Chi ha vinto a Genova

 


ROSSANA ROSSANDA

I l Genoa Social Forum ha fatto vacillare il G8, i black bloc hanno cercato di demolire il Genoa Social Forum. Gli otto Grandi sono rimasti asserragliati nella fortezza e nessuno dei media si è occupato di loro, gli obiettivi e gli animi sospesi alle manifestazioni in città. Del resto, che cosa c'era da dire? Un summit che si presentava come risolutivo per i problemi della povertà, nulla ha deciso sui tempi e l'entità della remissione del debito, per l'aiuto sanitario ha stanziato un quinto di quello che si riteneva necessario, sul protocollo di Kyoto non ha fatto un passo avanti. Già scarsamente dotati di qualche legittimità, i G8 hanno lasciato Genova ridicolizzati dalla volgarità berlusconiana, inquietati dall'assedio che percepivano, forse vergognandosi della umiliante sfilata e cena per i rappresentanti dei paesi poveri, venuti a ringraziare con Kofi Annan per le promesse avaramente elargite. Sarà improbabile che l'esibizione si ripeta, tanto più che i sette potenti e mezzo possono decidere anche per email. Soltanto Prodi e, ahimé, il presidente francese Chirac in attesa di elezioni, hanno accennato a qualche riflessione su una frattura fra le grandi potenze e il mondo che più evidente di così non poteva essere.
Il Global Social Forum esce più forte da una prova nella quale, esclusi Rifondazione e la Fiom, intelligentemente partecipi, aveva tutti contro. Il summit naturalmente, il nostro governo, l'immenso dispiegamento di forze dell'ordine fra irresponsabili e violente, i ds che lo hanno abbandonato nel momento più critico, e infine quel cocktail di esclusione sociale e politica che sono i black bloc. C'è voluta l'energia e la forza morale di Agnoletto per separare l'amalgama Forum eguale violenza che i media avevano preparato, e Fini e Ruggiero hanno rilanciato dai teleschermi venerdì sera. E' riuscito a governare lo sgomento e la collera dei giovani e dei meno giovani dopo che un carabiniere aveva ucciso un ragazzo e con la jeep gli erano passati sopra. Non era ovvio che ce la facesse, come non era ovvio che il corteo di ieri, di cui tanti si erano precipitati a chiedere l'annullamento, riuscisse anzi si gonfiasse oltre ogni aspettativa. Il ricatto: tacere o fracassare le vetrine non è passato. Il movimento contro la globalizzazione è un protagonista che non uscirà più di scena.
Non ne usciranno neanche i black bloc che non hanno a che vedere con la tradizione anarchica e neppure con gli anni Settanta. Sono l'altra faccia dell'omologazione totale, la voglia di devastazione totale. Sono l'esclusione che morde quel che la produce, e non è specificamente esclusione dal denaro. Non hanno progetti, non cercano alleanze, si sentono il nemico e non si sono stupiti, credo, che in un ragazzo che in quel momento si muoveva come loro sia stato ucciso. Non si sono fermati a raccoglierlo. Le immagini di quel ragazzo, esile e in maglietta, che alza un estintore contro un suo coetaneo armato e che gli spara, sono tremende. Sono il retro minaccioso della scena pacchiana e propotente del vertice. La differenza fra virtuale e reale è in quel corpo steso, la testa mezza fracassata e forse anche le ossa.
I potenti della terra, la protesta che cresce contro di loro, la sparizione di una opposizione politica in grado di rappresentarla, e infine il margine violento dell'esclusione hanno squadernato a Genova, in micro, lo scenario del mondo. La sproporzione delle forze dopo il 1989 è immane. Ma la sperata omogeneizzazione in Italia non c'è.

 

 

La Repubblica 26 luglio 2001

Le vittorie e le sconfitte
del movimento appena nato

LUIGI MANCONI


Nella breve biografia di Carlo Giuliani, il giovane di 23 anni ucciso a Genova, c'è un tratto così drammaticamente simbolico da non potersi ignorare. Carlo Giuliani era figlio di un dirigente sindacale, un uomo della Cgil di lunga e fedele militanza: e le parole pronunciate da quest'ultimo dopo la morte del figlio esprimono il meglio di quella cultura di sinistra che ha costituito corpo e anima di tanta parte della nostra società e della sua faticosa storia. Ma, al contempo, il dato biografico segnala l'impotenza di quella stessa cultura a farsi (o a continuare a essere) senso comune e sensibilità collettiva: e, dunque, l'incapacità a trasmettersi – sia pure conflittualmente - di generazione in generazione.
Così, nella diversità radicale di stili di vita e di concezioni della politica e della militanza tra padre e figlio, si manifesta una tragedia non solo privata: e si evidenzia la difficoltà dell'intera cultura di sinistra (quella moderata e tradizionale come quella radicale e alternativa) a leggere il mondo, a interpretarlo, a contribuire a modificarne gli assetti di potere; non a caso, le analisi più acute sul tema della globalizzazione provengono da altre fonti: quelle di ispirazione religiosa, in primo luogo.
Ma nella tragedia di Genova si può scorgere anche l'infelicità costitutiva – "caratteriale", direi – del movimento antiG8, violentemente accomunato ai popoli per i quali si batte non dal successo di una mobilitazione, ma dalla condivisione dell'esperienza della morte. Ora, mentre elabora il lutto per un manifestante ucciso e per questo brutale passaggio – una sorta di transizione accelerata all'età adulta - il movimento può iniziare a trarre un primo bilancio. Ribadito che la morte di Giuliani è una irreparabile sconfitta per tutti, si può affermare che, per un verso, il movimento ha vinto.
L'agenda del G8 è stata largamente condizionata e in parte riscritta (se non addirittura ribaltata nella sua impostazione) dal movimento antiglobalizzazione. Dettare i temi e definire le priorità significa, nella logica della competizione e della comunicazione politica, conseguire un importante successo. Il Genoa Social Forum, in questo senso, ha vinto: e si tratta, a ben vedere, non esclusivamente di una vittoria mediatica.
In una fase storica che vede prevalere gli instant party e i localismi, le organizzazioni monotematiche e a termine, fondate su interessi circoscritti e transitori, le associazioni dell'immediato e del vicinato, del qui e ora: in questa fase e in questo quadro, il movimento antiG8 nasce e si sviluppa grazie alla sua proiezione nello spazio e nel tempo e alla sua capacità di trattare politicamente queste due categorie. Ciò costituisce una significativa differenza rispetto ai movimenti di qualche decennio fa, quando i concetti di lontano (il Vietnam, la Cina) e di futuro (la rivoluzione, il socialismo) rappresentavano l'elaborazione ideologicoutopistica di una mobilitazione intorno alle proprie materiali condizioni di vita. Oggi, la concentrazione sul lontano (l'Africa) e sul futuro (il destino del pianeta) ha assai poco di ideologico: e la forza del movimento e il risultato finora conseguito a Genova consistono proprio nell'aver avvicinato - reso di nostra pertinenza e di nostra responsabilità – questioni che apparivano come di un altro luogo (i paesi del quarto e del quinto mondo) e di un altro tempo (le generazioni future).
Per altro verso, tuttavia, il movimento antiG8 ha perso. Nonostante l'impegno di alcuni leader e, in particolare, di Vittorio Agnoletto, ha permesso un singolare e perverso slittamento di senso. Il debito dei paesi poveri e la fame, le nuove schiavitù e i 500 morti al giorno per Aids in Kenya sono stati ridotti, all'interno del circuito mediatico (e con qualche complicità di settori del movimento), a un problema di libertà di manifestazione per i contestatori occidentali nella città di Genova. A questo ha contribuito potentemente il comportamento prima ottuso e, poi, ferocemente illiberale del governo; e non si vogliono sottovalutare, certo, i legami tra la partecipazione collettiva nei sistemi democratici e le decisioni degli organismi sovranazionali e delle potenze industriali sulla vita e sulla morte di miliardi di persone.
Ma la vita e la morte di miliardi di persone non si giocano in alcun modo – ma proprio in alcun modo – nella toponomastica di una città e nei riti simbolici di violazione delle zone interdette. Aver consentito che si potesse scambiare un problema – certo importante – di agibilità politica all'interno dei sistemi democratici con le questioni della desertificazione e della carestia, significa una sola cosa: che l'antico vizio eurocentrico pesa ancora, eccome, e condiziona anche un movimento così, alla lettera, lungimirante. Insomma, il movimento antiglobalizzazione deve essere ancora più globale – nella mentalità e nei comportamenti - di quanto oggi sia .

Genova, o delle ambiguità

"Tutte le classi che finora si sono conquistate il potere hanno cercato di assicurarsi la posizione già acquisita nella loro esistenza, assoggettando l'intera società alle condizioni del loro profitto. I proletari possono conquistare a sé le forze produttive della società soltanto abolendo il sistema di appropriazione che le caratterizza, e perciò il complesso dei sistemi di appropriazione finora esistiti. I proletari non hanno da salvaguardare nulla di proprio, hanno da distruggere tutta la sicurezza e tutte le garanzie private esistite finora" (Marx, Manifesto).

Ci sono dei passi di Marx, come quello citato in apertura, che troppo spesso vengono dimenticati o accantonati opportunisticamente dai "marxisti". Per i proletari distruggere tutte le sicurezze e le garanzie private (tutte, quindi comprese le proprie) è ben diverso che muoversi per rivendicarne il mantenimento o addirittura per chiederne di nuove. Mentre a Seattle il pragmatismo americano rendeva chiaro e univoco il messaggio della piccola borghesia e dell'aristocrazia operaia, un'ambiguità di fondo ha invece permeato il movimento che si è riversato sulle piazze di Genova. Dall'America protezionista e bigotta veniva il messaggio moralista del "lottiamo per voi", rivolto ai poveri del mondo che fanno concorrenza sleale e prestano gli schiavi bambini alla Nike; dall'Europa filosofa e inconcludente veniva quello del solito ricatto puttano che già abbiamo sentito nel post '68 e '77: se non ci ascoltate andrà sempre peggio e il "popolo" si rivolterà. Ambigua la piazza, ambiguo lo Stato, che reprime invece di cooptare nella riforma di questo sistema chi non aspetta altro e non perde occasione di mostrare quanto è moderato, rispettoso delle istituzioni, disposto al dialogo fino alla nausea, grintoso da teatrino dei simboli.

Storico problema della tattica: fuori o dentro il sistema

E' fatale: ogni movimento che non preveda nel suo programma il superamento del sistema attuale finisce per collaborare al tentativo di tenerlo in piedi. Quando si affermerà un movimento con la precisa visione del divenire della società futura, sarà per ciò stesso inserito di fatto nella dinamica distruttiva nei confronti delle barriere che non la lasciano emergere, e non dialogherà affatto, e non avrà simboli, ma obiettivi concreti. La lotta "simbolica", cioè fine a sé stessa, contro le semplici emanazioni del sistema - ad altissimo livello come i governi degli otto paesi più potenti del mondo o al livello bassissimo della manovalanza sbirresca - ha lo stesso senso del "mettete dei fiori nei vostri cannoni" di quarant’anni fa: dopo un paio di generazioni, altre otto presidenze militariste americane e un bel po' di guerre guerreggiate siamo ancora lì…

Ogni movimento ri-formista mostra una doppiezza schizofrenica quando si atteggia a nemico della forma che vorrebbe migliorare. Un movimento rivoluzionario sarebbe invece assolutamente anti-formista, non "dialogherebbe disubbidendo" con governi e polizie, pure apparenze esteriori al servizio della forma che si accingerebbe ad abbattere. Meno che mai lo farebbe nel momento in cui esse sono massimamente preparate e armate per affrontare lo scontro. Il dialogante dice di non volere lo scontro, ma vi si prepara minuziosamente – per difendersi, è ovvio; e quando poi lo scontro avviene per inevitabile determinismo, non riesce ad evitare l'ulteriore recita della somma indignazione per il prevedibilissimo massacro, anzi si immedesima a fondo nella parte, denunciando la violenza che, ovviamente, si è abbattuta più intensa su chi non vi era preparato.

L'anti-imperialismo frasaiolo come quello che s'è visto in piazza a Genova ha riproposto il problema della contraddizione tra obiettivi di lotta condivisibili da tutti, quindi per loro natura interclassisti, e il rigore richiesto ai comunisti. Questi ultimi ovviamente promuovono qualsiasi movimento contro lo stato di cose presente e vi partecipano attivamente. Ma è possibile stabilire con precisione, nei momenti in cui le classi non si muovono su fronti contrapposti ma confusi, quali siano i confini fra le manifestazioni in difesa dell'ordine esistente e quelle contro di esso?

E’ lo stesso problema che dovettero porsi i militanti rivoluzionari in situazioni ben più gravi: per esempio quando si trattò di capire che cosa fosse realmente la guerra di Spagna e se si dovesse partecipare alla guerra civile; quando si trattò di decidere se combattere nei ranghi del partigianesimo filo-angloamericano e anti-tedesco; oppure se partecipare alle manifestazioni che sancivano l'integrazione corporativistica dei sindacati nell'economia e nella politica nazionali; se fossero sensate per dei comunisti le manifestazioni anti-imperialistiche sotto il segno della colomba staliniana di Picasso; se lo stesso pacifismo democratoide anni '50 non fosse che una bandiera del partigianesimo pro-russo, persistente dopo la guerra e questa volta a favore di uno solo degli imperialismi vincitori, ecc. ecc.

Sono problemi ricorrenti e, in anni più vicini a noi, ci siamo trovati ad affrontarli quando si sono manifestati sotto varia forma, anche se a livelli infimi rispetto a quelli dei tempi ricordati: il movimento degli studenti, delle donne, per il referendum, per l'aborto, per l'occupazione delle case, persino la trasformazione della CGIL in "sindacato di tutti i cittadini" erano tutte manifestazioni di interclassismo, anche se spesso cresciute sulla base di un malessere sociale concreto, tangibile.

La giusta preoccupazione dei rivoluzionari è quella di non essere indifferenti di fronte a fatti che sono comunque l'indice di importanti contraddizioni del capitalismo e possono rivelarsi come potenziali mine per sconquassare la società. Da questo punto di vista, ciò che distingue i comunisti e caratterizza il loro anti-indifferentismo non è però il "giudizio" su movimenti sociali generalizzati e neppure il tipo di partecipazione, ma la comprensione della loro origine materiale e soprattutto delle conseguenze storiche del loro agire.

I fini che i comunisti si pongono e il percorso necessario per giungervi, al quale normalmente si dà il nome di "tattica", sono inscindibili, e la tattica non può essere scelta ad arbitrio. La buona tattica definisce realisticamente gli strumenti e i percorsi possibili che portano al fine, quelli che perlomeno evitano la disfatta assicurata (lo dicemmo per i "fronti unici" degli anni '20). Questo è un ulteriore terreno di verifica secondo il criterio accennato all'inizio: oltre al programma e al linguaggio, ogni movimento sociale mostra sempre chiaramente nei fatti se esso è coinvolto in un incontro di classe invece che in uno scontro; e, nel caso di scontro, se il medesimo è sterile o è portatore di insegnamenti ed esperienza, se è una semplice rivolta o se è un episodio della rivoluzione che avanza verso l'esito finale.

Deterministica accumulazione di caotica energia sociale

La violenza che si è scatenata a Genova ha raggiunto un livello difficilmente registrabile nelle cronache delle manifestazioni di questi anni. E solo degli azzeccagarbugli della politica volgare possono ignorare, o ancor peggio negare, che la piazza ha catalizzato e fatto esplodere un'autentica violenza sociale, per ora generica, indirizzata verso un obiettivo qualsiasi, ma con radici profonde in un malessere crescente, angosciante, esplosivo. Se essa si è manifestata in tutta evidenza soprattutto da parte dello Stato, limitarsi all'indignazione episodica contro lo sbirro, momento per momento, pietra per pietra, randellata per randellata, lacrimogeno per lacrimogeno, fino allo sparo del carabiniere, è un insulto al materialismo. La spiegazione puramente militare fornita dallo Stato e ripresa dai media è razionale ma insufficiente. Se blindare una metropoli e spaccare preventivamente e sistematicamente teste e costole può evitare le sparatorie che in passato provocarono decine di morti, occorre ricordare che quando c'è scontro, ci sono sempre campi avversi, e quando essi si trovano apertamente faccia a faccia è perché la piazza diventa un attrattore sociale.

La violenza dei Black blocster e quella scatenata successivamente dalla polizia alla sede del GSF e al concentramento di Bolzaneto, per esempio, esce dalla logica dello scontro a caldo: la violenza anarchicheggiante è un embrionale rifiuto del luogo comune politico, e si esprime in energia cinetica e disordine contro l'ordine esistente; quella di stato è paura atavica della piazza, e scende attraverso i nervi della borghesia scatenandosi ciecamente per mezzo dei suoi muscoli, anche se con l'aspetto del branco isolato di poliziotti sadici che attaccano il ragazzo inerme. Ma ci sarà pure un motivo se ogni singolo poliziotto che si dà al massacro lo fa nell'ignorante presunzione che ogni manifestante incazzato sia comunista.

La borghesia ha portavoce diversi, ma come classe parla una lingua unica. Per ogni suo Berlusconi che spara sciocchezze sui comunisti ha meno vistose ma sensibili terminazioni nervose che la rendono ben consapevole di avere un avversario temibile, anche se questo al momento non è in piazza per i suoi propri interessi, come classe per sé. Ogni singolo borghese potrà non essere in grado di assimilare la lezione marxista dal punto di vista razionale, ma è certo che la borghesia come classe ha un'esperienza storica di prim'ordine sulle forme di dominio. Mentre le altre classi dominanti della storia ne hanno utilizzato una sola, la borghesia le ha sperimentate tutte, monarchia, repubblica, democrazia, fascismo, teocrazia, liberismo, capitalismo statale, satrapia orientale, ecc. Ciò le fornisce, se non conoscenza dei processi rivoluzionari, sicuramente istinto e paura sufficiente per reprimere qualsiasi cosa possa assomigliare a un rifiuto generalizzato della sua società, meglio ancora, per prevenirla.

Migliaia fra i giovani che hanno partecipato alle manifestazioni da Seattle in poi non sapranno forse cosa sono esattamente il G8, la WTO, il FMI e la Banca Mondiale, ma sanno benissimo che lavoro hanno se lo hanno, quanta parte della loro vita dev'essere devoluta ad altri, quanto viene loro in tasca e quanto sia precaria ogni occupazione in un mondo nel quale la globalizzazione dei mercati significa anche e soprattutto globalizzazione della forza-lavoro a basso prezzo. Trattati come schiavi moderni, carichi di rabbia sacrosanta per l'insensatezza della vita che sono costretti a condurre, infuriati e nello stesso tempo impotenti di fronte alla miseria del mondo, generosamente disposti anche allo scontro, essi vanno al macello in simulacri di guerriglia fine a sé stessa contro una polizia mondiale che conosce perfettamente forze e comportamenti degli "organizzatori". Forse ripetono per sentito dire vaneggianti luoghi comuni sull'economia imperialista e sulle multinazionali assassine, ma avvertono istintivamente che le sorti di miliardi di persone sono davvero appese a un filo, e che dipendono dalla direzione presa da ricorrenti ondate di capitali. Seguono parole d'ordine contingenti nella forma e antiche nella sostanza, cadono nella trappola del pacifismo sociale e dell'interclassismo, si mescolano a preti e politicanti, spesso praticano con convinzione forme di solidarietà effimera e individuale, ma si portano dentro contraddizioni esplosive che la piazza fa esplodere. E sono pronti a battersi, con entusiasmo degno di miglior causa.

A Genova si è formata dunque una massa critica di molecole sociali - per loro numero e natura - in un miscuglio assai fluido che non è riuscito a trovare un indirizzo. L'ambiguità delle forze in campo, in bilico fra la violenza e il pacifismo, ha provocato una situazione al confine dell'equilibrio. Troppi manifestanti e troppi sbirri si sono trovati fuori controllo. Non certo solo per colpa dei capi, ma per le interazioni spontanee che si innescano sempre in casi simili. I manifestanti erano scoordinati al massimo un po' per le solite manìe anarcoidi ma soprattutto per l'azione preventiva dovuta alla compartimentazione del territorio da parte della polizia; la polizia era fin troppo coordinata in massa per essere in grado di affrontare la mobilità delle poche centinaia di fracassatori di proprietà determinati nei loro obiettivi specifici e si è buttata nel mucchio.

La bestiale violenza poliziesca, il sangue, le fiamme, le barricate, l'odio (che sfocerà in nuovi episodi del resto già annunciati), tutto ciò che rappresenta materia di cui si è impadronita in diretta la società dello spettacolo ha coperto qualunque altra considerazione. Ma rispetto alla violenza programmata che sarà necessaria agli Stati per incanalare gli effetti futuri della globalizzazione Genova è ancora niente. Per questo essi si preparano.

Non possono invece essere pronti i popoli di Seattle. Con regolarità, in ogni occasione, si sono visti scendere in piazza senza la minima possibilità di darsi precisi programmi, segno che sono anche lontani dall’essere consapevoli delle determinazioni materiali che li hanno generati e perciò dei fini limitati che un movimento del genere dovrebbe porsi e raggiungere, cioè riforme pacifiche e democratiche del sistema di controllo mondiale. Anzi, più che riforma di tale sistema, la sua fondazione, dato che la tanto paventata globalizzazione prevaricatrice è fuori controllo.

Dunque, l'eterogeneo fronte anti-globalista è già la conseguenza, anche se non troppo coerente, di una situazione internazionale di crisi che produce effetti macroscopici sulle popolazioni del mondo (sviluppato e no), mentre le borghesie nazionali sono ancora ferme alla ricerca di un accordo politico e di un comportamento coordinato di fronte al problema. Quando parliamo di crisi in tale contesto non ci riferiamo ai cicli economici classici, bensì all'emergenza di fenomeni che si dimostrano troppo veloci per gli esecutivi delle varie borghesie nazionali, le quali non riescono a prendere decisioni istantanee. Così i governi sono irrimediabilmente in ritardo rispetto alla dinamica reale della società, la quale si avvia verso una crisi sistemica di proporzioni mai viste. E' di fronte a queste contraddizioni che si forma il cocktail esplosivo tra la necessità di un controllo mondiale e il suo rifiuto.

I no global sono più globalizzati dei globalizzatori, che non riescono a marciare al passo della globalizzazione. Oltre al bisticcio di termini che ne vien fuori, c'è anche una gran confusione di ruoli: i no global non possono far altro che invocare generici "diritti" dei popoli, gli Stati globalizzatori non possono far altro che riunirsi a ripetizione nel tentativo continuamente frustrato di mettere in piedi un controllo mondiale; sennonché i diritti dei popoli contro le fameliche multinazionali, dal punto di vista interclassista dei no global, sarebbero meglio garantiti da un esecutivo capitalistico efficiente e mondiale (cioè una forma avanzata di fascismo, il quale storicamente è nient'altro che riformismo realizzato), mentre il controllo mondiale cozzerebbe senza ombra di dubbio contro gli interessi particolari degli Stati globalizzatori. Ogni borghesia, da che esiste il capitalismo, è sempre legata ad interessi nazionali, quindi locali. Anti-globalizzatori e globalizzatori sono immersi in una contraddizione mortale perché militano entrambi nel campo sbagliato, dovrebbero scambiarsi i ruoli.

Nella confusione fra diritti, interessi e forza, non è strano che quest'ultima finisca per prendere il sopravvento in un'esplosione immediata. L'inaudita violenza di Genova trova così una spiegazione migliore nella dinamica del sistema globale che non nei comportamenti, e soprattutto nelle dichiarazioni, dei protagonisti, in bilico tutti fra diritto e forza in ripetuti confronti locali. Ne scaturiscono anche aneddoti curiosi: gente a cui piacevano un sacco i romantici cortei armati s'è messa a rimbrottare gli sfasciatutto del momento, ricevendone in cambio possenti randellate proletarie; per converso, solitamente miti cristianucci si son dovuti cimentare con la violenza, un po' per non farsi fare a pezzi dai robocop impazziti, un po' perché il già poco realistico precetto dell'altra guancia a Genova era un'astrazione alquanto superata dalla prassi. La febbre sociale mondiale è alta, quindi, anche se non ancora abbastanza per un salto di qualità.

Ideologia di conservazione

Lottare idealisticamente contro la globalizzazione e i suoi effetti, che sono forme specifiche di gestione dello sviluppo della forza produttiva sociale, è reazionario. Neanche il vecchio luddismo, pur essendo ancora una reazione difensiva e di retroguardia dovuta agli effetti dello sviluppo capitalistico, era così arretrato; esso, nonostante tutto, era una genuina espressione di classe e conteneva in sé la forza per il suo proprio superamento verso forme di lotta superiori e universali. Al contrario, il nuovo movimentismo, abbracciando il disagio interclassista, non può soddisfare le istanze di tutte le sue componenti; esso può ottenere il suo massimo risultato non su obiettivi universali ma sulle miserie che al suo interno sono raggiungibili sul piano di un minimo comun denominatore e, all'esterno, attraverso compromessi a catena con il presunto avversario.

Le diatribe sulle forme e gli obiettivi, la pratica stalinista che offre garanzie democratiche e pacifiste ma poi per metà paventa e per metà minaccia le escalation di violenza da parte di gruppi che potrebbero sfuggire al controllo, la corsa alla moralistica ricerca del "colpevole" rispetto alla vetrina rotta o al morto, persino la rivoltante gara alla delazione da parte dei solerti partecipanti "che non c'entrano con la violenza", sono da mettere in conto alla scuola borghese e piccolo-borghese dalla quale i leader di questa poltiglia sociale traggono i loro programmi.

Nessuno può essere indifferente di fronte alle profonde ragioni materiali che spingono in piazza il magma no global, ma nel medesimo tempo occorre capire che questo movimento non è affatto contro le condizioni esistenti e soprattutto non mette in minima discussione i moderni rapporti di produzione, cioè di proprietà. Anzi, nel suo lessico c'è addirittura il richiamo ad un ritorno a quelli antichi, alla salvaguardia di prerogative locali (spesso tribali) già demolite dalla globalizzazione del capitalismo, che non è certo un fenomeno recente e che anzi mette in discussione l'esistenza stessa di questo modo di produzione, come Marx sottolineava nell'articolo Commercio britannico (cfr. il nostro commento sul n. 1 della rivista). Il capitalismo riesce a controllare molto bene il flusso delle operazioni nel ciclo produttivo interno alle fabbriche, ma è impotente di fronte all'anarchia del mercato, specie da quando questo si è totalmente finanziarizzato e internazionalizzato. E' ovvio che senta particolarmente il problema e cerchi di darsi degli organismi in grado di esportare l'efficienza di fabbrica verso il mondo esterno per eliminarne l'anarchia. Ma così facendo genera di continuo forze antagoniste che negano la sua natura privata.

Gli antiglobalizzatori sono estranei a problemi del genere. Ma è solo se si guarda alla dinamica complessiva del Capitale che si riesce a capire dove può portare un movimento sociale, anche se lo si volesse influenzare e portare sulla strada di classe, come dicono alcuni; velleità ben più assurda delle profferte senili di Fidel Castro. Ogni contraddizione sociale prodotta dallo sviluppo della forza produttiva della società provoca reazioni che possono dialetticamente essere rivoluzionarie o conservatrici a seconda della loro dinamica in contesti diversi. Per esempio, la sollevazione dei feudali di fronte al capitalismo erompente che sfociò nella Rivoluzione Francese era prodotta da ragioni materiali rivoluzionarie, ma il movimento in sé stesso, prima che la rivoluzione spazzasse via i vecchi rapporti, era reazionario. Allo stesso modo, le prime manifestazioni di massa della Rivoluzione Russa erano del tutto legate alla vecchia società morente, con tanto di icone, preti, preghiere allo zar e partecipazione di tutte le classi, specie quelle antiche, rovinate dal capitalismo avanzante.

Oggi, in piazza, entrano in agitazione soprattutto gli strati che hanno qualcosa da perdere dalla globalizzazione del capitalismo. Anche il proletariato occidentale ha qualcosa da perdere in confronto a quello dei paesi meno sviluppati, che hanno masse immense in grado di premere su tutti i confini del mondo senza che vi sia sbarramento o legge in grado di fermarle. Ma, in Occidente, persino chi non ha effettivamente nulla da perdere si sente minacciato dalla concorrenza delle masse affamate. Per questa ragione si forma il mostruoso fronte unico ideologico che va dalla Chiesa cattolica a frange del proletariato. Per questa ragione scaturisce, come sempre in simili occasioni, l'antico impulso anarchico di spezzare il connubio di classe con l'azione dimostrativa, esemplare, eclatante. Nell'epoca della televisione questo cocktail è micidiale.

Vi è un metodo infallibile per sapere se un movimento politico odierno è davvero rivoluzionario e anti-sistema come afferma di essere: basta chiedersi a quale rivoluzione si riferiscono i suoi obiettivi, con quale linguaggio essi sono descritti. Alcune componenti del movimento riunitosi a Genova si dichiarano apertamente entro il sistema, riformiste, altre si pongono in alternativa; ma per la quasi totalità non c'è bisogno di leggere tra le righe, è lampante che la parola d'ordine è: liberté, egalité, fraternité, condita con l'inseparabile pace e, soprattutto, democrazia. In più, bestialità delle bestialità, anche democrazia di mercato. L'uniformità è impressionante, un lavaggio del cervello di dimensioni gigantesche, una vera e propria omologazione orwelliana all'ideologia dominante.

I testi della rivoluzione borghese del XVIII secolo, persino le sue canzoni come la Marsigliese, la Carmagnola, il Ça Ira, erano universi avanzati, distruzione di vecchi rapporti, vera intelligenza sociale; al loro confronto i proclami e gli scritti della maggior parte dei sinistri moderni suonano come la più dolciastra delle canzonette. A Genova è sceso quindi in piazza un movimento più arretrato, non diciamo della globalizzazione, che è un processo oggettivamente rivoluzionario al di là delle classi, non diciamo della classe borghese rivoluzionaria di 250 anni fa, illuminista e sovvertitrice, ma addirittura del liberalismo all'acqua di rose dei Mazzini e dei Ledru-Rollin.

Un movimento sociale degno di questo nome non scaturisce, è ovvio, dal nulla, e – come abbiamo già sottolineato - va analizzato sulla base delle sue determinanti materiali. Dal punto di vista politico è qualcosa di diverso dalla massa degli individui che lo formano: esso si definisce dal programma che adotta e dal quale è guidato. Meglio ancora sarebbe rovesciare la questione, poiché non sono i movimenti ad adottare un programma ma sono i programmi a darsi gambe, braccia e cervelli per far "muovere" la società (Marx: il comunismo è un demone, e per liberarsi di lui non c'è altro da fare che assoggettarvisi). Quando c'è scontro fra classi contrapposte non ci sono problemi, l'indirizzo è dato dallo stesso fatto materiale, ma quando classi diverse subiscono una spinta materiale e scendono in piazza insieme, allora è il programma a stabilire quali sono trascinanti e quali sono trascinate, a definire il confine tra l'oggettivo sostegno all'ordine esistente e la sua demolizione, o perlomeno la sua critica positiva. Nevvero, cari "comunisti" trascinati? Eppure il Lenin che citate tanto ve l'ha mostrata la strada, quando addirittura nei soviet, organismi uniclassisti che oggi ce li sognamo, i bolscevichi erano ferocemente critici quando vigeva il programma altrui, diventando propugnatori della parola d'ordine "tutto il potere ai soviet" quando questi furono conquistati dal programma rivoluzionario.

Il movimento no global non ha e non propugna un programma condiviso da tutte le sue componenti, ma basta leggere la gran mole di materiale ideologico che produce per capire quale programma l'abbia conquistato e lo informi. Tutto in esso è plasmato dalla politica consueta, fatta di principii morali, di lotta all'ingiustizia, di rivendicazione dei "diritti fondamentali", di salvaguardia della "persona", ecc. Tutto l'armamentario suddetto, che si presume dedotto dai diritti universali dell'uomo, dovrebbe semplicemente essere rispettato da nuovi governi ad alto contenuto di valori morali, mentre invece quelli esistenti sono permeati di egoismo, sono prevaricatori e calpestatori di diritti altrui.

Manca completamente ogni comprensione del fatto che il Capitale può tollerare l'esistenza soltanto di ciò che permette la sua valorizzazione e che quindi la "politica" degli uomini dev'essere conseguente. Tutti gli organismi statali e sovranazionali possono tutt’al più diventare più efficienti nel loro compito. In un certo senso la coerenza ci sarebbe: in fondo il popolo di Seattle chiede un controllo dei controllori, cioè una globalizzazione più razionale. Qualcuno se ne sta accorgendo e infatti prende le distanze: non siamo contro la globalizzazione, dice, ma contro questa globalizzazione. Lo dice non a caso la Chiesa, organizzazione centralizzata, internazionale e globalizzata come poche.

Ripetiamo, con Marx, che quando una controrivoluzione va fino in fondo non può far altro che preparare le condizioni per una rivoluzione ancor più radicale. Dopo le barricate del 1848 la storia stava già buttando fra il pattume tutto l'armamentario democratico precedente; per far emergere il partito della rivoluzione, doveva spazzare via il partito della politica corrente. Oggi abbiamo bisogno di una pulizia ancor più radicale, di una sconfitta del pattume interclassista e pacifista ancor più profonda e definitiva. A Genova i cortei erano pieni di ragazzi che non possono essere già tutti bacati dalla politica dei padri e dei nonni, avranno occasione di trovare strade migliori perché il futuro non è roseo per milioni e milioni di loro. E sarebbe anche ora di finirla con il piagnisteo sulla disfatta del movimento operaio, sulla sua assenza dalla scena, con le frasi da negromanti sul suo radioso risorgere. Non è sconfitta la rivoluzione, sono sconfitti i rifiuti che l'ultimo tentativo ha prodotto, ed è bene che il movimento operaio non vada a Genova. Lo stalinismo, rappresentante ufficiale di questi rifiuti, sarà pure cadavere, ma le cause materiali della sua esistenza non sono ancora sparite, può risorgere sotto altre sembianze. La sua sconfitta sarà definitiva solo con la comparsa di un movimento rivoluzionario che ne estirpi le radici.

Lebbra dell'illegalismo bastardo

Forse è utile un collegamento col passato per sottolineare quanto sia difficile mettersi in sintonia col futuro. Nel clima surriscaldato precedente le elezioni del 1953, le sinistre bersagliavano la Democrazia Cristiana perché aveva tentato di manipolare la legge elettorale a proprio vantaggio. Era accusata di sfruttare sfacciatamente la vittoria degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale e l'anticomunismo maccartista. Il suo successo in effetti poggiava più sulla politica estera degli Stati Uniti che non sulla sua tradizione storica di partito. Le portaerei americane erano dove sono oggi; la "Celere" picchiava più di oggi, con i moschetti afferrati per la canna, e quando li imbracciava per il verso giusto mirava ad altezza d'uomo perché aveva l'ordine di uccidere. I partiti sedicenti marxisti, legati a filo doppio con il vincitore russo, inscenavano manifestazioni in difesa della democrazia locale violata, incuranti di che cosa fosse in realtà la democrazia nell'URSS. Per tali partiti la colpa di tutte le illibertà italiche andava attribuita al potente alleato del giorno prima, con il quale avevano partecipato al macello mondiale (dopo aver completato il massacro dei comunisti in Russia), elevando a quasi-religione nazionale la loro partigianeria imperialistica. Proprio in base ai "valori della resistenza" minacciavano una sollevazione popolare nel caso si fosse osato manipolare il risultato numerico dei voti (e un saggio l'avevano già offerto dopo l'attentato a Togliatti).

In quell'occasione fu pubblicato, da parte del Partito Comunista Internazionale, l'articolo Lebbra dell'illegalismo bastardo, da cui riproduciamo il passo che segue, notando che la sinistra no global d'oggi, dal punto di vista dell'arretratezza e della mistificazione, è ancora peggio dei togliattiani di allora: "Nelle file proletarie il novantanove per cento delle forze sta coi partiti che si dicono pronti all'elettorato costituzionale, ma non escludono il ricorso alla forza nel caso di 'violata democrazia'. Solo forse l'un per cento sta sul terreno di principio dell'uso della forza e non della legalità per arrivare al potere: questi gruppi non minacciano nulla per due ragioni. Primo: sono molto lontani dal rapporto di forze che faccia pensare di dare fastidio alle portaerei e alla Celere motorizzata. Secondo: se a tale rapporto si fosse vicini, sarebbe da supremi fessi mettersi a minacciare prima di dare addosso.

Noi definiamo come illegalismo bastardo quello che si definisce in tre facce. Programma teorico e agitatorio di democrazia e legalità istituzionale. Predisposizione di gruppi per l'azione armata (fin che ci si vuol credere: in fondo si tratta di rigurgiti dell'illegalismo borghese antifascista, l'illegalismo liberale storico è altra cosa). Periodica minaccia di passaggio dal legalismo all'illegalismo.

Questa minaccia diviene ancora più banale quando, come nelle ultime manifestazioni, essa si riferisce non alla forza del partito ma ad uno spontaneo insorgere del popolo! La rivoluzione per dispetto! Nulla ormai li separa dalla minaccia che quel tale marito fece alla moglie, se ancora lo avesse tradito. Noi non insorgeremo, ma il popolo insorgerà contro di voi, se! I 'se' sono ineffabili uno più dell'altro. Se violerete la vostra costituzione! Se rivelerete coi fatti che la vostra democrazia non è che una porcata! Se aggiogherete la vostra Patria allo Straniero! Se farete la guerra contro lo Stato russo, che non la vuol fare contro di voi, che non la vuol fare contro nessuno, che non vuole che nel vostro paese nessuna classe e nessun partito prendano le armi per buttarvi a gambe per aria!

O la storia segue finalità di patria, di nazione, di razza, o segue finalità di classe. Se a questo si crede, non occorre stupirsi che le classi borghesi di paesi diversi si sorreggano tra loro, e quando il proletariato interno le minaccia, chiamino lo straniero. Peggio che uno straniero di classe, questo non può essere per noi. Quel che frega non è che gli americani siano qui come americani, ma come borghesi. Quel che frega è che sono venti volte più forti dei borghesi locali. E allora che razza di ragionamento è questo: se restate voi soli borghesi italiani, staremo quieti e consentiremo che gli operai siano sfruttati senza assalirvi: appena sarete ventun volte più forti, vi assaliremo?"

Andare oltre al risorgente Sessantotto

Fin dai primi anni '60 era stato utilizzata la frase "contestare il sistema" per definire l'azione di piazza dei giovani occidentali. I vecchi comunisti, e anche gli incalliti stalinisti, sorridevano, essendo abituati a dire "abbattere il sistema". La contestazione divenne normale. I manifestanti furono chiamati "contestatori". Erano gli anni in cui si leggeva Marcuse, il cui celebre saggio concludeva con il concetto di Grande Rifiuto. Masse di uomini sfruttati, perseguitati e schiacciati si ribellavano effettivamente in tutto il mondo. Il filosofo scriveva nel '64: "La loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza. La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola le regole del gioco, e così facendo mostra che il gioco è truccato". Eccessivo, com'è eccessivo tutto ciò che i filosofi adottano per sostenere un'idea. Ma molti giovani si sentivano parte di quel movimento mondiale, che in effetti era il residuo dei rivoluzionari sconvolgimenti dovuti all'agonia del colonialismo. "Volevano" essere rivoluzionari anche loro, nelle cittadelle del capitalismo sviluppato. E venne il '68.

Il "rifiuto del sistema" in realtà non era tale. Il movimento dei giovani non proletari chiedeva diritti all'interno del sistema, anche se coloriva di espressioni truculente il suo linguaggio. Il "marxista" Marcuse aveva dimenticato un assioma fondamentale di Marx: "Una rivolta industriale può essere parziale fin che si vuole, ciò non di meno racchiude un'anima universale; la rivolta politica può essere universale fin che si vuole, ciò non di meno essa cela sotto il suo aspetto più colossale uno spirito angusto". Le rivendicazioni delle classi che si pongono all'interno del sistema sono sempre "politiche", e la loro meschinità si rivela con il fatto che tendono a soddisfare questioni di reddito o, meglio, di redistribuzione del valore, il quale, è bene ricordarlo, è tutto prodotto da una sola classe.

Quindi la contestazione (che vuol dire "con testimonianza") non è affatto rifiuto, è negazione della legittimità di una situazione, cosa che rende implicito il fatto che la si vorrebbe più legittima. Essa pretende, proprio come il movimento riunito a Genova, di entrare nel merito, di avviare un confronto, cioè di infognarsi in una discussione sulla legittimità e sulla giustizia delle scelte altrui. Nessuno pretende che quel movimento sia comunista, ma non sarebbe male che smettessero di chiamarsi comunisti molti di quelli che vi partecipano. Il comunismo si impone come movimento positivo negando i caratteri di questa società, non certo migliorandoli.

Certo, anche il '68 pretendeva di negare questa società, eccome. Non c'era niente di più anti-capitalista e soprattutto anti-imperialista. Ma i suoi bersagli erano gli uomini e i governi, non il capitalismo in sé, dato che c'era un po' di confusione sulle cose da abbattere e soprattutto sulle condizioni storiche necessarie, sull'attrezzatura teorica e organizzativa, sul come viene meno la forza dell'avversario, su quali forze devono necessariamente scendere in campo e su quale programma deve dittare materialmente al di sopra di tutti gli altri. Un programma che è movimento materiale verso il nuovo, non lo strillo di qualche ometto che si trova un megafono in mano e qualche frase fatta nella testa. Anche Lenin aveva avuto qualche problema a far digerire il fatto che, a differenza di quel che pensava il rinnegato Kautsky, l’imperialismo non è una politica degli Stati, è la struttura materiale del capitalismo moderno. Si può cantare "buttiamo a mare le basi americane", ottimo, ma per favore si dia anche qualche modesta indicazione sul come affrontare la Sesta Flotta, i Marines, l'Air Force e tutto il sistema materiale che sta intorno ad essi.

Nel 1924 la Sinistra Comunista "italiana" analizzò le caratteristiche piccolo-borghesi e studentesche del movimento dannunziano. Quasi ogni cosa detta allora può essere ripetuta oggi, tenendo presente che il movimento odierno è più arretrato del '68 e della dannunziana Carta di Carnaro.

"Dobbiamo premettere subito", diceva la Sinistra, "che non ogni critica del capitalismo borghese è socialismo, anche quando ne assuma il nome. I lati criticabili del capitalismo sono tanto evidenti, che esso è stato condannato dai più svariati punti di vista, dando luogo alle più opposte dottrine, molte delle quali sono in antitesi con quella del socialismo moderno classista. Ad esempio, una critica degli orrori prodotti dal regime industriale consisteva nell'invocare il ritorno all'assetto pre-borghese".

Da questo punto di vista riteniamo che le esplosioni sociali verificatesi negli Stati Uniti da Watts a Los Angeles siano state più importanti e significative, abbiano mosso critica radicale al sistema meglio delle manifestazioni no global, anche se qualcuno asserisce che siamo di fronte a un nuovo fenomeno politico mondiale di rivolta e di rifiuto. No, le rivoluzioni, le controrivoluzioni, e anche il '68, ci insegnano che ben altro si deve mettere in moto. Oggi viene usato il termine "disobbedienza civile". Sarebbe democraticamente e pacificamente perfetto, dato che evoca tranquillità e galateo. Lo sarebbe, se non usurpasse però una parola d'ordine del passato, di importanza incomparabile nei fatti più che nel significato immediato: il rifiuto della guerra del Viet Nam da parte dei 50.000 giovani americani che diedero vita ad una formidabile ondata disfattista organizzata e furono incarcerati o costretti ad andare all'estero.

L'attuale movimento no global, variopinto, interclassista e pacifista, consuma energia a vuoto in teatrini senza speranza, piazze "a tema", fantocci, cartelli, creatività diffusa persino nei goffi scimmiottamenti in gommapiuma dell'attrezzatura antisommossa della polizia. Anche buone prove di organizzazione telematica, se sono fini a sé stesse, risultano sterili nel tempo che intercorre tra un'occasione e l'altra, occasione peraltro scelta dall'avversario a suo arbitrio. Si richiamano confusamente i giovani alla necessità del cambiamento, ma li si scarica di fronte alla capacità repressiva dello Stato senza che abbiano la possibilità di valutare questa dissipazione inutile di energia. Li si mette di fronte al fatto che si è innescato un fatto nuovo, l'organizzazione telematica, la mobilità internazionalista, la determinazione alla lotta, ma non gli si permette di afferrare fino in fondo che si tratta di una realtà enormemente più importante di ogni marcia multicolore e di ogni indignazione moralistica contro le "ingiustizie". Una realtà specificamente prodotta proprio dalle necessità di globalizzazione dell'informazione e dei movimenti di capitali contro cui si "contesta".

Tutto ciò mette in evidenza il contrasto fra la potenza organizzativa rappresentata dalla rete di comunicazione moderna e l'impotenza moralista piccolo-borghese del pacifismo, delle chiese missionarie e militanti, che pure fanno un uso massiccio di tali strumenti. La militanza suscitata da categorie prive di significato empirico come il Bene e il Male può riempire le piazze e Internet, ma non cambia una virgola nei rapporti sociali esistenti. Siamo di fronte a un tragico paradosso: la globalizzazione e i suoi mezzi, lo stesso internazionalismo che le non-classi – altrimenti localiste – esprimono in modo intermittente, sarebbero di per sé caratteristico patrimonio proletario. L'esemplare sciopero dei lavoratori della UPS negli Stati Uniti ha dimostrato l'eccellenza di tali mezzi per la lotta, l'universalità del loro utilizzo. Ma non si sono viste per ora pattuglie missionarie ONG, no profit, equo-solidali e agro-protezioniste accorgersi che esistono le classi. Ancor di meno si son viste masse operaie organizzarsi internazionalmente via Internet e varcare i confini per grandi scioperi e scontri.

Qualcuno potrebbe chiedersi se un movimento come quello in questione ha la possibilità o meno di superare nel corso degli eventi la propria natura e i propri obiettivi; se, come dice Marx, ha la possibilità di criticare sé stesso nel corso degli eventi e trascendere a forme e obiettivi più elevati. La risposta oggi è no, un no secco e deciso. La ragione è persino ovvia: ogni movimento sociale interclassista, in una determinata epoca o situazione, riceve l'impronta politica dalla classe che ha maggior peso specifico al suo interno, indipendentemente dal numero dei suoi elementi. Dalla classe, cioè, che ha maggior interesse nel difendere le condizioni raggiunte o a volerne stabilire di nuove. Anche questo fatto non è nuovo: nella Rivoluzione Francese, la classe che stava per prendere il potere aveva come alleati il proletariato, la piccola borghesia e il variegato popolo minuto urbano, rovinato dalla crisi. Furono tutte queste forze a combattere, sul campo i borghesi quasi non c'erano. Nell'Ottobre russo il proletariato era una piccola minoranza della popolazione e quello specificamente comunista numericamente inferiore anche alle forze rivoluzionarie antizariste, ma rappresentò la parte decisiva. Perciò, per quanto ogni tensione sociale sia importante per i comunisti, l'unica situazione che essi ritengono fondamentale rispetto al fine che perseguono è quella in cui la classe proletaria dà la sua impronta e trascina gli avvenimenti verso obiettivi incompatibili con quelli di tutte le altre classi e non-classi. E' a questa prova che si vedono i militanti della rivoluzione.

Affinché si polarizzino le spinte sociali occorre una situazione molto diversa da quella di oggi. Solo allora anche movimenti confusi, contraddittori e non prettamente classisti possono indirizzarsi verso la rottura dell'ordine esistente; ma oggi sono assenti troppi fra i fattori che permetterebbero di definire polarizzata la situazione sociale, anche se localmente esplodono episodi imponenti come quelli di Genova.

In primo luogo non esiste una organizzazione di classe, né dal punto di vista degli interessi immediati, né da quello degli interessi finali. Proprio per questo il movimento contestatario generico non è stato in grado di superare, in più di trent'anni, le sue contraddizioni. I suoi risultati sono identici alle sue premesse, nulla è cambiato. Esso è condannato non solo al gioco della manifestazione e contro-manifestazione, ma, proprio come hanno notato ormai in molti, a farsi trascinare in ridicole discussioni sulle zone gialle o rosse, bolsamente inorgogliti dal contatto con il potente avversario, come se non si fosse ad una farsa ma ad una replica del tragico trattato di Brest-Litovsk; e a finire, specie col senno di poi, in diatribe sui buoni e cattivi, sulle pretese che la polizia non sia una polizia, a lamentarsi perché fa male ricevere manganellate e proiettili.

Triviali partigianerie

A fianco di questa politica interclassista nasce, come da copione, un altrettanto interclassista schieramento partigianesco. La mobilitazione di Genova era preventivamente indirizzata anche contro la frazione "di destra" della borghesia italiana e quindi oggettivamente a sostegno di quella "di sinistra". Ora che i destri sono al governo, gli strascichi genovesi sono stati utilizzati dalle due frazioni in modo diretto, e varie componenti del movimento si sono prestate alla lotta fra borghesi. Echi internazionali l'hanno amplificata, e persino la Turchia ne ha approfittato, protestando contro il pestaggio di suoi cittadini, vendicandosi così delle remore al suo ingresso nell'Unione Europea per via dei "diritti civili". In questo modo anche l'unico elemento positivo, l'esuberante rabbia giovanile, finisce per essere convogliata e utilizzata nella lurida politica corrente.

Mancava poco che partecipassero alle manifestazioni di Genova anche i DS, quelli che hanno preparato il G8 dopo gli ultra-pubblicizzati pellegrinaggi americani dei loro dirigenti. Nell'atmosfera frontista anti-berlusconiana quasi tutti hanno dimenticato che, se i sinistri fossero stati al governo, avrebbero probabilmente picchiato ancora più sodo. E' infatti noto l'odio poliziesco degli ex stalinisti verso tutto ciò che è "più a sinistra" di loro. Il vecchio governo Berlusconi fu fatto cadere con piazzate "antifasciste" dove vi fu un largo utilizzo dei sindacati con il pretesto dei tagli al sistema pensionistico; ma poi fu di sinistra il governo realizzatore delle "stangate" a raffica e del taglio drastico sulla previdenza.

Quello attuale di destra è bell’e impacchettato su due fronti. Il fronte dell'industria che conta l'ha già ridotto al rispetto delle buone famiglie – ex nemiche – dell'italico padronato e delle sue scalate economiche, l'ha già convertito ad un super-atlantismo che neppure l'odiata DC se lo sognava, l'ha già fatto diventare globalista e internazionalista, alla faccia dei localismi bossiani e dei nazionalismi fineschi. Il fronte parlamentare gli ha già dato un saggio con l'ultimatum di Violante: attenti a non sgarrare o ricorreremo alla piazza. Berlusconi ha fatto subito sapere che la piazza la riempirà il suo partito. Per ogni evenienza, dall'altra parte c'è in riserva l'artiglieria pesante sindacale: il gentile Cofferati – che piacerebbe tanto a Scalfari e alla buona borghesia liberale come capo dei DS – ha perso l'abituale aplomb e ha fatto sapere che la CGIL è disponibile. Anche contro coloro che nel suo stesso partito "hanno rimosso i fondamentali del riformismo, facendone una lettura caricaturale". Guerra tra frazioni ed entro le frazioni. Non manca l'appoggio di bande partigiane.

Governo e borghesia italici non sono comunque interlocutori autonomi, né nei giochi interni, né sul fronte dei grandi della Terra che si son dati il nome di G8. L'Italia è una specie di pontile, meglio, una portaerei fissa gettata sul Mediterraneo fra Atlantico, Africa, Europa e Medio Oriente, e la sua posizione strategica è troppo importante per essere lasciata alla gestione di un governo locale, che abbia cioè una sua politica interna e soprattutto estera. L'Italia, paese mediterraneo, ha perso la guerra e perciò deve paradossalmente far parte dello schieramento Nord Atlantico, voluto dai vincitori per controllare l'Europa. Ma economicamente fa parte di quest'ultima, che sta faticosamente cercando di emanciparsi dalla potenza del dollaro senza riuscire ad essere una vera federazione. L'importanza strategica dell'Italia non è quindi solo militare, è anche dovuta alla funzione economica e politica che può svolgere in Europa. Non è un mistero per nessuno che ogni tentativo di varare una politica estera indipendente rispetto agli Stati Uniti è finito male per i governanti italiani (Craxi e il PSI con Sigonella, Andreotti e la DC con l'apertura "araba"). Bande partigiane interne, per forza nazione partigiana del potente imperialismo americano.

A Genova erano attivi tutti i servizi segreti, tutti gli uffici della diplomazia occulta e tutti gli addetti ai vari traffici dei paesi partecipanti al G8. Al di là di dietrologie inutili, è certo che ad ogni summit costoro lavorano ben più dei capi di stato, buoni tutt'al più per accontentare gli operatori della televisione e i fotografi. Tutte le volte che ci scappa il morto, da Kennedy a Carlo Giuliani, in contesti dove sono sul tappeto enormi interessi convergenti, giova ripetere che è da idioti cercare la "colpa" nell'individuo che aveva il dito sul grilletto in quel momento.

Quello che è successo a Genova e dopo non è dovuto né al Black bloc, né a qualche poliziotto fuori di testa, né al governo né all'opposizione; tutte queste componenti sono state – e continuano ad essere – ingranaggi di un meccanismo complesso in funzione fin dal '45 (e anche prima), cioè da quando in Italia si è incominciato a fingere che ci fossero governi, partiti, sindacati e giornali "indipendenti" o comunque "nazionali". A Genova sembravano protagonisti il popolo di Seattle e la polizia, ma qui non siamo in America: i protagonisti veri non si vedevano, si vedeva unicamente lo sfondo su cui essi agivano, non solo quel giorno, bensì da più di mezzo secolo.

Scriveva il Partito Comunista Internazionale a proposito della neutralità italiana: "Essendo lo Stato italiano oggi non un soggetto, ma un oggetto del problema, la tesi politica della neutralità – che non è mai stata una tesi proletaria – non si pone nemmeno come tesi nazionale [...] Per la soluzione di così ardente problema non contano nulla i pareri e i voti del parlamento italiano e nemmeno le azioni nella piazza secondo ruffianesche regie" ("Neutralità", Prometeo, 1949).

Considerazioni sul campo

L'abbondanza di episodi gratuitamente brutali, anche a freddo, sotto le telecamere di tutto il mondo, dimostra qualche vuoto di professionalità poliziesca. Una certa dose di italico individualismo creativo non è mancata, compresi i kit antisommossa personalizzati. I poliziotti, al solito "motivati" da una selezione e preparazione classista, si sono scatenati; i carabinieri, che dovrebbero essere abituati ad affrontare la piazza con metodo militare, sembravano poliziotti; i finanzieri, evidentemente poco esperti, si sono gettati nella mischia copiando.

A parte il tocco artistico, se finora è stata controllata la politica italiana, non lo è stata da meno la piazza genovese. L'esperienza delle manifestazioni precedenti è stata messa a frutto a Genova non certo per sola iniziativa delle polizie nostrane, i cui difetti di incomunicabilità sono noti. Comunque sia, i comportamenti specifici dicono abbastanza poco, a parte lo spettacolo mediatico. Era ufficiale la presenza attiva di consiglieri della CIA e dell'FBI, perciò, a differenza che nel passato, le tre polizie nostrane hanno tenuto la piazza con un piano militare semplice ed efficiente, anche se adesso i responsabili, di fronte agli inquirenti, si giustificano dicendo che non erano preparati alla guerriglia e che sono stati mandati allo sbaraglio.

Figuriamoci. A Seattle c'erano 10.000 fra poliziotti e uomini della guardia nazionale e 50.000 manifestanti, un rapporto di 1 a 5; a Göteborg 8.000 poliziotti per 25.000 manifestanti, un rapporto di 1 a 3; a Genova 18.000 poliziotti per 250.000 manifestanti, un rapporto di 1 a 14: con forze relativamente limitate rispetto alla situazione da controllare, i poliziotti nostrani hanno tutto sommato raggiunto gli obiettivi immediati che si prefiggevano i loro comandi. Tramite espedienti elementari e l'utilizzo della topografia particolare della città sono riusciti ad evitare la formazione di masse d'urto incontrollabili. Ciò che i media non potevano mostrare è stato probabilmente più significativo di tutto il folclore fotogenico dei pestaggi e degli incendi: i percorsi obbligati predisposti da giorni con i container e modificati a sorpresa la notte prima delle manifestazioni; le strette vie di fuga presidiabili con forze limitate; la pressione anche psicologica ottenuta con l'avanzata di falangi impenetrabili, a volte disposte teatralmente a testuggine; le evidenti trappole mobili che si muovevano lentamente per attirare i "violenti" fuori dalla massa; l'utilizzo di gas a distanza in quantità industriale, lanciati anche dagli elicotteri e dai natanti che pattugliavano la costa; i repentini e violentissimi attacchi per disperdere le grosse concentrazioni ed evitare così che fossero utilizzate come rifugio dai gruppi più attivi; l'utilizzo di piccole unità di blindati e furgoni protetti per far consumare inutilmente le "munizioni" ai manifestanti; il ponderato disinteresse nei confronti di pochi smasher che avrebbero richiesto forze sproporzionate per evitare danni tutto sommato ben sfruttabili propagandisticamente.

A questo proposito è bene precisare che gli infiltrati e i provocatori ci sono sempre stati, ma la delatoria isteria di massa contro l'archetipo Black bloc scatenata su Internet è una novità interessante. Sembrerebbe il risultato di un riuscito lavaggio dei cervelli serviziosegretista, se non sapessimo che la maggior parte degli pseudorivoluzionari nostrani è abbastanza corrotta dal demopacifismo da prestarsi con bovina spontaneità.

Naturalmente, criticando dal punto di vista di un anticapitalismo senza compromessi il comportamento e il programma sia degli effettivi arruolati nell'esercito no global che dei sinistri rimorchiati per l'occasione, sappiamo bene che fra tutti i sei miliardi di abitanti del pianeta ce ne sono ben pochi d'accordo con noi. Ma sappiamo che ogni rivoluzione agisce sull'andamento materiale delle cose indipendentemente da ciò che ne pensa ogni individuo. Il metodo marxista ci mette in grado di vedere in anticipo le potenzialità rivoluzionarie di ogni movimento, se ci sono, e le valutazioni al riguardo non possono che basarsi sulla reale demolizione dei rapporti presenti da parte delle forze che entrano in lotta.

Il movimento di cui stiamo trattando non ha queste potenzialità. Non trascende sé stesso, anzi, si cristallizza, si professionalizza, si organizza dietro squallidissimi capi per la sua propria sopravvivenza, fino al prossimo convegno globalizzatore, fino alle prossime trattative sulle zone gialle o rosse, fino alla prossima collaborazione con lo Stato, cui vengono consegnati filmati, fotografie, testimonianze, attraverso i tribunali cui le strutture del movimento si sono appellate. E anche questo risibile ricorso a uno dei peggiori strumenti borghesi è significativo. Così il movimento stesso diventa parte integrante dell'apparato capitalistico, agisce soltanto quando c'è la sicurezza di una controparte altrettanto spettacolare, fa leva sulla diffusione telematica dell'informazione, stravolgendo in modo volgare, democratico, pettegolo, piagnone, quello che potenzialmente è un mezzo straordinario d'organizzazione rivoluzionaria.

Omologazione

Questa è la società della mercificazione massima. Le grandi organizzazioni internazionali, IMF, WTO, World Bank, G8, EU, ecc. hanno estremo bisogno di presenza, immagine, pubblicità e audience come una qualsiasi azienda sul mercato, per via dei giganteschi fondi sociali che assorbono, plusvalore che i proletari producono sudando e che i governi devono ripartire nella società. Questi organismi potrebbero benissimo, razionalmente, fare i loro convegni tramite teleconferenze, da luoghi appartati, lussuosi quanto vogliono e lontani tra di loro, senza fisicamente radunare migliaia di uomini tra partecipanti, famiglie, guardie del corpo, giornalisti ed eserciti di sbirri. Senza sollecitare morbosamente la piazza. E quindi risparmiando sui budget degli Stati. Ma non possono, così come non può essere venduto un qualunque dentifricio senza la pubblicità, perché sono parte integrante di tutto il sistema che li ha prodotti. Perciò, mentre per una teleconferenza, tecnicamente più razionale, non si muoverebbe un pennivendolo, per un convegno in località amene e facilmente raggiungibili dai "popoli" contestatori, si muovono eserciti di giornalisti, con audience mondiale assicurata. Non è azzardato prevedere che presto, molto presto, i rappresentanti del popolo contestatore saranno cooptati al massimo livello mondiale: non è possibile lasciare il governo del mondo a pochi organismi avulsi dal contesto sociale. Parola di Prodi, Ruggiero e, nientemeno, di Kissinger. L'America non può governare da sola un mondo troppo complicato. I potenziali candidati stanno già sgomitando per essere nel mazzo. Come una nuova ondata di sessantottini. Come già avevamo notato in passato: tutti i salmi attivistici finiscono nella gloria elettorale. E, a conferma, ognuno può divertirsi a scovare nomi di ex extraparlamentari in ogni parlamento, anche tra gli attuali capi di stato.

Siamo dissacranti? Siamo cinici? L'importante, in guerra, è non fare mai favori all'avversario. Nel '68 l'immaginazione doveva andare al potere invece della classe rivoluzionaria e si è visto com'è andata a finire: invece di immaginazione abbiamo infinite squallide repliche di luoghi comuni. Oggi, aggregati come il Genoa Social Forum, Lilliput, Tute bianche, Attac ecc. non se lo sognano neanche più di parlare di potere e corrono dietro alle decisioni degli uffici di pubbliche relazioni dei grandi organismi internazionali. Eppure attirano anche parte di quel milieu "comunista" che, almeno a parole, propugna truculente prese del potere. Così l'Economist, organo del capitalismo mondiale, dopo Göteborg poteva scrivere un articolo intitolato: Più pomodori, per favore. Sottotitolo: Perché i manifestanti fanno il gioco del capitalismo globale (23 giugno). Gli organismi internazionali, compreso il G8 che organismo non è, hanno bisogno delle manifestazioni, devono assolutamente cooptare il movimento – parte nello spettacolo di piazza e parte al tavolo con i "grandi" – per poter diventare ciò che non sono ancora, un supergoverno mondializzato, un esecutivo blindato con l'ONU a far da parlamento. Non è bello farsi prendere per il culo a questo modo, ma tant'è.

Dialettico maturare del piano mondiale

Con la vittoria del pragmatismo filosofico borghese oggi è di moda definirsi concreti, realisti, pratici. Così la borghesia – che se ne frega di essere filosofa – risulta essere l'unica classe che adopera la scienza, non solo per la produzione. E i presunti avversari della borghesia, per essere immediatamente pratici, rinunciano all'utilizzo di quella base teorica che sarebbe in grado di dare risultati nel tempo proprio sul piano del realismo, della concretezza e della praticità. Nessuna agitazione legata all'idea, quindi fine a sé stessa, può essere lavoro pratico per la rivoluzione. Nel primo capitolo dell'Ideologia tedesca Marx ed Engels demoliscono "realisticamente" la concezione filosofica della società fino a quel momento imperante, e scavano a fondo sulle origini materiali del divenire sociale, fatto non di pensiero ma di industria, macchine a vapore, telai automatici, sfruttamento, ferrovie, telegrafo, classi differenziate. Noi dobbiamo chiederci, altrettanto realisticamente, di che cosa sia fatto oggi il divenire sociale, che cos'è che muove la cosiddetta globalizzazione e i suoi oppositori, che cosa faccia marciare questi ultimi, spesso rappresentanti di opposte tendenze politiche, contraddittoriamente, confusamente, spesso ipocritamente, sotto la stessa bandiera.

Questo realismo scientifico, basato sulle leggi dello sviluppo sociale e della metamorfosi storica, porta Marx ed Engels a precisare, nel Manifesto, che i comunisti "sostengono ovunque tutti i movimenti rivoluzionari contro le situazioni sociali e politiche presenti", e che in questi movimenti essi "sollevano la questione della proprietà, qualunque sia il grado di sviluppo che questa ha potuto raggiungere". Nel 1848 sollevare il problema della proprietà significava, da parte comunista, appoggiare la sua completa emancipazione dalle vecchie forme sociali, quindi appoggiare i movimenti democratici in tutti i paesi, soprattutto in una Germania che era alla vigilia della rivoluzione borghese.

Da che cosa può emanciparsi ulteriormente, oggi, la proprietà capitalistica? La rivoluzione borghese è compiuta da tempo in tutti i paesi del mondo. La proprietà è in tutto il mondo pienamente capitalistica e anche se vi sono aree immense di miseria esse non corrispondono nel modo più assoluto al persistere di vecchi modi di produzione. La cosiddetta globalizzazione non è altro che il prendere atto, da parte del Capitale, che il movimento storico dell'affermarsi della proprietà capitalistica è compiuto per sempre. E’ il frutto della necessità, dialetticamente rivoluzionaria, di un controllo mondiale per la produzione e la distribuzione, controllo che si va estendendo dalla singola industria multinazionale all'insieme del mondo.

Ogni cosiddetta multinazionale è in grado di intervenire localmente e di influenzare anche l'economia e il governo di un paese, come facevano un tempo le varie compagnie delle Indie, ma, per quanto grande e ramificata nel mondo, non è in grado di modificare il caotico muoversi dei capitali sui mercati internazionali, che sono di massa e potenza complessiva immensamente superiore alle sue risorse. La globalizzazione si ritorce contro i singoli capitali, compresi quelli delle multinazionali, che vengono tendenzialmente disciplinati ad interessi superiori, globali, appunto. Ciò vale a maggior ragione per ogni paese preso a sé. Che, già asservito alle esigenze dei mercati, perde così ogni indipendenza economica e, con essa, ogni autonomia politica. Si prospetta insomma un tentativo di piano mondiale. Questo tipo di fenomeno, che anticipa in negativo ciò che sarà compito della rivoluzione futura realizzare in positivo, non è per nulla sconosciuto al marxismo. Le opere di Marx e di Engels sono costellate di esempi sulle potenzialità anticipate ma negate; Lenin noterà: il capitalismo moderno è un involucro che non corrisponde più al suo contenuto.

Se questa non è la frase vuota di un pazzo, significa che il contenuto, tolto l'involucro soffocante, può già vivere di vita propria. All'interno degli Stati la rivoluzione ha lavorato per decenni a consolidare parlamenti democratici, non certo per tramandarli alla società futura; essi erano l'ambiente in cui si selezionavano forze per la costituzione di forti esecutivi in grado di prendere decisioni rapide. Da Luigi Bonaparte in poi, gli esecuitivi si sono innalzati sui parlamenti rendendoli inutili serbatoi di chiacchiere.

Il fascismo li aveva spazzati via dimostrando che la democrazia, formale e ideologica, non aveva più senso storico, anche se la borghesia continua a ricorrervi come buon tessuto per il proverbiale involucro. Non è un caso che fra le due guerre mondiali ad un certo punto tutto il mondo fosse sotto il governo di esecutivi forti, in grado di controllare l'economia secondo piani centrali più o meno totalitari. Il mondo intero, non un esperimento isolato.

Oggi il dibattito sulla globalizzazione è un effetto della necessità urgente di controllare il capitalismo mondiale, e i tentativi di giungere a schemi pratici d'intervento non sono affatto uno scherzo. Naturalmente i paesi più forti tendono a tenere le redini, ma è marxisticamente dimostrabile che i paesi deboli traggono più vantaggio da questo controllo che da una situazione incontrollata. Persino gli Stati Uniti hanno bisogno di controllo, ma non c'è chi possa effettuarlo. Oggi sembra che tutto dipenda da Greenspan e dalla Federal Reserve, la banca centrale americana. Ma sarebbe ridicolo pensare che i capitali internazionali siano mossi da un uomo. Non è possibile, nemmeno dall'ufficio più potente del mondo. In realtà sono i capitali internazionali che muovono Greeenspan e il suo staff. Ebbene, quei capitali si muoverebbero molto meglio se l'ufficio di Greenspan non fosse nella Federal reserve ma in un contesto internazionale. Questo contesto non c'è. Ma proviamo a immaginare che ci sia, che sia controllato, ovviamente, dagli Stati Uniti (che sono l'unica potenza in grado di farlo) e che abbia un potere d'intervento, da solo, pari a quello di tutti gli sparsi organismi. E' quello che vorrebbero raggiungere i Grandi della Terra quando si riuniscono senza concludere nulla per via delle spinte nazionali che ognuno rappresenta. Sarebbero da licenziare tutti, per boicottaggio contro la globalizzazione, ma nessuno è più in alto di loro per farlo.

Ora immaginiamo invece che l'involucro vada al diavolo e che il contenuto esploda in tutta la potenza liberata dell'energia sociale. Potrebbero andare in pensione per sempre gli esecutivi nazionali e sarebbe possibile un nuovo organismo tecnico per mettere un po' d'ordine nel mondo ex capitalistico. Possibile, perché già nei fatti. Non un "governo" mondiale, ma un ente coordinatore, espresso da una rete organica di relazioni nuove, che indirizzano l'energia sociale verso una distribuzione più razionale sull'intero pianeta. Nel movimento attuale, di globalizzazione e anti-globalizzazione, ciò che si deve vedere è il lavorìo della società per giungere comunque ad un risultato del genere, perché il Capitale, principale fabbricatore di armi puntate contro sé stesso, di questo risultato ha bisogno nonostante l'ottusità delle borghesie nazionali e dei loro governi. Cause ed effetti si mescolano in una dinamica che produce già contraddizioni sociali gravi, come dimostrano tutte le Seattle che ci sono state e ci saranno ancora.

LETTURE CONSIGLIATE

 

Una selezione di documenti significativi  fra quelli ricevuti e link sui fatti di Genova è disponibile su questo sito.

Più accumulazione, minor numero di borghesi. Più accumulazione, maggior numero di operai, ancor maggior numero di proletari semioccupati e disoccupati, e di peso morto di sovrappopolazione senza risorse. Più accumulazione, più ricchezza borghese, più miseria proletaria.

Il falso marxismo si compendia nella tesi che il lavoratore può conquistare posizioni utili: a) nello Stato politico con la democrazia liberale; b) nella azienda economica con aumenti di salari e rivendicazioni sindacali. E ciò parallelamente al crescere dell'accumulazione del capitale. Il falso marxismo corteggia la dottrina che l'aumentata produzione è aumento di ricchezza sociale ripartita tra "tutti". Ha tradito totalmente la legge basilare del marxismo.

Sorge da questa chiarificazione, da una parte, lo studio economico teorico della modernissima accumulazione, dall'altra una conclusione sulla strategia della lotta di classe. Abbiamo pertanto coi dati della storia di essa impreso a mostrare questo: al centro del falso marxismo e al vertice del tradimento sta la teoria della "offensiva" padronale borghese capitalistica, sia essa dipinta nel campo dello Stato o della azienda, e la sua sporca figlia, la pratica del "blocco" e del "fronte unico".

Partito Comunista Internazionale, 1949


Coolegamenti Wobbly 2002

PAINT IT BLACK

Blocchi Neri, Tute Bianche e Zapatisti nel movimento antiglobalizazione

di Claudio Albertani

 

…s’è accesa, a poco a poco, una nuova epoca d’incendi, di cui nessuno di coloro i quali vivono ora vedrà la fine: l’obbedienza è morta

Guy Debord

 

Più di mezzo secolo fa, George Orwell scrisse che una società perviene ad essere totalitaria quando le sue strutture diventano palesemente artificiali, cioè quando la classe dominante riesce a sostenersi unicamente grazie alla forza e all’inganno. Una tale società non può permettersi di essere tollerante, né può autorizzare un resoconto veridico di ciò che accade.

Oggi il Grande Fratello è al governo ovunque e combattere le sue menzogne risulta più difficile che ai tempi di Orwell. Lo si è visto in occasione delle manifestazioni contro il vertice dei potenti, tenuto a Genova a fine luglio 2001.

Ci è parso utile, per ristabilire la verità, provare a ricomporre frammenti di quel resoconto, come strumenti da mettere a disposizione di chiunque intenda liberamente avvalersene.

In quei giorni erano all’opera un numero impressionante - forse centomila - fra microfoni, macchine fotografiche, cineprese e videocamere, la qual cosa, se da un lato ha attizzato la curiosità malevola dei pubblici ministeri, dall’altro ha reso più facili la memoria e il ripensamento critico.

Inoltre, grazie alla creazione di Radio Gap e al suo sito Internet (www.radiogap.net/it), l’informazione è circolata in tempo reale ed ha potuto essere seguita in più lingue da qualsiasi parte del mondo. 

Ci siamo dunque avvalsi di questo materiale e delle testimonianze che coloro i quali sono stati a Genova hanno, in prima persona registrato.

In un’epoca che pare avere perduto ogni certezza, è molto difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi di questo movimento, ma di sicuro, per molto tempo non potremo percorrere la via accidentata della liberazione umana, senza ricordarci di Genova.

 

1. Genova: un esercizio di democrazia totalitaria

 

 La tradizione degli oppressi ci insegna che lo "stato d'eccezione" in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo. Allora ci starà davanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d'eccezione...

W. Benjamin

 

Questo è il sale della democrazia. Tutti i cittadini hanno uguali diritti, uguali doveri, uguali manganellate

lista movimento@ecn.org del 31.7.01

 

In preparazione del vertice, la città venne smontata e ricomposta in base a criteri che aggiornavano l’urbanistica controinsurrezionale del barone Haussmann, l’architetto che, dopo la rivoluzione del 1848 aveva demolito interi quartieri di Parigi per prevenire la costruzione di barricate e consentire i movimenti dell’artiglieria.

In bilico fra l’ostentazione del proprio potere e la consapevolezza di una crescente impopolarità, i signori governanti avevano stabilito di asserragliarsi nella «zona rossa». L’accesso rimase consentito solo a residenti – invitati in ogni modo a prendersi una piccola vacanza e diffidati comunque a non stendere antiestetiche mutande (?!) nelle vie proibite - portaborse, funzionari, giornalisti accreditati di un «passaporto interno».

Intorno, a dividere in due la città, ventimila tra poliziotti, finanzieri e carabinieri, tremila militari, paracadutisti, guardie carcerarie, marines, avieri, incursori, sommozzatori, e specialisti della guerra batteriologica, nucleare e chimica.

Nel contempo la temperatura politica veniva alzata artificialmente grazie a un maldestro remake della strategia della tensione: lettere-bomba, piccoli attentati, falsi allarme. Una mossa prevedibile. In Italia, ogniqualvolta appare un movimento di protesta, i corpi separati dello stato rimestano nel torbido.

Il 19 luglio, Genova aveva ormai assunto l’aspetto kafkiano di una città blindata e semiabbandonata: chiuse le stazioni ferroviarie, chiusi il porto e l’aeroporto, chiusa la strada sopraelevata lungo il mare come pure il principale accesso autostradale, chiusi gli accessi alle spiagge, chiusi i posti di lavoro, sospesi i matrimoni, le operazioni chirurgiche, i funerali, capillare ed ossessivo il controllo sul territorio e lo sfoggio di potenza militare. Nemmeno ai tempi dell’occupazione nazista o durante la grande sollevazione del luglio 1960, si era giunti a tanto.

Quel giorno, nel corso di una pacifica manifestazione per la tutela dei migranti (quelli residenti a Genova poco presenti in piazza, per via delle minacce recapitate dalla polizia, casa per casa, nelle settimane precedenti), ciò che si poté  constatare fu l’incompatibilità della libera circolazione di tutti, e non solo dei clandestini, con la sicurezza dei governanti. Nell’ansia di difendersi dalle migliaia di assedianti giunti dai cinque continenti, e per verificare l’efficacia di nuovi dispositivi di dominio, essi avevano sospeso per decreto la rassicurante cappa della normalità sociale.

La città era a tal punto intasata da reti metalliche barriere, percorsi obbligati e labirinti ossessionanti, che il suo attraversamento a piedi da Ovest a Est – d’abitudine una bella passeggiata per il centro storico più grande d’Europa - avrebbe richiesto un percorso di varie ore attraverso i monti !

Il 20 luglio, quando tra calici di vino e linguine al pesto (rigorosamente senz’aglio, per compiacere le idiosincrasie alimentari del satrapo Berlusconi) l’élite globale - il senato virtuale del mondo, secondo la definizione di Noam Chomsky - si fu riunita infine a Palazzo Ducale per ragionare amabilmente del destino dell’umanità, poco lontano, al di là delle barriere protettive, una parte di quell’umanità decise di riprendere in mano il proprio destino.

La reazione non si fece attendere. Il cielo fu solcato da assordanti elicotteri da combattimento da cui - come nel film Apocalypse Now – si affacciavano, minacciose, le sagome dei gorilla di stato armati fino ai denti. Più sotto, squadracce di poliziotti e carabinieri sfogavano i loro istinti sadici contro manifestanti inermi e seminudi, arretrando di fronte ai Black Blocs i quali, altrove, colpivano con efficacia carceri, banche, commissariati e supermercati.

La sera del 21 gli sbirri, ansiosi di scrollare dai manganelli la polvere di troppi anni di quiete sociale, devastavano due scuole dove si trovavano centinaia di manifestanti. In una di esse, aveva sede il centro multimediale del movimento.

Gli arrestati, per la maggior parte sorpresi nel sonno, vennero massacrati al canto di Faccetta nera, la vecchia canzone fascista. Le violenze continuarono negli ospedali, nelle caserme, nelle carceri, scandite da slogan inequivocabili «Un, due, tre, evviva Pinochet, / quattro, cinque, sei, diamo fuoco agli ebrei, / sette, otto, nove, il negretto non commuove».

Più ancora di questo misero folklore, se vi è un elemento nella condotta del governo italiano che davvero richiama il fascismo, è l’inquietante modo di dare la caccia ai manifestanti, non già perché facessero qualcosa di proibito o si astenessero da qualcosa di obbligatorio (non ci furono né intimazioni di sgombero, né ordini di scioglimento; la polizia, semplicemente, assalì il corteo), ma, come dei nuovi ebrei, per la semplice colpa di esistere.

Il bilancio fu di proporzioni belliche: più di 300 arresti, 600 feriti, decine di teste fracassate, braccia e gambe spezzate, un numero imprecisato di torturati in caserma, forse qualche desaparecido, e l’odore acre del sangue di un morto sull’asfalto ardente.

Fu un esperimento di controguerriglia freddamente pianificato nelle alte sfere dell’élite mondiale o, semplicemente, una bravata del centrodestra nazionale ansioso di consumare sui «rossi» la vendetta per la cacciata di quarantun anni prima?

La tempestiva proposta tedesca di creare una forza europea antisommossa, l’insistenza che si leva da ogni parte per la creazione di un'anagrafe internazionale dei sovversivi, farebbero propendere per la prima ipotesi, però la questione rimane aperta.

A Genova si trovava riassunto il peggio di due anni di repressioni globali: le torture e i canti nazisti a Praga e a Napoli, la rete metallica a Quebec, il blocco delle vie di fuga ancora a Napoli, l’assalto alle scuole concesse al movimento e i colpi di pistola ad altezza d’uomo a Goeteborg.

Mentre Berlusconi non arrossiva proclamando: «Il G8 ha lavorato bene e, per la prima volta, si è aperto alla società civile», da parte sua, il fiammeggiante vice primo ministro, Gianfranco Fini, avvertiva: «il nostro è uno stato democratico dove nessuno ha il diritto di pensare che vi siano soppressioni di libertà».

Il messaggio è chiaro: il nostro è il migliore dei mondi possibili, nessuno si azzardi a sollevare obiezioni. E, giustamente, il ruolo di polizia del pensiero, i neofascisti al governo – eredi proprio di chi il vocabolo «totalitarismo» lo inventò – lo reclamano per sé.

 

2. Elogio del provocatore

 

Carlo Giuliani non era "vestito di nero". Non era un anarchico insurrezionalista. Non era uno squatter. Non era un punkabbestia. Era solo un ragazzo arrabbiato contro questo mondo, che si è difeso uccidendolo. Non era uno dei pochi, era uno dei tanti

Genova: pochi o molti? Comunicato firmato Alcuni anarchici 24.7.01

 

Mentre le polizie ed i governi del mondo - in special modo quello italiano – riesumavano il logoro fantasma dell’anarchico bombarolo, stampa e televisione scoprirono un nuovo filone su cui campare: il misterioso Black Bloc, ultimo antieroe della guerra sociale.

Poiché la verità non si annovera tra le aspirazioni dei giornalisti, un elenco delle loro menzogne risulterebbe lungo e tedioso. Con modeste varianti, il ritornello è questo: da Seattle in poi, gruppi di manifestanti buoni protestano in maniera civile contro la globalizzazione neoliberale. Organizzano seminari, gruppi di studio, incontri. Hanno delle proposte. Vorrebbero essere ascoltati. E magari lo sarebbero anche se alcuni parassiti non ne approfittassero per compiere atti di vandalismo sconsiderato.

Il loro nome è Black Bloc, vestono di nero e, come ninja, appaiono e scompaiono con grande rapidità. Silenziosi e misteriosi, vengono da lontano: Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Paesi Baschi (e qui si evocava il fantasma di ETA…), Grecia, Europa Orientale.

C’erano tutti gli elementi per costruire il mostro: il cattivo anarchico non è, di preferenza, un prodotto nostrano. Un’idea questa, del male in genere e dell’anarchico in particolare, di chiaro stampo statunitense: il nazionalismo nordamericano contemporaneo si forma, fra l’altro, intorno alla campagna contro i sovversivi stranieri.

«Zanzare agili e veloci, prive di consenso, che rappresentano una disgrazia per tutti» – li definirà la Tuta Bianca Marco Beltrami, portavoce del «Laboratorio del Nord-Ovest», dimenticando che, prima di Genova, in un’intervista con un esponente dei BB americani, la rivista Carta, vicina al suo gruppo, aveva addirittura manifestato un interesse a diventarne l’interlocutore privilegiato in Italia.

Inoltre, in giugno, a Goeteborg, Tute Bianche e BB si erano trovati in piazza insieme, senza particolare conflitti. Fu, solo dopo il 20 luglio, che le Tute individuarono nei BB il capro espiatorio ideale.  

«Perché non li hanno fermati alla frontiera?», tuonarono tutti i quotidiani, compresi Liberazione e Manifesto, che fino al giorno prima avevano strepitato a favore della libera circolazione dei manifestanti.

Nelle ore successive alla morte di Carlo Giuliani circolarono tutte le ipotesi, comprese le più stravaganti. Hooligans? Infiltrati? Tifosi diffidati cui era stata garantita l’impunità? Agenti al servizio di interessi oscuri? Di sicuro, comunque, provocatori.

Ogniqualvolta ci si imbatte nella parola «provocatore», emerge inevitabilmente una mescolanza di rabbia e di simpatia. Rabbia perché chi non abbia interamente abdicato alla memoria non può proprio sopportare la riscoperta del linguaggio sinistro – «provocatore anarchico» - che reca l’impronta sanguinosa di Stalin. Simpatia perché, a ben guardare, le esperienze rivoluzionarie più significative del Novecento non avrebbero avuto luogo se non ci fossero stati dei «provocatori» a provocarle.

Provocatori furono di volta in volta gli insorti di Kronstadt; gli anarchici e i comunisti libertari nella Spagna del 1937; gli operai in rivolta nei paesi chiamati socialisti, a Berlino, Budapest, Danzica; i ribelli di maggio in Francia e quelli del 1977 in Italia.

Forse non tutti ricordano che, nel gennaio 1994, la medesima etichetta fu affibbiata anche agli zapatisti messicani per essersi azzardati a tagliare, con la loro pretesa di vivere nella libertà e nella dignità, la fallimentare strada verso il potere della sinistra elettorale.

 

2. Black Blocs. Demolitori di vetrine. Demolitori di menzogne

 

 Signori il tempo della vita è breve, e se viviamo, viviamo per calpestare i re

William Shakespeare - Slogan del Network per i diritti globali. Genova - luglio 2001

 

Chi intende sondare il mistero che circonda i BB, scopre in breve che tale mistero esiste solo nella menzogna dei confusionisti interessati: al riguardo, decine di testimonianze, analisi ed articoli, sono da tempo disponibili su Internet, riviste, libri.

La rivista belga Alternative Libertaire illustrava, ad esempio, già nell’ottobre 2000, come sul tema circolassero equivoci e falsificazioni in quantità. Recentemente, il Circolo Freccia Nera di Bergamo (CP 15, 24040 Bonate Sotto, BG) ha pubblicato un’interessante antologia di materiali in gran parte pescati sui siti infoshop.org, ainfos.ca, indymedia, ecn.org, radiogap e tactitalmedia.

Innanzi tutto è sbagliato dire Black Bloc, si dovrebbe dire Black Blocs, al plurale, perché non è mai esistito un singolo gruppo con questa etichetta, bensì una vasta costellazione di persone, organizzazioni e collettivi genericamente appartenenti all’area libertaria e che rivendicano una pratica radicale.

Quindi non si è del Black Bloc, ma si fa un Black Bloc. E infatti sono proprio le azioni, che si distinguono sempre per l’alto grado di combattività, fluidità e solidarietà, a rendere i BB visibili e singolari. L’uso di maschere e passamontagna vale a mantenerli anonimi, proteggendoli dalla repressione. «Non è romanticismo», spiega un loro documento, «il Grande Fratello ci osserva!». Dopo Genova, l’indagine giudiziaria sui tatuaggi visibili nei filmati, per incriminare qualcuno fra gli arrestati, indica che la precauzione non è affatto superflua.

La loro prima apparizione pubblica risale a una decina di anni fa, negli Stati Uniti, quando centinaia di individui mascherati si scontrarono con la polizia in occasione delle manifestazioni contro la guerra del Golfo. Presenti alla marcia "Millions for Mumia" dell'aprile 1999 a Filadelfia, conquistarono l’attenzione internazionale a Seattle (30 novembre/2 dicembre 1999), dove, fra l’altro, misero a segno delle azioni spettacolari contro compagnie multinazionali già da tempo oggetto di boicottaggio, come McDonald’s e Nike, banche, supermercati e negozi di lusso.  Già allora, alcuni dirigenti di Ong (in quel caso Global Exchange e Public Citizen) organizzarono una catena umana per proteggere tali negozi, arrivando al punto di invocare l’intervento della polizia contro gli «anarchici distruttori», esattamente come poi successe a Genova,

Altri denunciarono le solite infiltrazioni. I BB furono tuttavia difesi da alcuni conosciuti ricercatori universitari del gruppo WIN: «non emarginiamo questo movimento», diceva un loro documento diffuso si internet il  2 dicembre 1999. 

Poi, il 16 e 17 aprile 2000, migliaia di persone manifestarono a Washington, contro una riunione della Banca Mondiale e del FMI. Qui un BB di circa 1000 persone adottò una nuova tattica: invece di attaccare la proprietà concentrò i propri sforzi sulla polizia forzando sbarramenti, facendola arretrare, e riuscendo a liberare alcune persone arrestate (un obiettivo meritevole della massima cura, forse trascurato troppo nelle giornate di Genova).

Seguirono altre apparizioni nel corso delle Convenzioni del Partito Repubblicano a Filadelfia (1/2 agosto 2000), e di quello Democratico a Los Angeles (14/17 agosto). In quest’occasione i BB furono anche protagonisti di interessanti manifestazioni tra cui un esperimento di teatro di strada chiamato gioiosamente clown bloc. Un’altra volta, per irridere quei giornalisti che li avevano definiti trash (spazzatura), assunto il controllo di un’area urbana mediante l’erezione di barricate, organizzarono precisamente la raccolta della spazzatura…

Secondo numerose testimonianze, i BB cercarono, in tutte queste circostanze, di rispettare quanto più possibile la volontà dei manifestanti pacifici, e di agire anzi come scudo protettivo tra il grosso della manifestazione e la polizia.

In Europa la pratica dei BB trovava un antecedente, e probabilmente le sue radici originarie, nei gruppi autonomi tedeschi degli anni settanta e ottanta: dopo Seattle, allorché il movimento traversò l’Atlantico, si produsse un inevitabile effetto di reciproca contaminazione. Da quel momento, in tutto il mondo (a Praga, a Melbourne, a Londra, a Nizza, a Quebec, a Davos e a Goeteborg), le proteste furono fortemente influenzate dalle tattiche dei BB americani.

In particolare a Quebec City, non solo i BB, demonizzati appena due anni prima a Seattle, ricevettero l’applauso della popolazione locale mentre attraversavano l’Esplanade des Ameriques Françaises, ma tutti i manifestanti presero spunto dalle loro tecniche, nell’assalto al muro della vergogna - un piccolo assaggio di ciò che si sarebbe visto a Genova – che fu poi distrutto in più punti e assediato per l’intera giornata.

A Goeteborg, durante le manifestazioni di giugno, un BB di alcune centinaia di persone sfilò dietro un grande striscione che diceva Smash Capitalism. Particolare importante: anche in quest’ccasione, il BB, si impegnò a rispettare le manifestazioni pacifiche.

Ciò fu reso possibile da precisi accordi fra le varie componenti del movimento, accordi che però non sempe sono realizzabili, conducendo fin da Praga (settembre 2000) alla creazione di tre distinti spezzoni, rosa (limitato alla nonviolenza rigorosa), giallo (limitato alla disubbidienza, escludendo atti offensivi), blu (senza autolimitazioni).

Giudicando la soluzione di Praga insoddisfacente, il Genoa Social Forum (GSF) – l’alleanza che si fece carico dell’organizzazione delle manifestazioni - scelse di introdurre le cosiddette piazze tematiche (Manin, Verdi, Dante, Paolo da Novi), ciascuna delle quali gestita con criteri indipendenti da diversi spezzoni del movimento. L’intento comune doveva essere quello di assediare, ed eventualmente violare, la zona rossa seguendo tattiche rigorosamente nonviolente.

Tuttavia, in un documento copiato di sana pianta dagli scritti zapatisti (senza nemmeno citarli), dei membri del GSF, le Tute Bianche, diffusero, il 20 luglio, un’incredibile dichiarazione di guerra che aveva fra gli altri destinatari il governo italiano e l’ambasciata americana seminando la confusione e introducendo una nota di ipocrisia nelle ripetute affermazioni di adesione al pacifismo.

Poiché la meta era raggiungere il traguardo mediatico di mille associazioni partecipanti, il GSF, oltre a contabilizzare ogni singola sezione di partito e di movimento, incluse anche le organizzazioni raggrupate nel Network per i Diritti Globali - ovvero i sindacati di base, Cobas, e molti Centri Sociali – le quali, se erano disposte ad agire pacificamente, non si opponevano però ad altre linee di condotta. 

A ciò bisogna aggiungere che, mentre il GSF poteva trattare con il governo per garantire l’agibilità delle piazze, i BB, nemici coerenti della delega e della gerarchia, non disponevano di incaricati da spedire ai tavoli di spartizione della visibilità mediatica.

Come notava, con impressionante candore, una Tuta Bianca bolognese (lista ecn.org): «peccato che il Black Bloc, per sua stessa scelta ideologica, non abbia capi, né leader carismatici, né portavoce, e agisca esclusivamente per piccoli gruppi di affinità autorganizzati. Lorsignori sono anarchici duri e puri e provano schifo davanti a qualsivoglia figura anche solo lontanamente gerarchica».

Il risultato di tutto ciò fu che nonviolenti e BB agirono senza coordinarsi, esponendosi, tutti indistintamente, alla furia della polizia. E ancor di più che i BB, i quali facevano parte del movimento fin dal principio (in verità c’erano prima di molti membri del GSF), vennero consegnati al riflettore malevolo delle televisioni, dei poliziotti e dei calunniatori come provocatori e violenti sbucati dal nulla.

Eppure nei loro documenti – da anni disponibili in rete - non vi è traccia di una retorica della violenza; vi si trovano, al contrario, riflessioni serene e niente affatto banali sulle varie tattiche di protesta urbana e riferimenti teorici condivisi da altri, quali le Temporary Autonomous Zone (TAZ) di Hakim Bey, la critica radicale del lavoro di Bob Black, l’ecologismo municipalista di Murray Bookchin o l’anticapitalismo primitivista di John Zerzan. I BB si limitano inoltre a realizzare azioni simboliche contro le cose e non contro le persone. 

No, questa non è violenza da stadio e neppure disagio esistenziale, come vorrebbe Rossanda Rossanda (Il Manifesto, 6 agosto). È una modalità di protesta criticabile finché si vuole, e qualche volta anche controproducente, ma non irrazionale né illegittima. Inoltre, nonostante le calunnie di cui continuano ad essere oggetto, al movimento contro la globalizzazione i BB hanno apportato energia, coraggio, intelligenza tattica, e una pratica antiautoritaria.

A Genova, mentre i ricercatori indefessi della visibilità televisiva lanciavano le loro farneticanti dichiarazioni di guerra e annunciavano di marciare sulla zona rossa senza esserne capaci, essi se ne allontanavano in silenzio per agire fuori portata delle forze repressive. In realtà, ciò che non si perdona loro è di avere demolito, insieme con le vetrine, anche le menzogne dei politicanti.

Travolti dagli avvenimenti, nelle ore successive alla morte di Carlo Giuliani, alcuni leader del GSF fecero circolare la voce (subito ripresa dai media) che i BB erano degli «anarchici».

E tuttavia, solo con enorme mala fede si possono identificare i Black Blocs con gli anarchici (o, a maggior ragione, con punk ed animalisti come si è tentato di fare). Un BB può essere anarchico, ma non necessariamente un anarchico condividerà le azioni dei BB. Anzi, una buona parte del movimento anarchico, non solo in Italia, ma nel mondo intero, è su posizioni rigorosamente pacifiste. Tanto è vero che, presi da uno zelo senza dubbio eccessivo, subito dopo i fatti di Genova, alcuni anarchici emisero un duro comunicato contro i BB.

Francesco Berardi, l’inaffondabile Bifo della Bologna ribelle del 1977, li definì «centinaia di psicopatici vestiti di nero che il Ministro degli Interni ha infiltrato, aizzato e utilizzato contro il movimento» e Alfio Nicotra, rappresentante del Partito della Rifondazione Comunista nel GSF, ammise di aver denunciato alla polizia, fin dal 17 luglio (prima di qualsiasi violenza, dunque) la presenza di autobus carichi di sospetti (Corriere della Sera, 29 luglio). Luca Casarini (Tute Bianche) e Vittorio Agnoletto (GSF) non furono da meno: «abbiamo le prove». 

«Siete contenti di aver provocato la brutalità poliziesca? Siete contenti di avere infine un martire?» ruggì Susan George, vicepresidentessa di Attac (Association pour une Taxation des Transactions financières pou l’Aide aux Citoyens). Bernard Cassen, presidente della stessa organizzazione e inoltre direttore generale di Le Monde Diplomatique, rincarò la dose: «la complicità della polizia italiana con il Black Bloc è evidente». Il tutto in un paginone dal titolo suggestivo: Los tentáculos del terrorismo internacional dove insinuava anche l’esistenza di un Internazionale nera dei servizi segreti della quale i BB sarebbero il pezzo forte (El País, 29 luglio 01).

In perfetta consonanza, Karl Schwab, fondatore ed organizzatore del famoso World Economic Forum di Davos, dopo aver intessuto l’elogio dei manifestanti pacifici «i quali possono influenzare positivamente il mondo degli affari e i governi» aggiungeva che «purtroppo tutto ciò viene sistematicamente sabotato dalle azioni di una piccola minoranza il cui unico obiettivo è la violenza» (Liberation, 30 luglio).

Ora, è evidente che la polizia fa il suo lavoro, cercando di ottenere il massimo di informazione sui meccanismi interni dei movimenti di protesta, e di seminare nel contempo il massimo di disinformazione. Da sempre, l’infiltrazione è uno dei metodi più usati per controllare o manipolare; però, chi può dirsene immune?

A Genova è stata denunciata la presenza di infiltrati non solo tra i BB, ma anche tra le Tute Bianche (Il Secolo XIX, 1 settembre). Nulla prova che i primi siano più esposti di altri a questo pericolo: semmai, il loro strumento organizzativo, il gruppo d’affinità – fondato su una conoscenza approfondita fra tutti i partecipanti – appare il meglio indicato a contrastare infiltrazioni e strumentalizzazioni.

La colossale operazione di polizia montata prima degli scontri fa pensare ad un esperimento di low intensity war in versione metropolitana. È chiaro che il governo cercava la violenza con o senza BB. L’operazione attirò, probabilmente, anche la curiosità di un gran numero di agenti segreti, stranieri e nostrani, con l’idea, magari, di influenzare gli avvenimenti in base ai rispettivi interessi nazionali.  Ma queste sono solo speculazioni. 

Ciò che di sicuro accadde, è che, fin dal tardo pomeriggio di venerdì, la presenza degli infiltrati fu denunciata dalla loro stessa goffaggine, riferita dai giornalisti, filmata dagli operatori, smentita senza convinzione dai questurini.

Nei giorni successivi, gli stessi BB misero in chiaro che polizia e carabinieri, vestiti di nero e con passamontagna, avevano costituito squadre di casseur. Gli infiltrati c’erano dunque, ed erano lì soprattutto per diffondere la sensazione paralizzante che la polizia è ovunque, che non esiste via d'uscita; e per indurre ciascuno a diffidare del proprio compagno appena conosciuto, e a confidare, invece, nei partiti, nelle bandiere, nei leader che tutti credono di conoscere davvero, giacché appaiono continuamente alla televisione.

La presenza di questi intrusi, per quanto provata, non spiega tuttavia la portata degli scontri di Genova. Secondo numerose testimonianze, delle circa 300.000 persone presenti, almeno 30.000 parteciparono ad atti violenti, e molte di più cercarono di agevolarli in tutti i modi, individualmente oppure organizzati come Pink Blocs (ad esempio, gli americani di Tactical Frivolity), presenti nel movimento fin da Seattle, i quali non impiegano in prima persona la violenza, ma si impegnano a favorirla tatticamente.

Di tutti costoro, solo una minoranza, senz’altro inferiore al 10 per cento, poteva definirsi BB: gli altri erano individui che, in quella situazione, condivisero e magari anticiparono il loro cammino. Non pochi erano Tute Bianche, o aderenti ad organizzazioni nonviolente, sfuggiti al controllo dei loro dirigenti. Altri ancora erano genovesi indignati che presero parte attiva negli scontri oppure manifestarono la loro simpatia offrendo acqua e riparo ai manifestanti.  

E a ben guardare tutto ciò non è poi così strano: invece del consueto effetto paralizzante, l’arroganza dei governanti, ebbe per una volta l’effetto di causare un’esplosione di collera generalizzata che sfociò nella rivolta sociale più violenta degli ultimi 40 anni.

Di fronte a ciò, alcuni ritennero di difendere i «veri» BB che non sarebbero andati a Genova, dai provocatori che agirono al loro posto. Altri ancora ammisero che i «veri» BB c’erano ma li accusarono di non avere riflettuto sulle conseguenze dei propri atti, di essersi sottratti al confronto con gli altri appartenenti al movimento, di essersi rivelati, in sostanza, degli irresponsabili (si veda Liberazione, 8 e 10 agosto, e il sito internet di Rifondazione Comunista, Reds).  

Roberto Bui, ideatore di Luther Blissett, aspirante nuovo leader delle Tute Bianche,  scrisse in rete che, «nel momento in cui le pratiche del BB sono state usate contro di noi, dobbiamo dire con forza che queste persone sono politicamente morte. E se avessero un minimo di intelligenza dovrebbero essere i primi a fare l’esame di coscienza e suicidare un’esperienza che si è, di fatto, conclusa a Genova» (23 luglio, movimento@ecn.org).

Qui, come osservò Oreste Scalzone, bisognerebbe chiedere agli pseudostrateghi della disobbedienza civile se è forse più responsabile dichiarare guerra all’ «impero», gridare ai quattro venti «sfonderemo la zona rossa», usare un linguaggio aggressivo per poi dire, a quelli che a sfondare ci vanno con le pietre, oppure fanno riots, che sono dei rozzi o degli infiltrati. Ed infine gestire tutti insieme la morte di Carlo Giuliani. Da vivo, col suo estintore in mano, Carlo chi era ? A chi disobbediva?

 

4. La lunga marcia delle Tute Bianche

 

sapevano cosa volevamo fare e avrebbero potuto permetterci di violare la zona rossa.  La verità però è che sono stati i carabinieri a far saltare tutto"

Luca Casarini, Il Nuovo, 27.8.01

 

«Non conta aver dato la propria parola. E’ a chi l’hai data, che conta»

Dutch – Ernest Borgnine, nel film «Il mucchio selvaggio», 1969, di Sam Peckinpah

 

Le Tute Bianche amano presentarsi come un movimento di tipo nuovo, creativo, nonviolento. Sebbene provengano da esperienze operaiste ed ultra leniniste piuttosto truculente la cui espressione teorica è l’opera di Toni Negri, ripudiano adesso l’idea della conquista del potere, rifiutano i modelli monolitici e ostentano l’influenza degli zapatisti messicani e, più precisamente, l’influenza del subcomandante Marcos. 

L’immagine è falsa. Infatti, aldilà delle apparenze, le Tute rassomigliano più ad un partito tradizionale con tanto di leader – ora chiamati portavoce –, una separazione netta tra dirigenti ed esecutori, un’ideologia che si allontana sempre più dalla pratica, un raffinato lavoro di lobbying istituzionale, e perfino candidati a cariche elettive nelle amministrazioni comunali e regionali.

Le Tute Bianche sono violente o nonviolente? Diciamo che difendono violentemente le ragioni della nonviolenza. Mentre, ad esempio, i Black Bloc, attaccano la proprietà, le Tute amano spaccare la testa di coloro che contravvengono le loro regole.

I paradossi non finiscono qui: nonostante l’antipatia sovente manifestata in Italia nei confronti dei libertari e delle loro idee, essi coltivano all’estero la fama di essere anarchici. In Messico, dove hanno fatto molto chiasso, sono considerati degli irresponsabili. Ed in Italia sono riusciti a gettare il discreto sul tentativo, nobile all’inizio, di creare un movimento neozapatista nel nostro paese.

In realtà, la pratica delle Tute Bianche nasce all’interno dell’Associazione Ya Basta, creata nel 1996 dall’alleanza di centri sociali definita nella cosiddetta Carta di Milano: il Pedro di Padova ed il Rivolta di Mestre, il Leoncavallo di Milano, il Corto Circuito e il Forte Prenestino di Roma, lo Zapata e il Terra di Nessuno della Liguria e altri ancora.

I centri sociali (spesso menzionati con la sigla CSOA, dove O sta per occupato e A per Autogestito), nati da esperienze locali negli anni 70, nell’area generalmente conosciuta come Autonomia Operaia, costituirono vere e proprie isole di socialità alternativa strappate al grigiore dei ghetti metropolitani, che si dimostrarono capaci di una certa resistenza al riflusso degli anni ottanta.

Aggiungiamo che non sono mai stati una realtà omogenea, ma piuttosto una serie d’esperienze locali che si sono venute diversificando – a volte contrapponendo - nel corso del tempo.

Verso l’inizio degli anni novanta, una parte di essi prese la decisione, molto criticata, di allacciare rapporti di collaborazione con autorità ed enti locali, con l’obiettivo di legalizzare il possesso degli edifici, ottenere riconoscimento istituzionale ed accedere a finanziamenti pubblici.

Non è nostra intenzione scagliare anatemi per questo, né entrare nella merito di una storia complessa e accidentata. Il problema non è trattare con lo stato, ma come e perché si tratta. In Messico, ad esempio, gli zapatisti hanno mostrato che è possibile farlo, mantenendo, allo stesso tempo, un ragionevole margine di autonomia e senza venire meno a due principi irrinunciabili: la trasparenza e la verità.   

In quanto all’Italia, la profonda frattura che si era venuta creando all’interno dei centri sociali tra antagonisti e negoziatori venne in parte colmata proprio in seguito alla massiccia ondata di entusiasmo suscitata dalla ribellione degli indigeni messicani il primo gennaio 1994. Si apriva la possibilità di cominciare da capo e di costruire un nuovo grande movimento, non più sul modello della solidarietà, ma su quello, ben più appassionante, del coinvolgimento e della condivisione.  

Seguì una tappa unitaria, di breve durata, culminata nel Primo Incontro Intercontinentale per l’Umanità e contro il Neoliberalismo, celebrato in Chiapas nell’agosto 1996, su invito del sub comandante Marcos. Quell’incontro può essere considerato come l’atto di battesimo dell’attuale movimento contro la globalizzazione.

I problemi ricominciarono quando, in seguito alla proposta zapatista di organizzare un secondo incontro in Europa, si avviarono i dibattiti sulle modalità e i percorsi del nuovo appuntamento.

Le future Tute Bianche fondarono allora l’Associazione Ya Basta presentando la proposta di organizzare l’incontro a Venezia con l’appoggio del comune (il sindaco era Massimo Cacciari una persona non certo affine agli zapatisti, né, ad esempio, alla problematica degli immigrati clandestini), più quello di Rifondazione (che allora sosteneva il governo neoliberista dell’Olivo) e de Il Manifesto.

Il viaggio di Bertinotti in Chiapas, insieme con alcuni esponenti del CSOA Corto Circuito di Roma, - organizzato con gran fragore pubblicitario nel gennaio 1997 - siglò la nuova alleanza, di cui gli zapatisti erano solo un pretesto, mentre ciò che realmente contava erano le dinamiche interne italiane e il difficile equilibrio tra forze molto eterogenee.

Per Rifondazione, partito con un occhio puntato sui movimenti e l’altro sui sondaggi elettorali, era vitale mettere radici in quel grande serbatoio di voti che sono i giovani; e per questi centri sociali era importante proseguire la lunga marcia nelle istituzioni. La coalizione dell’Ulivo, da poco insediata grazie alla somma dei voti degli ex comunisti e degli ex democristiani, offriva nuove, inaspettate, opportunità all’operazione.

Tanto in Europa come in Italia, però, il grosso del movimento bocciò la formula veneziana, preferendo la proposta presentata dai collettivi spagnoli di un incontro autorganizzato ed autofinanziato in cinque località della Spagna.

A quel punto Rifondazione e Ya Basta scelsero la via dei rapporti diretti e privilegiati con il comando zapatista, boicottando l’incontro spagnolo con il significativo pretesto che gli organizzatori non erano altro che … un mucchio di anarchici, e spedendo in Chiapas Gianfranco Bettin, prosindaco di Venezia, per invitare gli zapatisti a un incontro concorrenziale, messo in piedi in gran fretta per la fine di settembre.

In seguito, gli aderenti a Ya Basta, non esitarono a proclamare sé stessi Comunità Zapatiste, dando luogo a equivoci grotteschi. Infatti, una cosa è il proclamarsi ribelle di una comunità india a partire da una pratica reale di rottura ed autonomia  ed un’altra, molto differente, è che un gruppo di persone si autoproclami «comunità», senza che a ciò corrisponda nulla di autentico.

Nei mesi successivi, il Messico continuò ad essere al centro delle preoccupazioni di tutti  in Italia. Il massacro di Acteal (23 dicembre 1997) aprì una nuova fase unitaria il cui punto culminante fu la grande manifestazione di gennaio a Roma: 50.000 persone in piazza per protestare contro la politica genocida del governo messicano. 

Su iniziativa dei collettivi che avevano sostenuto l’Incontro in Spagna, in febbraio vi fu l’iniziativa della Commissione Civile Internazionale per l’Osservazione dei Diritti Umani.

Poiché la Costituzione messicana prevede l’espulsione degli stranieri che si intromettono negli affari interni, la commissione si muoveva sul filo del rasoio. Per visitare le zone del conflitto, come a gran voce chiedevano le comunità maya colpite dalla repressione, era necessario ottenere il permesso delle autorità, il che imponeva evidenti limitazioni. Anche la pretesa di essere degli osservatori «neutrali» era un assurdo, però erano in gioco molte vite umane e ne valeva la pena.

L’iniziativa ebbe successo. La Commissione, alla quale parteciparono anche alcuni membri di Ya Basta, riuscì ad intervistare centinaia di persone, scrivendo poi un rapporto dettagliato che fu di grande utilità per tutti coloro che lavoravano sul Chiapas.

Un paio di mesi dopo, in aprile, Ya Basta tornò in Messico, questa volta senza l’ingombro di altra gente. Se in Italia proseguiva a gonfie vele la politica di avvicinamento al governo di centro sinistra, il Chiapas offriva un terreno ideale per dare sfogo alla spinta rivoluzionaria che continuava a venire dalla base.

Il 6 maggio 1998, 135 militanti di Ya Basta forzarono un posto di blocco tenuto da cinque agenti della polizia di frontiera in piena Selva Lacandona. Seguiti da uno stuolo di giornalisti, essi irruppero nel villaggio di Taniperla, uno dei più conflittuali della regione, dove il gruppo pamilitare Movimiento Indígena Revolucionario Antizapatista  (MIRA) terrorizzava da tempo la popolazione civile.

Dopo alcuni spintoni e un paio di momenti drammatici, i militanti di Ya Basta tornarono a San Cristobal, non senza rilasciare dichiarazioni incendiarie. Seguirono il rituale dell’espulsione, ed un grottesco viaggio a Strasburgo a bordo di un aereo noleggiato dal governo messicano. È dubbio il beneficio che ne trassero gli indigeni di Taniperla i quali vivevano un dramma autentico. Inoltre, l’incidente servì da pretesto per ridurre ancor più l’erogazione di visti agli osservatori, però l’obiettivo di Ya Basta, far parlare di sè e creare scandalo, era raggiunto.

Più recentemente, in occasione della marcia zapatista del marzo 2001, le Tute Bianche monoplizzarono la sicurezza dell’EZLN, comportandosi come Hell’s Angels a un concerto, ed agendo in maniera violenta ed autoritaria nei confronti degli altri membri della carovana.

Queste prodezze messicane illustrano bene la doppiezza del gruppo: essere intransigenti e rivoluzionari all’estero, ma accettare tutti i compromessi, compresi i più disonorevoli, a casa propria.

Anche l’idea della tuta, messa per la prima volta a Milano verso la fine del 98, si ispira esplicitamente agli zapatisti. Infatti, gli «invisibili» metropolitani vestono di bianco, così come gli indigeni del Chiapas si coprono il volto di nero: per essere visti.

Tuttavia, se il fine è di essere ripresi dai telegiornali, invitati ai talk show e magari stipendiati da qualche istituzione, l’oro delle comunità diventa piombo volgare, mentre le poetiche immagini dei maya («camminiamo interrogandoci», «esercito di sognatori») si convertono in fastidiosi e vuoti ritornelli.

E, per risultare più telegeniche, le contestazioni stesse finiscono per essere concordate con la polizia e gestite come vere e proprie performance teatrali (Guerriglia urbana? Ma vi prego…, Il Manifesto, 1 febbraio 2000). A Milano si è arrivati al punto di presentare come una grande vittoria la chiusura di un lager per immigrati che era già stata decisa dalle autorità.

In occasione del G8 di Genova, nonostante Berlusconi offrisse una sponda assai meno rassicurante dei governi «amici» che lo avevano preceduto, pare ormai accertato esistesse un accordo più o meno esplicito per consentire al corteo dei disubbidienti (altro nome delle Tute Bianche) di operare uno sfondamento simbolico della Zona Rossa in piazza Verdi, seguito da altrettanti simbolici fermi, che sarebbero dovuti cessare la sera.

Ma il nubifragio della notte di giovedì impose alle Tute di posticipare al mattino successivo la «prova generale» dell’attacco, e di partire quindi con più di due ore di ritardo sulla tabella di marcia concordata. Come per Napoleone a Waterloo, la pioggia si doveva rivelare fatale: prima che il corteo potesse infine raggiungere il punto prestabilito, si trovò davanti «alla violenza della Storia» (Marco d’Eramo, Il Manifesto, 24.7.01).   

E così la lunga marcia è arrivata al traguardo. Partiti dalla contestazione totale e dal brivido voluttuoso del passamontagna di negriana memoria, essi sono pervenuti a pretendere sconti, treni speciali, aerei e alberghi per andare a contestare, esattamente come i sindacati di regime.

Loro li chiamano «rapporti di concretezza con le istituzioni», però collaborare non è lo stesso di trattare. Si tratta quando si è differenti, mentre quando si collabora si è omologhi. Ne era ben consapevole, già il 23 aprile 1998, un Casarini ancora poco noto che dichiarava al quotidiano Il Gazzettino «Lo Stato non è più, d’ora innanzi, il nemico da abbattere, ma l’omologo con cui dobbiamo discutere».

Tale collaborazione, che li ha condotti, di volta in volta, ad intrecciare relazioni con Rifondazione, i Verdi e gli stessi DS (Casarini è stato consulente retribuito di Livia Turco, ministro degli affari sociali del governo Amato), a ricevere sponsorizzazioni da grandi aziende, a presentare e talvolta far eleggere rappresentanti nei consigli comunali di Venezia, Roma, Milano, ha ormai superato tutti i limiti.

Più volte e in differenti luoghi (Bologna, Aviano, Treviso, Rovigo, Roma, Venezia, Padova… ) le Tute hanno fatto le veci della polizia, aggredendo fisicamente anarchici, autonomi, o semplicemente persone che non condividevano le loro indicazioni.

Istruttivo è anche il loro «breviario della disobbedienza civile», in cui spiccano istruzioni quali: «7. Qualunque iniziativa va concordata con le tute bianche; 8. Non ci deve essere né lancio di alcunché né altro che non sia concordato con gli organizzatori; 11. Durante il corteo nessuna iniziativa personale o di gruppo deve essere messa in atto; 12. Si prega di segnalare alle tute bianche qualunque cosa succeda».

Esasperati da questi comportamenti, alcuni anonimi compagni dell’area antagonista diffusero a principio di luglio, un violento documento contro le Tute che recava il titolo significativo di «Pompieri della rivolta» (lista ecn.org).

L’ultimo episodio vergognoso è avvenuto a Venezia, pochi giorni dopo i fatti di Genova, allorché un gruppo di Tute appartenenti al CSOA Rivolta di Mestre ha aggredito un gruppo di persone intente a un banchetto di solidarietà con gli incarcerati.

 

5. Un nuovo mondo è possibile: basta farlo. Noi. Oggi.

 

Dal piacere di creare al piacere di distruggere non c’è che un’oscillazione, che distrugge il potere.

Raoul Vaneigem

 

Il 21 luglio, all’indomani dell’assassinio di Carlo Giuliani, le 300.000 persone sfilate a Genova, nonostante gli evidenti pericoli, hanno risposto affermativamente alla domanda in sospeso fin dai giorni Seattle: questo movimento esiste e, come sottolineano i compagni della rivista Vis-à-vis, «non cerca legittimazioni di sorta: semplicemente impone la propria presenza, riprende la parola, pratica il proprio rifiuto».

Eppure, quella medesima forza che si è espressa con tanto vigore ha condotto ad un conflitto preoccupante tra le diverse tendenze che, fin dal principio, convivono al suo interno, seminando profondi interrogativi per ciò che attiene il futuro.

Contro l’opinione di coloro che cercano l’unità a tutti i costi, bisogna prendere atto che il movimento contro la mondializzazione ha molte anime. Fin dal principio ne è esistita una pacifista, ed una propensa all’azione diretta, con un’infinita gamma di variazioni intermedie.

La sua forza potrebbe risiedere proprio in questa dimensione plurale e nella molteplicità delle sue espressioni internazionali. Oggi il mondo è in subbuglio dal Karnakata alla Tailandia, da Seattle a Genova, dalla Selva Lacandona a Puerto Alegre.

In un intervista recente, il sub-comandante Marcos ha recentemente affermato: «Crediamo sinceramente che a livello mondiale i nostri ‘no’ si sommino semplicemente con tutti gli altri che provengono dal resto del pianeta, mentre i ‘sì’ debbano ancora essere individuati. (…) Non crediamo che tutti questi ‘sì’ possano articolarsi in un unico corpo mondiale. Anzi, non consideriamo questa eventualità auspicabile. Non crediamo, insomma, che alla globalizzazione si debba opporre una nuova internazionale» (rivista Linus, 6 luglio 01).

Il problema è che mentre la tendenza radicale non pretende di esercitare egemonia alcuna, ed anzi ammette apertamente la possibilità di altri approcci, non si può dire altrettanto di molti, anche se non tutti, i pacifisti.

Questi hanno sovente criminalizzato i primi, impiegando …la violenza, la calunnia, e perfino la delazione con esiti sono sovente grotteschi. Era già accaduto a Seattle ed è accaduto di nuovo a Genova. Al direttore di Liberazione, Sandro Curzi, che in TV, contestava alla polizia di non avere agito preventivamente contro i violenti, un funzionario ha dovuto rispondere imbarazzato: «dottor Curzi, questo non è uno stato di polizia, quel che ci chiede noi non lo possiamo fare».

A tutti costoro è bene ricordare il monito di Orwell: «la differenza importante non è tra violenza e nonviolenza, ma tra avere o no appetito di potere. Vi sono individui che disprezzano la polizia e l’esercito, ma si rivelano poi molto più intolleranti ed inquisitori di coloro che ammettono la necessità di usare la violenza in circostanze determinate» (Inside the Whale and Other Essays, Penguin Book, 1962, pag. 118). 

Sebbene il problema esista, le contraddizioni principali non sono tra violenti e nonviolenti e forse neppure tra chi cerca alternative al capitalismo e chi, invece, vorrebbe semplicemente abbellirlo o limitarne i danni.

La malafede nelle accuse di alcuni autoproclamati portavoce contro chi agisce in maniera indipendente indica che la posta in gioco è, appunto, il potere. Calunniare è grave: gli stalinisti lo hanno fatto a Barcellona nel 37 ed ogni qualvolta si sono sentiti minacciati nei loro interessi.

Occorre inoltre tenere presente che, come fanno notare i BB la violenza risiede, prima di tutto, nelle relazioni sociali stesse. Chi fu il primo a scatenarla a Genova? Il governo italiano che blindò la città? Le multinazionali che in nome del libero commercio depredano l’umanità e la madre terra? Gli stati che le proteggono? I Black Bloc? Il carabiniere che sparò? Carlo Giuliani che gli ributtò addosso l’estintore?   

Quanto alla nonviolenza, lo stesso Gandhi affermò più volte che, sebbene la considerasse superiore alla violenza sia da un punto di vista tattico che etico, non si poteva fare di ciò un dogma e che, in ogni caso, era preferibile essere violenti che codardi.  La nonviolenza – diceva - è una scelta valida solo se praticata da chi rinuncia a una violenza che avrebbe la forza di praticare. E non è certo la pratica del topo che fugge di fronte al gatto.

Oggi una tale pratica corre il rischio di essere immiserita da comportamenti addomesticati e condiscendenti. Se il movimento deve crescere, nonviolenza non può voler dire astensione, neutralità o, peggio, collaborazione, ma disobbedienza, determinazione, azione, costruzione di altro.

Se l’aspetto propositivo della violenza vandalica pratica dai BB, consiste proprio nel mettere in crisi la pretesa neutralità delle relazioni sociali e nel ricondurre al centro dell’attenzione la loro precarietà storica, ogni gesto inscritto in questo registro rischia di rimanere prigioniero di una negazione simbolica dell’esistente. «Il fine non giustifica i mezzi», ci mandano a dire gli zapatisti dal Messico. E gli anarchici replicano: «da due secoli lo sappiamo» e non può dirsi casuale il numero crescente di bandiere rosse e nere in tutti gli appuntamenti del movimento che cresce.

Con o senza violenza, l'essenziale è che ciascuno individui la propria strategia e il proprio percorso; perché la rivoluzione questo è: liberazione, scatenamento dei percorsi, movimento centrifugo, non centripeto.

Non è necessario, avere obiettivi ambiziosi ne prefiggersi la distruzione del capitalismo per essere disponibili, qui e subito, a lottare contro la barbarie neoliberista. Oggi, non vi è più un palazzo d’inverno da conquistare e il vecchio dibattito tra «rivoluzionari» e «riformisti» appare obsoleto.

Accantonando questa terminologia, molti preferiscono definirsi semplicemente «ribelli», parola che sottolinea l’assenza di un programma compiuto nel senso inteso dai vecchi partiti comunisti. Ed anche per ciò che riguarda i nostri vecchi sperimentati nemici, il capitalismo e lo stato, forse, più che di distruzione, converrebbe forse parlare di accantonamento, di dismissione, di soffocamento, di abbandono.

È merito degli zapatisti aver attirato l’attenzione su tali questioni e, in particolare, su quella del potere. Più volte essi hanno  ripetuto di non essere interessati a governare né a sedere in parlamento. Ciò che li distingue dai partiti e dalle guerriglie tradizionali non è l’impiego (o l’accantonamento) delle armi, ma il tentativo di andare oltre i vecchi modelli tanto bolscevichi come socialdemocratici.

Un tale superamento implica la creazione (non facile) di un terreno nuovo di lotta politica, non certo trasformarsi in un gruppo di pressione o in una lobby.   

Fanno sorridere le dichiarazioni del solito Cassen, il quale annuncia, niente meno, l’imminente iscrizione del sub comandante Marcos, senza più passamontagna ed in versione «civile» (…e l’EZLN?) ad Attac (La Repubblica, 20 agosto).  Così, il fuoco della prima rivoluzione del secolo XXI dovrebbe essere spento con lo straccio bagnato della  Tobin Tax…

Ancor più fanno sorridere le affermazioni del medesimo Tobin il quale, smentisce i suoi discepoli, dichiarando di essere, da sempre, un fervente sostenitore della globalizzazione e di avere proposto a suo tempo, quella tassa…per «favorire il libero mercato», di cui, dice «sono, come tutti gli economisti, un fautore».

Attac e il gruppo di intellettuali raccolti intorno a Le Monde Diplomatique rappresentano oggi l’ultima versione della vecchia e fallimentare utopia socialdemocratica. Coloro i quali pensano di risolvere la disgrazia dei poveri tassando i ricchi non paiono consapevoli di fondare il futuro sulla permanenza precisamente dei ricchi, e dello sfruttamento che li produce, delle produzioni assassine che li alimentano, dello stato che li garantisce.

No, non ci accontenteremo di fare petizioni, né diventeremo una Ong con voto consultivo all’Onu. A Seattle, come a Genova e nella Selva Lacandona, la scommessa era un’altra.

«Un nuovo mondo è possibile: basta farlo. Noi. Oggi.» Questo è un altro dei tanti messaggi che ci arrivano dalla Selva Lacandona. Oggi l’importante è creare situazioni di rottura, aprire il cammino a una socialità diversa, intessere reti, stimolare incontri, favorire l’autonomia dei soggetti. L’apporto di tutti è necessario, quello dei popoli indigeni, delle loro civiltà, della loro capacità di resistenza, prezioso. 

Il movimento è giovane e non ha ancora obiettivi definiti. Non importa, questi si chiariranno al momento opportuno. L’importante è non ripetere gli errori del passato, imparare a navigare in acque agitate, tra gli uragani della repressione e le risacche istituzionali.

Il momento è appassionante. Organismi come l’FMI, la Banca Mondiale o il G8, che prima ritenevano di poter agire indisturbati, sono adesso sulla difensiva e si trovano costretti a organizzare i loro incontri dietro mura invalicabili o in luoghi inaccessibili. Accordi che prima erano discussi in gran segreto e al riparo dalla furia popolare sono adesso sottoposti a dibattito pubblico.

Dopo Genova, meno gente nel mondo crede che la globalizzazione capitalista promuova la democrazia e la distribuzione della ricchezza. Tuttavia questo «stato d’emergenza», questo «momento del pericolo» faticosamente riemersi, non ammettono ripetizioni. Non conviene rincorrere una volta ancora il calendario dei signori governanti, riproponendo semplicemente quello che Tony Blair ha chiamato con spregio «il circo itinerante degli anarchici».  

Anche il futuro delle manifestazioni di piazza solleva un gran numero di interrogativi. Il movimento è oramai, in maniera irreversibile, internazionale: questo fatto che dà corpo come mai prima a  centocinquant’anni  di sogni e di speranze degli internazionalisti, impone però a tutti un grande salto di qualità dal punto di vista dell’organizzazione e della comunicazione.

Chi ha vissuto l’avventura degli incontri zapatisti del 1996 e 1997, che tanta parte hanno avuto nel condurci dove ora ci troviamo, sa quanta fatica, sia pure entusiasmante, costi comunicare fra persone che non si conoscono, e che neppure parlano la medesima lingua. Il rischio dell’incomprensione, come pure quello dell’appiattimento a slogan di ogni ragionamento è sempre in agguato.

La bastonata che un BB ha assestato a un compagno dei Cobas che ragionevolmente invitava «non partite ancora, aspettate che tutti siano pronti» può certamente essere ascritta in buona misura a questo oggettivo ritardo.

Sgombrato il campo dalle calunnie, il più urgente e irrisolto dei problemi rimane: come armonizzare la violenza offensiva di alcuni con la nonviolenza di molti altri?

I Black Blocs, con buona pace dei calunniatori, non sembrano orientati al suicidio, ma nel futuro non sempre sarà loro possibile fare come a Washington o a Quebec City.

Genova mostra già ora un salto di qualità nella strategia repressiva. La scelta da parte delle forze repressive di concentrare gli attacchi sui manifestanti pacifici ha dato buoni risultati ed è facile prevedere che continuerà ad essere usata, spingendo alla ritirata chi non ama o non ha la possibilità di battersi e imponendo il terreno dello scontro militare, su cui non potremo, per molto tempo ancora, giocare al rialzo, quand’anche lo volessimo.

Alcuni ripropongono la vecchia piaga dei servizi d’ordine, una soluzione che, oltre a suggerire una spiacevole identificazione con i repressori in uniforme, è profondamente estranea a un movimento che trae la propria forza dal disordine, dagli innumerevoli approcci della creatività individuale. 

Né bisogna avere illusioni sull’orientamento politico dei governi. A Goteborg, un governo socialdemocratico ha ordinato di sparare sui manifestanti e a Genova un governo postfascista ha fatto il morto. A Parigi, in agosto, i CRS di Jospin e Chirac, hanno fermato, identificato e maltrattato i partecipanti a una pacifica manifestazione sui fatti di Genova.

Occorre che tutti, anche coloro i quali per mille legittimi motivi non hanno desiderio di militarizzare la propria azione, né di contrapporre la mazza al manganello, o la molotov al lacrimogeno, comprendano  che arriva un momento in cui il percorso dell’autonomia individuale e collettiva si scontra inevitabilmente con il potere e con la sua violenza e che le conseguenze di ciò sono spesso tragiche.

A loro volta i «violenti», cui non può più essere negata la possibilità di presentare liberamente le proprie tattiche e i propri punti di vista, devono affinare, perfezionare, graduare la portata delle loro azioni per meglio salvaguardare la vita e la libertà di tutti.

Se di sicuro non è possibile combattere l’alienazione con forme alienate, non è possibile neppure cancellare la violenza stupida dei potenti con qualcosa che non sia in certo qual modo un «antiviolenza» le cui forme rimangono in buona misura ancora da inventare con la collaborazione di tutti.

Il futuro di questo movimento sta tutto qui: le sue anime devono imparare ad agire in maniera fraterna. Se no, un’altra occasione sarà perduta…

 

Parigi, agosto/settembre 2001

 

Ringrazio i compagni del Comitato di Solidarietà con la Lotta dei Popoli del Chiapas in Lotta a Parigi; e Paolo Ranieri, vecchio amico, complice, e testimone appassionato degli avvenimenti di Genova.