UNA CITTÀ n. 58 / Aprile 1997
GIUSEPPE, MAURIZIO E NICOLA

LE STRADE DEL LAVORO

Andar via perché si legge che la disoccupazione là è al quattro per cento e il diploma tecnico ha valore. E poi per smettere la vita da disoccupato, sempre uguale, alzarsi tardi, il bar, le discussioni in casa. La nomea dei napoletani e le critiche perché lavorano troppo. La "strada" napoletana e la "discoteca" del nord. Intervista a un gruppo di giovani emigrati.

Giuseppe, Maurizio e Nicola sono tre ragazzi napoletani che lavorano da tre anni a Reggio Emilia. Durante un breve soggiorno a Napoli sono andati a trovare i loro ex professori, all’istituto tecnico di San Giovanni a Teduccio, e hanno raccontato agli studenti la loro esperienza.

Giuseppe. Mi sono diplomato col 36, perché ogni anno gli ultimi due mesi mi mettevo a studiare e riuscivo a prendere le materie, venivo rimandato, ma mai bocciato. Comunque il voto importa relativamente: se vuoi il posto statale è importante avere il voto alto, se invece vuoi lavorare in fabbrica entri col semplice diploma e poi ti fai valere, dipende dalla tua volontà.
Dopo il diploma conviene fare subito il militare, poi vedere: se hai amicizie a Napoli, allora puoi lavorare, se non conosci nessuno è inutile proprio stare a Napoli. Tentare cose di polizia, di finanza, se non hai raccomandazioni, puoi essere bravo quanto vuoi, è inutile proprio. Io sono stato due o tre anni a Napoli, in nero, però se lavori in nero -quando ti va bene- massimo sono cinquantamila al giorno; ho fatto il magazziniere, il muratore, ho lavorato in qualche fabbrichetta, ho scaricato pure i camion, a trentamila al giorno. Poi sono stato tre mesi senza lavorare: dormi fino a tardi, stai al bar, la domenica non hai soldi in tasca, non puoi mettere la benzina, ti scocci.
Io e Maurizio siamo partiti un fine settimana, avevamo in tasca più o meno cinquecentomila lire, era prima di Natale, ci siamo fatti anticipare il regalo dai genitori e siamo andati a Reggio Emilia. Prima di partire ho preso tutti gli indirizzi degli uffici di collocamento, degli uffici giovanili e delle fabbriche che chiedevano lavoro a Reggio Emilia e a Parma: avevo visto che lì la disoccupazione è del 4%, mentre a Napoli è del 40%. Siamo stati due giorni, c’era la neve, avevamo un ombrello tutto rotto, a piedi, abbiamo dormito in stazione, la polizia ci ha fermato, ci hanno cacciato perché non si può dormire in stazione.
Abbiamo girato la città, abbiamo trovato una pensione, l’unica dove si risparmiava: c’era un solo letto, si pagava 55mila lire solo per dormire. La signora ci ha fatto un piacere, ci ha fatti dormire tutti e due, poi per mangiare andavamo alla mensa della ferrovia, e abbiamo girato tutta Parma e Reggio Emilia a fare le domande. Siamo scesi a Napoli, e dopo 15 giorni ci hanno mandati a chiamare per il colloquio. Hanno fatto tipo esame di maturità, era per periti meccanici, e avevano parecchie domande di ragazzi. Noi ci siamo tutti e tre diplomati col 36, abbiamo fatto pure una brutta figura, almeno io, perché la meccanica non l’ho proprio studiata, nemmeno il libro ho comprato, a domande facili del tipo "cos’è l’albero motore" non ho saputo rispondere, per fortuna stavo studiando la scuola guida e qualcosa ho risposto.
All’esame di maturità avevo portato Italiano e sistemi: sistemi ho fatto proprio scena muta, invece Italiano, ho detto tutto il libro e sono stato promosso. E’ importante saper parlare, e poi come ti sai muovere. Se vedono che sei un ragazzo che vieni dal sud, capiscono che sei uno che ti sai organizzare, che hai voglia di lavorare. Là ai ragazzi che hanno un diploma non gli piace molto lavorare in fabbrica. Il colloquio ce l’ha fatto un ingegnere di Napoli, perché lì sono tutti napoletani, noi stiamo a Reggio Emilia, ma è come se stessimo a Napoli, anzi a Barra, dove abitavamo prima: erano tutte persone di Barra.
Comunque, prima di Natale ci hanno chiamati; lì è più facile trovare un lavoro che un’abitazione, difficilmente la danno a dei ragazzi, perché fanno sempre problemi, poi non è che abbiamo una bella nominata lì. Siamo partiti noi tre, sempre con qualche soldo, che i genitori ci avevano finanziato. All’inizio la vita è stata molto sacrificata, perché noi stavamo in una casa che è la metà di quest’aula e pagavamo 600mila lire al mese. Loro speculano molto sul fatto che uno va in cerca di lavoro: nella casa dove abitiamo adesso paghiamo un milione e due di affitto, è abbastanza grande, però è molto come affitto. All’inizio stavamo due di noi -poiché là è importante. A tutti dispiace lasciare Napoli, uno si porta sempre l’amico per attraversare i primi momenti difficili, noi abbiamo fatto la scuola insieme- poi abbiamo chiamato altri due ragazzi, perché all’inizio ti viene proprio la malinconia.

Adesso siamo quattro di noi, abbiamo comprato la macchina, perché i soldi si guadagnano: minimo arrivi a prendere un milione e sette, un milione e otto, poi gli straordinari, quello che fai quello ti pagano, se vai a lavorare anche il sabato e la domenica arrivi a fare 4-500mila lire con lo straordinario.
In che fabbrica lavori?
Giuseppe. E’ una fabbrica che fa lavorazioni in plastica, bicchieri, piatti, ecc. Parecchie fabbriche di qua prima stavano a Napoli, poi sono fallite e le hanno trasferite qua, per esempio la fabbrica dove stiamo noi: i padroni sono finlandesi, c’erano degli stabilimenti a Napoli, a Giugliano, quattro o cinque anni fa, sono falliti, e questi li hanno comprati e si sono stabiliti qua.
Lavoro nero non ce n’è?
Giuseppe. Direi che non ce n’è. Gli imbrogli che si fanno qua a Napoli si fanno pure là, però sono più nascosti e fatti più intelligentemente, cioè, li fa proprio chi vuole rischiare. Poi di solito lo chiedi tu di lavorare in nero, difficilmente te lo chiedono loro.
Ci sono anche extracomunitari?
Giuseppe. Sì, parecchi, qualcuno anche diplomato e laureato, tutta gente che ha voglia di lavorare, non come a Napoli che frequentano la malavita. Noi per i primi due mesi abbiamo messo i bicchieri negli scatoloni, questo facevamo. Poiché la fabbrica aveva intenzione di allargarsi e fare altre assunzioni, hanno comprato altre macchine per stampaggio e ci hanno messo a lavorare, siamo diventati conduttori di linea: manualmente non fai niente, stai appresso alla macchina. Noi siamo ragazzi, quindi al sabato e alla domenica non lavoriamo, perché noi siamo andati là non per lavorare, per necessità economiche, ma proprio per il fatto di essere indipendenti; per chi è fidanzato o ha famiglia, è diverso, fatica di più. Noi siamo andati proprio per tenere i soldi in tasca, per poterci muovere liberamente: una volta che abbiamo in tasca quello che ci serve, basta, noi là viviamo, non è che andiamo per lavorare.
Nicola. La mia è una fabbrica che lavora l’alluminio, mi hanno assunto direttamente come conduttore di linea, una specie di catena di montaggio, io sto vicino alla macchina a controllo numerico, a fine turno devo fare un rapporto di produzione.
Pensate di rimanere?
Giuseppe. Rimanere no, perché la speranza di stare a Napoli c’è sempre, però per il momento preferiamo stare là.
I napoletani dove li avete trovati?
Giuseppe. Girando, perché il napoletano lo trovi sempre per strada. Là non è come qua, che ci si vede in piazza, là se esci devi andare per forza nei locali, quando vedi qualcuno in giro significa che è napoletano, perché noi siamo abituati a stare sempre in mezzo alla strada, ci riconosci subito.
La percentuale di meridionali?
Giuseppe. Nella nostra fabbrica su 80 persone almeno il 70-80% è meridionale, la maggior parte hanno fatto questa scelta più di dieci anni fa.
I rapporti con i settentrionali?
Giuseppe. Lì sono abituati; l’invasione dei napoletani dura almeno da dieci anni, se vai sopra, verso il Veneto, Milano, trovi queste difficoltà, lì no, anche perché i napoletani hanno portato lavoro, anzi in fabbrica qualcuno ce l’ha con noi perché lavoriamo troppo. Noi siamo andati a guadagnare, però abbiamo portato anche i soldi, perché tutte le case vuote che c’erano, loro le hanno affittate e speculano su questo fatto, le banche pure, perché uno lavora in fabbrica e porta i soldi in banca.
C’è anche il napoletano che non si sa comportare, la nominata un po’ ce l’abbiamo, si vede subito la persona se è raccomandabile o no. Io penso che fra pochi anni questo fenomeno di lavoro là finirà, perché negli ultimi anni sono salite tante di quelle persone del sud che il lavoro finirà, sicuramente, quindi conviene muoversi.
Le fabbriche della zona sono tutte meccaniche?
Giuseppe. La maggior parte sì. Il diploma di perito meccanico è proprio utilissimo in quella zona; la scuola ti dà l’inizio, poi uno la cultura se la crea con il tempo, se sei una persona che ha voglia di fare, ti puoi pure mettere a studiare da solo, infatti io mi sono informato su certe cose di meccanica che volevo sapere, però la scuola è importante perché ti dà i presupposti per capire certe cose che tu altrimenti non potresti mai capire.
Vi siete fatti un gruppo di amici?
Giuseppe. All’inizio con i napoletani, perché sono le uniche persone che conosci, poi a mano a mano, riesci ad avere rapporti con tutti, perché ti integri, riesci ad agevolare i rapporti con le persone.
Il tempo libero come lo passate?
Giuseppe. Il tempo libero vivendo da soli lo dedichi un poco alla casa. All’inizio io non sapevo fare niente, non sapevo nemmeno far bollire un poco d’acqua, poi stai un giorno senza mangiare, due giorni senza mangiare, alla fine impari, per necessità.
Al principio cucinava Maurizio, poi quando non c’era lui non si mangiava, allora abbiamo imparato: ognuno si fa la sua lavatrice, si pulisce la sua stanza, ci si organizza così il tempo libero. Rispetto a Napoli ci si diverte di più, ci sono molti locali, si entra facilmente, non è come a Napoli, che selezionano la gente, se non sei in coppia non entri, là puoi andare dove vuoi, più locali in una sera, puoi fare le tessere, se vuoi puoi uscire tutte le sere, se hai soldi in tasca puoi fare quello che vuoi. Là siccome non c’è la delinquenza, le ragazze vanno anche da sole a ballare tranquillamente, a 15-16 anni fanno le sei, le sette del mattino, tranquillamente. Il problema è che, se non hai soldi, sei tagliato fuori, ma là c’è il lavoro, anche i ragazzi che vanno a scuola lavorano: nei mesi estivi fanno gli stagionali, anche nella mia fabbrica, e guadagnano quei cinque, sei milioni che li rendono indipendenti, anche le ragazze. Il ragazzo senza soldi è tagliato fuori, non può fare niente. A Napoli, anche se non hai soldi, puoi uscire, stai per strada. Là è proprio un comandamento andare in discoteca. Nelle discoteche di Rimini non andiamo perché sono pericolose, circola droga -ragazzi che guadagnano soldi- se c’è droga vuol dire che ci sono problemi.
Da dove vengono questi problemi?
Nicola. Sono viziati. Noi riusciamo a cavarcela in qualsiasi occasione, poi siamo più espansivi, più ... non so.
Giuseppe. Loro magari si lasciano trasportare, però se deve partire da loro l’iniziativa di conoscere le persone...
Nicola. C’è un amico mio che preferisce uscire con noi, perché noi ci divertiamo sempre.
Noi a Napoli stiamo sempre in strada, là non c’è la vita di strada, stanno dentro tutta la settimana, poi escono il sabato e la domenica per andare nei locali. Ma nelle discoteche non puoi conoscere le persone; anche questa mancanza di espansione può portare alla ricerca eccessiva del divertimento, che in fin dei conti non c’è, quindi uno si abbandona a queste droghe, principalmente l’ecstasy.
Quindi non si divertono?
Giuseppe. Io penso che chi fa uso di droghe non si diverte, perché cerca un divertimento artificiale, il lunedì ti ritrovi nelle stesse condizioni di prima.
Nicola. Uno prende queste pasticche, comincia a ballare e balla solo, non ha più comunicazione con altri.
Che cosa vi attira di più a Napoli?
Giuseppe. La città, perché uscendo da Napoli vedi che le altre città sono più brutte.
Se stai a Napoli, sei abituato a vedere certe cose, poi se vai fuori, il fatto di non vedere il mare, il Vesuvio, è molto importante; poi la nebbia, certe volte sembra che la giornata non esce mai, è buio completamente, una giornata come oggi là se la sognano di questi tempi. Però qui c’è il problema della delinquenza, soprattutto nella zona orientale. Lì nel peggiore dei casi può avvenire la rapina in banca, è una cosa che fanno spesso, basta una siringa, lì le fanno così le rapine! Qui sabato notte tre morti in dieci ore. Sappiamo dove viviamo...
Questo non vi spaventa?
Giuseppe. Fortunatamente, muore sempre chi deve morire; ci si può pure trovare in mezzo, però questo è il rischio di stare a Napoli.

Marco invece ha trovato lavoro vicino, almeno temporaneamente, ma per una via che è passata, anche nel suo caso, da Parma.
Marco. Dopo il diploma andai al mare, e dopo la villeggiatura ritornai a casa in cerca di qualche lavoro, però vedevo che non ne usciva niente. Inizialmente io ero disposto a fare tutto però non mi veniva data nessuna occasione, andai anche a chiedere un lavoro gratis, senza essere pagato, però non mi chiamavano. Il tempo che ho passato senza lavorare è stato di due mesi, da settembre fino alla fine di ottobre. Facevo sempre la stessa cosa: la mattina mi svegliavo tardi, il tempo di lavarmi e scendevo, poi andavo a mangiare; dopo mangiato all’inizio mi addormentavo, perché era una cosa nuova, però piano piano vedevo che passando il tempo non riuscivo proprio a dormire; era proprio brutto quel momento, perché non dormivo e non sapevo cosa fare, ero proprio inutile. La maggior parte delle volte, anche se non riuscivo a dormire, per impegnare il tempo mi mettevo sempre sul letto; se mi addormentavo mi svegliavo sempre alle sei, se non mi addormentavo scendevo alle sei, e non facevo niente, stavo sempre buttato fuori al bar.
Arrivato un certo punto, usciva quella domanda "ma io che ci faccio qui?". Non succedeva mai niente di nuovo, sempre le stesse cose. La sera scendevo un’altra volta, poi mi ritiravo verso la mezzanotte, l’una. All’inizio, dopo la scuola, era pure piacevole questa cosa, dopo è diventato proprio angosciante e brutto. Facendo sempre la stessa vita avevi più tempo da passare con i tuoi genitori, ti vedevano sempre allo stesso modo, senza fare niente. All’inizio si preoccupavano, poi cominciavano a nascere le prime discussioni, non c’era intesa, io stavo peggio di loro perché mi sentivo in colpa, comunque era proprio bruttissimo. Io penso che la cosa più brutta che mi è mai capitata fino adesso è l’essere inutile, perché alla fine io mi sentivo proprio inutile.
Hai pensato di emigrare?
Marco. Mi andai a iscrivere al collocamento di Parma, però era una prospettiva per quando avessi fatto il soldato, perché sapevo che, una volta finite le vacanze di Natale, in qualunque momento mi potevano chiamare per il servizio militare. Sono andato là perché ho uno zio che abita a Parma. Il capo del collocamento mi chiese che diploma avevo e mi disse che facilmente mi potevo inserire perché vanno in cerca di tornitori; è molto richiesto il diploma di perito meccanico.
Comunque poi questo zio un giorno venne proprio lui, da Parma, appositamente per me; lui disse che quand’era ragazzo prima di emigrare aveva lavorato in una piccola bottega, anche lui a Barra, poi emigrò perché non veniva pagato bene; voleva andare a parlare con questa persona perché era rimasto in buoni rapporti. Andammo tutti e due, il suo capo di una volta era morto, ci sono i figli che ora portano avanti questa fabbrica, che si è trasferita a Cercola.
Gli espose il problema, che io ero un ragazzo che avevo fatto l’ITIS, perito meccanico, e stavo a spasso senza lavoro. Vidi subito che la cosa gli interessava, vidi proprio quell’espressione "’o guaglione sarrà buono". Passò un’altra quindicina di giorni, durante i quali andai anche in una falegnameria, con torni ecc, e anche lì dissero che gli serviva una persona, però non mi chiamarono. Io, disperato, ritelefonai alla fabbrica di Cercola, mi dissero di aspettare un altro paio di giorni, per questioni di macchine, e infatti mi chiamarono e andai a parlare con l’ingegnere. Mi disse "Ho saputo che sei diplomato", io dissi "sì, sono diplomato, perito meccanico, ma non ho avuto mai esperienze di lavoro, praticamente non so fare niente". Lui disse "non ci sono problemi, OK", e il giorno dopo andai a lavorare.
Da quel giorno in poi mi sono salvato dalla crisi, perché stavo avendo una crisi di esistenza: ero inutile, e da un giorno all’altro è cambiato tutto: andavo a lavorare, ero più soddisfatto, stavo in compagnia, stavo allegro perché avevo qualcosa da fare.
L’esperienza del lavoro l’ho acquisita subito, perché poi è tornata utile anche la scuola; io credevo che perché ero andato a scuola non sapevo fare niente, invece è stato proprio l’opposto, perché la scuola su questo piano mi ha dato proprio una mano. Se provano a spiegarmi una cosa, subito la riesco a capire, proprio al volo la capisco, perché le cose che sto facendo sono proprio quelle che ho studiato a scuola.
Ci sono macchine a controllo numerico; questa fabbrica fornisce pezzi per aerei, pale, adesso stanno facendo una galleria del vento per il Centro italiano di ricerche spaziali, c’è un modello di aereo che deve camminare in questa galleria.
E tu cosa fai in particolare?
Marco. Io non ho una macchina fissa; quando deve andare avanti la produzione, si deve lavorare sul tornio, e sembra una cosa automatica perché si deve fare sempre la stessa cosa, però è sempre importante; e poi la maggior parte delle volte, o si deve tagliare qualcosa, o forare, o montare su una macchina per farla camminare. Sono otto ore al giorno, ma la maggior parte delle volte non è monotono.
Il rapporto con gli altri è tranquillo, sono stato fortunato anche su questa cosa, che tutti gli amici di lavoro sono tranquilli, normali, non sono gelosi, l’impressione è come quella di scuola, che siamo tutti compagni, facciamo battute.
Poi ho trovato una persona che mi ha colpito assai, è la persona più anziana che lavora in questa fabbrica, un tornitore proprio come quelli di vecchio stampo, l’unico che lavora sul tornio manuale, questo fa gli attrezzi da montare sulle macchine a controllo numerico per montare determinati pezzi; non solo mi ha colpito la sua bravura, perché è bravissimo a fare queste cose, lo fa da una vita questo mestiere, ma è anche una persona che non nasconde niente, ti dice tutto, ogni cosa che gli domandi ti risponde, e a volte è proprio lui che ti spiega.
Spero che dopo il militare mi riprendono, perché si vede che l’ingegnere è contento di me, mi sto comportando bene.
Spero che le cose gli vadano bene, sono sicuro che se ha la possibilità di riassumermi lo farà con tutto il cuore. Se poi non mi va bene, penso che comunque ho le porte aperte perché il lavoro è richiesto molto, col diploma che ho e questa esperienza che sto facendo, non ci dovrebbero essere problemi, anche se devo spostarmi, andare fuori.