», per cantare fuori dal coro, lontano dal «grande circo messo in piedi dal grande illusionista», Silvio Berlusconi, poi imitato da Veltroni e soci.,senza piu' regole e istiuxz

«La sinistra è morta perché è morto il suo linguaggio», premette Revelli presentando sul blog di Beppe Grillo il suo ultimo lavoro, “Controcanto”: «Le parole della sinistra novecentesca non hanno più corso legale oggi e non sono state sostituite con nulla che non sia questa meta-lingua amorfa, che comunica solo l’assenza di fede di coloro che la usano». Un «naufragio annunciato», in un’Italia che vanta «un’autobiografia della nazione per buona parte inguardabile, inaccettabile: siamo il paese che ha inventato il fascismo, il paese dei grandi conformismi che è vissuto per decenni sotto il dispotismo vaticano».

Fino a ieri, però, «esisteva anche un’altra Italia, spesso minoritaria ma che, in modo carsico, ogni tanto spuntava dalla superficie e riusciva anche a prendere la parola, segnando alcuni periodi storici: l’altra Italia ha avuto voci critiche ascoltate, penso a Gaetano Salvemini, a Piero Gobetti, agli Ernesto Rossi, ai grandi eretici fuori dalle chiese, che parlavano a un proprio pezzo di paese». Poi, l’altra Italia è scomparsa dai partiti, si è rifugiata nei movimenti ed è sparita dai media, senza avere più cittadinanza nell’Italia ufficiale.

Revelli mette a fuoco la svolta in due mosse, maturata nel 2007: la nascita dei partiti-predellino e l’inizio della caccia allo straniero. continua

I partiti: PdPdl sono nati attraverso operazioni istantanee, «il Pdl con un proclama dal Predellino, fatto dal capo, il Pd dentro la kermesse veltroniana di quelle primarie grottesche e spurie, perché si trattava di eleggere plebiscitariamente il capo di un partito non ancora nato». Due formazioni «a vocazione egemonica, che avrebbero dovuto ridisegnare l’architettura delle istituzioni italiane intorno a un bipolarismo esclusivo: un bipartitismo egemonico di due forze che volevano ammazzare e assorbire tutto ciò che avevano intorno e ridefinire congiuntamente la nostra impalcatura istituzionale».

 

L’altro evento che si è consumato nello stesso periodo risale al terribile omicidio di Giovanna Reggiani, aggredita da rumeni alle periferia di Roma: un episodio feroce di cronaca nera, immediatamente proiettato sul grande schermo degli eventi nazionali e strumentalizzato politicamente dallo stesso Veltroni, ancora sindaco di Roma e già leader del neonato Pd: fu lui a provocare la convocazione “ad horas” del governo Prodi, «un fatto assolutamente eccezionale che, in genere, avviene solo quando scoppia una guerra o una catastrofe e viene varato il pacchetto sicurezza».

Si apre proprio lì una deriva grave, secondo Revelli: un singolo episodio fa sì che un intero gruppo etnico «diventi il capro espiatorio di una furia xenofoba con la benedizione di un governo di centro-sinistra». L’onda lunga poi si stende a Firenze «con l’orrenda ordinanza fiorentina contro i lavavetri», segnando la rottura di una continuità culturale «di quell’umanesimo che era stato sia del socialismo, sia del cattolicesimo sociale, che aveva segnato le culture politiche italiane». Una rottura netta, «che ci mette sul piano inclinato dell’ostilità nei confronti dell’altro, del diverso, di quella che chiamo “la prevalenza delle retoriche del disumano” in cui la Lega Nord è maestra, ma rispetto alle quali sono stati contagiati un po’ tutti».

Il saggio di Marco Revelli prova a raccontare «la disumanizzazione del nostro paese» dal punto di vista del costume e «la liquefazione istituzionale» della Repubblica, con la Costituzione che si scioglie come gli orologi dei quadri di Salvador Dalì, dando origine «a una molteplicità di conflitti che fanno dell’Italia, su cui campeggia il faccione di Berlusconi, un paese in caduta libera, ipnotizzato dal suo racconto televisivo». Racconto “totale”: «Viviamo tutti dentro una grande bolla comunicativa che si è costruita nel circolo vizioso che va dal sistema dei media unificato al governo politico del paese».

Il linguaggio di Berlusconi è intrinsecamente televisivo: non quello del telegiornale e dell’informazione, ma il linguaggio – potentemente efficace – della telenovela, del reality show, dei contenitori che comunicano stili di comportamento e stili di vita, che fanno dire alla gente: Berlusconi parla il nostro linguaggio. Non perché il premier imiti il linguaggio della gente, ma perché ad essa ha offerto il proprio linguaggio. La lingua televisiva è diventata il mezzo comunicativo di tutti: chi accetta questa dimensione, chi sgomita per stare dentro il sistema mediatico prevalente, inevitabilmente finisce per essere raccontato da quella stessa narrazione. «Pensiamo al povero Veltroni: la sua retorica della fine dell’odio in politica è il brutto clone del Cavaliere. O pensiamo a Bersani, a cui viene riscritto ogni giorno il copione».

Soluzioni? Uscire dal coro, a tutti i costi, anche se il panorama politico non offre soluzioni in vista. Secondo Marco Revelli, serve qualcuno che, «per una volta, abbia il coraggio di scegliere un proprio popolo, per piccolo che sia, e di fare un giuramento di fedeltà a questo, a prescindere dai vantaggi politici che se ne può trarre». Una scelta di comportamento, «che non stia dentro la logica del compromesso continuo che domina la politica». E anche «un salto di linguaggio: un salto nella capacità di costruire nuove parole per una nuova lingua».


Alla Tcs di Mappano
Rientra dalla cassa: licenziato Da ieri protesta ad oltranza dei cinquantotto lavoratori


Sciopero ad oltranza, da ieri mattina alla Tcs di Mappano. Ad incrociare le braccia, i 58 lavoratori dell’azienda di via Cottolengo 34, specializzata nella produzione di particolari meccanici di alta precisione, per il settore aeronautico. La causa? La decisione della proprietà di licenziare un operaio appena rientrato dalla cassa integrazione ordinaria, causa riorganizzazione del reparto. «Siamo certi che la crisi non c’entra - protestano Claudio Farisè e Daniele Alifredi, Rsu Fim-Cisl - perché qui le commesse di lavoro continuano ad esserci. Due mesi fa i titolari hanno richiesto la cassa integrazione a rotazione per 40 persone, ma poi a casa sono rimasti solo in 5 e nei prossimi giorni il ciclo di cassa sarà concluso e da quello che sappiamo non verrà richiesto il rinnovo». Allora quali sono i problemi? «Non ci sono problemi - risponde Francesca Melagrana della Cisl - ma solo la volontà di epurare chi non è più gradito. E’ un atteggiamento antisindacale che non intendiamo tollerare». Lettera impugnata, perché considerata illegittima nella forma e nella sostanza. «Temiamo che questo sia solo l’inizio di un piano - conclude Melagrana - di dimagramento dell’azienda».
N. BER. fine:NDIBER

 

(Del 4/5/2010 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 59)

INTESA STORICA UNA SOCIETÀ TROVERÀ OCCUPAZIONI ALTERNATIVE
Sono 440 gli addetti in cassa a rotazione: mediamente un paio di settimane al mese
Con l’outplacement gli assunti da altre fabbriche torneranno a None se il nuovo posto non piacerà



Vado, provo, se non mi piace ritorno. Così potrebbe accadere a un lavoratore della Indesit di None: potrà andare in un’azienda disposta a assumerlo, verificare se la nuova situazione lo soddisfa e scegliere se rimanere lì o ritornare nella fabbrica di lavastoviglie. È questo l’ultimo pezzo di accordo tra azienda e sindacato che proprio negli scorsi giorni hanno messo giù la parte pratica dell’intesa. Adesso l’obiettivo è, nel giro di un anno, trovare un lavoro ai dipendenti Indesit che vorranno andarsene mentre continua dura la crisi del settore anche se nelle ultime settimane la produzione è leggermente risalita. Attualmente sono ancora 440 gli addetti che sono in cassa a rotazione, mediamente un po’ meno di due settimane al mese. A giugno scadrà la cassa integrazione straordinaria per crisi ed è possibile che sia prorogata per altri due anni.
Il meccanismo si chiama outplacement e la Indesit l’ha affidato all’agenzia Career counseling di Torino. È questo l’ultimo anello di una lunga vicenda che - poco più di in anno fa - aveva portato lo stabilimento sull’orlo della chiusura. Dopo che la Merloni aveva deciso di non chiudere il sito, di concentrare a None la produzione delle lavastoviglie da incasso, ma di ridurre comunque i dipendenti se ne sono andati in 161, i 150 previsti dall’accordo iniziale più altri 11 che si sono aggiunti. Tutti usciti per scelta propria chi con la mobilità verso la pensione, chi in cerca di altri lavori. Tutti con un incentivo di 23 mila euro lordi. Adesso la Indesit darà 15 mila euro lordi alle imprese che assumeranno i suoi ex addetti di secondo e terzo livello; 11 mila euro per quelli inquadrati nel quarto e quinto livello. Inoltre i lavoratori che se ne andranno riceveranno seimila euro. C’è nell’intesa una clausola importante: le imprese che assumeranno dovranno avere più di quindici addetti in modo che i diritti siano garantiti.
La Career counseling curerà anche i corsi di formazione; ci saranno alcune ore di base per tutti e altre più numerose; chi è in cassa e seguirà il corso riceverà un’integrazione salariale di 1,5 euro all’ora. Dario Basso della Uilm apprezza l’intesa: «Dobbiamo creare sinergia con l’azienda affinché lo strumento funzioni sensibilizzando i lavoratori sulla bontà dell’iniziativa. Allo stesso tempo dobbiamo monitorare attentamente le strategie aziendali nella gestione del sito di None». E aggiunge: «Una troppo ridotta forza lavoro rischierebbe di non garantire la sopportazione dei costi di gestione». Claudio Suppo della Fiom spiega che «si tratta sicuramente di un’opportunità importante, anche se noi auspichiamo che il sito possa riprendere appieno la produzione in modo che possa avere un futuro e non rischi la chiusura».

MARINA CASSI

lo stratagemma usato da studenti, disoccupati e squattrinati

Ecco la «mutua dei truffatori»: con 7 euro
si viaggia su tutti i mezzi pubblici parigini

La quota finisce in una cassa comune che serve a pagare le multe. Ma sono in pochi a incappare nei controllori



Del 5/5/2010 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 56)la stampa

NONE CALA IL SIPARIO SU UN’ALTRA AZIENDA CHE HA FATTO LA STORIA IMPRENDITORIALE DEL PINEROLESE
Addio al cioccolato Streglio Fallita la fabbrica dei dolci




La storica fabbrica di cioccolato Streglio è fallita. Ieri mattina nella cancelleria del tribunale di Pinerolo è stata depositata la sentenza. Ultimo atto di una crisi annunciata che in termini d’occupazione vuol dire 48 dipendenti senza lavoro. Da più di un anno le bandiere rosse sventolavano sui cancelli della fabbrica che l’imprenditore tarantino Antonio Borsci aveva acquistato qualche anno fa dal gruppo Parmalat. Ad aggravare la situazione di un’azienda che stava attraversando un periodo difficile anche due crolli del tetto dei magazzini dello stabilimento dove erano stipate materie prime e imballaggi che avevano creato un ingente danno economico. Antonio Borsci, erede di una famiglia nota nel settore dei liquori, era convinto di poter risollevare le sorti dell’azienda e così aveva chiesto al giudice relatore del fallimento un rinvio per vagliare una possibile soluzione. «Se le trattative andranno a buon fine presenteremo un piano per rientrare dai debiti» aveva sostenuto l’imprenditore. Poi nei giorni scorsi, quando il giudice ha convocato l’azienda per sapere se le trattative avessero avuto un risultato, l’imprenditore ha chiesto ancora una deroga, ma a quel punto la decisione è passata all’assemblea dei giudici (Rosanna Musa, presidente, Melania Caffiero, giudice relatore e Alberto Giannone). La sentenza è stata pronunciata giovedì, ma solo da ieri mattina il provvedimento è pubblico.
Il quadro economico della Streglio non lascia spazio all’ottimismo: nel 2007 la perdita era stata di un milione e 500 mila euro, nel 2008 era salita a due milioni e 100 mila euro e infine lo scorso anno si è toccata quota quattro milioni e 150 mila euro. Il tutto a fronte di un capitale sociale di due milioni e 400 mila euro. L’azienda ha debiti verso le banche, i fornitori e i dipendenti ai quali deve pagare anche il trattamento di fine rapporto. A chiedere il fallimento sono stati un fornitore, tre operai andati in pensione più un quarto che si è licenziato e la Procura della Repubblica.
«Non siamo certo soddisfatti di questo provvedimento - spiega Vincenzo Bertalmio, segretario provinciale della Flai Cgil- ma adesso almeno si parte da un punto fermo. Si farà ricorso a un anno di cassa integrazione straordinaria, poi ci saranno due anni di mobilità. Venerdì alle 9 faremo in Comune a None un’assemblea con i lavoratori».
Il tribunale, intanto, ha già nominato curatore del fallimento il dottor Dario Dellacroce. L’udienza per esaminare lo stato passivo è fissata per il prossimo 14 ottobre.

ANTONIO GIAIMO

da 'gatto selvaggio' - maggio 2010

E qui veniamo alla crisi che travaglia la nostra organizzazione. Crisi che , da qui a poco,

sfocerà nella costituzione di due organizzazioni distinte: la CUB e il risultato dell’unificazione

tra RdB e SdL. La crisi non è nata dal nulla ma dalla diversa impostazione che da

sempre abbiamo avuto tra CUB e RdB sul ruolo sindacale. RdB, e crediamo con lei anche

il nuovo soggetto che si andrà a costituire sostiene da sempre che il ruolo

del sindacato debba essere quello di un mezzo di trasmissione ai lavoratori

di posizioni e linee politiche elaborate da un centro

organicamente legato a esperienze politiche slegate dalla

diretta espressione dei lavoratori, e interessate a entrare da

una porta di servizio nel gioco della politica. Il significato della

centralizzazione della direzione proposto da questa esperienza sindacale è in

modo evidente l’intenzione di togliere ai lavoratori la possibilità di essere loro in

prima persona a determinare la strada del proprio sindacato, ed avocare questo ruolo ad un’élite

 autoproclamata e funzionante per cooptazione. Non è questa a nostro avviso la strada per ricostruire

 un’istituzione propria dei lavoratori e, anzi, se dobbiamo fare una critica a noi stessi è proprio quella di

 non essere ancora riusciti come CUB a percorrere fino i fondo la strada della democrazia dei lavoratori,

non certo quella di aver avuto una direzione troppo dipendente dai suoi iscritti.

Il ruolo e il senso che vogliamo dare alla nostra esperienza è proprio quello di ridare ai lavoratori

la proprietà piena sulle proprie istituzioni, a partire da quella sindacale e cogliere

il potenziale di rottura con l’odierno assetto del rapporto tra le classi presente in tutte le lotte

dei lavoratori: dalle fabbriche in mobilitazione contro la crisi alla rivolta dei lavoratori migranti

a Rosario. E la costituzione di una federazione regionale, di un luogo intermedio tra

la direzione nazionale e i lavoratori presenti sul territorio vuole essere un momento di costruzione

del nostro soggetto in modo articolato, plurale e capace di rappresentare direttamente

le istanze dei lavoratori non dall’esterno ma direttamente da parte dei lavoratori

stessi.

GATT


vi segnalo gli ultimi video della CUB:
 video  video
- MayDay 2010 - corteo di Milano
 
- Sciopero generale in Grecia
 
-  Conferenza di Guido Viale in cui si è discusso di capitalismo e riconversione ecologica.

O

   il vulcano islandese -- pps

Eyjafjallajökull e Deep Water Horizon
 
Ogni giorno i voli civili e militari sui cieli europei liberano nell'aria 340.000 tonnellate di CO2, mentre il povero vulcano islandese in eruzione non ne produce che 15.000. In compenso butta nell'atmosfera polvere silicea che sembra avere effetti micidiali sulle turbine dei motori a reazione anche in piccole concentrazioni. Quindi quando gira il vento, aerei a terra. Piccole vendette della natura. Davanti alle coste della Louisiana continua, anzi aumenta, la fuoruscita di greggio dopo il disastro della piattaforma incendiata e affondata. Ogni giorno 6.000 barili (ma alcuni tecnici dicono 60.000) salgono in superficie alimentando una macchia oleosa di migliaia di chilometri quadrati. Vari tentativi di bloccare il flusso sono falliti e i tecnici non sanno più cosa fare. Ce ne sono migliaia di piattaforme come la Deep Water Horizon

 


12 maggio

riforma

 

eco del chisone


14 maggio

CRISI GRECA: EFFETTO DOMINO 

La spaventosa crisi economica che ha affondato il paese ellenico ha cancellato la classe media emersa dopo la fine del regime dei colonnelli nel '74. Secondo il dirigente della principale banca greca, che alle elezioni dell'ottobre scorso ha votato per il Pasok, quelle contenute nei quattro pacchetti «di austerità» varati finora da Papandreou sono «politiche tatcheriane. 

Il governo greco con la collaborazione della Commissione europea e del Fondo monetario internazionale (Fmi) ha deciso di imporre un programma di austerità per il prossimi 15 anni che non ha precedenti nella storia economica mondiale. Un programma che distrugge completamente lo stato sociale, demolisce i diritti dei lavoratori, con l'abolizione dei contratti nazionali e del sistema pubblico delle pensioni, e riporta la società greca nelle condizioni in cui si trovava prima della seconda guerra mondiale. 

Al grido di «restituite quello che avete rubato!» e «ladri, ladri!» la piazza ha accompagnato il via libera alle linee guida del «piano di salvataggio». Si susseguono le manifestazioni e gli scontri. 

Il fondo di emergenza europeo concordato dai 27 è figlio di un'intesa a tre, tra i governi, la Commissione e l'Fmi. Bruxelles metterà 60 miliardi, gli Stati membri (quelli che vorranno partecipare, e già Londra ha detto che non ne ha alcuna intenzione) altri 440 e infine l'Fmi una quota che potrà oscillare tra i 220 e i 250 miliardi

 italia

Più volte smentita (in primo luogo da Giulio Tremonti) la manovra correttiva sembra inevitabile e in dirittura d'arrivo. Il governo anticiperà a maggio l'approvazione della manovra 2011-2012 da 1,6 punti di Pil (24,8 miliardi) che era stata prevista per fine giugno-inizio luglio. Lo strumento sarà un decreto legge e questa procedura veloce servirebbe per dare un segnale ai mercati, ma anche a controllare l'opposizione

 Spagna

Il governo socialista di Zapatero costretto a un pesante piano di tagli: i più macroscopici riguarderanno i salari dei dipendenti pubblici, che verranno ridotti del 5%. Ma anche le pensioni pagheranno, così come le regioni e le famiglie. I sindacati non ci stanno e annunciano proteste

 Romania

Bucarest ha infatti deciso di intervenire sul fronte della spesa pubblica con un piano d’austerità che prevede, tra le altre cose, un taglio dei salari dei dipendenti pubblici e delle società partecipate del 25%, con un taglio di sussidi e delle pensioni del 15%. Oltre ai tagli economici, prevista una contrazione della forza lavoro nella pubblica amministrazione di oltre 70000 unità.

Portogallo

Il premier José Socrates ha  alzato ancora l'asticella del risanamento del paese, decidendo di ridurre il disavanzo 2010 non già all'8,3% del Pil, come previsto, ma al 7,3% e quello 2011 non al 5,1% ma al 4,6 per cento. Una manovra da circa 4 miliardi di euro in due anni che dovrebbe permettere di centrare l'obiettivo del 2,8% di deficit nel 2013 con maggiore facilità.


LAVORATRICI E LAVORATORI NN

 Vi invitiamo a votare NO all'ipotesi di accordo che ridurrà brutalmente le nostre condizioni di vita in stabilimento.

 Il costo del lavoro non è più considerato dagli economisti come il vero problema delle aziende, essendo ormai acclarato che il costo energetico, quello delle materie prime e per la sicurezza sul luogo di lavoro è quanto preoccupa le aziende e appesantisce i loro bilanci.

 Ormai non si riesce più ad essere competitivi se non si innova il prodotto, oppure se non si cambia il modo di produrre.

 Non cedete lavoratori NN, perchè dopo le maggiorazioni sullo stipendio ci taglieranno altri vantaggi (mensa, trasporti, premi) e poi taglieranno il nostro posto di lavoro dicendo che siamo troppo pochi e i costi fissi non sono più reggibili.

Teniamo duro, chiediamo il contratto di solidarietà e invece di abbassare i nostri salari (che sono tra i più bassi del G7), proponiamo

 un ridimensionamento dei benefits abnormi dei manager e dei loro accoliti.

Chiediamo che nessuno finisca a zero ore per poi essere licenziato.

E su questo saremo intransigenti.

 

Impegnamoci in prima persona e votiamo NO oppure faremo la fine della Stabilus: i lavoratori buttati in mezzo alla strada con l'accordo dei sindacati e dei lavoratori.

 VOTIAMO NO, PENSIAMO AL FUTURO.

 RSU ALP/Cub NN, Direttivo e Presidenza ALP/Cub

Pinerolo 12 maggio 2010  

----------------------------------

risultati voto sul risultato trattativa

239 votanti

si 141

no 82

astenuti 16

 


Ore difficili all'Asinara. «Rischia di saltare tutto»

di Costantino Cossu

su il manifesto del 14/05/2010

Appello a Napolitano. Le tute blu ai sindacati: sciopero nazionale

Con oggi sono settantotto i giorni trascorsi sull'Asinara dagli operai della Vinyls di Porto Torres, naufraghi del lavoro su un'isola bellissima nei colori della primavera, diventata il simbolo di una lotta tenace per salvare una fabbrica, ma anche per garantire un futuro alla chimica in Italia. Ieri però a Cala d'Oliva, il vecchio porticciolo dove un tempo sbarcavano gli ergastolani, c'è rimasto solo un piccolo presidio. Il grosso della pattuglia dei naufraghi ha raggiunto gli altri alla Torre Aragonese, la fortificazione medievale che a Porto Torres domina l'attracco ai moli. Lì, su un prato verde disseminato di tante croci bianche quanti sono i licenziati Vinyls, s'è tenuta un'assemblea.
Dopo la doccia fredda dell'altro ieri, con il ritiro della Ramco dalle trattative per l'acquisto degli stabilimenti Vinyls in Italia, ora gli operai chiedono al governo di intervenire direttamente nella vertenza. «La chimica - hanno ripetuto tutti - è un settore fondamentale dell'industria italiana. Non può essere abbandonata». E in un momento in cui alla crisi finanziaria si risponde privilegiando ancora una volta la finanza a discapito di scelte di rilancio dell'economia reale, le richieste che arrivano da Porto Torres hanno un significato che va ben al di là di una vertenza aziendale.
Il clima a Porto Torres è di grande tensione. La chiusura di Vinyls sarebbe un colpo durissimo per l'economia di tutta la città. Per evitare il disastro il sindaco Luciano Mura (Pd) lancia un appello a Giorgio Napolitano: «Mi rivolgo a lei, massimo garante dei valori costituzionali della nostra Repubblica, perché la mia gente ha perso fiducia nella credibilità delle istituzioni di questo paese e oggi è a rischio l'unità sociale e morale non solo di una città, ma di un'intera regione. In questi mesi il governo, attraverso i suoi ministri, ha più volte rassicurato migliaia di lavoratori sulla possibile ripresa di una parte delle produzioni attraverso la vendita della Vinyls. Come sindaco auspico, quindi, un suo autorevole intervento per far sì che la Sardegna sia la frontiera della difesa del diritto costituzionale al lavoro, ricordando che questa terra è martoriata dalla crisi e che oggi registra il 44% della disoccupazione giovanile, dato unico in Italia».
Le strutture territoriali di Cgil, Cisl e Uil, insieme una volta tanto, chiedono ai rispettivi vertici romani «di attivare immediatamente tutte le iniziative di lotta (a partire da uno sciopero nazionale della chimica) per dare una risposta a tutti i lavoratori che da tempo resistono con disagio e sacrificio». Alberto Morselli, segretario nazionale dei chimici della Cgil, sentito dal manifesto non esclude una risposta anche dura. «Avrebbe senso - dice - se dal governo non arrivasse una risposta convincente alla richiesta che da settimane viene fatta da tutti, operai della Vinyls, sindacati, istituzioni locali: un impegno diretto della presidenza del consiglio per costringere tutte le parti coinvolte nella trattativa ad arrivare a una soluzione».
La Vinyls è in amministrazione straordinaria dopo il fallimento dichiarato dall'ultimo proprietario, l'imprenditore trevigiano Fiorenzo Sartor. Alcune settimane fa i tre commissari nominati dal tribunale di Venezia hanno pubblicato un bando di vendita, al quale ha risposto solamente la Ramco. Il bando ha fissato anche una base d'asta per la cessione degli impianti. Soldi che servono, a termini di legge, a rimborsare i dipendenti e i creditori della Vinyls dopo il fallimento. Dal comunicato con il quale l'altro ieri la Ramco ha fatto sapere di voler uscire dalla trattativa si capisce chiaramente che per il gruppo arabo il problema principale è proprio (testuale nel documento) «la richiesta economica fatta dai commissari per la vendita dei beni Vinyls». Solo al secondo punto la Ramco indica, tra gli ostacoli, il fatto che l'Eni non gli voglia cedere alcuni asset (una salina in Calabria e il parco depositi di Assemini).
Per martedì prossimo i vertici della compagnia del Qatar sono stati convocati a Roma al ministero dello sviluppo economico dal sottosegretario Stefano Saglia. «Chiederemo spiegazioni - dice Saglia - e poi vedremo come sarà possibile andare avanti».


19 maggio

Loris Campetti
Parole, parole
 
Una volta il padrone che voleva liberarsi di te scriveva nero su bianco e spediva per raccomandata: «Gentile collaboratore, le comunichiamo che non intendiamo avvalerci ulteriormente della Sua prestazione». Troppo freddo, burocratico, e poi «verba volant, scripta manent». Tutto dev'essere più agile, rapido, confidenziale e, soprattutto, inutilizzabile ai fini di eventuali rivalse. Così il governo del fare e dell'amore che ha a cuore l'interesse generale - cioè quello del più forte - ha deciso di risparmiare carta e francobollo semplificando le procedure: per comunicare a un lavoratore con contratto a termine che deve tornarsene a casa basterà una parola, pronunciata magari nello spogliatoio o alla macchinetta del caffè: «licenziato». Parola che si può anche declinare secondo l'idioma del territorio con un «fora d'le bale», o «jatevenne». Mentre il giuslavorista Ichino precisa che il «licenziamento orale» previsto nell'emendamento del governo vale non tanto per i contratti a termine quanto per quelli a tempo indeterminato, l'immarcescibile ministro Sacconi giura che il suo scopo è di favorire i lavoratori. I quali ringraziano, naturalmente a voce. Anche il presidente Napolitano ringrazia, forse solo oralmente, governo e maggioranza per aver ignorato i suoi richiami contro l'imposizione dell'arbitro al posto del giudice nelle vertenze del lavoro.
Invece. Per essere messo al lavoro per una settimana o un mese, un operaio o un centralinista in lista d'attesa con un contratto «job on call» (lavoro a chiamata), può già oggi essere convocato via sms o e-mail: in questo caso della parola del padrone deve restare traccia, per consentire al nuovo caporale di depennare definitivamente dalla lista il «soggetto» convocato, qualora non prenda servizio entro 48 ore.
Parole come «licenziato» che fanno testo e parole proibite, inaccessibili come quelle pronunciate al telefono da un imprenditore per corrompere un politico, o quelle di un politico per elencare le condizioni, le percentuali, le prestazioni dovute dall'imprenditore in cerca d'appalto pubblico. Così come proibite saranno le parole del mafioso al politico o all'imprenditore, e viceversa. Vietato indagare, registrare, raccontare. La verità è sempre relativa. E' il trionfo della privacy, la fine dello stato di polizia. Basta con le intercettazioni telefoniche, le inchieste giudiziarie compromettenti per il potere e le inchieste giornalistiche irrispettose verso i potenti. Che siano a Montecitorio come a Palazzo Chigi, in Confindustria come in Cosa Nostra. In piazza si possono mettere solo le pubbliche virtù, non i vizi privati, né quelli pubblici.

occupazione Rettorato Torino


Il 20 maggio alle 17 il Museo diffuso della Resistenza organizza nella Sala Rossa del consiglio comunale di Torino in Piazza Palazzo di città una riflessione sui Quarant'anni dello Statuto dei lavoratori, con gli interventi di Marco Revelli, storico, e di Alfonso Di Giovine, giurista e le testimonianze di Pietro Perotti, Bruno Canu, Bonaventura Alfano, Adriano Serafino, in un momento in cui molte delle conquiste dello Statuto sono minacciate.

Alle 20 e 30 ci si trasferirà invece al Museo in corso Valdocco 4/a per la proiezione del film di Ugo Gregoretti Contratto, con l'introduzione di Stefano Musso dell'Università di Torino e di Corrado Borsa dell'ANCR.


24 maggio

La manovra è quasi pronta. Forse già martedì la presentazione ai ministri

Stato più leggero, il piano dei tagli

Segnale di rigore ai mercati. Stipendi congelati, fatture telematiche, riduzioni del 10% di beni per i ministeri

La manovra è quasi pronta. Forse già martedì la presentazione ai ministri

Stato più leggero, il piano dei tagli

Segnale di rigore ai mercati. Stipendi congelati, fatture telematiche, riduzioni del 10% di beni per i ministeri

di  Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

E chi l’avrebbe mai immaginato che la destra fosse costretta a ipotizzare la fattura telematica sopra i tremila euro o altri interventi che andrebbero a toccare dolorosamente i suoi bacini elettorali? Eppure, tra le varianti allo studio per una manovra che, obbligata a essere equa, finirà fatalmente per scontentare tutti, c’è anche questa. Come altre scelte fino a ieri impensabili. Dirompenti. Che stanno spaccando la maggioranza tra chi pensa che in fondo «i soldi in qualche modo saltan sempre fuori» e chi ritiene invece che gli italiani siano adulti che van trattati da adulti. E devono rendersi conto che la situazione, senza una svolta netta, è pesante. C'è una tabella che toglie il sonno a Giulio Tremonti. La stessa che è sul tavolo del presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet ma soprattutto su quello dei bucanieri della finanza internazionale. È una tabella dell'Ocse con i dati di quanto è aumentato tra il 1999 e il 2008 il costo del lavoro nei paesi dell'euro nel settore privato e in quello pubblico. Dice che in quello privato stiamo un po’ sopra la media: 23,7% di crescita nell'Europa a dodici, 24,8 in Italia. È vero che stiamo comunque al doppio rispetto alla Germania (12,2), ma vabbè...

Il guaio, quello vero, secondo i rigoristi, è contenuto nella prima colonna della tabella. Dove si vede come i paesi che più hanno visto impennarsi la spesa addetto nel settore pubblico sono stati l'Irlanda (110,8%), seguita dalla Grecia (109,1%), dal Portogallo (58%), dalla Spagna (53,1%). Si tratta, nell'ordine, dei paesi che sono stati via via messi sotto attacco da parte della speculazione internazionale. E chi c'è dopo la Spagna? Noi: 42,5% di aumento in termini nominali contro una media europea del 35,7. Una sproporzione netta, che diventa nettissima nei confronti dei paesi dell'elite continentale: Olanda (32,6%), Francia (31,3) e soprattutto Germania, dove il costo del lavoro nel pubblico è cresciuto del 17,1: molto meno della metà rispetto all'Italia. Ed ecco l'incubo: che i pirati della speculazione, dopo averci concesso per qualche tempo il beneficio del dubbio (evidentemente in nome della nostra tradizione manufatturiera e dell’apprezzamento per la linea del governo, pensano i tremontiani) possono in tempi brevi attaccare noi. Di qui la necessità di dare in tempi altrettanto brevi una risposta netta. Che rassicuri i mercati (al di là degli inutili lamenti su quanto siano «paranoici») sulla capacità dell'Italia di marcare una svolta.

Qual è il problema? Che rassicurare contemporaneamente i mercati internazionali e i cittadini italiani è difficile quanto volteggiare su un trapezio appeso a un piccolo aeroplano come fece Giovanni Palmiri nel cielo di piazza Duomo. Per capirci: ci sono scelte che rassicurando i mercati rischiano di seminare inquietudini tra la popolazione, altre che rassicurando la popolazione rischiano di seminare inquietudini nei mercati. Ma come fai a spiegare alla gente che la situazione è «drammatica», che la spesa pubblica nell'ultimo decennio (in cui la sinistra ma più ancora la destra si son riempite la bocca con la parola «rigore») ha continuato a salire «in grande eccesso» rispetto al Pil e che occorrono «grandi sacrifici» e «grandi cambiamenti» e una «profonda discontinuità» per rompere finalmente con quella tradizione italiana di affidarsi allo stellone perché «alla fine tutto si aggiusta»? Eppure non c’è scelta. Lo scrisse Ernesto Galli della Loggia tre anni fa e non c'è che da ripeterlo parola per parola: «L’Italia ha soprattutto bisogno di verità. Ha un gran bisogno che finalmente si squarci il velo di silenzi, di reticenze, spesso di vere e proprie bugie, che per troppo tempo il Paese ha steso sulla sua effettiva realtà». È qui che Tremonti e quanti sono convinti dell’urgenza d’intervenire con misure radicali, sanno di dire cose spinosissime.

In urto con la filosofia, il carattere, l'ottimismo del Cavaliere, che insiste nel maledire i corvi del malaugurio e nell’assicurare (con perplessità degli stessi giornali che più gli sono amici) che la manovra non toccherà questo e quello. In urto con un pezzo della destra, chiamata a scelte impopolari in contrasto con gli interessi immediati (quelli a lungo termine sono un'altra faccenda) di alcune categorie tradizionalmente considerate nel suo bacino elettorale. In urto forse soprattutto con quel mondo di dirigenti, funzionari, grand commis, «uomini di panza» ministeriali che si sono già posizionati ringhiosamente in difesa dello status quo e che vorrebbero che il peso della crisi, in nome dei grandi numeri (si rastrellano più soldi toccando i salari di 3 milioni e mezzo di statali che quelli di alcune centinaia di «padreterni », ovvio) fosse scaricato solo sulla massa dei dipendenti anonimi. In urto infine non solo con i sindacati, ai quali sarà difficile far digerire certe scelte che molti bollerebbero automaticamente come «macelleria sociale», ma con i partiti. I quali per la prima volta, a causa della gravità dei conti, potrebbero davvero veder sottoposto a un taglio radicale quel sistema dei rimborsi elettorali che, gonfiando i soldi a dismisura, ha preso il posto del finanziamento pubblico abolito anni fa da un referendum. Ma ecco, una per una, le varie misure allo studio.

Stipendi
Congelamento sulle cifre attuali, per tre anni, di tutti gli stipendi pubblici, «senza trucchi intorno a straordinari e cose simili» e senza recupero dell'inflazione, a partire dal primo mese disponibile. Una scelta ingiusta perché andrà a colpire tutti senza alcuna distinzione tra quanti buttano sangue sul lavoro e i lavativi? Purtroppo si. E sarà poi necessario un riequilibrio. Ma «i discorsi sul merito hanno bisogno di anni, e invece qua si tratta di fare in fretta», nella convinzione che altrimenti, con la dinamica attuale, i salari «continueranno a salire in tre anni del 12%».

Tagli retribuzioni
Gli stipendi pubblici sopra i 90mila euro saranno tagliati del 5%, sopra i 120mila del 10%. A costo di scontentare una serie di categorie, dagli alti magistrati ai prefetti, i diplomatici, i capi di gabinetto, i generali... Tutta gente che conta e che ha già cominciato a dare segnali di malumore. Meglio: profondo malumore. Con minacce di ricorsi alla magistratura: con che diritto lo Stato, tocca i contratti stipulati con i suoi dipendenti?

Banchieri
Tra i punti allo studio, un brusco aumento delle aliquote fiscali sui ricavi delle stock option, che rappresentano la fonte maggiore di guadagno per i banchieri e i manager privati.

Blocco nuovi contratti
Per tre anni, parallelo al congelamento delle retribuzioni.

Finestre pensioni
Riduzione da quattro a una l’anno delle «finestre» attraverso le quali si può andare in pensione. Fermo restando un trattamento speciale per chi ha già quarant'anni di contributi.

Invalidità
L'impennata dell'ultimo decennio, che al di là delle affermazioni di principio ha visto la spesa per le pensioni di invalidità salire da 6 a 16 miliardi di euro, soprattutto a causa dell’esplosione delle indennità di accompagnamento, porterà a una maggiore severità nei controlli. Uno dei problemi è quello che il riconoscimento di handicap invalidanti viene concesso dalla regione, i soldi li deve mettere lo Stato. La soluzione prospettata è che la spesa venga per il 25% scaricata sulle regioni, che sarebbero costrette ad essere più rigide. Di più: si tornerà, con ogni probabilità, alle regole del 1988, più restrittive delle attuali.

Accompagnamento
L'ipotesi di dar l'assegno d’accompagnamento solo a chi sta sotto un tetto massimo di 30 o 35 mila euro è saltata. Accudire una persona disabile è costosissimo e, fatti i calcoli, si sono resi conto che quel tetto avrebbe dovuto essere così alto che a quel punto non valeva neppure la pena di introdurla. Peggio: la selezione avrebbe potuto paradossalmente favorire quanti dichiarano meno di quanto guadagnano. Resterà tutto come oggi.

Ministeri
Taglio orizzontale del 10% per tutti i beni e servizi. Si lamentano già tutti di essere squattrinati? Nessuna eccezione. Tranne quelle per consentire di operare alle forze dell'ordine. Basti ricordare che i carabinieri sono già oggi costretti, spesso, ad andare a recuperare dei pezzi di ricambio per le vecchie Fiat Brava dai demolitori. Far la guerra alla criminalità, in quelle condizioni, è complicato. Per ministri e sottosegretari taglio del 10% dell'indennità.

Organi costituzionali
Il problema è che Quirinale, Senato, Camera, sono entità dotate di autonomia pressoché totale. L'unica cosa che può fare il Tesoro, da quanto si capisce, è ricordare loro pubblicamente: il taglio generale alle spese sarà almeno del 10%, sarebbe opportuno se anche voi...

Rimborsi elettorali
Tema molto controverso. L'intenzione di Tremonti e dei rigoristi sarebbe quella di ridurre il contributo elettorale da 1 euro a 50 centesimi a elettore. Secondo i calcoli del Sole 24 ore la prima stretta porterebbe a un risparmio di 170 milioni. Resta da capire se i partiti che verrebbero penalizzati sulle entrate che avevano messo in conto di avere già in tasca (62 milioni a rischio per il Pdl, 54 per il Pd, 12,4 per la Lega e giù giù fino a 1 milione e 800mila euro per la destra…) se ne faranno una ragione o meno. In caso di rifuto, certo, sarebbe complicato poi raccomandare sacrifici agli altri.

Enti
Il progetto è quello di accorparne più possibile. Alcune situazioni, del resto, appaiono francamente indifendibili. Per esempio quello dell’Isae, l'istituto di ricerca del Tesoro: ha 31 ricercatori e 70 (settanta) impiegati amministrativi. Quanto all'Ice, l’Istituto per il commercio estero i cui dirigenti occupati all’estero hanno paghe principesche, potrebbe sciogliersi all’interno della Farnesina oppure essere diviso fra i ministeri degli Esteri e dello Sviluppo economico.

Lotta agli evasori
È una delle questioni sulle quali lo scontro fra chi invoca il rigore e chi le «ragioni della politica», vale a dire spesso le ragioni di bottega elettorale, rischia di essere più duro. E che potrebbe segnare una svolta radicale per un governo che nel passato aveva fatto una serie contestatissima di condoni di ogni genere. Le misure allo studio più importanti sarebbero tre. La prima, come dicevamo, è la fattura telematica che dovrebbe essere emessa per tutti gli importi superiori ai 3 mila euro e consentirebbe di lasciare, a disposizione degli investigatori, una scia indelebile. La seconda è il ripristino (non è chiaro da che soglia) della «tracciabilità» dei contanti, introdotta da Prodi con un tetto di 5 mila euro, invocata per anni come indispensabile da un pezzo della sinistra (che si spinse a teorizzare un abbassamento della soglia a 100 euro) e sbeffeggiata sul fronte opposto da Berlusconi che, considerandola una «misura di polizia», l’aveva abolita riportando in vita il limite europeo del 12.500 euro. La terza è sul fronte delle compensazioni Iva, fonte di molti abusi: stando ai progetti, non sarà più possibile il «fai da te» ma sarà richiesta una certificazione di un professionista che risulterà responsabile davanti alla legge. Di più ancora: l’accertamento fiscale per le imposte non pagate scatterà contestualmente all’immissione a ruolo, con l’esito di accorciare i tempi degli accertamenti di tre o quattro mesi.

Ristrutturazioni edilizie
Oggi è previsto lo sgravio del 36% e per ottenerlo tutti i pagamenti vanno fatti tramite bonifico bancario. Il guaio è che, stando ai risultati, molti incassano il bonifico ma poi non pagano le tasse contando sulla farraginosità dei controlli o su qualche condono futuro. L'idea è quella di delegare alle banche il ruolo di sostituto d'imposta così come oggi avviene per le aziende che trattengono le tasse dei dipendenti. Toccherebbe agli istituti di credito di trattenere il 20%.

Condono edilizio
L’ipotesi di un nuovo condono edilizio, salvo sgradevolissime sorprese (anche nel 2003, sulle prime, venne esclusa l'idea di una sanatoria generalizzata e poi si è visto com'è andata a finire: con la corsa di decine di migliaia di furbi a commettere abusi spacciati poi per precedenti…) viene solennemente scartata. Al momento par di capire piuttosto che il governo fornirà ai comuni le fotografie aeree e tutto il materiale a disposizione per stanare i proprietari dei circa 2 milioni di «case fantasma».

Costi sanità
Ci sono Asl e ospedali che pagano le siringhe più care che in farmacia? D’ora in poi dovrebbe far fede per tutti il prezzo che paga Consip, la società pubblica che fa gli acquisti per la pubblica amministrazione, la quale avrà per giunta l’obbligo di mettere tutto on line. E cosa succederà se il parametro non viene rispettato? Il rappresentante dello stato nel collegio sindacale delle Asl dovrà spiegarne i motivi in una relazione alla Corte dei conti.

Municipalizzate
Gli enti locali controllano ormai più di 5 mila società. Molte delle quali assolutamente inutili, che servono soltanto, come disse Luca Cordero di Montezemolo, da “discarica per politici trombati”. A Comuni, Province e Regioni sarà vietato ripianarne le perdite al di fuori del cosiddetto «contratto di servizio». In questo caso non gli resterà che portare i libri in tribunale. Una scelta obbligata, dopo alcuni salvataggi contestatissimi, come quello dell'Amat di Palermo.

Arbitrati
Per ora, di un'abolizione degli Arbitrati non se ne parla. Lo stesso governo di centrodestra, tuttavia, si sarebbe convinto che così non si può andare avanti. Gli incarichi accessori come gli arbitrati per le opere pubbliche fanno crescere mediamente del 30% il costo degli appalti, e soprattutto arricchiscono la corporazione degli arbitri: magistrati amministrativi e contabili, burocrati pubblici, avvocati dello stato, politici. Con in più una beffa; che lo Stato soccombe nel 98% dei casi. Fra il 2005 e il 2007 questa forma di giustizia privata amministrata da pubblici funzionari che arrotondano lautamente il loro stipendio ci è costata 715 milioni: sarebbero bastati per il Passante di Mestre. E gli arbitri si sono messi in tasca 50 milioni. Morti e risorti almeno tre volte, gli arbitrati sono stati ripristinati l’ultima con un decreto legislativo messo a punto dal capo giurista di palazzo Chigi Claudio Zucchelli. Il quale nel 2008 ha fatto parte di un collegio arbitrale di tre persone incaricato di dirimere una lite fra l’Astaldi e l’Anas. Valore della controversia: 38 milioni di euro. A dir poco principesco, 1.455.000 euro, il compenso del collegio.

Consulenze
Taglio totale. Inevitabile: a dispetto di tutti gli impegni l'andazzo è ormai inarrestabile.

Sponsorizzazioni
Stando al progetto, la scelta di tanti enti locali di sponsorizzare squadre di calcio, basket e pallavolo verrebbe vietata. Decisione sacrosanta. Basti ricordare i casi della Regione Calabria che, nei guai finanziari al punto di non avere i soldi per pagare lo smaltimento dei rifiuti, scelse di sponsorizzare la nazionale di calcio. O quello della Campania che appoggia con centinaia di migliaia di euro l'anno la «Air Avellino» di basket, dove Air sta per Autoservizi Irpini: capitale al 100% nella mani della Regione. O ancora quello della Provincia di Treviso, sponsor del Treviso Calcio dal 2004 per scelta dell’allora presidente Luca Zaia: «Con questa sponsorizzazione abbiamo fatto una scelta di campo. La squadra porterà in tutta Italia il nostro progetto: “Se la vedi, ti innamori”».

Protezione civile
È impossibile, davanti alle emergenze, controllare «prima» la distribuzione dei soldi? Può darsi. Ma a quel punto è indispensabile controllare meticolosamente tutto almeno «dopo». Quindi va tutto riportato sotto la vigilanza della Ragioneria dello Stato. Insieme con i conti di tutta la Presidenza del Consiglio. La domanda è: passeranno sul serio, almeno in parte, queste scelte? Lo si vedrà nei prossimi giorni. Dipenderà anche, se non soprattutto, dai segnali che verranno dai mercati internazionali. E dal coraggio che il centro destra, e Silvio Berlusconi in prima persona, dovranno dimostrare per sfidare insieme sindacati e partiti, clientele locali e grand commis. Ma soprattutto di andare a spiegare a quegli artigiani, quei piccoli imprenditori, quei professionisti, quei commercianti che in questi anni, a forza di condoni e sanatorie, hanno pensato che il Pdl la Lega e Berlusconi e Bossi fossero sempre e comunque dalla parte loro e «contro» lo Stato, che qualcosa è cambiato. E che la nuova crisi planetaria, mentre impone alle macchine statali troppo gonfie di sgonfiarsi, chiede anche a tutti i cittadini una nuova assunzione di responsabilità.


Aumentano i nuovi poveri Rapporto Cgil sui Diritti globali 2010- l'unità

La crisi tocca anche i ceti medi: 1,8 milioni di famiglie giovani, a reddito medio alto, soffrono a causa del mutuo per la casa, che porta il 56,5% di loro ad arrivare con difficolta' alla fine del mese, e il 54% a non poter accantonare un solo euro. E' l'allarme del Rapporto sui diritti globali, 2010, presentato oggi a Roma e che vede anche una ''ricetta'' presentata dal leader della Cgil, Guglielmo Epifani: e' necessario costruire "un nuovo modello sociale ed economico per rispondere tempestivamente ed efficacemente alle urgenze del nostro mondo". Il rapporto e' stato realizzato anche quest'anno dalla Cgil, insieme ad Arci, Actionaid, Antigone, Cnca, fondazione Basso, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente.

- EPIFANI: "Se e' vero, come molti sostengono - spiega Epifani - che la crisi puo' essere anche una opportunita', allora il ventunesimo secolo dovra' caratterizzarsi come il secolo della prosperita' condivisa e della riduzione dei differenziali di reddito, non a causa dell'impoverimento dei Paesi piu' ricchi ma in ragione della crescita di quelli piu' poveri".

- DEBITI DELLE FAMIGLIE ITALIANE
Secondo il Rapporto, nel 2009 le famiglie italiane si sono indebitate per 524 miliardi di euro, piu' del 2008, 21.270 euro per ogni cittadino. Per i lavoratori dipendenti, il debito annuo e' di 15.900 euro, il 79,4% per la casa e il resto per consumi diversi.

- IMMIGRATI E LA CRISI
La crisi ovviamente riguarda anche gli immigrati. Secondo il rapporto, essi tagliano sulle rimesse al paese di origine: meno 10% nel 2008, con un invio mensile medio di 155 euro a fronte dei 171 del 2007.

- SFRATTI, E' VERA EMERGENZA SOCIALE
Entro il 2011, si stima che 150 mila famiglie italiane saranno sfrattate e perderanno cosi' la loro casa. L'affitto incide sui redditi dei pensionati e lavoratori dipendenti tra il 30 e 70%. Nel 2008 risulta un 18,6% in piu' di sfratti esecutivi rispetto al 2007. In Italia i
senza tetto sono stimati tra 65 mila e 120 mila.

- 85% IMMIGRATI A CONTRATTO CASA ILLEGALE
Le famiglie straniere in affitto sono 1 milione e 300 mila, pari a 4 milioni di persone. L'85% ha un contratto non registrato o  registrato per un canone inferiore al reale, ''l'affitto di posti letto avviene in piena violazione delle norme, l'addebito di spese
condominiali va spesso oltre il consentito e il legale, gli alloggi sono senza dotazioni minime ne' certificazioni''.

- ANZIANI IN CASE IN CONDIZIONI MEDIOCRI
Il 77,4% degli over 65 abita in case di proprieta', 8 su circa 10 milioni di anziani, tuttavia nel 32,9% dei casi le abitazioni sono in condizioni mediocri o pessime, costruite prima del 1961 (il 48%) e prima del 1945 (il 27%), non sono state sottoposte a interventi di manutenzione, l'11,5% delle case e' riscaldato con dispostivi di fortuna, e il 37% non dispone di un ascensore.

- ... E CON TASSE PIU' ALTE RISPETTO A UE
Tasse pesanti per gli anziani nel nostro paese rispetto ai coetanei europei: a parita' di reddito annuo lordo di 13.700 euro, un pensionato italiano si porta a casa 11.631 euro, uno tedesco e uno francese l'intera somma di 13.700 euro, uno spagnolo ha un netto di 13.426, un inglese di 13.480.

- SEGIO, PER MANAGER STIPENDI MILIONARI
Secondo il coordinatore del Rapporto, Sergio Segio, "mentre la crisi brucia utili e ricchezza, impoverendo il convento, i frati sono sempre piu' pasciuti", "i manager hanno portato a casa stipendi e bonus milionari". Nell'elenco dei piu' pagati, Segio mette i manager Pirelli: ''per primo Carlo Puri Negri (ex vicepresidente esecutivo di Pirelli Re) con 14 milioni di euro, nonostante la
societa' abbia chiuso l'anno con un passivo di 104 milioni; poi vengono Claudio De Conto (ex direttore generale di Pirelli) con 7,3 milioni e Marco Tronchetti Provera (presidente di Pirelli) con 5,6 milioni". Segio cita anche i top manager Fiat, nell'anno delle ristrutturazioni e degli annunci di lacrime e sangue: l'ad Sergio Marchionne, ha percepito 4 milioni e 782 mila euro, poco meno dell'ex presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo che ha incassato, sempre nel 2009, cinque milioni e 177 mila euro"
 

24 maggio 2010

Nasce l'USB e dà subito battaglia

di ----

su altre testate del 24/05/2010

 

Oltre 600 delegati, di tutti i settori del mondo del lavoro e provenienti da ogni parte d'Italia, hanno scelto di dare vita alla USB, Unione Sindacale di Base, la nuova confederazione varata questa mattina al Teatro Capranica di Roma. Nucleo centrale della nuova organizzazione RdB, SdL e consistenti realtà della CUB, che insieme ad altre organizzazioni sindacali di base sono giunte al termine del processo costituente iniziato due anni fa; un processo che ha coinvolto nella discussione migliaia di delegate e delegati, i quali sono riusciti a superare vecchi steccati ed hanno avuto la capacità e l'entusiasmo di progettare il futuro del sindacalismo indipendente dal quadro politico, istituzionale e padronale. Hanno partecipato con interesse alla nascita di USB anche Snater e Or.S.A., che hanno portato i loro contributi al dibattito congressuale confermando la volontà di prendere parte al processo di unificazione, anche se con tempi diversi All'assemblea del Capranica hanno inoltre partecipato la Confederazione Cobas ed i rappresentati di alcune forze politiche (Rete dei Comunisti, PCL, Sinistra Critica, Comunisti-Sinistra Popolare ed altre).

Numerosi gli interventi nelle tre giornate congressuali, che hanno evidenziato le caratteristiche genetiche della nuova confederazione. USB non sarà semplicemente un'organizzazione che va ad aggiungersi a quelle esistenti, ma ha l'ambizione e la possibilità di costituire il sindacato maggioritario che oggi serve ai lavoratori ed ai settori popolari. USB sarà intercategoriale, con l'obiettivo di contrapporsi alla frammentazione dei lavoratori connettendo le lotte nei luoghi di lavoro, sul territorio e nel sociale. Attraverso una capillare diffusione sul territorio nazionale (90 sedi in tutte le regioni), USB intende infatti rappresentare ed organizzare i soggetti del lavoro e del non lavoro, essere attrattiva per le nuove istanze sociali, essere "meticcia" contaminandosi con le esperienze provenienti da altre realtà di lotta: per la casa, per l'ambiente, per i beni comuni, per i diritti uguali dei migranti. USB rifiuta inoltre lo "sviluppismo", che distrugge vite umane e territori, genera guerre, razzismo e miseria. Vuole infine porsi come un sindacato capace di attivare un cambiamento generale nel nostro paese.

In continuità con la storia delle organizzazioni costituenti la nuova confederazione, nella USB saranno centrali la democrazia e la partecipazione attiva dei lavoratori attraverso una forma organizzativa orizzontale in tutte le sue articolazioni. Ancora, USB sarà il sindacato del conflitto, finalizzato all'acquisizione di nuovi diritti e nuove tutele, per una contrattazione che abbia come presupposto il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita per milioni di lavoratori non finalizzata unicamente alla riduzione del danno

L'assemblea ha eletto i membri dei nuovi organismi confederali, i 154 componenti del Consiglio Nazionale, 55 del Coordinamento Nazionale e 13 dell'Esecutivo. Grande importanza è stata riservata dal dibattito ai temi internazionali, con particolare attenzione alla situazione dell'America Latina e della Grecia. All'assemblea sono giunti i messaggi di auguri provenienti da molte organizzazioni sindacali internazionali, fra cui quello della Federazione Sindacale Mondiale WFTU (World Federation of Trade Unions), dal PAME, il sindacato combattivo greco che sta guidando le lotte in quel paese, e dal LAB, sindacato Basco.

Tra le delegate e i delegati del Congresso è emersa evidente la consapevolezza della grande forza attrattiva dell'USB, che nasce in un contesto di crisi non solo economica, ma politica, sociale e culturale. Tale consapevolezza si è tradotta nella deliberazione di immediate iniziative di lotta:

28 maggio - giornata di mobilitazione nazionale del Pubblico Impiego

5 giugno - manifestazione nazionale a Roma contro la manovra economica e l'attacco ai diritti dei lavoratori;

7 e 8 giugno - scioperi regionali della Scuola;

8 giugno - sciopero nazionale dei Lsu, cassintegrati e lavoratori in mobilità;

11 giugno - sciopero generale dei Trasporti;

14 giugno - sciopero generale del Pubblico Impiego

Il battesimo di Usb. Ed è subito sciopero

di Francesco Piccioni

su il manifesto del 23/05/2010

Il nuovo sindacato si mobilita contro la manovra

Il dado è tratto. Stamattina, al teatro Capranica di Roma, l'Unione sindacale di base (Usb) sigla il suo atto di nascita. Un percorso «lungo e faticoso», spiegano molti delegati. Perché l'ostacolo più grande all'unificazione di alcune delle sigle del sindacalismo di base sta da sempre nella «cultura dell'autosufficienza», nella difficoltà ad abbandonare il terreno del già noto per affrontare un orizzonte più vasto.
Questa nascita è dunque «una rottura creatrice» col vecchio mondo antico, quello delimitato dai confini aziendali o di comparto; quello fatto di «nicchie» per qualche motivo conservabili in un contesto che andava comunque cambiando. «Oggi costruiamo il sindacato che serve, non un altro sindacato», si ripete, a significare che è la realtà sociale e del lavoro a imporre un altro modo di stare in campo. Gira una metafora calcistica. «Finora abbiamo giocato a calcetto, ogni sigla per conto proprio; oggi si comincia a giocare a calcio, in undici e in campo grande. Cambiano le tattiche,il tipo di allenamento, il modo di coprire il terreno e programmare lo sforzo».
Fuori di metafora, «da lunedì dobbiamo cambiare passo, modo di lavorare». Perché non c'è tempo di fermarsi a pensare, «dobbiamo farlo camminando». La manovra correttiva del governo ancora non è nota nei dettagli, ma è chiaro che a pagare saranno chiamati i lavoratori dipendenti, a cominciare dal settore pubblico e dal sistema pensionistico. La lista delle mobilitazioni già proclamate è notevole. Il 28 maggio una serie di manifestazioni cittadine si indirizzeranno alle sedi di grandi banche. Il 5 giugno ci sarà una manifestazione nazionale a Roma, insieme ai Cobas e altre organizzazioni e associazioni, contro la manovra. Il 7 è previsto uno sciopero del settore aeroportuale (soprattutto nell'handling), mentre l'8 e il 9 ci sarà la mobilitazione dei lavoratori socialmente utili, cassintegrati e in mobilità. L'11 sarà poi la volta del trasporto pubblico locale, con sciopero di 24 ore, dove si cerca di mettere nel contratto il divieto di sciopero (portando a conclusione un lungo processo iniziato con la legge 146, modificata poi da una serie di forzature operate dalla cosiddetta «commissione di garanzia»). Il 14, infine, ci sarà lo sciopero generale dei pubblici.
Un programma che presuppone l'esistenza di una «massa critica» organizzata e determinata, capace ormai di costituire il «nucleo gravitazionale» di una galassia pulviscolare esistente da oltre trenta anni. L'idea non è però quella della «lotta per la lotta», ma «per incidere» e ottenere risultati. Per riuscirci, «occorre avere anche un punto di vista unitario - non unico - da Trieste a Trapani», perché «un sindacato che non riesce a leggere la realtà e i processi non può rappresentare i lavoratori con efficacia».
Si mostra consapevolezza di «poter svolgere un ruolo importante», ma «di non aver concluso qui il percorso unitario; la porta è e deve restare aperta», visto che «non pensiamo davvero di essere noi il tutto». Il metodo resta quello del «confronto e delle iniziative». Lo spazio politico-sindacale - «specie dopo il congresso della Cgil» - «non è mai stato così grande». Avere «l'ambizione di coprirlo» è «il minimo».
La struttura organizzativa è di tipo confederale «perché occorre avere un sindacato generale», mentre all'interno delle due macro-aree (pubblico e privato) sarà «intercategoriale», per cercare di ricomporre un lavoro continuamente che viene continuamente smembrato e ricomposto.
L'allargamento a «sindacato metropolitano» è un presa d'atto che «si implementa l'area sociale fatta di precarietà e povertà», ma che «non incontra mai il sindacato» e quindi va cercata e organizzata a partire dai territori.
C'è anche la consapevolezza di «dover riprendere a far cultura», dando nuova linfa e contenuti ai «valori di solidarietà, diritti, lavoro, ugualianza». E in questo convergono le attività di un centro studi che rivendica di aver individuato, oltre 10 anni fa, l'emergere di una fase fatta di «competizione fra macroaree monetarie, più che di globalizzazione pura e semplice»; e uno sviluppo ormai internazionale di esperienze sindacali «di base, che vanno ora messe in rete».
Si esce di qui con l'impressione che qualcosa si sta muovendo, anche se andrà a incontrare difficoltà imponenti, avversari duri. Ma non è mai detto che, nella crisi, le uniche via d'uscita siano per forza a destra.

Cronaca di Torino
(Del 25/5/2010 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 67)

PINEROLO CON CIFRE DI POCHE DECINE DI EURO
Ventitré anni dopo il crac Candellero salda anche le ultime pendenze




Nella storia del tribunale di Pinerolo il fallimento di Nuccio Candellero è stato senza dubbio il più lungo e complesso, tanto che ci sono voluti 23 anni per mettere la parola fine alla questione. Ora che il curatore fallimentare ha inviato gli ultimi assegni, il giudice tribunale di Pinerolo, Alberto Giannone, potrà archiviare una vicenda che aveva gettato nello sconfo
rto 1.700 creditori. Il finanziere di Vigone, con la truffa dei container, aveva accumulato 35 miliardi di lire, sfilati a amici, parenti, industriali, facoltosi commercianti. Nonché la Curia. In tanti, allora, avevano comperato quote di Fragifin e Raco, le società che, affittando i container, avrebbero garantito lauti guadagni. Del resto così era stato all’inizio. Ma poi le ambizioni di Candellero, presidente del Pinerolo calcio e fondatore di un quotidiano provinciale, avevano intaccato il capitale. Di qui la sua fuga all’estero. Ma la vita da latitante non era adatta a lui, che in poco tempo, a Pinerolo, si era costruito l’immagine di brillante finanziere e di astro del Partito Liberale. Nella vicenda giudiziaria si sono alternati due curatori fallimentari, Marcello Borgarello e Filiberto Ferrari Loranzi. Tutti i creditori privilegiati, come Inps ed Erario, sono stati pagati, investitori, creditori chirografari, hanno recuperato circa il 50%. «Quasi in extremis siamo intervenuti in un’operazione di Candellero, fatta alla morte del padre - spiega Ferrari Loranzi -, che aveva tentato di rinunciare, a favore dei figli, alla quota di eredità relativa ad un’ala dell’antico palazzo del padre, a Vigone. In quel modo avrebbe distolto una parte del capitale che spettava ai creditori». Gli assegni che si stanno inviando in questi giorni sono di modesta entità, qualcuno potrà ancora incassare 40 euro altri 100, ma almeno la storia è conclusa. E Candellero dov’è finito? Pagati i suoi debiti con la giustizia, sta in provincia di Bergamo, si occupa di compravendita di legnami. E riutilizza il marchio di sempre «Candellero parquets».

ANTONIO GIAIMO

 

la scheda

Manovra, ecco tutte le misure

Dallo stop agli aumenti degli stipendi degli statali, alla stretta sulle pensioni. A Roma spunta tassa di soggiorno

la scheda

Manovra, ecco tutte le misure

Dallo stop agli aumenti degli stipendi degli statali, alla stretta sulle pensioni. A Roma spunta tassa di soggiorno

MILANO - Dai tagli ai ministri, passando alle finestre per la pensione fino ai pedaggi per i raccordi autostradali. Via inoltre alle Province più piccole, cioè quelle sotto i 220.000 abitanti che non confinano con Stati esteri e non ricadono in Regioni a statuto speciale. E spunta un «contributo di soggiorno» fino a 10 euro per i turisti negli alberghi di Roma per finanziare «Roma Capitale». Il 'mix' di provvedimenti per correggere i conti appare ormai tracciato. Ecco le misure principali della manovra da 24 miliardi:

SUBITO STOP CONTRATTI PUBBLICO IMPIEGO - Stop agli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici già a partire da quest'anno. Il congelamento vale quattro anni, fino al 2013.
TAGLI AI MINISTERI, GIRO VITE SU AUTO BLU -La sforbiciata è del 10% ma su formazione o missioni si arriva al dimezzamento della spesa. Arriva anche un giro di vite sulle auto blu.
GLI ESCLUSI: PRESIDENZA CONSIGLIO E PROTEZIONE CIVILE - Saltano dal testo i tagli alla Presidenza del Consiglio e i limiti alla Protezione Civile.
TAGLI AI PARTITI - Dimezzato il contributo per le spese elettorali e stop alle quote annuali se c'è uno scioglimento anticipato delle camere. Il taglio ai rimborsi per i partiti scende dal 50 al 20%. È quanto prevedrebbe, secondo quanto si apprende, la versione del decreto legge sulla manovra approvata dal Consiglio dei ministri. La riduzione porterebbe dunque il rimborso da 1 euro a 20 centesimi per elettore. Cala del 20% (e non viene dimezzato come inizialmente ipotizzato) il contributo per le spese elettorali.
PAGAMENTI E TRACCIABILITÀ - Tetto a 5.000 euro (e non 7.000 come da prime ipotesi) per i pagamenti in contanti. Obbligo di fattura telematica oltre i 3.000 euro.
ARRIVA BANCOMAT P.A. - Addio ai libretti di deposito bancari o postali al portatore. In compenso arriva la carta elettronica istituzionale per effettuare i pagamenti da parte delle P.a.
COMUNI E LOTTA EVASIONE - I comuni che collaboreranno incasseranno il 33% dei tributi statali incassati.
TASSA SU ALBERGHI PER ROMA CAPITALE - Arriva un «contributo di soggiorno» fino a 10 euro per i turisti negli alberghi di Roma per finanziare «Roma Capitale».
STANGATA SU MANAGER E STOCK OPTION - Salgono le tasse sulle stock option ma anche sui bonus dei manager e dei banchieri che eccedono il triplo della parte fissa della retribuzione.
TEMPI SPRINT PER CARTELLE - L'accertamento e l'emissione del ruolo diventano contestuali rendendo più corto il tempo per contestazioni e ricorsi.
STRETTA SUL GIOCO CLANDESTINO - L'evasione dell'imposta sui giochi, una volta accertata, avrà riflessi anche ai fini delle imposte dirette. Nasce l'Agenzia che sostituisce i Monopoli.
CONDONO EDILIZIO E CASE FANTASMA - Confermata invece la sanatoria sugli immobili fantasma. Si ipotizza però un ampliamento di questa norma. Come in tutti i condoni la proposta potrebbe arrivare in Parlamento. La sanatoria andrà fatta entro il 31 dicembre.
PENSIONE INVALIDITÀ
- Sale a 80% (altre fonti parlano dell'85%). Sotto questa soglia niente benefici. Previsti anche 200.000 controlli in più.
IRAP ZERO PER NUOVE IMPRESE SUD - Le regioni del Mezzogiorno avranno la possibilità di istituire un tributo proprio sostitutivo dell'Irap per le imprese avviate dopo l'entrata in vigore del dl con l'opportunità di ridurre o azzerare l'Irap.
RETI IMPRESA E ZONE 'ZERO BUROCRAZIA' - Tremonti annuncia la creazione di reti d'impresa, per ottenere benefici fiscali e migliorare la capacità di incidere sui mercati, ma anche zone a burocrazia zero, nelle quale per aprire un'attività ci si potrà rivolgere ad un solo soggetto.
STOP TURN-OVER P.A. - Confermato per altri due anni.
TAGLI ANCHE A MAGISTRATI - Lo stipendio verrà decurtato per il 10% nella parte eccedente gli 80.000 euro. Taglio del 10% anche per i magistrati del Csm.
MANAGER P.A., SFORBICIATA 5-10%. Sotto i fari gli stipendi oltre i 90.000 e oltre i 130.000 euro.
INSEGNATI SOSTENGO - Congelato l'organico.
DIVIDENDI A RIDUZIONE DEBITO - A partire dal 2011 500 milioni di dividendi che arrivano dalle società statali saranno impiegati per la riduzione degli oneri sul debito pubblico.
TAGLI A COSTI POLITICA PRO CASSA INTEGRAZIONE - Le riduzioni di spesa che decideranno il Quirinale, il Senato, la Camera e la Corte Costituzionale, nella loro autonomia, serviranno a finanziare la Cassa Integrazione.
PENSIONI - Dalle "finestre fisse" alla finestra "mobile" o '"a scorrimento". È quanto prevede la manovra per la decorrenza delle pensioni di anzianità o di vecchiaia. Il provvedimento varato prevede che si possa andare in pensione dodici mesi (contro gli attuali nove per effetto del sistema di finestre vigente) dopo la maturazione dei requisiti vigenti nel caso dei lavoratori dipendenti pubblici e privati. La decorrenza sale a diciotto mesi (contro i 15 attuali) dopo la maturazione dei requisiti nel caso dei lavoratori autonomi. I trattamenti pensionistici decorrono inoltre dal primo giorno del mese successivo alla scadenza dei termini del nuovo sistema di decorrenze. Per le pensioni non è dunque previsto nessun intervento strutturale che riguardi requisiti, età, quote ma solo un cambiamento nel sistema delle finestre. La novità è invece l'accelerazione dei tempi per l'aumento dell'età pensionabile a 65 anni per le donne dipendenti del pubblica amministrazione che avverrà a gennaio 2016.
DEFINANZIAMENTO LEGGI INUTILIZZATE - Si recuperano risorse attraverso il definanziamento degli stanziamenti improduttivi. Saranno destinate al fondo ammortamento dei titoli Stato.
TAGLIA-ENTI - Vengono soppressi Ipsema,, Ispel e Ipost. Ma anche l'Isae, l'Ice e l'Ente italiano Montagna. Salta o viene ridotto inoltre il finanziamento a 72 enti.
CONTROLLO MEF SU PROTEZIONE CIVILE - Si prevede tra l'altro che le ordinanze di Protezione civile con cui viene dichiarato lo stato d'emergenza siano emanate di concerto con il ministero dell'Economia.
CONTROLLO SPESA FARMACI - Acquisti centralizzati per le asl per trattare meglio il prezzo con i fornitori e interventi sui farmaci con una modifica delle quote di spettanza dei grossisti e dei farmacisti sul prezzo di vendita al pubblico delle specialità medicinali di classe a.
13 MLD DA AUTONOMIE TERRITORIALI -Alle Regioni vengono chiesti tagli per oltre 10 miliardi in due anni (2011 e 2012); ai Comuni e Province vengono chiesti risparmi di 1 miliardo e 100 nel 2011 e 2 miliardi e 100 nel 2012.
PEDAGGI SU RACCORDI PER AUTOSTRADE - Si inserisce la possibilità di "pedaggiamento" di tratti di strade di connessione con tratti autostradali.
ADDIO A SIR E REL - Addio al Comitato Sir costituito per gli interventi nei settori di alta tecnologia e che prese in carico le società chimiche di Nino Rovelli, ed anche alla Rel, la finanziaria pubblica costituita qualche anno più tardi per sostenere il risanamento dell'industria elettronica. (Fonte Ansa)


25 maggio 2010



(Del 26/5/2010 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 67)
la stampa
FROSSASCO
Inquinamento Pm chiede il sequestro della Annovati


FROSSASCO

Nuovo impulso all'inchiesta sulla fabbrica dei pannelli truciolari Annovati di Frossasco, che fa parte del gruppo Trombini. Il procuratore della Repubblica di Pinerolo, Giuseppe Amato, ha chiesto al giudice delle indagini preliminari di mettere sotto sequestro l'intero stabilimento. Il provvedimento arriva a sorpresa, tanto più che il sostituto procuratore, Vito Destito, aveva deciso di chiudere la vicenda giudiziaria nei confronti dell’amministratore Sirio Menghini con una richiesta di oblazione. L'azienda è sotto inchiesta perché dal suo camino escono sostanze inquinanti, uno smog uguale a quello delle città, che si deposita nelle campagne circostanti. E i primi a preoccuparsi erano stati proprio i residenti, riuniti in due comitati. Più volte avevano chiesto al Comune che si attivasse nei confronti dell’azienda, imponendo il rispetto delle norme relative all'emissione di sostanze inquinanti. E così alla fine il Comune, tramite l'avvocato Monica Bernardoni, si è costituito parte in causa e all'esposto presentato in procura ha allegato anche la perizia di un chimico. La svolta alle indagini è arrivata nei giorni scorsi, quando il gip del Tribunale, Marco Battiglia, non ha accolto la richiesta di oblazione - si sarebbe trattato di una multa di poche migliaia di euro - e ha inviato gli atti al procuratore. Adesso però l'ultima parola spetta nuovamente a lui e tutto lascia intendere, visto il provvedimento che ha adottato in questi giorni, che la richiesta di sequestro del procuratore potrebbe essere accolta in tempi brevi.

segnalo gli ultimi video della CUB:
 
- lancio dello sciopero generale per il 25 giugno. Appello ai lavoratori, ai sindacati di base e alle altre realtà sociali.
 
- intervista a Wehbi Badarni, segretario del sindacato palestinese Sawt el-Amel
 
- intervento integrale tenuto dal sindacalista Wehbi Badarni a una conferenza sulla situazione dei lavoratori palestinesi in Israele e Palestina
 
- presidio della Maflow e occupazione dei binari della Stazione Centrale di Milano con le altre fabbriche in crisi del milanese (Mangiarotti, Marcegaglia, Eutelia, Poste...)

 

 

 

 

OGGI