……era tornato a chiedere dialogo, ma due giorni dopo ecco il ministro del Lavoro Roberto Maroni brandire la spada contro i sindacati. Accuse ingiuste e livori da osteria, un attacco frontale portato con un’intervista al giornale di Berlusconi che fa da battistrada alla proposta di legge della Lega che vuole schiacciare il sindacalismo confederale. I sindacati sono "nobilissime associazioni private che eludono la Costituzione". Che "rastrellano soldi pubblici attraverso caf e patronati, eppure non devono presentare i bilanci". Che "non devono spiegare da chi prendono soldi e come li spendono". Questa situazione - tuona Maroni - è "anomala e non può più reggere". Il ministro si scaglia anche contro "chi percepisce i distacchi sindacali, cioè in buona sostanza decide di non lavorare più, o meglio di fare gli interessi del sindacato che lo stipendia". Non si capisce "perché la pensione di queste persone debba essere pagata dalla collettività e non dal loro datore di lavoro". Conclusione: il sindacato deve tornare nel suo alveo naturale "che è quello che dovrebbe occupare un’associazione privata".

da l'Unità - 22 aprile 2002

E a surriscaldare l'aria ci ha pensato lo stesso ministro Maroni, facendo sapere che intende "ridimensionare i sindacati", che oggi hanno "troppo potere e nessun obbligo". Soldi e potere, il chiodo fisso di Maroni: sarà per questo che accusa i sindacati di "poter evitare di presentare i loro bilanci, a differenza di qualunque associazione, anche di volontariato, che vi è obbligata per legge". Peccato che non sappia dell'esistenza di una legge, la 460, che già dal 1997 obbliga anche i sindacati a rendere pubblici i loro bilanci, come infatti avviene puntualmente ogni anno. Come premessa di "dialogo", da parte del ministro non c'è male.

Il Manifesto 23 aprile 2002

Intervistato dal Giornale, il ministro Maroni dice che i sindacati…..eludono "qualsiasi dettame costituzionale e non hanno nessun obbligo". In pratica, "rastrellano soldi pubblici, centinaia di milioni di euro, attraverso i Caf e i patronati, eppure non devono presentare bilanci". Maroni punta il dito, poi, contro "chi percepisce i cosiddetti distacchi sindacali e, in buona sostanza, decide di non lavorare più" in azienda per prestare la sua opera "in un´associazione privata, quale è il sindacato. Non si capisce perché", per il periodo di distacco, i contributi ricadano sullo Stato "e non sul datore di lavoro". "Quando qualcuno va al patronato o al Caf per avviare la pratica di pensione - contesta infine Maroni - gli viene subito chiesto di iscriversi al sindacato. Risultato? In tutti i sindacati la percentuale dei pensionati supera il 60% degli iscritti". Per rimediare a tutto ciò, il Parlamento farebbe bene a votare - si augura Maroni - la proposta di legge già depositata che riporterebbe il sindacato nel suo "alveo naturale" di associazione privata".

Il Corriere della Sera, 22 aprile 2002

Lo sciopero del 16 aprile sembra, a distanza di pochi giorni, appartenere ad un altro tempo o, almeno, tale sembra se si sfogliano le pagine dei giornali.

La mobilitazione di milioni di donne e di uomini concreti è consegnata all’oblio mediatico, altre urgenze occupano gli schermi e le prime pagine dei giornali.

È evidente che questa situazione deriva da diversi fattori. In primo luogo vi è la scelta del governo di depotenziare lo sciopero presentandolo come un rito. Una scelta non stupida anche se non è affatto certo che sarà vincente. Si tratta, infatti di vedere come l’orientamento del corpo centrale della working class e la mobilitazioni di ampia parte del lavoro precario sulla questione dei diritti determineranno tensioni anche all’interno del corpo della destra sociale e dello stesso padronato soprattutto se crescerà il conflitto aziendale e categoriale come molti segnali sembrano preannunciare.

Vi è, poi, da considerare il modo di funzionare normale dello spettacolo dominante, alla sovraesposizione mediatica, infatti, segue fisiologicamente una rimozione, un’uggia, un disincanto.

Lo sciopero generale stesso, inoltre, portava nella sua genesi elementi di contraddittorietà e limiti da non sottovalutare. Non mi riferisco solo all’improvvisa deriva conflittuale del sindacalismo di stato, allo schierarsi frontale contro politiche sociali non troppo dissimili da quelle considerate accettabili se gestite da un governo amico.

Il fatto è che lo sciopero generale ha un’elevatissima dimensione simbolica, con lo sciopero generale si giunge alla forma più forte di mobilitazione strettamente sindacale e si pone, di conseguenza, l’esigenza di avere forme di pressione più radicali nel caso l’avversario non ceda. È un fatto che, oggi, queste forme di pressione non sono all’ordine del giorno. Non possiamo escludere che, magari in tempi rapidi, si determinerà una radicalizzazione del conflitto sociale ma, da una parte, i sindacati istituzionali non sono disponibili a lanciarsi in un’avventura del genere e, dall’altra, la maggioranza dei lavoratori non tende a sviluppare, almeno apertamente, pratiche e forme organizzative indipendenti da questi stessi sindacati. In sintesi, si sono toccati i limiti di una forma tradizionale di mobilitazione e, a questo punto, si tratta o di andare oltre o di ripiegare.

Se intrecciamo la dinamica sindacale con quella politica istituzionale, vi è un dato preciso da considerare. A fine maggio si daranno le elezioni in molti comuni e province, per la prima volta, dopo la vittoria della destra, sarà possibile una valutazione del consenso che il governo e l’opposizione hanno conquistato o perso.

La sinistra parlamentare e, di conseguenza, l’apparato sindacale temono, ed è nella loro natura, che una conflittualità sindacale troppo accesa a ridosso delle elezioni possa danneggiarli. Sotto il profilo stesso dell’investimento delle risorse umane, una campagna elettorale distrae l’attenzione dal conflitto di classe, per dirla con rozzezza, è probabile che nel prossimo mese i sindacalisti dei DS e della Margherita, ma il discorso vale anche per il PRC, avranno altro da fare.

La destra di governo, d’altro canto, non è restata del tutto immobile e, mandando avanti il solito Roberto Maroni ha sollevato il tema, delicato quanto altri pochi, dei finanziamenti statali ai sindacati.

Non si tratta di un discorso elegante ma non è privo di efficacia, il nostro eroe, infatti, rileva che CGIL-CISL-UIL ricevono cifre notevoli dal governo in varie forme e che, di conseguenza, il governo potrebbe fare loro molto male tagliando del tutto o in parte i finanziamenti pubblici.

Naturalmente i dirigenti sindacali si sono adontati ed hanno sbertucciato il ministro. È interessante notare che, dopo la sortita di Maroni, dell’argomento non si è più parlato. Credo che, infatti, porlo troppo al centro dell’attenzione non faccia comodo né alla sinistra che avrebbe qualche motivo di imbarazzo nello spiegare che viene finanziata dal governo del "liberista" Berlusconi né alla destra che preferisce tenersi le mani libere dopo aver chiarito a CGIL-CISL-UIL che non è il caso di fare troppo i birichini.

Sono, da questo punto di vista, possibili due scenari:

  • l’uso strumentale della minaccia di tagliare i fondi al fine di addomesticare CGIL-CISL-UIL e una sostanziale continuità con il passato;
  • il radicalizzarsi dello scontro e la scelta da parte del governo di tagliare le radici al sindacato di stato.

Naturalmente non sono da escludersi soluzioni intermedie ma, ai fini di una comprensione della situazione, è bene disegnare gli scenari estremi.

A mio avviso, non esiste oggi una scelta condivisa nella maggioranza e vi è lo scontro fra diverse ipotesi politiche e sociali che corrispondono, grosso modo, ai due principali segmenti della base sociale della destra e cioè al blocco della piccola e media impresa padana che sarebbe disposta a regolare i conti con qualsiasi sindacato al grido di "il sindacato, nella mia azienda, sono me" e alle pletoriche clientele del pentapartito transumate in gran parte nella casa delle libertà e legate allo stato sociale da un vincolo se non di amore di interesse materiale.

Vi è, poi, da considerare che una politica liberista vera spazzerebbe via più la destra che la sinistra sindacale non foss’altro che perché quest’ultima può contare sull’esistenza di un tessuto militante che alla destra sindacale manca per la sua stessa natura sociale.

Insomma, un attacco frontale al sindacato di stato rischierebbe di determinare lo sfasciarsi, paradossalmente, di un settore importante della base sociale della destra.

Diversi compagni, pur condividendo questa valutazione, pensano che nella destra la componente democristiana o comunque "sociale" sia in crisi e che si vada rafforzando il settore liberista puro. Per parte mia, sono portato a ritenere che una deriva del genere non sia impossibile, anzi, ma che veda forti resistenze e che la destra italiana sarebbe in serie difficoltà se recidesse i rapporti con il centro moderato e concertativo.

A breve, insomma, propendo a ritenere che il ruolo del sindacato di stato resterà importante e che molto dipenderà, oltre che dall’evolvere del quadro istituzionale, dal livello del conflitto sociale e dalla capacità di vincere, da parte dei lavoratori, alcune prime importanti battaglie.

In un caso, come nell’altro, comunque, si tratta di lavorare alla costruzione di un soggetto sindacale e sociale in grado di tenere l’iniziativa in maniera indipendente dai giochi di potere e di cogliere le contraddizioni dell’avversario per indebolirlo e per rilanciare lo scontro.

Cosimo Scarinzi