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Filippine La febbre dell'oro

Diwalwal, isola di Mindanao, alle pendici del monte Diwata: da quindici anni è una città mineraria dove vivere è un inferno e vince chi è più forte. Ma qualcosa sta cambiando
di John Vidal
Foto di Mark Edwards
Le foto sono dell'agenzia F. Speranza
Picconare. Frantumare la roccia. Osservare la vena dorata di quarzo bianco che si inarca per poi ricadere nel baratro nero. L'estrazione dell'oro non è un gioco da ragazzi. Ti ritrovi a toglierti la polvere e il sudore, con le nocche insanguinate. E aspetti che la roccia ceda. Sessanta metri all'interno della montagna. L'aria è fresca e limpida ma il tunnel si apre misterioso. Se fuori sono in vigore le leggi del Cristianesimo e dell'Islam, sotto governano mitologia e superstizioni. Si parla di sacrifici: gli animali - ma anche gli esseri umani, dicono i minatori - vanno uccisi per portare fortuna. Il sangue versato attira l'oro. Le donne non possono metter piede sotto terra e nessuno deve indossare gioielli, per non ingelosire gli spiriti. Parlano Felix e Ambrose, che lavorano uno di fronte all'altro. Dopo otto ore, ognuno di loro uscirà dal tunnel con 200 chili di roccia: bastano a ricavare 4 grammi di oro, appena sufficienti per una fede sottile. Per molte persone trovare l'oro significa passare dall'assoluta povertà a una certa prosperità, magari anche alla ricchezza. Tutti gli uomini che hanno scavato a Diwalwal lo sanno bene. Non è forse vero che Tatar, Blackjack, Quinn e molti altri sono giunti qui poveri in canna e hanno trovato un vero tesoro? Ormai sono figure leggendarie, che girano a bordo di potenti automobili e abitano in belle ville. I figli vanno persino a scuola. Chiunque ce la può fare. Bisogna solo crederci. La prima grande corsa all'oro risale a 150 anni fa, in California, seguita da quelle in Sud Africa, Yukon, Australia e Russia. Prima del 1980 sono stati individuati grandi giacimenti in Tanzania, Perù, Indonesia e Amazzonia. Da allora, la febbre dell'oro ha travolto il globo e la produzione è aumentata del 50% negli ultimi 18 anni, con previsioni di crescita del 15% entro il Duemila. Nelle Filippine i ritrovamenti sono sempre stati modesti, ma all'inizio degli anni '80 i minatori cominciarono a raggiungere anche le isole più remote. Un gruppo di cercatori, composto da giapponesi e filippini, si fa largo fino all'isola di Mindanao, giungendo al villaggio di Nabok nel 1983, dove ingaggia guide e lavoratori locali. Il gruppo arriva fino al monte Diwata, fermandosi per setacciare la sabbia ma trovando solo pochi granelli. Dopo un mese, la spedizione torna a casa. Alcune settimane dopo, tre dei minatori decidono di tornare sul monte Diwata. Questa volta viene evitata la strada che corre lungo il fiume, per scegliere il vecchio percorso attraverso la foresta. Una mattina il gruppetto vede un filone bianco di quarzo che attraversa il terreno arancione. Gli uomini estraggono frammenti di roccia e li esaminano alla luce: contengono minuscole ma inequivocabili pagliuzze d'oro. Ha così inizio la più massiccia e pericolosa corsa all'oro del XX secolo. I tre filippini avrebbero potuto limitarsi a sfruttare quella piccola vena, ma la sorte ci ha messo lo zampino: una sera, dopo essersi ubriacati, vengono seguiti fino al rifugio. Il loro segreto non è più tale. Centinaia di abitanti del posto iniziano a scavare lì intorno. E in pochi mesi arrivano 5 mila persone da tutte le Filippine. Siamo ai tempi del Presidente Ferdinando Marcos, anni di corruzione e povertà. Mentre il vecchio dittatore accantonava 35 miliardi di dollari in lingotti d'oro, la massa dei poveri iniziava a sradicare foreste per scavare il ventre della montagna. Il luogo diventa famoso come Diwalwal, a indicare un posto ripido, in cui è difficile lavorare. Diwalwal è la parola sulle labbra di tutti, significa "esausto". Franco Tito, conosciuto come Grand Spider (il Grande Ragno), è sulla trentina e ha l'aria gentile. È arrivato a Diwalwal nel 1985, sperando di guadagnare. I minatori vivevano in capanni di legno e foglie, costruiti all'interno dei tunnel scavati nel terreno circostante. Avevano scoperto che sul Monte Diwata c'erano vene di quarzo dorato. Grand Spider decise di unirsi ai minatori. Il fianco della montagna è attaccato in tutti i modi. Macchine per frantumare la roccia, generatori, scorte di cianuro e mercurio per i processi di estrazione, tutto è stato trascinato in cima. I minatori vengono raggiunti dai familiari, subito dopo dalle prime prostitute, dai primi giocatori d'azzardo e dai mercanti d'oro. È poi la volta dei disertori dell'esercito, quindi dei ribelli comunisti e degli evangelisti cristiani e musulmani. Sul fianco del monte Diwata è così sorta una vera città. A Diwalwal, all'inizio, la legge veniva fatta rispettare dagli eserciti privati e dalle armi. E iI racket era all'ordine del giorno. Nel 1989 erano oltre 90 mila le persone che lavoravano nelle migliaia di tunnel scavati nella montagna. L'anarchia regnava sovrana, sia sopra che sotto terra, ed erano due le regole che dettavano legge sul monte. La prima: l'oro trovato doveva essere condiviso con quelli che avevano investito nella miniera e con chi ci lavorava. Il proprietario del tunnel o l'investitore si riservava il 40% del valore del filone, ai lavoratori spettava il 60%. Chi non rispettava questa regola, veniva eliminato. La seconda regola consisteva nell'adozione del sistema di concessioni minerarie verticali. Chiunque poteva registrare una concessione senza pagare. Chiunque raggiungeva una vena d'oro poteva lavorarci. Una cultura piuttosto primitiva prese piede in questo mattatoio. Le persone iniziarono a darsi, o a ricevere, soprannomi esplicativi: Time Bomb, Savage, Ecstasy, mentre i nomi dei tunnel evocavano la terra promessa: New York, Australia. Gli anni Ottanta si rivelarono propizi: vennero alla luce numerose vene di metallo pregiato in tutta l'area di Diwalwal. I singoli minatori unirono allora le loro forze per sentirsi più protetti e iniziarono a scavare sempre più in profondità. C'è chi fece fortuna. In pochi giorni, era possibile guadagnare a sufficienza per comprarsi una casa o mandare a scuola i figli. I perdenti si rifugiavano nel gioco d'azzardo. "Era la legge della giungla", spiega Grand Spider. "Bastava avere una pistola per diventare il capo. La città era pericolosa e tutti giravano armati. Non passava giorno che non venisse ammazzato qualcuno. Ma i cimiteri erano anche ingombri dei corpi di quelli che avevano respirato le micidiali esalazioni di mercurio. Poi sono arrivati Aids, tubercolosi, colera. Diwalwal si trasformava nella Sodoma orientale. E se Diwalwal era pericolosa sopra, diventava letale sotto. Nelle gallerie le sparatorie erano all'ordine del giorno e molti minatori morivano sotto le esplosioni di dinamite. Nel 1989, uno smottamento causato dalle piogge e dagli scavi seppellì 3 mila minatori. Migliaia di persone abbandonarono la zona in seguito al peggioramento delle condizioni di vita. Il governo decise di mandare un corpo armato per riportare l'ordine sulle montagne, ma anche loro iniziarono a pretendere la loro parte. Nel 1993 sembrò essersi ristabilita una parvenza d'ordine: furono confiscate 3 mila cariche di dinamite e un arsenale di armi. Poco a poco, iniziarono a emergere le prime avvisaglie di democrazia e giustizia nelle oltre 30 mila baraccopoli. Il sistema basato sul delitto e l'estorsione lasciò spazio a una sorta di responsabilità civile. I minatori si riunirono in gruppi per porre fine alle dispute; la gente prese a eleggere dei leader e a mostrarsi orgogliosa di quanto aveva creato. Diwalwal era una città costruita con il sangue e il sudore di persone che non avevano mai ricevuto niente dalla società e quindi non le dovevano nulla. Sodoma chiese, e ottenne, un proprio status legale. I minatori fecero richiesta al governo di riconoscere le concessioni e, finalmente, l'anno scorso ai minatori è stato riconosciuto il diritto di proprietà su 759 ettari del monte Diwata. "Abbiamo rivendicato noi la terra", puntualizza Grand Spider. Grand Spider si è presentato come candidato alla nomina di Barangay Captain, più o meno la carica di sindaco, ed è stato eletto. Dopo la confisca di pistole e fucili, per un po' di tempo è regnato un ordine, seppure sommario. Peccato che oggi sia emersa una minaccia di gran lunga peggiore, che mette in pericolo non solo Diwalwal ma anche tutti i minatori delle Filippine. Quando arriviamo a Di-walwal, la città è immersa nell'oscurità. Nella notte, ignoti sabotatori hanno tagliato le linee elettriche. Tre settimane prima, 10 acri di bidonville nel centro di Diwalwal erano stati carbonizzati. L'atmosfera è tesa, si temono nuovi incendi dolosi. Essendo io europeo, si dà per scontato che finirò per lavorare per la JB, un'associazione di minatori famosa per aver attuato scorrettezze in alcune gallerie. Peggio ancora, si mormora che la JB abbia concluso un accordo con la South Eastern, multinazionale canadese-australiana che ha richiesto al governo i diritti ufficiali per estrarre l'oro in 4.500 ettari attorno a Diwalwal. La JB e la South Eastern sono odiate; sono in molti a Diwalwal ad accusare la JB dei vari sabotaggi. I piccoli minatori si sentono minacciati: sostengono che se la JB e la South Eastern riceveranno l'autorizzazione a scavare a Diwalwal, loro verranno trasformati in semplici salariati. Ecco perché reclamano il diritto di sfruttare da soli la zona. Nel centro della cittadina, incontriamo Grand Spider e il suo entourage. Il sindaco-sceriffo dall'aria possente, unico autorizzato a portare una pistola, ha gli occhi vivaci. "Combattiamo una battaglia per garantire a tutti i piccoli minatori il diritto di trarre profitto dalla terra" spiega Grand Spider. Lui è il Wyatt Earp di Diwalwal, ossessionato dall'idea di dover ripulire la città. È tenuto sotto pressione dal governo e dalle comunità che vivono sotto la miniera, dove il bestiame e i campi vengono danneggiati dalle ondate di mercurio e altri inquinanti che scendono lungo le pendici della montagna. Il suo obiettivo è una società giusta, ma sa che si tratta praticamente di un'utopia. Dall'ottobre dello scorso anno, il governo ha vietato il trasporto del metallo verso le fabbriche nella vallata sotto Diwalwal, fino a quando i minatori non pagheranno le tasse e non ripuliranno la città. Ma i piccoli minatori vogliono che venga garantito loro il diritto di espandere le proprie attività: recentemente, 5 mila di loro hanno bloccato la strada principale in segno di rappresaglia. Il governo non si è lasciato intimorire e così 400 mila sacchi di minerale, del valore di 2 milioni di dollari, sono ancora ammonticchiati, non lavorati, in attesa che la questione si risolva. A Diwalwal è ancora possibile fare fortuna, ma di questi tempi la buona stella non è sufficiente, è necessario usare una cospicua dose di raziocinio. Sulla scia della tradizione familiare - mio nonno era cercatore in Nuova Zelanda, mio padre in Sud Africa - decido di tentare la sorte. Ho tre possibilità: segnare i confini di una concessione e mettermi a scavare; investire in una miniera già esistente; offrirmi ad altri come forza lavoro. La prima opzione è scartata per mancanza di tempo mentre la numero due mi sembra allettante. Mi presentano a Danny Labareno. È uno studente giunto su queste montagne senza un quattrino, all'inizio della grande febbre. Danny si è unito a un gruppo di cercatori, con i quali ha scoperto una vena. Ha assunto sei operai, ha aperto una nuova galleria e ha fatto il gran colpo. In poco tempo Danny si è ritrovato a gestire 50 persone, e ha bisogno di 21 guardie del corpo che lo proteggano. La sua è una storia di enormi profitti e fortissime perdite. Si è comprato una casa, ha costruito un dormitorio per i suoi operai. Poi, un brutto giorno, è crollata un'intera collina, bloccando il suo tunnel con tonnellate di roccia. Danny ha perso sette amici e ha dato fondo alle sue ricchezze. Possiede ancora solo qualche quota di un'altra miniera e può rivendicare i diritti sulla vena originaria, ma ha bisogno di un finanziatore. Danny è molto duro nei confronti delle quattro associazioni che radunano i proprietari di gallerie di Diwalwal. Queste associazioni, un tempo piccole, si sono allargate sempre più. Oggi utilizzano migliaia di persone, con l'ausilio di dinamite e trivelle. "Non hanno la mentalità dei minatori", dice. Ci avviamo verso la galleria di Danny, nella zona di Balite. La strada è larga e funge da fiume, fogna, ritrovo per topi, pista per biciclette e furgoni. Le case sembrano rotolare giù per la vallata: alcune si aprono sulla miniera, cui si accede dallo scantinato, altre fungono da casa, negozio e fonderia. Per raggiungere Balite, uno dei quartieri della città, siamo costretti ad arrampicarci sulle scale, a guadare qualche fiumiciattolo, a tuffarci in un paio di cascate. È troppo pericoloso avventurarsi fino alla galleria di Danny, ma questo non ha impedito ad altri minatori di cercare di penetrare all'interno. Danny è inflessibile: è certo che l'oro c'è, sotto le macerie. "Mettici 3 mila dollari. Nel giro di una settimana potremmo far soldi. Ci stai?". "No", rispondo. Troviamo Blackjack nel Triple Ace Eatery. Blackjack parla della febbre dell'oro. "È un desiderio che ti brucia dentro, ti prende il cervello. Ma devi soprattutto rimboccarti le maniche, lavorare sette giorni su sette, magari anche di più". Blackjack sostiene di avvertire qualcosa ogni volta che sta per scoprire una vena interessante. È proprietario di alcune gallerie e membro del Missma, l'organizzazione di minatori scelti per rappresentare tutti i proprietari. L'organizzazione dovrebbe cercare di instillare nozioni di sicurezza, ma in realtà controlla a proprio vantaggio la fornitura di dinamite. Blackjack non nega i difetti del Missma: "Alcuni dei nostri violano la legge. I piccoli minatori non si interessano a noi, ma sanno che c'è qualcuno a rappresentarli. Però è vero che alcuni dei nostri violano la legge.". Spiego a Blackjack che vorrei lavorare per qualcuno. Mi suggerisce di rivolgermi a José e a suo cognato, Rupino, due musicisti folk giunti con le famiglie lo scorso settembre alla ricerca dell'oro. Sarebbero felici di avere delle braccia in più, ma la galleria è una topaia malsana. Non me la sento di lavorarci. Di lavoro non se ne parla neppure nella miniera Australia, dal momento che stanno lasciando a casa i minatori a causa del divieto governativo di trasportare i minerali. La miniera Satellite, di Toto, a conduzione familiare, utilizza solo tre persone. Toto non usa dinamite o trivelle. Ogni tanto trova una vena particolarmente ricca e allora assume più persone. Toto non c'è, ma Marillo, sua moglie, dice che nella miniera ci sarà oro per 50 anni. Ma c'è lavoro? Marillo è onesta: non verrò pagato ma potrò tenermi il 60% di quello che scavo. Il minerale è duro come l'acciaio. Felix, che lavora da anni con Toto, mi mostra come usare martello e piccone. Il rumore dell'acciaio contro l'acciaio ricorda quello delle rivoltelle. La polvere entra negli occhi. Nessuno parla. Dopo una giornata di lavoro, ci ritroviamo con un solo sacco di minerale: vale 250 pesos, più o meno 7 mila lire, di cui il 40% spetta a Toto. Il minerale viene caricato in un cilindro azionato da un generatore, tenuto in agitazione per otto ore e ridotto in polvere finissima. Viene poi aggiunto del mercurio per attirare l'oro, e si procede a un'altra macinazione. Dopo essere stato lavato, il mercurio viene spremuto: ci ricaviamo solo una minuscola gocciolina d'oro. Un attimo di pura, umanissima gioia. Quello che sta accadendo nel resto delle Filippine è grottesco: mentre i minatori del Diwalwal stanno lottando per ottenere il diritto di estrarre l'oro, l'intero paese sembra alle prese con una corsa all'oro che vede coinvolte le principali industrie minerarie del pianeta. In nome della liberalizzazione del mercato e per soddisfare le richieste del Fondo Monetario Internazionale (che ha aiutato il paese a uscire dalla crisi economica con un prestito di 250 milioni di dollari), le Filippine sono state suddivise in blocchi esplorativi di 81 mila ettari. Oltre il 40% del paese è a disposizione di chi voglia prenderselo e dieci milioni di ettari verranno assegnati alle oltre 140 imprese internazionali che hanno fiutato l'odore dell'oro e del rame. Fino ad oggi, solo due imprese hanno ottenuto la licenza per lavorare a pieno regime, anche se sono parecchie quelle che hanno già iniziato ad esplorare il terreno. Queste aziende godranno di una sorta di diritto feudale sulla terra. Avranno la possibilità di sfrattare le altre. Non dovranno pagare tasse per dieci anni, o comunque fino a quando non avranno recuperato i costi sostenuti. Potranno rimpatriare i profitti ed usurpare le terre private. Avranno il diritto di impedire a chiunque di scavare nei loro appezzamenti. Potranno ottenere contratti di locazione di 25 anni, rinnovabili in cambio di un investimento iniziale di 50 milioni di dollari. Queste imprese lavoreranno con ritmi assolutamente inimmaginabili per i vari Toto, Blackjack, Grand Spider, e per i proprietari di tunnel di Di-walwal, che in materia di illeciti legali non temono confronti. "Danno lavoro a poche persone e disgregano le comunità", spiega un portavoce della Lrc, un'organizzazione che si batte per i diritti del popolo filippino. Secondo la Lrc, sono in aumento le comunità in preda alla disperazione: senza la possibilità di ricorrere alle leggi e con un governo in combutta con le società minerarie, la popolazione è inerme. La nuova corsa all'oro viene descritta come una forma di colonialismo, e come tale sta incontrando una forte opposizione. Lo scorso mese, Zacarias Jimenez e José Manguiran, vescovi nella regione meridionale di Zambouanga, si sono rivolti a un gruppo di 5 mila dimostranti a Dipoalog, dove la Rio Tinto Zinc (azienda britannica al 50%) ha avanzato pretese su un'area di vastissime proporzioni. Manguiran ha iniziato a parlare in lacrime: "Abbiamo perso i nostri padri. Dobbiamo comperare l'acqua che beviamo. Per procurarci la legna da ardere siamo costretti a pagarla. Quelli che ci tormentano non ci mollano un secondo. Le nostre terre vengono cedute a società straniere mentre la nostra gente diventa sempre più povera. Sono ormai loro a possedere la nostra terra, i nostri alberi, la nostra acqua, i nostri minerali. Siamo diventati semplici inquilini in casa nostra". Il vescovo ha poi lanciato una maledizione nei confronti degli "invasori" e degli "sfruttatori". Ha quindi spedito i suoi adepti sul campo per portare a compimento la sua maledizione. La nostra presenza a Diwal-wal non è passata inosservata. Attraverso un missionario, ci viene recapitata una lettera aperta, indirizzata a chiunque possa dare una mano, redatta dai capi della popolazione Tedueray e Dulangab Manobo, nella zona centrale dell'isola di Mindanao: "Nella nostra terra sono sopraggiunte gravi difficoltà... Il governo ha permesso a una società (di estrazione mineraria) di abbattere e vendere i nostri alberi. E nessuno ci ha chiesto nulla. La società ci ha persino vietato di coltivare i campi e le loro guardie hanno ucciso molti dei nostri compagni e svolgono continue azioni di intimidazione. Possibile che le leggi internazionali non possano venirci in aiuto?". Dai rapporti della Lrc e degli altri gruppi di sorveglianza, insieme alla Minewatch e alla Survival International di Londra, emerge che le più importanti società di estrazione stanno corrompendo i capi tribù, costringendoli a collaborare. Pare che l'esercito filippino sia stato inviato in zone riservate all'estrazione con il pretesto di sedare i rivoltosi (in realtà per spaventare la gente del posto e spianare così la strada alle società minerarie). Nel frattempo, i gruppi ribelli islamici e comunisti stanno reclutando nuovi sostenitori. Ma, come le trivellazioni petrolifere avevano portato a una sorta di guerriglia in Colombia e a una grave forma di repressione in Nigeria, così l'estrazione mineraria potrebbe portare a una nuova rivolta sulle colline delle Filippine. I gruppi ribelli hanno già dichiarato la propria opposizione alle società minerarie. La guerra è appena iniziata per Nelson "Tatar" Salar. Tatar è l'ultimo eroe di tutto il suo popolo. Nella sua casa in stile hollywoodiano a Davao, Tatar può sfoggiare muri altissimi, una piscina, tanti mobili antichi, un campo da golf e una bellissima moglie. Tatar, ex ragazzino di strada con dieci fra fratelli e sorelle, inizia a lavorare in un circo, per poi arruolarsi nell'esercito. Giunto a Diwalwal, riesce a trasformare i suoi spiccioli in una fortuna, mettendo a segno il gran colpo. Oggi è sulla trentina e dice di non avere mai ucciso nessuno, anche se è stato oggetto di attacchi e colpi di arma da fuoco da parte di nemici. Nessuno oserà mai parlar male di lui. Nella sua veste di presidente del Missna, incarna il prototipo e l'eroe dei piccoli minatori contro il governo, l'esercito, gli avvocati e i politici. "La sfida mi ha nutrito a colazione, pranzo e cena", spiega. "Ormai non ho più paura di nessuno, ma avverto la responsabilità nei confronti del mio popolo". Il grido di Tatar è risuonato a Diwalwal. In confronto a quello che sta accadendo nel resto delle Filippine, qui sembra comunque di essere in un luogo pacifico: le armi da fuoco possono essere state solo temporaneamente riposte (non bisogna mai abbassare la guardia...), ma nonostante tutto le prospettive sembrano buone. I proprietari delle gallerie hanno formato un comitato per ripulire la città e hanno richiesto l'intervento di consulenti ambientali per realizzare un piano. Tuttavia, il professor Remegio Confesor Jr, dell'Università delle Filippine arrivato per la prima volta nella città, è rimasto scioccato: "Non avrei mai pensato che potesse esistere un posto così tremendo". "Quanto potrebbe venire a costare la risistemazione di questa zona?", gli chiedo. Lui scoppia a ridere. "Qui ci vuole fegato e tanto, tanto tempo". Grand Spider, Not Troublesome, Blackjack, Timebomb e Lady Hook scoppiano a ridere. Lo sanno che ci vorranno anni, ma sono convinti che sia possibile trasformare Diwalwal in una comunità modello. "Lasciateci almeno tentare", propone Grand Spider. "Dateci questa possibilità. Abbiamo il denaro necessario e anche la volontà per farlo. Diwalwal ci appartiene.". Il dito indice, quello che preme il grilletto, si contrae per un attimo. Poi Grand Spider ci dà una pacca e scoppia in una fragorosa risata.