indice archivio

good times, bad times/ diario del 2010/ luglio

 

(Del 3/7/2010 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 47)

ALLA «COMPUMAINT» DI SCARMAGNO
La resa degli operai: nove mesi di lavoro gratis, poi il fallimento


Per nove mesi si sono adattati a lavorare gratis, presentandosi puntualmente ai cancelli della Compumaint di Scarmagno. «Dateci fiducia, non ci abbandonate», avevano scritto ai principali clienti dell’azienda, tra i quali le Poste Italiane e Olivetti, sostituendosi ai loro padroni. Quello era l’unico modo per continuare a mantenere attiva la produzione ed evitare il fallimento. Dopo un anno «l’esperimento» è fallito: l’ultima delle fabbriche nate dallo «spezzatino» Opcomputer ha chiuso i battenti. Il Tribunale di Ivrea ha accolto l’istanza presentata nel novembre scorso da alcuni di quei sessanta dipendenti che lamentavano il mancato pagamento di stipendi e contributi. Senza busta paga e con l’incubo di un mutuo, di un affitto o di un finanziamento da pagare, non avevano comunque mollato. E adesso, con il curatore fallimentare Giancarlo Guarini, si apre un nuovo capitolo. Toccherà a lui cercare nuovi acquirenti, più solidi e affidabili. Servizio

A PAG. 51

Uno sciopero nello stabilimento di un'azienda giapponese nel nord della Cina ha fermato oggi la produzione di componenti elettronici, inasprendo la contrapposizione tra la dirigenza e una classe operaia sempre più consapevole. Gli operai della Tianjin Mitsumi Electric continuano lo sciopero iniziato martedì, chiedendo aumenti salariali e "condizioni lavorative eque". La fabbrica di 3.000 operai è l'ultimo focolaio delle sollevazioni degli operai, che hanno colpito per lo più le aziende straniere produttrici di componenti per automobili, vulnerabili a causa dei tempi ristretti della catena produttiva.

 

 

A Jesi gli operai della Caterpillar scioperano per solidarietà a Luca, l'invalido licenziato. Jesi, 29 giugno 2010 - Fa discutere, e non poco, a Jesi la notizia del lavoratore invalido, Luca B., licenziato dall'Hydropo Caterpillar perché, come spiegano i vertici dell'azienda, non ci sarebbe alcuna mansione compatibile con la sua invalidità. Il caso. Luca, invalido civile al 75%, da 10 anni afflitto da problemi alla schiena, lavorava nello stabilimento jesino del gruppo Caterpillar. Negli anni è sempre stato assegnato a lavori da lui ritenuti non idonei al suo stato di salute, ragion per cui era ricorso all'Asl per certificarlo. Il 16 giugno l'operaio riceve una lettera dell'azienda che lo esonerava dal servizio.

 

L'Ages non deve morire». È il grido dei 350 operai di Santena, che vedono sempre più vicino l'incubo del fallimento. I dipendenti dell'azienda di gomma e metallo stanno facendo il possibile perché la loro storia rimanga sotto i riflettori. Ieri mattina sono riusciti a salire sulla Mole Antonelliana, confusi tra le decine di turisti che ad ogni ora si affacciano dal monumento simbolo di Torino, per vedere l'effetto che fa la città vista dall'alto. Da lassù i lavoratori hanno srotolato gli striscioni. Lo slogan è lo stesso che campeggiava la scorsa settimana a Santena, davanti allo svincolo per l'autostrada Piacenza-Brescia.

 
mer, 30 giu @ 11:05
OPERAI VISMARA CASATENUOVO
Pubblicato in:: Numero746-10
Lazienda ha disdettato unilateralmente tutti gli accordi sottoscritti, cancellando
la storia contrattuale in Vismara, si rifiuta di riconoscerci il premio 2009,
definito dal contratto nazionale di lavoro, vuole la restituzione gratis delle pause
conquistate negli anni, vuole farci lavorare 6 giorni alla settimana - e alcuni di
noi la domenica - senza che ci siano le esigenze produttive, non vuole aprire la
contrattazione per i prossimi anni.

Come l'Officina di Bellinzona per la Svizzera, la Germania e l'Austria, la INNSE per l' Italia, è per la Turchia la TEKEL il simbolo della resistenza operaia contro l'attacco dei padroni e lo Stato. Dopo la privatizzazione delle loro aziende statali, gli oltre 10'000 operai e operaie della TEKEL hanno iniziato una lotta contro i licenziamenti, ma soprattutto contro gli ammortizzatori sociali chiamati "contratto 4/c", il quale prevede dei salari tra 150 e 425 euro al mese - confronto ai 750 euro di prima, e questo solo per 11 mesi all'anno

 
mar, 06 lug @ 14:56
CORSO TRAIANO 1969
Pubblicato in:: Numero748-10
riceviamo e pubblichiamo per il dibattito.

3 luglio 1969: Torino, durante uno sciopero cittadino contro il rincaro di tariffe ed
affitti, una manifestazione indetta dalla “Assemblea operai-studenti” per collegare
le lotte di reparto a quelle di autoriduzione dei fitti in atto nei quartieri, è
caricata dalla polizia. Gli scontri (che resteranno nella storia come la “battaglia
di corso Traiano”) si susseguono fino a notte fonda: 70 feriti, 29 arrestati, 165
denunce.

(Del 7/7/2010 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 66)

Il colosso degli yacht
Azimut, da Avigliana sbarco in Brasile Vitelli: “Nessuna delocalizzazione”




Paolo Vitelli, il presidente del Gruppo Azimut-Benetti, sbarca in Brasile. Anzi, vi trova casa. Dopo la partnership siglata lo scorso aprile con un dealer locale, Yacht Brasil (18 punti vendita), nasce Azimut do Brasil Yachts, una società che gestirà la realizzazione di imbarcazioni a marchio Azimut, tramite un proprio sito produttivo, che sarà il più grande cantiere nautico coperto del mondo: 200 mila metri quadrati. Il progetto è stato presentato dallo stesso Vitelli a Cannes, durante lo «yachting gala» del gruppo, che ha riunito gli stati generali del colosso di Avigliana. «Il cantiere aprirà a Itajai, nello Stato di Santa Catarina, già a partire dal prossimo agosto. la prima fase, di start-up, prevede la realizzazione delle prime unità entro giugno 2011. A regime si produrranno fino a 100 yacht all’anno, offrendo alla clientela locale un ampio range di proposte: 6 diversi modelli, 4 sotto gli 80 piedi e 2 sopra i 100». L’investimento, che sarà distribuito nel corso di 5 anni, è di 80 milioni di euro. Il patron di Azimut-Benetti ha spiegato che all’origine dell’operazione c’è «la significativa crescita del mercato brasiliano della nautica da diporto che, dopo dieci anni di progressione continua, presenta oggi, anche grazie allo sviluppo dell’economia, importanti opportunità di ulteriore espansione soprattutto per quanto attiene le imbarcazioni superiori ai 50 piedi». «Ad oggi - ha continuato Vitelli - siamo l’unico cantiere italiano che, grazie alla propria storica solidità patrimoniale, è in grado di affrontare un investimento così importante». Dunque, Azimut ambasciatore del made in Italy, ma soprattutto pioniere della nautica tricolore - che sta cercando di uscire da una crisi profonda - verso l’apertura di nuovi mercati. Ad Avigliana, quest’operazione è vista con qualche dubbio: «Non è che Vitelli, adesso, delocalizza?» è la domanda. La risposta da Giovanna Vitelli, figlia del presidente, responsabile comunicazione del gruppo: «Abbiamo deciso di investire sul Brasile perché si tratta del mercato che oggi ha, in assoluto, le migliori potenzialità di crescita per la nautica di lusso. Espandere ed accrescere la nostra leadership internazionale ci consentirà di rafforzare ulteriormente la nostra solidità e di bilanciare situazioni meno vantaggiose che riguardano alcuni dei mercati tradizionali». «Nondimeno, tengo a precisare che il piano industriale relativo al cantiere di Avigliana è confermato al 100% e che tutte le produzioni previste verranno mantenute in loco come stabilito nei nostri programmi, così come viene confermata la centralità italiana dello sviluppo dei nuovi prodotti della gamma».

FABIO POZZO

PRESIDIO DA DICEMBRE - Gli operai della fabbrica milanese sono in presidio costante dal 21 dicembre scorso. Gli operai della Mangiarotti Nuclear sono in presidio da dicembre davanti ai cancelli della fabbrica di V.le Sarca: vogliono solo tornare a fare il proprio mestiere, ossia produrre. Hanno fatto causa all'impresa, che li aveva messi ingiustamente in cassa integrazione straordinaria e aveva spostato in un altro sito le commesse su cui stavano lavorando, e hanno vinto. Nonostante questo (nonostante la sentenza del Tribunale di Milano) il lavoro non è tornato in V.le Sarca. Gli ultimi pezzi in produzione pare stiano per essere prelevati, per essere portati in Friuli (dove ha sede un altro stabilimento del gruppo), oppure spediti direttamente in Francia, dal committente. «Non e’ accettabile che il Friuli regali 27 milioni di euro per costruire una nuova fabbrica a Monfalcone e la Lombardia ci regali un po’ di cassa integrazione», hanno detto i rappresentanti.

 

Erbe d’alta quota e occitano Bernard, un secolo da bere


I

In pochi decine di metri quadrati, tra negozio e locali di produzione, s’inseguono cinque generazioni. A Pomaretto, all’ingresso della Val Germanasca, lavorano i Bernard: Giacomo, classe 1939 e il figlio 43enne Enrico, titolari di una delle più apprezzate fabbriche di liquori, insignita dell’Eccellenza artigiana dalla Regione Piemonte e del titolo di Maestro del Gusto di Torino e Provincia (Camera di commercio e Slow Food), unica azienda liquoristica in elenco nel biennio 2008-2009. Le targhe, insieme a quella ricevuta dal ministro dell’Agricoltura per «Gli artigiani radiosi» del Club di Papillon, fanno bella mostra sulla parete all’ingresso del negozio laboratorio di via Carlo Alberto 20.
Una storia di eccellenza che oggi vede i suoi prodotti, 30 mila bottiglie l’anno, distribuiti a ristoranti, bar e nelle migliori enoteche d’Italia, spingendosi fino a Roma, Parigi e Zermatt, in Svizzera. «Oltre alla vendita diretta qui in negozio - commenta orgoglioso Enrico - cui vanno aggiunte le fiere e le mostre alle quali partecipiamo, nonché una luga lista di affezionati clienti». Chi non ha mai assaggiato il Barathier, fabbricato con ben sette tipi di erbe e fiori alpini, non sa cosa sia un vero amaro d’erbe delle Alpi. Come impareggiabile resta il Genepy Blanc, di cui l’azienda è stata tra i primi produttori e che Giacomo ci consente di rivelare, per la prima volta, non essere prodotto di macerazione ma di sospensione. Di lì in poi sappiamo, ma non possiamo dire, come si ottiene questo nettare da una pianta che cresce spontaneamente solo sulle morene dei ghiacciai di alta quota. «I nostri prodotti sono rigorosamente artigianali, senza aggiunta di aromi né di integratori: tutto nasce da una soluzione idroalcolica e dalla nostra esperienza nei processi di lavorazione e nei dosaggi». Alla base c’è un’acqua pura di sorgente ricca di molti minerali ma in bassa quantità, leggera, di una dolcezza strepitosa. «La sorgente di alta montagna da cui attingiamo l’acqua - racconta Giacomo Bernard - era indispensabile quando, nel 1902, mio nonno, che si chiamava come me, mise su l’azienda al ritorno dalla migrazione nell’area di Marsiglia. Investì tutti i suoi averi nell’impresa di produzione e distribuzione bibite: all’inizio si trattò di gazzosa e seltz, mentre la distribuzione, in esclusiva, riguardava la birra Bosio e Caratsch di Torino che arrivava qui in fusti da 200 litri. I titolari di quell’azienda concessero addirittura la sospensione dei pagamenti della birra nel momento in cui la mia famiglia prese la decisione di costruire questo edificio, finito nel 1928». Imbottigliamento, distribuzione con carri tirati da cavalli e vendita ebbero un picco quando arrivarono in valle le maestranze a costruire il canale per la centrale di alimentazione della Gütermann Filseta, che occupava circa 700 dipendenti, poi quando per realizzare la strada militare di Conca Cialancia-Lauson vennero impiegati i giovani, per 12 ore al giorno, in sostituzione del servizio militare. A ciò vanno aggiunti i clienti delle carbonaie del Gran Dubbione, 300-400 persone.
Negli Anni 50 l’azienda si ingrandisce con un laboratorio e comincia la produzione di liquori, dalla menta a quello che è ancora il suo prodotto di punta, il Barathier. La produzione di bibite - «alla gazzosa si aggiunsero aranciata, spuma, chinotto e ginger» - prosegue fino agli Anni 90, quando comincia a sentirsi il peso delle concorrenza industriale: «È allora che ci siamo concentrati via via nella produzione dei liquori, rinnovando laboratori e impianti». Oggi la forza di Giacomo ed Enrico sta tutta nella scelta di produrre liquori di eccellenza, una nicchia di mercato che, grazie agli intenditori, consente di sopravvivere, distinguendo il prodotto artigianale da quello industriale. A conferire valore aggiunto c’è la ricerca delle erbe, attraverso una rete di produttori e di raccoglitori da cui nascono sapori inimitabili. Alcune erbe si possono coltivare, in collaborazione con i margari che continuano ad abitare alle alte quote, altre si continuano a raccogliere con la straordinaria capacità tramandata da generazioni di prendere solo ciò che consentirà il raccolto nella stagione successiva. Solo così la tradizione può continuare: «L’attenzione al giusto prelievo è fondamentale, così come l’altitudine che conferisce alle piante un aumento di concentrazione dei principi attivi man mano che si sale o la giusta stagione di maturazione che varia di anno in anno a seconda del clima e che possiamo intercettare grazie anche alle segnalazioni di una rete di persone che ci segue. Per determinate fioriture il tempo di raccolta è di pochi giorni e anticipi o ritardi possono compromettere la qualità del raccolto».
Ogni anno l’azienda lavora 200 chilogrammi di genepy secco, 20 di Timo serpillo, tra i 4 e i 5 di Angelica sylvestris, Achillea Erba Rota e Genzianella. Ma non manca la sperimentazione: «Ogni tanto si prova a fare qualcosa di nuovo. Negli ultimi anni ho lavorato a questo liquore di albicocca che all’inizio ho provato testandolo su parenti e su alcuni amici selezionati e poi, visto che il giudizio è stato positivo, ho deciso di mettere in produzione con il nuovo "Abricot"». Sì, perché l’altra scelta che conferma il radicamento identitario dell’azienda nel territorio sta nell’uso delle lingua occitana, già adottata per il Sërpoul (il liquore di Timo serpillo) e nell’adesione alle iniziative della Chambra d’Oc che riunisce i produttori occitani.

 

Quasi tre milioni i lavoratori irregolari

di ----

su l'Unità - edizione internet del 13/07/2010

Istat, nel 2008 un sommerso tra 255 e 275 miliardi

Nel 2008 il valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso economico è compreso tra un minimo di 255 e un massimo 275 miliardi di euro. Il peso dell'economia sommersa è compreso tra il 16,3 per cento e il 17,5 per cento del Pil (nel 2000 era tra 18,2 e 19,1 per cento). È quanto si rileva dalle stime più aggiornate diffuse dall'Istat.

Tra il 2000 e il 2008 l'ammontare del valore aggiunto sommerso registra una tendenziale flessione, pur mostrando andamenti alterni: la quota del sommerso economico sul Pil raggiunge il picco più alto (19,7 per cento) nel 2001, per poi decrescere fino al 2007 (17,2 per cento) e mostrare segnali di ripresa nel 2008 (17,5 per cento). Il fenomeno dell'economia sommersa è molto complesso e la sua dimensione può essere stimata analizzando i diversi comportamenti fraudolenti assunti dagli operatori economici per evadere il sistema fiscale e contributivo.

La pratica dell'utilizzo di lavoro non regolare, ad esempio, è strettamente connessa al mancato versamento dei contributi sociali: nel 2008 erano circa 2 milioni e 958 mila le unità di lavoro non regolari (ula). Questa componente, che rappresenta l'11,9 per cento dell'input di lavoro complessivo nel 2008, raggiunge il 12,2 per cento nel 2009. Se le prestazioni lavorative sono non regolari, e quindi non direttamente osservabili, producono un reddito che non viene dichiarato dalle unità produttive che le impiegano. Nel 2008 l'incidenza del valore aggiunto prodotto dalle unità produttive che impiegano lavoro non regolare risulta pari al 6,5 per cento del Pil, in calo rispetto al 2000 quando ne rappresentava il 7,5 per cento.

Ma l'impiego di lavoro non regolare rappresenta soltanto una componente dell'economia sommersa. La parte più rilevante del fenomeno è costituita dalla sottodichiarazione del fatturato e dal rigonfiamento dei costi impiegati nel processo di produzione del reddito. Nel 2008 l'incidenza del valore aggiunto non dichiarato dovuto alle suddette componenti raggiunge il 9,8 per cento del Pil (era il 10,6 per cento nel 2000). A livello settoriale l'evasione fiscale e contributiva è più diffusa nei settori dell'Agricoltura e dei Servizi, ma è rilevante anche nell'Industria. Se si considera la sola economia di mercato, senza considerare, cioè, il valore aggiunto prodotto dai servizi non market forniti dalle Amministrazioni pubbliche, il sommerso nel 2008 rappresenta il 20,6 per cento del Pil, contro il 17,5 per cento calcolato per l'intera economia.


  • di Galapagos
    CAPITALISMO
    I corsari che hanno depredato Telecom Italia
    «La madre di tutte le privatizzazioni» (come fu definita l'uscita dello stato da Telecom nel 1997) seguita a fare vittime: i dipendenti. Per fortuna non sono morti fisiche, come nel caso dei quasi 30 suicidi in Telecom France, ma sono licenziamenti, mascherati da procedure di mobilità. E la cosa strana è che mentre Telecom France ha annunciato le scorse settimane circa 10 mila nuove assunzioni, Telecom Italia e vuole fare fuori altri 7 mila dipendenti. Che non sono i primi: otto anni fa - nel 2002 - nel colosso telefonico italiano lavoravano oltre 107 mila persone che alla fine del 2009 erano scese a 71.384. Un taglio di 36 mila dipedenti non è poca cosa: significa che un lavoratore su tre è stato mandato a casa o «girato» a società di comodo dove i diritti sono talmente esili che spesso non si vedono. I quasi 7 mila che il management vuole eliminare ora (per 3.700 le procedure sono già iniziate) significano un nuovo taglio di poco meno del 10% della forza lavoro. Ma è necessario questo nuovo taglio?
    Secondo la logica del capitale, purtroppo la risposta è sì, anche se nell'ultimo anno la Telecom ha seguitato a distribuire dividendi agli azionisti. Il problema è che a a partire da quella maledetta privatizzazione del '97 la Telecom è stata letteralmente saccheggiata. Vale la pena ricordare che per il 36% del capitale in quell'anno lo stato incassò 26 mila miliardi di lire, circa 12,5 miliardi di euro. L'obiettivo era di formare un nocciolo duro di capitalisti-gestori della società, ma fallì sul nascere: invece del nocciolo duro si formò un «nocciolino» che con poco più del 6% controllava e gestiva Telecom. Il capitalismo italiano in quella occasione non fece bella figura. E in seguito ne fece di peggiori.
    Neppure un anno e mezzo dopo alcuni «capitani coraggiosi» - definizione di D'Alema - capitanati da Colaninno, lanciarono una Opa (attraverso la Tecnost) su Telecom e con circa 61 mila miliardi di lire - quasi tutti a prestito - ne assunsero il controllo. Poi Olivetti (di Colaninno) e la Teconst si fondono e a controllare Telecom (con il 22% di Olivetti) è una società lussemburghese: la Bell. A questo punto iniziano i saldi per far cassa e pagare l'enorme debito: in testa Sirti e Italtel. Poi un nuovo scandalo: la Bell (che ha il controllo indiretto di Telecom), viene ceduta a una nuova cordata che per il 23% della Olivetti posseduta da Bell versano ai capitani coraggiosi 4,175 euro per azione, contro un valore di mercato di 2,25 euro. Una pluvalenza enorme (1.5 miliardi) per chi vende. Un affare per chi compra (Tronchetti Provera e i Benetton) che riescono a evitare il lancio di una Opa, senza che nessuna autorità di controllo abbia qualcosa da ridire. Solo il fisco osò aprire bocca sostenendo che Bell era una società falsa lussemburghese. Ci fu un accertamento con adesione e alla fine i soci di Bell dovettero scucire 156 milioni di euro. Cioè niente. Alla fine dell'operazione Telecom è controllata dalla finanziaria Olimpia partecipata al 60% da Tronchetti Provera.
    Nel 2003 un altro scandalo: la fusione tra Telecom e Olivetti. In questo modo tutti i debiti contratti dalla società acquirente vengono addossati alla società preda, cioè la Telecom. Nel 2007 altro passaggio di proprietà: una cordata con a capo la spagnola Telefonica rileva la quota di Tronchetti Provera: il 24% circa di Telecom finisce in una nuova società chiamata Telco. Intanto i debiti crescono e la redditività diminuisce. Il valore delle azioni che al momento della privatizzazione era superiore ai 5 euro è sceso a meno di un euro.
    Su Telecom hanno mangiato in tanti, ma a pagare sono stati in tanti: i piccoli azionisti che in una società annunciata come public company non hanno mai contato nulla e, soprattuto, i lavoratori. Forse varrebbe la pena ricominciare da capo pubblicizzando ai prezzi attuali il 36% di Telecom. Non lo vieta alcuna legge europea.

 

Imprenditori del Nord che entrano nelle cosche: non più vittime ma veri mafiosi. Pronti a eliminare la concorrenza e sfruttare la crisi. È il nuovo volto dei clan dove la violenza è al servizio degli affari

 Anche il Nord sta imparando a convivere con la mafia. Dopo decenni di infiltrazione nei traffici illeciti e nel reimpiego dei capitali, le nuove inchieste svelano i sintomi di una malattia più profonda: decine di imprenditori e professionisti scendono a patti con i clan. E ne "strumentalizzano i vantaggi competitivi": si finanziano con capitali sporchi; ottengono protezione criminale; si prestano a dividere e reinvestire i profitti di droga ed estorsioni; affidano alla violenza dei clan il recupero dei crediti; ordinano attentati contro i concorrenti. Fino a diventare, come avvertono i magistrati più esperti, "imprenditori organici alle più pericolose cosche del sud". Un'escalation che la crisi economica sta amplificando.

Nell'ultima relazione annuale al Parlamento, il pm Ferdinando Pomarici, capo dell'Antimafia a Milano, ha denunciato "l'occupazione criminosa di interi settori economici caratterizzati da difficoltà finanziarie". Già negli anni Novanta le società della 'ndrangheta si erano impadronite di luoghi simbolo come la Torre Velasca e la Galleria Vittorio Emanuele. Ora il procuratore stila un impressionante elenco di "imprese mafiose" che puntano a un "sostanziale monopolio" in mezza Lombardia: le attività a rischio sono, nell'ordine, "edilizia, immobiliare, centri commerciali, alimentari, sicurezza, discoteche, appalti, garage, bar e ristoranti, sale da gioco, distributori, cooperative di servizi, trasporti".

Nel marzo scorso un'inchiesta ha dimostrato per la prima volta la partecipazione diretta di un cartello di cosche calabresi nelle grandi opere pubbliche come l'alta velocità ferroviaria e l'ampliamento dell'autostrada A4. In cella sono finiti i boss-imprenditori del clan Paparo, che da Cologno Monzese, tra un affare e l'altro, spedivano bazooka in Calabria. Il problema è che le loro aziende in teoria non avrebbero potuto comparire. Per aiutarle si sono mosse, secondo carabinieri e magistrati, imprese del Nord pronte ad affidare "subappalti totalmente in nero". La Locatelli spa è un'azienda che gestisce 160 cantieri tra Milano e Bergamo. Le Ferrovie dello Stato pretendono il rispetto delle norme antimafia: vietato subappaltare più del 2 per cento dei lavori. A quel punto un manager rigorosamente lombardo suggerisce ai calabresi come nascondere le insegne del clan: "Sui camion schiaffaci due targhette Locatelli, così le Ferrovie non dicono niente". I colletti bianchi del Nord arrivano a fabbricare "un falso contratto retrodatato" per occultare l'esistenza stessa del subappalto: "Abbiamo superato il 2 per cento, capisci... Sono cose serie, perché qui diventa la famosa legge antimafia, è un casino... Adesso sentirò l'avvocato, io direi che tutte quelle bolle le facciamo sparire".

Il capo della contabilità di tutte le imprese del clan Paparo si chiama Mirko Sala, ha 36 anni, è nato a Vimercate e abita a Concorezzo, eppure è stato arrestato come presunto "associato alla 'ndrangheta". Il pm Mario Venditti aveva chiesto il carcere anche per il manager bergamasco della Locatelli. Il gip Caterina Interlandi lo ha negato con questa illuminante motivazione: l'impresa lombarda falsifica le carte "non per favorire il clan, ma per tutelare se stessa e continuare a lavorare in nero". Quanto al manager, ha "innegabilmente" aiutato i Paparo a "eludere le norme antimafia", ma questa "è solo una contravvenzione per cui l'attuale legge non consente l'arresto".

In attesa che la classe politica rattoppi questo e altri strappi nei codici, le imprese mafiose diventano sempre più competitive. Le banche strozzano il credito? Ci si finanzia con la cocaina. I rifiuti tossici costano? C'è l'imprenditore di Desio che offre una discarica abusiva. Un sindacalista dei facchini disturba le cooperative calabresi alla Sma-Auchan di Segrate? I mafiosi gli fanno "spaccare la testa".

Al Nord le cosche cominciano a trovare anche complici a pieno titolo. Maurizio Luraghi, nato a Rho 55 anni fa, e sua moglie, Giuliana Persegoni, sono stati arrestati in luglio come 'teste di legno' del clan Barbaro-Papalia, il più potente del Nord. Con la sua società Lavori stradali srl, Luraghi acquisiva commesse edilizie e le spartiva tra i membri del clan. Intercettato mentre nomina Domenico Barbaro e Rocco Papalia, l'imprenditore di Rho è commosso: "Tutti questi capannoni li abbiamo fatti noi... Tutto Buccinasco, il centro commerciale, li abbiam fatti io, Domenico e Rocco... Una città, abbiamo fatto".

  • di Antonio Sciotto
    FIAT
    Melfi, Marchionne licenzia
    Esplode la protesta, oggi corteo. Landini: «È una rappresaglia» Dopo il «caso Mirafiori», fuori altri tre: un operaio e due delegati Fiom
    Fiat continua, implacabilmente, a licenziare. Ieri è toccato a un operaio di Melfi, Marco Pignatello, di 33 anni, dopo che martedì la doccia gelata si era riversata su Pino Capozzi, impiegato di Mirafiori. E potrebbero essere messe ugualmente alla porta - sarebbe questione di ore - altre due tute blu di Melfi, entrambi delegati Fiom, che come Pignatello nei giorni scorsi avevano ricevuto una sospensione cautelativa. Un'emergenza talmente pesante, che ieri il lavoratore licenziato e i due rappresentanti della Fiom, Giovanni Barozzino e Antonio Lamorte, sono saliti sulla Porta Venosina, un antico monumento del centro di Melfi, alto circa 8 metri. Sotto la Porta, per tutta la giornata, hanno stazionato decine di operai Fiat, in solidarietà ai colleghi e per protestare contro il clima di terrore diffuso dall'azienda.
    Se Capozzi, a Mirafiori, era stato licenziato per aver spedito un comunicato sindacale per mezzo della posta aziendale, i tre operai di Melfi sono incorsi nelle durissime sanzioni Fiat perché avevano partecipato, la settimana scorsa, a un corteo interno alla fabbrica. Sono accusati di aver bloccato un carrello robotizzato, arrecando dunque danno alla produzione. Li abbiamo raggiunti telefonicamente.
    «Noi stavamo facendo un regolare sciopero, con un corteo in fabbrica: tutto unitariamente, con Fim, Fiom, Uilm e Ugl», spiega Pignatello. L'operaio, tra l'altro, non è neanche iscritto al sindacato, e lavora in linea di montaggio da ben 11 anni. Durante il corteo è nato un diverbio con un preposto dell'azienda, giusto vicino al carrello, che però secondo Pignatello era «già fermo»: nella discussione erano coinvolti proprio i tre lavoratori, che hanno ricevuto successivamente un provvedimento di sospensione cautelativa; a questo è seguito il licenziamento del primo operaio, mentre per i due delegati la Fiom Cgil si aspetta di ricevere a giorni, se non a ore, una analoga lettera. Ma perché stavano scioperando nello stabilimento di Melfi?
    «Circa due settimane fa, in concomitanza con la cassa integrazione - racconta dalla Porta Venusina il delegato Fiom Barozzino, tra l'altro quello eletto con il maggior numero di voti nello stabilimento - la Fiat ci ha comunicato unilateralmente che avremmo dovuto produrre 42 auto in più al giorno, vale a dire ben il 10% in più delle attuali. Abbiamo chiesto di incontrare i dirigenti per un tavolo, discutere le condizioni di quello che appariva come un diktat, ma ci è stato rifiutato. Così abbiamo cominciato a scioperare: quelli del nostro turno, tra l'altro, hanno fatto 50 ore di sciopero consecutive dopo che hanno saputo della nostra sospensione».
    La sera stessa del corteo che ha poi originato le sanzioni, tutte le Rsu hanno firmato un documento in cui testimoniavano che i tre colleghi non avevano fatto nulla di irregolare. E l'indomani, i 60 operai presenti alla protesta, hanno portato ai tre sospesi, fuori dallo stabilimento, un'altra dichiarazione, sottoscritta da tutti loro, in cui si afferma che i tre lavoratori non sono colpevoli di aver fermato nessun carrello.
    «La Fiat sta mettendo in atto sanzioni pesantissime - riprende il delegato Fiom Antonio Lamorte - il licenziamento di un operaio non iscritto al sindacato può essere un messaggio: questo accade a chiunque segua la Fiom e in generale a chi protesta. Ma il nostro sciopero era sacrosanto: qui i ritmi di lavoro sono già disumani, e non ci si può chiedere di aumentare la produzione del 10% senza neanche sedersi a un tavolo. Adesso rimarremo sulla Porta, giorno e notte, finché non avremo risposte».
    Il sole batte sulla Porta Venosina, e solo dopo qualche ora dall'inizio del sit-in gli operai hanno potuto avere un ombrellone, mentre da sotto i colleghi garantiscono la fornitura costante di acqua e cibo. Il caso potrebbe trasformarsi in una «nuova Asinara», a meno che i tre non decidano di scendere perché soddisfatti di qualche passo della Fiat: «Chiediamo anche l'intervento delle istituzioni locali, della Regione - dice Barozzino - Abbiamo anche incontrato Vito De Filippo, il governatore della Basilicata, che però finora non ha fatto nulla di concreto». Pignatello conclude la telefonata spiegando che ha «un mutuo a carico» e che il licenziamento certo non lo mette in una buona condizione, essendoci «pochi posti di lavoro qui nel Sud».
    Sul caso interviene il segretario generale Fiom Maurizio Landini: «La Fiat è passata dal ricatto alla rappresaglia e alle intimidazioni ai lavoratori. A questo punto, lo sciopero di 4 ore del 16 luglio assume un'importanza ancora maggiore. Servirebbe un ritorno alla saggezza e responsabilità da parte dell'azienda». Duro anche il giudizio della Cgil confederale: «In questo modo la Fiat fa salire la tensione sociale».

ENERGIA

Rinnovabili boom nel 2009
coperti i consumi casalinghi

Secondo l'ufficio studi della Confartigianato la produzione 'verde' è salita: lo scorso anno ha fatto segnare un più 19,2% rispetto al 2008. Puglia al top per l'elettricità da solare

ROMA - La produzione complessiva da fonti rinnovabili nel 2009 è giunta a coprire l'intero (100,6%) consumo di energia elettrica delle famiglie italiane. Secondo l'ufficio studi della Confartigianato, nonostante la crisi che ha abbattuto la produzione 'tradizionale' dell'8,3%, la produzione 'verde' è salita: nel 2009 l'energia elettrica da fonti rinnovabili ha fatto segnare un più 19,2% rispetto al 2008, arrivando a un livello di produzione di 69.330 gigawattora (i consumi delle famiglie ammontano a 68.924 gigawattora). Nel 2008, la produzione 'verde' copriva fino all'85% dei consumi casalinghi.

Spetta alla Puglia il primato della maggior produzione di elettricità da solare, seguita da Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte. Ed è sempre la Puglia la regione che lo scorso anno ha incrementato di più la produzione da impianti fotovoltaici, con 72 gigawattora in più, pari ad oltre un terzo dell'intera crescita (37,3%), seguita dalla Lombardia e dal Piemonte. Ma anche a livello internazionale la Puglia la fa da padrone e si leva lo sfizio di battere la Cina per potenza di impianti solari installati: 161 mw contro i 160 cinesi.

E' comunque l'Italia stessa ad occupare una posizione di primissimo piano sul fronte dei pannelli solari. Sulla base dei dati 2009 dell'European PhotoVoltaic Industry Association (Epia), il nostro Paese è il secondo mercato al mondo nel fotovoltaico con il 9,9% della potenza installata nell'anno, dietro alla Germania che da sola rappresenta il 51,6% del mercato mondiale.

In particolare il Mezzogiorno e il Centro-Nord ricoprono una posizione di rilievo nel mercato mondiale collocandosi, rispettivamente, al quarto e al sesto posto della classifica: i 422 Mw del Centro-Nord sono pari al 5,7% del mercato mondiale; i 289 Mw installati del Sud corrispondono al 3,9% e sono pari alla potenza installata in Francia, Spagna e Portogallo messi insieme.

Sempre secondo l'ufficio studi di Confartigianato, nel primo trimestre 2010 il settore delle imprese potenzialmente interessate alle fonti rinnovabili registra una crescita del 2,7%, più accentuata nel Mezzogiorno (+4,1%) e nel Centro (3,6%) mentre nel Nord la crescita è robusta ma con uno spunto minore (1,5%). Nel primi tre mesi in Italia vi sono poi 86.079 aziende (prevalentemente imprese di installazione di impianti elettrici in edifici o in altre opere di costruzione) potenzialmente interessate dalle fonti rinnovabili, con una stima di 332.293 occupati e una dimensione media per impresa di 3,9 addetti.

LA CRISI

Berlusconi rompe: "Finiani fuori dal partito"
Gli uomini del cofondatore verso nuovi gruppi

Documento dell'ufficio di Presidenza:deferimento contro tre fedelissimi dell'ex leader di An: Granata, Bocchino e Briguglio. Il Cavaliere durissimo con l'ex leader di An: "Non abbiamo più fiducia in lui, iniziative perché lasci la presidenza della Camera". La replica: "Non decidi tu". In 34 pronti a nuova formazione parlamentare. Firmano lettera di dimissioni dal gruppo e la affidano al loro leader di MARCO BRACCONI

ROMA - Il Pdl non c'è più. O almeno, non c'è più per come lo abbiamo conosciuto finora. E' durato meno di un'ora l'ufficio di presidenza per decidere l'isolamento e, di fatto, l'espulsione dei dissidenti. Le parole pronunciate da Silvio Berlusconi non lasciano spazio a equivoci: "Facciano pure i gruppi autonomi tanto sono fuori". Non solo. Dal Cavaliere arriva un attacco durissimo alla terza carica dello Stato: "Allo stato viene meno la fiducia nei confronti del ruolo di garanzia del presidente della Camera indicato dalla maggioranza uscita vittoriosa dalle elezioni". E alla domanda se il cofondatore debba lasciare il suo incarico il capo del governo  risponde: "Riteniamo che siano i membri del Parlamento a dover assumere un'iniziativa al riguardo". La replica dell'ex leader di An sul punto è secca: "La presidenza della Camera non è nelle disponibilità del presidente del Consiglio..."

Commentando il testo uscito dall'ufficio di presidenza, nel quale si dice che "le posizioni dell'onorevole Fini sono assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà", Berlusconi ostenta sicurezza: "Non c'è problema per il governo, la maggioranza non è a rischio e i nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo ci sia un atteggiamento di opposizione permanente. Non sono più disposto ad accettare il dissenso, un vero partito nel partito. Vogliono fare il gruppo? Facciano quello che vogliono, tanto sono fuori".

Per quanto riguarda i ministri vicini al presidente della Camera, il Cavaliere dice di "non avere difficoltà a continuare una collaborazione con validi ministri".

Intanto, sul piano formale, il verdetto dell'Ufficio di Presidenza prevede anche una sanzione diretta contro tre tra i deputati più vicini al Presidente della Camera. Bocchino, Granata e Briguglio sono stati deferiti ai probiviri. Anche se a questo punto pare difficile che il meccanismo innescato non porti ad una scissione che renderebbe di fatto inutile la decisione.

Il documento.
Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio saranno deferiti al collegio dei probiviri. Ma è il vero bersaglio del documento è il presidente della Camera. Le sue posizioni sono ritenute "incompatibili con i principi ispiratori del Pdl. E si pone il problema della presidenza della Camera" perché viene meno "anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni".

IL DOCUMENTO DELL'UFFICIO POLITICO PDL
1

Nel testo uscito da Palazzo Grazioli si fa riferimento alla "volontà degli elettori" e si attacca duramente "l'uso politico della giustizia" e "il ruolo politico assunto da Fini". Che in sostanza viene accusato di essersi ritagliato un profilo di opposizione all'esecutivo, con uno "stillicidio continuo" e sistematico, attraverso una "critica demolitoria alle decisioni prese dal partito".

I finiani pronti all'addio. Dopo l'attacco durissimo della maggioranza Pdl  i deputati finiani hanno firmato una lettera di dimissioni dal gruppo parlamentare della Camera. Le lettere sono ora nelle mani del presidente che, spiegano alcuni dei firmatari, le userà domani "a seconda di quello che accadrà". Sarebbero almeno 34 i componenti di un nuovo gruppo a Montecitorio. Per quanto riguarda la possibilità di formare un gruppo di finiani anche a Palazzo Madama sarebbero pronti ad entrare nelle 'file' di Fini anche i senatori Adriana Poli Bortone e Giovanni Pistorio.

I numeri in Parlamento.
Attualmente la maggioranza di governo nei due rami del Parlamento è di 342 deputati e 174 senatori, a fronte di una maggioranza necessaria, rispettivamente, di 316 a Montecitorio e 162 a Palazzo Madama. A Montecitorio basterebbero quindi 27 voti in meno per portare il Governo a 315, sotto la soglia minima di sopravvivenza. E stando ai numeri di queste ore potrebbero essere addirittura 34 i deputati finiani a sfilarsi. A Palazzo Madama, invece, per perdere la maggioranza degli aventi diritto, dovrebbero essere 16 i senatori ad abbandonare il Pdl. 

Le reazioni.
A ufficio politico del Pdl concluso, Bersani ha detto che è "un singolare tribunale che processa gli innocenti". Bersani ha salutato i deputati del Pd alla Camera, prima della pausa estiva, brindando: "A un nuovo governo". Poi ha chiesto al Cavaliere di andare in Parlamento, "perché questa è una vera crisi". Domani mattina alle 9 assemblea del Pd per discutere della situazione.

Sul webmagazine di  Farefuturo si parla di "Operazione Baygon", vale a dire di "disinfestazione del pluralismo, il Pdl sta adottando metodi, linguaggi e liturgie che tradiscono l’essenza stessa del suo progetto. Quel progetto che doveva regalare all’Italia il tanto atteso partito liberale di massa, maggioritario e plurale. Ma a furia di disinfestare, si rischia l'avvelenamento".

La giornata. Le ore della resa dei conti nella maggioranza si era aperta con il rifiuto dell'ultima mediazione. "L'offerta di tregua di Gianfranco Fini è arrivata troppo tardi, fuori tempo massimo". Così, nel vertice notturno di palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi e gli altri partecipanti alla riunione (compreso Giuliano Ferrara) avevano declinato l'invito del Presidente della Camera a "resettare tutto senza risentimenti".

La stesura del documento. Tutta la giornata si era consumata nell'attesa dell'ufficio di presidenza. E sulla formula dell'eventuale "scomunica" a Gianfranco Fini e ai finiani. Non "più politicamente vicini al partito", questo il passaggio chiave al centro del documento alla cui stesura aevav lavorato per tutto il pomeriggio lo stato maggiore del Pdl, riunitosi a Palazzo Grazioli.

Le mosse dei finiani.
Mentre  diventava chiaro che le due anime del Pdl erano sempre più lontane anche i finiani si mettevano in moto. Già dalla mattina si intensificavano i contatti tra  il Presidente della Camera e i suoi fedelissimi. Già il tam tam del pomeriggio parlava di 34 deputati vicini all'ex An pronti a firmare la richiesta di costituzione di un nuovo gruppo parlamentare alla Camera.

( 29 luglio 2010 )