appunti sulla fiat----------------archivio fiat

Più che nella sua estensione, l'anomalia della Fiat sembra consistere nella natura della sua presenza: nella capacità di stare all'interno dell'ordinamento

statale italiano come una forza tendenzialmente indipendente, un

"corpo separato", per certi versi un territorio autonomo ai cui

cancelli le norme generali si arrestano, e inizia una sovranità

nuova. Nonostante le rassicurazioni formali - «la Fiat è sempre

stata governativa, istituzionale», dichiara Romiti2 -, in questi

dieci anni, gli anni del successo, il decennio del grande rilancio,

il suo gruppo dirigente è andato accentuando i propri caratteri di

"contro-potere".

Revelli – lavorare in fiat                

 Nel Sessantanove operaio il sindacato si trovò a cavalcare la mobilitazione operaia che chiedeva l'adeguamento di salari e condizioni di vita nelle fabbriche: il libro di Giachetti e Scavino, "La Fiat in mano agli operai : l'autunno caldo del 1969" (Biblioteca Franco Serantini, 1999) ricostruisce in maniera mirabile e documentata quella fase. La sinistra storica si trovò spiazzata, i gruppi extraparlamentari della nuova sinistra si fecero avanti, tentarono di scavalcare sindacati e partiti storici. Il conflitto generazionale (politico) tra chi doveva essere a capo delle "masse". Tentarono la strada della radicalizzazione, gli andò buca, la realtà è sempre tetragona alle semplificazioni raziocinanti. La perdita dell'appeal politico tra gli operai da parte della nuova sinistra è evidente anche nel libro di Mantelli e Revelli. Ma non a favore dei partiti della sinistra storica. Ciò che predomina è il disincanto operaio. Né con le BR né con lo Stato, né con i padroni e neppure con Sindacato e Partito. Una scissione che si era consumata già prima, e che il "caso Moro" evidenzia nel libro di Mantelli e Revelli. La strada è quella della sconfitta di tutti, che sarà poi con la "marcia dei 40 mila" colletti bianchi  della Fiat e poi con le sconfitte dei referendum: ma questa, in era craxiana, è un'altra storia.

1979. Licenziamento dei 61  accusati di fiancheggiamento del terrorismo. Fra l'altro compare il volantio di un licenziato che criticail modello industriale:

La preoccupazione sul carattere più o meno dannoso e sullo spreco legato al modo di produzione capitalista ( prima che dei verdi argomento ‘storico’ comunista) non ha fatto molta strada fra i produttori, al massimo era opera di qualche osservatore esterno. Tocca infatti ai verdi nel ‘90 infastidire gli azionisti... Intanto si parla di ‘qualità totale’... per rendere più micidiale e redditizia la merce Fiat. Produrre e consumare auto, nel nostro caso, è ancora un affare e una ‘moda’ (imposta), anche per l’operaio medio che paga una tangente del 20% del salario all’industria automobilistica/petrolifera che gli fornisce quella che più che un mezzo di trasporto individuale si rivela un’arma più potente della droga.

Da quando la CGIL appoggiò il piano per l’automobile popolare - anni ‘50- la Fiat è diventata multinazionale e il sindacato ... è sceso al 20% nelle adesioni operaie.

E non si parli di politica energetica e prezzi del petrolio che nel polverone la linea vincente è sempre quella di pagare poco le materie prime e fregarsene dei consumi energetici (e delle guerre del petrolio).  

La lotta della Fiat - 1980-in breve

Venerdì 5 Settembre Cesare Annibaldi annuncia che l'esigenza, per la FIAT, sarebbe quella di licenziare 24.000 dipendenti (di cui 2.000 impiegati). Comunque è possibile evitarlo ponendo in Cassa integrazione a zero ore, per 18 mesi dal 1° Ottobre, questi lavoratori.

Mercoledì' 10 Settembre, primo giorno Rottura delle trattative a Torino. Annibaldi annuncia che in giornata, al massimo domani, saranno aperte le procedure per quasi 15.000 licenziamenti. Inizia il blocco dei

25 Settembre, sedicesimo giorno Sciopero generale nazionale dei metalmeccanici, generale di tutte le categorie in Piemonte.
Centomila manifestanti a Torino.

Sabato 27 Settembre, diciottesimo giorno Alle 15, sul decretone, cade il governo Cossiga.
Alle 17, la FIAT annuncia la sospensione, per 3 mesi, dei licenziamenti. Romiti parla di ricorso alla Cassa integrazione.
CGIL, CISL, UILM e FLM ritirano lo sciopero generale.

Martedì 30 Settembre, ventunesimo giorno Arriva la comunicazione che la FIAT pone in Cassa integrazione a O ore 22.884 lavoratori fino alla fine dell'anno.

Venerdì 10 Ottobre, trentunesimo giorno Sciopero generale nazionale di tutte le categorie. La manifestazione a Torino si fa alla 5 di Mirafiori per rafforzare la centralità della lotta alla FIAT. Oltre 40.000 persone si raccolgono per l'occasione: numerose le delegazioni di altre fabbriche le lavoratrici. i giovani. I pensionati distribuiscono un volantino di solidarietà con la lotta FIAT.

Martedì' 14 Ottobre, trentacinquesimo giorno Assemblea, al teatro Nuovo, del coordinamento capi. Il vicesindaco socialista Biffi Gentili subissato da un mare di fischi e urla. Non può parlare.
Fuori c'è molta gente. La giornata sarà pagata e la FIAT ha intimato loro di venire. La maggioranza però sta a vedere. E vede che non c'è contromanifestazione sindacale. C'è invece l'organizzazione del corteo. Cosi' si accodano. I capi sono stati fatti affluire da tutta Italia. In realtà non sono più di 10-12.000. Nel pomeriggio, incontro FIAT-sindacati.
Alle 22,30 la segreteria della CGIL-CISL-UIL e la FLM vanno "all'accertamento dell'ipotesi conclusiva".

Mercoledì 15 Ottobre, trentaseiesimo giorno Già nella notte si è diffusa la notizia dell'ipotesi di accordo. Pomeriggio. Cinema Smeraldo, riunione del Consiglione. La sala è affollatissima di delegati, operatori sindacali, operai di tutte le situazioni. Primi slogan: "Da Torino al Meridione/non vogliamo nessun bidone" e "E' ora, è ora di cambiare/ la segreteria se ne deve andare".

Giovedì 16 Ottobre, trentasettesimo e ultimo giorno Si tengono le assemblee per l'ipotesi di accordo. Segue a queste note di cronaca la ricostruzione complessiva del voto. Lama alle Carrozzerie, Benvenuto alle Presse e Carniti alle Meccaniche. Tutti e tre a Mirafiori. Tensione ovunque altissima.La maggioranza degli interventi è contro l’accordo. La scena è dappertutto quasi la stessa: gli operai che assistevano all'assemblea sono attorno all'oratore, quando si alzano le mani per il si non le vedono, perché sono lontane, tutto intorno e perché ci sono gli ombrelli che nascondono la visuale. In realtà, quando vedono tutte le mani di chi sta vicino al palco alzarsi per il no sono convinti di aver vinto. Per questo la rabbia, lo sgomento, la convinzione di essere stati imbrogliati al momento della proclamazione del risultato per il Sì.

Vedi testi sull’80 in Fiat:

http://www./alpcub.com/fiat1980.html e http://www.alpcub.com/Fiat80bentivogli.htm

<<La spina nel fianco>>1981-87 I cassintegrati si organizzano  

Nell’ottobre del 1980 cominciò l’odissea dell’altra metà dei lavoratori Fiat: i 23.000 cassintegrati. Dalla generale prostrazione per la sconfitta emerse poco a poco la volontà degli espulsi di rimanere organizzati nel sindacato. Furono inizialmente alcuni delegati FLM e militanti Pdup, in particolare Guarcello e Citriniti, ad avanzare l’idea di costruire un coordinamento sindacale dei cassintegrati (…). Nel 1981 si fecero in tutti gli stabilimenti le assemblee dei cassintegrati e vennero eletti 140 delegati. (…) Ben presto il Coordinamento FLM dei lavoratori Fiat in cassa integrazione assunse un ruolo di primo piano nella vita sindacale torinese. Era un organismo sindacale inedito ed anomalo, composto di militanti che, retribuiti dalla CIG, impegnavano tutto il loro tempo quotidiano nell’attività di organizzazione e tutela dei cassintegrati(…). Nei sette anni di cassaintegrazione, i cassintegrati Fiat fecero di tutto per non farsi dimenticare, in primo luogo da Agnelli e da Romiti ma anche dalla città, dal governo e dal proprio sindacato e, per sottolineare questa funzione di pungolo, il Coordinamento titolò il proprio giornalino ‘La spina nel fianco’. Le forme di lotta organizzate dal Coordinamento furono piuttosto inedite rispetto alla tradizione sindacale. Ecco come Fausto Cristofari sintetizza così le mille iniziative dei cassintegrati “… non potendo usare l’arma dello sciopero si tentava di colpire l’immagine, falsa, offerta dalla Fiat. Per la verità siamo stati tra i pochi (o gli unici) a farlo, proprio nel centro dell’impero, a Torino. Ogni Natale eravamo in via Garibaldi con l’Agnellone ( un pupazzo animato in gomma piuma raffigurante Gianni Agnelli alto circa 4 metri) a volantinare. Al salone dell’auto offrivamo ai bambini palloncini con su scritto ‘lavoro’. A corso Marconi abbiamo organizzato una manifestazione di rumori, armati di bidoni, sirene ecc. Abbiamo cercato di utilizzare radio, tv, giornali… “

Per fornire un’idea approssimativa dell’attività dei cassintegrati si possono aggiungere: decine e decine di assemblee, presidi, cortei, convegni, petizioni, incontri, occupazioni simboliche (stazioni ferroviarie, mole Antonelliana, sedi Inps, Ufficio Imposte, sedi di partito), centinaia di migliaia di volantini distribuiti, iniziative coi disoccupati, studenti, cassaintegrati di altre fabbriche, trasmissioni autogestita su radio e televisioni locali,presenze in programmi televisivi nazionali, lavori di utilità pubblica autogestita,spettacoli teatrali, azioni legali, costituzione di cooperative ed altro ancora. La sede del Coordinamento, presso la V Lega FLM era ogni giorno frequentata da lavoratori in CIG che chiedevano informazioni, consigli, assistenza sindacale. Soprattutto grazie al ruolo riconosciuto e apprezzato del Coordinamento l’adesione al sindacato rimase sempre molto alta, attorno al 70%.

I rapporti tra Coordinamento ed FLM precipitarono nell’estate del 1983, in quanto tutti i cassintegrati in base aglio accordi dell’80 dovevano rientrare tutti al lavoro.

Erano  ormai 22.523 più altre migliaia che si erano aggiunte. Su un totale di 28.000 una parte si era licenziata accettando le incentivazioni dell’azienda, al primo luglio restavano in CIG 15.500 lavoratori. (…) Un nuovo accordo scambiava l’impegno Fiat al rientro di tutti al 1 luglio 1983 con una certezza di rientri scaglionati per circa 4.000 lavoratori, lasciando i restanti 11.000 in cassa integrazione senza prospettive certe.(…)

Il 15 ottobre al Palazzetto dello Sport 2500 cassintegrati bocciarono l’accordo,(...)

La Flm fece allora votare i lavoratori attivi e finalmente fu approvato.  (…)

La Fiat applicando un punto contenuto negli accordi sindacali, convocava periodicamente i lavoratori in CIG, una volta al mese o anche più di frequente, e offriva soldi per l’autolicenziamento. Le cifre salirono negli anni per arrivare anche a 100 milioni nei casi di alcuni militanti sindacali. Marco Revelli ha calcolato che in sette anni si licenziarono dalla Fiat più di 40.000 lavoratori, e con una media di incentivazione di 15 milioni a testa, si può stimare che la Fiat utilizzò allo scopo circa 600 miliardi di lire (…)

Dopo la firma dell’accordo dell’83 non rimase al Coordinamento che il ricorso alla magistratura. (…) Un nuovo accordo ci fu in primavera del 1986, anche questo contestato dal Coordinamento.(…)

Nel 1987, con il rientro di tutti i cassintegrati rimasti, proprio quando i delegati del Coordinamento potevano rivendicare con orgoglio il successo della propria esperienza furono frammentati ed isolati, come è costretto a riconoscere con rammarico Franco Runghino, uno dei protagonisti: “rimane anche l’amarezza del fatto che il sindacato, Fiom compresa, abbia accettato di ghettizzare gli invalidi.. e di disperdere l’unico gruppo dirigente operaio sorto a livello nazionale dopo la sconfitta dell’ottobre ’80.

brani da: Raffaello Renzacci - “Cento.. e uno anni di Fiat”- Massari ed-2000  

  coordinamento cassintegrati Fiat nel Pinerolese

Dopo la messa in cassaintegrazione dei 30 lavoratori ‘scomodi’ alla Fiat MVP di Villar Perosa (il 25 gennaio 1981), fui eletto delegato dei 30 cassaintegrati. Dopo di che, sono stato eletto anche nel coordinamento provinciale dei cassaintegrati (ero uno dei 6 di Rivalta in quanto la MVP dipendeva da Rivalta) e ho costruito con altri compagni il "coordinamento dei cassaintegrati pinerolese". Ci vedevamo settimanalmente a Pinerolo presso la FLM (vi erano Remo Ricca, Antonio Ceravolo, Genre Marco, Bianciotto, Morici Giuseppe e non ricordo più chi altri). Organizzammo varie assemblee dei cassaintegrati FIAT del pinerolese a san Lazzaro.

Dal gruppo ristretto del coordinamento dei cassaintegrati nacque l'idea di costituire la cooperativa Agrovalli, di cui feci il presidente per una decina di anni e che tuttora è viva e vegeta, con una  decina tra soci lavoratori e dipendenti. Oggi il presidente è Mario Cavigliasso. E’ significativa perchè dura da venti anni ed è una delle poche esperienze di autogestione vera che perdurano nel tempo e nella loro caratteristica autogestionaria. Del primo nucleo non è rimasto più nessuno.

La cooperativa fu fondata nell'82 e  ha lavorato con disoccupati vari. I primi due lavoratori pagati (i cassaintegrati facevano il lavoro burocratico a gratis) erano due ex operai Fiat, messi in cig con i 23.000 e poi andati a lavoratore alla cooperativa Agriforest di Torino e licenziati dalla medesima perchè rompevano i coglioni sui carichi di lavoro.

Paolo Ferrero

 

 

 

 

Strana città, Torino. Mentre Termini Imerese esplode, e Arese blocca la Milano Laghi, qui, nell’epicentro dell’impero che cade, è scesa una strana calma. Teste basse, alle porte di Mirafiori, dove la gente esce rada e corre subito verso i tram in attesa nel grigio autunnale.
L’angoscia c’è, si respira nell’aria, si legge nei volti, ma si consuma in solitudine, secondo percorsi e gesti «privati».  un operaio di Villastellone, Claudio Volpe, di 37 anni, ha aspettato la fine del turno, poi ha legato una corda a un carro ponte e ha aspettato che il cappio si stringesse. Faceva l’elettricista alla Denso, ex Magneti Marelli oggi passata ai giapponesi, dove si producono climatizzzatori per auto, e aveva appena ricevuto la lettera di cassa integrazione a zero ore. L’ha visto per caso un carrellista ritardatario, l’hanno tirato giù che ancora respirava, e il giorno dopo Fiom e Fim hanno proclamato un’ora di sciopero. La Uilm invece non ha aderito. Era già passato per la chiusura della Teksid di Carmagnola e della Fiat Avio – dicono i suoi compagni – e aveva il mutuo della casa da pagare. Né è stato il solo a consumare così la propria solitaria protesta: l’estate torinese è stata punteggiata di suicidi che non facevano notizia, quasi tutti in quartieri periferici, nella maggior parte di quaranta-cinquantenni, maschi, disoccupati o cassintegrati.
C’è, qui più che altrove, la sensazione di una storia giunta a fine corsa (e fuori corso). Di un modello sociale e di vita esaurito. Qui, dove l’avventura industriale novecentesca era partita, e dove il fordismo si era fatto struttura urbana, impastandosi col territorio, piegando la forma stessa della città dentro il calco metallico della fabbrica. Forse per questo la reazione è ora così stanca, come per una caduta già da lungo tempo presagita. Per un congedo dalla propria identità collettiva già ampiamente replicato. E in effetti, a Torino, sono ormai anni che si «vive» l’abbandono della Fiat, fisicamente, con la dissoluzione dei luoghi, lo svuotarsi degli stabilimenti, e la moltiplicazione a grappolo dei «vuoti industriali», immensi spazi rugginosi coperti di macerie, capannoni tetri e deserti, con ancora dentro gli scheletri delle macchine, dei torni e delle frese senza più gli uomini che le animavano. Erano quasi 130 mila, ancora vent’anni fa – all’inizio dei fatidici anni Ottanta – i dipendenti diretti della Fiat Auto nell’area torinese, distribuiti in una decina di giganteschi stabilimenti con epicentro Mirafiori (circa 50 mila operai, distribuiti nelle 31 porte d’accesso che scandiscono i quasi dieci chilometri del perimetro). Erano diventati poco più di 30 mila alla fine del secolo, con una emorragia di quasi 100 mila posti di lavoro (la popolazione di un paio di capoluoghi di provincia), e una superficie di aree dismesse di 5 milioni di metri quadri. Ora sono rimasti in meno di 20 mila, di cui solo 14 mila a Mirafiori, in una fabbrica piena di vuoti, di erbacce e di rottami, dove si concentrano una quindicina di società diverse per produrre meno di un quarto delle auto che si facevano ancora un quinquennio fa. Come stupirsi che questa città dove la Fiat si era già così ristretta da mimare quotidianamente la propria estinzione, guardi ora la fase terminale di quel processo come uno spettacolo già visto troppe volte. Una cosa in fondo già vissuta.

FIAT & TNT- una storia da non dimenticare

di un gruppo di lavoratrici e lavoratori.

 

Ø     1980-86 1° periodo di emarginazione assieme ad altri 23.000.

Ø     1987 Nascono le UPA (Unità Produttiva Accessoristica) dove vengono collocati gli invalidi e i sindacalizzati. Nel nostro territorio ce n’era una ad Airasca.

Ø     1991 Ritorno alla Fiat Ricambi di Volvera.

Ø     1993 Nasce ‘Urano’ ad Airasca (stabilimento ex UPA)

Ø     1994 Entra in gioco la TNT alla Fiat Ricambi Volvera, None, Verrone  col primo grande scorporo utilizzando l’art.47 e con passaggio da metalmeccanici a commercio

Ø     1998 Secondo grande scorporo, di 1800 lavoratori da Fiat auto a TNT-PL con contratto metalmeccanici . Rifatto confezionamento a Volvera

Ø     2000 1° agosto Trasferimento a Mirafiori in TNT PL Off.81 (contratto metalmeccanici)

Ø     2000  4 settembre in CIG- Chiude Verrone il 31-12 (131 operai)

Ø     2000 Solo cassa integrazione e poco lavoro a singhiozzo

Ø     2001 Nasce il comitato di lotta formato da Sin Cobas, Cub, Alp e alcuni operai della Fiom. La sede è in Via Nichelino a Mirafiori.

Ø     2001 Partono le prime cause contro TNT e Fiat. L’avvocato Bisacca denuncia l’irregolarità nel ricorso alla Cigs perché TNT usa la Cigs, mentre decentra il lavoro e fa ricorso al lavoro interinale

Ø     2002 A dicembre chiude la confezione manuale dell’Off.81 e CIG a zero ore per tutti gli interessati (circa 600)

Ø     2002  Vinta causa contro TNT per  illegittimità della CIG (avv. Bisacca)

Ø     2002 Lettera del comitato a Chiamparino (sindaco di Torino)

Ø      2003 2  gennaio accordo sulla rotazione (in realtà si fanno due mesi di lavoro e due anni di .Cigs)

Ø      2003 Marzo chiusura  dell’off.81

Ø     2005 21 ottobre  seconda udienza presso il tribunale di Torino del ricorso

   

Cronistoria lavoratori Fiat Volvera passati TNT

 

La nostra vicenda comincia nell'ottobre dell'80. Molti di noi furono messi in CIGS assieme ai famosi 23.OOO, altri si aggiunsero con la chiusura del Lingotto e della Mater-Ferro e successivamente con quella della Lancia di Chivasso fino a raggiungere la quota di 40.000 operai.

Nell'arco di sei anni, tra. 1'80 e 1'86, ci fu un vero e proprio stillicidio di lavoratori. Molti si licenziarono "spontaneamente" grazie ad un piccolo incentivo offerto dalla Fiat. Tanti lavoratori tentarono di mettersi in proprio rilevando attività di piccolo commercio, ma non ebbero fortuna e si ritrovarono presto ad allungare le lunghe file dei disoccupati.

 Secondo le statistiche dell'epoca, ci furono circa 300 suicidi tra i cassaintegrati. La Fiat aveva messo in piedi uffici gestiti da gente senza scrupoli, istituiti appositamente per mortificare i lavoratori che venivano convocati con i telegrammi nelle ore più impensabili, persino di notte. Questi uffici erano situati in un'ex fabbrica di Orbassano in via Frejus, dove avveniva anche il pagamento della CIGS. L'interno sembrava un carcere con tanto di secondini e sbarre dappertutto. Sempre per rimanere in tema, la Fiat mise in piedi 5 "boite" denominate UPA fatte apposta per i cassaintegrati di un certo tipo: invalidi, delegati e operai sindacalizzati. Queste "belle fabbrichette" erano in posti fuori dai centri urbani di: Robassomero, Bruino, Orbassano, Airasca e dulcis in fundo un Capannone in via Biscaretti, all'interno di Mirafiori, dove la FIAT aveva collocato il maggior numero di operai con grossissimi handicap. Lo stillicidio continuò e molti altri operai si licenziarono.

Noi siamo quelli che abbiamo resistito a tutto questo. Nell'85 fummo chiamati a fare un corso di "reinserimento" di 4 ore giornaliere in via S. Paolo in un capannone ex Lancia. Il corso ci apparve da subito fasullo. All'interno dell'aula avevano messo delle TV con dei videoregistratori e tavoli disposti a ferro di cavallo dove un pensionato Fiat ci diceva delle fesserie sul come era cambiata la fabbrica ecc.

Questi corsi costarono alla CEE 4 Miliardi di lire. Alla fine del corso fummo tutti inseriti nelle UPA, a noi toccò un bel baraccone sulla statale 23, una vera "boita" anonima dove si impacchettavano ricambi per Volvera. Nel capannone di Airasca restammo per tre anni, poi venimmo tutti trasferiti alla ricambi di Volvera, dove fu allestito un reparto di confezionamento. Il capannone di Airasca fu chiuso con la motivazione che il materiale da confezionare doveva essere fatto tutto in un posto. Secondo noi non è stato il motivo di fondo, infatti quando eravamo in forza nella "boita" ci fu un'ordinanza del comune di Airasca per l'acqua inquinata, l'ambiente di lavoro era malsano e tante cose non erano a norma di legge (estintori, carica batterie, prese d'aria ecc.).

Dopo giusto un anno la Fiat cedette alla TNT tutta la logistica e anche noi  fummo ceduti, sempre con la legge 47, con l'aggravante del cambio di contratto, da metalmeccanici diventammo di colpo commercianti (1995). Nel 98 fu rifatto un repartino di confezionamento all'interno di Volvera. Furono messi dei tavoli con la motivazione di mettere la gente con problemi fisici, così non fu. All'interno della TNT di Volvera cominciarono ad assumere lavoratori interinali, per la maggior parte in part-time. Qualche fortunato fu assunto con contratto formazione lavoro. Il 5 luglio del 2000 ci comunicarono che il reparto confezioni sarebbe stato ceduto alla TNT-PL di Mirafiori dall’ agosto 2000. L'azienda formò una lista di 80 operai che venne discussa con i sindacati, 4 riuscirono a rimanere a Volvera per seri motivi famigliari. Nei 25 giorni successivi al trasferimento provammo ad aprire una discussione tramite un volantino, ma non venimmo presi in considerazione; i sindacati non si degnarono nemmeno di convocare un'assemblea. Venne fatto un incontro all'Unione Industriale per fare un accordo tra le parti venne dato un contentino in moneta ai lavoratori, non ci fu  alcun cenno alla CIG che veniva fatta a Mirafiori.

Nell'unica assemblea che venne fatta a Volvera i sindacati mandarono un delegato "pompiere" che ci raccontò che la TNT era una ditta seria e che era l'unica azienda che assumeva. L'assemblea venne fatta solo per la gente interessata al trasferimento come se agli altri non riguardasse. Non siamo sicuri se la cosa è stata premeditata, però secondo noi è grave.

Al momento del passaggio tra una ditta e l'altra  venne fuori un altro non trascurabile problema: le ferie. Non si era capito che ci davano solo quelle maturate, 13 giorni, pur sapendo che molti di noi le avevano programmate da tempo. Molti operai si sono dovuti sobbarcare dei giorni di permesso non retribuito.

 

 Il 1° agosto entrammo dalla porta 29 di Mirafiori dove c'erano le ex Meccaniche. L'impatto fu traumatico, ci rendemmo subito conto del tipo di personale che lavorava all'interno. La stragrande maggioranza erano operai invalidi, la pulizia non esisteva; facemmo le prime proteste presso i capi; ci risposero che era polvere, per noi faceva schifo. Il sudiciume regnava sovrano dappertutto: bagni, spogliatoi e mensa. Andammo in ferie fino al 28 agosto. Il rientro non fu meno traumatico,: quello che non avevamo ancora visto si è presentò ai nostri occhi in tutta la sua drammaticità: Operai con le stampelle, mutilati e fuori di testa. Con tutto il rispetto per questi nostri sfortunati compagni di lavoro, ci sembrò la corte dei miracoli, descritta persino da Gad Lerner in un suo libro "Operai".

Molti di questi operai erano la rimanenza umana della ristrutturazione Fiat degli anni Ottanta.  La loro età media si aggirava sui 57 anni; con parecchi avevamo fatto lo stesso percorso della cassa integrazione. Tanti, quasi tutti,  facevano parte del famigerato reparto UP A di via Biscaretti;  la rimanenza arriva da Urano di Airasca.

Secondo noi era una concentrazione di soggetti preventivata da tempo, solo che la Fiat aveva scaricato la patata bollente alla TNT, anche per questione di immagine. Per la Fiat era meglio che il lavoro sporco lo facessero gli altri anche perché alla luce delle ultime cause vinte dai lavoratori le era difficile dimostrare all'opinione pubblica il buonismo che spacciava da tempo. Venerdì 1 settembre ci vengono comunicate due settimane di cassa integrazione: dal 4 al 18 settembre. Rimanemmo scioccati, non  ce l'aspettavamo. Provammo a protestare almeno per il metodo ma ci mandarono a stendere. Fummo costretti a subire la grande mazzata. Per tenere vivo il problema scrivemmo un volantino di protesta dal titolo "La storia si ripete" facendo anche un piccolo riferimento ai 20 anni della CIGS alla Fiat.

Ci appare chiaro che avevano messo in preventivo la CIG per quelli che ancora dovevano arrivare da Volvera, anzi pensiamo che addirittura la CIG sia stata richiesta con largo anticipo all'INPS prima del trasferimento. La beffa continuò: il rientro dopo le due settimane di CIG venne posticipato tramite telegramma fino al 29 settembre; in pratica, ci vennero appioppate altre 2 settimane di CIG e la stessa cosa si ripetè nelle settimane successive.

Secondo noi è un metodo alquanto strano di affrontare il problema del calo produttivo, infatti  ad essere penalizzati sono sempre gli stessi poveri cristi, perché la cassa ordinaria fa rimettere parecchi soldi ai lavoratori - circa 600.000 lire al mese. Secondo noi un sindacato che si rispetti dovrebbe cercare di contrastare questi comportamenti aziendali anche facendo pressione verso 1'INPS.

    Tutti sapevamo che certe lavorazioni venivano convogliate presso altre aziende facendo mancare di

     proposito il lavoro a Mirafiori. Era in corso una terziarizzazione selvaggia a discapito dei lavoratori che continuavano a lavorare in certe "boite" di nostra conoscenza al minor costo possibile facendo arricchire i soliti personaggi. Quello che digerivamo meno era la presenza di lavoratori interinali e il ricorso allo straordinario quando si faceva cassa integrazione. Ci domandavamo cosa bolliva in pentola, anche se era facilmente intuibile: secondo noi l'azienda con la mobilità voleva ottenere il massimo al minor costo possibile sbolognando alla collettività tutti i suoi problemi .

 

Torino, lì 27 settembre 2000

Un gruppo di Cassintegrati

(Chiamati ex risorse umane del confezionamento Fiat Volvera)

  dopo la lotta di Melfi

Chi ha organizzato la lotta dei 21 giorni? Delegati operai.

Chi ha partecipato ai picchetti, chi ha affrontato la polizia, chi ha respinto la farsa dell’accordo separato di fim e uilm e poi la trappola della fiom nazionale che rimuovendo i blocchi pensava di far riprendere la produzione? Un grande numero di operai attivisti che hanno lavorato nei paesi per tenere compatti gli operai in sciopero.

Soprattutto la vittoria sulla FIAT si deve alla determinazione di tutti gli operai di Melfi con lo sciopero ad oltranza senza crepe né cedimenti.

Chi ha conquistato i risultati che un accordo per quanto limitato sancisce? La forza degli operai e i delegati più combattivi.

Il fatto innegabile che non si è conquistato tutto rende vano questo sforzo? Solo chi sottovaluta la guerra che è stata combattuta può avere dubbi, per noi la lotta di Melfi, malgrado minacce, manovre e malgrado la delegazione alla trattativa non abbia voluto usare la forza messa in campo per ottenere di più e meglio, rimane un compromesso di cui gli operai possono andare fieri, un compromesso imposto al nemico dalla forza operaia.

Una vittoria dopo anni ed anni di sconfitte, di indietreggiamenti, di accordi dove bisognava sempre dare qualcosa. La valutazione dei risultati di qualunque battaglia si fa sulla reale consistenza delle forze in campo, sulla compattezza del proprio esercito e di quello avversario, sulla situazione di partenza e di arrivo, nessun serio gruppo dirigente che ha condotto la lotta può sfuggire a questa analisi.

Umanità Nova, n 18 del 21 maggio 2006, anno 86

Il Piemonte dopo la Fiat, la Olivetti e le Olimpiadi
Tra Fabbrica e Luna Park


La Torino e la sua provincia postolimpiche mostrano i segni delle trasformazioni che il loro tessuto produttivo ha subito negli ultimi dieci anni. Schematicamente, possiamo dire che tre erano e sono i poli intorno cui ruotava/ruota l'attività economica ed imprenditoriale: Torino, con l'industria dell'auto; Ivrea e il Canavese con l'industria elettronica ed informatica; la Val di Susa con i suoi perenni cantieri aperti autostradali, stradali e ferroviari.

Fiat e Fiat Auto in particolare sono state al centro di un triplo movimento, di esternalizzazione, precarizzazione dei contratti di lavoro e di dimagrimento. Tutte le aziende del gruppo Fiat sono state interessate al generale processo di esternalizzazione di interi pezzi di ciclo produttivo, quelli, si dice, non legati al core business, affidati a ditte esterne specializzate in logistica piuttosto che nelle pulizie, nel confezionamento e immagazzinamento materiali piuttosto che nella gestione dei flussi energetici e nel trattamento dei residui di lavorazione. Le aziende destinatarie della esternalizzazione possono essere state aziende dello stesso gruppo Fiat (come Fenice per i flussi energetici) oppure no (come TNT per la logistica o le varie aziende di pulizia). Contemporaneamente, dall'entrata in vigore della legge 196/97 (pacchetto Treu) con l'introduzione nel nostro ordinamento del lavoro interinale e con la legge 30/03 (legge Biagi) e la sua selva di tipologie di contratti di lavoro precario (decreto legislativo 276/03 di attuazione), la composizione della forza lavoro si è in parte modificata con il massiccio uso soprattutto del lavoro interinale e del contratto a tempo determinato (grazie alla sua pratica liberalizzazione contenuta nel decreto legislativo 368/01). A ciò si aggiungano le procedure di mobilità che si sono susseguite periodicamente sull'onda della crisi di Fiat Auto: su base volontaria e scivolo verso la pensione con un incentivo economico sono stati eliminati dalla fabbrica ampi gruppi di lavoratori fortemente garantiti e dagli alti costi per il datore di lavoro, perché, data l'età, ancora beneficiari di trattamenti economici e normativi del passato. I lavoratori non andati in mobilità hanno pagato un altissimo prezzo al risanamento di Fiat Auto con lunghi periodi di cassa integrazione che ha falcidiato i loro salari. Accanto alla crisi del settore auto, il gruppo Fiat ha però visto ad esempio Iveco sempre in ottimo stato di salute, mentre Teksid è andata verso una pratica liquidazione. Iveco, va notato, con i conti in ordine e un'ottima posizione sul mercato ha di fatto visto esaltare i benefici effetti di terziarizzazioni, precarizzazione dei contratti di lavoro e svecchiamento del personale; per essa, che in crisi non era, l'uso degli strumenti contro la crisi si è risolta in un puro profitto sia economico che di controllo del personale.

Il polo informatico del Canavese, incentrato sull'Olivetti di Ivrea e sulla Bull di Caluso, semplicemente non esiste più, si è dissolto. Olivetti prima ha fatto a pezzi i vari settori produttivi da cui era composta, li ha venduti e ha acquisito Telecom Italia, assumendone il nome. Solo una delle aziende del gruppo si chiama ancora Olivetti e fa stampanti e macchine per ufficio in Cina, mettendoci sopra il glorioso marchio. Il resto è stato ceduto o ad aziende poi fallite (come il settore personal computer) oppure ad aziende a loro volta smantellate lentamente (come il settore reti informatiche ceduto all'americana Wang e poi a Getronics). La Bull di Caluso (stampanti di fascia alta) prima è passata alla Compuprint e poi è entrata nel buco nero Finmek, gruppo padovano specializzato nel rilevare in tutta Italia aziende elettroniche con la scusa del risanamento per drenare risorse pubbliche; anche il settore pc di Olivetti è finito nell'orbita Finmek ed è poi fallito una seconda volta nel giro di pochi anni. La Finmek è stata poi ammessa all'amministrazione straordinaria, cioè praticamente è fallita con tutto il suo corteo di aziende decotte e spolpate. Migliaia di lavoratori, tra cui molti canavesani, da anni campano di cassa integrazione, senza alcuna possibilità di riprendere una seria attività produttiva.

Il declino dell'industria manifatturiera a Torino e provincia, secondo la classe politica locale, di tutti i colori, deve esser compensato dallo sviluppo turistico, trainato dall'evento olimpico: Torino deve diventare un polo fieristico e di eventi, mentre ad Albiano, in Canavese, dovrà sorgere un parco divertimenti di dimensioni disneyane, il cui progetto è già stato approvato dalla Regione Piemonte. Una città vetrina, un territorio vetrina. Dove il potenziamento delle strutture universitarie (si pensi al raddoppio del Politecnico) si accompagna alla lievitazione dei canoni di affitto per le case, stante la forte domanda studentesca. Dove le migliaia di metri cubi di edilizia residenziale costruiti negli ultimi cinque anni testimoniano delle enormi risorse disponibili da qualcuno orfano degli investimenti in borsa e del basso costo del denaro che ha permesso il boom dei mutui immobiliari, il cui esito finale è tutto da verificare. Va da sé che l'edilizia è settore ove lo sfruttamento di lavoratori extracomunitari non regolarizzati o con la spada di Damocle del permesso di soggiorno legato al contratto di lavoro è più intenso, con le ovvie ricadute sul tessuto sociale della città e del territorio.

La Valle di Susa è da molti anni un cantiere perenne e, se il progetto del TAV non sarà fermato, rischia di continuare ad esserlo almeno per i prossimi venti anni. L'economia del cemento ha portato con sé la criminalità organizzata che si è stabilmente radicata nell'alta valle (con l'eclatante episodio del consiglio comunale di Bardonecchia sciolto per motivi di inquinamento mafioso) e nelle località turistiche dello sci, complice anche la frontiera con la Francia. La Valle di Susa luogo di traffici e trame oscure è un polo di attrazione di ingenti risorse economiche e degli appetiti che esse si portano dietro, periodicamente agli onori delle cronache per qualche arresto, come nel caso della società che ha costruito e gestisce l'autostrada che ha violentato la valle, la Sitaf.

Come si vede, un quadro dalle forti contraddizioni, dove sicuramente la forbice sociale si va allargando, dove le sacche rimaste di lavoro stabile sono assediate dalla moltitudine dei sotto pagati e dei sotto tutelati, dove la ricostruzione di un tessuto di solidarietà tra sfruttati è arduo e complesso. Questo compito passa per la presa d'atto di ciò che è successo e dalla lucida analisi delle cause, nonché del progetto che nell'accaduto si manifesta. Urge quindi smascherare il disegno sotteso agli ultimi anni di vita sociale politica economica torinese e piemontese e far cadere il velo di lustrini che copre il gigantesco dirottamento di risorse comuni verso le tasche di pochi e la polarizzazione della società tra chi ha potere e cultura e chi per campare lucida e spazza il salone delle feste di qualcun altro.

Simone Bisacca

grande punto
Mirafiori tira il fiato: riparte la produzione
Al via «Grande Punto-zero cassa»: l'inizio della produzione della vettura di punta della Fiat è soprattutto un successo per i lavoratori torinesi
Orsola Casagrande- 27-5-06
Torino
Il primo turno inizia alle sei. Ma questa è una mattina diversa per gli operai di Mirafiori. Si vede dai volti, meno tirati del solito, e poi dagli adesivi e dal volantino che vengono distribuiti davanti ai cancelli. Su un adesivo si legge «Grande Punto - Zero Cassa», e su un altro «Mirafiori c'è». Un terzo dice «Mirafiori siamo noi». Ed è forse questo quello che meglio riassume i sentimenti che animano i lavoratori in queste giornate. Ieri infatti era il giorno della inaugurazione in pompa magna della linea della Grande Punto. Un giorno importante per l'azienda, ma anche i lavoratori che rivendicavano l'arrivo della nuova vettura a Mirafiori. Infatti, dicono in molti ai cancelli, «se non fosse stato per noi, per i nostri sacrifici, per gli scioperi che abbiamo fatto qui a Torino non sarebbe arrivato proprio nulla». Lo ribadisce il segretario della Fiom Giorgio Airaudo quando sottolinea che «sono i lavoratori e le lavoratrici di Mirafiori a dover festeggiare: questo è un risultato loro. Ora si azzeri la cassa integrazione e si ricomponga il ciclo dell'auto sul nostro territorio riportando a Torino la produzione di un motore eco-compatibile».
La giornata speciale si intuisce anche dal fatto che, cosa che avviene assai di rado, i cancelli e i reparti dello stabilimento di corso Agnelli vengono aperti ai giornalisti. Si può vedere la linea dove verrà assemblata la Grande Punto. E' quasi ferma però non è difficile immaginarla in movimento. La vecchia «catena di montaggio» (terminologia dismessa a favore del più moderno linea) generalmente si materializza nella mente di chi sta fuori con due immagini: tempi moderni di Charlie Chaplin e naturalmente con le storie di chi tutti i giorni, da anni, ci sta sopra, sudando e riportando a casa spesso e volentieri acciacchi e dolori a perpetuo ricordo. Ma l'impressione quando si entra è quella di un film al rallentatore. Infatti la linea, lunga un chilometro e mezzo, si muove a passo di lumaca.
«Non vogliono farvi vedere come lavoriamo davvero»", dicono gli operai. «Hanno fermato le linee, perché generalmente - aggiunge un delegato della Fiom - la linea corre e noi dietro. Io per svolgere la mia mansione ho un minuto e ventitre secondi». Le Ute puzzano di vernice. Tutto è stato ridipinto, i corridoi sono lucidi nei colori della bandiera italiana più il giallo. «Hanno dipinto le porte giovedì sera - racconta un operaio - e cinquanta lavoratori sono finiti in infermeria con lo stomaco sconvolto dai fumi e dalla puzza della vernice». Le Rsu ci tengono a sottolineare di non essere state "invitate all'inaugurazione della linea". Lo dicono perché vogliono sia ben chiaro che "questa linea è arrivata perché l'abbiamo fortemente voluta noi. Ci siamo battuti per avere una nuova vettura a Torino".
Arrivano i vertici Fiat per «schiacciare il pulsante» e far partire la prima grande punto. Ci sono il presidente Luca Cordero di Montezemolo, l'amministratore delegato del gruppo Sergio Marchionne, John Elkann. Si fermano a stringere la mano ai lavoratori. Scambiano con loro qualche parola. "L'arrivo della grande punto - ha detto Marchionne sorridente - è un passo avanti per tutta la Fiat e per Mirafiori". E Montezemolo ha aggiunto che «Mirafiori è il cuore della nostra azienda. Volevamo certezze - ha aggiunto - e progetti per lo stabilimento. Siamo riusciti ad avere entrambi». A chi gli chiedeva se condivideva l'ottimismo del sindaco Sergio Chiamparino su un futuro più roseo per nuove assunzioni Marchionne ha risposto: «L'obiettivo è quello. Ora lavoriamo». John Elkann ha voluto sottolineare "l'importanza di questa giornata. C'è grande entusiasmo per l'arrivo della grande punto". Oltre al sindaco uscente all'inaugurazione della nuova linea c'erano anche il candidato sindaco del centro destra Rocco Buttiglione, i presidenti della regione Mercedes Bresso e della provincia Antonio Saitta, il cardinal Poletto. Dopo l'inaugurazione della linea la «festa» della Fiat si è trasferita al nuovo Mirafiori Motor Centre. Un po' punto vendita, un po' luogo di eventi. Comunque un segnale importante per Torino: la Fiat è tornata in città. E questo ha certamente ridato speranza ai lavoratori che di Mirafiori sono il vero cuore pulsante.