fiat 21 aprile 2010

EDITORIALE   |   di Loris Campetti
FIAT
Montezemolo al centro, operai in panchina
Luca Cordero di Montezemolo non è interessato a scendere in campo politico. Lo ha detto ieri ai giornalisti, annunciando il passaggio dello scettro Fiat dalle sue mani a quelle di John Elkann. Ha precisato che non resterà disoccupato: guiderà il suo gioiello, la Rossa di Maranello che è l'ammiraglia del «polo del lusso». Manterrà comunque un posto nel Cda Fiat, ci mancherebbe altro.
Dunque, niente politica? Vedremo. Non dipende dalla volontà di Montezemolo quanto da una serie di condizioni. Che oltre al polo del lusso l'ex presidente Fiat sia interessato al polo di centro è cosa nota. Soprattutto oggi, con lo smarcamento di Fini da Berlusconi e gli occhieggiamenti di altri frammenti centristi che recano nomi noti, come Fioroni o Rutelli. Tanto per farne altri, si potrebbero aggiungere Pisanu e magari il segretario della Cisl Bonanni. La lista potrebbe allungarsi, al centro c'è ancora tanto posto. La scelta futura di Montezemolo dipende dalla praticabilità del campo e, soprattutto, dall'indice di gradimento. In parole povere, dai sondaggi. Quelli che recentemente si è fatto fare non sarebbero entusiasmanti, ma ci sono due-tre anni di tempo per decidere, può succedere di tutto nei palazzi della politica italiana. Nel campo del centrodestra come come in quello dell'opposizione (si fa per dire).
È vero che se la politica si allontana sempre più dalle persone e dai loro problemi il voto operaio non è più una certezza per nessuno. Ma che le tute blu di Mirafiori, Termini Imerese, Melfi e Pomigliano entrino in fibrillazione all'ipotesi di poter votare per Montezemolo è altamente improbabile. Piuttosto, si interrogheranno sul futuro loro e degli stabilimenti italiani. I lavoratori si chiedono se e in che misura il cambio alla presidenza del Lingotto cambierà il loro incertissimo futuro. Difficile dare ora una risposta, ma se è vero che a guidare le scelte della Fiat, dal salvataggio allo sbarco americano, fino agli annunci di chiusura di stabilimenti, in questi anni non è stato Montezemolo ma l'irrefrenabile Sergio Marchionne, allora si può dire che per gli operai non cambierà molto. Potrebbero sempre chiedere un'opinione ai tifosi e ai giocatori della Juventus, o ai giornalisti della Stampa, che la presidenza di John Elkann l'hanno già sperimentata sulla propria pelle.
Sgombrato il campo dalla vexata quaestio della presidenza, resta il nodo del futuro della Fiat e di centinaia di migliaia di persone il cui lavoro è legato al Lingotto. Una questione ben più appassionante delle diaspore interne a una famiglia numerosa e litigiosa che da tempo, da almeno un paio di funerali, ha smesso di essere il faro del capitalismo italiano. Oggi a Torino, Marchionne presenterà il suo piano quinquennale, spiegando (speriamo) quanto di italiano e di lavoro resterà nella Fiat. Le cui azioni, ieri, sono schizzate alle stelle con l'annuncio del cambio al vertice. Ma quando mai gli interessi degli azionisti e quelli dei lavoratori sono andati d'amore e d'accordo?

 

di F. P.
Montezemolo exit, Elkann a capo Fiat
A sorpresa, il gruppo torinese cambia presidente. La borsa festeggia (il titolo va a +9,28), perché crede di più nello scorporo dell'auto. Oggi l'ad Marchionne annuncia i nuovi obiettivi della Fiat
Nel giorno del nuovo piano quinquennale, la Fiat cambia presidente, anticipando in maniera clamorosa quel che si preannuncia come una discontinuità nella storia del gruppo torinese. Luca Cordero di Montezemolo molla il volante dopo sette anni per lasciarlo a John Elkann, vicepresidente ed erede designato della famiglia. Una decisione presa «non molto tempo fa», così viene raccontata (e così altre indiscrezioni ce la confermano), comunque «annunciata» da almeno due anni. Oggi la parola passa all'amministratore delegato Sergio Marchionne che al Lingotto spiegherà gli obiettivi del gruppo, allargato alla Chrysler di cui Fiat detiene il 20 per cento, il 35 entro due anni.
Ma ieri a sorpresa è stato il giorno di Montezemolo. «Oggi l'azienda è risanata, non c'è più un'azienda vicino alla bancarotta, il mio lavoro è finito», ha detto il presidente uscente. La borsa ha festeggiato alle prime indiscrezioni sul cambio di stagione ai vertici torinesi, portando il titolo in chiusura (cioè dopo la conferma ufficiale) a uno stellare +9,28% con 10,42 per azione. La borsa e gli analisti non ce l'hanno con Montezemolo, che ha ringraziato tutti e precisato che si terrà ben stretta la Ferrari e un posto nel consiglio di amministrazione del gruppo, né hanno amorosi sensi verso il giovane Elkann. Piuttosto credono che adesso il piano di scorporo del settore auto si possa avvicinare, con gli Agnelli pronti a diluire le proprie quote in una nuova società auto con Chrysler e probabilmente con un altro marchio, da cercare dopo il no di Opel dell'anno scorso.
Montezemolo lascia dopo sei anni, spiegando che è finito il suo ruolo «da traghettatore». Nel 2004 muore Umberto Agnelli e lui viene indicato quale nuovo presidente e soprattutto garante di una famiglia in fortissima difficoltà, fra disastri economici avvenuti sotto la loro gestione e la morte dei fratelli Gianni e Umberto Agnelli nel giro di un anno. Al fianco di Montezemolo viene nominato amministratore delegato un otusider, Sergio Marchionne. La situazione è drammatica: il gruppo sta affondando sotto una montagna di debiti e l'auto viene data per spacciata. Montezemolo e Marchionne salvano la Fiat e con essa migliaia di posti di lavoro, anche se l'attore protagonista del risanamento è Marchionne. Il quale l'anno scorso fa un altro miracolo, riuscendo a convincere addirittura la Casa Bianca che il miglior partner per risollevare le sorti della Chrysler in bancarotta è proprio l'italiana Fiat.
Montezemolo lascia salutando tutti e dicendo di essere d'accordo su tutto, dallo spin off all'operato del suo amministratore delegato fino al piano che verrà presentato oggi. Un piano che dovrebbe disegnare un gruppo nato italiano sempre più internazionale, con rischi maggiori per i siti industriali nel paese e per chi ci lavora ancora, a fronte di un allargamento internazionale delle attività della Fiat. Non solo per i mercati in crescita da conquistare, ma per lo sviluppo di una più larga base industriale altrove. Insomma, Marchionne oggi dovrebbe dire o far capire se la Fiat sarà magari italiana nel cuore, ma americana nella testa e nel portafoglio.
Elkann ovviamente si è detto orgoglioso di assumere la presidenza, di pensare con commozione a suo nonno Gianni e di volere ancora più familiari nell'accomandita che controlla il gruppo e di cui prenderà la presidenza in maggio. Con questa poltrona, Elkann cumulerà cinque massime cariche nel gruppo, tra cui le tre di controllo: presidente di Fiat, di Exor (la cassaforte), dell'accomandita, di Itadi e dell'editrice la Stampa.
Montezemolo ha detto di tutto, compreso che non scenderà in politica. Alle ultime elezioni regionali, l'associazione Italiafutura di cui è animatore aveva lanciato l'idea dell'astensionismo quale giusta scelta, un proposito che non si addice a chi vuole correre per vincere. L'area di riferimento di Montezemolo resta comunque quella di un grande centro, alternativo al governo Berlusconi. Adesso che è più libero da impegni Fiat, sarà più facile vederlo in altre situazioni, come il prossimo 28 aprile all'auditorium di Roma insieme al presidente della camera Gianfranco Fini a commentare uno studio della Luiss sulla classe dirigente del paese.

 

di Francesco Paternò
ELKANN/RITRATTO
Torna la famiglia, ma sarà un'altra stagione
Le due o tre cose che si sanno di lui dicono pochissimo. A 34 anni compiuti lo scorso primo aprile, il nuovo presidente del gruppo Fiat John Elkann ha colto quasi sempre l'occasione per tacere. Il che per qualcuno è un limite, per altri un segno di intelligenza. In comune con il suo predecessore Luca Cordero di Montezemolo ha soltanto la predisposizione a diventare presidente di qualcosa: entro maggio avrà cinque presidenze, più svariate vicepresidenze e posti di consigliere in altrettanti consigli di amministrazione. Le peggiori, visti i risultati, quella della Juventus e dell'editrice La Stampa. Al contrario di Montezemolo, John detto Jaki nato a New York e studi a Parigi (tanto che con il più noto fratello Lapo parla quasi sempre in francese) non è personaggio pubblico e di relazioni, né è interessato alla politica. Al posto dei motori predilige la vela ed è uomo di finanza, caratteristica che insieme alla sua cultura anglosassone prevalente lo rende molto in sintonia con l'altro «americano» di Torino, l'amministratore delegato Sergio Marchionne.
Pur non portando il cognome Agnelli (figlio di Margherita Agnelli e Alain Elkann), rappresenta la famiglia proprietaria del gruppo e ne è l'erede dal lontano 1997, designato dal nonno Gianni (di cui ha autorizzato una biografia in via di pubblicazione, firmata da una giornalista dell'Economist) dopo la morte improvvisa per cancro di Giovannino, figlio di Umberto. La famiglia più ristretta di John sono la moglie Lavinia, due figli piccoli Leone e Oceano cui ama dedicare tempo e soprattutto un fratello come Lapo, estromesso dall'azienda dopo che nell'ottobre del 2005 ha rischiato di morire per una overdose. Chissà se ora Lapo ritroverà un posto al Lingotto, considerando anche che è lui il vero appassionato di automobili e di marketing. Un timido tentativo c'è stato nel 2007: a Lapo avevano lasciato una porta aperta per il lancio della nuova 500, ma troppe idee diverse e la cosa finì lì.
Con John, la famiglia torna al potere dopo la morte di Umberto Agnelli nel 2004. La sua dovrebbe essere tuttavia una gestione familiare completamente diversa sia rispetto a quella della storia Fiat, sia rispetto a quelle delle altre famiglie al comando di gruppi automobilistici come i Ford, i Peugeot e i Quandt (Bmw). D'intesa con Marchionne, John è favorevole a uno scorporo dell'auto dal gruppo, operazione sospesa l'anno scorso perché all'acquisizione del controllo della Chrysler non è seguita la conquista della Opel. L'operazione prevedrebbe una diluizione delle quote con gli Agnelli in minoranza, e i mercati l'attendono.
In un'ottica di auto di famiglia, il tandem Elkann-Marchionne assomiglia molto a quello Ford-Mulally. Dove il profilo dell'amministratore delegato è dominante, anche se Bill Ford non ha intenzione di mollare nemmeno un'azione. Diversa la situazione dei Peugeot e dei Quandt, che finora hanno dato meno carta bianca ai loro manager. John appartiene però a un'altra generazione rispetto ai 53 anni di Bill Ford o ai 54 di Thierry Peugeot. Conviene non dimenticarlo.

 

  • OGGI IL PIANO
    La Fiom manifesta col sit-in
    Oggi a Torino la presentazione del nuovo piano Fiat, e la Fiom conferma che manifesterà, nelle stesse ore, davanti alla sede Fiat di Via Nizza 250 del capoluogo piemontese. Al presidio parteciperanno i dipendenti del gruppo torinese delle auto. Alle 10,15 è prevista una conferenza stampa del segretario generale Gianni Rinaldini, con testimonianze e interventi dei lavoratori. Sui cambi di vertice decisi ieri, Rinaldini commenta: «Bisognerà vedere se lo scorporo sarà solo del comparto auto o di tutto il resto. Ma è chiaro che in prospettiva la Fiat ha un problema, avendo ora due società, una con la Chrysler e una con auto Fiat. Se l'affare con Chrysler va in porto, modifiche dell'assetto societario sono necessarie». Secondo la Cgil, la Fiat deve mantenere la più ampia produzione dei nuovi modelli in Italia: in questo quadro «è importante e positiva la decisione di spostare la produzione della Panda a Pomigliano», dice la segretaria confederale Susanna Camusso.
  • FIAT 2010-2014
    Investimenti e modelli. Ma quanti tagli?
    Al Lingotto, l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne spiegherà oggi nei dettagli il piano di rilancio della Fiat 2010-2014, un piano quinquennale come ai tempi dei Soviet. I numeri più preoccupanti che sono circolati nelle scorse settimane riguardano i tagli all'occupazione che il piano prevedrebbe per gli stabilimenti italiani: si è parlato di 5.000 licenziamenti, che coinvolgerebbero anche Mirafiori. Da punto di vista automobilistico, l'obiettivo già dichiarato da Marchionne è di arrivare al 2014 con 5,5 milioni di auto da produrre all'anno, insieme a Chrysler. Nel 2009, è bene ricordarlo, la Fiat da sola ha venduto 2,3 milioni di macchine, la Chrysler soltanto 1,3, un anno comunque terribile non solo per il marchio americano ma per l'intero mercato nordamericano. I nuovi modelli in arrivo sarebbero 16, e i mercati sui quali il gruppo sarà presente con un occhio particolare saranno la Russia, Cina, Brasile e Nord America. In Italia, con i 700 mln di investimento già ipotizzati per lo stabilimento di Pomigliano (dove sarà portata la linea della Panda, trasferita dalla Polonia) l'aspettativa è quella di incrementare comunque la produzione, nonostante l'annunciata, e confermata, chiusura di Termini Imerese entro la fine del 2011. Secondo la rivista Automotive News, la Fiat porterà la nuova 500 quattro porte cabrolet anche negli Usa dopo il lancio in Europa. Sempre secondo queste indiscrzioni, la Fiat non ha ancora deciso quanti concessionari Chrysler venderanno nel 2011 il nuovo modello.

New Deal del Gruppo Fiat
Spin off entro sei mesi

Svelato il piano: 34 nuovi modelli in 5 anni. Così il colosso del Lingotto conta di arrivare a produrre sei milioni di auto l'anno entro il 2014 di VINCENZO BORGOMEO


L'attesa è finita. Oggi Marchionne ha sollevato il coperchio sullo spin off, sulle strategie di produzione e sui modelli futuri del Gruppo Fiat. E ne è uscito davvero un New Deal, un panorama straordinario che parte proprio dal prodotto con 34 nuovi modelli da lanciare nei prossimi 5 anni in Europa. A tutto questo, come se non bastasse, si aggiungeranno anche 17 restyling. Di questi 2/3 saranno realizzati da Fiat e un terzo da Chrysler.

Insomma una potenza di fuoco mai vista prima che dovrebbe portare (e che sicuramente "porterà"  perché è la stessa ricetta usata per traghettare la Fiat fuori dalla crisi...) risultati straordinari. Ossia arrivare a produrre, entro il 2014 qualcosa come sei milioni di auto. Un numero pazzesco, ma che Marchionne minimizza: "Il minimo richiesto per essere un global player competitivo". Auguri.

"Tra gli elementi fondamentali perchè il piano abbia successo - ha poi spiegato subito Marchionne - il primo riguarda la flessibilità. Dobbiamo ridefinire accordi a livello sindacale che non sono più adeguati. Queste sono occasioni che capitano una volta sola nella vita".

A proposito di sindacati, oggi è stata svelata anche la strategia per quanto riguarda le fabbriche. Ed ora è ufficiale che lo stabilimento di Mirafiori è destinato a produrre fino a 170 mila vetture l'anno, piccole e compatte, mentre Pomigliano d'Arco, attivo nel segmento mini, supererà le 250mila. In totale 1,6 milioni di vetture entro il 2014 tra tutti e sette gli stabilimenti italiani.

Già da questo si scopre che Fiat punta molto sull'Italia dove - sempre entro il 2014 - investirà circa 26 miliardi, due terzi del totale. L'obiettivo dichiarato è infatti arrivare a produrre da noi 1,4 milioni di auto cui vanno aggiunti 250mila veicoli commerciali. Il 65% di queste vetture è destinato all'export. Per raggiungere questi obiettivi si prevedono 18 turni settimanali, rigorosa riduzione dei costi, il perseguimento del World Class Manufacturing, maggiore flessibilità.


Per il 2014, inoltre, l'obiettivo di Fiat è arrivare a un totale di 3,8 milioni di vetture prodotte, passando per un calo a quota 2 milioni quest'anno e poi una risalita costante. Come verrà divisa la produzione fra i marchi? 2,2 milioni di Fiat, 0,5 milioni di Alfa, 0,3 milioni di Lancia, 0,5 milioni di veicoli commerciali; 0,1 milioni di Jeep e 200mila di contract manufacturing.

Ma l'altro colpo di scena di oggi, presentato proprio alla fine della presentazione, è l'annuncio dello Spin off, lo scorporo delle attività auto di Fiat che avverrà "nel giro sei mesi". Sergio Marchionne, insomma, ha spiegato che "inizierà una nuova storia della Fiat, con due aziende dotate di massima autonomia per svilupparsi". Il settore auto sarà così staccato definitivamente dal resto delle attività del gruppo e la nuova società si chiamerà 'Fiat Industrial' e sarà quotata entro l'anno. "Non c'è più ragione - ha concluso Marchionne - di tenere insieme una struttura esistente, che non ha scopo d'essere per come è adesso la situazione. C'è la partnership con Chrysler ed esiste una massa critica sufficiente. Così abbiamo deciso di scorporare Iveco, Cnh e i motori e cambi di Fpt dall'auto".

Nascono quindi due aziende separate, ognuna con la sua autonomia, anche se ovviamente rimarranno le sinergie a livello di acquisti, fornitori e world class manufacturing. Come dicevamo, per la Fiat è davvero il New Deal.


Ecco, marca per marca, un riassunto dei nuovi modelli in arrivo. Un ruolino di marcia ricavato direttamente dalle dichiarazioni di Marchionne e non dalle solite indiscrezioni.
Fiat - Il piano parla di dieci nuovi modelli e il restyling di altri sei. L'anno prossimo ci sarà il lancio della futura Panda "un modello chiave per mantenere la leadership nel segmento mini in Europa", ha spiegato Marchionne. Nel 2012 arriverà un nuovo modello per il segmento B (che sarà esportato negli Usa) e saranno sottoposte a 'refresh' sia la Cinquecento che la Cinquecento convertibile.
Nel 2013 sarà presentata una nuova city-car e la Punto Evo, lanciata lo scorso settembre, sarà sostituita da una nuova versione.
Lancia - "Il marchio Lancia avrà le maggiori ricadute dall'alleanza con Chrysler", ha sostenuto l'amministratore delegato del Lingotto. "Le due gamme di prodotto saranno completamente integrate. Il piano - sono sempre parole di Marchionne - prevede il lancio di otto nuovi prodotti, di cui sei basati su modelli di alta gamma Chrysler ed uno sarà un refresh". Tra le novità maggiori c'è la nuova Ypsilon cinque porte che arriverà nel 2011 e una berlina e una compatta che saranno presentate l'anno successivo.
Alfa Romeo - Sette invece i nuovi modelli Alfa Romeo: alla Giulietta, che arriverà nelle concessionarie a maggio, si affiancheranno a partire dal 2012 la Giulia berlina e quella station wagon, che saranno commercializzate anche negli Usa, in Canada e in Messico. Alfa si espanderà anche nel segmento 'suv', nel 2012 con un modello di medie dimensioni e due anni dopo con una versione più grande. Entrambi saranno prodotti da Chrysler e saranno commercializzati anche nel Nafta. La Mito sarà poi rivista nel 2012 e nel 2013 sarà prodotta (e venduta anche in Usa) una versione a cinque porte.
Tra le novità degli altri marchi del Gruppo ci sono tre nuovi modelli della Jeep in Europa e altri cinque veicoli commerciali della
Veicoli commerciali - "Per le autovetture - ha detto Marchionne - e i veicoli commerciali leggeri, tra nuovi modelli e refresh. stiamo parlando di un totale di 51 prodotti per un periodo di cinque anni". "Il piano prodotto rappresenta un significativo impegno ad investire - ha sottolineato - per assicurare alla nostra clientela scelta, qualità e tecnologia d'avanguardia".

Marchionne: «Nel 2014 produrremo 1,4 milioni di vetture. Ma Termini chiude»

di Roberto Farneti

su Liberazione del 22/04/2010

Una Fiat con il “cuore” in Italia - sentimentalmente parlando - ma con il baricentro produttivo all’estero e con il proprio quartier generale a Detroit, negli Stati Uniti, all’indomani della scontata fusione con Chrysler. E’ questo il percorso per il settore auto disegnato dal piano industriale 2010-2014 illustrato ieri a Torino dall’amministratore delegato Sergio Marchionne

La conferma dell’annunciato “spin off” «nel giro di sei mesi» - vale a dire lo scorporo di Fiat Auto dal resto del gruppo - e la promozione a presidente del giovane rampollo della famiglia Agnelli, John Elkann, fanno parte di questa strategia. Come spiegava ieri il Financial Times, anche se «Fiat Auto probabilmente resterà uno degli investimenti fondamentali di Exor, l’obiettivo logico di Elkann deve essere quello di far crescere anche gli altri investimenti» della holding di famiglia. Marchionne avrà così mano libera per dedicarsi alla nuova società che nascerà dalle nozze con Chrysler, di cui probabilmente la Fiat assumerà il controllo. Quanto a Luca di Montezemolo, rimarrà nel cda e manterrà la carica di presidente della Ferrari. In attesa che maturino le condizioni per un eventuale ingresso in politica che lui ha, per ora, escluso.

Comunque sia, di che cosa intenda fare Montezemolo “da grande” ai lavoratori, compresi quelli che ieri hanno dato vita insieme alla Fiom a un presidio davanti alla sede del Lingotto, interessa poco, per non dire nulla. Quello che a loro preme - e che dovrebbe premere anche al governo - è che in Italia si continuino a produrre almeno le auto necessarie per soddisfare il mercato interno. Proprio su questo versante è giunta ieri dal Lingotto la novità più clamorosa. A differenza di quanto affermato nel dicembre scorso a Palazzo Chigi, Marchionne ha infatti reso noto agli analisti finanziari che gli impianti italiani della Fiat nel 2014 produrranno 1,4 milioni di vetture - e non 900mila - con un migliore utilizzo della capacità produttiva dei cinque stabilimenti distribuiti sul territorio nazionale. Il 65% delle auto sarà destinato per le esportazioni, a fronte del 40% del 2009.

Nello specifico l’ad ha detto che Mirafiori si dedicherà alla produzione di vetture piccole e compatte per un totale di circa 350mila vetture, Cassino (compatte) nello stesso periodo quadruplicherà i volumi a 450mila unità come Melfi (piccole cilindrate), Pomigliano (vetture mini) 300mila unità, mentre lo stabilimento Sevel di Termoli raggiungerà una produzione di 240mila veicoli leggeri.
Il gruppo Fiat lancerà nei prossimi 5 anni in Europa 34 nuovi modelli e in Italia saranno investiti 30 miliardi. «Non ci sarà alcun taglio, ma anzi incremento degli organici», ha sottolineato Marchionne. Peccato che questa nobile affermazione cozzi contro la realtà della ribadita chiusura di Termini Imerese a fine 2011. Per lo stabilimento siciliano il governo da mesi è alla ricerca di soluzioni alternative, sulla base delle manifestazione di interesse fin qui pervenute e di quelle che potrebbero arrivare dall’estero. Sta di fatto che, al momento, i 1500 operai di Termini non sanno ancora che fine faranno.

L’ad di Fiat ha poi spiegato che il successo di questo piano industriale è legato alla flessibilità della forza lavoro e dei dirigenti. «E’ un elemento indispensabile - ha sottolineato - perchè gli stabilimenti possono funzionare solo se lavorano a piena capacità». Di conseguenza si rende necessario «ridefinire gli accordi con i sindacati, perchè quelli in vigore non sono più adeguati alla realtà attuale». E agli analisti che gli chiedevano se, a suo parere, sindacati e governo avrebbero condiviso il piano per l’Italia, il supermanager ha ammonito minaccioso che «è già pronto un piano B, e vi assicuro che non è un piano molto bello».

Marchionne ha anche annunciato che il gruppo Fiat scorporerà pure le attività di Iveco (automezzi industriali), Cnh (macchine agricole) e parte di Powertrain (motori) in una società che si chiamerà Fiat Industrial. Anche qui la domanda è la stessa: che conseguenze ci saranno per i lavoratori? Un indizio al riguardo lo ha fornito l’ad di Iveco, Paolo Monferino, il quale ha svelato che attorno al 2013 verrà lanciato sul mercato un nuovo autocarro medio a cabina avanzata denominato Leoncino, presentato come erede del vecchio Om Leoncino lanciato nel 1950 e che ebbe un grande successo. Una operazione “revival” con un dettaglio non da poco: il Leoncino, infatti, arriverà dalla Cina.

Marchionne: due Fiat e un solo cervello

di Loris Campetti

su il manifesto del 22/04/2010

 

L'ottimismo della volontà deve sconfiggere il pessimismo della ragione. Comincia così, con una citazione che rimanda ad Antonio Gramsci, la lunga giornata di Sergio Marchionne per annunciare alla stampa e agli analisti di mezzo mondo il miracolo dei pani e dei pesci. Ci eravamo abituati a fare i conti con una Fiat e adesso dovremo imparare a convivere con due. Attenti però, ci vogliono condizioni speciali perché i miracoli riescano. Il primo è riuscire ad archiviare la crisi economica e il crollo della domanda, il secondo è l'assoluta disponibilità dei sindacati ad accettare il piano quinquennale di Marchionne, prendere o lasciare. Prendere significa buttare nel cestino il sistema di accordi esistente e mettersi a disposizione, anzi ai remi della barca comune con spirito collaborativo e flessibilità. Basta rigidità sui turni di lavoro, sugli straordinari, sui sabati e le domeniche: gli impianti devono girare al massimo per ammortizzare i costi, e se il mercato ordina - ammesso che tornerà a ordinare - bisogna scattare senza se e senza ma. Verrebbe da dire senza regole. E se i sindacati cercheranno di portarla per le lunghe rivendicando chissà quali vecchi diritti e accordi, nessun problema: la Fiat andrà a produrre altrove, in paesi come gli Usa, la Russia, il Messico, la Serbia. Paesi in cui i sindacati sono ragionevoli e i governi pronti a fornire sgravi e agevolazioni.
Nasce così, con un avvertimento secco ai sindacati, il nuovo corso Fiat. Le novità sono molte, a partire dal nuovo presidente John Elkann al posto del ferrarista Montezemolo, seguitando con la tanto attesa (e invocata dalle borse) decisione dello scorporo. In una società, quella attuale che Marchionne chiama New Fiat, resterà tutto quel che ha a che fare con l'automobile, comprese Maserati, Ferrari, Comau, Teksid e motoristica legata all'auto (PowerTrain). Il resto (Cnh, Iveco e una fetta di PowerTrain) andrà a costituire una nuova società che verrà quotata in Borsa entro novembre di quest'anno e si chiamerà Fiat Industrial.
Ma il vero miracolo di Marchionne non è tanto il raddoppio del Lingotto quanto piuttosto i progetti da qui al 2014. 3, 8 milioni di vetture prodotte dalla Fiat, di cui 1,4-1,6 milioni in Italia (un milione destinato all'esportazione) contro le attuali 650 mila. A questo numero «ottimistico» se ne aggiunge un altro, 2,2 milioni di vetture Chrysler costruite nel Nuovo mondo per un totale di 6 milioni di vetture scodellate annualmente da tutto il gruppo. Il fatto di dividere l'auto dal resto della Fiat dovrebbe consentire una maggiore facilità di movimento e, soprattutto, nuove alleanze. Se tutte queste biglie andranno in buca, ha detto Marchionne, si sarà costruita una società automobilistica che non avrà più paura di nessun concorrente a livello globale. Quando il 20% di proprietà della Chrysler comincerà a riacquistare valore, quando quel 20% sarà diventato il 35%, allora si potrà pensare a nuovi passi e a nuove sfide.
Un po' gramsciano e un po' padronale, Marchionne. Fa tutti i numeri delle vetture e dei modelli - 34 nuovi in cinque anni - ma non ne fa uno sull'occupazione. Dice di non prevedere esuberi ma nuove opportunità di lavoro. E questo, ripete, dipende dalla disponibilità dei sindacati. Sennò altro che Fabbrica Italia, altro che concentrare nel nostro paese gli investimenti. Il mondo è grande e fuori dall'Italia tutti, secondo il mago del Lingotto, sono pronti a ospitare investimenti, fabbriche, lavoro, straordinari. A una nostra domanda sul governo italiano, Marchionne ha ribadito che la Fiat non chiede un soldo a Palazzo Chigi. E si limita a ripetere che altri paesi hanno fatto politiche diverse da quella del nostro governo, che non a caso non riesce ad attrarre capitali dall'estero. Chi vuole intendere intenda.
Dopo sei ore di faticosa e dettagliatissima relazione agli analisti e dopo un'ora di conferenza stampa la giornata di Marchionne è continuata con l'incontro con i segretari dei sindacati metalmeccanici, troppo tardi per darne conto su queste pagine. Un incontro che sembrava preoccupare l'amministratore delegato Fiat più degli analisti. Come se il miracolo dipendesse non tanto dalla ripresa del mercato e dalla capacità della Fiat di giocarci le sue carte con successo, quanto dalla disponibilità sindacale a concedere i 18 turni settimanali, gli straordinari, la flessibilità.
Sicuramente a Marchionne i sindacalisti avranno chiesti lumi sul futuro degli stabilimenti italiani. Non basta dire che aumenteranno la produzione, bisognerebbe aggiungere con quali modelli nuovi. E' quel che si chiedono operai e sindacati a Mirafiori, la fabbrica più sottoutilizzata della Fiat, e ieri se lo sono chiesto per tutto il giorno con un vivace presidio di fronte alla palazzina del Lingotto. Di altre fabbriche, come quella di Termini Imerese, Marchionne invece neanche parla più: storia finita, punto e a capo, e a casa in duemila, entro il prossimo anno.
Due Fiat, dunque, ma un solo cervello. Sergio Marchionne ha in mano il timone, è un navigatore preparato e sicuramente coraggioso. Se vuole tutto il potere dalla famiglia Agnelli, cosa da far impallidire persino il vecchio ragionier Valletta al tempo in cui Gianni Agnelli era ancora un giovane piuttosto scapestrato, figuriamoci se ha tempo da perdere a trattare con i sindacati.
Questa è la Fabbrica Italia, queste le nuove Fiat. Prendere o lasciare.

«Senza l'accordo sui turni salta l'investimento a Pomigliano». La Fiom: no ai ricatti
Piano Fiat, Marchionne
sfida i sindacati

Roberto Farneti
Fino a che non verrà chiuso l'accordo per far lavorare gli operai di Pomigliano d'Arco (Napoli) anche il sabato notte, l'investimento da 700 milioni di euro previsto per questo stabilimento «non parte». A dispetto del pullover informale che sovente indossa, Sergio Marchionne dimostra la stessa arroganza dei padroni in giacca e cravatta. L'amministratore delegato della Fiat lancia il suo avvertimento - rivolto soprattutto alla Cgil - subito dopo avere incassato il via libera del governo al nuovo piano industriale presentato il giorno prima agli analisti finanziari. Parole che fanno il paio con la minaccia di ricorrere a un diabolico "Piano B", già pronto e molto più duro per i lavoratori, nel caso qualche "incontentabile" provi a mettersi di traverso.
Il piano A, invece, prevede il raddoppio della produzione di auto, da 650mila vetture a 1,4 milioni, entro il 2014. La strada che la Fiat indica per realizzare questo obiettivo è l'aumento della produttività degli impianti. Come? Con la flessibilità del lavoro. D'altra parte cosa vogliono di più questi sindacati? «Anche se ci vorranno cinque anni per spenderli, faremo più o meno venti miliardi di investimenti: direi che si possono accontentare», chiosa Marchionne. E Termini Imerese? «Discorso chiuso», taglia corto il manager.
Per Scajola il bicchiere è mezzo pieno. Secondo il ministro, il piano del Lingotto conferma la centralità dell'Italia (tranne la Sicilia...) e quindi ora è necessario che parta il confronto con le parti sociali. Il primo sì "a scatola chiusa" Marchionne lo incassa, manco a dirlo, dalla Cisl: «A Pomigliano Marchionne può investire sicuro perchè noi siamo pronti all'accordo che sarà anche per noi l'occasione per stabilizzare l'occupazione e per far crescere il salario», dichiara Raffaele Bonanni.
Ben diverso l'approccio della Fiom. «Siamo pronti a fare un negoziato con la Fiat - chiarisce Gianni Rinaldini - ma non accetteremo qualsiasi cosa. Marchionne non può pensare che il sindacato non esista, il diritto di sciopero non può essere eliminato». Quanto al raddoppio della produzione di auto in Italia nel 2014, «è un elemento positivo - ammette il leader della Fiom - ma la crescita inizia nel 2012, mentre per ora ci sarà cassa integrazione in gran parte degli stabilimenti. Quindi si ripropone il problema dell'estensione e durata della cassa e delle forme di integrazione del reddito».
La Fiom intende affrontare questo passaggio delicato con una campagna di assemblee nelle fabbriche Fiat per informare le tute blu su quanto detto da Marchionne perchè «in questa fase - spiega Rinaldini - il rapporto con i lavoratori e la democrazia sono fattori decisivi». Soprattutto in situazioni dove la voglia di lottare si può rivelare fiaccata da mesi e mesi di cassa integrazione.
E tuttavia le prime voci raccolte ieri tra le tute blu di Pomigliano, al penultimo giorno di lavoro prima dell'ennesimo stop, fanno pensare che l'esito di questa vertenza non sia per nulla scontato. «Il piano è sicuramente positivo per noi operai - spiega Gennaro Liguori, 36 anni - e speriamo che ci riporti alla ribalta delle produzioni di eccellenza, come è stato in passato. Ma crediamo anche che i sindacati possano trovare margini di trattativa sulla flessibilità chiesta dall'azienda, e per far ottenere ai lavoratori qualche incentivo salariale in più».
Meno diplomatico Giuseppe Di Lorenzo, 29 anni: «Quello illustrato da Marchionne - afferma - è un piano capestro, in quanto o accettiamo quello che viene posto sul tavolo, o torniamo tutti a casa. Ci sembra che ad essere tutelati, al momento, non siano gli interessi dei lavoratori, ma solo quelli dell'azienda».
Da Napoli a Torino, la musica non cambia: «Marchionne ha parlato di numeri, di macchine, di soldi, ma non di persone - dice Loretta Di Gioia, da 32 anni alle Carrozzerie -. Ci chiede i 18 turni, ma noi non siamo abituati a farli e non siamo disposti a lavorare di più perchè abbiamo una famiglia a cui badare. Ma il mondo cambia, forse ci dovremo adeguare».
Di adeguarsi Ciro non ne ha nessuna voglia: «Abbiamo 50 anni di età media a Mirafiori - spiega - siamo pieni di acciacchi, come facciamo a lavorare di notte? Io lavoro in linea da quando avevo 14 anni e adesso il fisico non mi permette più di fare sforzi. Vogliono i 18 turni? Assumano i giovani al posto nostro».


23/04/2010 liberazione