LA FIAT PUNTA ALLA PIENA DISPONIBILITÀ DELLA FORZA-LAVORO

Dopo lo sciopero e la manifestazione con blocco dell’autostrada dei laghi dei lavoratori di Arese, c’è la notizia del riconoscimento pregresso dalla Cassazione ai lavoratori di quella fabbrica della CIGS per gli anni 1983–85. Dopo questa carota in briciole, la Fiat usa il bastone terroristico, comunicando che la produzione di auto è ferma non per 4 settimane ma per 6. Nei prossimi tre mesi si lavorerà solo una settimana. Sembra ormai evidente che la Fiat voglia chiudere o ridimensionare ulteriormente anche Arese, dove sono a rischio 9.000 posti di lavoro, naturalmente con i soldi della collettività, chiedendo altri soldi per mobilità e CIG e usando a pretesto la crisi, scaricandola solo su pochi stabilimenti, mentre su altri (Melfi, Cassino, Termoli e Pratola Serra) impone turni di notte, al sabato e domenica, con condizioni di lavoro schiaviste. Sullo sfondo c’è il fatto che l'Aig-Lincoln, società assicurativa americana che ha acquistato l'area per la creazione di un maxi polo logistico nel 1994, ha siglato un accordo con Unionvita, compagnia assicurativa della Cisl, e, in società con Invesco, gestisce il patrimonio di Cometa, fondi pensioni privati dei metalmeccanici.

Al tempo stesso, la direzione della holding torinese licenzia centinaia di lavoratori in Polonia e ciò consente di presentare la riduzione del periodo di cassa integrazione da 5 a 4 settimane a Mirafiori come un ‘privilegio’ rispetto agli operai polacchi e a quelli stessi di Arese, e di far digerire una prassi ormai consolidata da alcuni mesi, quando il mancato rinnovo del contratto per i 137 giovani aveva provocato la levata di scudi di quello che è apparso ad alcuni il ‘risveglio’ del gigante che dormiva.

Il fronte dei lavoratori si trova così diviso: da una parte interinali e lavoratori con contratti a termine, che saltano, dall’altra quelli che per eufemismo continuiamo a chiamare i "non licenziabili", che vanno in cassa integrazione, condizione che induce a vedere in secondo piano, senza tensione forte, ogni altro problema, compreso quello della guerra. Gli operai cercano di difendere il proprio orticello, non tanto in termini di garanzie, di diritti acquisiti, quanto, per chi lo intravedesse ancora, per il futuro. A Mirafiori ormai prevalgono gli anziani, quelli che hanno fatto le lotte degli anni duri, i quali, quando viene loro proposta la mobilità, la percepiscono come un’ancora di salvataggio, un modo per garantirsi la continuità fino alla pensione, anche se si perde qualcosa in termini di salario. L’ammortizzatore sociale della CIG viene prospettato come l’anticamera dell’appuntamento della pensione. I giovani sono pochi, limitatamente a quelli assunti nei mesi precedenti: in parte si sentono selezionati e privilegiati rispetto a quelli letteralmente buttati fuori. Non si assume più giovani con contratti a termine e di formazione lavoro. A parte quelli ‘entrati’ nei mesi precedenti, non vengono più assunti interinali. La Fiat ottiene così la divisione del fronte dei lavoratori sia a livello internazionale che nazionale. Sembra una situazione di attesa e di temporeggiamento, motivata anche con il clima psicologico della crisi e della guerra. E’ paradossale come la guerra, sbandierata ‘contro il terrorismo’ e ‘per la sicurezza’, generi poi terrore e insicurezza nei lavoratori. Questa situazione, che ribalta o rinvia nel tempo le attese di un ridimensionamento di Mirafiori rispetto a Rivalta, è anch’essa un po’ paradossale. Un fatto sembra acquisito ormai dai lavoratori: la flessibilità ora sta facendo passi veloci rispetto a un anno fa. Sono cadute rapidamente anche le illusioni dell’accordo "forte" con la General Motors, che continua a ristrutturare dalla Corea all’Europa. Mirafiori di fatto non è più la fabbrica pilota, dove si lanciavano i nuovi modelli, con la prestigiosa sede di corso Marconi e con la famiglia Agnelli. Questa prima fase servirebbe a gestire il mercato nella crisi. E’ ipotizzabile una seconda fase con Mirafiori più a rischio, perché più vecchia, con operai più vecchi, più rigidità, anche a causa delle strade, delle case intorno allo stabilimento, specie alla verniciatura in corso Tazzoli, elemento di discussioni interminabili per gli odori, la tossicità, l’inquinamento. Rivalta è tecnologicamente più avanzata, anche se non all’avanguardia, con un impatto ambientale minore, collegabile per la movimentazione delle merci e della forza-lavoro, adatta al just in time e alla nuova più flessibile organizzazione del lavoro. In queste condizioni, lo sciopero del 9 novembre è stato percepito dagli operai più combattivi come sciopero di tenuta, nonostante tutto, da parte dello "zoccolo duro", a dispetto delle diatribe interne alla FIOM e del lavoro contro fatto dai sindacati gialli. Circola sempre più insistente, nell’imminenza del Congresso FIOM e CGIL, la speranza che in tutti i sensi si "cambi rotta".

Che la FIAT voglia realizzare la piena disponibilità e flessibilità nell’uso della manodopera, non è un mistero da molto tempo. Ora, sfruttando abilmente il clima "di guerra", rincara la dose in direzione dei giovani operai, non rinnovando i contratti a tempo determinato e attaccando espressamente la contrattazione collettiva. Sembra chiaro l’intento di arrivare in tempi brevi alla piena libertà di licenziare. Ciò non significa che licenziare sia la meta finale. Si tratta di una condizione necessaria alla piena libertà di gestire una manodopera totalmente "flessibile", "libera", ossia pienamente disponibile ad andare a lavorare ovunque. Anche a 500 km lontano da casa. Non a caso anche il gruppo FIAT, da un po’ di tempo, ha un occhio al settore per i servizi alle imprese (Business Solutions), meglio conosciuto come "lavoro in affitto". In giugno, la WorkNet, una di tali società del gruppo, che conta 100 filiali sul territorio nazionale, ha vinto la gara d’appalto indetta dall’ATM di Milano per procurare 100 conducenti di autobus, previo periodo di formazione di 10 giorni, con contratto temporaneo trimestrale (Il Sole24ore, 15.6.01).