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MINIERE DI TALCO IN VAL GERMANASCA

DALLA "COLTIVAZIONE " A SCOPRIMINERA

 

Il passato

C’è stato un tempo, narrano le cronache, in cui la Val Germanasca è stata chiamata Valle Scura. Forse per la complessità della sua orografia, per la difficoltà di accesso (si giungeva in valle solo percorrendo tutto il versante solatìo: Torre delle Banchette, Villasecca, San Martino, Traverse, Chiabrano, Maniglia ...), o per la impenetrabile ricchezza dei suoi boschi.

La storia ci ha invece tramandato il nome di Val San Martino, dal nome di Martino di Tours, cui è dedicata la chiesa di San Martino di Perrero, per lungo tempo la più importante della valle.

Ancora attualmente gli abitanti della Val Chisone e quelli del Queyras (posto sul versante francese) ci chiamano martinâl. Lo stesso colle d’Abries sulle carte topografiche francesi è denominato Col de Saint Martin.

Solo in epoca napoleonica è subentrato ufficialmente il nome di Val Germanasca, dal nome dei due torrenti (di Prali e di Massello) che la percorrono quasi interamente.

Recentemente, nell’ambito del progetto di rilancio turistico-culturale, da alcuni operatori la valle è stata definita "La Valle Bianca". Questo, sia in relazione ai lunghi periodi di innevamento che caratterizzano la valle e le sue piste di discesa e di fondo, sia in considerazione della ricchezza rappresentata dalla presenza in valle di ricchi giacimenti di marmo e di talco, il cosiddetto "Bianco delle Alpi", conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo.

Mentre l’estrazione del marmo ha rivestito per la valle minor rilevanza (malgrado anche attualmente si prelevino ogni anno centinaia di metri cubi di minerale, destinati soprattutto all’estero), per oltre 150 anni la ricerca, la "coltivazione", il trasporto del talco, hanno rappresentato per gli abitanti della valle una grande opportunità di lavoro, in alternativa all’emigrazione, ed una notevole fonte di guadagno, sia pure a costo di condizioni di lavoro durissime e pericolose, col rischio di gravissime malattie professionali (la silicosi) e di una radicale trasformazione della economia agricola in economia prevalentemente industriale.

Fino alla metà del secolo scorso i prelievi di talco sono stati molto modesti e limitati, nelle zone di affioramento, alla raccolta di scaglie da commerciare come "pietra per sarti" ed a piccoli blocchi di "steatite" (una varietà di talco particolarmente compatta, che si presta ad essere scolpita e lavorata al tornio) da destinare alla costruzione di piccoli utensili: ferri da stiro, padelle per i tourtèl, calamai, scaldaletto, abbeveratoi per gli animali da cortile... Si tratta ovviamente di piccoli prelievi effettuati con mezzi di fortuna dagli abitanti locali per proprio uso e consumo.

La Legge Sarda del 1859, avendo iscritto il talco tra i minerali di IIa classe soggetti al regime delle cave, scatena la corsa all’accaparramento dei terreni dove si presume esista qualche seria possibilità di rinvenire talco, in quanto i proprietari dei terreni vengono considerati anche padroni delle ricchezze del sottosuolo.

Sono dello stesso anno alcuni documenti, conservati presso l’archivio di Perrero, relativi all’appalto di due lotti di terreno (Clot del Zors e Rio Molotta) da parte del comune di Maniglia, ora Perrero. L’interesse dei concorrenti è tale che alla gara di appalto seguono non solo le aggiudicazioni alle ditte vincitrici, ma anche lunghe code di ricorsi e contro-ricorsi da parte dei concorrenti esclusi.

Negli anni che seguono, fino alla fine del secolo, sono numerosi gli imprenditori che si cimentano, con fortune alterne, nell’avventura mineraria legata alla ricerca ed alla "coltivazione" di un prezioso filone di talco: la sig. ra Rostagno di Perrero, l’avv. Gay, i geometri De Giorgis ed Elleon, il conte Brayda ed il sig. L. Sery, la compagnia Baldrac, i sigg. Cirillo e Giuseppe Tron, gli inglesi Pathé Bouvard ed Huntriss, la ditta Bertalot e C., la "Societé Franco-Italienne des Mines de Talc du Piémont", la The Anglo Italian Talc and Plumbago Mines Company, la ditta Fedele Francesco e C....

Si aprono così numerosi cantieri minerari, non solo a Maniglia, ma anche ai Malzas (Perrero); a Sapatlé, Pleinet, Envie, Crosetto (Prali); a Fontane (Salza). Spesso i cantieri sono così vicini che sorgono lunghe controversie tra i vari concessionari, sia per il disordine in cui operano le ditte, sia per la scarsa chiarezza della complessa legislazione mineraria.

Si deve giungere al 1907 prima che la neonata Società Talco e Grafite Val Chisone inizi a mettere ordine nella complessa situazione, sia con il graduale assorbimento di tutte le ditte minori, sia dando grande impulso all’estrazione del talco con l’impiego di rilevanti risorse tecniche e finanziarie (8 milioni di lire di capitale - interamente italiano - sede sociale a Pinerolo). Quando nel 1927 la legge stabilisce che il talco è un minerale di Ia classe e quindi di proprietà demaniale, praticamente tutti i cantieri minerari della Val Germanasca risultano in concessione alla Società Val Chisone.

La normativa, avocando allo stato la proprietà del minerale estratto, di fatto defrauda i comuni ed i privati (soprattutto consorzi di pascolo e di gestione dei boschi) di una notevole fonte di entrate. Infatti, fino a questo momento, le ditte concessionarie versavano ai proprietari dei terreni un tanto al miriagrammo di talco estratto, mentre in seguito questa indennità viene eliminata dalla legge stessa e sostituita da una tassa di concessione da versare allo stato.

Nel frattempo vengono installate numerose teleferiche che collegano i diversi siti minerari di Maniglia, Fontane, Envie, Fracia, Pleinet, Sapatlé alle strade per Prali e Massello appena costruite, (la "funicolare del Gran Courdoun", che collegava Sapatlé 2034m a Perrero 800m, passando per i Malzas, era stata costruita fin dal 1893!) per cui il trasporto viene assicurato per mezzo di pesanti autocarri. In questo modo perdono il lavoro e la relativa (modesta) fonte di guadagno le moltissime persone (comprese donne e ragazzi), provenienti anche da zone lontane come Gran Dubbione, che per decenni hanno assicurato (con slitte, gerle e a spalle) il trasporto a valle di migliaia di tonnellate di preziosissimo talco. E perdono anche il lavoro i numerosi carrettieri della bassa valle che garantivano il trasporto coi loro carri, trainati dai cavalli, tra Perrero ed i mulini di San Sebastiano e Malanaggio.

In compenso aumenta enormemente il numero dei dipendenti della Società, non solo minatori, ma anche fabbri, segantini, falegnami, muratori, addetti alle teleferiche ed alle centrali idroelettriche, elettricisti, autisti...Tanto che al momento della sua massima espansione la Società impiega in valle quasi 600 dipendenti

Ma, purtroppo, a partire dagli anni ‘60 ha inizio la fase di declino della attività mineraria in valle, prima con l’abbandono dei siti minerari periferici (Maniglia, Malzas, Envie, Sapatlé); poi con la drastica riduzione del numero dei dipendenti, con i conseguenti lunghi e durissimi scioperi, di cui è ancora viva la memoria tra gli abitanti della valle.

La "razionalizzazione" dello sfruttamento delle miniere di talco comporta da una parte la concentrazione dei cantieri di estrazione nella zona di Fontane-Crosetto e dall’altra l’introduzione di notevoli innovazioni tecnologiche: impalatrici meccaniche su rotaia, convogli trainati da locomotori elettrici, perforatrici munite di servo-sostegno, ripiena meccanizzata, adozione sperimentale della fresatrice elettrica Westphalia... Tutte innovazioni intese ad aumentare la produzione riducendo le spese ed il costo della manodopera.

Si giunge così alla fine degli anni ’80 quando alla Società Talco e Grafite Val Chisone subentra la Luzenac Val Chisone, società leader nella produzione mondiale di talco con una quota di mercato del 47%, pari a un milione 200 mila tonnellate annue, di cui 700 mila tonnellate estratte in Europa (Austria, Francia, Italia, Spagna).

Siamo oramai ai giorni nostri. La nuova società adotta moderni metodi di lavoro: le gallerie si ampliano, spariscono i binari e la movimentazione interna ed esterna viene effettuata tutta su ruota gommata, i perforatori vengono montati su jumbo, i grossi lavori di apertura di nuove gallerie vengono affidati a ditte esterne, si apre a Pomeifré una nuova galleria di oltre due chilometri, diametro di cinque metri, accessibile quindi agli autocarri che raggiungono direttamente i cantieri di "coltivazione".

Il numero dei minatori scende ulteriormente...

Attualmente una cinquantina di dipendenti (20 minatori) garantisce una produzione annua di 45.000 t di ottimo talco, che rappresentano il 4% della produzione del Gruppo. Malgrado la quantità minima, la produzione rimane significativa, non solo perché è oramai l’unica miniera ancora attiva in Italia, ma anche grazie alla qualità del "Bianco delle Alpi" (il migliore d’Europa), che ha ottenuto la certificazione di qualità ISO 9002, utilizzato per prodotti di alta tecnologia che richiedono assoluta purezza: industria farmaceutica, cosmetica, alimentare, cartaria; della plastica, della gomma, delle vernici.

Il progetto Scopriminiera

Quello appena descritto è, a grandi linee, il panorama che si presenta agli Amministratori locali all’inizio degli anni ’90. Il numero dei minatori residenti in valle ammonta a poche unità, i cantieri di coltivazione sono concentrati nella zona di Crosetto e le stesse gallerie della Gianna e della Paola, per oltre 60 anni le principali della valle, stanno per essere abbandonate perché non più redditizie. Nei siti minerari periferici, a suo tempo abbandonati, le strutture esterne sono state tutte smantellate, le vecchie gallerie crollano, le mulattiere ed i sentieri, un tempo percorsi giornalmente da decine di minatori, sono invasi dal rigoglioso sottobosco e sono praticamente impercorribili.

Un velo di oblio sta coprendo le tracce e la memoria di una attività che per quasi 150 anni è stata la principale della valle. E con la memoria si rischia di perdere un prezioso patrimonio di cultura del lavoro, di esperienze, di tradizioni, di rapporti sociali.

E’ in questo contesto tutt’altro che roseo che verso la metà degli anni ’90 la Comunità Montana Valli Chisone e Germanasca avvia, nell’ambito di una intensa cooperazione transfrontaliera, un progetto di conservazione e di valorizzazione del patrimonio minerario denominato Scopriminiera.

E’ un progetto inteso, da una parte, ad offrire opportunità di lavoro in valle, soprattutto ai giovani e, dall’altra, a consentire ai visitatori di scoprire una realtà che rappresenta una vera specificità rispetto alle altre valli alpine. Il progetto è nato grazie alla possibilità offerta dall’Unione Europea di usufruire di contributi per il recupero di aree a forte declino industriale ed è stato cofinanziato dai Fondi Strutturali europei, dalla Regione, dalla Provincia, dalla Camera di Commercio Artigianato Agricoltura di Torino e dalla Comunità Montana Valli Chisone e Germanasca.

Il museo Scopriminiera

Si tratta di un investimento di oltre tre miliardi che ha consentito la messa in sicurezza della galleria Paola per un tratto di quasi due chilometri, il suo adeguamento alla normativa vigente per i luoghi aperti al pubblico ed alle esigenze turistico/culturali dei numerosi visitatori: illuminazione dell’intero percorso, luci di emergenza, interfono ogni trecento metri, uscite di sicurezza. Inoltre sono stati sistemati sia i parcheggi, sia gli accessi alla miniera, mentre i diversi fabbricati annessi all’imbocco della galleria sono stati completamente ristrutturati in funzione delle mutate esigenze. Una parte è stata destinata alla fruizione prettamente turistica: esposizione museale, sala proiezione, biglietteria, bar-posto di ristoro, book shop ed informazioni turistiche, servizi igienici, attrezzeria per caschi mantelline lampade. Altri locali sono occupati da uffici, sale per mostre temporanee, archivio delle miniere (in via di allestimento), magazzini e depositi vari.

La visita alla miniera, che richiede circa tre ore, inizia dalla parte esterna: museo, video, book shop e biglietteria, vestizione. Poi si formano i gruppi di visitatori che vengono presi in consegna dagli accompagnatori (uno ogni 20/25 persone) ed ha inizio il percorso in galleria con un tratto di circa cento metri, da percorrere a piedi, e la visita alla zona del pozzo (-123 metri di profondità che mettono in comunicazione quattro livelli di gallerie). Si sale quindi sul trenino che percorre oltre un chilometro di galleria.

Durante questa prima parte del percorso si possono osservare le centine di armatura della galleria, il "laghetto", le finestre di estrazione del talco, le gallerie ripienate.

Inizia quindi il percorso a piedi, circa 500 metri di percorso ad anello, che consente al visitatore di scoprire i meandri che costituiscono la complessa struttura delle zone di "coltivazione": rimonte, discenderie, gallerie ripienate, tramogge, ricostruzione di una galleria nel talco (secondo le vecchie tecniche di armatura con i quadri in legno), la baracca del caposquadra, la riservetta degli esplosivi, la preparazione delle mine, le zone di abbattimento del minerale. Non mancano gli effetti sonori: dagli assordanti rumori dei macchinari in azione, allo scoppio della "volata". Si possono inoltre ammirare e toccare con mano il talco, i vagoncini che lo trasportano, il locomotore, le impalatrici, il perforatore, il demolitore, il "fucile", la "carotatrice" e scoprire i semplici attrezzi usati in galleria (lampada ad acetilene, sega, raminëtto, accetta, piccone da minatore, mazza, mazzetta, barre mina, esploditore...), mentre gli accompagnatori spiegano le tecniche utilizzate dai minatori e le loro difficili condizioni di lavoro.

Superfluo sottolineare il fatto che la visita alla galleria rappresenta una esperienza indimenticabile: le emozioni sono forti ed il coinvolgimento è totale. In circa due ore di percorso si rivivono le situazioni, i pericoli, la fatica, cui sono state sottoposte per oltre 150 anni diverse generazioni di minatori. Inoltre sono innegabili il fascino di poter penetrare per oltre un chilometro, avendo sul capo 400 metri di montagna, nelle misteriose viscere della terra dove si nascondono preziosi minerali e l’emozione che si prova ad avanzare col trenino scoperto nella galleria semibuia, con le gocce d’acqua che cadono dalla volta, l’aria fredda che sferza il viso, lo sferragliare del treno, la magia del silenzio e del buio assoluto...

Naturalmente ognuno vive questi momenti secondo la propria sensibilità, la propria cultura, i propri interessi. Per questo la visita alla miniera è adatta a tutti, dai ragazzi agli adulti, da chi è buon escursionista a chi non è abituato a compiere lunghi percorsi a piedi. Queste caratteristiche spiegano il successo di questa originale proposta turistica che, ad un anno dalla sua inaugurazione, ha fatto registrare una affluenza di circa 30 mila visitatori, provenienti anche da zone lontane centinaia di chilometri. Successo che ha superato anche le più ottimistiche previsioni e che ha coinvolto un po’ tutta la valle, grazie anche alla significativa ricaduta dell’indotto.

Infatti sono interessati alla ricaduta economica non solo gli attuali tre dipendenti de "La Tuno", la società per azioni a capitale misto pubblico/privato che gestisce il funzionamento dell’ecomuseo della Paola, ma anche la ventina di giovani accompagnatori e guide naturalistiche coinvolte nel progetto, i musei valdesi, le centrali idroelettriche, i mulini, i forni, i siti minerari in quota. Piccole realtà significative, che fanno parte della specificità della nostra valle, gradualmente coinvolte dai programmi predisposti da "La Tuno" anche per permanenze di più giorni.

La valle ha quindi risolto i suoi problemi di occupazione, soprattutto giovanile? Certamente no! Ma è un inizio, un segnale incoraggiante che si è sulla buona strada. Certo bisogna fare ancora molto, soprattutto sul versante dell’indotto, della ricezione alberghiera e sul piano della intera promozione turistica e dell’accoglienza.

In questa scommessa la Comunità Montana continua ad essere fortemente impegnata. Ha infatti ottenuto dal Ministero dell’Industria la promessa di un ulteriore finanziamento di due miliardi che consentiranno, nel giro di un paio di anni, di mettere in sicurezza la galleria della Gianna con un minimo di "pulizia" e di allestimento, al fine di conservare i luoghi di lavoro così come si presentavano al momento del loro abbandono, in modo da permettere, ai visitatori più motivati ed interessati, di approfondire l’argomento percorrendo la galleria della Gianna muniti di stivali e lampada frontale. E non è escluso che si possa anche addivenire alla riapertura dell’imbocco posto nel vallone di Salza, sia per aumentare la ventilazione naturale delle gallerie, sia per valorizzare anche i comuni di Massello e Salza, consentendo un eventuale rientro attraverso il Colletto delle Fontane.

Abbiamo parlato fin dall’inizio di valenza culturale posta alla base del progetto Scopriminiera. Infatti l’attività della società "La Tuno", che gestisce l’ecomuseo della Paola, non si limita alla promozione ed alla gestione della parte turistica, ma è anche presente sul versante più strettamente culturale.

Prova ne sia il grande successo ottenuto dall’Assemblea Teatro di Torino che, per trenta sere, ha rappresentato, in un modesto spazio ricavato in fondo alla galleria, "L’ultima notte di Giordano Bruno", cui hanno assistito ben 1500 spettatori. Né altro sito sarebbe più adatto della fredda e buia galleria a rappresentare la cella in cui un condannato al rogo trascorre gli ultimi istanti della propria tormentata esistenza. Il successo è stato tale che la Compagnia torinese è intenzionata a proseguire le repliche per soddisfare le centinaia di prenotazioni rimaste in sospeso.

Inoltre l’ecomuseo si sta attrezzando per mettere a disposizione del pubblico (scolaresche, gruppi, studenti, esperti, studiosi...) il suo ricco patrimonio di foto in bianco e nero ed a colori, diapositive, filmati storici e recenti, testimonianze orali e scritte, pubblicazioni, documenti. Per non parlare dell’archivio della Società Talco e Grafite che, da solo, è uno scrigno inesauribile di dati, notizie, disegni, mappe, riviste, relazioni, tutto da sfruttare al fine di una più completa conoscenza della storia della val Germanasca, per quella parte importantissima che è legata alla attività mineraria.

Nel frattempo la società "La Tuno" sta predisponendo, in collaborazione con gli esperti della Fondazione Palazzo Bricherasio di Torino, un interessante progetto inteso a migliorare la fruizione del museo da parte degli studenti in visita. Il progetto, curato dal neonato Dipartimento Didattico Scopriminiera, prevede uno sviluppo pluriennale, con programmi e percorsi diversificati a seconda dell’età degli studenti e del loro livello di apprendimento, il supporto di un libretto didattico da utilizzare e su cui "lavorare" lungo il percorso di visita, manipolazione di materiali, attività di laboratorio in preparazione ed a complemento della visita.

Come si vede, l’attività di Scopriminiera, pur essendo agli inizi, è estremamente dinamica e sempre alla ricerca di nuove proposte e soluzioni atte a soddisfare esigenze e curiosità dei visitatori, nell’intento di divulgare sempre di più la conoscenza della valle e delle sue specificità, creando, nel contempo, nuovi flussi turistico-culturali e nuove opportunità di lavoro, soprattutto per i giovani.

 

 

 

Luca e Raimondo GENRE

 

 

  • Bibliografia
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    Luca GENRE, nato a Pinerolo (TO) nel 1969, studente universitario in Giurisprudenza, Coordinatore del Museo "Scopriminiera".

    Raimondo GENRE, nato a Marsiglia (F) nel 1935, maestro elementare in pensione. Ha insegnato a Maniglia e Perrero per 37 anni. Per 16 anni amministratore a Perrero e in Comunità Montana. Si occupa di escursionismo, storia e cultura locale. Autore di numerose pubblicazioni sulla val Germanasca.