il manifesto del 06 Gennaio 2008
La precarietà che minaccia il «Sol Levante»
Un terzo dei lavoratori giapponesi è precario. Salari bassi e consumi al lumicino frenano la crescita della seconda potenza mondiale. Parola del «Wall Street Journal»
Sara Farolfi

Uno spettro minaccia la stabilità dell'economia giapponese. Si chiama «lavoro precario» e a dirlo è un'insospettabile analisi del Wall Street Journal (Wsj), pubblicata due giorni fa. La seconda potenza economica mondiale, da cinque anni in espansione dopo oltre un decennio di declino, non riesce a crescere più dell'1,5% all'anno. La dipendenza dalle esportazioni contribuisce oggi - con lo spettro di una recessione americana legata alla crisi dei mutui subprime - a rendere il Giappone ancora più vulnerabile. Ma, soprattutto, è la domanda interna che langue: i consumi sono così deboli in Giappone che valgono solo poco più della metà dell'economia. Un nulla, paragonati ad esempio al 70% degli Stati Uniti. E la tendenza, dicono gli analisti, sembra destinata ad accentuarsi, trainata da quella che il Wsj definisce una vera «sbornia» per il lavoro a termine, che rischia così di imprimere un marchio durevole sull'economia del paese.
Più di un terzo della forza lavoro giapponese oggi è precaria, tra contratti part time, a tempo determinato e lavoratori «forniti» alle aziende just in time dalle agenzie interinali. Un primato, in termini quantitativi, se si confrontano i numeri giapponesi con quelli di tutti gli altri paesi sviluppati. E una tendenza relativamente giovane, che risale alla fine degli anni '90, quando il tabù del lavoro temporaneo, fino al '99 lecito solo in pochi settori produttivi, è definitivamente stato rimosso. L'ultima barriera è caduta nel 2004, quando è stato permesso anche all'industria manifatturiera (Toyota e Canon, per citare due colossi) di utilizzare lavoratori forniti dalle agenzie interinali. Le serie storiche lo dimostrano: dal 1984 al 2007 la percentuale di lavoratori «a termine» è salita dal 15% della forza lavoro complessiva al 34%.
Il trend, dice il Wsj, è stato per un verso un balsamo per l'economia giapponese (le imprese hanno visto i loro profitti crescere progressivamente negli ultimi cinque anni), ma dall'altra parte ha creato un ostacolo al «circolo virtuoso» tipico delle economie in espansione: profitti maggiori generano salari più alti che, incrementando i consumi, tornano a generare una crescita dei profitti.
Ciò che invece è successo in Giappone (e non solo) è che l'abnorme utilizzo di forza lavoro precaria ha contribuito al ristagno, quando non alla caduta, dei salari anche per i lavoratori stabili. La caduta dei consumi delle famiglie dunque è effetto conseguente. Così oggi i media giapponesi traboccano di storie di working poors, proliferano le agenzie temporanee, il numero di richieste di sussidi pubblici cresce, e compaiono persino nuove tipologie di «senza casa», come le giovani famiglie che dormono negli Internet cafè.
I precari sono naturalmente soprattutto giovani: il 26% dei giovani tra i 25 e i 34 anni sono assunti con contratti a termine (mentre una decina di anni fa erano il 14%). Il passaggio poi da un impiego temporaneo ad uno stabile risulta quantomai difficile. In un sondaggio del 2006, due terzi delle aziende interpellate, si sono dette riluttanti alla trasformazione dei part-time in full-time. Perché? «Deficit di formazione», hanno risposto i datori di lavoro, come se questo potesse essere addebitato alle responsabilità dei lavoratori stessi.
Ma alle aziende la deregulation non basta mai, e ora vorrebbero abolire la legge che prevede che un contratto a tempo determinato, dopo tre anni, debba essere trasformato in uno a tempo indeterminato. Nonostante, spiega il Wsj, questa venga già con estrema semplicità raggirata, con banali ritocchi alla formula contrattuale stessa, poco prima dello scadere dei tre anni.
Alla Canon (e nelle sue affiliate) il numero dei contratti part time e a tempo determinato è quasi quadruplicato (a 40 mila unità) dal 2003 al giugno scorso. Alla Toyota, che si candida a diventare il primo produttore mondiale di auto e che l'anno scorso ha pagato dividendi record, oggi lavorano con contratti precari 110 mila persone, secondo i dati resi noti dal sindacato (la Federation of all Toyota workers unions) di cui sono membri 290 mila lavoratori stabili. Lo stipendio lordo di un lavoratore precario si aggira, alla Toyota, sui 21 mila dollari all'anno. Poco più di 13 mila euro, in un paese dove la vita costa almeno il doppio che da noi.