Giorgio Ghezzi e quei 61 della Fiat
Domani 18 gennaio si svolgerà nell'Aula Magna dell'Università di Bologna una cerimonia in ricordo di Giorgio Ghezzi deceduto un anno fa. Pubblichiamo l'intervento di un collega che gli fu molto vicino.

Umberto Romagnoli

Per dire di Giorgio, del suo itinerario culturale, del suo progetto di vita e della sua maniera di realizzarlo, è lui stesso che ci orienta nella giusta direzione.
Lo fa regalandoci frammenti dell'autobiografia che non scrisse, benché ne avesse l'attitudine e dovesse esservi sollecitato da un'estesa gamma di esperienze esistenziali che gli avevano fornito i materiali necessari per una riflessione filtrata dalla memoria; una memoria che aveva fortissima. Per questo, oggi mi rimprovero di non averlo esortato abbastanza a prendere in seria considerazione l'eventualità che gli prospettavo ed essermi invece arreso alla sua discrezione, che lo portava a ravvisare nel cedimento a quella che gli pareva una lusinga un gesto di umana vanità contrastante con l'immagine - nella quale si riconosceva più volentieri - di chi "sa sorridere sulla sua piccola storia personale". 

Può darsi che neanch'io fossi persuaso della bontà del consiglio. Ma proprio questa è la cosa che non riesco a perdonarmi, perché tutt'al contrario avrei potuto e dovuto giovarmi di un argomento eccellente per non desistere.

Da me incoraggiato, nella tarda primavera del 1981 Giorgio aveva dato alle stampe un agile volume nel quale, con inusuale velocità di stesura e col piglio di una grande firma del giornalismo specializzato, aveva ricostruito la tranche de vie che lo aveva visto tra i protagonisti di un evento che produsse una svolta epocale nelle relazioni sindacali e di lavoro in Italia con ricadute immediate sulla loro governabilità in base alle regole esistenti. Ebbene, Processo al sindacato - questo è l'efficace titolo del libricino - rivela in lui la vena pungente e demistificante che è il segno caratteristico dell'intellettuale reduce da un numero imprecisato di battaglie ideali, ma capace di parlarne alla gente comune coniugando il sapere con la verve e l'auto-ironia.

Il "piccolo saggio" traccia "un quadro critico e tuttavia - per più di un aspetto - anche autocritico" della vicenda politica, sindacale e giudiziaria aperta dal licenziamento di 61 operai deliberato nell'ottobre del 1979 dalla Fiat  con una sommaria motivazione che accreditava l'impressione che fossero tutti terroristi o giù di lì. Con quel licenziamento la Fiat intercettava una comprensibile voglia trasversale di normalizzazione, assecondando l'inclinazione dell'opinione pubblica moderata a "fare di ogni erba un fascio", stabilendo un nesso di causalità tra la fisiologia del conflitto sociale nei paesi industrializzati e la patologia della sua degenerazione nel terrorismo vero e proprio. "Gli spari delle br", scriverà Marco Revelli, "non ruppero il silenzio operaio. Contribuirono a renderlo più pesante", come se la conflittualità sindacale - quella che storicamente ha funzionato da fattore di accelerazione del progresso - fosse trattenuta dal timore di essere fraintesa e criminalizzata.

Confesso che non faticai a convincere Giorgio a scrivere la storia del processo.
In qualità di membro del collegio di difesa reclutato dalla Federazione unitaria dei metalmeccanici, Giorgio aveva occupato un osservatorio privilegiato che gli aveva consentito di monitorare flussi di dati e informazioni di prima mano. Si era impadronito della cassetta degli attrezzi occorrente per misurare tutte le vibrazioni e le scosse che investivano un luogo simbolico del sindacato e dell'industria ormai trasformato nell'epicentro del movimento sismico che si sarebbe manifestato con effetti devastanti l'anno successivo, culminando nella marcia dei 40.000 a Torino.
 
Ebbe l'opportunità di condividere tutte le ansie e partecipare a molte delle decisioni attraverso le quali si sviluppò una vertenza da cui sia il sindacato che l'industria sarebbero usciti diversi da come erano quando la cominciarono, anche perché la condussero senza esclusione di colpi, con un'intransigenza da mors tua, vita mea. Perciò, è durante un'esperienza ricca di pathos e intensamente vissuta che - senza forse averne nitida la percezione - cresce dentro di lui non tanto il desiderio quanto piuttosto il bisogno di raccontarla, documentandone gli snodi con la meticolosità di un ricercatore abituato alla severità del metodo scientifico.

No, non dovetti insistere molto. Ma non perché entrambi commettevamo l'errore di sottostimare la difficoltà per uno scrittore isolato di fronteggiare i centri di potere mediatico che, cavalcando l'onda lunga dell'effetto inquinante del terrorismo armato, somministravano dosi massicce di quella che nel medesimo arco di tempo Bruno Trentin definiva "cultura del riflusso". Giorgio per primo se ne rendeva conto. Troppo vigile era il suo senso del ridicolo per mettersi in testa di esercitare il ruolo di Davide. Il suo intento, infatti, non era quello di sfidare Golia né tanto meno di abbatterlo. L'intento era diverso. Giorgio si proponeva di prevenire ciò che solitamente avviene quando è sgradevole rammentare: la rimozione di quel che è successo.

Per questo, con l'obiettività che "il trascorrere del tempo permette anche a chi è stato tra i difensori costituiti in causa", Giorgio ripercorrerà la drammatica vicenda col proposito di offrire "un contributo per una migliore comprensione di una realtà" che nel giro di pochi mesi aveva conosciuto "accelerazioni vorticose" le quali, per quanto sostenute da una volontà di "rivincita imprenditoriale" nei confronti di un'egemonia sindacale diventata intollerabile, costringevano il sindacato ad interrogarsi nell'ampia misura in cui la vicenda era interpretabile come un sintomo della sua crisi: crisi di rappresentatività, d'identità, di progettualità.

Come dire che Giorgio presagiva in netto anticipo quel che capita adesso. Adesso, è normale che, al termine di incontri pubblici o privati, in Italia o all'estero indifferentemente, in cui si è discusso - in quasi tutti, più mestamente che animatamente - del sindacato e del suo ruolo nella società contemporanea, i parlanti che gli sono tuttora affezionati si congedino con la sensazione di avere celebrato i funerali d'un caro estinto e col presentimento che ormai non resti nient'altro da fare che elaborare il lutto. Talvolta, capita persino che gli intervenuti non sappiano con precisione nemmeno se stanno parlando della stessa cosa. E ciò perché, la parola "sindacato" è diventata polisensa.

Giorgio, però, a cui  non era sfuggita la sindrome della malattia sapeva che, quando un essere umano colpito da un'infermità grave ne guarisce, si suol dire che sembra rinato. Non diversamente, era persuaso che un giorno la parola "sindacato" sarebbe ridiventata uno strumento affidabile di comunicazione e dunque si sarebbe potuto dire che è nata due volte.

Questa era la speranza che consegnò a pagine autobiografiche, facendomi rimpiangere che non ne abbia scritte altre. Ad eccezione di Processo al sindacato, bisogna infatti accontentarsi di scarni tocchi autobiografici disseminati casualmente, anche se casualità non equivale necessariamente a disordine: in questo caso, parlerei piuttosto di rapsodica continuità.  

Una prima volta, lo spunto gli è offerto dalla raccolta antologica di alcuni dei suoi scritti. Persino la loro selezione ha di per sé sapore autobiografico, nel senso "intimamente costruttivo" - chiarito da Giorgio nella presentazione dell'antologia - che essa ubbidisce all'esigenza di riproporre ai giuristi, specialmente ai meno giovani, elaborazioni legate in prevalenza a giovanili vicende intellettuali: un po' per "contestare, se non altro in ispirito, la relativa prossimità del pensionamento" e un po' per "metter meglio a fuoco idee e suggestioni riferite all'oggi o, meglio ancora, al domani".
Evidentemente, non possono essere vicende qualsiasi. In realtà, hanno segnato in profondità un'intera generazione di giuristi del lavoro. Anzi, neanche le generazioni successive hanno potuto evitare di misurarsi coi loro effetti, senza magari conoscerne l'origine.

Tornandoci sopra qualche anno più tardi dietro invito esplicito, Giorgio spiegherà più estesamente come il diritto del lavoro italiano nel dopo-costituzione sia costellato delle "più grandi speranze che ha suscitato" ed insieme delle "molte illusioni che ha cancellato". Speranze e illusioni che Giorgio ha vissuto con la dispendiosa generosità di chi è convinto perlomeno della loro "inutile necessità", come direbbe l'inventore del teatro dell'assurdo.

Infatti, c'è un tratto del carattere di Giorgio - l'inesausta combattività - che ha continuato a sorprendermi anche dopo averne trovato la spiegazione. La più razionale e persuasiva mi sembrò e mi sembra questa: può proporsi, perseguire e rinnovare obiettivi che non ammettono risparmi di energie soltanto chi, come Giorgio, è un idealista senza illusioni. Un uomo cioè che la sconfitta non scalfisce più di quanto la vittoria non gli dia motivo per inorgoglirsi. Non facendosi illusioni, la delusione non lo spaventa. Non lo frena. Non lo induce a rassegnarsi. Casomai, lo rende più maturo e lo dispone a rilanciare, anche alzando la posta in gioco.

Bisogna riconoscere che la capacità di unire utopia e disincanto - una capacità che Giorgio conservò integra fino alla fine dei suoi giorni - ha rari riscontri. Per certo, nessuno ch'io conosca ha fatto della felice intuizione di un sagace saggista contemporaneo - che anche Giorgio apprezzava - la chiave di lettura d'un'intera esistenza: il disincanto, ha scritto Claudio Magris, "è un ossimoro, una contraddizione che l'intelletto non può risolvere e che solo la poesia può esprimere e custodire, perché esso dice che l'incanto non c'è più, ma suggerisce che, nonostante tutto, può riapparire quando meno lo si attende".

Per Giorgio, insomma, il disincanto non era altro che "una forma agguerrita della speranza".

 

(17/01/2006)

L'ultimo articolo di Giorgio Ghezzi per Rassegna

Quando il lavoro diventa una merce

 

di Giorgio Ghezzi

 

Questo articolo, l'ultimo che il professor Giorgio Ghezzi, docente ordinario di Diritto del Lavoro all'università di Bologna, scrisse per Rassegna, risale all'inizio del 2004. Nel riproporlo ai lettori la redazione di Rassegna si unisce al lutto per la scomparsa di Giorgio Ghezzi

 

Non sembra proprio strettamente necessario, allo stato delle cose, munirsi della lampada di Aladino, o di qualche sfera di cristallo per capire quali saranno i percorsi lungo i quali potranno avviarsi, nel 2004, ulteriori sviluppi del diritto sindacale e del lavoro. Più difficile, probabilmente, è una qualsiasi previsione sull’evolversi delle relazioni industriali. Ad ogni buon conto, cercherò, in queste poche pagine, di concentrare l’attenzione soltanto su alcuni dei nodi problematici di intensa rilevanza, suggeriti o dalle stesse modificazioni impresse, nell’anno ormai chiuso, alle linee di fondo dell’ordinamento, ovvero dall’aprirsi (o riaprirsi) di questioni rimaste irrisolte, ma giunte a uno stadio di maturazione politica e sindacale che ne esige ormai una soluzione tanto urgente quanto non più rinviabile.

Fra i tanti temi che giacciono sul tavolo ne sceglierò quindi soltanto due, per diversi che possano apparire, tra i quali scorre peraltro più di un filo di possibile continuità. Da un lato – e per riprendere l’esigenza di recente sottolineata da Umberto Romagnoli –, «il previsto processo di implementazione di lungo periodo» della riforma attuativa della legge n. 30 del 2003, come dire del d.lgs. n. 276 del medesimo anno: un processo «a cui parteciperà un ingente numero di soggetti pubblici e privati, a cominciare dai sindacati». D’altro lato, la prepotente ripresa di attualità della tematica della rappresentatività sindacale, addirittura deflagrata, tra l’altro, con i non pochi sintomi di implosione della stessa disciplina, di varia fonte, dello sciopero nei servizi pubblici essenziali, quali si sono manifestati soprattutto sul finire dell’anno passato. L’uno e l’altro tema, per vero, evocativi – ancorché in misura, per aspetti e rimandi tra loro notevolmente diversi – di un più generale problema: quello di una rivisitazione e ridefinizione delle prassi di concertazione, o della dubbia invenzione, al suo posto, del «dialogo sociale».

Il processo di attuazione del d.lgs. n. 276/2003 dovrà (o dovrebbe) passare attraverso numerose fasi, che il testo stesso prevede. Ma non credo che sarebbe indizio di grande sagacia politica se le forze parlamentari dell’opposizione e, prima ancora, i sindacati confederali non tenessero avanti a sé, per lo meno, le proposte che lo stesso movimento sindacale ha voluto elaborare – parlo soprattutto della Cgil, ma anche delle centinaia di migliaia di firme di sostegno che sono state raccolte – in tema di unificazione dei diritti nelle prestazioni di lavoro continuative, di estensione della tutela contro i licenziamenti ingiustificati, di controversie di lavoro, di salvaguardia dell’occupazione e di garanzia dei redditi (ammortizzatori sociali) (le si vedano nel volumetto La riforma del mercato del lavoro, Ediesse, Roma, 2003, e nel fascicolo n. 2/2003 della Rivista giuridica del lavoro). Una sinistra politica attenta le avrebbe già fatte proprie attraverso i suoi gruppi parlamentari e, seppur con ogni libertà di adattamento e di miglioramento, le avrebbe portate, in tal modo, almeno al primo livello di discussione formale (cioè in commissione). Ma potrebbe anche prenderne lo spunto, quando necessario o utile, per la proposizione di emendamenti ad altri e, ovviamente, ben diversi disegni di legge governativi o della maggioranza.

Allo stato, non sembra facile che questo avvenga. Eppure le occasioni non mancheranno, e già in quel medesimo processo di implementazione cui si faceva cenno, che non potrà che non vedere fortemente impegnato, anzitutto, lo stesso sindacato: nella direzione – sembra ovvio – del contrasto al chiaro messaggio politico di mercificazione del lavoro e di inevitabilità della precarizzazione, che ispira buona parte del decreto in parola.

Almeno in apparenza, il ruolo riservato alla partecipazione e al consenso sindacale non vi compare poi tanto ristretto. Eppure, in modo sistematico, per l’eventualità del mancato consenso vi si prevede un intervento sostitutivo mediante provvedimento amministrativo (decreto ministeriale). Così, ad esempio, per quanto riguarda la determinazione dei casi di ricorso al lavoro intermittente (artt. 34, 37 e 40) o della stessa misura dell’indennità di disponibilità in caso di somministrazione di lavoro a tempo determinato (art. 22); o anche per quel che concerne le modalità di definizione dei piani individuali di inserimento (art. 55). Cosicché v’è chi conclude, del tutto correttamente, nel senso che, mentre «nessun requisito misurabile di rappresentatività degli interlocutori sindacali viene stabilito per la conclusione di quegli accordi», l’intervento sostitutivo «conferma la peggiore delle diagnosi»: si tratta – conclude Piergiovanni Alleva – «di una contrattazione senza garanzie di effettiva democraticità rappresentativa e sotto ricatto di intervento unilaterale del ministero, e, dunque, in definitiva, della semplice ricerca di un alibi contrattuale».

Qualche più realistico spazio di intervento sembra, però, potersi aprire sotto altri aspetti. Il pensiero corre soprattutto alla «possibilità di affidare a uno o più accordi interconfederali la gestione della messa a regime» del decreto, «anche con riferimento al regime transitorio e alla attuazione dei rinvii contenuti alla contrattazione collettiva» (art. 86). Ma non è tanto la (scontata) già avvenuta decorrenza dei cinque giorni previsti per una convocazione ad hoc delle contrapposte organizzazioni sindacali «comparativamente più rappresentative sul piano nazionale» (un termine, del resto, certamente non perentorio né in altro modo cogente), quel che induce, anche qui, a più di uno scetticismo sul buon esito (o su un esito esaustivo) della procedura: quanto, invece, l’immanente possibilità di accordi separati, ancora una volta propiziati dalla mancanza di una disciplina legale che consenta una sicura base di calcolo, o di valutazione, della rappresentatività. Quanto sia fondato un simile scetticismo lo si comprende, del resto, anche riflettendo sia su quel che si legge nel più recente accordo di rinnovo del contratto dei metalmeccanici (firmato appunto, come si sa, separatamente), là ove si prevedono incontri tra i sottoscrittori, entro tre mesi dall’entrata in vigore delle norme delegate, proprio «in relazione a quanto rinviato (dalle stesse) alla contrattazione collettiva in materia di occupazione e mercato del lavoro», sia sull’ovvio rifiuto da parte della Cgil della possibilità di «profittare» di diritti non espressamente sottoscritti in prima persona.

Certo, potrebbero profilarsi anche in situazioni più elastiche. Ad esempio, un sindacato ben potrebbe accettare di farsi promotore di un determinato ente bilaterale a uno o a più altri scopi, ma rifiutarsi, nel contempo, di impegnarsi, al suo interno, nelle procedure di certificazione (artt. 75 ss.), «per non trovarsi – scrive ancora Piergiovanni Alleva – nella disperante alternativa di far passare qualsiasi prospettazione artificiosa, onde non precludere al lavoratore l’occasione lavorativa, o di divenire, invece, una controparte dello stesso lavoratore, assumendo un atteggiamento improntato a rigore selettivo». Oppure, è ben pensabile un forte impegno sindacale nel contribuire all’elaborazione di quei «codici di buone pratiche e indici presuntivi in materia di interposizione illecita e appalto genuino», che dovrebbero, secondo l’art. 84, «tener conto della rigorosa verifica della reale organizzazione dei mezzi e della assunzione effettiva del rischio tipico di impresa da parte dell’appaltatore» (vedasi, sul punto, l’art. 29): tanto più che – come afferma sempre l’art. 84 – in questa sede vanno recepite, «ove esistano, le indicazioni contenute negli accordi interconfederali o di categoria». Magari allo scopo di «far risorgere dalle sue ceneri», come auspica sempre Alleva, la legge n. 1369/1960 per la parte non espressamente disciplinata, e cioè «per gli appalti di sola manodopera e per gli appalti cosiddetti interni». 

Un salvagente di tal fatta è intravisto, in altra sede, anche da Umberto Romagnoli. Per non dire delle numerose battaglie che sin d’ora è possibile immaginare di fronte alle giurisdizioni comunitarie o anche in sede di costituzionalità: non a caso entrambi gli scrittori da ultimo citati esprimono, ad esempio, la più ferma opposizione a qualsiasi divieto (ancorché, magari, indiretto) di assunzione del lavoratore «somministrato» presso l’impresa utilizzatrice (anche qualora il lavoratore percepisca, per questo, un’indennità di disponibilità), essendo fin troppo evidente, in questo caso (art. 23), e come rileva ancora Umberto Romagnoli, «una sfida ai principi costituzionali in tema di libertà personale del lavoratore».

Ma l’anno che si chiude lascia in eredità, a chiunque si occupi dei problemi giuslavoristici tenendo ben presente il quadro dei rapporti sociali, non soltanto la nota e pur grave lacerazione nel tessuto di regole e convenzioni che sembra voler riportare i comparti di alcuni pubblici servizi al clima conflittuale degli anni 70, ma anche, al di là delle solite giaculatorie sull’assenza di spirito civico degli addetti ai trasporti urbani o aerei, un più diffuso clima di sofferenza sociale, che non smentisce l’insicurezza degli utenti, e tuttavia si pone alla base di una riscoperta e talvolta nitidamente espressa solidarietà con le ragioni degli scioperanti, per «selvaggi» che siano.

Quando l’inflazione reale raddoppia, in pratica, quella ufficiale, e allorché certi aumenti già convenuti non vengono applicati e l’accordo di rinnovo di un contratto collettivo tarda di anni e finisce per coincidere con la sua nuova scadenza, non v’è chi non avverta – lo ha segnalato con chiarezza, recentemente, Edmondo Berselli – il profilarsi, ancorché parziale, di un virtuale collasso delle relazioni sindacali, e anche il rischio di altre fasi di delegittimazione di fatto degli attori sociali, dai quali diviene sempre meno realistico pretendere un sia pur dovuto controllo efficace sulle forme della protesta. Certo, le motivazioni possono essere tante. Quanto al trasporto urbano, il governo taglia i fondi agli enti locali e in ogni caso, quando si afferma la logica delle privatizzazioni, alla valutazione fiscale si sostituisce la dinamica degli utili. Quanto a quello aereo, in quella medesima logica si aprono processi di concentrazione e fusione i cui costi pare non possano gravare, per qualche maligna congiunzione di astri, se non sulle spalle dei lavoratori, e quindi sui livelli dell’occupazione, oltre, ahimè, che sulle spese della manutenzione. Quanto invece ai rimedi – e parlo, adesso, in termini meno adeguati perché, forzatamente, tratto solo di rimedi giuridici –, non possono che profilarsi, sul piano del metodo, due soluzioni soltanto.

L’una consiste non tanto in una riformulazione della legge vigente – in ogni caso irta di difficoltà e tutta in salita – quanto, invece, nell’impiego di atti amministrativi (cioè di precettazioni) a getto continuo, e nell’adozione proprio di quei modelli di repressione giudiziaria fino ad oggi giustamente visti con diffidenza, guarda caso, prima di tutto dalla stessa magistratura. L’altra, che nasce invece da una più intelligente «lettura» politica e sociale, richiede, tutto al contrario, un rinnovato momento di fiducia nell’impegno delle parti sociali, esattamente nello spirito promozionale dell’attuale disciplina: reinterpretata però in modo meno formalistico. Come dire ad esempio che, a parte certi irrinunziabili capisaldi (il preavviso, le franchigie, la determinazione della durata), dovrebbero allentarsi sostanzialmente altri lacci e lacciuoli, come la rigidità di sia pur formali procedure preventive e soprattutto l’invalicabilità di barriere, quali quelle nate da altrettanti filosofemi e poste attualmente dalla fittissima trama degli obblighi d’intervallo.

Ovviamente, una rinnovata fiducia al sindacato (parlo di quello confederale, i cui aderenti non possono venir «regalati», come oggi sempre più spesso avviene, a istanze di carattere inevitabilmente corporativo, perché, magari anche generosamente, soltanto aziendalistico) esige la possibilità di misurare l’effettiva rappresentatività di ogni parte sociale: altrimenti, come garantire la credibilità stessa degli accordi e contratti con i quali si vanno a definire le cosiddette prestazioni indispensabili? Ed è proprio qui che dovremmo poterci attendere un più acceso fervore – ma proprio di quelli che gettano il cuore oltre l’ostacolo! – da parte del sindacato. Le ragioni ci sono, e sono tante: inutile analizzarle ancora, almeno in questa sede. Ma chi potrà convincerne, sul versante della politique politicienne, quelle stesse forze di sinistra o centrosinistra il cui disimpegno al riguardo, nelle ultime tre legislature, sembra divenuto sinonimo di noncuranza, indifferenza e persino di disinteresse?

Certo, è vero che, «più che un tema di argomento sindacale, la guerriglia dei trasporti implica un argomento pesantissimo in chiave di politica economica» (così ancora Edmondo Berselli), e che oggi è lo stesso equilibrio sociale ad entrare in tensione. Ma pesano adeguatamente anche aspetti più particolari e forse più circoscritti. Ne scelgo uno fra i tanti, magari perché quasi nessuno ne parla: perché mai non risultano delibere di invito dei Garanti alle aziende onde desistano da comportamenti illegittimi che possano determinare «l’aggravamento» di conflitti in corso (esplicita, sul punto, la lett. h dell’art. 13 della legge n. 146/1990, come non a caso riformulata dalla successiva legge n. 83/2000)?

E tuttavia, malgrado tutto, è proprio la «linea dura» quella che oggi cerca di intimorire. Prendiamo un altro esempio. Mentre i prefetti di non poche città scelgono la via della politica e paiono voler assicurare un «tavolo» per aprire le trattative volte, in materia di trattamento economico degli autoferrotramvieri, a giungere adesso a un accordo integrativo, ecco che un ineffabile sottosegretario minaccia proprio le aziende, che tali contratti firmeranno, di venir penalizzate «nell’erogazione dei fondi previsti dal contratto nazionale appena firmato», potendo, tali nuovi contratti integrativi, «venire firmati solo dopo il nuovo contratto nazionale». Semmai, va detto che questi contratti integrativi dovranno osservare le limitazioni poste dal protocollo d’intesa del 23 luglio 1993, che, nell’interdire la ricontrattazione a livello d’azienda di materie o istituti retributivi che siano ripetitivi di quelli propri del contratto nazionale, li consente però quando rispecchino non già ulteriori recuperi d’inflazione, bensì aumenti di produttività o comunque «legati all’andamento economico dell’impresa».

Ma quello del cosiddetto “secessionismo contrattuale” è un sentiero impervio: abbordabile da molti lati, come confermano anche le vicissitudini della contrattazione a livello decentrato seguita, ad esempio in Emilia Romagna, alla firma «separata» del contratto nazionale per i metalmeccanici. E, se tali sottoscrizioni separate otterranno ancora seguito, anche questo potrà essere uno degli argomenti centrali dell’evolversi delle relazioni industriali nel nuovo anno (o anche dopo). Certo, nel caso dei metalmeccanici si è trattato di uno scontro tra contrapposte piattaforme contrattuali (e, nel contempo, tra differenti gradi di rappresentatività, almeno altrettanto evidenti nella pratica quanto, ancora, sottratti a qualsiasi processo di oggettivo accertamento), e non si è assolutamente trattato di avere (come invece può avvenire nell’altro tra i due casi presi in esame) quali controparti delle aziende più «ricche». Talché la spinta verso contratti differenziati – lo ha posto in luce Paolo Griseri – sconta il pericolo di tradursi, nel caso del trasporto urbano, in uno dei tanti aspetti delle differenze del costo della vita nelle diverse città italiane: ma questo è almeno altrettanto verosimile quanto il fatto che le minacce del sottosegretario rischiano, a loro volta, come scrive l’osservatore da ultimo citato, «di produrre l’effetto di un cerino acceso» proprio accanto a una miscela ormai divenuta esplosiva.

 

(www.rassegna.it, 18 gennaio 2005)