Fiat scissione auto

di Roberto Tesi
LINGOTTO - L'assemblea approva lo spin-off. Marchionne: «Inizia una nuova era»
Fiat Auto ora balla da sola
L'azienda torinese si prepara a un futuro multinazionale
In inglese lo chimano spin off; in italiano scissione: significa che da una'unica società ne nascono due. È quello che ha approvato l'assemblea degli azionisti Fiat che ha dato il via a maggioranza (oltre l'80% i «sì») alla scissione del gruppo in due distinte società: da una parte ci sarà Fiat con il core business, il nocciolo duro, dell'auto (Fiat Group Automobiles, Ferrari, Maserati, Magneti Marelli, Teksid, Comau più la parte di Fiat Power Train - motori e cambi - che riguarda l'auto); dall'altra la nuova Fiat Industrial (in borsa il 3 gennaio) con Cnh e Iveco (macchine agricole e industriali) più la parte di Power Train che si occupa dei veicoli industriali e marini
Per John Elkann, giovane presidente della Fiat, quella di ieri è stata «un'assemblea storica». Incalza Sergio Marchionne (aministratore delegato del gruppo), «oggi portiamo le lancette avanti nel tempo». Poi aggiunge: «la nostra azienda, o meglio le nostre aziende potranno muoversi a una velocità notevolmente più rapida di quanto non abbiano mai fatto». In particolare, ha sottolineato l'ad, «è un grandissimo giorno per l'auto. Finalmente potrà decidere il proprio destino senza preoccuparsi delle conseguenze per Cnh. Deve avere la totale libertà di scegliere con chi andare avanti. Finalmente l'auto è libera dalle escavatrici e dai trattori».
La decisione dell'assemblea è stata presa in una giornata non certo felice per la Fiat. I dati delle vendite in Europa in luglio e agosto, segnalano una caduta nettamente superiore alla media, con una discesa della quota. La borsa non ha preso bene i dati sulle immatricolazioni e in mattinata il titolo perdeva oltre il 2,3%, per poi recuperare un po' nel pomeriggio.
Lo spin off non è nato ieri: da anni Marchionne ci stava lavorando. Un editoriale de il manifesto del 14 dicembre del 2007 - titolato «Marchionne si prende l'auto» - si dava con largo anticipo la notizia. D'altra parte già dal 2000 il settore auto era un divisione autonoma all'interno, però, di una conglomerata. L'impressione è che il salvatore della Fiat auto voglia dare via a un gruppo multinazionale (anche la Chrysler ne dovrebbe far parte) una public company, con una forte partecipazione del management (a iniziare da lui) senza più vincoli, andando a produrre dove è più conveniente. E anche la di più: l'operazione è stata fatta per sottrarre il controllo del settore auto alla famiglia, la cui quota dovrebbe scendere sotto il 10% del capitale e in questo modo gli eredi si metterebbero in tasca un bel po' di soldini e non avrebbero più l'incubo di ricapitalizzare l'azienda. Magari ricorrendo a trucchi come quello del prestito convertendo per non dover mettere mano al portafoglio.
Nel corso del'assemblea, Marchionne ha fatto sapere che dopo la scissione, entrambi i gruppi Fiat e Fiat industrial, «avranno piena autonomia finanziaria e potranno disporre di un livello di liquidità adeguato per ripagare i prestiti e per fare fronte alle necessità di gestione». Con la scissione, «l'indebitamento netto industriale risulterà ripartito in misura uguale tra Fiat e Fiat industrial» ed «entrambi i gruppi inizieranno ad operare con un indebitamento netto industriale pari a circa 2,5 miliardi». La ripartizione del debito in 1,227 mld per Fiat Industrial e 2,662 mld per Fiat spa si riferisce agli effetti della scissione sul debito di Fiat in quanto «legal entity».
A proposito delle prospettive future, Marchionne ha affermato che il primo aumento dal 20% al 25% di Fiat in Chrysler potrebbe arrivare già entro quest'anno (e la quotazione in borsa dopo la metà del 2011) e «sarà legato al lancio della 500». «L'obiettivo è arrivare al 35% entro il 2011 - ha spiegato. - Ci stiamo lavorando e la cosa più importante è raggiungere i target». Poi a riaffermato l'impegno per una grande Alfa».
Sull'ipotesi di una quotazione in Borsa della Ferrari, Marchionne ha risposto: «Se mi chiedete se sto preparando un progetto di quotazione per Maranello e se ce l'ho sulla mia scrivania, rispondo di no. Non escludo però niente». E in merito alle trattative in corso tra Fiat e il fondo sovrano di Abu Dhabi per il riacquisto del 5% di Ferrari, ha sostenuto: «Stiamo cercando di trovare una soluzione che dia la possibilità alla Fiat di ritornare al 90% della Ferrari, che è la nostra posizione storica».
Marchionne si è detto poi ottimista sulla possibilità che Federmeccanica e sindacati trovino un accordo per definire una disciplina specifica per il settore auto. E ha assicurato che il Lingotto lavorerà insieme con Confindustria e la federazione delle aziende metalmeccaniche per trovare una soluzione che eviti l'uscita della casa automobilistica torinese dal sistema confindustriale. «Sono incoraggiato da alcune cose viste negli scorsi 60 giorni e una volta chiusa la partita di Pomigliano, «parleremo dell'allocazione dei prodotti a Torino». Marchionne non ha mancato di criticare nuovamente le scelte «totalmente irrazionali» della Fiom, che si rifiuta di «allinearsi con le nostre proposte».

 

 

Marpionne

di ----

su Liberazione del 17/09/2010

 

L'ineffabile amministratore delegato della Fiat, parlando coi giornalisti al termine dell'assemblea degli azionisti ha voluto rispondere, visibilmente piccato, alla contestazione che gli è stata fatta dai lavoratori che nel frattempo presidiavano il Lingotto, quella di percepire un compenso di 400 volte superiore alla più bassa retribuzione erogata dal gruppo torinese ai suoi dipendenti. Non ci crederete, ma la replica è stata: «Vorrei sapere quante di queste persone sarebbero disposte a fare una vita come la mia, visto che non vado mai in ferie». E ancora: «quando sono arrivato qui alle sei e mezza non mi sono preoccupato se i miei diritti sono rispettati, sono andato a lavorare». Ci esimiamo dal commentare questa "moderna" riedizione dell'apologo con cui, nel 493 a.c., il console Menenio Agrippa si era rivolto alla plebe romana in sciopero per convincerla a desistere dalla lotta intrapresa. Ci limitiamo a rivolgere all'infaticabile Marchionne un'altra domanda: «Sarebbe disposto a lavorare a turni in Fiat per 1.200 euro al mese, senza alcun diritto e con la catena al collo?».

 

 

 

Fiat,Ok alla scissione dell'auto. E Marchionne deride gli operai

di Roberto Farneti

su Liberazione del 17/09/2010

 

Con la separazione dell'auto dal resto delle attività industriali (camion e trattori), sancita ieri dall'assemblea degli azionisti, la Fiat cambia natura. Da più grande impresa italiana a multinazionale del settore, con un unico obiettivo: competere sul mercato mondiale. Il che vuol dire: ricerca del massimo profitto senza più vincoli di appartenenza con il proprio paese di origine. Dal punto di vista societario, l'inevitabile approdo sarà la fusione con l'americana Chrysler. Con il probabile spostamento del baricentro decisionale a Detroit. Altro che «testa e cuore in Italia», come aveva garantito a più riprese nei mesi scorsi l'ex presidente Luca Cordero di Montezemolo, prima che John Elkann prendesse il suo posto.
Certo, il progetto Fabbrica Italia per il momento va avanti (gli investimenti su Pomigliano sono partiti, ha reso noto ieri l'amministratore delegato Sergio Marchionne). Il guaio però, oItre alla prevista chiusura di Termini Imerese e alle incognite sui modelli da assegnare a Mirafiori, è che non si riesce a capire quali prospettive possa avere un progetto industriale che si basa non sulla produzione nel nostro paese di modelli ad alto valore aggiunto bensì sull'economicità dei costi e aumenti di produttività ottenibili tramite l'introduzione nelle fabbriche italiane di condizioni di lavoro (vedi l'accordo per Pomigliano non siglato dalla Fiom) non lontane da quelle applicate dalla Fiat in Polonia e in Serbia.
Che Marchionne non abbia la benché minima idea della vita che fanno gli operai italiani, lo si capisce dalla sua autodifesa pronunciata al termine dell'assemblea degli azionisti. «Mi chiedono se sia giusto che io venga pagato 400 volte il salario più basso di questa azienda. Io vorrei sapere quante di queste persone sono disposte a fare questa vita qui. Domandi quando è l'ultima volta che sono andato in ferie e poi ne parliamo. ll problema è che si parla sempre di diritti e mai di doveri. Bisogna volere bene a questo Paese e rimboccarsi le maniche per lavorare. Io stamattina quando sono arrivato alle sei e mezza non mi sono preoccupato se i miei diritti erano stati rispettati, sono andato a lavorare».
Come stiano le cose la Fiom lo ha capito subito, da qui lo scontro con il manager. A farne le spese sono stati un operaio di Mirafiori, licenziato per una "e mail" spedita ai colleghi sgradita all'azienda, e tre operai di Melfi (Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli) licenziati dalla Fiat con l'accusa di boicottaggio dei macchinari durante uno sciopero e poi reintegrati dal giudice del lavoro, ma non ancora riammessi alle linee di montaggio. L'azienda si fa scudo infatti di una interpretazione parziale e palesemente arbitraria della sentenza emessa dal Tribunale di Melfi. A rimettere le cose a posto ci penserà il giudice in questione, che ha riconvocato le parti per il 21 settembre.
Nel frattempo i tre lavoratori, iscritti alla Fiom, continuano a chiedere giustizia. Lo hanno fatto anche ieri, scegliendo proprio la sede del ministero della Giustizia come tappa conclusiva della "marcia per il lavoro" intrapresa nei giorni scorsi in tutti gli stabilimenti Fiat del sud. «E' in atto un attacco contro i lavoratori e la democrazia senza precedenti», grida Barozzino. «Una sentenza - osserva Lamorte - non si può fermare davanti ai cancelli della Fiat». «Vogliamo tornare al più presto a lavorare», rimarca Pignatelli. Accanto a loro c'è il segretario generale della Fiom Maurizio Landini: «Continuiamo ad avere un'azienda nel Paese che all'interno degli stabilimenti - accusa Landini - non vuole applicare le sentenze. E' importante - aggiunge - che il ministro della Giustizia oltre che occuparsi di processo breve per il premier Berlusconi, si occupi di far applicare le sentenze».
Al presidio organizzato dalla Fiom Cgil e dalla Funzione Pubblica Cgil era presente - per Federazione della Sinistra - anche il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero: «E' inaccettabile - dice subito Ferrero - che la Fiat si comporti come uno Stato nello Stato. Non applica infatti le sentenze emesse da un tribunale, nè accoglie o risponde all'autorevole appello del Presidente della Repubblica. La Fiat è a questo punto nella piena illegalità». Ma in realtà la partita è più ampia e riassumibile nell'offensiva contro il contratto nazionale di lavoro e per modificare la Costituzione portata avanti dalla Confindustria e dal governo. «Proprio per questo - sottolinea Ferrero - è necessaria la più ampia partecipazione alla manifestazione nazionale del 16 ottobre, alla cui riuscita stiamo lavorando con tutte le nostre forze».

 

Fiat, padroni e barboni

di Loris Campetti

su il manifesto del 17/09/2010

 

«È un grandissimo giorno per l'auto». Fa impressione quest'inno alla gioia di Sergio Marchionne, cantato mentre le agenzie battevano lanci sul crollo del mercato dell'auto in Europa e sulla pesante perdita di quota dei marchi Fiat. Che c'è da festeggiare?
C'è che «Finalmente l'auto è libera dalle escavatrici e dai trattori». Come se bastasse lo spin-off votato ieri dagli azionisti del Lingotto per far tornare a correre le quattro ruote, quelle Fiat in particolare. Senza modelli nuovi, dove corri? A correre è solo la cassa integrazione, mentre fioccano i licenziamenti per rappresaglia.
La «liberazione» dell'auto dal resto della Fiat può essere letta in molti modi. Uno di questi è che, da decenni la famiglia Agnelli, proprietaria del pacchetto più robusto di azioni Fiat, nell'auto non vuol mettere una lira, è interessata solo alla finanza e ai dividendi. Dividendi puntualmente arrivati anche quest'anno, uno dei peggiori, così difficile che agli operai è stato cancellato il premio di risultato. Ma se la Famiglia non scuce un euro, i soldi vanno cercati altrove. Sui mercati finanziari. E in giro per il mondo dai governi disponibili ad aprire le borse per difendere e incentivare la produzione di auto: Usa, Polonia, Serbia. Meglio fabbricare dove a pagare è lo stato.
E in Italia? In Italia Marchionne fa lotta di classe per convincere qualche buontempone che la lotta di classe non c'è più.
CONTINUA|PAGINA4 Apre il fonte dei contratti, lavora alla distruzione della Fiom e cerca di convincere tutti che gli unici problemi della Fiat arrivano da Landini che pretende di discutere, contrattare, scioperare. Invece bisogna dare tutto, braccia, testa e diritti all'azienda se si vuole lavorare. Bisogna aumentare la produttività senza aprir bocca. Ma se le fabbriche sono più spesso chiuse che aperte, se la domanda crolla, se per almeno un anno non si avranno segni di vita dai mercati, se per i primi modelli Fiat bisognerà aspettare la fine del prossimo anno, che senso ha pretendere un'organizzazione del lavoro asfissiante, straordinari a gò-gò, abolire scioperi e mensa, cancellare la dignità di chi lavora? Il senso dell'offensiva di Marchionne è chiaro: se e quando ripartirà la domanda, e dunque la produzione, il sindacato dovrà essere stato tolto di mezzo, insieme ai diritti dei lavoratori. Il padrone deve riprendere in mano tutto il potere di comando per guidare la sua nave da guerra - e in guerra i marinai devono remare e anche sparare al nemico, mica riunirsi in assemblea - contro altre navi da guerra. Te la do io la lotta di classe, il Novecento è morto e sepolto.
Dite che esageriamo? Ascoltate allora le parole dell'ammiraglio - e magari in futuro anche armatore - Sergio Marchionne per rispondere a chi gli domanda se è giusto che lui guadagni 435 volte più di un suo operaio: «Intanto la relazione è sbagliata - spiega - perché bisogna fare il calcolo su un salario medio pagato dalla Fiat in tutte le parti del mondo». Va bene, conteggiamo anche gli operai serbi e polacchi. Prosegue Marchionne rivolto a chi lo contesta: «Io vorrei sapere quante di queste persone sono disposte a fare questa vita qui. Domandi quando è l'ultima volta che sono andato in ferie e poi ne parliamo... Si parla sempre di diritti e mai di doveri. Io stamattina quando sono arrivato alle sei e mezza non mi sono preoccupato se i miei diritti erano stati rispettati, sono andato a lavorare». I padroni piemontesi d'un tempo, che Marchionne sembra emulare, esprimevano lo stesso concetto ai loro schiavi con sole 4 parole: 'Ndé a travajé, barbun.