Destra e Sinistra

Negli anni sessanta gli insegnanti erano a destra (cattolici, moderati qualunquisti, vecchi liberali) e gli studenti a sinistra. Oggi, si dice, quegli studenti sono diventati insegnanti, sono rimasti abbastanza a sinistra e gli studenti si collocano, mediamente, alla loro destra. Ora, l'insegnamento della storia è una scuola di relativismo. Si spiega ai ragazzi che relative sono le categorie storiografiche, relative le interpretazioni del passato e del presente, relativi i valori. Figuriamoci le collocazioni politiche. Danton stava a sinistra, ma l'arrivo di Robespierre l'ha collocato un po' più a destra e Roux avrebbe fatto slittare un po' più a destra Robespierre se quest'ultimo, per questo e altri motivi, non gli avesse fatto tagliare la testa. Per non dire poi della storia sovietica e di quel campione di opportunismo che fu Stalin che da destra adottò i programmi della sinistra e poi da sinistra eliminò la destra e poi di nuovo il contrario di prima. L'Italia incredibilmente sembra un po' meno confusa. Se dico che Cavour era un liberale moderato ci si capisce al volo, pur con tutti i liberali e tutti i moderati che sono passati sotto i ponti. E Zanone e Spadolini lasciano Cavour dov'è, almeno dal punto di vista della stretta "collocazione". Ma se osserviamo la storia della sinistra nazionale sorgono non pochi problemi. Dove mettiamo Turati? E dove Berlinguer (Enrico) che oggi è di sinistra per tutti ma allora era di sinistra solo per i suoi amici e per gli avversari di destra? Tra i due schieramenti, insomma, rispetto alla collocazione spaziale c'è un atteggiamento differente. Quelli di destra non hanno mai detto a uno dei loro "sei troppo a sinistra", usandolo come un insulto, né fanno a gara per scavalcarsi, come da ragazzini quando si salta sulla schiena e ci si sposta un po' più in là, più a destra dei loro sodali. A sinistra sì, è tutto un collocarsi e un ricollocarsi, tutto un definire il proprio territorio secondo una logica spaziale. Il celebre detto morettiano ("D'Alema, dicci qualcosa di sinistra) non avrebbe senso a destra con uno Sgarbi che invoca Fini ("ti prego, di' qualcosa di destra"). Perché questa differenza tra i due schieramenti? Provo a parlarne con i miei studenti, ad analizzare la questione, prendendola in modo scherzoso, ma il coinvolgimento è fiacco. Si ha l'impressione che neppure capiscano il senso della mia domanda e forse è proprio questo il motivo della collocazione a destra di molti studenti: a destra si sta, senza tanti problemi, a sinistra ci si colloca spingendo un po' con il gomito e facendo ben attenzione a chi si ha da un lato e dall'altro. Dunque, continuando il nostro ragionamento, tutta la questione può essere ricondotta a un problema di identità, di bandiera. A sinistra paradossalmente si è più ancorati alle radici politiche, alle provenienze, alle parrocchie ideologiche. A destra, politicamente si è molto più pragmatici e l'identità personale la si gioca, anche duramente, su terreni in gran parte depoliticizzati come la famiglia, le parrocchie (quelle vere), la Padania, il Rotary, mentre la politica la si subordina disincantamente alle questioni di soldi e d'affari. Solo a sinistra sorgono certe questioni. Qualcuno si è mai chiesto se Reagan era veramente di destra? No. Era di destra, punto e basta. E se Clinton era veramente di sinistra? Tutti i giorni ce lo chiedevamo, e ce lo chiediamo ancora oggi.

Rifletto ad alta voce e finalmente si alza una mano in fondo, Federico, che nel 2001 aveva chiaramente dichiarato il suo voto per il Cavaliere Silvio Banana, come lo chiama Altan. Sociologicamente appartiene a quella piccola borghesia che tanto piccola non è, il padre è un commerciante della "bassa", venditore di macchina agricole. Il suo ragionamento procede più o meno in questo modo. Essere di destra è più "naturale" perché porta con sé l'idea di un individualismo egoistico, di godimento spicciolo della vita, di finalità orientate dal solo principio del piacere e quindi stare a sinistra è una "sovrastruttura" tutta di testa, una "idea", sorta da una proiezione in chiave antropologica dei nostri desideri o addirittura dei nostri gusti. Non lo dice proprio così, ma il senso è questo. Esclusi ovviamente i diseredati, ma prof., diciamolo chiaramente, non è che siano poi tanti, in Italia almeno. I miei compagni di sinistra non lo sono per necessità ma per scelta. Per una questione di "gusto"? azzardo io. Sì, mi risponde il furbo Federico, per una questione di gusto.

I pochi ragazzi schierati a sinistra mi guardano spersi e aspettano una replica, un aiuto che non sanno darsi da soli. Mi rigetto nell'agone. In parte hai ragione, caro Federico, non sono solo le collocazioni sociali, i livelli salariali e di cultura, status, potere a definire oggi in modo automatico lo stare di qui o di là. Queste differenze continuano comunque ad esistere e ad alimentare legittimi sdegni, rabbie, desideri di cambiamento. Ma non basta, io direi che più che una questione di "gusto" stare a sinistra significa, per molti, assumere un atteggiamento critico verso il reale, un'idea della politica come istanza trasformativa, un senso di appartenenza all'intera collettività umana per cui si trova inconcepibile che a migliaia di chilometri di distanza qualcuno crepa di stenti, proprio come accadeva una volta qui. E, perché no, significa anche un'idea di umanità liberata non solo dai bisogni ma anche dall'idiozia, dalla violenza spicciola, dai mille e mille soprusi che non sono scomparsi perché si è innalzato il pil del paese.

Mi infervoro mentre parlo, abbastanza convinto del contenuto elle mie parole. Ma mi sembra manchi qualcosa. Certo, ci sarebbero discorsi ben più complessi (il problema dei diritti e della democrazia formale, prima relativizzata, oggi difesa con i denti; il rapporto con l'idea "finale" di socialismo) ma come potrei rifilarli ai ragazzi senza far definitivamente spostare a destra tutta la classe? Manca invece ciò che in una classe non posso dire ma che avrei ancora voglia di tirare fuori, come se fossi su un palco, come se potessi esternare per una volta anch'io. Cari compagni, siate meno preoccupati di chi vi sta ai lati. Come insegnava il grande Nietzsche (di destra o di sinistra?) bastate a voi stessi, portate la vostra bandiera, e sbattetevene allegramente di chi vi guarda, vi giudica, vi colloca qui o là. Gliene fregava qualcosa agli operai che lottavano per una manciata di diritti, dove "stavano"? E alle suffragette, e ai braccianti, e agli anarchici accoppati da tutti quelli che non sapevano bene dove metterli (e così hanno pensato bene di risolvere la questione alla radice, mettendoli al muro)? Come dice un mio amico, chiamatevi fuori dalle logiche del capitale, e sarete meno ricattabili. Eccolo il punto: le logiche del capitale. Allora, cari studenti, cosa vuol dire essere di destra per voi? Ogni tanto ho l'impressione che significhi essenzialmente due cose, con intensità diversa: essere, in sostanza, ostili alle diversità, come la destra è sempre stata: non solo ai neri o gialli, se si è bianchi, ma anche a quelli troppo grassi o troppo piccoli, ai gay o a quelli del paese dove hanno quel ridicolo accento, agli ebrei (il diverso per antonomasia), ai residenti nelle case a duecento metri "dalle nostre". (Excursus: dobbiamo diffidare dei bulletti undicenni che picchiano il compagno imbranato, esprimeranno pure disagio ma anche un chiaro comportamento protofascista). La seconda istanza è più complessa, rimanda all'immaginario e alla "rete" biopolitica che il capitale ha messo in atto. Cioè a quel dispiegamento di economia, cultura materiale, informazione che sembra avvolgere l'intera trama dell'esistente. I miei studenti di destra si vestono tutti con ricercatezza, adorano le macchine veloci (se maschi), la vita mondana e gli orpelli (se femmine). Amano i soldi e sono già afflitti da quella bulimia che porta milioni di esseri umani ad annientarsi in una abbuffata continua di cose, oggetti, "roba". Comprerebbero tutti i modelli possibili di orologi, di auto, di scarpe, di computer. Sono a destra perché identificano la sinistra con la parsimonia e la critica ai consumi. Infine sono a destra perché entrano nella vita dopo essere stati convinti che "o si domina o si è dominati" come recitava un libro scemotto di qualche anno fa. Questo darwinismo da supermercato, me ne accorgo dai discorsi in classe, è l'essenza dell'essere di destra, anche per un mite ragazzo della provincia italiana. E mite resta, abbastanza tollerante, abbastanza educato, finché qualcosa scatta, proprio "là fuori", e lo ritrovi venticinquenne con la faccia incattivita, l'occhio più vuoto ma più "furbo", la macchina potente e pulitissima, l'occhiale nero, ostentatamente scafato, duro. Ti rivolge ancora un "salve prof." dove risuona la simpatia di sei anni fa in classe, ma incrinata da qualcosa che non capisci. La destra ha anche questa responsabilità: aver "rovinato", perché li ha induriti, ne ha limato via sfumature e morbidezze e lentezze giocose, milioni di ragazzini che ora, magari guadagnando poco più di una miseria, scimmiottano i ricchi veri, quelli di successo, quelli di cui parla la televisione.

Svolgo il mio ragionamento in silenzio, a fine ora, mentre gli studenti reduci dal fioco dibattito in classe fingono ora, per divertirsi, di accapigliarsi per motivi politici. Volano "comu" "nazi" "fascio". Fingono, perché non gliene frega più di tanto.

Quando la mia fantasia evapora gli studenti sono già fuori. L'aula è completamente vuota. Qualche libro abbandonato sui banchi vicino a carte di merende, bottigliette d'acqua, resti in briciole di panini giganti. Il cestino circondato da palle di carta che hanno mancato il canestro, la lavagna piena a metà di esercizi matematici e per l'altra di esercizi di latino, tra una riga e l'altra qualche mio scarabocchio con i termini in tedesco (siamo sotto con la repubblica di Weimar). Mi è capitato di concludere una spiegazione o un dibattito in classe con le idee più chiare. Oggi non è così. Ho fatto male a non esplicitare le mie idee sull'essere di destra? Cosa doveva aggiungere o togliere quando ho difeso una certa idea della sinistra? Non era meglio parlare di politica in generale e chiedere loro perché ne sono così respinti? Dovevo buttarla più sul leggero o più sul pesante?

Allora mi alzo, prendo il gessetto e scrivo tre parole alla lavagna con grafia anonima. Per chi entrerà domani e leggendole, forse, avrà una lieve scossa. Non credo rappresentino l'essenza dello "stare a sinistra", apparentemente non c'entrano nulla, ma ritengo che, in qualche imprevedibile modo, facciano riflettere. Le ha scritte e pensate uno (di sinistra) che qualche anno fa ha deciso di appendersi a un albicocco. Sono l'esatto rovescio della massima olimpica che recita: più velocemente, più in alto, con più forza. Alex Langer proponeva lentius, profundius, suavius: più lentamente, più in profondità, con più dolcezza. Le mie piccole tracce si confondono con verbi latini e formule e anch'esse saranno oggetto di rapida e indifferente cancellazione da parte dei bidelli. Spero che questa mattinata non rappresenti una metafora del destino della sinistra.

Franco Milanesi