La cosa che più mi colpisce nelle pur condivisibili cose scritte da Piero è la loro inadeguata collocazione nel quadro politico e sociale. Così messe trovo queste considerazioni un pochino statiche, che certo non creano illusioni e non bruciano i compagni, ma non ci consentono di sfruttare tutte le opportunità che abbiamo di fronte.

Ricordo che ALP nasce in una determinata fase politico e sindacale e da un contesto locale dal quale non si può prescindere per fare altre considerazioni. Credo sia necessario ricordare, anche se appare chiaro a tutti, che la nascita di ALP avviene in una fase alta della sconfitta del M.O. sulle pensioni, più o meno allo stesso modo della nascita del sindacalismo di base attorno agli accordi al ribasso sulla contingenza, nel pubblico impiego le considerazioni sono più complesse.

Dopo grandi lotte e la sconfitta sulle pensioni, molti di noi avvertirono che si apriva per il sindacato un periodo molto difficile, da un lato vi erano diffuse posizioni in favore della necessità di fare degli arretramenti e difenderci nel piccolo dei nostri luoghi di lavoro e dall’altro la voglia di alcuni di reagire contrattaccando e cambiando la direzione sindacale.

Nel Pinerolese molti lavoratori scelsero la seconda ipotesi. Non così fu nella maggior parte dei territori dell’intero paese, i lavoratori erano si scontenti e fu molto alto il NO espresso nel referendum, tuttavia poche sono state le esperienze simili alla nostra.

Perciò credo che dobbiamo prestare molta attenzione ad alcune specifiche condizioni locali. Un territorio molto vivace sul piano sociale caratterizzato da: una forte industrializzazione nelle valli; la presenza nelle stesse valli di confessioni religiose diverse ed in competizione sul sociale; la particolare critica alla burocratizzazione avvenuta nella CISL del Pinerolese; il tutto contornato da una scarsa tradizione comunista del movimento operaio. Furono certo ragioni politiche forti di critica alla concertazione a muovere molti lavoratori verso la costruzione di alternativa, ma non mancarono anche ragioni emotive e relazioni di gruppo consolidate.

Oggi a sette anni di distanza sappiamo quanto sia stato ambizioso il nostro progetto di rifondare il sindacato dal basso. Abbiamo fatto delle conquiste nel radicamento sociale, e siamo oggi molto impegnati nelle cose concrete dell’agire sindacale stimolati dalle quotidiane domande di assistenza, ma come dice Piero, la delega prevale, la difesa dell’identità diventa ingombrante, la carenza di studio ed analisi genera grandi difficoltà a rispondere alle nuove questioni che si aprono.

Perciò credo che la domanda di fondo di Piero sulla possibile esistenza di un vero sindacato gestito dagli stessi lavoratori, non può trovare delle risposte solo ripercorrendo la storia del conflitto di classe, ma pur partendo di li, le risposte si devono ricercare guardando attentamente alle modificazioni della struttura del potere ed alle nuove condizioni di classe che si vanno a creare.

Propongo perciò di riflettere su questi quattro punti che mi paiono esenziali:

  1. La finanziarizzazione dell’economia e le trasformazioni della struttura di potere statuale
  2. La nuova fase di proletarizzazione mondiale e la nuova composizione di classe
  3. Il risveglio delle lotte
  4. I nostri problemi di identità

Il processo di accumulazione di capitale ha messo a frutto le enormi potenzialità di controllo e anche di pianificazione economica indotte dalla rivoluzione informatica. Le imprese produttive sono diventate transnazionali segmentando la progettazione, la produzione, ed i servizi di post vendita sull’intero pianeta, i possessori di capitali finanziari hanno goduto di un periodo eccezionale di alti profitti sui mercati delle monete e degli strumenti finanziari, per via dell’indebitamento planetario indotto dall’estensione dell’industrializzazione forzata a tutto il mondo propagandata dagli strumenti di dominio del capitale.

Banca mondiale, fondo monetario e WTO, sono diventati gli strumenti politici ed economici della politica Statunitense, credo si debba ricordare che sebbene le forme di governo internazionale siano poco chiare, la definizione di un potere statuale sta in ultima analisi nell’uso legale della forza, e chi se non gli Stati Uniti oggi esercitano questo potere con pochissimi condizionamenti?

Siamo di fronte ad una politica liberista applicata come un dogma su scala mondiale, la cui conseguenze sono già abbastanza chiare, solo pochissimi paesi riescono a svilupparsi mentre la maggior parte delle masse popolari subiscono un peggioramento delle proprie condizioni di vita e lavoro.

Se esaminiamo il processo produttivo su scala mondiale, non assistiamo ad un aumento della classe media come a prima vista appare nei paesi sviluppati, neanche alla sparizione del lavoro manuale prodotta dall’automazione, ma ad una estensione del processo di proletarizzazione, che avviene contemporaneamente all’uso sempre più invasivo di tecniche informative propagandiste che cercano l’integrazione delle varie classi operaie del mondo.

Se queste considerazioni possono essere credibili, dobbiamo allora verificare come viene esercitato il dominio sugli strati popolari e come questi tentano di reagire. Va rimarcato che in questa fase il capitale riesce a mettere in concorrenza fra di loro gli strati popolari utilizzando tutte le differenze sociali, religiose, culturali e politiche. Tutto diventa una merce e non ci sono più barriere che resistono al commercio ed alla logica delle privatizzazioni. Nel movimento dei lavoratori come negli altri movimenti sociali molte cortine fumogeni perdono forza (crisi del liberismo) e aumenta la percezione della necessità e della complessità dell’alternativa.

I valori sono e restano l’unità degli strati popolari contro lo sfruttamento e per la costruzione di un nuovo mondo socialista, la pianificazione socialista può oggi contare su molti strumenti di pianificazione usati con successo dal sistema liberale. I soggetti dell’alternativa sono diversi e non omogenei, ma sono anche nuove le possibilità che le rivoluzioni informatiche e le lotte offrono alla costruzione di un alternativa. Il movimento no-global è un segnale interessante ed il risveglio delle lotte dei lavoratori nel nostro paese ci dice che le pratiche di concertazione stanno esaurendo la loro funzione di efficace strumento di governo delle condizioni di lavoro.

La nuova fase che abbiamo davanti e che coincide in Europa con una prevalenza di governi di centrodestra, sposta l’asse dello scontro sociale su un piano più radicale, credo perciò che questa pressione agisca anche sugli altri sindacati. Non mi sembra che si profilino rotture epocali ma un aumento della tensione sociale sul quale noi possiamo lavorare con successo. Rilanciare la partecipazione dal basso e lottare contro la delega può avere successo se sappiamo aiutare i nostri militanti con adeguate iniziative di formazione ed informazione, mentre mi sembra più complicato il problema della nostra identità nel nuovo quadro che si è venuto a creare, penso che sia venuto il momento di non dimenticare il passato ma di contare e puntare sulle capacità delle nostre proposte attuali.

Concludo sperando che il nostro lavoro di proposta possa trovare successi nella pratica della lotta e della contrattazione e aprire la strada ad una crescita del sindacalismo di base, in questa fase in cui le proposte di lotta sono convergenti con altre parti di sindacato, ciò che fa la differenza è la capacità della nostra piccola organizzazione di tenere alto il rapporto con i lavoratori su come condurre alla vittoria questa lotta politica.