Un'Europa ammalata di estrema destra
Tutti i leader del vecchio continente "si congratulano" per la sconfitta di Le Pen, e ignorano la minaccia che incombe
ASTRIT DAKLI il manifesto 7/05/02

 


I leader europei hanno fatto molto in fretta a congratularsi soddisfatti per la sconfitta di Jean-Marie Le Pen e il trionfo di Jacques Chirac. Da Tony Blair a Gerhard Schröder, da José Maria Aznar a Silvio Berlusconi, senza trascurare voci "esterne" come George Bush o Vladimir Putin, è stato tutto un coro di "meno male, la Francia si è svegliata", "meno male, ce l'abbiamo fatta". Per i leader, si direbbe, il caso è chiuso: Chirac è un amico o comunque un interlocutore solido, conosciuto e affidabile, dunque adesso, passata la paura, tutto può continuare come prima. Poi, a poche ore di distanza, l'attentato di Hilversum contro Pim Fortuyn è venuto a ricordare nel modo più drammatico quanto questa sia solo un'illusione e quanto il fantasma dell'estrema destra razzista e xenofoba continui a incombere sull'Europa. E' stata solo la stampa, in molti paesi, a interrogarsi su quanto quel "continuare come prima" abbia senso, e su quanto il vecchio continente, culla dei diritti umani, continui a restare in grave pericolo, con vaste porzioni del suo elettorato che non vogliono più saperne della "vecchia" politica e sono disposte a rovesciare il tavolo, tanto sono angosciate dai nuovi problemi cui si trovano di fronte. Dopo tutto, Le Pen ha preso domenica circa 700mila voti più che al primo turno, e quel suo 17,85% nazionale significa che in vaste regioni francesi l'estrema destra razzista sta sopra il 25% nonostante l'enorme mobilitazione e la campagna interna e internazionale montata in queste ultime settimane. C'è poco da star tranquilli, altro che.

E soprattutto, Le Pen non è solo. Le elezioni locali della settimana scorsa in Gran Bretagna hanno mostrato che l'equivalente britannico del Front National, il fascista British national party, raccoglie dove si presenta in modo organizzato (pochi luoghi, per fortuna) quasi il 20% dei consensi: solo il sistema maggioritario "secco" rende marginale la sua presenza tra gli eletti, ma sarebbe bene che non si dimenticasse che un elettore inglese su cinque è potenzialmente a suo favore. In altri paesi europei come Austria, Danimarca e Italia esistono forze politiche di ispirazione analoga (anche se poi prendono pubblicamente le distanze dal Fn) che hanno un ruolo di governo: e non per "destino cinico e baro", ma perché hanno raccolto molti consensi in elezioni democratiche, consensi in alcuni casi diffusi su tutto il territorio nazionale, in altri casi circoscritti regionalmente, ma sempre con "basi" consistenti superiori al 20 per cento.

In Belgio una formazione fiamminga che rivendica la piena fratellanza con Le Pen e sbandiera slogan radicalmente "etnici", il Vlaams Blok, ha ottenuto il 33% dei voti nelle elezioni municipali di Anversa e ha il 15% dei seggi nel parlamento regionale delle Fiandre. In Norvegia e in Portogallo le forze di centrosinistra sono state sconfitte nelle ultime elezioni, lasciando spazio a coalizioni di centrodestra in cui si insinuano anche formazioni estremamente conservatrici, pur se non apertamente razziste o neofasciste. In Irlanda e in Svezia, dove si voterà per rinnovare i due parlamenti, rispettivamente questo mese e in settembre, la prospettiva è abbastanza simile. In Germania, che per dimensioni e potenza è il cardine dell'Europa, la partita elettorale di settembre ufficialmente non porta con sè l'incognita di movimenti di destra radicali e xenofobi, ma una parte consistente della destra "rispettabile" tedesca - quella che gravita intorno al candidato cancelliere Edmund Stoiber - è notoriamente assai sensibile ad alcune istanze sollevate da tali movimenti.

E poi, naturalmente, c'è l'Olanda. Che non è tanto piccola, che costituiva finora un esempio d'avanguardia di tolleranza e civiltà e che tra otto giorni vedrà elezioni politiche in cui per la prima volta da sempre si rischia di avere una formazione razzista inclusa - grazie ai consensi che raccoglierà: si parla del 15% dopo il recente exploit delle municipali di Rotterdam dove è diventata il primo partito - nella maggioranza di governo. Che il leader di questa formazione Pim Fortuyn sia stato oggetto di un feroce attentato proprio ora (in un paese dove la violenza non fa parte del paesaggio politico da secoli) non fa che mostrare quanto le nuove istanze di crisi avvertite dagli elettori europei - alle quali le forze di centrosinistra non hanno saputo finora offrire nessuna risposta originale, lasciandone il monopolio a una destra grossolana e reazionaria o addirittura accodandosi ad essa-in primo luogo l'immigrazione e la globalizzazione, siano ormai arrivate a sconvolgere le coordinate cui l'Europa politica era abituata.