Nella tradizione politica occidentale l'agire pratico e la riflessione teorica si sono costantemente confrontati e intrecciati. Questa difficile e non sempre scontata circolarità teoria/prassi ha rappresentato la più significativa risorsa del "politico", la garanzia di una continua, mobile ridefinizione sia delle linee strategiche che dei quadri categoriali e interpretativi.

Al contrario l'attività sindacale, intesa come azione organizzata di difesa dei diritti dei lavoratori, si è spesso "appiattita" sulla propria dimensione operativa, guardando quasi con sospetto ogni pausa di riflessione, come se la sua ragion d'essere, tutta calata dentro l'urgenza rivendicativa e la durezza della realtà, giustificasse l'enfasi posta sulla concretezza e l'indifferenza verso ogni "stacco" di tipo teorico. Tutto ciò è stato pagato, non sempre per fortuna, con una miopia strategica incapace di definire i compiti e le sfide del futuro e con una pratica condotta alle volte al limite dell'improvvisazione.

Eppure questi 200 anni di storia sindacale dovrebbero avere depositato una memoria da cui attingere per delineare riferimenti teorici e spunti interpretativi sicuramente ancora deboli e aperti ma comunque utili a tracciare ipotesi concettuali innovative e al tempo stesso linee di fuga prospettiche. Nessun insegnamento dunque, nessun "teorema" ma solo il tentativo di dissodare un terreno di confronto per "pensare" il sindacato, consapevoli che i compiti che ci attendono di fronte alla crescente complessità sociale e alla inesausta offensiva di classe saranno sempre più difficili e richiedono rigore pratico e teorico. Dunque, qualche spunto, poi ognuno ne faccia l'uso che vuole.

Innanzi tutto appare chiaro, dalla tortuosa storia sindacale, che ogni diritto acquisito, cioè formalizzato dentro codici, contratti, statuti, e/o accolto all'interno del senso comune pubblico non può mai essere considerato acquisizione definitiva. Le vicende legate alla scala mobile prima e oggi all'articolo 18, in Italia, ma potremmo dire tutta la storia delle lotte sindacali, evidenziano la precarietà dei successi ottenuti e l'incertezza strutturale di ogni norma. Ogni successo è una trincea da difendere, sempre, a partire dagli equilibri e dai rapporti di forza tra poteri.

Legata a ciò è la constatazione che ogni ricaduta normativa è il portato estremo, alle volte feticisticamente mascherato dentro la formalizzazione della legge, di anni e decenni di lotte e contrasti, di avanzamenti sempre sofferti, di conquiste difficili e mai garantite. I diritti non sono mai l'esito di una concessione ma sostanziano un confronto tra forze (che vuol dire quasi sempre scontro). Dietro tutto ciò, dentro ogni più semplice e abitudinario diritto, pulsa ed è condensata la storia concreta di donne, uomini, di umane sofferenze ed esistenze. Ricordarlo non è mai superfluo e restituisce legittimo orgoglio storico.

Ancora. L'azione sindacale si è mossa seguendo due istanza fondamentali. Quella della rivendicazione salariale e quella della difesa di diritti acquisiti (in tema di tempi e modi di organizzazione del lavoro) o di rilancio negli stessi ambiti di nuovi e più avanzati istituti di regole. Si apre quindi l'interrogativo (ampio, non risolto e forse non risolvibile) della valenza politica dell'azione sindacale, di quanto cioè essa incida, o si proponga di farlo, sulla struttura e le dinamiche profonde del capitale, quanto possa muoversi verso prospettiva di superamento (o se queste devono essere interamente delegate al politico) o quanto invece essa vada declinata secondo i modi di una compatibilità riformista dentro l'economia di mercato. Significativamente la possibile valenza politica rivoluzionaria appare oggi come uno dei pochi momenti teorici nato dentro la pratica sindacale. Ma sembra anche abbastanza chiaro che il sindacalismo rivoluzionario e la pratica sovversiva dello sciopero generale appartengono a un passato pur glorioso ma consegnato dentro coordinate sociali e quadri istituzionali assai distanti da quelli attuali.

Questo punto, particolarmente delicato perché rimanda all'immaginario politico ed esistenziale di milioni di attivisti e di lavoratori, coinvolge direttamente il problema del sindacalismo di base. Esso non dovrebbe definirsi solo come alternativa a quello concertativo, ufficiale, statal-confederale che dir si voglia, perché il semplice essere "altro" rispetto a qualcosa determina legami di dipendenza e inevitabili specularità. E' compito del sindacato di base abbozzare autonomamente un proprio profilo.

Non crediamo che lo snodo sia quello, a breve o medio termine, di un superamento delle forme del capitale globale. Resta però la possibilità, e non è solo una speranza o un incitamento propagandistico, di anticipare possibilità di futuro, di disegnare diversità che coinvolgano i modi e i significati del lavoro e dell'essere sociale. Un lustro fa si discuteva di fine del lavoro. Poi ci fu la riscossa del capitale e ci attestammo sulla linea, debolissima, delle 35 ore. Adesso, persa anche quella battaglia, ci difendiamo da un lavoro senza fine che mette in produzione il tempo libero, che precarizza il mondo della vita, che propone l'etica del guadagno come nuova etica del lavoro. A questo si risponde, quando è possibile, con rilanci alti. Ed è qui il compito specifico e "culturale" del sindacato di base. Una piccola vertenza, un compromesso, un guadagno minimo non sono una sconfitta. Lo diventano se non vengono sostenuti e immessi in una alterità ribadita come logica altra dal profitto, al limite come progetto esistenziale che investa frontalmente il problema del "senso" delle relazioni individuali, lavorative, dei soggetti collettivi; il problema del tempo, tempo di lavoro e di ozio; della produzione, del consumo, del soggetto come essere desiderante, dei bisogni. Il lavoro sostanzia l'uomo, ma il lavoro è magmaticamente mutevole nelle sua forme attuative e nelle sue valenze immaginarie ed è quindi immesso prepotentemente nella sostanza di vita.

Non so se è un compito troppo ampio. Ma solo un rilancio teorico forte (sul lavoro innanzi tutto, ma non solo) può rendere ragione piena dell'esistenza del sindacalismo di base.

Poco ho detto e molto resta da dire. Mi sono volutamente tenuto lontano dalla "concretezza" della pratica sindacale che resta ovviamente il senso ultimo del nostro lavoro. Ma un eccesso di realismo disarma e può uccidere in una realtà che esige produzione e manipolazione di cose ma anche, e sempre più, di idee. Saluti a tutti.

Franco Milanesi