il manifesto 20.3.08
Storie
Il metalmeccanico multinazionale nella città di Putin
Incontro con un operaio di 35 anni diventato leader nazionale
Alla Ford di San Pietroburgo un gruppo di giovani operai guidati da Aleksej Etmanov ha inventato un sindacato, fatto scioperi durissimi, ottenuto vittorie importanti. E adesso, verso un sindacato nazionale?
Astrit Dakli
San Pietroburgo

La Russia, dicono gli esperti e confermano i numeri delle vendite, sta diventando il più importante mercato europeo per i costruttori di automobili. E i costruttori di automobili, che aprono sempre nuove fabbriche in Russia per evitare i dazi sulle importazioni e usare una manodopera a buon mercato, stanno diventando il più importante laboratorio di nuovo sindacalismo a est della Vistola.
E' di poche settimane fa la conclusione di un nuovo accordo fra azienda e sindacato negli stabilimenti Ford di Vsevolozhsk, non lontano da San Pietroburgo, in base al quale la paga media dei 1.800 lavoratori è aumentata di circa il 20%, attestandosi un po' oltre i 25.000 rubli al mese (circa 700 euro). Il sindacato aveva chiesto di più, circa il 30%, con un prolungato sciopero; ma anche se la richiesta non è stata soddisfatta l'accordo è un successo, perché in Russia gli scioperi organizzati sindacalmente sono rarissimi e, se capitano, sono subito schiacciati con tribunali e polizia. Inoltre lo sciopero della Ford veniva appena un anno dopo un altro aumento, anch'esso ottenuto con uno sciopero. Non è per caso che appresso ai lavoratori Ford anche gli operai di altre aziende dell'auto operanti in Russia, dalla Hyundai di Taganrog alla AvtoVaz di Togliatti, stanno alzando la testa per difendere i loro livelli di vita.
Un operaio di 35 anni, energico e schietto, è da qualche anno il punto di riferimento di questo nuovo protagonismo sindacale nato nella fabbrica dell'azienda Usa: il suo nome è comparso spesso sui giornali come organizzatore e portavoce di questa lotta operaia che ha fatto molto parlare di sé. E ora riceve di continuo chiamate e visite di aspiranti sindacalisti in cerca di consigli e aiuti.
L'appuntamento con Aleksej Etmanov è alla fermata dei taxi-bus che arrivano a Vsevolozhsk partendo dalla stazione della metropolitana «Ladozhkaja», a San Pietroburgo - 30-40 minuti attraversando periferie, campagna e boschi per raggiungere questa cittadina, a metà strada fra la capitale di Putin-Medvedev e il lago Ladoga. Cinquantamila abitanti, un discreto benessere che traspare dalle tante villette in costruzione fra gli alberi, atmosfera tranquilla e rilassata, Vsevolozhsk è nota per aver dato i natali a Ivan Pavlov (quello dei «riflessi condizionati» sperimentati con il celebre cane) e non ha proprio l'aria di un centro industriale: eppure di aziende rilevanti ce ne sono diverse - e da questo dipende il benessere che si vede: altre città della regione sono invece tragicamente in abbandono, piene di problemi. C'è una fabbrica Nokia (pneumatici), uno stabilimento tipografico, un mobilificio, una fabbrica di ceramiche da bagno, c'è persino uno stabilimento della Merloni italiana (fa scaldabagni).
Etmanov sembra ancor più giovane di quel che è, capelli quasi a zero, berretto da baseball, gran sorrisone. «Sposato?» «Sì. E guarda» - dice, mentre armeggia per farci vedere sul suo cellulare la foto di una bella ragazza, piuttosto sexy e provocante, che immaginiamo essere la moglie. Invece no. «Mia figlia. 17 anni. Carina, no?». Si direbbe che da queste parti si faccia tutto molto in fretta. Saliamo sulla sua Focus, nuova nuova. «Fatta da voi. Avete lo sconto-dipendenti?» «Sì, il 15 per cento. Buono, no? E so che è fatta bene. Appena ho potuto l'ho presa». Ford produce la Focus in Russia da cinque anni, in crescita continua di vendite: per l'anno prossimo l'obiettivo è di produrre qui 125.000 vetture. E adesso, grazie ad Aleksej e a un gruppo di giovani operai determinati e capaci come lui, Ford potrebbe anche vantarsi di essere il costruttore che in Russia paga meglio i suoi operai.
In poco più di due anni, Etmanov ha costruito dal nulla un sindacato aziendale fortissimo, sostenuto dalla gran maggioranza degli operai e dalla popolazione; nello stesso tempo ha gettato le basi per un sindacato nazionale dell'auto che sta mettendo radici in molte fabbriche sfidando 1) la legge che limita il diritto di sciopero, 2) il dominio dei sindacati «gialli» eredi del sindacato sovietico, 3) la repressione delle autorità locali, sistematicamente schierate a difesa del padrone. L'intervista con Etmanov la facciamo non davanti a un samovar con il tè ma davanti al sushi dell'immancabile - anche qui - ristorante giapponese.
Com'è che sei diventato un leader nazionale, Aleksej? Com'è incominciato tutto?
Quando hanno aperto la fabbrica, ci sono venuto a lavorare molto volentieri anche se non era il mio lavoro - in effetti sarei un tecnico navale. Era un posto nuovo, pulito, bello... Poi, presto, mi sono accorto che non era tutto oro: le condizioni erano cattive, gli orari pesanti, le paghe basse. Insieme ad altri - in fabbrica eravamo tutti molto giovani - ho cominciato a promuovere proteste, chiedere che venisse applicato il contratto. Era dura, ma l'ambiente era solidale e i tentativi dei controllori di «metterci al nostro posto» non sono riusciti. Poi, contattati via mail, sono arrivati dei sindacalisti dalla Ford olandese a parlare con noi e prometterci aiuto, così poco a poco abbiamo costruito un minimo di organizzazione. Nel 2006 sono stato invitato al congresso dei lavoratori Ford di tutto il mondo, in Brasile, e lì per me c'è stata la svolta vera. Ascoltando gli altri, confrontandomi con loro, sentendo quello che fanno e come vengono trattati, ho capito che da noi non si poteva proprio andare avanti così - pagati peggio di tutti, trattati peggio di tutti.
Avete anche avuto promesse di aiuto dai sindacati europei...
«Sì, ho capito come si poteva fare per organizzare meglio una lotta, e mi sono reso conto che avremmo potuto avere anche una solidarietà esterna. Così, appena tornato mi sono dato da fare insieme a un gruppo di dieci-quindici compagni con cui c'è un grande affiatamento, abbiamo discusso con tutti quanti, abbiamo spiegato che se volevamo paghe migliori e condizioni di lavoro migliori dovevamo affrontare qualche rischio e scioperare. E così, dopo qualche mese, è partita la prima lotta. Abbiamo trattato, abbiamo fatto un breve sciopero e alla fine abbiamo ottenuto un aumento e dei miglioramenti normativi.
Era solo l'inizio, l'avete detto subito. Perché l'aumento era piccolo e la maggior parte delle richieste restava aperta per una trattativa a oltranza.
L'azienda ha cercato di comprarmi promuovendomi controllore - con una paga un bel po' più alta, 40.000 rubli (circa 1.100 euro, ndr). E io ho accettato, ma senza dargli niente in cambio. Sì, facevo il mio lavoro, prendevo la mia paga più alta e poi continuavo come prima a fare il sindacalista, a trattare e a organizzare gli altri. Intanto, a quel punto la maggioranza degli operai aveva capito che la nostra iniziativa funzionava. Siamo cresciuti rapidamente durante il 2007, in pratica oltre mille lavoratori si sono uniti a noi e a quel punto la nostra forza era molto maggiore. E abbiamo anche incominciato ad avere contatti con altre aziende automobilistiche russe per cercar di estendere una rete orizzontale - un embrione di sindacato nazionale dell'auto. Intanto la trattativa con la Ford andava avanti, ma senza risultati, così ci siamo preparati a una prova di forza vera e quando a novembre è iniziato il nuovo sciopero eravamo ben organizzati. Abbiamo avuto sostegno finanziario dai sindacati internazionali e soprattutto dai colleghi della Ford di altri paesi. E ci siamo attrezzati per minimizzare le perdite subite dai lavoratori.
Che rapporti avete avuto con le autorità locali?
Pessimi. La polizia sempre ai cancelli dove facevamo i picchetti, e poi fermi, interrogatori, rotture di scatole in continuazione. Il sindaco di Vsevolozhsk le ha provate tutte per farci lasciar perdere, lui è stato sempre schierato anima e corpo con l'azienda. Ma alla fine non c'è riuscito, abbiamo resistito benissimo e anche facendo entrare degli altri operai l'azienda non ce l'ha fatta a mantenere i tre turni di lavoro e una produzione accettabile. Hanno dovuto in qualche modo patteggiare con noi. Il risultato, dopo oltre un mese di sciopero, non è stato il massimo che avevamo chiesto ma è stato comunque buono e l'abbiamo accettato volentieri.
E la politica? come funziona rispetto alla vostra lotta?
Nessun politico è disposto a sostenerci. Personalmente ho votato per Zyuganov, il 2 marzo, giusto per non regalare il mio voto al potere. Neanche i comunisti ci hanno dato una mano, comunque. In effetti, penso che qualcuno di noi dovrebbe presentarsi candidato per le elezioni locali, verrebbe eletto senz'altro e da lì dentro potrebbe aiutare sul serio gli operai.
I prossimi passi, Aleksej?
Sul piano personale, ho appena comprato per mille dollari un terreno in riva al fiume, a due ore da qui, voglio farci una casetta di legno e andarci a pesca. E' il mio sogno da sempre e voglio realizzarlo adesso che qualche soldo gira. In azienda, dobbiamo pensare al nuovo contratto collettivo, che scade ora. Dobbiamo rinnovarlo su base migliore, soprattutto per le pensioni e la parte «sociale» del contratto. Ma c'è tempo, possiamo affrontare con calma questo lavoro. Le trattative saranno comunque lunghe. Più in generale penso che il mio compito maggiore adesso sia cercar di organizzare un vero sindacato nazionale dei lavoratori dell'auto. Dopo che il nostro esempio è venuto su tutti i giornali, da tantissime fabbriche mi sono venute richieste di consigli, o anche di aiuto diretto - «vieni da noi un mese, mettiamo in piedi qualcosa». Alla AvtoVaz (la maggior fabbrica d'auto del paese, ndr) già abbiamo un migliaio di aderenti tra gli operai, alla Hyundai anche, poi stiamo mettendo piede alla Nokia e alla Toyota. Le possibilità ci sono, lo spazio per un sindacato vero è enorme. Quello che manca è il tempo.