Introduzione

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 3

La FIAT nell' "autunno caldo": comunità operaia

Il 1969 operaio colse di sorpresa l'establishment Fiat. Appena due anni prima Giovanni Agnelli aveva potuto aprire la propria Relazione agli azionisti celebrando gli sviluppi senza precedenti dell'azienda, che avevano permesso alla quota Fiat di superare il 21% della produzione automobilistica CEE, e di passare dal 5 al 6% sul piano mondiale. E ancora l'anno precedente - il 1968! -, in un clima di euforia, la Relazione si era conclusa con un "vivissimo encomio al nostro personale - dirigenti, impiegati, maestranze - per lo spirito di corpo ed il senso del dovere dimostrati nell'adempimento dei compiti a ciascuno affidati". E con la constatazione che il livello di utilizzazione degli impianti era giunta a sfiorare il 90%.

D'improvviso ci si trovava ora a dover registrare quasi 20 milioni di ore di sciopero (circa il 7% del totale nazionale: 294.850.000) e una "produzione mancata valutabile in 277.000 autoveicoli e 7.800 trattori". A fronte di una "produzione teorica" superiore a 1.600.000 unità, resa possibile dall'ampliamento degli impianti e dall'aumento dei dipendenti da 158.000 a 170.000 - informava il "Notiziario degli azionisti" - la produzione effettiva aveva superato di poco la soglia di 1.400.000, con un calo del 3,3% rispetto al 1968: la cifra di 1.480.000 auto fatturate era stata raggiunta solo grazie al prelevamento dagli stocks, e comunque non era stata sufficiente a coprire l'intera domanda di mercato, che aveva visto di conseguenza crescere le vendite delle case automobilistiche straniere del 37%.

In realtà l"autunno caldo" era incominciato alla Fiat fin dalla tarda primavera. Per la precisione dall'11 aprile, quando lo sciopero nazionale di tre ore per i fatti di Battipaglia era imprevedibilmente riuscito, e gli operai, soprattutto gli immigrati, avevano abbandonato il lavoro in massa sfilando davanti ai capi e ai guardioni allibiti. Nel refettorio della Mirafiori Sud un operaio coraggioso - Francesco Morini, iscritto alla Fim e militante del Psiup -, era saltato su un tavolo e aveva parlato davanti a 1500 lavoratori dell'unità tra nord e meridione, e della condizione di fabbrica. Era la prima assemblea all'interno della Fiat dalla metà degli anni '50, la prima incrinatura in un sistema di comando totale. Da allora si era messo in movimento un meccanismo che gli storici sociali conoscono bene, e che vede il conflitto, in situazioni estreme, esplodere e diffondersi con una velocità e un'intensità uguali e contrarie al grado di costrizione subìto, innescandosi, generalmente, nei settori a più alto grado di qualificazione e a più maturo livello di coscienza, tra le cosiddette "aristocrazie operaie", ed estendendosi quasi per contagio, con rapidità e radicalità via via crescenti, agli strati massificati e dequalificati.

Avevano iniziato, il 13 maggio, gli 8.000 delle Ausiliarie, alla sud Presse - "il fior fiore della qualificazione professionale del complesso", come li definirà "L'Unità" -, da tempo preoccupati per la perdita di autonomia provocata dall'introduzione delle nuove macchine a controllo numerico, coinvolgendo immediatamente, in forza del loro ruolo cruciale, un vasto numero di officine contigue, e ponendo in crisi punti delicatissimi del meccanismo produttivo. Chiedevano l'abolizione della terza categoria, il passaggio alle qualifiche superiori a giudizio dei gruppi di lavoratori interessati, la regolamentazione dei superminimi: rivendicazioni messe a punto in una lunga serie di assemblee alla Camera del lavoro e ai cancelli. Li avevano seguiti, il 18, 19 e 20 maggio, secondo una reazione a catena incontrollabile, i 1000 carrellisti della Mirafiori sud, utilizzando i telefoni interni per collegarsi tra loro; i gruisti (il 21 maggio) - riducendo con la loro sola immobilità "l'officina Grandi Presse a un ammasso di lamiere e ferraglie che impediscono addirittura di passare tra le macchine" -; gli addetti alla Grandi Presse (il 22 maggio), poi, il 23, quelli delle Medie e Piccole Presse. Il 26, infine, si era bloccata l'officina 13 (preparazione gruppi lastroferratura), una postazione strategica collocata nel punto di passaggio tra la sezione Presse e la sezione Carrozzeria, ed il 27 aveva avuto luogo il primo corteo interno di circa 5.000 operai. Ovunque si erano tenute assemblee. In ogni reparto raggiunto via via dalla lotta erano stati eletti i delegati.

Il 28 maggio era stato concluso un primo accordo tra le organizzazioni sindacali e la Direzione. Ma gli scioperi non erano cessati. Anzi, si erano estesi per la prima volta alle Carrozzerie: una concentrazione di oltre 15.000 operai, quasi tutti di linea, quasi tutti immigrati. Prima si erano bloccate la verniciatura e il montaggio, già da tempo funzionanti a singhiozzo per mancanza di materiale dalle Presse (il lunghissimo convogliatore che collegava le Presse alla Carozzeria, unico "polmone" tra le due sezioni, garantiva appena 24 ore di autonomia). Poi le fermate spontanee si erano estese a macchia d'olio alla selleria e lastroferratura, dove da tempo erano aperte vertenze per la regolamentazione del lavoro a catena. Il coinvolgimento delle Carrozzerie aveva drammatizzato la situazione, e modificato profondamente i caratteri stessi del conflitto. Si trattava della sezione più delicata dell'intero complesso, quella dove più cruciale era la questione del comando sulla forza lavoro, più violente le tensioni, più impetuoso il processo di incorporazione degli uomini entro il sistema di macchine (ogni mese vi entravano quasi 1.000 nuovi lavoratori, l'intero organico di una media fabbrica, e ogni mese quasi altrettanti ne uscivano per disperazione, incapaci di sopportarne i ritmi). Qui gli operai non scioperavano ordinatamente, eleggendo i propri delegati, come alle Ausiliarie e alle Presse. Si esprimevano piuttosto con improvvise, rabbiose fiammate, usando le fermate a "gatto selvaggio", il blocco non annunciato delle linee, l'invasione in massa dei reparti contigui. Non presentavano richieste elaborate, nè partecipavano alle riunioni nelle sedi sindacali; si muovevano per obiettivi semplici, ma immediatamente unificanti: "più soldi, meno lavoro", la seconda categoria per tutti e ritmi meno massacranti.

La Direzione aveva, a questo punto, deciso di usare le maniere forti minacciando la sospensione di migliaia di lavoratori a monte e a valle dei reparti bloccati dalle agitazioni, e lasciando intravvedere la possibilità che, in caso di precipitazione del conflitto, la Fiat venisse scorporata dalla vertenza contrattuale nazionale dei metalmeccanici. I sindacati avevano risposto a muso duro. Ma in realtà nè l'una nè gli altri sapevano bene come padroneggiare quell'emergenza, di cui risultava difficile fin anche penetrare il principio generatore.

In effetti quello che già all'inizio di giugno aveva accumulato nella sola Mirafiori 1.134.000 ore di scioperi interni, e che in 40 giorni di guerriglia rivendicativa aveva causato una perdita totale di 40.000 autovetture (circa un quarto della produzione totale prevista nel periodo), era un modello di conflitto del tutto particolare, dotato di un meccanismo di diffusione per molti versi anomalo. Preparato con un capillare lavoro di sensibilizzazione da parte dei militanti della Fiom e della Fim, e del quadro di fabbrica Pci e Psiup, esso sembrava però non trovar più, come nella tradizione, il proprio principio generalizzatore prevalentemente nell'apparato associativo, nell' Organizzazione sindacale o politica esterna, ma direttamente nell'articolazione tecnica della fabbrica. Nella stessa organizzazione del lavoro, si potrebbe dire.

A governare la diffusione della lotta e dell'informazione non è più, qui, in primo luogo la struttura formale del sindacato, la circolazione della parola orale o scritta, il progetto di un qualche gruppo organizzato. E' piuttosto, per lo meno nella fase della crescita più intensa, il linguaggio muto delle cose, che si trasmette lungo i nastri delle catene di montaggio, e si esprime nel rarefarsi del flusso di pezzi, nel rallentare della catena, nell'immobilità delle macchine. E' la stessa natura integrata del ciclo lavorativo che fa ripercuotere, attraverso il labirinto dei convogliatori, dentro la rigida linearità delle transfert, rallentamenti e arresti della produzione da un punto all'altro dell'immensa fabbrica per esclusivo effetto delle interdipendenze tecniche. E che rimodella il circuito accidentato della lotta sopra il percorso del prodotto, facendolo in qualche modo aderire alla complessa morfologia del ciclo lavorativo, prima occulta agli occhi operai, ed ora visibile di colpo nel reticolo dell'insubordinazione. Cosicché si potrebbe dire che al di sotto della spontaneità degli uomini, sta la geometrica razionalità del sistema di macchine, con le sue regole implacabili.

Certo, l'importanza degli uomini, delle "avanguardie", dell'accumulazione di esperienza e di sapere, continua a valere. Come continuano a svolgere un ruolo di rilievo le migliaia di volantini quotidianamente distribuiti, e gli appassionati capannelli che trasformarono allora i piazzali delle porte in una sorta di convulsa agorà, con l'intervento di una miriade di formazioni organizzate. Ma quello che risulta in ultima istanza determinante, ai fini della diffusione del conflitto, in questo perfetto meccanismo d'orologio messosi a girare d'improvviso alla rovescia, e prima che si scoprano strumenti più soggettivi di generalizzazione, come i cortei interni, sono le contiguità tecniche. E' il perfetto gioco di ruoli produttivi e mansioni l'una all'altra indispensabile che, posto in crisi in un punto qualunque, finisce per comunicare e riprodurre su scala sempre più ampia crisi di comando e rifiuto. Sarà questo il canale attraverso il quale, nonostante i numerosi accordi raggiunti (le vertenze transate a Mirafiori in quei due mesi sfioreranno il centinaio), gli scioperi spontanei continueranno a moltiplicarsi (clamoroso lo sciopero a oltranza dell'officina 54, che bloccò l'intera Carrozzeria dal 16 al 21 giugno, con la richiesta di 100 lire di aumento e della 2^ per tutti), trovando addirittura, il 3 luglio, negli estesi scontri di corso Traiano, un momento di precipitazione violenta. E sarà, d'altra parte, ancora questo il meccanismo attraverso il quale, all'inizio di settembre, uno sciopero selvaggio esploso all'officina 32 (uno dei punti più delicati della fabbrica, collocato allo snodo tra Meccaniche, Presse e Carrozzeria), farà divampare fin da subito alla Fiat, con una radicalità senza precedenti, e secondo tempi non previsti nè voluti nè tantomeno controllabili da nessuno, lo scontro d'autunno.

"Siamo partiti il 2 settembre - ricorda Gerolamo Chinzer, l'operaio che diede inizio a quello sciopero -. Nel giro di pochi minuti la lotta s'innescò nella nostra squadra e si trasmise a tutta l'officina: 3.000 operai sui tre turni, e tutti e 3.000 si fermarono. Ricordo che avevamo concordato con la mia squadra, che era un punto di riferimento per tutta l'officina, di fermarci alle dieci. Già alle dieci meno dieci tutti guardavano la mia squadra. E tutta la mia squadra guardava me. Io imperturbabile continuavo a lavorare. Lavorai fino alle dieci esatte, poi spensi il cannello e uscii in mezzo al corridoio. Di fianco a me c'erano le piccole presse che battevano le valvoline. Più lontano si sentiva il rumore dei torni e sul fondo il soffio dei forni. Fu una cosa impressionante: appena uscii nel corridoio partì un fischio, e incominciarono a fermarsi le piccole presse. Poi si arrestarono i torni, seguiti a breve distanza dai forni. A poco a poco tutto, tutto, tutto si spegneva. In capo al qualche minuto l'intera officina era silenziosa. E ognuno seduto al proprio posto di lavoro. Nei settori più lontani non sapevano neanche perché si erano fermati; avevano spento le macchine perché se le avevamo spente noi voleva dire che c'era un motivo. Seduti tutti quanti al nostro posto aspettammo".

"Di lì a un paio d'ore - continua Chinzer - arrivò la Commissione Interna. Volevano che riprendessimo il lavoro. Ci fu un'assemblea su in mensa: c'erano due tavoli, su un tavolo io da solo, sull'altro si alternavano i vari membri della CI. E si andò avanti per diverse ore in un contraddittorio, con loro che parlavano del contratto, e io che sostenevo le 100 lire e le 36 ore. Quello che conquistò tutta l'officina era proprio il calore, la passione, l'aggressività con cui mettevo in difficoltà l'altra parte. Fu a questo punto che si inserì Agnelli con le 30.000 sospensioni, già il secondo giorno, per drammatizzare la situazione. E per dimostrare, proprio perché si era alla vigilia delle trattative per il contratto, che in una situazione come la Fiat il sindacato non controllava i lavoratori. Il fatto ebbe una risonanza che sorprese tutti quanti noi, me compreso, facendomi sentire proprio schiacciato dal peso di questa responsabilità: inviati speciali dai giornali italiani, addirittura corrispondenti di giornali stranieri, c'era una folla enorme di cronisti, di giornalisti fuori dalle porte 31 e 32. Mentre fino ad allora la Stampa di Torino aveva taciuto tutto, ora dedicava l'intera prima pagina. Continuammo fino al 7 settembre. Io fui l'ultimo a riprendere il lavoro. Il giorno dopo iniziarono gli scioperi contrattuali".

C'è in questo racconto - nell'immagine di quel cono di silenzio che partendo dal centro si dilata, in cerchi concentrici, all'intero spazio produttivo dell'officina, sostituendo al rumore delle macchine la ripresa della parola da parte degli uomini, e poi in quella temporanea immobilità che sembra sospendere il tempo all'arrestarsi della produzione - una sintesi efficace di quanto avvenne alla Fiat nella primavera e nell'autunno del '69. Intanto perché si mostra visivamente il primato che vi ebbe il momento della "liberazione" su quello della "negoziazione". E poi perché in quel diretto coinvolgimento dello spazio e del tempo, le due dimensioni fondamentali dell'esistenza, si rivela il carattere di mobilitazione totale che quell'esperienza di ribellione ebbe, la sua tendenza a raggiungere le radici stesse dell'esistenza, ponendo in gioco integralmente gli uomini che vi parteciparono.

Forse proprio in questo sta il carattere più specifico del nuovo ciclo di lotte inaugurato dal 1969. In questo suo far proprii, rovesciandoli, gli aspetti di straordinarietà del modello produttivo e organizzativo entro cui si genera. Maturata in una fabbrica che per la sua stessa costituzione materiale aveva stabilito con gli uomini un rapporto totale, la rivolta finisce per aderirvi a tal punto che non si limita a ripercorrerne le forme, ma ne incorpora e riproduce, con segno mutato, le stesse caratteristiche strutturali: gli stessi tratti forti, conservando loro il medesimo carattere di eccesso e di violenza. La Fiat aveva reso assoluto il rapporto uomo/macchina, spingendolo fino ai limiti fisiologici di tolleranza: ora le nuove forme di lotta facevano del corpo stesso dell' operaio, della sua irriducibilità ai ritmi cadenzati dell'apparato meccanizzato, il principale ostacolo alle esigenze di uniformazione poste dal ciclo tecnico. Aveva utilizzato il proprio gigantismo, la smisuratezza spaziale, come strumento di comando: ora l'iniziativa operaia, rioccupando quell'immenso territorio, annettendoselo, per così dire, assurgeva alla dimensione di grande potenza. Costruiva a se stessa una "patria" e lanciava un messaggio irresistibile al mondo. La Fiat, ancora, aveva fatto della disciplina e della struttura gerarchica il proprio principio organizzativo quasi esclusivo: ora gli operai verificavano quanto quella disciplina, invincibile sul piano individuale, fosse invece vulnerabile dall'iniziativa collettiva, una volta dissolte solitudine e paura; quanto dirompente rispetto al processo lavorativo fosse la sua crisi. E concentravano la loro azione contro l'anello più debole, e più prossimo, della catena gerarchica: il caposquadra, il capofficina, le incarnazioni del potere così nettamente personificate dal modello vallettiano. La Fiat, infine, aveva lavorato con sistematicità per cancellare ogni forma di sindacalismo autonomo, ogni fermento organizzativo non subordinato o conciliante: si ritrovava ora con un'insubordinazione endemica difficilmente controllabile proprio perché scarsamente inquadrata sindacalmente.

Le stesse forme di lotta usate ne recano i segni: il rallentramento sistematico della produzione; lo sciopero articolato interno, a scacchiera, a gatto selvaggio; il presidio e il blocco dei cancelli. Soprattutto: il corteo interno, che di quell'esperienza è diventato per molti versi il simbolo, con la sua mobile linearità, capace di ricomporre al di fuori del dispotismo delle macchine quella stessa omogeneità che la catena aveva prodotto. E di riconquistare nella sua marcia cadenzata, col suo accumulo di forza, a volte con la sua violenza, l'immenso spazio produttivo che altrimenti separava e scomponeva.

"Il primo corteo che si fece da una sezione all'altra - ricorda ancora Luciano Parlanti - è il miglior corteo che si possa ricordare. Dalle Carrozzerie di Mirafiori si doveva andare alle Meccaniche, passando per un sottopassaggio, di quei sottopassaggi lunghi un chilometro, fatti costruire da Valletta. Allora non era chiuso, non ancora (più tardi ci metteranno dei grossi cancelli di ferro, e noi allora incominceremo a usare la fiamma ossidrica). C'era una discesa di cemento, che scendeva giù, verso il buio, e il corteo indugiava. Io parto, vado a metà, ma nessuno veniva. Si erano fermati tutti sopra. Allora ritorno su, li riprendo: "Forza, cosa abbiamo da perdere? andiamo a fare una passeggiata. Andiamo a vedere 'ste Meccaniche". Era difficile. Ma a poco a poco sette, otto, dieci, si muovono. Poi via, ho visto venire giù tutti. Ho detto: "ci siamo". Bisognava vederlo, quel corteo, in questo tunnel, con tutte queste grida che rimbombavano, sembravano impazziti. Mi sentivo un cerchio alla testa, mi sembrava che si spaccasse. Anche a gridare mi facevano male gli orecchi. Quello è stato un grosso corteo. Era importante unire le due sezioni. In quel momento non bastava che la tua squadra si fermasse. Dovevi necessariamente allargare la lotta. E per farlo avevi bisogno del corteo. Corteo praticamente voleva dire che tu non facevi passare una certa disciplina, una dittatura del padrone".

Rino Brunetti, detto Zorro, quel corteo lo vide dall'altro capo del percorso, dalle Meccaniche: "Minchia, quando si sentì il corteo arrivare, "bum, bum, bum", proprio le mura tremavano. Altro che le Presse. Qui c'è il terremoto, porcodio. Che sta succedendo? Arrivava il corteo. E già a un chilometro prima la gente incominciava a scappare. Scappavano i capi. A un bel momento vedo entrare Luciano Parlanti, Roby, Antonio il Prete, Zappalà, tutti questi qui… Quando ho visto così, ti giuro, noi che eravamo lì alle Meccaniche, ci siamo messi a piangere. Lì abbiamo capito… forse è incominciata la nostra éra, forse possiamo riscattarci, adesso sì. Abbiamo fatto bene a venire qui al nord. Ti giuro, sai quando vuoi parlare e non riesci. Mi sembrava quegli incontri festosi che facevano i partigiani che ritornavano dopo aver liberato una città. Io avevo detto che passava la storia alla Carrozzeria di Mirafiori. E lì ho incominciato a conoscere questi uomini straordinari, che avevano avuto la capacità di portare tutte le Carrozzerie di Mirafiori al di qua del muro, alle Meccaniche. Ci siamo abbracciati, e quello poteva veramente significare tutto. Poteva voler dire "abbiamo vinto", "ci siamo finalmente tirati fuori dalla merda", "abbiamo riscattato il nostro onore, il nostro orgoglio". Pensavi a tuo padre, alla vita che aveva fatto, pensavi a tutti questi vecchi che erano lì. Anche a quel vecchio che magari avevi rincorso il giorno prima perché faceva il crumiro, e che stava dentro quella merda, e che adesso non ci dovrà più stare".

"I cortei sono venuti nell'autunno caldo. Son nati lì - è nuovamente Parlanti a ricordare - E son nati non, come dicevano tanti, per spontaneismo. Sì, spontaneismo, ma alla mattina c'era sempre gente che si prendeva quella responsabilità. Perché il corteo non è che nasce così, dal niente. Anche se erano periodi infuocati, però c'era sempre qualcuno che organizzava. Non era mica facile fare un corteo. Prima di tutto dovevi conoscere bene tutte le officine. Si diceva: domani ci troviamo alla tal pilia, o ci troviamo tutti ai mascheroni. Ci si trovava un gruppo di una decina, quindici. Uno prendeva una latta, l'altro anche, e si cominciava a battere. E si girava, si girava, finchè la gente si staccava dalle linee e veniva nel corteo. Era il rumore che aggregava. E dovevi usare il cervello, non fare così, cortei teste di cavolo. Li dovevi fare su cose giuste. Allora ti seguivano. Era molto importante chi prendeva la testa del corteo. Noi si decideva, per esempio, domani andiamo alle Meccaniche. Si prendeva la testa del corteo e si andava alle Meccaniche. Domani andiamo alle Fonderie; si andava alle Fonderie. Si buttavano giù i cancelli. Il corteo serviva proprio per unirsi, tra reparti così lontani, in quella fabbrica immensa. Serviva a rompere quei compartimenti stagni. Il meridionale non guardava se c'era in testa il piemontese, come il piemontese non guardava ce c'era in testa il meridionale".

"I primi cortei - aggiunge A.Z. - erano una cosa incredibile. La paura degli operai a uscire dal loro posto di lavoro. Dopo quindici, vent'anni, sotto Valletta, col capo con quella medaglia che aveva sempre terrorizzato, vedevano questi dieci, quindici, venti operai che gridavano lungo i corridoi, avevano paura di uscire dalla linea. E allora noi con la forza, con delle corde lunghe venti metri, dieci metri, girare intorno a gruppi di quattro, cinque operai, e tirarli in mezzo ai cortei. A spintoni, con le corde. Un po' volevano anche essere trascinati, potevano poi dire al capo: "avete visto, sono stato costretto, mi hanno spinto…" Quando uscivano fuori dalla loro squadra, non si era più in venti, si era già in cinquanta. Allora di nuovo con queste corde, spintoni… Te lo confesso, io ho picchiato. Si picchiavano. Prenderli e picchiarli. C'era gente che scappava nei gabinetti, quando arrivava il corteo. Però quando questi si trovavano in una zona diversa della fabbrica, lontano dai loro capi, diventavano peggio di noi. Erano quelli che tiravano i bulloni. Più il corteo diventava grosso, più si allontanava dalla loro squadra, e più questi venivano più sfuriati, più violenti. I primi cortei bisognava usare questi metodi, spingere, tirare bulloni, corde, perché se tu non riuscivi a fare queste cose qui, tu ritornavi indietro. Subito. Voleva dire che tu avevi perso. L'autunno caldo non veniva. La violenza noi l'abbiamo usata. Io l'ho usata. Contro gli operai. Ma hanno avuto il loro frutto. Hanno avuto un mese di ferie, hanno avuto le pause, hanno avuto tutto. E non per merito nostro: per merito loro, delle masse. Poi avevano rotto il ghiaccio, vinto la paura, e allora venivano dietro spontaneamente. Anzi, erano i capi stessi a fermare le linee. Perché era il terrore il corteo. Quando sentivano in lontananza i tam tam di Ho chi minh, "tun-tun-tutun", con gli slogan "Agnelli l'Indocina ce l'hai nell' officina", i capi sparivano e tu vedevi gli operai che entravano nel corteo tutti insieme. A quel punto il capo non aveva più potere. Perché nel corteo, quanti capi sputtanati di brutto! Quante medaglie dei capi strappate… ci sono dei compagni che le hanno attaccate in casa, le medaglie dei capi, come trofei. Il capo l'abbiamo distrutto, praticamente. Era far saltare il primo anello a contatto con l'operaio. Se riesci a spezzare quello strumento, Agnelli è fottuto. Una volta fatto il corteo, tornati nelle squadre a lavorare, il capo non era più lui.

Questo in fabbrica. Invece fuori dalle mura della Fiat, per noi era un mondo nuovo. Non siamo mai riusciti a uscire nella città. Era proprio un mondo nuovo, quello esterno. E il corteo andava a rotoli. Gli operai come operai Fiat non erano abituati a fare i cortei fuori. Fuori dalla fabbrica si sentivano finiti".

A poco a poco, sotto la spinta di quegli assalti, la fabbrica incominciò a cambiare. Si allentarono i ritmi. Comparvero le prime pause. La stretta del sistema di macchine sugli uomini si fece meno feroce. I meccanismi formalizzati di regolazione delle linee, l'emergere di un potere informale di controllo da parte della squadrar, il materializzarsi nel reparto di un'altra figura titolare di potere, contrapposta al capo - il delegato -, sembrarono attenuare la pressione, predisporre meccanismi di autodifesa, limitare la natura dispotica del ruolo di comando.

E con la fabbrica, si trasformarono gli uomini: "Il nostro cervello atrofizzato mi ricordava quegli uccelli in gabbia, che quando andavamo a liberarli, per farli scappare, non sapevano più volare. Mi faceva una tristezza: "Dio fa - mi dicevo - il nostro cervello non ce lo fanno più pensare". Poi, di colpo, col '69, ha ripreso a funzionare. Abbiamo sfondato la gabbia e abbiamo ricominciato a volare", ricorda Rino Brunetti. E aggiunge: "Noi giovani, almeno. I giovani erano ancora, sai, come i cavalli appena domati. Il cavallo appena domato tira ancora calci. Il vecchio domato invece è paziente. Ha fatto tutto quello che poteva fare, poi ha preso la carretta. E tu li vedevi, le facce con quelle rughe, quegli occhi del sud, sai, stanchi della terra. E invece era un metalmeccanico. C'era questa trasformazione, da un puledro purosangue a un asino da tiro da soma. E 'ste cose ti facevano impazzire: "Io dovrei finire così?". Allora invece di andare a mangiare si discuteva. A volte facevamo gli scioperi apposta per poter stare insieme, per poter vivere insieme. Si parlava della nostra vita".

Era una trasformazione profonda: il brusco passaggio, attraverso il conflitto, dentro il processo di liberazione, da una condizione atomizzata e vinta a una dimensione collettiva e forte dell'identità. "Quella sera lì dopo il corteo, quando andai a piedi da Mirafiori alle Vallette, - continua Brunetti - ero solo, ma mi sentivo in dieci, cento, mille. Ero da solo ma mi sentivo così sicuro! Camminavo e sentivo le voci di Zappalà, di Luciano Parlanti, di Antonio il Prete, di Roby". Gli fa eco R.V., di Potenza: "Mi sentivo di far parte di una classe forte e di un padrone forte. Essere alla Fiat mi dava… come andare in giro da solo o andare in giro in quattro o cinque: io andavo in giro da solo, ma ero con tutta la classe operaia. Mi sentivo un operaio, un operaio della Fiat. Non tanto per un vanto che ero della Fiat, ma che facevo parte di un gruppo forte, di un gruppo massiccio. Prima lavoravo con quattro o cinque e non contavo niente. Mentre alla Fiat io conto, noi contiamo come classe, imponiamo al padrone le nostre idee".

Quando ad "autunno caldo" inoltrato un cronista del "Corriere della Sera" si avventurò tra quegli operai per registrarne la voce, il processo di strutturazione dell'identità era già andato così avanti sul piano delle idee e del linguaggio, aveva consolidato una concezione del mondo così netta e dura, così diversa dall'immagine rozza che se ne voleva dare, che l'intervista fu giudicata impubblicabile: "Dice che con gli scioperi si distrugge ricchezza? - aveva risposto allora Ennio Furchì, operaio all'officina 13 di Mirafiori, uno di quelli che in maggio avevano gestito le prime assemblee nei refettori - Ma quanta ricchezza si distrugge quando milioni di miei compaesani meridionali non possono lavorare? Quanta ricchezza si distrugge quando un operaio a quarant'anni si sente finito? E questa è ricchezza vera, sono uomini in carne ed ossa. Noi lottiamo perché in primo luogo finisca questa distruzione di ricchezza umana. Vede - aveva continuato -, è finito il tempo in cui milioni di schiavi morivano per costruire l'inutile piramide di un faraone. Questa società può apparire a voi bella, buona, grande, colossale (il reddito aumenta, le esportazioni anche…), ma se serve per la potenza di qualche faraone e non per dare dignità, libertà, soddisfazione agli uomini, allora è proprio come una piramide, una tomba inutile che per la gloria di qualche potente richiede il sacrificio di tanta povera gente". "L'operaio è maggiorenne in Italia - aveva aggiunto Sergio Gaudenti - Non diamo deleghe in bianco a nessuno, i nostri problemi vogliamo risolverli con le nostre mani e la nostra intelligenza. Le organizzazioni che sono al nostro servizio sono organizzazioni nostre, quelle che si interessano di altre cose, dei giochi parlamentari, degli accordi di vertice, non avranno deleghe, saranno come scatole vuote, senza potere, senza fiducia operaia…"

Quanto avvenne in Italia nell'"autunno caldo" è stato descritto come un gigantesco assedio degli esclusi alla Città dei diritti. E gli anni successivi come un ingresso in massa da parte del grande esercito degli "ultimi"; come un massiccio processo di estensione della cittadinanza. L'immagine è affascinante. Ma non sembra corrispondere a quanto avvenne allora in Fiat. O meglio: descrive forse l'atteggiamento del ceto politico e sindacale, di una parte dei protagonisti per così dire tradizionali di quella stagione, ma non quello dell'esteso strato di nuovi protagonisti, di quelli che si affacciarono allora per la prima volta sulla scena dell'azione collettiva, e che le impressero i caratteri di novità e di radicalità che si sono descritti. Questi - che alla Fiat furono, per lo meno nella fase iniziale, la maggioranza - non volevano entrare nella Città (avevano conosciuto la sua durezza, e la sua impersonalità). E neppure cambiarne le regole. Volevano costruire una città tutta per sè, con diritti propri, e con propri codici d'onore e di dignità. Una piccola città, le cui mura coincidessero non con quelle, sproporzionate, della nazione (per cui valgono le regole tradizionali della politica, la rappresentanza e la delega) ma, più limitatamente, col perimetro ristretto del proprio luogo di lavoro. Dell'universo in cui si consumava, appunto, giorno per giorno, la loro vita. E che, come tale, potevano controllare direttamente.

Più che una città, una comunità. Questo volevano. E in parte, per un periodo almeno, ci riuscirono. Lentamente, negli spazi aperti a colpi d'ariete, allargati a spallate, contesi con un duro, continuo braccio di ferro, si andò infatti, in quegli anni, formando un tessuto operaio culturalmente autonomo. Un "secondo mondo" - interno ma non dissolto in quello tecnico-produttivo -, con regole, valori, appartenenze, linguaggi e identità sue proprie. Una "Fiat operaia" solo topograficamente coincidente con la "Fiat impresa": "Tanta gente dice: "alzarsi alle cinque per andare in fabbrica è dura".- confesserà A.G., originario di Napoli, in Fiat dal 1968, delegato dal 1969 - Sì, è dura, però per me varcare quei cancelli la mattina voleva dire andare dentro la squadra, e questo mi faceva sentire vivo, mi faceva sentire me stesso. Quando ero giovanotto mi dicevano che ero ribelle. Ebbene, io in Fiat riscontravo che mi trovavo a mio agio, che la gente mi capiva. Stavo bene dentro. Stavo bene perché stavo in mezzo alla gente operaia. Gli amici li avevo tutti lì, tutti in fabbrica…". R.L., classe 1931, siciliano, aggiungerà, con la trasfigurazione mitica che accompagna il ricordo di un passato perduto: "In squadra eravamo come fratelli, ci si voleva bene, eravamo uniti, soprattutto nella lotta e nei cortei": un vincolo assai simile a quello famigliare, costruito su una lunga consuetudine e comunanza, nell'ambito di un processo di lunga durata in cui conoscenza, solidarietà, sacrificio comune, fiducia consumata nella durezza delle cose di tutti i giorni confluiscono a formare una "seconda natura" collettiva, determinata dal luogo, confermata nel tempo, e destinata a rompere i limiti della diffidenza e dell'individualismo. Rescissi i rapporti originari, di tipo patriarcale e agrario; dissolta l'antica solidarietà organica delle lontane periferie, è come se nel cuore della metropoli, al centro dell'area della razionalizzazione per eccellenza, sul territorio infido della tecnica, si fossero riprodotti i fili dell'antica comunità, non più fondata sull'etnia e sul suolo, sulla lingua e sulla parentela, ma piuttosto sulla comune appartenenza a un'entità totalizzante, sulla comune capacità di nutrirla col lavoro e di trasformarla con la volontà.

Un tempo, nel lontano 1955, in pieno clima di sconfitta sindacale, Valletta aveva descritto la Fiat con i tratti forti della comunità famigliare: "Dovunque incontriate un nostro operaio, in Italia o all'estero - aveva scritto -, egli vi dirà per prima cosa che è operaio della Fiat. Questo intimo orgoglio è genuina espressione del prestigio della Fiat, ma attesta altresì attaccamento personale all'ambiente del suo lavoro, familiarità. La familiarità è rafforzata anche dal fatto che pochi sono gli operai e gli impiegati i quali non abbiano almeno un congiunto o altro parente alla Fiat. Padri madri e figli, mariti e mogli, fratelli e sorelle al lavoro nella stessa azienda - e insieme sono migliaia di dipendenti - le costituiscono una trama di consanguineità, che dà forza naturale alla colleganza aziendale, allo spirito di corpo. I figli continueranno l'opera dei genitori. Sulle linee di lavoro della Fiat le generazioni si succedono per famiglie. Così nella grande industria moderna si ripetono talune prerogative già proprie delle età artigianali del lavoro". Per ironia della sorte, ora, a 15 anni di distanza, quella stessa dimensione comunitaria e famigliare la Fiat se la ritrovava contro, come cemento della rivolta, e come fattore costitutivo di un'identità nemica.