genova 2001-2007

G8, assolto in appello l'unico poliziotto condannato

di Simone Pieranni

su Il Manifesto del 05/12/2007

L'agente era stato condannato per il pestaggio del giovane colpito con un calcio in faccia dal vicecapo della Digos Perugini. Per i giudici non era riconoscibile

Il primo e unico poliziotto condannato per i fatti del G8 ieri è stato assolto dalla corte d'appello genovese. Giuseppe De Rosa, oggi alla squadra tifoserie della Digos milanese, catanzarese, condannato in primo grado a un anno e otto mesi con rito abbreviato, era stato il primo poliziotto a subire una condanna per i pestaggi nelle strade genovesi. La sua vicenda, insieme a quella di altri agenti oggi a processo, aveva personificato l'immagine più nitida e cruda della violenza vista durante quelle giornate.
Alle tre e mezza circa del 21 luglio 2001, in via Barabino, un gruppo di ragazzi passa nei pressi della questura genovese, lontano dalla zona degli scontri, in zona Foce: all'improvviso, senza alcun preavviso, motivazione e provocazione, alcuni poliziotti in borghese con casco e manganello partono all'attacco. Si distingue un uomo in maglia gialla, è l'allora vice capo della Digos Perugini: tutte le telecamere presenti immortalano il pestaggio, che all'epoca fece il giro del mondo. Il ragazzino in maglia rossa, con il volto sfigurato, l'occhio gonfio e tumefatto, si chiama Marco Mattana. All'epoca è minorenne.
All'udienza preliminare che si svolge nel novembre 2004 cinque poliziotti sono rinviati a giudizio: tra loro anche Perugini, già imputato al processo Bolzaneto. Viene invece archiviato l'ex capo della Digos genovese Spartaco Mortola - imputato nel processo Diaz e recentemente indagato per induzione alla falsa testimonianza, insieme a De Gennaro, e all'ex questore Colucci - la cui uscita dall'aula viene ricordata ancora oggi a Genova, perché paragonabile alla corsa di un centravanti sotto la curva, con tanto di «uno a zero per me», esclamato davanti ai cronisti.
Giuseppe De Rosa, invece, aveva chiesto il rito abbreviato: venti mesi di condanna e dieci mila euro come rimborso per il ragazzo minorenne, costituitosi parte civile. Per De Rosa, all'epoca, un'uscita alla chetichella e di nascosto dal palazzo di giustizia, da poliziotto condannato per lesioni aggravate, perché con il manganello ha colpito in faccia Marco Mattana.
La Corte d'appello di Genova, ieri, ha riportato indietro la decisione: De Rosa è innocente, non ha commesso il fatto. Dietro la decisione tecnica c'è il secondo comma dell'articolo 530 del codice penale: la Corte d'appello non ha negato la violenza, l'evento in sé, ma è il riconoscimento di De Rosa a non aver convinto totalmente i giudici. Verrebbe dunque a mancare la prova che sia stato proprio De Rosa a commettere il reato. Nella sentenza di primo grado i giudici, avevano invece ritenuto sufficiente l'identificazione del poliziotto (che indossava casco e occhiali da sole al momento dell'aggressione), grazie ad un'indagine affidata all'ispettore capo Del Giacco (imputato nel processo Perugini), che aveva concluso - attraverso immagini dei giorni prima e grazie a quanto riferito da un altro collega - che quell'uomo immortalato dalle immagini, era esattamente De Rosa.
Per gli altri poliziotti oggi a processo le accuse, oltre alle lesioni, sono tra gli altri anche di falso e abuso di ufficio, a causa dei verbali con cui i ragazzi vennero arrestati (e poi subito archiviati, mentre il minorenne è stato assolto per ben due volte consecutivamente), a testimonianza di come durante quelle giornate, gli arresti illegali si siano sprecati. Il processo, la cui sentenza finale era prevista per dicembre, è slittato e riprenderà nel marzo 2008.

 

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Numero sei 2007/2008

giovedì 15 novembre 2007, 17.25.07 | RedazioneVai all'articolo completo
Uno speciale su Genova 2001, in vista della mobilitazione del prossimo 17 novembre. Un tuffo nei movimenti di piazza che sfilavano quel 21 luglio e che scenderanno per le vie di Genova sabato
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estratto carta 16.11.07- pdf

 

Don Gallo risponde a Gagliardo (Fi) sulla manifestazione del 17 novembre

Caro Alberto, non comprendo come ci si possa preoccupare di una manifestazione democratica che chiede verità e giustizia. Perché, dopo sei anni, la ferita di Genova è ancora aperta. E’ inutile negarlo. “La magistratura ha individuato i colpevoli”. E’ sorprendente: hanno partecipato in quella settimana oltre 300mila persone ed è ingenuo affermare che la magistratura ha scoperto i colpevoli: 25 persone. E’ semplicemente ridicolo. 

Le giornate e le nottate di Genova sono il frutto di una mentalità reazionaria. Sono giornate e nottate “tambroniane” dal principio alla fine, dalla militarizzazione della città a quel purissimo episodio di squadrismo di stato rappresentato dall’irruzione notturna nel dormitorio del Forum, un episodio “cileno che illumina tutto il quadro di inconfondibile luce.
Forse Berlusconi e il suo governo non hanno voluto mostrare un volto brutale in quella circostanza. Semplicemente ce l’hanno, e lo si è visto senza trucco, neppure velato dai manierismi parlamentari che il ministro Scajola aveva del resto abolito.

Come si fa a non vedere che a Genova l’apparato di polizia, molti suoi dirigenti e i responsabili politici si sono – per così dire – criminalizzati da soli. Sminuirlo e attribuirne la responsabilità a qualche sprovveduto o alle circostanze è il peggior servizio che si possa rendere alle Istituzioni in quanto tali.
Tra le novità di Genova 2001 c’è anche questa, che il miscuglio di violenza e inefficienza statali ha valicato i confini della penisola, interessando la stampa e le cancellerie di mezzo mondo.
Non è l’opinione pubblica di sinistra o comunque democratica la più colpita dagli “eccessi” di Genova. Ci si è abituati, anche se un episodio come quello della scuola Diaz ha una qualità superiore e inedita rispetto alla tradizione repressiva nazionale.
E’ l’opinione pubblica benpensante che si aspettava da un governo di destra ordine ed efficienza, e ha visto invece quello che ha visto. Bisognerebbe capir bene perché Berlusconi e il suo governo hanno voluto mostrare un volto così brutale due mesi dopo il trionfo del 13 maggio, e nel primo mese di esercizio del potere.
Perché la situazione gli è sfuggita di mano? Per colpa delle tute nere? Per timore di un corteo giovanile? Perché la polizia è scriteriata? Non regge, non c’è proporzione. E se le cose stessero così sarebbe stato un povero governo di dilettanti.
Oppure Berlusconi e il suo governo sono stati costretti a fronteggiare, come si afferma, una “strategia eversiva”?
Fosse vero, che il malessere sociale e la contestazione del pensiero unico e sovrano hanno questa dimensione nel mondo globalizzato e in un Paese come il nostro, dove la destra e la sinistra sono deboli come mai in passato. C’è una mentalità totalitaria che attribuisce le proprie difficoltà semplicemente alla democrazia, che implica dissenso; e non li lascia lavorare.
Le giornate e nottate di Genova sono un frutto di questa mentalità.
Militarizzazione e umiliazione della città. Porto chiuso, aeroporto presidiato. Stazioni ferroviarie bloccate, caselli autostradali controllati, negozi barricati. E soprattutto è saltata la legalità con numerosi e inaspettati episodi di “squadrismo di stato”, culminati nella tortura degli arrestati. Molti cittadini in divisa hanno sperimentato il potere puro, l’arbitrio assoluto. Hanno potuto far passare e non far passare, perquisire, sfottere, insultare, minacciare, infiltrare, provocare, picchiare, torturare, uccidere (Carlo ucciso ed archiviato). Lo hanno fatto mentre il mondo li stava filmando e fotografando, e non hanno avuto paura.
Si è provato l’ebbrezza della libertà armata. Oggi nessuno vuol fermare la Magistratura. Siano evidenziati i reati personali senza voler nascondere e prescrivere la “catena di comando” che ha voluto e creato uno scenario allucinante. Governo Amato, governo Berlusconi, il capo della polizia De Gennaro e i suoi accoliti promossi, la latitanza di Cgil, Cisl Uil (primi imputati e responsabili).
Caro Alberto, non sarò certamente in testa alla manifestazione. Non mi compete. Sarò presente con obbligo morale di prete per rispondere alle nuove e vecchie generazioni. Mi confonderò col popolo di Genova: il Vangelo vuol dare la voce a chi è stata tolta. Libertà è partecipazione. Ancora una volta, ne sono certo, gli assenti avranno torto marcio.
Con distinguo del tutto inopportuni si sta formando un partito unico del conformismo dominante, dalla cosiddetta sinistra alla destra, dai sindaci ai governatori, dai deputati ai senatori, alla chiusura incomprensibile di molti sindacati.
I giovani attendono, sperano, lottano, soffrono troppo delle ingiustizie. Vogliono un mondo migliore. Non accettano più l’assenza di futuro. Chi vorrà deluderli?


Genova, 11 novembre 2007                                                    Don Andrea Gallo, comunità San Benedetto al Porto   

 

 

http://sbenedetto.net/index.php?option=com_content&task=view&id=16&Itemid=48

ass. Piazza Carlo Giuliani
Associazione per la verità sui fatti di Genova 2001:

www.piazzacarlogiuliani.org

 

Di seguito proponiamo gli audio della diretta su Radio Cooperativa PD relativi alla manifestazione nazionale di Genova 17 novembre 2007:

http://lpp.opencontent.it:80/blog/?p=380

 

 

Genova, il gran ritorno

Sei anni dopo la morte di Carlo Giuliani e a poche settimane dalla sentenza sui fatti del G8 il movimento torna nella città ligure. Nonostante gli allarmismi della vigilia i negozi resteranno aperti
Alessandra Fava
Genova

 «Se non vengono a dieci metri e cominciano a spaccare le vetrine, io tengo aperto»: col solito aplomb di questa città che maniman ai problemi bisogna pensarci prima ma se te li sventolano tanto davanti poi ti arrabbi anche, un pasticcere in una traversa di via XX settembre dice la sua sugli allarmi agitati dalla stampa locale in vista del corteo di oggi. «Per noi negozianti le manifestazioni non vanno mai bene, al di là di chi le convoca - ragiona Giacomo Tagliafico - soprattutto perché la gente se ne sta a casa e finisce che invece di venire in centro va alla Fiumara». Il suo sentire è quello di tanti negozianti del centro. La grande serrata sembra che non ci sarà, anche se qualche bar, ad esempio quello all'interno di palazzo Ducale ha pensato di assoldare due vigilantes, «ma d'altra parte lo facciamo tutti sabati sera», aggiunge il capobarman.
Al mercato Orientale, un grande spazio coperto, subito dietro via XX settembre, gli umori sono diversi. Una sessantenne dice che è troppo vecchia per andare in giro e poi lei di politica non s'interessa. A sorpresa, tra i venditori, c'è qualcuno che ci terrebbe eccome: «Io ci sarei, però devo lavorare. È il mio turno». Si tratta di Lorenzo Monai, 39 anni, fratello di uno degli imputati. «Si è creato il solito allarmismo - dice Lorenzo - oggi è già passato qui quello dei polli, poi il fruttivendolo. Vengono tutti da me. Tranquilli non succede niente, gli dico. C'è un convegno, un concerto, una manifestazione, come fate a dire che fanno casino di sicuro? Son sicuro io che non ci scappa niente». E poi butta lì: «Peccato, non esserci, verrà anche mia mamma».
Tra i banchi della frutta, due signore fanno la spesa: «Sono assolutamente d'accordo con la manifestazione anche se non andrò per impegni familiari - dice Maria Grazia Lorini, 52 anni - Spero che non succeda niente perché se degenera non va bene. Alla fin fine sul G8 sapere qualche verità non sarebbe male visto che in Italia abbiamo tanti misteri». Un'altra poco dopo bofonchia che «sarebbe meglio se ne stessero tutti a casa».
Risalendo via XX Settembre ecco il corteo dei metalmeccanici per lo sciopero nazionale. Un gruppo di lavoratori sotto la statua a Guido Rossa in largo XII Ottobre dice che alla manifestazione non ci va. «Non mi convince. Al G8 sono venuti a fare casino da Milano o Torino e noi dobbiamo far finta di niente? - si chiede un operaio - al corteo andranno a gridare contro la polizia, non mi sembra un buon pretesto». D'altra opinione Bruno Manganaro della Fiom Genova: «La Fiom verrà. Certo ci sono stati giorni di tensione sul tifoso ucciso, ma cercheremo di contrastare atteggiamenti negativi del corteo. Però alla giunta comunale che ha detto che facciamo servizio d'ordine, rispondiamo primo che il servizio non lo facciamo; secondo se si ricordano solo della Fiom quando viene comodo». Dopo la storia del servizio d'ordine targato Fiom gli organizzatori hanno dovuto ripetere decine di volte che tutti si gestirà la situazione in modo che sia una manifestazione pacifica.
A dare manforte ai metalmeccanici ci sono anche gli studenti superiori. Tre quindicenni, dell'istituto Nautico e dell'Odero ci tengono a far sapere che «al corteo ci andiamo per quel poveraccio che è morto e contro quello che ha sparato». Carlo Giuliani? «No il tifoso laziale», risponde uno. Altra generazione. «E se beccava un bambino?», dice saltellando un terzo con al collo la sciarpa della Samp. Tutti e tre si dichiarano ultras e alla domanda se hanno intenzione di far casino, uno sorride e abbassa i toni «se non ci attaccano i poliziotti noi stiamo buoni».
Generazione teen a parte, più avanti un lavoratore della Marconi-Ericsson, Alessandro, 37 anni, dice che «ci si va con le stesse motivazioni di sei anni fa. Come allora non sono d'accordo col modello di globalizzazione e non voglio più le passerelle mediatiche dei grandi vertici come il G8. A Genova poi vogliamo capire ancora che cosa è accaduto e perché. Non mi interessa mettere alla gogna il colpevole ma sapere le responsabilità sì».
Scendendo a Caricamento e poi in via Gramsci, a un passo dalla Stazione Marittima, Germana Guglielmone, 74 anni, nel suo negozio di cristalli e souvenir fa sapere che «mia figlia vuole che chiuda al pomeriggio, ma io terrò aperto almeno sino alle due. Ho fatto la guerra, al G8 abitavo in via Rimassa, tra venerdì e sabato ne ho visto di tutti i colori, figuriamoci se chiudo ora». Germana racconta che tra i negozianti dei vicoli c'è un po' di bulesumme, che è il ribollire dell'acqua sul fuoco, come a indicare che del corteo se ne discute eccome: «Ma a tutti dico che stare aperta è una questione di principio. Non mi sono fatta intimorire dal fascismo e ora perché devo stare chiusa?». Sul G8 racconta che ha l'impressione «che ce ne sia per gli uni e per gli altri» e che comunque un vertice così si doveva fare in una città di pianura mica in «un budello come Genova».
A riassumere le sensazioni tra il rilassato e il chi va là, Don Andrea Gallo che con la Comunità di San Benedetto sarà in testa al corteo, spiega che «Genova è tranquilla. In fondo alla notizia della manifestazione qualcuno poteva anche organizzare delle ronde e invece non ci sono state». Così oggi è un po' il riscatto per una città ancora irritata dal filospinato e dalle griglie della zona rossa come dalla violenza del G8. Oggi è un po' una scommessa. Lo ha detto anche il prefetto. --------------------il manifesto 1.11.07

Generazione Genova

di Loris Campetti

su Il Manifesto del 18/11/2007

Al grido di «Genova libera», centomila persone d'ogni età e provenienza hanno attraversato il tunnel della paura del luglio 2001. In fondo i partiti, davanti tutti i movimenti. Chiedono «verità e giustizia» per i fatti di sei anni fa

«Genova libera», un grido rimbomba sotto il tunnel che costeggia il porto e sbuca su via Turati. E' una marea umana quella che grida, come per liberarsi da un incubo lungo più di 6 anni. Ragazzi, tanti ragazzi e ragazze sorridenti. Tra loro c'è chi in quel luglio maledetto aveva solo 10 anni, ma c'è anche chi aveva già i capelli brizzolati e ora grida a fatica, per via di quel maledetto groppo alla gola che impedisce a più d'uno di imboccare la via del tunnel. E la mente ritorna al G8, alla macelleria messicana, quando sotto un altro tunnel si piangeva e si cantava tutti insieme «Bella ciao» per farsi coraggio l'un con l'altro mentre da tutte le parti piovevano lacrimogeni, manganellate, odio telecomandato dalla politica e tradotto in ordine pubblico da poliziotti, carabinieri, finanzieri, secondini, e non tutti in divisa. Riprendersi Genova, riprendersi i tunnel, liberarsi da un incubo denso di paura. Per Marco Revelli con cui attraversiamo la città dietro lo striscione «La storia siamo noi» ci si chiede quale sia il contenuto di questa straordinaria manifestazione: «La mescolanza, guarda i giovani e i meno giovani. E nessuna bandiera di partito in tutta la testa del corteo. La mescolanza è il contenuto principale: ci siamo, siamo sopravvissuti a un governo e mezzo». E si cerca di ricostruire l'unità del 2001.
Passa un ragazzo che batte ritmicamente sul tamburo, ma ha il volto scoperto, non è vestito di nero e sorride. Le finestre dei palazzi davanti alla stazione marittima sono aperte, affacciati neri e migranti che forse hanno trovato una casa accogliente, salutano e ballano al ritmo sparato dal camion della Comunità di San Benedetto al porto, quand'ecco che ad impossessarsi del microfono arriva don Andrea Gallo, il padre di questa manifestazione e di questa gente che con lui chiede giustizia e verità. Per Carlo ammazzato in piazza Alimonda, per sapere chi ha armato la pistola di chi l'ha ucciso, per liberare dall'incubo 25 capri espiatori accusati di colpe che vanno cercate altrove, tra i «pezzi grossi» che oggi siedono su poltrone ancora più importanti come premio per aver garantito la sospensione dello stato di diritto, della democrazia, nel 2001. Per parlare con chi sapeva e ha taciuto, perché come dice don Gallo «anche se non ve ne siete accorti siete lo stesso coinvolti». Dice uno striscione «Contro la devastazione dei diritti e il saccheggio delle vite». Carlo è nel cuore di questi centomila marciatori: «Non spegni il sole se gli spari addosso», Genova non dimentica e c'è un'Italia che non dimentica. Dalla Valsusa sono scesi in tanti con i pullman e con ogni mezzo, dicono con convinzione «Non abbiamo governi amici» e un altro striscione precisa «...né amici al governo». «La Valsusa ricorda e non perdona», chi regge lo striscione vuole aggiungere che «lassù abbiamo fatto un salto qualitativo, ora stiamo discutendo di decrescita». Ha una certa età e ricorda: «Tanti militari così in valle non si erano visti neanche durante i rastrellamenti tedeschi contro i partigiani». Anche don Gallo ricorda i partigiani, quelli della liberazione di Genova nel '45 e quelli con le magliette a strisce nel '60, per dire che anche questa volta Genova è stata liberata. Dalla paura. Dalla solitudine. Per essere davvero contenti mancano solo due cose: «Verità e giustizia», spiega il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini per il quale questa richiesta è il contenuto principale «della manifestazione, piena di giovani. Verità perché Genova 2001 non sia l'ennesima pagina oscura della storia del nostro paese». Qualche verità è emersa: per esempio che la politica italiana rifiuta una commissione parlamentare sui fatti di Genova. Persino chi non ne vede l'utilità, nel movimento, ha vissuto quest'atto violento e osceno come un altro schiaffo.
L'unità ritrovata. Tra generazioni, culture e storie diverse. Quelli del luglio di 6 anni fa sono tornati, manca solo Carlo. Al termine del corteo e del concerto in piazza De Ferrari c'è chi torna in piazza Alimonda - piazza Carlo Giuliani, ragazzo - per un saluto. Prima avevano sfilato uomini e donne senza partito e senza sindacato, ma anche dirigenti e militanti del Prc, del Pdci, dei Verdi, di Sd, di Sinistra critica, dei ferrandiani e gli anarchici della Fai. La Fiom, come 6 anni fa e come sempre, i centri sociali in forze, i migranti e i vicentini No dal Molin, il Sindacato dei lavoratori e i Cobas, Cub e Rdb. Dietro l'immancabile bandiera dei 4 Mori c'è chi già prepara l'accoglienza alla Maddalena ai padroni del mondo. «I saccheggiatori non siamo noi, sono quelli che occupano l'Afghanistan e l'Iraq e ammazzano le popolazioni civili», si sente gridare tra un Assalto frontale e l'altro dal camion di testa tappezzato di manifesti: «United colors of resistence». C'è l'Arci e Legambiente e c'è Emergency e Rete Lilliput con tanto di messaggio di Alex Zanotelli. C'è don Vitaliano e c'è persino una piccola rappresentanza del Carc. Decisamente più nutrito lo spezzone dell'Area antagonista («Chi devasta è lo Stato»). Ci sono gli ultras genoani. Nessuno cerca la rissa, tutti chiedono verità e giustizia, con parole diverse ma tutti, qui, si trovano bene con tutti. Chi con l'arma del pacifismo, chi «ma quale pacifismo, ma quale non violenza, ora e sempre resistenza».
C'è Genova, dentro e fuori il corteo. C'è tanta Italia arrivata nonostante il boicottaggio di Trenitalia che inutilmente ha acceso la fiammella per far scoppiare l'incendio che non c'è stato. Nonostante abbia impedito con ogni mezzo la libera circolazione delle persone. Solo le merci possono circolare libere, il liberismo ordina, Trenitalia esegue. Il corteo sfila disordinato, senza gerarchie, i partiti un po' defilati sono al fondo, dopo l'Altragricoltura e il Commercio equo e solidale e le Donne in nero di Savona e le «Mamme antifasciste del Leoncavallo». La rete del movimento dei movimenti si può tessere ancora, gli errori del passato possono insegnare a ritrovare la strada. Per andare dove? Verso un altro mondo possile, è chiaro. Lo dice lo striscione dell'Angelo Mai occupato di Roma: «Dove non si va andremo». C'è la Cgil? Ci sono la Fiom, Lavoro e società, Rete 28 Aprile. La Cgil in quanto tale non si vede ma tra tanta gente, può esserci sfuggita. Delegati ci sono, e tanti, e operai e precari, chi con e chi senza la tessera Cgil. L'organizzazione di Epifani era invece ufficialmente al convegno del mattino, ma dopo un lungo tira e molla e tanti inviti ha scelto di non prendere la parola. Chissà che non succeda come nel 2001, quando ci vollero un po' di mesi prima che la Cgil riprendesse la parola, e la collocazione sia pur momentanea nel movimento che ha tenuto accesa la fiammella della democrazia in anni ancora più bui di quelli odierni, dove pure non è che ci si veda tanto.
Questo corteo, dopo quello del 20 ottobre a Roma, è un nuovo messaggio a chi vuol coglierlo: il paese è sconfitto, persino umiliato, privo di rappresentanza ma non si è piegato. Esiste una società in movimento che mette in testa i contenuti e i valori sugli organigrammi e i governi. Ma non è questo, non dovrebbe essere questo, la politica? Dovrebbe, persino per chi è al governo e per chi vuole rappresentare milioni di lavoratori, di pensionati, di precari. C'è ancora un po' di tempo, ma la pazienza ha un limite. Le strade del sociale e della politica sono diverse, è giusto che sia così. Ma non è scritto che debbano divaricarsi. Roma, Genova, la Val di Susa, Vicenza che è il prossimo appuntamento per tutti. E poi un altro indesiderato G8. Il G8 è indesiderato come la guerra, che è poi la stessa cosa. Ieri si è fatto un piccolo passo avanti, attraversando il tunnel si è vista la strada per uscirne. Heidi e Giuliano Giuliano non sono meno tristi, ma almeno sono meno soli.

Il ritorno, senza paura

di Gabriele Polo

su Il Manifesto del 18/11/2007

 

Siamo tornati in tanti a Genova. Contro una persecuzione che rovescia la realtà storica addosso alle vittime, che premia con promozioni i colpevoli, che supera i limiti del ridicolo con la richiesta dei risarcimenti materiali. Contro la rimozione della verità e il rifiuto di cercarla. Ma anche, forse soprattutto, per ritessere un filo. Quello spezzato da una violenza assoluta che, sei anni fa, prima esibì la tronfia potenza di una città tirata a lucido perché blindata e, poi, mise in mora la nostra Costituzione, scassinando i diritti politici, stuprando quelli umani. Uccidendo un ragazzo e torturandone altre decine: in uno spettacolo che nessuno di noi avrebbe potuto prima pensare realizzabile nel cuore dell'Europa.
Genova allora anticipò ciò che poi sarebbe divenuto orrore quotidiano, fu una sorta di involontario ma paradigmatico preambolo all'apocalisse delle Due torri e a quello della guerra preventiva. Come se uno sconosciuto regista avesse voluto abituarci allo spettacolo poi rappresentato sul palcoscenico planetario. Il messaggio di sei anni fa fu chiaro quanto l'obiettivo perseguito: lo spazio pubblico era «proibito» nella sua dimensione collettiva, nessuna interferenza andava permessa a chi contestava il sistema e si proponeva la ricerca di un altro mondo possibile. E per questo una nuova generazione di ribelli - perlopiù pacifici - che proponeva protagonismo e chiedeva ascolto doveva essere convinta a ritornare a casa, per adeguarsi alla logica che riduce i cittadini a spettatori, chiamati di tanto in tanto a pronunciarsi in un qualche sondaggio elettorale. Il risultato andò oltre la violenza che abbiamo vissuto e visto, fu più profondo nella frammentazione dei corpi sociali e, soprattutto, nella paura di ciascuno.
Ora quella paura - non solo fisica, anche politica -, con tutte le sue solitudini, ha cominciato a incrinarsi. Per farlo bisognava tornare in questa città, battere il silenzio della «grande politica», ignorare gli annunci di catastrofe dei grandi media, scansare il boicottaggio di Trenitalia e, finalmente, lanciare un messaggio comune contro le follie giudiziarie e i deliri amministrativi. Contro le condanne proposte e i risarcimenti richiesti. Contro la volontà ribadita e confermata di non cercare la verità sul luglio 2001, per trasformarla in una comoda parodia. Perché in quegli anni di carcere e in quegli euro richiesti, in quella commissione d'inchiesta parlamentare rifiutata, c'è ancora il proseguimento del messaggio di sei anni fa: ognuno se ne stia a casa propria, con le sue solitarie paure.
Ieri le migliaia di persone che hanno sfilato fino a piazza De Ferraris hanno fatto un passo in avanti, hanno riallacciato - almeno in parte - un filo spezzato, hanno cominciato a sconfiggere quella paura. Lo hanno fatto per ricordare un ragazzo ucciso e chiedere verità, per solidarietà con i loro compagni inquisiti, ma così facendo - alla fine - lo hanno fatto anche per se stessi e per tutti noi. Insomma, hanno fatto davvero qualcosa di sinistra.

Prc in piazza, ma il resto della sinistra "latita"

di Angela Mauro

su Liberazione del 18/11/2007

Unanime la richiesta di una commissione d'inchiesta sul G8. Franco Giordano con i movimenti: «Critico sia le pesanti condanne ai 25 noglobal, che la mancata istituzione della commissione»

La piazza, si sa, non è la prova che riesce meglio alla sinistra unita. Qualora non fosse bastato il 20 ottobre, un'ulteriore dimostrazione di diversità di approcci verso chi sceglie di manifestare in strada, da parte dei quattro partiti interessati al percorso unitario avviato dopo la nascita del Pd, l'ha fornita la manifestazione indetta dal Genoa Social Forum ieri a Genova.
Le parole d'ordine di chiedere verità e giustizia sui fatti del G8, dopo le pesanti condanne per 25 noglobal e dopo lo stop all'istituzione della commissione parlamentare d'inchiesta, non sono evidentemente bastate per convincere Prc, Sd, Pdci e Verdi a marciare uniti al fianco dei movimenti, presenti invece in massa.
Per lo meno, non sono state sufficienti per spingere i quadri nazionali di tutti e quattro i partiti ad attraversare le strade di Genova. Se Rifondazione non ha avuto dubbi sin dal primo momento, scegliendo di rinviare a metà dicembre il comitato politico nazionale convocato per questo weekend per presentarsi nel capoluogo ligure con la massima dirigenza (il segretario Giordano, il capogruppo alla Camera Migliore, parlamentari ed europarlamentari, segretari regionali, Giovani Comunisti…), la stessa cosa non si può dire del Pdci, i Verdi o Sinistra Democratica, rappresentati in piazza perlopiù da quadri locali (fatta eccezione per la Palermi dei Comunisti Italiani, la Balducci dei Verdi, mentre Sd ha mantenuto la convocazione del proprio direttivo nazionale a Roma).
Poco o nulla di diverso rispetto a sei anni fa, si potrebbe dire, quando nella sinistra istituzionale fu Rifondazione a investire a pieno nei movimenti noglobal e anti-G8 e a farne fattore di linea politica anche congressuale.
Nel 2001 Sd non esisteva ancora (era però "correntone" Ds) e, allargando il ragionamento, si potrebbe anche riflettere sul fatto che nemmeno la Cgil c'era a Genova sei anni fa, anche se ieri ha scelto di esserci, accanto alla sempre presente Fiom, seppure non in massa. Ad ogni modo, le diverse distanze tra i partiti della sinistra e i "movimenti di Genova" sono palpabili, se è vero che le presenze-assenze fisiche tradiscono differenze di "vocazioni".
Da parte sua, per esempio, Giordano si dice convinto del fatto che sia «doveroso stare qui per chiedere di far luce su quei giorni di sospensione della democrazia e dei diritti a Genova». Equidistante l'atteggiamento del segretario del Prc rispetto alle condanne per i 25 noglobal e alla mancata istituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sul G8. «Critico tutt'e due - sottolinea - e il Parlamento deve istituire la commissione d'inchiesta per non essere complice di quanto avvenne a Genova nel 2001 e anche perché, solo individuando le responsabilità di quella che un funzionario di polizia ha definito una "macelleria messicana", le forze dell'ordine possono recuperare credibilità». Pdci e Verdi invece non condividono la critica all'operato della magistratura, fattore scatenante che ha spinto in piazza i movimenti. «La magistratura deve restare autonoma - dice Palermi - quello che pesa del G8 è che non si conosca il livello politico delle responsabilità: ecco il perché della commissione d'inchiesta». Balducci, responsabile Giustizia del Sole che Ride, precisa: «Non siamo qui per manifestare contro le forze dell'ordine, né contro la magistratura.
Vogliamo che si faccia chiarezza a 360 gradi con la commissione d'inchiesta». Suona un po' come le dichiarazioni di Idv, che dopo aver affossato la commissione, oggi dichiara di non essere contraria a patto che «si indaghi in tutte le direzioni». Più radical Paolo Cento: «Gran bella manifestazione che ripropone il protagonismo e l'autonomia dei movimenti. Ora dobbiamo rompere il muro di omertà sul G8 con la commissione d'inchiesta». Facile per chi, come Cento, è sempre stato tra i Verdi la parte più vicina ai movimenti esplosi a Genova.
Al di là delle differenze di approccio, «siamo tutti qui», nota ottimista Haidi Giuliani, dalla maratona sulla Finanziaria in Senato a quella con i movimenti in piazza a Genova. E la senatrice del Prc non sta nemmeno a sottilizzare sulle diversità di opinione tra partiti e movimenti a proposito della commissione d'inchiesta. «Dipende da cosa si intende - spiega - deve indagare sulle responsabilità politiche della mattanza, non su un ragazzo che ha lanciato un sasso. Quello anche Carlo lo ha fatto, ma l'avrei fatto anch'io in quella situazione: era legittima difesa». Pure Gennaro Migliore non si scompone rispetto alle critiche di chi, nei movimenti, considera inutile la commissione parlamentare d'inchiesta sul G8. «Pretendiamo la verità e non la vogliamo barattare con i politicismi di palazzo - spiega il capogruppo di Rifondazione alla Camera - E come denunciamo i politicismi della maggioranza in Parlamento, così facciamo con chi ci imputa una volontà strumentale».
L'europarlamentare Roberto Musacchio si guarda intorno e nota con soddisfazione «la continuità dei movimenti, e noi con loro, a Genova come al G8 di Rostock».
Ma lui opera a Strasburgo, dove la sinistra dei partiti non ha il governo per le mani e riesce a muoversi unita con maggiore facilità. E' invece amaro il commento di Michele De Palma. «A sei anni di distanza, il movimento di Genova non è stato ancora compreso - dice il responsabile Movimenti del Prc - La sinistra istituzionale poteva presentarsi unita in piazza anche soltanto per interrogarsi sul fatto che tra i movimenti c'è chi ritiene inutile la commissione d'inchiesta. La sinistra dovrebbe chiedersi il perché di questa sfiducia nelle istituzioni».

Sui manifestanti l'incubo della richiesta del pm: 225 anni per «i 25 potenziali capri espiatori»

di Simone Pieranni

su Il Manifesto del 18/11/2007

 

Belin, servirà tutta questa gente per gli imputati di Genova e Cosenza? E' una delle tante domande del corteo di ieri nel capoluogo ligure. Una manifestazione che, sopra ogni altra cosa, spera di poter dare un segnale: sotto processo ci sono 25 persone a Genova e 13 a Cosenza, potenziali capri espiatori del popolo che scese in piazza nel 2001. La Storia siamo noi, frase simbolo e di apertura della mobilitazione, va in una duplice direzione: da un lato quella di affermare una volontà a reagire alle clamorose richieste di condanna della procura genovese e a quelle che potrebbero arrivare da Cosenza a dicembre, dall'altro tentare di limitare la riscrittura storica degli eventi di sei anni fa che giunge dalle aule di tribunale.
I due procedimenti sono ormai alla fase finale. A Genova dopo centinaia di udienze, i pm hanno effettuato la loro requisitoria ancorata ad alcuni punti cardine: non ci fu alcuna caccia all'uomo da parte delle forze dell'ordine, i manifestanti hanno messo a repentaglio l'ordine pubblico, devastando e saccheggiando Genova. Risultato: 225 anni di richiesta di pena. L'articolo 419 (devastazione e saccheggio) prevede pene dagli 8 ai 15 anni: è un reato usato raramente nell'Italia repubblicana e pensato dai legislatori per situazioni di tumulti, insurrezioni popolari e quel genere di abusi che potevano compiersi nel periodo immediatamente successivo alla guerra. Fatti considerati gravissimi, tanto che, nel caso di devastazione e saccheggio compiuto con armi e contro lo Stato, nell'ordinamento italiano era prevista la pena di morte, poi tramutata in ergastolo. Prima del 2001 era stato utilizzato solo in relazione a eventi che avevano avuto come protagonisti frange di ultras. Dal 2001 è assurto a reato principe per tutto quanto può accadere in piazza: a Genova, a Torino, a Milano. Tale reato presuppone la mancanza dell'ordine pubblico e la compartecipazione morale ai fatti: non importa che una persona sia vista colpire o lanciare qualcosa. Importa che sia vicino a chi sta compiendo questo atto. Traslato sul processo ai 25 manifestanti, questo significa alcune cose ben precise: dalle informazioni acquisite durante le udienze e attraverso i testi ascoltati in aula è emersa una preparazione all'evento da parte delle forze dell'ordine e un loro comportamento per le strade genovesi, tale da ritenere che l'ordine pubblico sia stato messo in discussione proprio da polizia e carabinieri. In secondo luogo - come è stato sottolineato anche durante il convegno tenutosi ieri mattina a Genova - se vale il processo di compartecipazione psichica, sotto processo non dovrebbero esserci solo 25 persone, bensì tutti i 300 mila che parteciparono a quelle giornate.
Oltre al danno la beffa: l'avvocatura di stato ha infatti chiesto, come risarcimento, 2 milioni e mezzo di euro. Per lo Stato italiano 25 persone - e non le cariche e i pestaggi per strada, l'irruzione alla Diaz e le violenze nella caserma di Bolzaneto - avrebbero messo a repentaglio l'immagine del paese.
Una richiesta che collega in maniera forte il processo ai 25, con quello in corso a Cosenza. Nelle aule cosentine infatti è tornato l'avvocato di stato che già tempo fa fece le proprie richieste: 5 milioni di euro di danni all'immagine. In questo caso i responsabili sarebbero 13 persone sotto processo per associazione sovversiva ai fini del sovvertimento economico dello stato e della devastazione di Napoli e Genova: a dicembre il pm Fiordalisi effettuerà le proprie richieste di pena.
Il processo di Cosenza, considerato una sorta di processo bis dei 25, si basa interamente sul teorema della procura cosentina, unica in Italia a ritenere fondate le accuse messe in piedi da Digos e Ros nei confronti del Sud Ribelle. A Cosenza il 31 gennaio è prevista la sentenza. A Genova a quel tempo la decisione dei giudici si saprà già. La speranza è che la massa di persone giunte ieri a Genova possa, quanto meno, tenere alta l'attenzione e sviluppare percorsi alternativi di narrazione storica dei fatti. Quanto ai giudici e alla decisione che dovranno prendere, il popolo di Genova con i suoi striscioni e le sue parole, è parso parafrasare le parole di Fabrizio De Andrè, poeta genovese: uomini e donne di tribunale, se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare.