Le date

Gli allievi di quinta mi chiedono, per la preparazione dell'esame finale, una tavola cronologica con gli avvenimenti più importanti del XX secolo. Confortato dalla natura prospettica e relativa che viene riconosciuta alla disciplina, mi accingo ad applicare tranquillamente il mio arbitrio selettivo al secolo trascorso. Può diventare un gioco divertente. Ho una riga sola per anno, dunque la selezione dev'essere durissima. Comincio dalle decine, per dare una griglia e vedere come va. Allora, 1900. Qui si richiede un evento simbolico che condensi il senso complessivo di cento anni. Certo, c'è l'attentato a Umberto I. Ma, a ben vedere, per la storia mondiale, un balzello, e per quella italiana è valsa la regola della continuità. Morto un re se n'è fatto un altro, a verifica della solidità dei regimi e della velleità dei bombaroli. E puntare sugli eventi culturali? E' l'anno dell'Interpretazione dei sogni di Freud e anche della teoria dei quanta di Planck. Ma potrebbe starci la morte del grande Nietzsche, di chi ha capito, meglio di tutti, ciò che sarebbe stata la nuova età che sbocciava cupa. Bloccato dall'incertezza lascio la riga bianca. 1910. Non mi viene in mente niente. Nelle grandi cronologie che consulto trovo una rivolta di contadini in Cina, rivoluzione in Messico, sollevazione in Portogallo. Tutte conclusesi maluccio. I ragazzi sanno vagamente chi è Zapata, una delle icone della storia rivoluzionaria del globo con Spartaco, fra Dolcino, Winstanley e altri dopo di lui, nomi per cui mi infervoro durante le spiegazioni. Ma queste del'10 sono rivolte remote (per noi), con centinaia di migliaia di morti ammazzati, ma messi ai margini dalla macabro sarcasmo della ufficialità della memoria. Difficilissimo affrontare questo argomento…1920. Qui si va sul sicuro. Gramsci e gli ordinovisti, la grande fabbrica occupata dagli operai armati. Sanno tutto della mediazione ambigua di Giolitti, del riflusso del biennio rosso, del nascente fascismo. Via al 1930. Lanciato, seleziono un "Ho Chi-minh dà vita la Partito comunista vietnamita". Poi lo cancello. Cercherò qualcosa di più significativo. Il 1940 dovrebbe presentare problemi di sovraffollamento. Ma non ha senso scrivere cose scontate come l'entrate dell'Italia in guerra o la caduta di Parigi. Un pro memoria, va bene, ma che non serva a ricordare l'ovvio. Anche se di ovvio, con i ragazzi, non c'è nulla. Non è stato ovvio spiegare nelle mie classi che la bomba a piazza Fontana non l'hanno messa le BR, che il potere giudiziario non lo detiene la polizia, che gli ebrei non sono cristiani, ma i valdesi sì, che Castro e Stalin sono diversi in tantissime cose, che le streghe sono state bruciate soprattutto nel '600 controriformista e non da Carlo Magno. Inibito dalla problematica relativa all'"ovvio" passo al 1950. La guerra di Corea o la nascita di Cisl e Uil? Detto così il confronto fa un po' ridere. Ma riassume l'eterno dilemma tra centralità nazionale (e miopia internazionale) e allargato sguardo sul mondo (e rischio dell'astrattezza). Andiamo al 1960. Kennedy presidente. Ma non è stato sopravvalutato? Ora lo riconoscono anche gli storici USA, anche l'ala liberal. E la rivolta a Genova dopo Tambroni? Per molti in fondo è l'inizio dell'antagonismo duro, di classe, nel dopoguerra. Ma, avrei dovuto trattare meglio la parte. 1970. Si cantava: gli operai polacchi che hanno scioperato, l'America dei Nixon, la civiltà del napalm, il mondo che sta esplodendo dall'Angola alla Palestina, e anche qui da noi da Avola a Torino…In una riga dovrei restituire la nostalgia? O la sconfitta? O che cosa? Scelgo: "Approvazione dello Statuto dei lavoratori e della legge sul divorzio in Italia". Il 1980 per me è un 2 di agosto in montagna con la tv accesa e la consapevolezza che sì, è stata una bomba, non una caldaia o altro. Ma per un diciottenne di oggi? La "larga vittoria di Reagan nelle elezioni presidenziali" non ha forse un peso "oggettivo" o almeno un valore simbolico più elevato? E allora, se la mettiamo sul piano simbolico, l'80 torinese con i 35 giorni e la marcia del riflusso? Passiamo al 1990. In classe, a fine anno, abbiamo fatto una rapida " carrellata" dell'ultimo decennio, senza spiegare molto, cercando di fornire informazioni e indicazioni minime. Relativamente a quell'anno sono quasi sicuro di aver accennato alle riforme di Gorbaciov, all'approvazione CEE per l'Europa unita, all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq, alla legge antitrust. Ora, ripensandoci, mi accorgo che a più di dieci anni di distanza restano ancora irrisolti nodi, problemi che il mondo e l'Italia si trascinano stancamente o drammaticamente dietro. Eventi proiettati confusamente in avanti, fino a noi, incessantemente rimasticati dalla storia, non certo snodi temporali nitidi e definiti. Guardo sconfortato il mio foglio. Due righe con l'occupazione delle fabbriche e lo Statuto dei lavoratori. L'anno passato uno studente aveva rilevato nel libro di testo (autori: Ortoleva e Revelli) uno sbilanciamento verso la storia sociale. Il fatto che se ne fosse accorto mi aveva già entusiasmato e mi ero perso in un dialogo con il contestatore (mentre il resto della classe, che aveva già ampiamente dimenticato il concetto stesso di storia sociale, faceva gli affari propri) per difendere quella scelta metodologica. E avevo ricordato i libri di un tempo zeppi di guerre e grandi personaggi, di storia politica e diplomatica (crisi degli equilibri, guerra, pace, relativa stabilità, nuova crisi degli equilibri, guerra, pace e via di seguito) e il salutare stravolgimento di quell'impianto metodologico con la nuova storia delle mentalità, la storia materiale, del lavoro e delle classi subalterne, la storia sociale. Discussione intensa e così rara che la ricordo a distanza di anni. Ma ora osservo sconsolato le mie due righe. Questa selezione (occupazione delle fabbriche, Statuto dei lavoratori) buttata lì così si colloca tra l'insignificanza e il ridicolo. Forse è l'idea stessa di "avvenimento significativo" che andrebbe rivista. Potrei però capovolgere il discorso. Loro, gli studenti, selezionino i dati, sulla base di criterio personali. Cosa può venirne fuori? Nel 1990 i goal di Schillaci? Probabilmente. Nell'80, potessero scegliere, l'attentato al papa, nel '70 la morte di Jimi Hendrix, ma nel'60, nel '50? tempi remoti, per chi oggi non ha neppure vent'anni. Riguardo il mio foglietto e lo accartoccio. Penso che non ho neppure voglia di sottoporli a questa prova. Sulle date, poi. Dirò loro che ricordino tutto quel che possono e che due o tre, l'8 settembre, il 25 aprile, cerchino di non scordarsele più. Per il resto che affidino alla nebulosa di valori che si formeranno il compito di fissare qualche rimovibile paletto cronologico nel buio del tempo passato.

 


Tutti in Fiat

"Le passo subito la signorina Cinzia". Attesa di otto secondi. "Deve comunicarmi data e luogo di nascita dei ragazzi e degli accompagnatori. Indichi poi tre giorni possibili per la visita e attenda la nostra risposta. Le telefonerò al più presto". Cortesia formale e freddina, efficienza, cura di particolari apparentemente irrilevanti (cosa gliene frega del luogo di nascita?). Insomma, azienda, azienda, azienda. Ho deciso di portare la classe quinta a visitare la Fiat. Dal fordismo al postfordismo, e poi new economy, e just in time, e finanziarizzazione e globalizzazione. Insomma, ho cercato di ripercorrere i luoghi canonici delle trasformazioni del lavoro, dell'impresa, del mercato. E credo che una visita a Mirafiori possa essere utile. C'è molta emozione. In me. E come andare in America dopo aver digerito decine di western. Immaginario e realtà. Dai libri con gli schemini del reparto presse, vogliamo tutto, Agnelli e Pirelli, pagine e pagine su cosa caspita pensano dicono e fanno gli operai a quella fabbrica che oggi, forse, neppure un operaio sa bene cosa sia. Ma comunque è lì, Mirafiori, la Fiat.

In pullman gli studenti sentono le cuffiette e si raccontano beatamente i fatti loro. Sembra che siano loro ad accompagnare me. Arriviamo dieci minuti prima delle 10.30 e aspettiamo 9 minuti e trenta secondi in corso Agnelli, piantati come piloni davanti all'ingresso degli impiegati. Riprendo un po' di storia, ma gli studenti sono già scomparsi nel bar dall'altra parte della strada. Inflessibile sull'anticipo credo che il ritardo, anche il nostro, non sarebbe perdonato dall'azienda, quindi richiamo gli studenti all'ordine. Finalmente si entra. Una graziosa signorina illustra con dati molto essenziali i caratteri della costruzione. Tutto molto destoricizzato. Non una data, un elemento di storia sociale o politica, sembra che la fabbrica sia venuta su da sola, così, e si sia messa a fare automobili. Si sale sul piccolo trenino elettrico e si percorre, due volte qualche corridoio della lastroferratura. Tutti con le cuffiette, ma i dati che arrivano sono ovvi e scarni e i ragazzi cominciano a distrarsi. Guardano i grandi convogliatori in alto, le scintille che sprizzano dai saldatori. Alcuni operaie e operai ci fanno cenni di saluto, sembrano rilassati. "Ehi pro, (neppure prof, gli studenti economizzano al massimo le energie) ma non c'è tanto casino" "Qui no -dico- ma in altri reparti il rumore e molto peggio. Guardate le dimensioni". Vedo moti giovani, pochi operai oltre i cinquanta, e mi piacerebbe fermarli, farli salire sul trenino, gente che magari è qui da trent'anni e farci raccontare qualcosa. Ci spostiamo di corridoio e Lucia, la gentile accompagnatrice, prosegue imperterrita a dire esattamente ciò che vediamo: qui si mettono i vetri, qui si sistema una parte dell'interno, il cruscotto, qui i sedili. Non si abbandona certo ad astrazioni, la signorina Lucia. Descrive ciò che vediamo. A me capita di camminare nel centro di Torino e fare invece gioco di astrazione dal qui e ora e pensarmi nella piccola capitale sabauda, come doveva essere via Roma prima del fascismo o la zona di Piazza Vittorio due secoli fa. Forse chi insegna storia finisce per vivere un po' troppo dentro questa distorsione di prospettiva, ha la testa rivolta più al passato che al futuro, "sente" le forme trascorse non come qualcosa che non è più ma come uno scenario di possibilità, alcune perse, altre in atto, altre ancora, forse, da tentare di riagguantare. Ogni prof vorrebbe che la stessa sensibilità appartenesse agli studenti e questo è un motivo perenne di attrito, lontani come sono i giovani dal gusto della storicizzazione, inevitabilmente proiettati nell'indefinitezza creativa dell'attesa di vita. Ora, annoiato dalla descrizione in tempo reale della signorina Lucia, mi lascio scivolare dentro la fantasia, la sovrapposizione tra le immagini di adesso e le letture o i racconti che amici e compagni mi hanno fatto. Cerco di pensare a questi corridoi che sto percorrendo nelle trasformazioni che li hanno segnati, penso alla Fiat vallettiana a cosa doveva essere qua dentro cinquant'anni fa, e poi a questi stessi corridoi "spazzati" da un corteo interno, il casino dei "tamburi di Mirafiori", i cancelli e la vita di idee, di lavoro, di cambiamento che bolliva qua attorno. "A destra vedete due addetti che montano il parabrezza anteriore, poco dopo altri addetti al montaggio delle componenti isolanti". Addetti. Faccio notare allo studente seduto vicino a me che la signorina Lucia non ha mai parlato di operai. Solo di addetti a qualcosa. Lui scuote la testa in segno di assenso. Chissà cosa frulla nella testa dei miei studenti. Per molti di loro la Fiat non è altro che la fabbrica da cui è uscita l'automobile dei genitori. Ma durante le ore trascorse in classe a riassumere un po' si storia della fabbrica sono stati particolarmente attenti. Hanno fatto domande pertinenti. Li ho lasciati parlare, raccontare, e sono venute fuori tante storie, vicende di fabbriche e di posti di lavoro, e poi si è discusso di stipendi (con l'immancabile battuta sulle 18 ore settimanali dei professori, che ormai incasso come segno di una raggiunta confidenza con le classi) e di quanto prende un calciatore e se ha senso un calmiere e il libero mercato ecc. ecc. Facevo da moderatore solo per smorzare i toni, ogni tanto decisamente accesi, e le troppe voci accavallate. Mi gustavo questo grezzo gomitolo di idee che si srotolava davanti a me, in modo caotico e casuale, contento di non insegnare matematica e di avere l'opportunità di osservare questi ragazzi nel loro confronto con la storia, che sia vicinissima o lontanissima, perché dopo un po' capiscono che gli uomini, in fondo hanno voluto, potuto e dovuto fare le stesse cose, dai Sumeri a oggi e solo l'hanno fatto in maniera un po' diversa. E proprio a questo pensavo mentre il nostro silenzioso trenino andava avanti, tra addetti di qui e addetti di là, dentro la pancia della Fiat, io coi i miei ricordi e le mie emozioni libresche, da ex studentello operaista, di una fabbrica che non c'è più, loro, chissà. Il giorno dopo in aula chiedo pareri, impressioni, cerco di forzare un commento. Bocche cucite. "Ma insomma, interessante no?" Assenso muto. Osservo Marco & Marco, vicini di banco, dopo tre anni di frequentazione dentro e fuori dalle aule, ormai in condizioni simbiotica, legati da quelle amicizie assolute che solo a quella età si possono avere. Abituati a commentare tutto con disegnini che poi circolano suscitando ilarità per la classe. Vedo che scarabocchiano e, come sempre lascio perdere, non indago. Prima di uscire chiedo se è possibile vedere il loro nuovo capolavoro. "Spero che diventiate almeno come Disegni e Caviglia" dico accondiscendente, mentre con sguardo complice mi danno il foglietto. Il consiglio di classe, più il Preside, è ritratto dietro una catena di montaggio ad avvitare teste di studenti (riconoscibili dai vistosi piercing) su busti di marionetta. Bravi ragazzi, questa è la scuola del futuro.


Luigi

Da molti anni sono oggetto di un educato sfottò da parte degli studenti per la mia mania di accusarli di "mancanza di pathos". "Questa è la cosa veramente grave- strillo- l'assenza di passione. Siete amorfi, passivi, avete completamente perso tra gli scaffali ricolmi di cose, di oggetti, di merce, la forza della curiositas, cioè la pulsione che distingue l'umano". Il tono non è del tutto serio perché mi capita, soprattutto di fronte ad una platea di sedicenni, di parlare in regime di "convinzione ridotta" cioè di esporre le idee appena enunciate a radicali dubbi teorici, etici, deontologici. Comunque sia, è indubbio che sempre più spesso gli studenti si perdono dentro una pletora di opportunità e difficilmente riescono a immettere nelle cose una entusiasmo, convinzione, pathos insomma. Sono loro stessi a riconoscersi nella formula della "generazione X".

E invece quest'anno, in terza, c'è Luigi. Eccolo lì. Un po' più piccolo dei compagni che sembrano tutti giocatori dei Bulls di Chicago: indossa pantaloni normali e non di tre taglie più grandi, porta la camicia sotto il maglioncino, come me e come quasi tutti i miei colleghi. Detto così è il fenotipo del secchione. E invece Luigi secchione non è. E' simpatico, accettato e stimato da tutta la classe, spiritoso. Suggerisce. Ha gli occhi che sprizzano curiosità. Insomma, lo studente che tutti vorrebbero avere e potere clonare per imprestarlo ai colleghi delle altre classi, per farlo vedere, per ripescarlo nei momenti di depressione quando sembra che il nostro lavoro scivoli verso la deriva dell'indifferenza o dell'insofferenza o dell'irrilevanza. Luigi non è in prima fila, ma in seconda, già indicazione di understatement, segno di vera elezione. Consigli un libro e lui, incredibilmente, lo legge, prende appunti, ricorda, studia i manuali, anzi ne legge tre diversi e coglie le differenze e te ne parla. Luigi si dedica a quel grandioso passatempo che l'umanità sembra disdegnare, pensa. Ha un "approccio critico alla disciplina" come recita lo scolaschese. Di filosofia, certo, ma anche di matematica ("geniale nelle soluzioni, non ne vedevo da anni" dice il mio collega con una smorfia di stupore), e ha 10 di disegno, e di scienze e di latino. Bravo in ginnastica dove ci mette l'anima, è grintoso e, ovviamente, capisce gli esercizi al volo. La storia è una sua passione fin da ragazzino e sono obbligato a rifilargli il mio primo 10 dopo anni di onorata carriera. A novembre attendo con ansia i suoi genitori. Voglio cercare di osservare un po' da vicino l'ambiente dove questo mostro è stato covato. Le ipotesi sociologiche, per quel che possono valere, si reggono sull'eccezionalità e si sgretolano di fronte alle manifestazione della normalità. La mamma di Luigi è assolutamente nella "media delle mamme", né ansiosa, né particolarmente orgogliosa. Sa che ha un figlio intelligente, non cerca conferme come quelle gentili, comprensibili e insopportabili signore che con marmocchi bravissimi vengono a mietere elogi da portare a casa. La madre di Luigi la vedrò solo più una volta, durante un Consiglio straordinario per decidere alcune cose relative alla gita di classe. Lui naviga da solo. Capisco che l'ambiente dove è cresciuto è segnato da quei tratti tipici del ceto medio, a cui ormai due terzi buoni dell'umanità occidentale appartiene. Nei consumi e nei modi, nell'alimentazione e nelle scelte, le variazioni sono molto più ridotte di quanto ci piaccia immaginare. Le differenze attengono più alla sfera dei valori, agli orizzonti culturali e ideali (per chi li mantiene ancora) che alla concretezze delle modalità esistenziali. Dunque da dove germoglia l'eccezionalità? Per anni si è negato qualsiasi legittimità teorica all'innatismo. Bisognava, giustamente, sottolineare quanto le diversità ambientali marcassero quelle individuali. Poi con il riflusso sono tornate di moda le teorie sul determinismo genetico o sulla totale dipendenza dagli astri, dai santi, dall'essere e si è ricominciato a dire che i matti sono matti perché lo sono, punto e basta. E' una discussione (che fa da contrappunto a quella tra libertà umana e necessità) che praticavano appasionatamente già i greci, qualche decina di secoli fa, e che appare del tutto indecidibile. Certo quando penso a questo ragazzo cresciuto in un ambiente sano ma del tutto "medio", mi viene da credere che la natura ci abbia messo lo zampino e che un po' qui e un po' là (ha, tra l'altro, una memoria prodigiosa) abbia ritoccato verso il meglio, verso lo scarto da quella medietà a cui, di solito, si sta in grembo.

Non so e non voglio dire se Luigi è un individuo eccezionale. Per ora è uno studente eccezionale, oltre ad essere una bella persona. Non gli auguro niente, né successo, né insuccesso. Solo, riprendendo un vecchio detto che ormai appartiene al repertorio delle frasi storiche, come quelle dei nonni, gli auguro peace, love and freedom, in fondo, perché no, ancora valori, di quelli veri, "tosti". E da qualsiasi luogo e forza questi gli provengano, dalla sua intelligenza, forse proprio un po' atipica, come dalla sua sensibilità o da quel poco che mantiene di normalità. Spero solo che non diventi un individuo convenzionale, ma mentre l'osservo che si rosicchia tranquillamente un'unghia mentre legge Il nipote di Wittgenstein di Thomas Bernhard, dondolandosi su una gamba sola della sedia, almeno questo mi sento di escluderlo.

 


L'anarchico

Stefano non entra mia in orario. Divora dai sette agli otto pacchetti di fette biscottate al mattino e ho scoperto che questa è la sua dieta abituale anche a casa, "sono buone, costano poco, riempiono" mi dice beato. Stefano a Natale è entrato con alcune palline da albero di Natale legate dentro i lunghi, neri, e abbastanza sporchi capelli. Stefano legge libri sui terroristi anarchici mentre spiego Kierkegaard, a Stefano stanno sull'anima i comunisti e la polizia. Fenomenologia di un anarchico diciottenne. Da anni non ho ragazzi politicizzati in classe. O se lo sono (e lo sono) non lo fanno vedere, non reagiscono. Non ho mai avuto cattolici non dico che abbiano difeso le crociate o i roghi, ma almeno inscenato una piccola contestazione quando critico Pio IX o quando sottolineo entusiasta il laicismo, anzi no, l'ateismo di Sartre. Niente. Mai saputo di fascistelli (e anche quelli ci sono) che tentino di difendere Benito, anche con i più classici argomenti: le bonifiche, il senso trovato di appartenenza ad una casa comune, fascista sì, ma di un fascismo sociale, la voce grossa verso Hitler fino al '36, o via revisionando. Magari. Mai una voce fuori dal coro silenzioso delle facce che mi guardano e tacciono. E anche da sinistra, pochi squilli di tromba.

Prima o poi viene il momento in cui esplicito le mie idee. Lo faccio sempre con estrema prudenza. Racconto qualcosa del movimento, di come ci si sentiva starci dentro. Storicizzo, relativizzo, deideologizzo, poi dico la mia, molto molto morbido, su quelli che restano valori e disvalori. Poi se la vedano un po' loro, sono grandi abbastanza da fare i conti con uno che la pensa diversamente da loro. E poi con le mie materie il confronto, o lo scontro, è salutare, anzi ce ne fosse un po' di più. Allora ben venga Stefano, che borbotta "viva l'anarchia" quando parlo di Bresci e che alza educatamente il pugno, mai la mano, per fare domande e per obiettare che sì, è vero che gli anarchici spagnoli avrebbero fucilato, se fossero riusciti a farlo, tutte le suore e tutti i preti, ma che questo in una prospettiva rivoluzionaria….

Sopra la mia testa, in classe, tra un poster di una squadra di pallavolo e un Maradona urlante pende un "calendario laico", affisso da Stefano, dove i santi sono sostituiti con ricordini delle malefatte della Chiesa. Molto divertente. Si rammentano roghi e interventi clericali di tutti i generi. Fin qui tutto a posto. Il manuale del buon bombarolo mi preoccupa un po' di più, come le troppe fette biscottate che ingurgita. Ma è coerentemente irriducibile a ogni regola. Il mio "potere" lo accetta come male necessario perché ha capito che come esercizio effettivo questo potere ha più i caratteri dell'amministrazione dell'esistente che della coercizione. Con lui, come con tutti gli studenti, si arriva a strani compromessi che si collocano di solito nel punto di intersezione tra le "manie" dell'allievo, quelle dell'insegnante e le regole dell'istituzione. Per esempio esigo che si chieda permesso quando si esce dall'aula. Loro lo chiedono sempre, con un boffonchiato "posso uscire?" e io sempre lo concedo. Credo che a Stefano la parola "posso" seguita dall'interrogativo dia fastidio. Allora sfila una sigaretta, abbozza appena un'alzata di mano impugnandola e io faccio un cenno di assenso leggerissimo, che assomiglia più a un meditabondo scuotimento di capo che a un permesso, che urterebbe la sua sensibilità libertaria. Lo so che nella scuola ci sono professori repressivi, piccoli tiranni che si sfogano dalle cattedre, ma posso garantire che è ben più frequente incontrare queste forme maniacali di attenzione alle differenze, ai bisogni, all'infinita gamma di sfumature degli studenti. Poi ogni insegnante fissa la sue regole. Io per esempio non mi faccio coinvolgere in affari extrascolastici come i problemi di cuore, ma alcune colleghe lo fanno, e vengono risucchiate in paurosi psicodrammi esistenziali. Cerco di evitare gli incontri terminato il ciclo scolastico, non per indifferenza o supponenza ma perché possono tracimare in mezze amicizie, rese difficili dalle troppe distanze, da quella di età innanzi tutto, e dal non ritrovarsi al di fuori di ruoli che per anni hanno definito posizioni molto precise, nette, chiare.

Stefano lo incontro per la strada dopo la maturità. Non si è iscritto all'Università, indifferente alle mie insistenze e a quelle di sua madre, lavora in modo saltuario raccogliendo frutta in Spagna o dove capita. Non sa cosa farà domani né cerca di saperlo. Mi chiede qualcosa della scuola, più per cortesia che per reale interesse. Lui l'ha attraversata, navigando sempre sulla sufficienza media, con molta leggerezza, non so con quanta indifferenza. Decido di chiederglielo. "Ma ti è mai importato qualcosa di quello che hai fatto, che abbiamo detto, che hai studiato? Ti è servita almeno un po' lascuola?" "Sì, ho smesso di mangiare fette biscottate".