Energia, da servizio a merce
La nascita del "libero mercato dell'energia", dicono i suoi paladini, dovrebbe ridurre il prezzo dell'elettricità per gli utenti. Ma non potrà risolvere davvero i problemi strutturali del settore, che non derivano tanto dal monopolio dell'Enel, quanto da scelte politiche fatte nel corso di decenni. L'Italia è svantaggiata rispetto ai maggiori paesi europei, perché non ha alcuna fonte nazionale rilevante di energia e dipende molto di più dall'estero
GIANGUIDO PIANI

La liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica è una delle questioni di attualità che riguardano l'infrastruttura del "sistema Italia". Nuove società iniziano a fare concorrenza all'Enel e i grandi clienti elettrici possono già scegliere il loro fornitore. Considerando inoltre gli sviluppi negli altri paesi europei è possibile che presto anche le famiglie italiane potranno decidere dove comprare l'elettricità. Questi cambiamenti si riflettono in maniera notevole sulla struttura e sul modo di operare delle aziende elettriche, con alcuni vantaggi per l'utenza ma anche con la nascita di nuove problematiche. Le informazioni fornite all'opinione pubblica si concentrano però sul fattore "prezzo", trascurando altri importanti aspetti del mercato e del sistema elettrico. L'apertura al mercato potrà risolvere solo in minima parte i problemi strutturali del settore elettrico italiano, che non derivano tanto dal monopolio dell'Enel, quanto da scelte politiche effettuate nel corso di decenni.
Il funzionamento dei sistemi elettrici è troppo complesso per adattarsi perfettamente alle "leggi" della concorrenza. Sulla carta non è difficile trasformare l'energia elettrica da "servizio" a "merce". Questo però non cambia la natura dell'elettricità, che ovviamente continua a seguire le leggi della fisica e non quelle dell'economia. E' da una buona dozzina d'anni che economisti liberisti cercano di applicare i principi teorici della concorrenza ai sistemi elettrici. Se per questi ultimi il mercato fosse un'opzione naturale, esso si sarebbe sviluppato da solo e senza bisogno di interventi esterni.
Nel mercato elettrico liberalizzato le reti di trasporto e distribuzione d'energia alle quali sono collegati gli utenti restano monopolio infrastrutturale, mentre la concorrenza ha luogo tra le società di generazione ("Genco"). Il cliente riceve due bollette: una per l'uso della rete, con tariffe uguali per tutti, l'altra per l'energia consumata, che dipende dalla particolare società di generazione e dal tipo di contratto. Per massimizzare il profitto operativo occorre vendere l'energia elettrica al prezzo più alto possibile, riducendo contemporaneamente i costi di produzione. Il pubblico è portato a credere che ciò avvenga con investimenti in nuove tecnologie, più efficienti nella conversione del combustibile primario in energia elettrica; in parte invece l'approvvigionamento di energia avviene con lo sfruttamento al massimo degli impianti esistenti e non di rado obsoleti o con contratti di acquisto da altre società elettriche.
La principale giustificazione per la liberalizzazione del settore elettrico è l'abbassamento dei prezzi all'utenza in seguito all'aumento dell'efficienza e quindi a una riduzione dei costi da parte dei generatori. L'effetto principale della concorrenza è però quello di togliere alle aziende elettriche la possibilità di calcolare ampi margini di profitto in situazione di monopolio. Le maggiori diminuzioni del prezzo dell'energia elettrica (fino al 10-20%) hanno finora avuto luogo in Germania, dove le aziende elettriche nel calcolo dei prezzi avevano tradizionalmente approfittato degli ampi margini resi possibili dal regime di monopolio. L'abbassamento dei prezzi rappresenta quindi un avvicinamento ai costi espliciti di produzione. In Gran Bretagna, paese "ideologo" delle liberalizzazioni dei servizi pubblici, i prezzi dell'elettricità sono aumentati, e ciò malgrado l'autosufficienza nell'approvvigionamento primario di energia grazie a carbone, petrolio e gas del Mare del Nord.
Uno degli ostacoli principali alla concorrenza nel settore elettrico è che la "merce" finale è assolutamente identica per tutti. Non esistono infatti forme diverse di elettricità con diversi parametri di qualità alle quali possano corrispondere differenze nel prezzo. Inoltre non è possibile mettere in relazione un determinato consumo a un particolare impianto di generazione: ogni cliente riceve, per così dire, un "cocktail" di tutto quanto è immesso in rete. Ad essere veramente coerenti con la strada del libero mercato e la visione dell'energia come "merce" e non come servizio ogni utente dovrebbe venire automaticamente disconnesso ogniqualvolta il suo fornitore non fosse in grado di soddisfare il necessario livello di produzione o se problemi sulle linee di trasporto rendessero impossibile la trasmissione di energia. Un cliente di Napoli rifletterebbe probabilmente due volte prima di scegliere un fornitore di Milano se corresse il rischio di rimanere al buio nel caso di interruzioni di un qualsiasi punto lungo la catena di generazione e di trasmissione. Allo stato attuale delle cose nei paesi che hanno liberalizzato il mercato questo però non avviene proprio grazie al commercio di capacità produttive tra le società elettriche. Il produttore di Milano può cioè scegliere se generare l'energia per Napoli e pagare il gestore della rete per il trasporto oppure, più probabilmente e al'insaputa del cliente, accordarsi con la società elettrica di Napoli per le forniture a quest'ultimo. Il profitto delle nuove aziende elettriche nasce cioè in parte da capacità generative reali e in parte da offerte di vendita calcolate con margini all'estremo, giocando sui differenziali dei costi di produzione, di trasporto e di acquisizione da terzi dell'elettricità.
L'obiettivo strategico principale delle nuove aziende energetiche è l'acquisizione del maggior numero di clienti con i relativi flussi di cassa. Il marketing, che in regime di monopolio è superfluo o quasi, assume così un ruolo fondamentale. Dato che l'elettricità è sempre la stessa, occorre fare in modo di associare un particolare fornitore a dei concetti o bisogni fisio-psicologici, all'identificazione con un gruppo sociale od uno status di vita. In Germania e in Svezia ad esempio è in offerta energia elettrica "verde" con un notevole ricarico sul prezzo medio del kWh in cambio della garanzia (sulla carta) di provenienza da fonti alternative. In Germania inoltre un intero arcobaleno risplende sugli utenti: si può scegliere tra il giallo che identifica Yellostrom , il blu di Avanza e il violetto di ElektraDirekt . (In Italia, paese da sempre orientato al pallone, quando sarà il momento ci potremo aspettare l'energia "rosso-nera" e quella "bianco-azzurra", magari offerta in package assieme all'abbonamento allo stadio o a scatti per il telefonino). Sempre in Germania, a credere alla pubblicità, tutte le società offrono adesso bassi prezzi, energia pulita, pieno servizio all'utenza, tanto che c'è da chiedersi dove siano finite la generazione a carbone e quella nucleare (rispettivamente 50% e 30% della produzione totale). In futuro sarà inoltre la stessa base clienti delle società elettriche a rappresentare un notevole valore, non solo per il diritto di fornitura e le informazioni sui consumi, ma anche come riferimento di marketing diretto. Il risultato complessivo della corsa al marketing è quindi che notevoli risorse in forma di tempo, energia e costi vengano dedicate a una guerra tra produttori e a una partita con i consumatori piuttosto che al fine primario dell'approvvigionamento elettrico. Si instaurerà infine una situazione simile a quella degli operatori telefonici e di Internet: l'Authority per l'energia si ritroverà periodicamente ad accusare la nebulosità delle tariffe degli energy provider , né più né meno come l' Authority per le telecomunicazioni deve spesso fare con quelle dei telefoni.
Il prezzo all'ingrosso dell'elettricità nel mercato liberalizzato è caratterizzato da forti variazioni temporali, che dipendono dai generatori in funzione e dal relativo eccesso o difetto di capacità e riserve rispetto alla domanda di energia in ogni istante. Per l'addebito al cliente non è pertanto più sufficiente considerare solo i totali dei consumi su base mensile, ma è necessario ripartirli per intervalli orari o di 15-30 minuti in modo da potere assegnare in continuazione - sia pure in via contabile - l'energia consumata al particolare fornitore secondo un percorso simulato sulla rete elettrica e al costo istantaneo all'ingrosso dell'energia sul mercato. Il mercato dell'elettricità può cioè esistere solo grazie ad una notevole infrastruttura telematica per la telelettura dei contatori, contabilità e gestione dei dati di natura quasi esclusivamente commerciale. Questi servizi informatici non portano alcun beneficio energetico netto, comportano però un aumento totale dei costi per le aziende elettriche, che a loro volta li passano agli utenti. Senza l'aiuto dell'informatica l'idea stessa di liberalizzazione del mercato dell'elettricità perderebbe completamente di senso.
L'Italia è svantaggiata rispetto ai maggiori paesi europei in quanto non ha alcuna fonte nazionale rilevante di energia e dipende quindi molto di più dagli approvvigionamenti dall'estero; l'importazione netta di energia in Italia, di petrolio, derivati e gas naturale, supera l'80% del fabbisogno. Una delle cause principali è stato il programma deciso negli anni '60, quando il petrolio costava ancora poco, di costruzione di centrali elettriche alimentate ad olio combustibile e che attualmente contribuiscono per il 44% alla produzione nazionale di elettricità. L'Italia ha cioè scelto di non seguire la strada del "mix" energetico adottata dagli altri paesi, che con oculata previdenza hanno invece preferito distribuire la generazione elettrica tra centrali di tipo differente. A tutt'oggi il Belpaese è così costretto a coprire con importazioni circa il 20% del suo fabbisogno diretto di elettricità, acquistandola da Francia, Svizzera ed Austria. Il prezzo del kWh più elevato che negli altri paesi Ue è dovuto a questa situazione strutturale che lo rende più strettamente dipendente dal prezzo del petrolio e dal corso del dollaro. Questa situazione resterà a lungo tale anche in condizioni di mercato "libero" dell'energia e indipendentemente dalla presenza o meno in esso di operatori stranieri. Anche per questi motivi, e malgrado l'apertura delle frontiere elettriche, imprese italiane non avranno in pratica modo di competere sui mercati d'Oltralpe se non in modo "virtuale".
Infine in regime di mercato è molto più difficile includere i costi ambientali nel prezzo dell'energia elettrica. Questo richiederebbe interventi decisi e coordinati da parte dei governi di tutti i paesi interessati al commercio di energia, quindi ben oltre la sola Unione europea, il che è al momento illusorio. Se i prezzi di elettricità, petrolio e gas riflettessero in pieno i costi relativi all'inquinamento ed allo sfruttamento delle risorse naturali, le forze di autoregolazione del mercato spingerebbero probabilmente il sistema energetico verso una struttura di monopoli locali di generazione e distribuzione con la possibilità di scambiare energia tra di loro. Tenendo infatti conto delle perdite e dei costi di trasporto, la produzione di energia elettrica in prossimità dei bacini di consumo è più efficiente ed economica che non il suo trasporto a lunga distanza. Con prezzi decisi dal "mercato", sono invece in primo luogo le centrali con i combustibili e i processi meno costosi (e quindi di solito i più inquinanti) a fungere da riferimento. Questo giustifica tra l'altro le importazioni dall'Est europeo, dove i costi del personale sono molto inferiori rispetto all'Unione europea e non ci si preoccupa di sottigliezze quali le emissioni di anidride carbonica e l'effetto serra. Il mercato liberalizzato è riuscito a trasformare l'elettricità in un prodotto virtuale, ma non l'inquinamento delle centrali di generazione, che resta ancora reale.