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manifestazione polizia 1.12.07pdf

questa pagina raccoglie materiali raccolti dal30/11(07 - dai più recenti ai più vecchi

 

Fuori e contro
Gabriele Polo- il manifesto 20.12.07

Il governo ha rinunciato al varo del decreto sicurezza. Bene, era un testo pasticciato e pieno di schifezze un po' razziste scritte sull'onda di un terribile fatto di cronaca. Ma il ministro Chiti ne annuncia una nuova versione. Chissà che faranno. Di certo è che le norme sull'omofobia ne saranno escluse: erano il tentativo fatto dalla sinistra per «riequilibrare» un testo che guardava solo a destra: se ne parlerà in altra sede. E anche qui vedremo che ne sarà, ma di certo gli unici vincitori della partita sono la senatrice Binetti e la pattuglia teodem. Dal punto di vista politico - e temiamo anche nel merito - è l'ennesimo schiaffo a sinistra, l'ultima prova di un governo che si regge su una maggioranza di centrosinistra ma che persegue una politica di centro. Se non peggio. Di esempi - dalle pensioni al welfare, dai diritti per gli omosessuali ai rospi delle missioni militari all'estero - se ne potrebbero fare molti. Non è un problema? Crediamo di sì. Non perché ci aspettassimo un Prodi bolscevico - o semplicemente socialdemocratico - ma perché le delusioni hanno superato le peggiori aspettative. E, soprattutto, perché le persone in carne e ossa (quelle che votano e quelle che vorrebbero partecipare alla vita pubblica) giudicano sui fatti e misurano la distanza che c'è tra le enunciazioni e le azioni. Non vogliono essere imbrogliate.
Lo ricordiamo perché in questi giorni ci sono giunte parecchie critiche sulla freddezza con cui il manifesto ha seguito il difficile parto del nuovo soggetto unitario della sinistra. E' vero, siamo stati un po' «distanti», forse inadeguati. Ma, soprattutto, non siamo andati al fondo dei problemi. Che non sono solo quelli derivanti dalle continue rotture dentro la neonata creatura sui fatti della politica quotidiana (a partire dalla riforma elettorale), ma soprattutto nella distanza esistente tra la volontà di dar vita a un soggetto politico dotato di autonomia (non solo dal governo, ma dalla «cultura» che determina i suoi atti) e le pratiche quotidiane cui sono costretti i partiti che ne sono fondatori. Cosa che delude e allontana la partecipazione di migliaia di persone. Non crediamo sia per «cattiveria», ma perché è ben difficile che un'alternativa possa nascere spendendo tutte le proprie energie nella battaglia parlamentare o di governo (con risultati scarsissimi, come si è visto), senza fissare delle discriminanti di contenuto che collochino «la sinistra-l'arcobaleno» fuori e contro gli assetti di potere dati. Almeno su cinque questioni: i diritti civili degli individui, le condizioni del lavoro subordinato, la mercificazione dell'ambiente e dei beni comuni, la contraddizione di genere, la scelta pacifista. Questioni che comportano pratiche radicali e l'individuazione di un avversario: le chiese e gli integralismi, l'impresa capitalistica, il modello di sviluppo, la subcultura maschilista, chi esercita la guerra come asse delle relazioni internazionali. Su questo - almeno su questo - si misura la nascita di una cultura, di una forza alternativa, di una pratica politica. Altrimenti ci si limita a constatare (e magari sostenere) la richiesta d'unità a sinistra, senza la possibilità di renderla concreta, di darle visibilità e credibilità.
E' una strada difficile, in opposizione all'esistente, che dichiara esplicitamente l'impossibilità di alleanze subordinate a chi - come il Pd - pratica un liberismo moderato. Però è obbligatoria per un progetto che abbia respiro e futuro. Su questo il manifesto può spendersi portando in dote la propria indipendenza politica e giornalistica. Ma senza questa chiarezza ogni relazione con la «cosa» rischia di tradursi in tifo o freddezza. Che servono a poco o nulla.

 

Il triangolo nero / Nessun popolo e’ illegale

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne - la petizione online

La storia recente di questo paese e’ un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre piu’ ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna e’ stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida e’ sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena e’ la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena e’ stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignita’? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che e’ italiana, e che l’assassino non e’ un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanita’. Delle loro condizioni, nulla e’ piu’ dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla piu’ forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalita’ (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli piu’ bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima e’ una donna; piu’ di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro e’ sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide piu’ della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non e’ un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilita’ sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parita’ femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia e’ 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania e’ al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che e’ piu’ facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che e’ piu’ facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che e’ piu’ facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno e’ vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, meta’ delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che e’ sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarita’. Non si chiedono cosa avverra’ domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che e’ dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre gia’ echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di liberta’, dignita’ e civilta’; che rende indistinguibili responsabilita’ individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non e’ una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo e’ illegale.

Proposto da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming

 


da: http://lpp.opencontent.it:80/blog/?p=380

     Di seguito proponiamo gli audio della diretta su Radio Cooperativa PD relativi alla manifestazione nazionale di Genova 17 novembre 2007. 

(sono file .ogg, per il download un lettore free è disponibile qui)

F. Maccari - segretario nazionale COISP:(sindacato polizia)  Hide Player | Play in Popup | Download


 

«Accidentalmente», spari ad altezza d'uomo

Gli ultimi 21 «errori» letali che non hanno fatto notizia
Dario Stefano Dell'Aquila

L'unico, tra gli esponenti istituzionali, a porre il problema è stato il presidente della camera Fausto Bertinotti. «L'uso delle armi da fuoco deve essere diversamente sorvegliata - ha detto al Gr Parlamento commentando la morte di Gabriele Sandri -. In base alla dinamica dei fatti che conosco ritengo incomprensibile che si sia potuto utilizzare un'arma da fuoco. Le armi non devono essere utilizzate se non in condizioni estreme. Con tutta la partecipazione umana anche per il poliziotto coinvolto, non è ammissibile che avvengano casi come questo».
Il dibattito ha preso invece un'altra via, quella delle problematiche relative alle tifoserie e alle trasferte. Forse perché, nonostante l'attualità del tema, quello dell'uso delle armi da parte delle forze dell'ordine rimane ancora un tabù. Tanto è vero che non si dispone nemmeno di dati ufficiali su cui provare a ragionare.
Nel 1986 Luca Rossi, studente milanese, viene ucciso da un colpo di pistola partito, accidentalmente, dalla pistola di un agente della Digos. Gli amici di Luca Rossi fondano un centro di iniziativa politica provando a ragionare sul loro dolore. Si interrogano su quanti siano i morti e i feriti per mano delle forze dell'ordine dalla introduzione della legge Reale, la norma approvata nel 1975 che ha aumentato i poteri delle forze di polizia.
Dai loro dati, che arrivano al 1989, basati sulle notizie di stampa, emerge che tra i morti (254) e i feriti (371) si arriva al numero di 625 persone. Pubblicano questi dati in un libro dal titolo «625 Libro bianco sulla Legge Reale - Ricerca sui casi di uccisione e ferimento da legge Reale». E chiamano a discuterne alcuni intellettuali tra cui Franco Fortini. Purtroppo, il loro lavoro si è fermato ad alcuni anni fa. Visto che dati recenti non c'erano, abbiamo deciso di produrli noi, con un criterio ancora più selettivo.
Abbiamo esaminato solo i casi avvenuti durante un controllo o un fermo di polizia, non abbiamo preso in esame cioè né i casi di conflitto a fuoco con altre persone armate né il caso di Carlo Giuliani. Dal 1998 ad oggi, emerge che sono almeno 18 le persone uccise da un colpo di pistola esploso «accidentalmente». A questi casi, si potrebbero aggiungere altri 3 episodi, in cui la vittima è stata soffocata (2) o si è «gettata» dalla finestra (1). Caratteristica comune di questi casi è che la versione ufficiale ha sempre un avverbio, un «accidentalmente», alla base della ricostruzione ufficiale.
Nell'elenco non manca nessuno corpo delle forze dell'ordine, dai carabinieri alla polizia, dalla guardia di finanza alla polizia penitenziaria, dai vigili urbani al corpo della guardia forestale. Quello che segue è una breve panoramica dei casi più recenti.


Solo quest'anno sono tre gli episodi. Il 4 luglio 2007 Susanna Venturini, 51 anni, incensurata, madre di tre figli, muore in un'area di servizio nel veronese. Scoperta durante un tentativo di estorsione fugge e viene uccisa, in auto, dal colpo di pistola di un carabiniere.
L'otto settembre è la volta di una donna rumena, in fuga dopo aver rubato 300 euro ad un supermercato di Ivrea. L'auto su cui viaggia non si ferma all'alt dei carabinieri.
Il ventotto ottobre a Somma Vesuviana, nel napoletano, muore Pasquale Guadagno, 20 anni. Viaggia su un'auto che non si ferma all'alt dei carabinieri. Dopo un lungo inseguimento, viene ucciso da un colpo esploso da una pistola.
Nel 2006 un cittadino nomade di 51 anni, Giuseppe Laforè, viene ucciso dopo un inseguimento dei carabinieri, a Piasco, sulla strada tra Saluzzo e Cuneo. La vittima, accanto al guidatore, viaggiava su una vettura che, secondo una prima ricostruzione, non si sarebbe fermata a un posto di blocco, viene uccisa dal colpo di pistola partito «accidentalmente».
Nel 2005, nel giro di tre mesi, muoiono due immigrati. A Milano un giovane tunisino, 26 anni, muore dopo che, durante una colluttazione, è colpito da un colpo di pistola accidentalmente partito dalla pistola di un agente della Guardia di Finanza. A Torino, cambiano nazionalità della vittima, a perdere la vita è un senegalese, e la divisa di chi ha sparato è quella di un agente di polizia. Rimane l'«accidentalmente» per l'omicidio avvenuto questa volta durante un normale controllo. Un immigrato nigeriano, a Torino, invece si getta da una finestra durante un controllo di polizia. Molto conosciuto il caso di Federico Aldrovandi che muore a Mantova durante un fermo. In questi due casi non vi è l'uso di armi da fuoco.
Molte di queste tragedie non hanno fatto notizia: sono state confinate nelle brevi di cronaca o nelle pagine dei quotidiani locali. È il caso, ad esempio, di Domenico Palumbo 30 anni, soffocato, il 31 ottobre 2004, durante un fermo effettuato da tre agenti di polizia penitenziaria di fronte la sede della loro scuola di polizia. Oppure come il caso di Gregorio Fichera che muore a diciotto anni, mentre, a Catania, è alla guida di un auto rubata. Il colpo di pistola è di un appuntato dei carabinieri. A Brescia, invece, Stefano Cabiddu muore mentre è sul bordo del fiume Mella in compagnia dei suoi fratelli. «Un doloroso incidente», lo definisce il procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini.
È giugno 2003, quando ad Arzano vicino Napoli, Mohamed Kadiatou Cisse viene ucciso nell'abitazione della sorella. È a letto, soffre di una forte depressione. La famiglia ha chiamato il 118, ma arrivano i carabinieri. La sua morte si dimentica in due giorni, mentre i familiari ancora si battono per avere giustizia, o almeno la verità.
A Gorizia Bostian Brecelj, di 30 anni, è ferito con un colpo di pistola alla testa sparato - «accidentalmente», secondo la ricostruzione degli stessi carabinieri - durante una colluttazione avvenuta dopo un lungo inseguimento. Sempre dopo un lungo inseguimento, questa volta a Bari, trova la morte Michele Ditrani, 47 anni. Anche qui a sparare la pistola di un carabiniere. A Padova (2002) Nunzio Albanese, sospettato di far parte di una banda che ruba camion, viene ucciso in un'area di servizio, da una sventagliata di una mitraglietta il cui portatore, un carabiniere, scivola accidentalmente.
Infine, ecco l'unico caso che ha avuto una certa attenzione dei media, prima di cadere nel dimenticatoio. Siamo a Napoli. È il 21 settembre 2000. Mario Castellano ha solo 17 anni e come tanti gira in motorino senza casco. Non si ferma all'alt dell'agente di polizia Tommaso Leone. Il poliziotto si volta e spara o, se preferite, inciampa e accidentalmente parte un colpo. Mario Castellano muore con un polmone bucato. Tommaso Leone viene condannato definitivamente (dopo che la Cassazione annulla il processo di secondo grado in cui era stato assolto), nel 2005, a dieci anni con l'accusa di omicidio volontario.
Perché non tutto avviene sempre accidentalmente.



«Via i poveri da Cittadella» Diktat del sindaco leghista

di Orsola Casagrande

su Il Manifesto del 18/11/2007

L'ordinanza prevede l'obbligo di dimostrare un reddito annuo di 5 mila euro per avere la residenza. Il ministro Ferrero accusa: «Questa è una misura razzista»

Al peggio non c'è mai fine. Dopo le sparate del sindaco di Treviso, il leghista Gentilini, ecco l'ordinanza di un altro esponente del carroccio. Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella (in provincia di Padova) ha infatti stabilito che d'ora in poi i cittadini stranieri per ottenere la residenza dovranno dimostrare di avere un reddito annuo di almeno cinquemila euro. «Molte altre amministrazioni in Veneto e Lombardia - ha detto ieri il sindaco - mi hanno contattato in questi giorni per avere copia dell'ordinanza. In particolare - ha aggiunto - gli uffici legali di Verona e Treviso stanno studiando la possibilità di adottare un'ordinanza simile alla nostra». Verona e Treviso, cioè le due città venete che sono riuscite ad adottare alcuni tra i provvedimenti più antidemocratici degli ultimi tempi.
L'ordinanza prevede che i nuclei familiari intermedi, con due o tre congiunti oltre al richiedente, dovranno dimostrare un reddito annuo di poco più di 10mila euro. La dimostrazione di avere un reddito riguarda anche il cittadino dell'Unione europea «che decida di soggiornare in Italia senza svolgere un'attività lavorativa o di studio o di formazione professionale». Per gli altri cittadini della Ue, per l'iscrizione anagrafica, è richiesta la «documentazione attestante l'attività lavorativa - continua l'ordinanza - subordinata o autonomamente esercitata». Per i lavoratori subordinati viene chiesta copia dell'ultima busta paga o copia del contratto di lavoro con i dati Inps ed Inail. «I cittadini della Romania e della Bulgaria - prosegue il documento - dovranno inoltre esibire il nulla osta rilasciato dallo sportello unico per l'immigrazione nei settori diversi da quello agricolo, turistico alberghiero, lavoro domestico e di assistenza alla persona, edilizio, metalmeccanico, dirigenziale e altamente qualificato, lavoro stagionale». L'ordinanza nelle premesse fa riferimento in particolare a motivi di sicurezza igienico-sanitari legati all'incremento «a livelli esponenziali dei flussi migratori». Un fenomeno che «potrebbe assurgere a connotati di vera e propria emergenza - è scritto - sotto il profilo della salvaguardia a dell'igiene e della sanità pubblica nonchè dell'incolumità dell'ordine e della sicurezza».
Le scelte dell'amministrazione di Cittadella sono state criticate duramente dal ministro alla solidarietà sociale Paolo Ferrero: «Misure decisamente razziste e discriminatorie - ha detto Ferrero - E' evidente che per farsi campagna elettorale o per garantirsi una maggioranza un amministratore locale può arrivare perfino a violare diritti civili e costituzionali». Ferrero sottolinea che «questo tipo di iniziative dimostrano anche la bontà della scelta che abbiamo fatto sul pacchetto sicurezza, non concedendo ai sindaci le prerogative dei prefetti». Una battuta il ministro la riserva anche al presidente della regione Veneto Giancarlo Galan. «Che qualcuno consideri queste scelte come dettate dal buon senso la dice lunga sull'idea di democrazia e libertà che ha la destra in questo paese». Galan aveva infatti sottolineato come l'idea del sindaco di Cittadella fosse «accettabile e di buon senso».

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LA STAMPA

Prima Pagina
(Del 8/11/2007 Sezione: Prima Pagina Pag. 1)

Mario Deaglio
L’UOMO NERO IL ROM E IL ROMENO


All’incirca un romeno su quaranta appartiene all’etnia rom (affine agli zingari italiani), mentre all’incirca trentacinque su quaranta appartengono all’etnia romena che parla una lingua neolatina, affine all’italiano. In Romania, in modo non troppo dissimile all’Italia i rom vivono nelle periferie, mantengono una distinta identità, parlano una lingua di origine indiana, diversa da quella nazionale, fanno registrare un elevato tasso di microcriminalità, non sono ben visti dal resto della popolazione. Questa realtà differenziata dovrebbe far riflettere prima di tutto sui motivi della resistenza dei rom all’integrazione nelle società moderne, premessa per una politica di sicurezza e tranquillità per tutte le etnie. Un efferato delitto compiuto da un rom di cui è stata vittima un’italiana, preceduto da un incidente stradale con terribili conseguenze, provocato da un rom ubriaco hanno invece provocato un pericoloso appiattimento dell’opinione pubblica. A

nche a seguito dell’impostazione di cronaca data dai mezzi di informazione, l’opinione diffusa tra gli italiani è: a) che tutti i romeni siano rom; b) che tutti i rom siano dei criminali, per lo meno in potenza; c) per conseguenza che tutti i romeni siano dei criminali in potenza e in particolare che la microcriminalità sia prevalentemente da attribuirsi ai romeni. Questo appiattimento di una realtà complessa ha indotto moltissimi italiani e anche molti segmenti del mondo politico, alla conclusione che, cacciando i romeni, l’Italia ricupererebbe tranquillità e felicità; ha determinato una rara risposta immediata del governo con un decreto di emergenza; ha obbligato il ministro dell’Interno all’incredibile dichiarazione che non si pensa a «espulsioni di massa», impensabili in un civile Paese europeo, quasi che la democrazia italiana fosse diventata la brutta copia del nazismo e naturalmente incompatibile con la posizione italiana di Paese fondatore del Consiglio d’Europa.
Il mondo dell’informazione dovrebbe farsi l’esame di coscienza e domandarsi se il pericoloso sentiero di semplificazioni sul quale è avviata l’Italia con l’emergere di un arroventato clima anti-romeno (che ha provocato, o quanto meno fatto da sfondo a sporadici attentati contro cittadini romeni) non derivi almeno in parte dalla presentazione che vien fatta della cronaca e dallo scarso approfondimento di ciò che sta dietro la cronaca per cui si sono esasperate situazioni di fatto e si rischia di fare del «romeno» qualcosa di equivalente all’«uomo nero» delle favole. L’attenzione estrema a fatti di cronaca che coinvolgono negativamente i romeni si accompagna all’estrema disattenzione a ciò che succede in Romania, sicuramente il Paese dell’Europa Orientale più prossimo all’Italia non solo per i legami antichi della lingua ma anche per quelli recenti dell’economia. Tra Italia e Romania si è verificata una straordinaria integrazione, in quanto la Romania è l’unico Paese al mondo in cui le imprese italiane, soprattutto quelle medio-piccole, hanno trovato un humus favorevole alla crescita. È l’unico Paese nel quale è stato possibile trapiantare il modello italiano del «distretto industriale». Decine di voli al giorno collegano gli aeroporti di Bucarest e Timisoara con i principali scali aerei italiani; circa ottocentomila romeni lavorano nel loro Paese per imprese italiane, più delle svariate centinaia di migliaia che lavorano in Italia. Una parte della prosperità di alcune zone d’Italia dipende in maniera cruciale dalla delocalizzazione parziale in Romania che ha consentito loro di restare sul mercato e recuperare quella competitività di prezzo che diventa sempre più difficile con la localizzazione in Italia. Per conseguenza, l’Italia è divenuta il principale partner economico della Romania. Eppure la Romania va sulle prime pagine solo in occasione di fatti criminali, forse un italiano su mille conosce il nome del suo presidente o del suo primo ministro, forse uno su diecimila sa qualcosa dei suoi problemi e delle sue politiche. Gli inviati si mandano sulle scene dei delitti e degli incidenti che fanno notizia mentre abbiamo perduto la nostra capacità di osservazione spassionata di aspetti meno appariscenti e solo apparentemente lontani della realtà. L’Italia sostanzialmente si disinteressa del resto del mondo se la sua attenzione non è richiamata da qualche fatto sensazionale; questo disinteresse è una forma di miopia, una mancanza di curiosità che ci porta a fare errori gravi, a perdere occasioni, a spingerci verso la strada dell’intolleranza. mario.deaglio@unito.it

 

 

 

Noi romeni e il razzismo In attesa degli «europei»

di Mihai Mircea Butcovan

su Il Manifesto del 06/11/2007

Le parole della tv, quelle dei politici e della «gente comune». Considerazioni a briglia sciolta di un «osservatore romeno» che vive in Italia. E attende i prossimi campionati di calcio

C'è stato un delitto. E la vittima, donna, ha nome e cognome. Italiano. L'autore del reato, uomo, anch'egli ha nome e cognome, romeno. Se da qui si può desumere che in qualche modo è stato offeso l'intero popolo italiano e le donne non si può certamente ritenere che il delitto sia stato commesso dall'intero popolo romeno o da tutti gli uomini. Questa facile equazione «romeni = delinquenti», dove la variabile romeno non è incognita ma semplicemente soluzione di tutti i mali, non rende onore all'intelligenza delle persone che la praticano.
Vorrei «sprecare» una riga del già esiguo spazio editoriale assegnato agli immigrati per esprimersi. Una riga di silenzio a commento e sgomento di fronte a frasi scritte sui forum del terzo millennio da persone che si ritengono dei bravi, quando non ottimi, cittadini. E questa volta chi inneggia a «stermini, roghi, fucilazioni» non è cresciuto, per sua fortuna, in baracche come quelle che vorrebbe bruciare, non è vissuto in condizioni di miseria e degrado come quelle che ci mostra la televisione in questi giorni. No, da quelle situazioni non possiamo aspettarci grandi impianti filosofici, nemmeno programmi di politiche sociali. Ma da chi invece è cresciuto in ambienti puliti, è andato a scuola in un paese democratico, ha studiato, ha fatto sport e viaggiato per diletto, da chi vota liberamente i suoi rappresentanti e può farsi eleggere come rappresentante, non ci aspettavamo frasi razziste, disumane, che spesso fanno da anticamera o motore ad aggressioni tanto ingiustificate e orrende quanto l'uccisione della signora Giovanna Reggiani.

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Un importante telegiornale si esprimeva così mentre descriveva i funerali di Giovanna: «Nella basilica tanti rappresentanti delle istituzioni ma anche tanta gente comune». Quale sarà la differenza tra i primi e i secondi? I secondi, attraverso l'espressione del voto libero e democratico, deliberano chi non debba essere più «gente comune» come loro e diventi rappresentante delle istituzioni, quindi del popolo, della gente comune. Oppure quel voto rinforza la condizione di quelli che poi diventano rappresentanti?
«Il marito di Giovanna arriva con una rosa», prosegue il telegiornale nella descrizione dei funerali. Al marito di Giovanna, gente comune, non rimane che la parola o il silenzio che può esprimere una rosa. Ha perso la moglie eppure trova la forza per non lasciarsi andare in frasi di odio e si prodiga per fermare quella crescente ondata di razzismo che anche la sua Giovanna avrebbe disapprovato. E non si fa scappare facili equazioni del tipo «romeni = delinquenti».
I politici «sfilano davanti alla bara». Termine che fa pensare ancora a una passerella funebre, utilizzata per esprimere un doveroso cordoglio ma che appare una cosa già vista troppe volte per credere che sarà seguita da impegni concreti, volti a cercare soluzioni ai problemi e non rattoppi, più o meno virtuali. Nelle dichiarazioni che precedono la sfilata, e anche in quelle che seguono, appaiono tardive e hanno sapore di autoassoluzione certe esternalizzazioni della responsabilità e certe colpevolizzazioni. Ma non si può lasciare un vuoto nel campo delle responsabilità. Ecco allora che si offre un'alternativa alla «gente comune», una soluzione facile-facile per i malanni di questa società: i rom, anzi i romeni, colpevoli ormai di tutto...

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Oggi qualcuno diceva ancora che «servono più forze di polizia». Forse perché buona parte sono impegnate a scortare i tifosi e a difendere le città e i treni dalla furia distruttiva di certe tifoserie? Ma prospettare come soluzione uno stato di polizia non sarebbe risolutivo di un bel niente. Se c'è un problema chiamato «sicurezza» tanto grave da fare scendere in campo più forze dell'ordine, allora si predispongano le scorte, una volta al mese, per gli anziani che vanno a ritirare la pensione agli uffici postali. Ma le forze dell'ordine da chi difendono i tifosi che scortano allo stadio? Dagli immigrati?
Non possono i romeni e nemmeno i rom spiegare alla gente comune il fallimento delle politiche dell'immigrazione. Nessuno ha la soluzione in tasca ma la domanda bisogna porla. Troppo facile puntare il dito e sparare nel mucchio. Come se tutti i mali dell'Italia provenissero dalla Romania. Noi, gente comune, se non vogliamo restare senza parole e doverci affidare ai fiori e a qualche applauso, è a loro, ai rappresentanti delle istituzioni che dobbiamo chiedere conto della gestione della cosa pubblica.

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Un anno fa a Milano un certo don Colmegna aveva sollecitato le istituzioni a prendere in considerazione la questione rom con progetti di inclusione sociale. E affermava: «Gli sgomberi privi di un conseguente piano sociale non servono a nulla se non a spostare il problema da un'altra parte». Chi avrebbe dovuto raccogliere quel drammatico appello? La Casa della Carità di Milano aveva attuato un progetto di inserimento sociale basato su convivenza, condivisione e costruzione di reciproca fiducia. Oggi i risultati dimostrano che in due anni, con il patto di socialità e legalità come strumento di relazione sociale e mediazione culturale, si è potuto ridare dignità ad alcune famiglie di rom provenienti dalla Romania. Qualcuno, durante i presidi di gennaio contro il campo di Opera, alle porte di Milano, aveva gridato: «Don Colmegna, vattene in Romania con i tuoi rom!». Frase ripetuta durante le manifestazioni al Parco Lambro di Milano. Don Colmegna in Romania? La Romania ne avrebbe sicuramente da guadagnare.

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Mi chiedo anche perché nel resto d'Europa non c'è ancora l'allarme romeni. O tutti i delinquenti romeni sono in Italia e le eccellenze romene vanno altrove oppure... Qui mi pare che si parli di «fuga di cervelli» per altrove. Non è la gente comune, quella che vive senza scorta e senza sconti «onorevoli», a dover dare una risposta. «Non si dovrà ripetere mai più». Stesse parole sentite durante i roghi dei campi rom di un anno fa, stesse parole sentite in occasione del ritrovamento dei 17 morti del Mediterraneo - già dimenticati - ultimi di una strage che non ha fine. Forse non conosceremo mai i loro nomi.

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Un rappresentante delle istituzioni dichiara ai microfoni il giorno dopo il funerale: «Stanno arrivando da tutte le parti perché qui c'è maggiore tolleranza verso l'illegalità». Si riferiva agli immigrati. «Stanno arrivando da tutte le parti...» «...Perché qui c'è maggiore tolleranza verso l'illegalità». Detto da uno che da oltre 20 anni è nel parlamento italiano ha un certo significato. La sicurezza non è solo una questione di luce nelle strade di periferia. Ma l'antirazzismo è questione di luce nelle menti delle persone. Ora alcune persone inneggiano a roghi, fucilazioni, sterminio, espulsioni. Si dimenticheranno in fretta anche di noi... sappiamo che è consuetudine. Altrimenti aspetteremo con fiducia i prossimi campionati di calcio. Gli «europei».


Bombe carta e sputi, romeni nel mirino

di Eleonora Martini

su Il Manifesto del 06/11/2007

Una croce celtica e la scritta «ve bucamo la testa». Poi un ordigno contro la vetrata. Nel mirino un alimentari rumeno a Monterotondo, alle porte di Roma. E nella capitale Forza Nuova sfida i divieti

«Ve bucamo la testa». La minaccia, siglata con una croce celtica, era stata tracciata già la notte precedente sul muro a fianco del negozio di «Alimentari tipici rumeni» situato nel centro storico di Monterotondo, comune satellite a nord di Roma. Era stata notata domenica mattina e solo poche ore dopo, la sera alle 20.20, un ordigno rudimentale è esploso all'ingresso dell'alimentari causando fortunatamente solo alcuni danni, molta paura, ma nessun ferito. In frantumi la vetrata fissa del negozio, piegata la sua saracinesca. Molta paura per gli abitanti della palazzina a due piani che sovrasta «Dmd Transilvania», l'esercizio commerciale aperto da un anno da Diana Stetula Mailat, una ragazza rumena di 29 anni, in Italia da 8, che non ha mai avuto problemi né di integrazione né giudiziari. È casuale l'omonimia con Nicolae Romulus Mailat, l'uomo accusato dell'omicidio di Giovanna Reggiani ma che continua a dirsi innocente.
Dalle parole insomma qualcuno è passato ai fatti. E deve essere successo tutto in pochi secondi perché a quell'ora di domenica la strada, via Gramsci, che porta dritto in centro, non è proprio deserta. Quel qualcuno ha lasciato cadere da un'altezza di circa un metro e mezzo all'interno della saracinesca, che per metà è a maglie larghe, un cilindro di 3 centimetri di diametro e lungo 20 (un razzo di segnalazione marina) riempito con polvere da sparo e una bottiglia di plastica piena di benzina. L'intento era chiaro ma non ha avuto successo perché la bottiglia è caduta troppo distante dal candelotto: volevano provocare un incendio, noncuranti delle famiglie che abitano in quella palazzina.
Sul caso stanno indagando i carabinieri di Monterotondo, che sembrano escludere al momento la pista politica. Ma la cittadina, che conta poco più di 30 mila abitanti e che è sempre stata orientata a sinistra negli ultimi anni, è stata teatro di alcuni episodi violenti come l'esplosione di colpi di pistola e una molotov lanciati contro le sedi del Prc e del Pdci nel 2005. Eppure secondo i militari dell'Arma «si tratta piuttosto di un episodio di emulazione dovuta a tutto questo parlare di rumeni da cacciare via», come racconta il luogotenente Carlo Giannini. I rumeni che lavorano nella zona sono circa mille, la metà dei residenti stranieri, e sono «ben integrati e con buoni rapporti con il resto della cittadinanza», assicura il sindaco Tonino Lupi (Ulivo), che «condanna fermamente l'ignobile atto intimidatorio» al pari del «linciaggio di cittadini rumeni ad opera di una squadraccia razzista» avvenuto venerdì sera a Tor Bella Monaca, periferia est di Roma. Purtroppo non basta constatare che a Monterotondo le formazioni di estrema destra non siano presenti con le loro sedi sul territorio. La cultura razzista o xenofoba non ha bisogno di tessere per sedimentarsi e si nutre piuttosto di tristezza che di povertà. Anche se Forza Nuova non perde l'occasione e domenica malgrado il divieto impostogli ha manifestato indisturbata contro gli immigrati a Ponte Milvio. Sicuramente triste infatti era l'uomo che ieri in autobus, sempre a Roma nella periferia est, ha insultato e sputato addosso ad una donna per aver riconosciuto, sentendola parlare al telefono, che si trattava di una rumena. «Vattene puttana, tornatene a casa tua», le ha urlato dando più di una ragione alla ministra Barbara Pollastrini quando chiede di estendere (e di applicare) la legge Mancino all'odio di genere e di orientamento sessuale. L'episodio è stato riferito dalla comunità Sant'Egidio e ha riguardato una collaboratrice domestica a loro vicina. Nessuno tra i passeggeri è intervenuto in suo aiuto, solo l'autista l'ha rassicurata dicendole di stargli vicino. E mentre ieri a leggere i titoli di cronaca ci si poteva fare l'idea che a commettere crimini in Italia siano ormai solo i rumeni, un allarme è stato lanciato dall'Arci Toscana, dalla Caritas e dal Cnca che in una nota congiunta scrivono: «Il clima che sta montando nell'opinione pubblica e in parti significative e ampie del mondo della politica rischia di degenerare in una situazione che non ha niente a che fare con la solidarietà per le vittime e la giustizia». E aggiungono: «Si può davvero pensare che la quasi totalità di una popolazione, in questo caso i rumeni, siano portati per natura o formazione culturale a commettere atti feroci e criminali?».Inoltre secondo quanto riportato da Paolo Ciani, responsabile rom e sinti per la comunità Sant'Egidio, e da Opera Nomadi sarebbero pochi gli immigrati rumeni e rom che in queste ore hanno lasciato davvero l'Italia spaventati dagli episodi di razzismo. Soprattutto chi lo ha fatto non è certo tra coloro che sono abituati a delinquere. «La vera criminalità invece ha già lasciato i campi nomadi - spiega Massimo Converso - perché di solito quelli hanno appartamenti affittati e mezzi più che sufficienti». Gli altri si allontaneranno per un po', in direzione sud. Ma poi torneranno, spiegano i responsabili delle due associazioni, in insediamenti più frammentati e clandestini di prima.


Sicurezza sì, ma in concreto

di Paolo Beni e altri

su Il Manifesto del 30/10/2007

 

Il tema della sicurezza ha assunto una crescente centralità nella discussione politica italiana e influenza sempre più scelte e orientamenti di amministrazioni pubbliche, enti locali e governi. I mezzi di informazione hanno riservato a questo tema uno spazio enorme, determinando vere e proprie campagne di allarme sociale che, partendo da singoli episodi, descrivono le nostre città come invivibili e insicure. L'insicurezza e la paura viene quasi sempre ricondotta alla presenza di emarginati, poveri e migranti, associando in maniera discutibile i comportamenti illegali alle categorie socialmente più deboli e ai soggetti che vivono in condizioni di disagio abitativo e sociale. Siamo molto preoccupati per la tendenza a individuare nei più emarginati, rom e migranti in primo luogo, i facili capri espiatori di questo crescente sentimento di insicurezza.
Da anni le organizzazioni sociali laiche e religiose partecipano con impegno e competenza alla individuazione e alla sperimentazione di percorsi di inclusione sociale per superare in maniera positiva le tante situazioni di disagio nelle città, collaborando con le amministrazioni pubbliche e mettendo a disposizione il proprio radicamento territoriale e il lavoro di tanti operatori e di tante operatrici. Occorre costruire opportunità e spazi di cittadinanza per tutte e tutti. Un welfare adeguato significa rendere i diritti esigibili e universali, indipendentemente dalle condizioni sociali, dai comportamenti e dalle possibilità di ogni individuo. C'è bisogno di un intervento che metta al centro le persone, con i loro percorsi e i loro diritti, senza rinunciare a dare risposte alle paure di tante e tanti nostri concittadini, ma ricercando soluzioni concrete, seppur più difficili e complesse.
La repressione di comportamenti illegali non può tradursi in persecuzione del disagio sociale. Accanto a una giusta attività di repressione, che deve però svolgersi nel rispetto dell'art. 3 della nostra Costituzione e prevedendo le giuste garanzie per le persone più deboli, va messa in campo una attività diffusa e radicata, di mediazione sociale e accompagnamento per la risoluzione dei conflitti, che impedisca la crescita di razzismo e frammentazione sociale. L'impegno straordinario di personale di pubblica sicurezza per affrontare il disagio sociale e abitativo si traduce in minori forze impegnate contro la grande e la piccola criminalità e un progressivo intasamento del sistema giudiziario.
Chiediamo alle forze politiche, al Parlamento, al Governo e a tutti coloro che hanno responsabilità di governo del territorio di riportare la discussione sul disagio sociale e sulla sicurezza su un terreno costruttivo e di confronto che veda protagoniste tutte le forze sociali, i cittadini e le cittadine, compresi migranti e minoranze, ricercando soluzioni condivise e sostenibili che abbiano il segno della giustizia e della solidarietà. Le città aperte sono più sicure.
Il razzismo rende tutte e tutti più insicuri.

*** Primi firmatari: Paolo Beni (Arci), Stefano Rodotà, Don Luigi Ciotti (Gruppo Abele e Libera), Livio Pepino (Md), Lorenzo Trucco (Asgi), Sergio D'Angelo (Drom)

 

 


 

Interni
(Del 6/11/2007 Sezione: Interni Pag. 3)


La libera circolazione dei cittadini europei non permette di controllare i flussi

ROMA

E adesso il prossimo tabù che sta per cadere si chiama Schengen. Sull’altare della sicurezza che non c’è, due autorevolissimi esponenti della maggioranza e dell’opposizione, Piero Fassino e Gianfranco Fini, dal salotto di Bruno Vespa, Porta a Porta, mandano a Bruxelles un messaggio forte e per ora poco chiaro: «La Commissione Ue rifletta sugli accordi di Schengen», che permettono la libera circolazione degli individui all’interno di tutti i paesi Ue, vero caposaldo dell’Europa unita. Una riflessione preventiva, naturalmente, mirata a tentare di disincentivare la calata dei barbari, ovvero l’invasione dei rumeni. Un invito corale che Bruxelles, probabilmente non intenderà sentire, giacché è pronta - lo farà già giovedì - ad accogliere nella casa comune di Schengen, a partire dal prossimo 21 dicembre, tutti quei paesi (eccetto Cipro) che hanno aderito all’Unione Europea nel maggio del 2004. Tra questi, non ci sono la Romania e la Bulgaria, che alla Ue hanno aderito dopo. Ma il loro turno arriverà e Bruxelles darà - è scontato - il semaforo verde. Il laboratorio bipartisan italiano è solo al suo primo tentativo di elaborazione di un’offensiva politico-diplomatica comune. E siccome la materia è incandescente, l’importante è mandare un messaggio anche correndo il rischio di complicare le cose. Dunque, è stato Piero Fassino a parlare per primo: «E’ giusto che si ponga una riflessione sui flussi che arrivano dalla Romania e credo che dobbiamo proporre in chiave europea una rivisitazione degli spazi di Schengen». Gli ha fatto eco Gianfranco Fini: «Questo è sacrosanto, e l’Italia deve essere tra i Paesi che chiedono che gli spazi di Schengen vengano rivisti. Anche la Germania e l’Austria - ha detto il leader di An - hanno sospeso alcune parti dell’accordo di Schengen. Quando noi abbiamo governato, abbiamo un po’ sottovalutato questo aspetto». Schengen e le negoziazioni bilaterali dei flussi sono questioni diverse. Perché, per esempio, le limitazioni imposte da Germania e Austria all’ingresso dei rumeni nei rispettivi Paesi riguardano l’aspetto dei flussi di lavoratori (rumeni), non il diritto a quei cittadini europei di circolare nella Comunità Europea. E poi Schengen vuol dire abolizione dei controlli sistematici alle frontiere, ma sono previsti (e praticati) controlli a campione dei passaporti e la stessa Commissione Ue ha impartito direttive di controlli più attenti in quelle frontiere ritenute «calde». Più che «rivisitazione», Fassino e Fini sembrano interessati a trovare una intesa comune sulla possibilità di rivedere i trattati, magari - è questa una delle ipotesi in cantiere - per poter certificare quando un cittadino rumeno è effettivamente entrato in Italia, per poterlo allontanare dopo 90 giorni qualora non abbia trovato un lavoro.
L’Italia dovrebbe portare sul tavolo della «riflessione» motivi molto convincenti per adottare questo straordinario strumento di revisione dei trattati per i cittadini rumeni. Sapendo che Bruxelles, soltanto ieri ha lanciato un monito a Roma sulle espulsioni collettive (che tali non sono) che il decreto del Consiglio dei ministri ha approvato la settimana scorsa.

la stampa

 


 

-Italia, porti in Europa un'era di intolleranza

di Peter Popham

su Liberazione del 04/11/2007

The Independent contro il decreto-sicurezza

Pubblichiamo amplissimi stralci di questo articolo, che è stato messo ieri in prima pagina, a tutta pagina, dal giornale inglese, di orientamento democratico-liberale, «The Independent». Il titolo è: «Emarginati: l'Italia si rivolta contro i suoi immigrati sulla spinta di un omicidio». Il sommario è durissimo: «Sono le prime vittime di un brutale giro di vite. Mentre migliaia aspettano di essere deportati senza processo. C'è da chiedersi se stiamo entrando in una nuova era di intolleranza in Europa».

Stavano seduti tristemente sulle rive del Tevere, ieri, mentre le loro baracche - che loro chiamavano casa, appena poche ore prima - venivano demolite. Già esclusi dal corso principale della vita italiana, ora sono stati banditi anche da qualsiasi rifugio temporaneo. E la città ha gioito alla loro sfortuna. Solo tre piccoli gattini e un cane bastardo affamato restano lì: sono gli ultimi abitanti di questo campo profughi alla periferia di Roma. Il campo è a pochi metri dalla stazione di Tor di Quinto, ma nascosto da alberi e cespugli. Sta in una stretta gola. E' invisibile fino a quando non ti sporgi dalla boscaglia ed entri dentro. E allora incontri le prime linee di queste baracche. Messe su con cartoni, pezzi di legno e stoffe, e che tuttavia appaiono pulite e curate. All'interno molte di queste baracche hanno tappeti sul pavimento, piccoli fornelli a gas, armadietti con ornamenti, letti e una sedia rotta. Fuori, su un vecchio sofà, c'è un vecchio ombrello mangiato dalle tarme, che fa ombra a un vecchio tavolo: questa è la dolce vita romana per questi residenti, che sono i più poveri ed emarginati dell'Italia.
Il campo è vuoto perché mercoledì una signora, moglie di un capitano di vascello, Giovanna Reggiani, 47 anni, ritornando a casa è stata attaccata e derubata e gettata in un dirupo. La notte successiva è morta in ospedale. E' stato un crimine terribile, e ha alimentato un crescente clima nazionale di rabbia ed esasperazione sull'immigrazione. Improvvisamente il sistema politico italiano, di solito così sonnacchioso e lento, è tornato vitale, reattivo. L'Italia in poche ore ha fatto quello che milioni di persone in Europa - aizzate da politici populisti e da media xenofobici - vorrebbero veder fatto dai loro governi: prendere misure rapide, risolute e draconiane per dare agli immigrati un'indimenticabile lezione.
Una nuova legge sulla sicurezza ha fatto breccia nel governo. Uno dei suoi punti centrali è che gli stranieri che appartengono ai paesi dell'Unione europea, e sono residenti in Italia, possono essere espulsi su ordine dei prefetti locali, se essi sono considerati una minaccia alla "sicurezza pubblica". Nessun processo è necessario. Mercoledì sera, su richiesta di Walter Veltroni (sindaco di Roma e leader del nuovo partito centrista, il Partito democratico) questi provvedimenti sono diventati decreto legge, cioè una sorta di diktat, e sono stati firmati nella notte dal Presidente della Repubblica.
Per essere stata la più "mollacciona" dell'Europa, improvvisamente l'Italia si è trovata all'avanguardia. Il giornale "la Repubblica" prometteva le prime 5000 espulsioni. Il decreto legge è entrato in vigore da ieri. La scorsa notte il prefetto di Milano è stato il primo ad applicarlo, chiedendo l'espulsione di quattro rumeni. I rumeni sono il primo gruppo di stranieri ad essere indicati come colpevoli e vilipesi quando i sentimenti anti-immigrati si infiammano. E così, mentre i politici e gli avvocati stavano lavorando sulla legge, il governo ha "baypassato" e pesantemente colpito sui baraccati di Tor di Quinto.
Una lunga fila di macchine della polizia sono arrivate sul posto e i poliziotti hanno cacciato i rumeni dalle loro povere case. Hanno perquisito il campo alla ricerca di indizi di reato. Ci si si aspettava che le case fossero rase al suolo dai bulldozer in poche ore (...)
* * *
Ieri l'opinione prevalente per le strade di Roma era che il giro di vite era atteso da tempo. Una donna a Ponte Milvio commenta sprezzantemente: «Sarebbe meglio che tornassero tutti a casa. Qui abbiamo tutti paura...». Un'altra donna: «Non ho nessuna obiezione che essi siano qui, ma se non hanno un lavoro e un salario regolare, se devono rubare e uccidere per sopravvivere, sarebbe meglio che tornassero a casa». Poi c'è un'altra donna che dice che il signor Veltroni non può sfuggire alla responsabilità: «E' stato un buon sindaco, per molti aspetti, ma non ha mai avuto interesse nell'affrontare questo problema...».
Se l'assassinio della signora Reggiani ha gettato l'Italia in un panico morale, questo era da lungo tempo atteso. Politici, come Veltroni e il leader dei postfascisti Gianfranco Fini, si sono messi alla testa del gruppo, e hanno fatto tutto quello che potevano per dimostrare che sono duri contro i crimini degli immigrati. Fini ha accompagnato i giornalisti su un aereo la scorsa settimana per mostrare dall'alto i campi profughi dei rumeni; mentre Veltroni è volato a Bucarest per chiedere al presidente rumeno di mettere un freno all'immigrazione.
I continui servizi televisivi e dei giornali - razzisti nel modo di riportare violenze, rapine e omicidi - hanno costruito un clima di isteria nazionale. In Italia si ha l'impressione che il paese sia invaso dagli emarginati. Circa 700 mila immigrati sono arrivati recentemente. Più che in qualunque altro paese dell'Europa. Ma c'è un fatto: in dieci mesi, cioè da quando la Romania è entrata in Europa, sono solo nove i casi nei quali dei rumeni sono stati accusati di omicidio contro Italiani: un numero insignificante se messo a confronto con gli omicidi della camorra a Napoli (...).

 

Giocare col fuoco
Marco Revelli- il manifesto 4.11.07

Quanto avvenuto in Italia in questa maledetta settimana di Ognissanti non ha paragone con nessun altro paese civile. Che un crimine, per orrendo che sia - e l'assassinio di Giovanna Reggiani lo è -, produca come reazione la ritorsione collettiva, in alto e in basso, nelle istituzioni e nella società, contro un intero gruppo etnico e un'intera popolazione, è fuori da ogni criterio di civiltà, giuridica e umana. Che la colpa «personale» dell'autore del crimine venga fatta pagare sulla pelle di migliaia di donne, uomini, bambini, già costretti a vivere in condizioni di indigenza estrema, è cosa che non può non sollevare un senso di desolazione e disgusto.
Le immagini delle ruspe immediatamente entrate in azione per spianare gli «insediamenti abusivi» e ostentate in tutti i telegiornali, le irruzioni un po' in tutta Italia nei «campi nomadi», le identificazioni di massa e le prime espulsioni annunziate trionfalmente da prefetti e giornali, come se tra quel crimine e quelle persone scacciate senza tanti complimenti esistesse un nesso diretto, fino all'aggressione di Tor Bella Monaca, evocano scenari inquietanti, d'altri luoghi e di altri tempi. Alludono a una bolla di odio, di ostilità, di paura aggressiva gonfiatasi sotto la superficie patinata della nostra quotidianità, che personalmente mi terrorizza.
Sgonfiare quella «bolla calda» di rancore ed emotività, neutralizzarne i veleni, dovrebbe essere il compito di tutti noi. Di chiunque lavori davvero a una condizione di «sicurezza collettiva». Soprattutto della politica, nel suo senso più nobile, come organizzazione della coabitazione pacifica nella città (della «bella politica», come ama chiamarla Veltroni). E invece la politica, da cura del male si trasforma oggi in fattore di contagio.
Anziché neutralizzarlo, finisce per reclutare l'odio. Per quotarlo alla propria borsa, come risorsa capace di assicurare il consenso prodotto dalla paura. Nel caso specifico ha incominciato Gianfranco Fini, perfettamente coerente in questo con il suo passato fascista, occupando il terreno del crimine. Dichiarandone con la sua sola presenza il carattere «politico». Facendone oggetto di contesa politica. Ma gli altri, purtroppo, non si sono tirati indietro. L'hanno seguito a testa bassa, in rapida successione, governo e sindaco di Roma, forse pensando così di contendergli lo spazio. Di parare il colpo, in una rincorsa sciagurata. Di fatto contribuendo ad alimentare quella bolla, a legittimarne implicitamente gli umori lividi. A sdoganare l'ostilità preconcetta. Né ci si può stupire se, dietro le ruspe del comune, qualcuno penserà di fare da sé, di «dare una mano», sgomberando a colpi di spranga qualche baracca. O bruciandone qualcuna. O eliminando, a coltellate, qualche «abusivo» dell'umanità.
Stiamo veramente giocando col fuoco. La possibilità di evocare mostri che poi non si sapranno controllare è spaventosamente reale. Io ho paura. Non lo nego. Vorrei che chi ha oggi il potere della parola e dell'amministrazione, ci riflettesse. Seriamente. Fuori dalla nevrosi mediatica e dall'urgenza di piacere. Pensando, per una volta, a un futuro che vada oltre il prossimo sondaggio

 

 

Rodotà: «Come sono lievi le differenze con la destra...»

di Davide Varì

su Liberazione del 04/11/2007

Intervista al giurista: «La sinistra italiana ha rinunciato al suo patrimonio di comprensione relegandolo a mero problema di ordine pubblico»

Stefano Rodotà è duro. Pacato ma duro: «In questo momento l'Italia è governata dalla politica della paura, anzi, dalla "fabbrica della paura". Il modo in cui si affronta il tema della sicurezza è centrale per distinguere la politica della destra da quella di sinistra. Ecco, in questo momento mi sembra che questa distinzione non sia così netta».
Reduce da un articolo uscito ieri sulla prima pagina di Repubblica , nel quale parlava esplicitamente di «clima pericoloso», il professor Rodotà non fa sconti e in queste ore di caccia alle streghe - di caccia al romeno - rintraccia la data simbolo, il momento esatto in cui in tutto il mondo occidentale è partita "l'operazione paura": «Non c'è dubbio che dall'11 settembre in poi - dice a Liberazione - la paura è stata messa al centro dell'attenzione. Un evento che le società occidentali non sono riuscite a metabolizzare democraticamente e dal quale sono nate politiche di allarme che hanno generato provvedimenti che restringono l'area dei diritti e delle libertà», decreto "caccia-romeni" incluso. E in tutto questo, secondo Rodotà, «la sinistra italiana ha rinunciato al suo patrimonio di comprensione del disagio relegandolo a mero problema di ordine pubblico e adottando liste di proscrizione ed espulsioni di massa mascherate».

Professor Rodotà, questo Paese, almeno a leggere i giornali, si sente assediato dal "pericolo romeni". Come è possibile che un singolo fatto di cronaca, per quanto grave e brutale, generi decreti speciali, ronde e spedizioni punitive?
Non voglio imputare a nessuno propositi antidemocratici, però è indubbio che il tema della sicurezza è diventato il tema centrale che ha oscurato anche i problemi più gravi che vive il Paese.

Eppure al governo c'è una coalizione di centro-sinistra che per storia, tradizione e cultura dovrebbe affrontare in modo diverso queste ondate emotive e xenofobe...
La sinistra dovrebbe far riferimento al proprio patrimonio di valori che indica una via diversa di intervento sulle situazioni di disagio e pericolosità sociale. Il fatto è che nel giro di pochi anni il linguaggio politico è stato attraversato e inquinato da nuovi soggetti politici, pensiamo alla Lega Nord, che hanno prodotto e introdotto un linguaggio politico xenofobo.

E il centrosinistra gli è andato dietro...
Si, invece di contrastarlo ha scelto di assecondarlo e di accettarlo arrivando fino al limite, a volte superandolo, del razzismo.

Ed è così che si è arrivati al decreto anti-romeni?
Certo, il decreto che permette espulsioni dei cittadini comunitari deriva proprio da questa perdita di orientamento. Dirò di più, siamo arrivati a questa situazione proprio perchè da anni si segue la politica della tolleranza zero che non solo non ha dato risultati ma ha anche trasformato molti problemi sociali in problemi di ordine pubblico. A questo punto, da un governo di centrosinistra dovrebbe venir fuori una differenza culturale in grado di comprendere che alcuni reati provengono da una situazione di di degrado umano e culturale.

Quindi cosa dovrebbe fare il governo?
Dovrebbe investire in politiche di integrazione piuttosto che organizzare liste di proscrizione ed espulsioni di massa mascherate. Ho sentito che a Roma ci sarebbero 20mila romeni da espellere. Ecco, vorrei ricordare che le espulsioni di massa sono vietate.

Ma da dove nasce tutta questa paura?
Questo è un fenomeno che riguarda quasi tutti gli Stati occidentali. E' indubbio che dall'11 settembre in poi la paura è stata posta al centro dell'attenzione. Un evento che non è mai stato metabolizzato democraticamente e che ha prodotto una serie di misure che hanno ristretto il campo dei diritti fondamentali. Di fatto, molte comunità sono governate dalla politica della paura, Italia compresa.

Qundi, all'inizio di tutto c'è un data: l'11 settembre 2001?
Certo, non c'è dubbio che dopo l'11 settembre, negli Stati Uniti ma non solo - pensiamo anche alla Francia e all'Inghilterra - sono state prodotte misure che vanno ben al di là di quello che è strettamente necessario per un contrasto al terrorismo. Una crescita progressiva e inarrestabile della società della sorveglianza e del controllo

E le schegge di quell'esplosione sono arrivate fin qui?
Si, anche qui ci sono state risposte emotive che in qualche modo hanno prodotto una omologazione di politiche. Il modo con cui si affronta il tema della sicurezza è centrale per distinguere la politica della destra da quella di sinistra. Ecco, in questo momento mi sembra che questa distinzione non sia così netta. Uno dei caratteri fondamentali e costitutivi dei Paesi democratici è un sano sistema di pesi e contrappesi dei poteri: nessun potere deve essere incontrollabile. In questo momento mi sembra invece che ci siano poteri fuori controllo: un recente articolo del New York Times parlava esplicitamente della "fabbrica della paura" come metodo attraverso cui la nuova politica governa e controlla. Tutto questo in una società di diritto non è ammissibile.

 


 

(Del 4/11/2007 Sezione: Prima Pagina Pag. 1)

Barbara Spinelli
L’EUROPA E IL TABU’ DEI ROM


L

a risposta delle autorità pubbliche al massacro di Giovanna Reggiani è stata ferma, netta: non c’è spazio in Italia per chi vive derubando, violando, uccidendo. C’è qualcosa di sacro nel bisogno di sicurezza sempre più acutamente sentito dagli italiani, così come c’è qualcosa di sacro nell’ospitalità, nell’apertura al diverso, nella circolazione libera dentro l’Unione. Quest’antinomia permane ma comincia a esser vissuta come un ostacolo, anziché come una convivenza di norme contrastanti (di nòmos) che vivifica l’Europa pur essendo ardua. È un’antinomia che educa a vivere con due imperativi: l’apertura delle porte ma anche la loro chiusura se necessario. Molti chiedono negli ultimi giorni di «interrompere i flussi migratori»: la collera suscitata dal crimine di Tor di Quinto ha rotto un argine, anche nel nuovo Partito democratico, e d’un tratto sembra che solo un imperativo conti: le porte chiuse.
Su un quotidiano di sinistra, l’Unità, sono apparse parole strane. Si è parlato, a proposito del quartiere del delitto, di «tutta un’umanità brutta sporca e cattiva»; si è parlato di «città italiane che funzionano come miele per le mosche di uno sciame incontrollato che viene dall’Est Europa». L’umanità sporca, lo sciame di mosche: è vero, un tabù cade a sinistra e tanti se ne felicitano, constatando che finalmente il buonismo è stato smesso e che la sinistra non va più alla ricerca dei motivi sociali della delinquenza ma si concentra sulla repressione e le vittime.
G

li imperativi dell’apertura s’appannano, la tensione vivificante fra norme diverse svanisce, entriamo in un mondo che promette certezze monolitiche: basta interrompere i flussi, e il male scompare. Spesso il capro espiatorio nasce così, con questa riduzione a uno del molteplice, del complesso. Spesso nascono così i pogrom, come quello scatenato venerdì sera contro i romeni nel quartiere romano di Tor Bella Monaca: dall’Ottocento hanno questo nome, in Europa, le spedizioni punitive contro i diversi. Anche le ideologie nascono così, fantasticando scorciatoie che risolvono tutto subito. Oggi è la destra a sognare utopie simili, e la sinistra riformatrice s’accoda sperando di ricavare guadagni elettorali. La distruzione dei campi rom è parte di quest’ideologia. Un’ideologia irrealistica perché l’immigrazione non sarà fermata e l’Europa ne ha bisogno. La Spagna sembra esserne consapevole e non a caso è diventata il Paese con il più alto numero di immigrati e progetti d’integrazione. La ripresa della natalità iberica è dovuta a questo. Chi parla dell’immigrazione come di male evitabile sbaglia due volte: perché non è evitabile, e perché in sé non è un male. Se non si vuole che sia un male occorre governarlo bene, il che vuol dire: non solo reprimendo, ma reinventando politiche in Italia e nell’Unione. Perché europei sono i dilemmi ed europeo sarà l’inizio della soluzione. Perché il tabù di cui tanto si discute non è quello indicato (buonismo, tolleranza). Il vero tabù, che impedisce con i suoi interdetti di vedere e dire la realtà, è un altro: è la questione Rom ed è l’inerzia con cui la si affronta nel dialogo con l’Est da dove vengono i cosiddetti nomadi. Fuggiti dall’India nell’anno 1000, giunti in Europa nel Trecento, i Rom assieme ai Sinti sono chiamati spregiativamente zingari, parlano una lingua derivata dal sanscrito, in genere sono cristiani (la parola Rom, come Adamo, significa «persona». I più vivono in Romania). Siamo in emergenza, è vero. Ma non è solo emergenza sicurezza. C’è emergenza europea sui diritti dell’uomo e delle minoranze. C’è una doppia inerzia: nelle strategie d’integrazione e nei rapporti tra Stati europei. Quest’emergenza è acuta a Est, da quando è finito il comunismo: in Romania è specialmente vistosa ma la malattia s’estende a Slovacchia, Ungheria, Repubblica ceca, Kosovo. Al concetto unificatore di classe è succeduto dopo l’89 il senso d’appartenenza alle etnie, e vecchie passioni come xenofobia e razzismo, non superate ma addormentate durante il comunismo, sono riapparse: i più invisi sono i Rom - oltre agli ungheresi che non vivono in Ungheria - e il loro migrare a Ovest è intrecciato a questa ostilità dentro i Paesi dell’Est e fra diversi emigrati dell’Est. È quello che i rappresentanti Rom in Europa denunciano ultimamente con forza (sono circa 8 milioni, su 15 nel mondo). La Romania, in particolare, è accusata di attuare un politica sistematica di espulsione di Rom, da quando è entrata nell’Unione all’inizio del 2007. Il ministro dell’Interno, Amato ha evocato a settembre un «vero e proprio esodo di nomadi dalla Romania», e di esodo in effetti si tratta: ma esodo forzato, nell’indifferenza europea. Dicono i rappresentanti Rom che i membri della comunità in Romania son cacciati dagli alloggi, dai lavori, dalle scuole, e per questo preferiscono le topaie italiane. Il ministro Ferrero, responsabile della Solidarietà sociale, dice il vero quando nega che l’esodo sia essenzialmente economico: la Romania non è più così povera, sono xenofobia e razzismo a colpire oggi i Rom. Queste cose andrebbero ricordate a Bucarest, cosa che hanno tentato di fare Amato e Ferrero in un recente incontro con il ministro romeno dell’Interno, David. Ferrero ha cercato lumi presso il Forum europeo dei Rom e tentato di mettere alle strette David. Dall’incontro è nata la convocazione di un tavolo permanente di negoziato: presto si riunirà a Bucarest. Proprio perché è nell’Unione, la Romania deve rispondere di quel che fa con i propri Rom (2 milioni, secondo stime ufficiose). Discutere di queste cose con Bucarest e altri governi dell’Est è urgente. Un patto è stato infatti rotto, che pure era assai chiaro. Ai tempi dei negoziati d’adesione, i candidati si erano impegnati a rispettare i criteri di Copenhagen, che non riguardano solo l’economia ma le «istituzioni capaci di garantire democrazia, primato del diritto, diritti dell’uomo, rispetto delle minoranze e loro protezione». Ingenti fondi son devoluti da anni a tale scopo (il programma europeo Phare, cui si aggiungono finanziamenti della Fondazione Soros, della Banca Mondiale) intesi a frenare la «discriminazione fondata sulla razza e l’origine etnica».
È accaduto tuttavia che una volta entrati, numerosi governi dell’Est hanno fatto marcia indietro (il regime Kaczynski in Polonia è stato un esempio). Ed è così che si è riaccesa l’ostilità verso i Rom: questa etnia perseguitata da un millennio e decimata nei campi nazisti. Paragonarli a uno sciame di mosche non è anodino. Significa che l’Italia (per come parla o chiede azioni) comincia ad assomigliare a quegli europei dell’Est che stanno arretrando e riproponendo, ancora una volta nel continente, il dramma Rom. Certo urge controllare meglio i flussi migratori: ma non si può farlo accusando intere etnie (Rom, Romeni, Albanesi) per il delitto di alcuni. Non si può governare alcunché se non si prende distanza dalla strategia di cui Bucarest è oggi sospettata.
La caduta dei tabù comporta anche il formarsi di idee completamente false. Con disinvoltura i Rom son descritti come non integrabili, nomadi, dediti al furto. I dati smentiscono queste nozioni. In Italia la comunità Rom è composta in stragrande maggioranza di sedentari, non di nomadi. E tentativi molto validi di integrazione hanno dimostrato che quest’ultima può riuscire. Ci sono iniziative della Chiesa: le ha spiegate sul Corriere don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità a Milano. E ci sono iniziative pubbliche preziose: a Pisa, Napoli, Venezia. Pisa è esemplare perché i risultati sono eccezionali: nei campi vivevano 700 Rom, dieci-dodici anni fa. Solo due bambini erano scolarizzati. Il Comune si è incaricato di trovar loro lavoro e alloggi, scegliendo un mediatore per negoziare con i vicini. Appena emancipati, i Rom uscivano dal programma d’assistenza e i fondi servivano a integrare altri loro connazionali. Nel frattempo, si spingevano le famiglie a scolarizzare i figli. In dieci anni, 670 Rom su 700 sono stati inseriti, e tutti i bambini vanno a scuola. Certo la comunità in Italia è divisa: alcuni chiedono più campi, mentre i più vogliono superarli proprio perché il nomadismo è meno diffuso di quel che si dice: il 90 per cento dei Rom (140 mila nel 2005, in parte italiani) non sono camminanti bensì - da decenni - sedentari.
Per riuscire in simili operazioni bisogna abbandonare l’utopia, privilegiando fatti ed esperienze. Ambedue confermano che l’integrazione resta indispensabile, che chiuder le porte non basta, che è necessario far luce sui pericoli che corre non solo la sicurezza ma la democrazia. Dice Franz Kafka: «Bisognerà pure che nel campo dei dormienti qualcuno attizzi il fuoco nella notte». Questo invito a far luce sui veri tabù vale per i dormienti dell’Est e per l’Europa. Vale per i Rom (il loro faro non dovrebbe esser la figura della vittima ma la donna Rom che s’è sdraiata sull’asfalto davanti a un autobus per denunciare il Rom assassino di Giovanna Reggiani) e vale per la destra come per la sinistra italiana.

 


 

Gravissime le condizioni della donna aggredita da un romeno
I medici: "La situazione è stazionaria". Proseguono le indagini

Roma, Giovanna Reggiani in coma
"C'è una flebile attività cerebrale"repubblica 1.11.07


Fiori nel luogo dell'aggressione
ROMA - "Flebile attività cerebrale". Una frase che spiega quanto siano disperate le condizioni di Giovanna Reggiani, la 47enne seviziata l'altro ieri sera da un romeno (per cui è stata chiesta la convalida del fermo per omicidio volontario) a Roma. La donna, dunque, è ancora in vita, anche se, a quanto si apprende da fonti sanitarie, la situazione dal punto di vista clinico, per quanto stazionaria, è sempre gravissima. "La terapia intensiva sta proseguendo ma non ci sono ipotesi su possibili riprese. Se non ci saranno novità nelle prossime ore - si legge nel bollettino medico comunicato alle 12 - il prossimo bollettino è previsto per domani".

Martedì sera Giovanna Reggiani era stata aggredita da un ventiquattrebbe romeno. Il suo corpo esanime era stato abbandonato in un fossato nelle campagne che circondano la stazione in via di Camposampiero, non lontano dall'accampamento rom dove vive l'uomo arrestato. Le manette per il romeno erano scattate la sera stessa.

Sul fronte processuale la donna rom che ha dato l'allarme sarà probabilmente ascoltata venerdì prossimo, nell'ambito dell'inchiesta aperta sulla vicenda dalla Procura di Roma. La donna ha raccontato alla polizia di aver visto un uomo allontanarsi "in un campo con una donna sulle spalle come se fosse svenuta". E grazie alle sue indicazioni la polizia ha trovato prima il corpo nel fossato, poi la baracca dove il romeno ha trascinato Giovanna Reggiani. All'interno dell'alloggio la polizia ha trovato la borsa della vittima. E da stamattina alle 5 sono in corso controlli da parte della polizia nel campo rom di Tor di Quinto a Roma e negli insediamenti abusivi della zona lungo il Tevere. Mentre sono arrivati a Roma i primi tre investigatori rumeni richiesti espressamente ieri sera dal capo della Polizia, Antonio Manganelli. Altri due arriveranno domani.

L'interrogatorio del presunto assassino si svolgerà domani alla presenza dei Pm davanti al Gip Claudio Mattioli. Nel frattempo si è saputo che Nicolae Romulus Mailat era stato ricoverato nel 1997, quando aveva 14 anni, in un centro di rieducazione per i minorenni, dopo aver commesso diversi reati. Nel 2006 un tribunale di Sibiu lo aveva condannato a tre anni di reclusione per furto, ma fu graziato nello stesso anno. Subito dopo, era partito per l'Italia.

( 1 novembre 2007 )


 

commento
Dagli all'albanese. E ora al rumeno.
Enrico Pugliese- il manifesto 1.11.07

Il fatto accaduto a Roma è orribile come pochi. Lo sdegno e l'angoscia che determina sono naturali, così come è naturale che si faccia qualcosa. Ma la cosa che più preoccupa è che, più che la pietà per la povera vittima, ha dominato il senso di vendetta, la volontà di punizione. Che un criminale di tal fatta debba essere punito secondo le leggi dello Stato mi sembra più che ovvio e naturale. Non mi sembra né ovvio né naturale che si riunisca per questo il Consiglio dei ministri. Qualcosa sta cambiando nella società italiana, non so se in peggio o in meglio. So solo che qualcosa sta cambiando e sicuramente in peggio nell'atteggiamento rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali. A partire dal leader del Pd Walter Veltroni.
Proprio l'altro ieri è stato presentato il rapporto Caritas che ha sottolineato il notevole incremento del numero degli immigrati nel nostro paese e l'esistenza di processi enormi di stabilizzazione, espressi dalla presenza crescente dei ragazzi nelle scuole. Sono stati sottolineati i processi di inserimento a livello lavorativo e sono state denunciate le pratiche discriminatorie. Non si è invece soffermato, il rapporto, su su un'emergenza che non c'è, quella criminalità. Che ci siano dei fenomeni di devianza e criminalità tra gli immigrati, in tutti i paesi, è notorio. Che il rischio di imboccare un percorso di devianza sia elevato soprattutto all'inizio dell'esperienza migratoria, cioè quando spesso sono clandestini, è altrettanto noto. Ma quello che mi pare evidente è che non è questo il dato più importante. Quanto poi ai rumeni, certamente gli arrestati sono tantissimi, ma questo è comprensibile perché in alcune città sono in assoluto il primo gruppo ed è chiaro che in numero assoluto i reati si registrano di più tra di loro. Ora parlano tutti dei rumeni e danno la croce a loro, prima è toccato agli albanesi che ora sono divenuti brave persone. Speriamo che tra poco anche i rumeni diventino brave persone.

Il governo espelle per decreto
Un consiglio dei ministri straordinario dà il via libera ai prefetti per espellere i cittadini comunitari. Amato: «Diamo la caccia ai delinquenti, non a tutti i rumeni». Napolitano: «Profondamente impressionato da quanto accaduto»
Leo Lancari
Roma

Da oggi i prefetti potranno espellere i cittadini comunitari che cometteranno reati. La misura, inizialmente inserita in uno dei cinque disegni di legge che costituiscono il pacchetto sicurezza approvato martedì da palazzo Chigi, ieri è stata stralciata e resa immediatamente operativa attraverso un decreto legge. A deciderlo è stato un consiglio dei ministri straordinario convocato a sera da Romano Prodi in seguito all'indignazione suscitata dallo stupro compiuto da un giovane rumeno a Tor di Quinto. Un episodio di una brutalità tale da spingere anche il presidente della repubblica Giorgio Napolitano - «profondamente impressionato» da quanto accaduto - a prendere la parola per sollecitare il governo a «compiere ogni sforzo per garantire il bene prezioso della sicurezza e della vita dei cittadini». E l'esecutivo, per una volta all'unanimità e senza litigi, ha agito di conseguenza: «Non ci muoviamo sull'onda della rabbia» ha tenuto a precisare Prodi al termine della riunione. «Quanto accaduto a Roma è gravissimo e di fronte ai ripetuti atti di violenza è necessario dare una risposta concreta», ha poi proseguito il premier garantendo sull'impegno assunto dal Quirinale per firmare immediatamente il decreto legge.
Vista l'eco suscitata, per i governo era impossibile non reagire di fronte a un episodio di violenza come quello compiuto martedì sera. Eppure, perché qualcosa si muovesse è dovuta passare quasi l'intera giornata. Il primo a reagire, a dare la spinta, è Walter Veltroni. Il sindaco della capitale, e leader del Pd, si reca al Viminale per un vertice con Amato e il prefetto di Roma Carlo Mosca. Un'ora di colloquio al termine del quale palazzo Chigi comunica di aver convocato un consiglio dei ministri staordinario. Quale sono i provedimenti da prendere è chiaro. E' da questa estate che i sindaci chiedono di avere maggiori poteri e tra questi di riconoscere ai prefetti la possibilità di espellere i cittadini comunitari, come previsto da una specifica normativa dell'Unione europea. Provvedimenti sui quali Amato è d'accordo e che sono inseriti in uno dei disegni di legge che danno corpo al pacchetto di sicurezza varato solo ventiquatto ore prima. Ma i ddl dovono essere discussi dal parlamento e richiedono quindi tempi lunghi perché diventino operativi. Veltroni invece ha fretta e sollecita il governo a muoversi. Da qui la decisione diconvocare un consiglio straordinario, riunendo i ministri presenti a Roma e sentendo al telefono tutti gli altri.
Prodi sente il premier rumeno Calin Popescu Tariceanu, al quale spiega i provvedimenti che il governo italiano si prepara ad adottare e dal quale riceve la promessa di massima collaborazione. E come primo atto concreto già nelle prossime ore dovrebbe arrivare a Roma una task force di poliziotti rumeni specializzati nel contrasto della criminalità organizzata e nel controllo del territorio.
Il rischio, comunque, e che sull'onda della giusta indignazione per quanto accaduto, possa crearsi un'ingiustificata caccia alla streghe. Un rischio evidentemente percepito dal titolare degli Interni, che infatti fa molta attenzione a spiegare lo spirito con cui il governo ha deciso di agire: «Dobbiamo dare la caccia ai delinquenti, anche rumeni. Ma non dobbiamo dare la caccia ai rumeni», spiega infatti a un certo punto della sera Amato. «E' stata proprio una rumena che ha messo la polizia sulle tracce del delinquente», ci tiene a ricordare. Per quanto riguarda il decreto legge, aggiunge, si è trattato di una necessità dettata dai tempi: «Vogliano essere in condizione di espellere prima che accadano ancora episodi simili - prosegue -. ma serve il potere di espulsione urgente per evitare che cose del genere possano ripetersi». Per il ministro sia a Roma che in altre città «si sono formati sottoboschi di persone che vivono in realtà di delinquenza. Noi vogliano essere in condizione di espellerli prima che altri fatti accadano».
Il decreto legge adottato ieri potrebbe essere solo il primo di una serie di provvedimenti analoghi. Fin da subito dopo l'approvazione del pacchetto sicurezza, infatti, palazzo Chigi aveva sottolineato come il via libera ai ddl da parte del parlamento debba avvenire in tempi rapidi. «Altrimenti si torna all'ipotesi del decreto legge», aveva avvertito Amato. Lo stesso concetto ieri è stato ripetuto anche da Francesco Rutelli. «Se i disegni di legge del pacchetto sicurezza non saranno approvati entro la metà di dicembre - ha ripetuto infatti il vicepremier - occorrerà inserire gran parte delle norme previste in un decreto legge ad hoc per dargli certezza di operatività».

 

 

LE HOMEPAGE DEI QUOTIDIANI ROMENI

Dopo l'aggressione della donna a Tor di Quinto il sindaco della capitale duro con Bucarest
"No a flussi incontrollati di immigrati". Napolitano: "Una barbara aggressione"

Non è ragionevole pensare di risolvere problemi sociali col diritto penale. E' necessario, invece, approvare al più presto pochi interventi, efficaci- Pisapia 30/10

Sicurezza, Veltroni contro la Romania
Per le espulsioni varato un decreto legge

Consiglio dei ministri straordinario, convertita in dl parte del pacchetto sicurezza
Fini: "Demolire le baraccopoli, mandare via i clandestini". Derby Roma-Lazio con lutto


Walter Veltroni
ROMA - "E' necessario assumere iniziative straordinarie e d'urgenza sul piano legislativo in materia di sicurezza". Lo ha detto il sindaco di Roma e leader del Pd Walter Veltroni durante una conferenza stampa improvvisata in Campidoglio dopo l'aggressione della donna a Tor di Quinto. Veltroni ha avuto parole dure contro Bucarest: "Non si possono aprire i boccaporti", ha detto, ricordando che Roma era la città più sicura del mondo "prima dell'ingresso della Romania nell'Ue". Oggi Prodi ha chiamato il premier romeno, mentre Napolitano ha parlato di "barbara aggressione". I giocatori di Roma e Lazio sono scesi in campo con il lutto al braccio.

Prodi. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha convocato un Consiglio dei ministri straordinario in serata a Palazzo Chigi. E il governo ha trasferito in un decreto legge le norme sulle espulsioni contenute nel ddl del pacchetto sicurezza. Norme che tra l'altro attribuiscono ai prefetti il potere di espellere dall'Italia i cittadini comunitari per motivi di pubblica sicurezza. Il presidente della Repubblica, ha spiegato Prodi, è d'accordo sul "contenuto e l'urgenza" del decreto legge sulle espulsioni. Via libera anche dai "ministri della sinistra radicale", ha spiegato il capo dell'esecutivo.

Al ministero dell'Interno si è svolta una riunione dei vertici della Polizia per pianificare l'attività, a livello nazionale, anche alla luce del decreto legge varato dal governo. Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, si è messo in contatto con il nuovo capo della polizia romena, George Popa, che recentemente è stato in visita a Roma. Come prima misura, è stato deciso dalla Romania l'invio di una task force di investigatori specializzati in criminalità e controllo del territorio, attesi a breve in Italia. Alla riunione ha partecipato anche il capo della Polizia criminale, Nicola Cavaliere, vicecapo della Polizia di Stato.

"Non agiamo sull'onda della rabbia - ha detto Prodi - ma siamo determinati a mantenere un livello di sicurezza giusto e alto per i nostri cittadini". Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha voluto sottolineare che "non è caccia ai romeni, ma ai delinquenti romeni". "Oggi - ha ricordato - è stata una donna romena che ha messo la polizia sulle tracce del delinquente romeno che ha seviziato una donna a Roma: un fatto quasi simbolico e molto importante".

Il presidente del Consiglio ha anche chiamato il premier romeno, Calin Popescu Tariceanu per chiedergli "un impegno molto fermo di cooperazione". Tariceanu ha replicato, esprimendo "dolore" e accogliendo "la richiesta di inviare a Roma una delegazione romena per permettere che si attivi una collaborazione forte, organica e duratura nel tempo".

Napolitano. "Profondamente impressionato per la barbara aggressione criminale", è il messaggio che il presidente della Repubblica ha inviato al marito di Giovanna Reggiani. "L'episodio di efferata violenza - ha detto ancora Napolitano - richiama ancora una volta l'attenzione delle istituzioni sulla necessità di compiere ogni sforzo per garantire il bene prezioso della sicurezza e della vita dei cittadini."

Veltroni. Il sindaco di Roma ha parlato di "un vero, autentico orrore" e ha aggiunto che "si tratta di un'espressione di violenza che da qualche mese ha cominciato a manifestarsi in questa città e che testimonia che c'è stato un cambiamento di clima".

"Non ci si può girare intorno - ha ribadito il leader del Pd - la sicurezza è una grande questione nazionale che chiama in causa iniziative d'urgenza sul piano legislativo: i prefetti devono poter espellere i cittadini comunitari che hanno commesso reati contro cose e persone". Su questi temi Veltroni ha incontrato al Viminale il ministro dell'Interno Amato e il prefetto di Roma Carlo Mosca.

"Credo che l'Italia debba porre la questione" riguardo ai flussi migratori provenienti dalla Romania "in sede europea: è un problema di natura politica. Ritengo che l'Europa debba chiamare in causa le autorità romene", ha detto il sindaco di Roma. "Se si sta in Europa - ha aggiunto determinato - bisogna starci a certe regole: la prima non può essere quella di aprire i boccaporti e mandare migliaia di persone da un Paese europeo all'altro". Infine Veltroni ha ricordato che "prima dell'ingresso della Romania nell'Unione europea, Roma era la città più sicura del mondo".

Il sindaco ha citato gli episodi di criminalità. Da quello del "ciclista ucciso all'aggressione al regista Tornatore, a una consigliera municipale, alla violenza sessuale verso una ragazza e questo episodio orrendo. In questa città da diversi mesi c'è un arrivo di persone che vengono da Paesi comunitari. Non si tratta di immigrati che vengono qui per 'campare', ma di un'altra tipologia di immigrazione che ha come sua caratteristica la criminalità". Veltroni ha precisato di non fare "generalizzazioni verso un singolo Paese", ricordando tuttavia che "il 75% di arresti effettuati l'anno scorso hanno riguardato i romeni.

An: "Governo in Aula". Il portavoce di Alleanza nazionale, Andrea Ronchi, ha chiesto a Prodi e Amato "di riferire con urgenza alla Camera". Il presidente di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, ha invitato sindaco e prefetto a fare "quello che la legge impone: demolizione delle baraccopoli abusive, identificazione e espulsione dei clandestini e dei cittadini comunitari privi di fonte certa di sostentamento, come espressamente previsto dalle normative europee".

"Si vergognino i coccodrilli della sinistra tipo Veltroni, che oggi piangono e chiedono immediati interventi - ha detto Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord - la responsabilità di quanto sta accadendo nelle nostre città è di questa maggioranza e di questo governo".

"Siamo alla farsa: dopo aver spacchettato i provvedimenti sulla sicurezza in ben cinque disegni di legge e in tre emendamenti alla Finanziaria, senza riuscire a varare alcuna decisione immediatamente operativa a causa delle insanabili divisioni fra ministri, Prodi ora ha convocato un consiglio straordinario proprio sulla sicurezza, alla luce della tragica aggressione di Tor di Quinto", è stato il commento di Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia.

"Di fronte a una tragedia come quella di Roma la strumentalizzazione da parte della destra risulta davvero incredibile", ha detto il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero. "Un episodio orrendo. Siamo d'accordo con Veltroni e condividiamo la necessità di coinvolgere l'Unione Europea e la Romania per regolare i flussi indiscriminati ed affrontare con efficacia il tema della sicurezza nelle nostre città", è stato il commento del presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio.

( 31 ottobre 2007 )

 

 

E' l'articolo dedicato alle espulsioni

Sicurezza, la parte varata per decreto
(Parte ddl varata trasfornata in dl Cdm 31.10.2007)
Parte del pacchetto sicurezza trasformato in decreto legge. - repubblica 1.11.2007

Dopo i gravi episodi di cronaca avvenuti a Roma, il governo nel Consiglio dei Ministri straordinario del 31 ottobre 2007 ha trasformato le misure di espulsione dei cittadini comunitari e le conseguenti competenze dei prefetti, contenute nel disegno di legge in materia di sicurezza urbana in un decreto legge. Con il decreto legge approvato si modifica la disciplina sull’allontanamento dei cittadini comunitari per morivi di pubblica sicurezza, prevista dal decreto legislativo 30 del 2007. In pratica i prefetti avranno il potere di allontanamento dal territorio nazionale di cittadini comunitari, sulla base della normativa comunitaria, per motivi di pubblica sicurezza. I motivi sono però imperativi, come prevede la normativa comunitaria, quando il comportamento del comunitario compromette la dignità umana, i diritti fondamentali della persona, oppure compromette l’incolumità pubblica , rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l’ordinaria convivenza. La violazione del divieto di reingresso viene trasformata da contravvenzione in delitto e punita con la reclusione fino a tre anni. Resta di esclusiva competenza del Ministro dell’interno l’allontanamento per i cittadini dell’Unione che soggiornano nel nostro Paese da più di dieci anni o sono minori e per motivi di sicurezza dello Stato. Il decreto dovrà ora essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale, per poi venire convertito in legge dalle Camere. (31 ottobre 2007)

 
Parte del ddl sulla sicurezza urbana dedicata alle espulsioni testo di base del decreto-legge del 31 ottobre 2007

(…)

Articolo 13

(Modifiche al decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30)

1. All’articolo 20 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, sono apportate le seguenti modifiche:

     

  1. l’intitolazione dell’articolo è sostituita dalla seguente: "(Limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza)";
  2. al comma 4 le parole "solo per gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica" sono sostituite dalle seguenti: "solo per gravi motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza";
  3. al comma 5, le parole "possono essere allontanati solo per motivi di pubblica sicurezza che mettono a repentaglio la sicurezza dello Stato," sono sostituite dalle seguenti: "possono essere allontanati solo per motivi di sicurezza dello Stato e per motivi imperativi di pubblica sicurezza,";
  4. il comma 7 è sostituito dal seguente:

    "7. I provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato nonché i provvedimenti di allontanamento dei cittadini dell’Unione di cui al comma 5 sono adottati dal Ministro dell’interno con atto motivato, salvo che vi ostino motivi attinenti alla sicurezza dello Stato, e tradotti in una lingua comprensibile al destinatario, ovvero in inglese. Il provvedimento di allontanamento è notificato all’interessato e riporta le modalità di impugnazione e la durata del divieto di reingresso sul territorio nazionale, che non può essere superiore a 3 anni. Salvo quanto previsto al comma 9, il provvedimento di allontanamento indica il termine stabilito per lasciare il territorio nazionale, che non può essere inferiore ad un mese dalla data della notifica, fatti salvi i casi di comprovata urgenza.";

  5. dopo il comma 7, sono inseriti i seguenti:

    "7-bis. Il provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale per motivi di pubblica sicurezza è adottato con atto motivato dal prefetto territorialmente competente secondo la residenza o dimora del destinatario, e tradotto in una lingua comprensibile al destinatario, ovvero in inglese. Il provvedimento di allontanamento è notificato all’interessato e riporta le modalità di impugnazione e la durata del divieto di reingresso sul territorio nazionale, che non può essere superiore a 3 anni. Il provvedimento di allontanamento indica il termine stabilito per lasciare il territorio nazionale, che non può essere inferiore ad un mese dalla data della notifica, fatti salvi i casi di comprovata urgenza. Per motivi imperativi di pubblica sicurezza il provvedimento di allontanamento è immediatamente eseguito dal questore e si applicano le disposizioni di cui all’articolo 13, comma 5-bis, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

    7-ter. I motivi di pubblica sicurezza sono imperativi quando il cittadino dell’Unione o un suo familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, abbia tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l’incolumità pubblica, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l’ordinaria convivenza.";

  6. al comma 8, le parole "è punito con l'arresto da tre mesi ad un anno e con l'ammenda da euro 500 ad euro 5.000" sono sostituite dalle seguenti: "è punito con la reclusione fino a tre anni";
  7. al comma 9, le parole "nel provvedimento di cui al comma 7," sono sostituite dalle seguenti: "nei provvedimenti di cui ai commi 7 e 7-bis," e le parole "quando il provvedimento è fondato su motivi di pubblica sicurezza che mettano a repentaglio la sicurezza dello Stato," sono sostituite dalle seguenti: "quando il provvedimento è fondato su motivi di sicurezza dello Stato o su motivi imperativi di pubblica sicurezza,".

2. Al decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, dopo l’articolo 20 è inserito il seguente:

 

"Articolo 20-bis, (Allontanamento del cittadino dell’Unione o di un suo familiare sottoposto a procedimento penale )

1. Qualora il destinatario del provvedimento di allontanamento per motivi imperativi di pubblica sicurezza sia sottoposto a procedimento penale si applicano le disposizioni di cui all’articolo 13, commi 3, 3-bis, 3-ter, 3-quater e 3-quinquies del decreto legislativo 25 luglio 1998, n.286."

3. All’articolo 21 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 2, dopo le parole " che non può essere inferiore ad un mese." e prima delle parole "Il provvedimento di allontanamento di cui al comma 1" sono inserite le seguenti: "Unitamente al provvedimento di allontanamento è consegnata all’interessato una attestazione di obbligo di adempimento dell’allontanamento, secondo le modalità stabilite con decreto del Ministro dell’interno e del Ministro degli affari esteri, da presentare presso il consolato italiano del Paese di cittadinanza dell’allontanato.";

b) dopo il comma 2, è aggiunto il seguente:

"2-bis. Qualora il cittadino dell’Unione o il suo familiare allontanato sia individuato sul territorio dello Stato oltre il termine fissato nel provvedimento di allontanamento, senza aver provveduto alla presentazione dell’attestazione di cui al comma 2, è punito con l’arresto da un mese a sei mesi e con l’ammenda da 200 a 2.000 euro.".

4. All’articolo 22 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, sono apportate le seguenti modificazioni:

  1. al comma 1, le parole "di cui all'articolo 20" sono sostituite dalle seguenti: "di cui all'articolo 20, comma 7,";
  2. al comma 3, sono soppresse le seguenti parole "pubblica sicurezza che mettano a repentaglio la";
  3. al comma 4, le parole "di cui all'articolo 21" sono sostituite dalle seguenti: "di cui all'articolo 20, comma 7-bis, e all’articolo 21";
  4. i commi 7 e 8 sono sostituiti dai seguenti:

"7. Contestualmente al ricorso di cui al comma 4 può essere presentata istanza di sospensione dell’esecutorietà del provvedimento di allontanamento. Fino all’esito dell’istanza di sospensione, l’efficacia del provvedimento impugnato resta sospesa, salvo che il provvedimento di allontanamento si basi su una precedente decisione giudiziale ovvero su motivi imperativi di pubblica sicurezza.

8. Al cittadino comunitario o al suo familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, cui è stata negata la sospensione del provvedimento di allontanamento è consentito, a domanda, l’ingresso ed il soggiorno nel territorio nazionale per partecipare alle fasi essenziali del procedimento di ricorso, salvo che la sua presenza possa procurare gravi turbative o grave pericolo all’ordine pubblico o alla pubblica sicurezza. L’autorizzazione è rilasciata dal questore anche per il tramite di una rappresentanza diplomatica o consolare su documentata richiesta dell’interessato.".


dal manifesto del 31.10.07

Sicurezza, il governo approva
Palazzo Chigi vara le nuove norme. Adesso i disegni di legge passano all'esame del parlamento
Mussi, Ferrero e Pecoraro Scanio si astengono sulle misure riguardanti i sindaci. E la sinistra radicale promette battaglia
C. L.
Roma

Alla fine possono dirsi contenti tutti. Di certo il ministro degli Interni Giuliano Amato e quello della Giustizia Clemente Mastella, che dopo ben tre rinvii in consiglio dei ministri vedono finalmente passare il pacchetto sicurezza. Ma anche Prodi, che vede il suo governo superare l'ennesimo scoglio senza traballare più di tanto. Così come, soddisfatti, possono dirsi tre dei sei ministri dissidenti (Ferrero, Mussi e Pecoraro Scanio), che dopo aver incassato qualche modifica di sostanza sulle nuove norme, si sono astenuti sul disegno di legge più spinoso, quello che assegna nuovi e maggiori poteri ai sindaci. E infine loro, i sindaci, che dopo aver passato l'estate a combattere mendicanti e lavavetri a colpi di ordinanza, alla fine incassano quasi tutto quello che avevano chiesto a Prodi, a partire da una discutibilissima possibilità di adottare provvedimenti urgenti in caso di non meglio specificati pericoli per la sicurezza pubblica, possibilità fino a oggi prevista solo di fronte a gravi pericoli per l'incolumità pubblica. E infatti è proprio da loro che arrivano i primi apprezzamenti. «Sicuramente l'approvazione del pacchetto sicurezza è un passo importante che ci consentirà di dare risposta alla forte domanda di sicurezza dei nostri cittadini», è il commento di uno dei protagonisti delle polemiche di questa estate, il presidente dell'Anci e sindaco di Firenze Leonardo Domenici.
Difficile dire se da oggi l'Italia è davvero un paese più sicuro, come promette Palazzo Chigi. Di certo è un paese in cui le pene detentive sono aumentate notevolmente grazie ai cinque disegni di legge approvati. «Abbiamo dato un segnale concreto ai cittadini sul tema della sicurezza», ha spiegato Prodi, sicuro che nessuna delle nuove norme «danneggia le garanzie per i cittadini».
E' un premier tranquillo quello uscito ieri mattina da palazzo Chigi, al punto da arrivare a sfidare l'opposizione. Nonostante le insistenze di Di Pietro, che spingeva perché almeno una parte dei provvedimenti viaggiasse con un decreto, l'esecutivo ha infatti scelto la strada del disegno di legge, in modo da permettere al parlamento di esprimersi. Ma anche - spiega chi è vicino al premier - nella speranza di far uscire allo scoperto la Casa delle libertà, tastando la sua disponibilità ad approvare in tempi rapidi le nuove norme «invece di fare solo ostruzionismo». In caso contrario, ha spiegato Amato, nel caso cioè «i ddl non dovessero essere approvati rapidamente, il governo dovrà riconsiderare la scelta fatta», valutare cioè la possibilità del decreto legge.
Assente il ministro per le Politiche comunitarie Emma Bonino, a New York, che aveva annunciato il suo voto contrario, il pacchetto ha dunque preso il via. Oltre ad affidare più poteri ai sindaci, le nuove norme rimettono mano alla legge sul falso in bilancio e alla Cirielli sui tempi della prescrizione, prevedono anche l'introduzione di una nuova fattispecie di reato per chi impiega minori nell'accattonaggio (punita con la reclusione fino a 3 anni), assegna ai prefetti la possibilità di espellere cittadini comunitari (a parte i minori e quanti risiedono in Italia da più di dieci anni), insieme a misure a favore delle le donne extracomunitarie che subiscono violenza in famiglia, pene più severe chi guida sotto l'effetto di alcool e droga, e per le tifoserie violente. Ma anche l'introduzione della banca dati del Dna, la repressione della pedofilia via internet e misure più severe nei confronti dei mafiosi. Provvedimenti sacrosanti accanto ad altre decisamente più discutibili. E proprio su quest'ultime si concentrano le critiche della sinistra radicale. Più chiaro di tutti, è Giovanni Russo Spena: «La nuova versione del pacchetto sicurezza contiene alcuni elementi positivi in più, purtroppo però restano inalterati quella nagativi», ha spiegato il capogruppo di Rifondazione al Senato. «In particolare sono inaccettabili le norme sull'espulsione degli immigrati comunitari, l'eccesso di poteri conferito ai sindaci e la cancellazione della legge Simeone-Saraceni. L'obbligo di custodia cautelare per i minori poi - ha concluso Russo Spena - oltre che molto grave è a mio parere chiaramente anticostituzionale. E' evidente che queste norme dovranno essere attentamente vagliate e modificate in parlamento».
Sicurezza/1. Il falso in bilancio
Il gran ritorno. Vincono Di Pietro e Ferrero

Chi si rivede, la vera novità del pacchetto sicurezza varato ieri dal consiglio dei ministri è il falso in bilancio. Vecchia conoscenza degli italiani, il reato era stato depenalizzato nella scorsa legislatura dal governo Berlusconi. Ora ritorna, voluto fortemente dal ministro Di Pietro (era un suo vecchio cavallo di battaglia) ma anche da Ferrero (che incassa anche una riduzione delle pene per la contraffazione e il no alle espulsioni dei bambini da parte dei prefetti). La misura innalza le pene che nella scorsa legislatura erano state alleggerite. La pena per chi falsifica i bilanci sale fino a quattro anni e vengono cancellati i commi che escludono la punibilità se le falsità o le omissioni non alterano in modo sensibile il quadro societario. In caso di società quotate in Borsa, la reclusione passa da un massimo di tre a sei anni.

 

Sicurezza/2. Sindaci e prefetti sceriffi
Più poteri di polizia. Vincono Cofferati e Domenici

Oltre a Di Pietro, vincono i sindaci come Cofferati e Domenici che avevano chiesto poteri speciali contro le piccole illegalità. E li hanno ottenuti. Il provvedimento estende anche ai pericoli per la sicurezza urbana la facoltà del sindaco di adottare provvedimenti urgenti, oggi prevista solo per gravi pericoli all'incolumità pubblica. Si rafforza inoltre la collaborazione tra sindaco e prefetto. Ai prefetti è inoltre attribuito il potere di allontanare dal territorio nazionale cittadini comunitari per motivi di pubblica sicurezza. L'allontanamento resta di esclusiva competenza del ministro solo per chi risiede in Italia da oltre dieci anni o per i minorenni, e per i motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato. La violazione del divieto di reingresso viene trasformata da contravvenzione in delitto e punita con la reclusione fino a tre anni.

 

Sicurezza/3. Arriva la banca dati del Dna
Contro la recidiva dei reati. Vince Rutelli

Un altro che esce vincente è il vicepremier Francesco Rutelli. Che è sì ministro dei Beni culturali ma ha anche fortemente voluto l'approvazione della banca dati del Dna. Per questo è stato messo a punto un disegno di legge apposito che istituisce presso il Dipartimento della Pubblica sicurezza un archivio in cui confluiranno i profili del Dna, che saranno conservati «per 40 anni dall'ultima circostanza che ne ha determinato l'inserimento». Una misura molto discussa, in particolare per quanto riguarda l'aspetto della violazione della privacy, ma che a detta degli esperti ha consentito di dimezzare la recidiva dei reati nei paesi in cui è già applicata (Francia, Inghilterra, Stati Uniti). Previsto anche il divieto di impiegare i minori nell'accattonaggio: 3 anni di reclusione e la perdita della patria potestà nel caso in cui i reati di riduzione in schiavitù o di tratta siano commessi dal genitore o dal tutore.

 

Sicurezza/4. Stadi, alcol e droghe
No ubriachi al volante. Vince Amato

Ulteriore giro di vite anche contro la violenza negli stadi. La stretta repressiva era già cominciata a partire dall'omicidio dell'ispettore Raciti lo scorso anno durante Catania-Palermo. Ora si prevede che chiunque venga trovato in possesso di razzi, bengala, petardi e bastoni nei pressi dello stadio è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 1.000 a 5.000 euro. Idem per droghe e alcol. Oltre al test per i lavoratori di cui parliamo sotto, chiunque al volante sotto l'effetto di alcol o droghe provoca un omicidio colposo è punito con la reclusione da tre a 10 anni (oggi ci sono pene da uno a cinque anni). Nel caso di condanna per omicidio colposo o lesioni colpose a più persone, poi, «è sempre disposta la confisca del veicolo salvo che appartenga a persona estranea al reato». Su queste misure decisivo il ministro dell'Interno Giuliano Amato.


Sicurezza/5. Prescrizione dei reati
Modificata la ex Cirielli. Vince il programma

Viene riscritta la legge cosiddetta ex Cirielli, allungando sostanzialmente i tempi della prescrizione, che vengono calcolati con un riferimento esclusivo alla pena massima prevista dal codice, aumentata della metà. I delitti si prescrivono in un tempo comunque non inferiore a sei anni. Quanto ai delitti di maggiore gravità, è previsto un termine massimo per cui essi si prescrivono dopo 30 anni. I responsabili di delitti puniti con l'ergastolo non beneficiano in alcun modo della prescrizione. La modifica della legge Cirielli faceva parte (come pure, a dire la verità, il falso in bilancio), della cancellazione delle «leggi-vergogna» del centrodestra prevista dal programma dell'Unione. Uno dei pochi casi in cui viene applicato. Per un'altra legge da cancellare, la Fini-Giovanardi sulle droghe, il ministro Ferrero ha minacciato: o la nuova legge si fa entro marzo o non sarò più ministro.

 

Sicurezza/6. Le altre misure
Stop a sospensione pene e norme antimafia

Una rapida carrellata di altre misure. Per i reati che provocano allarme sociale viene esclusa la possibilità di sospensione dell'esecuzione della pena, al fine di consentire al condannato la presentazione di una istanza di misura alternativa alla detenzione. Per tutti i reati per i quali è oggi previsto l'arresto in flagranza si prevede la possibilità di applicare misure cautelari se c'e un pericolo concreto e attuale della loro commissione, anche se si procede per altro titolo di reato. Per le fattispecie più gravi si prevede l'applicazione della sola misura di custodia in carcere, salvo che emerga l'insussistenza di esigenze cautelari. Si introduce la possibilità di aggredire il patrimonio mafioso anche in caso di morte del soggetto a cui il bene è stato confiscato. Viene inoltre introdotta una tutela per gli imprenditori e le imprese sotto il ricatto della mafia che hanno il coraggio di denunciare l'interferenza della criminalità.

droghe/lavoro
Obbligo di test, rischio licenziamento
Eleonora Martini

Non sono tutti uguali i lavoratori che «svolgono mansioni particolarmente delicate per la sicurezza collettiva». Almeno quando di mezzo ci sono le droghe. C'è una grande differenza per esempio tra un taxista che metterebbe a repentaglio l'incolumità di terzi anche se si fa una canna nel giorno libero, e un chirurgo che opera sotto l'effetto di cocaina. La differenza la fanno i titoli di giornale, evidentemente.
Deve essere per questo che ieri la Conferenza Stato-Regioni ha ratificato un'intesa che prevede l'obbligo di test antidroga per coloro che sono addetti alla guida di autobus, taxi, treni, navi, aerei, e macchinari di movimentazione terra o merci, per i controllori di volo e i collaudatori di veicoli, per chi è addetto alla circolazione ferroviaria e marittima, per chi lavora in impianti nucleari o maneggia sostanze pericolose come gas tossici, esplosivi e fuochi d'artificio. Sono esclusi invece tutti gli altri, tranne le forze dell'ordine e i vigili del fuoco che saranno sottoposti ai controlli previsti nei rispettivi ordinamenti.
L'intesa, ratificata senza alcun accordo con i sindacati e fortemente voluta dalla ministra della salute Livia Turco, dà attuazione con decreto ministeriale all'articolo 125 del testo unico delle droghe 309/90. Forse non è un caso se da ben 17 anni quell'articolo era per così dire dormiente e nessuno aveva mai pensato di applicarlo. Prevede test obbligatori e periodici per accertare l'assunzione da parte dei lavoratori di «sostanze stupefacenti e psicotrope» a spese del datore di lavoro che se non provvede rischia la reclusione e pene pecuniarie. Controlli che in caso di positività, sia per i tossicodipendenti che per i consumatori occasionali, hanno come conseguenza addirittura il licenziamento del lavoratore che non accetti un percorso di riabilitazione. Il ministero della salute, punto assai rilevante, definirà in dettaglio entro 90 giorni le procedure diagnostiche con cui procedere ai test. Sì, perché questo è il vero scoglio da superare in questo tipo di legislazione, come si è già visto nel caso del decreto Bianchi sulla sicurezza stradale che ha dovuto prevedere una commissione ad hoc per studiare il problema. C'è infatti una difficoltà oggettiva a trovare test che funzionino come gli etilometri per l'alcol, ovvero che riescano a stabilire quando esattamente è stata assunta la sostanza, visto che nel sangue rimangono a lungo le tracce, e più nel caso dell'hashish che della cocaina. Inoltre, come dice l'onorevole Daniele Farina, «si dovrebbero considerare le almeno 40 sostanze psicotrope censite dal ministero della sanità che hanno effetto debilitante nel rapporto uomo-macchina». «Se si avesse come vero obiettivo la sicurezza - aggiunge Farina - ci sarebbero almeno 15 milioni di lavoratori italiani che perderebbero il posto, ma siccome si farà riferimento solo alle sostanze stupefacenti il fine punitivo è evidente».
Tutto questo senza aver «mai convocato formalmente i sindacati», secondo quanto denuncia Paola Agnello Modica, responsabile Salute e sicurezza sul lavoro nella segreteria confederale Cgil. «Hanno atteso 17 anni - accusa - potevano trovare almeno qualche ora per un confronto vero con il sindacato, è molto grave che ciò non sia avvenuto». Non che Cgil-Cisl-Uil si oppongano in via di principio alle verifiche ma avrebbero voluto discutere di come fare i test, su chi farli e chi deve eseguirli, delle procedure di verifica, e del perché si lascia una materia così importante solo ad interventi unilaterali del datore di lavoro. «È importante poi differenziare droghe leggere da pesanti - aggiunge Agnello Modica - perché è come se si volesse usare la stessa strumentazione in un cantiere o in un ufficio per salvaguardare la salute dei lavoratori». «Se il governo affronta un tale argomento in modo unilaterale - conclude - sa che si prende anche le contestazioni».

Intervista
Ferrero: «Pacchetto indigesto ma non si può fare di più»
Il ministro della Solidarietà sociale si è astenuto su alcuni punti di un progetto che sembra scritto dal centrodestra Ci vuole una grande mobilitazione nel paese, sul piano politico non ci sono i rapporti di forza
Luca Fazio

«La realtà è un disastro». Parte da qui, anzi termina qui, la chiacchierata con il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero che ieri, dovendolo digerire, si è astenuto sul cosiddetto «pacchetto sicurezza» del governo. Intende dire che su un tema delicato come la sicurezza bisogna necessariamente graduare il conflitto, «perché devo sapere fino a dove posso portare la mia gente». Spiccato senso della realtà, nodo impossibile da sciogliere per chi da un anno e mezzo sbatte la testa sulla stessa domanda: «E l'alternativa qual è?».
Ministro, perché si è astenuto?
Il «pacchetto» è nato male perché è il risultato di una campagna messa in piedi da alcuni partiti del centrosinistra per sdoganare la questione della sicurezza declinandola come ha sempre fatto la destra. Abbiamo litigato a lungo e abbiamo corretto alcuni errori macroscopici (e non dimentichiamo la reintroduzione del falso in bilancio), ma l'impianto è rimasto tale e quale: si continua a confondere la marginalità con l'ordine pubblico e non si distingue tra repressione e politiche di inclusione. Il punto non è aumentare le pene, lo sanno tutti che l'80% dei reati in Italia resta impunito.
Nel merito, cosa non le piace?
Le misure per la sicurezza urbana, tra cui è prevista la procedibilità di ufficio per i writers, e più in generale la costruzione di nuovi poteri per i sindaci che mescolano amministrazione locale e ordine pubblico, una strada pericolosa perché l'insicurezza verrà agitata da chi avrà il problema di farsi eleggere. Semmai c'è un problema di democratizzazione della polizia. E poi i venditori di griffe false: era previsto addirittura l'arresto immediato e siamo arrivati ad un inasprimento delle pene, è comunque una cosa che non sta né in cielo né in terra. Inoltre, sono convinto che sia un errore escludere le pene alternative per certi reati: sono i classici reati commessi dai più poveri e credo che queste persone si potrebbero più facilmente recuperare tenendole fuori dal carcere.
Mastella le ha definite «astensioni benevole», insultante se significa che non cambiano il provvedimento.
Altrimenti sarebbe stato un voto contrario, intendeva dire che sulla sicurezza abbiamo portato a casa risultati importanti ma ancora non basta. Così possiamo continuare a incidere, la discussione continuerà.
Di questo governo rimarrà nella memoria la propaganda securitaria che colpisce i marginali, e poco altro. Di fronte a questa deriva, il Prc cosa è riuscito a ottenere?
Fino ad oggi noi abbiamo prodotto la politica della riduzione del danno, e per me questa azione non è sganciata dal fatto di poter approvare in tempi brevi la nuova legge sull'immigrazione, spero entro la fine dell'anno. Non dimentichiamo il punto di partenza, la furibonda campagna sicuritaria dei sindaci del centrosinistra, e posso assicurare che il governo ha saputo mediare e di molto rispetto alle loro richieste. E non dimentichiamo che questo è il governo che con l'indulto ha svuotato le carceri. Il Partito democratico è nato sotto l'egemonia culturale di certi sindaci e a noi è toccato il compito di limitare i danni. Inoltre, tenuta del governo permettendo, sto portando avanti una guerra di trincea anche per cercare di modificare la legge sulle droghe Fini-Giovanardi, se entro marzo non ci riesco non sarò più ministro. Si tratta di due passaggi fondamentali per riuscire a gestire il disagio nelle città.
Gli elettori si aspettavano di più.
Dati i rapporti di forza, il punto è come riusciamo a portare a casa il massimo possibile. Sul tema della sicurezza, attorno cui la destra ha svolto e svolge un lavoro sulla sua massa, la sinistra non c'è mai stata: e certi errori si pagano. A volte siamo un po' troppo idealisti, pensiamo che basti avere ragione per ottenere le cose, e invece non è così.
Dato per perso il Pd, la cosiddetta «cosa rossa» sarà capace di presentarsi come alternativa sul tema della sicurezza?
Non do per perso il Pd. E noto che sul «pacchetto» sicurezza in parte si sono astenuti anche Pecoraro Scanio e Mussi, ed è la prima volta che succede. Si tratta di un fatto che fa ben sperare, anche se in termini politici sappiamo che paga poco essere alternativi a chi ha una visione prettamente sicuritaria della società.
Forse non è un caso che proprio oggi, mentre il governo approva il «pacchetto», a Bologna vengano sgomberate le case occupate.
Sono errori gravi. Affrontare i conflitti urbani generati dalla mancanza di case con una politica repressiva non fa che aumentare il livello di insicurezza, i cittadini si sentiranno sempre più insicuri e non basterà sistemare un poliziotto ogni tre portoni. Ieri a Roma, per banali questioni di traffico, un automobilista quasi è stato ammazzato a colpi di mazza, e un altro è stato accoltellato. L'aumento della paura crea solo tensioni e porta all'imbarbarimento della società.
A proposito di case, l'Unione Inquilini sostiene che il provvedimento recentemente approvato dal Cdm, trattandosi di un disegno di legge, non blocca gli sfratti esecutivi nella capitale. E' emergenza?
Ci vogliono due mesi per riconvertire un decreto legge, ma abbiamo ottenuto garanzie sul fatto che le forze dell'ordine non procederanno agli sgomberi, esattamente come è accaduto lo scorso anno. Anzi, invito le organizzazioni di categoria a segnalarci eventuali problemi.
La Commissione d'inchiesta per il G8, fortemente voluta dal Prc, è stata affossata da Di Pietro e Mastella. Un altro schiaffo. Può il Prc limitarsi a dire che così non va perché quella Commissione era prevista nel programma?
E l'alternativa qual è? Qui ci vorrebbe una riflessione più ampia. Gli altri, il centrodestra di Berlusconi, li abbiamo già visti all'opera...Noi dobbiamo affrettarci a fare una legge elettorale che ci permetta di non essere più in questa situazione...molto brutta. E' un fatto gravissimo la bocciatura della Commissione sui fatti di Genova, tanto più se pensiamo che un agente torturatore di Bolzaneto rischia 30 mesi di galera e un venditore di borsette false 24. Ci vuole una mobilitazione forte nel paese, dobbiamo riprendere il lavoro di insediamento sociale, sul piano politico non ci sono i rapporti di forza.

Cofferati gioisce e sgombera tutti
Il sindaco di Bologna anche senza i nuovi poteri sfratta undici case occupate in un colpo solo. Tensioni e proteste: «Torneremo a occupare»
Giusi Marcante
Bologna

«Case e reddito per tutti, resisteremo un minuto più di voi». Alle sette di sera lo striscione del collettivo Passepartout è zuppo di pioggia, quella che ha continuato a scendere per tutta la giornata iniziata dodici ore prima con lo sgombero di undici case popolari occupate in questi anni dai collettivi bolognesi. Il mandante è Sergio Cofferati, il «sindaco degli sgomberi» scandiscono una cinquantina di manifestanti nel pomeriggio quando tentano di raggiungere l'aula magna dell'università dove è in corso un incontro cui partecipa l'assessore alla casa, il diessino Virginio Merola. Infatti la massiccia operazione è stata eseguita dal nucleo sicurezza dei vigili urbani. Non c'è stato bisogno di un'ordinanza. L'amministrazione ha segnalato all'autorità giudiziaria le occupazioni e la procura ha risposto che per liberare gli immobili, che sono di proprietà del comune e gestiti dall'azienda dell'edilizia pubblica, la stessa amministrazione poteva agire in «autotutela». A coprire le spalle alla polizia municipale per eventuali problemi di ordine pubblico erano presenti in modo decisamente evidente blindati dei carabinieri e uno anche della guardia di finanza che chiudevano le strade dove gli appartamenti sono stati sgomberati. In una casa tra gli occupanti c'è anche un ragazzo appena operato al ginocchio che non si può muovere, e la madre che è arrivata ad assisterlo è stata addirittura denunciata per invasione di edifici come tutte le persone identificate. L'offerta arrivata dal comune di quindici giorni di ospitalità in un albergo è stata rifiutata, visto che il ragazzo dovrebbe stare a riposo per almeno due mesi: «Pagavo 320 euro per una stanza senza finestra in centro», racconta Fabiano bloccato sul divano mentre attorno gli smontano quello che i due anni di occupazione ha fatto, compresa l'installazione della caldaia «io questa casa l'ho recuperata dall'abbandono». Studenti universitari e lavoratori precari dei collettivi cittadini, è questo l'identikit degli occupanti che sottolineano come siano diverse anche le famiglie che fanno occupazioni silenziose per l'impossibilità di pagare un affitto. La prima reazione arriva in tarda mattinata, un corteo improvvisato in cui vengono rovesciati alcuni cassonetti e campane del vetro e della carta, blindati della polizia si mettono davanti al comune temendo un assedio al palazzo che non si verifica. Ma i collettivi annunciano nuove occupazione e azioni a partire dal primo appuntamento utile, quello dello sciopero generalizzato del prossimo nove novembre. Mentre la «sua» polizia municipale sgomberava le case, Sergio Cofferati ieri era a Roma dove è stato approvato il pacchetto sicurezza con maggiori poteri per i sindaci. Il primo cittadino che da venti giorni non ha più una maggioranza ha rivolto di recente ai partiti della sinistra l'invito a ritornare nella coalizione. Di questo hanno parlato proprio ieri consiglieri comunali e segretari dei partiti in una riunione che è durata due ore ed è servita a sfrondare quell'unità a sinistra guadagnata solo tre settimane fa. Perché se Rifondazione Comunista continua a ribadire che non rientrerà in maggioranza, Sinistra democratica è molto più sensibile dall'invito del sindaco. E se i due consiglieri mussiani rientrassero in maggioranza i voti tornerebbero a essere sufficienti a Cofferati atteso alla prova dell'approvazione del bilancio. Il Prc è tornato a criticare anche ieri gli sgomberi: «Se questo è il viatico per aprire una trattativa con la sinistra allora partiamo male», ha detto in mattinata il segretario Tiziano Loreti. In una settimana infatti è stato sgomberato probabilmente tutto quello che era possibile. Dalla casa autorecuperata da un collettivo libertario in periferia al nuovo spazio che era stato occupato da Open the space, il cartello di gruppi e associazioni che ha organizzato la street space parade di fine settembre. Fino alle ruspe che sono tornate in azione sul lungoreno e che ieri hanno abbattuto alcune baracche dove vivevano cittadini rumeni. Sono state allontanate una cinquantina di persone pronte ovviamente a tornare ad accamparsi, visto che non hanno altre soluzioni.

I numeri
Mondo migrante

Sul territorio
La ripartizione territoriale dei soggiornanti stranieri a fine 2006 vede 6 immigrati su 10 inseriti nel settentrione, 1 milione di presenze nel centro e più di mezzo milione nelle regioni del sud.
I nuovi cittadini
Nel periodo '95-2005 sono state presentate 213.047 domande per ottenere la cittadinanza italiana e ne sono state definite 135.496, il 92,5% concluse positivamente.
Pochi universitari
Gli studenti universitari di origine starniera sono il 21,6% negli Usa, l'11,3% in Gran Bretagna, il 9,8% in Germania, il 9% in Francia. In Italia sono l'1,5%
Le rimesse
Nel 2006 le rimesse inviate dall'Italia hanno superato i 4,3 milioni di euro per una crescita annua dell'11,6%

Italia terza in Europa per presenza di immigrati
I dati del dossier Caritas: un quarto sono rumeni e polacchi Messaggio di Napolitano: «No ai rigurgiti razzisti»
Cinzia Gubbini
Roma

Inutile l'attesa del ministro dell'Interno Giuliano Amato alla annuale presentazione del Dossier Caritas sull'immigrazione: impegnato nella conferenza stampa sulla approvazione del pacchetto sicurezza, il ministro ha tenuto sulle spine fino all'ultimo monsignori, ospiti vari e il folto pubblico che come ogni anno si è ritrovato al teatro don Orione di Roma. Fino alla fine ha cercato di non mancare all'appuntamento con la Caritas. E con la platea del dossier, certo non favorevole alle politiche da pacchetto sicurezza. Evidentemente il ministro voleva presentare a modo suo la scelta del governo. Sarebbe stato un dibattito interessante, perché gli interventi dei rappresentanti della Chiesa - a partire dal vescovo di Terni e Amelia monsignor Vincenzo Paglia - come quelli degli ospiti «esterni» - ad esempio le parole dell'imprenditore camerunense Otto Bitjoka, erano tutti tesi a rovesciare completamente l'ottica del dibattito corrente. «La sicurezza è una cosa buona, la vogliono gli italiani e gli immigrati. Ma occorre essere sereni, e sapere che la repressione fine a se stessa non è mai servita», ha detto Franco Pittau, curatore del dossier. Stralci di questo spirito possono essere letti anche nel messaggio inviato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che però non si sbilancia: chiede «diminuzione della faziosità politica», ma si sofferma anche troppo sulla «difficoltà a incanalare l'immigrazione nell'alveo degli accessi regolari», della «troppo ampia presenza di devianza e criminalità nell'immigrazione clandestina» pur citando quella «vasta maggioranza di immigrati laboriosi e onesti» e ribadendo il «rifiuto di ogni nuova manifestazione di razzismo».
Insomma, ogni anno la presentazione del dossier ha un «tono» determinato dal contesto politico. E quest'anno è il tono di chi deve ribadire che gli immigrati non sono pericolosi. Mentre, secondo i dati del dossier, l'Italia si pone ormai come terzo paese in Europa per numero di persone di origine straniera, dietro alla Germania e quasi ex aequo con la Spagna. Sono 3.690.000 i cittadini stranieri, considerando anche i bambini nati in Italia (60 mila) e le domande di regolarizzazione presentate nel 2006 (540 mila quelle effettive, 486 mila quelle conteggiate). Italia e Spagna sono inoltre i paesi con il più alto incremento annuale di immigrazione. Anche se oggi parlare di «immigrazione» tout court può essere fuorviante: innanzitutto il dato tiene dentro i 60 mila nati in Italia, che incidono per il 22% sugli immigrati. E poi ci sono anche rumeni, bulgari e polacchi che rappresentano ben un quarto delle presenze ma sono a tutti gli effetti europei. L'est europeo, d'altronde, è la parte del mondo più rappresentata in Italia: ogni 10 presenze immigrate 5 sono europee, 4 suddivise tra africani e asiatici e 1 americana. Il che ha anche causato - per la prima volta - il sorpasso degli ortodossi sui cattolici: se nel 2005 le due religioni cristiane erano alla pari, oggi gli ortodossi contano 233 mila unità in più. I musulmani sono invece il 33%. Innegabile e d'altronde ampiamente riconosciuta la loro incidenza sul Pil (6%), il loro impatto irrinunciabile sul pagamento delle tasse (versano 1,87 miliardi) e il loro maggiore tasso di attività (supera di 12 punti quello degli italiani). Ma gli immigrati sono anche altro: i 279 scrittori censiti dalla banca dati «Basili», le 200 mila coppie miste, il mezzo milione di studenti. Eppure i processi di informazione non aiutano a guardare questa realtà: secondo una ricerca commissionata dal ministero dell'Interno gli intervistati si fanno un'idea degli immigrati, nell'85% dei casi, sulla base dei telegiornali e ritengono che gli irregolari superino i regolari del 50%. Nulla di più falso. Anzi, con l'annessione della Romania in Europa quest'anno gli irregolari scendono per la prima volta sotto le 100 mila unità. Comunque, come è stato ribadito più volte dal palco, i problemi creati dall'immigrazione sono anche legati «alle lungaggini e lentezze burocratiche», che nessun governo si è preoccupato di eliminare. «Siamo il 6% della popolazione - ha detto Otto Bitjoka - ebbene, non ho mai conosciuto nessuna azienda in cui il socio al 6% non ha neanche il diritto di voto».

 


 

L'insostenibilità del pacchetto sicurezza

di Giuliano Pisapia *

su Liberazione del 30/10/2007

Non è ragionevole pensare di risolvere problemi sociali col diritto penale. E' necessario, invece, approvare al più presto pochi interventi, efficaci

Sono ben note, ormai, le critiche al cosiddetto "pacchetto sicurezza", da molti definito, non solo propagandistico e demagogico, ma anche, e soprattutto, iniquo e inefficace. Giudizio non derivante da schemi ideologici ma fondato su dati oggettivi e sull'analisi delle politiche di prevenzione e repressione e degli strumenti utilizzati per garantire la sicurezza dei cittadini (basta citare, del resto, il totale fallimento del cd. "pacchetto sicurezza", approvato nel 2001 con la sola contrarietà della sinistra). Già altri si sono soffermati sull'inutilità di misure che equiparano i venditori di borse contraffatte ai boss mafiosi, e sull'assurdità di proposte, tanto roboanti quanto inconsistenti, che non inciderebbero minimamente sul dovere di garantire la sicurezza (problema reale che tocca soprattutto, ma non solo, i soggetti più deboli); e che, anzi, farebbero diventare preda delle associazioni criminali chi criminale non è. Il programma dell'Unione dava, anche su questo tema, risposte precise e concrete: ma quel programma, come ben sappiamo, è quotidianamente tradito da non pochi che sono stati eletti proprio sulla base di quel programma.
Se si prende quindi atto che, purtroppo, data la situazione politica, sono illusorie riforme complessive, diventa ineluttabile ragionare su pochi interventi, purché realmente efficaci. Perseverare in proclami, politicamente e giuridicamente inaccettabili, minerebbe ulteriormente la credibilità del governo e dell'intero centrosinistra. Si esca, quindi, dalla "logica" che ha ispirato il cd. "pacchetto sicurezza" e ci si impegni per una rapida approvazione di poche e incisive norme, che abbiano anche capacità propulsiva per una riforma organica dell'intero sistema penale.
Per garantire la sicurezza è indispensabile una razionale politica di prevenzione e controllo del territorio (in un rapporto solidaristico con i cittadini) e che, in presenza di condotte illegali, vi siano sanzioni tempestive e proporzionate all'effettivo livello di colpevolezza. Minacciare, come avviene oggi, pene draconiane, per lo più ineseguite e ineseguibili (oltre il 90% dei reati rimane impunito), rafforza il senso di impunità, causa principale della recidiva. Ecco perche Rifondazione condivide la proposta di "giudizio immediato" (non a scapito delle garanzie!) per chi si trova in stato di detenzione: una sentenza in tempi brevi, limita i danni per gli innocenti e, oltre a incidere positivamente sulla recidiva, restituirebbe fiducia nella giustizia, soprattutto se, con la condanna, saranno previste condotte risarcitorie e riparatorie a favore delle vittime del reato. E' evidente, però, che un processo celere sarà possibile solo se diminuiranno (contrariamente a quanto vorrebbero alcuni sindaci) i fatti-reato, prevedendo immediate sanzione amministrative per chi non lede beni giuridici che necessitano di una tutela penale. Dimezzerebbero gli oltre 5 milioni di processi pendenti, i giudici potrebbero occuparsi dei fatti realmente gravi e diminuirebbero le sacche di impunità. Lo stesso si può dire per la proposta di estendere ai prefetti l'espulsione di stranieri per "motivi di sicurezza" (termine la così vago che potrebbe includere la mera partecipazione a assemblee o manifestazioni). Quale significato, se non propagandistico, può avere una simile proposta se non si è oggi neppure in grado di eseguire le espulsioni disposte dall'Autorità Giudizaria, dopo un regolare processo e una motivata condanna? Valida alternativa, e non vano esercizio muscolare, potrebbe essere quella di prevedere che la condanna sia scontata nel Paese d'origine o, per i reati non gravi, sostituire (come già oggi è possibile) la pena con l'espulsione.
Per quanto concerne una efficace lotta alla mafia, bisogna accelerare i tempi di destinazione a fini sociali dei beni sequestrati (oltre il 47% non è stato ancora assegnato) e approvare le altre norme, previste nel disegno legge, tese a rafforzare la lotta alla criminalità organizzata. Provvedimenti, però - ed è questo uno dei punti discriminanti - che sarebbero neutralizzati dall'approvazione, pure prevista nel "pacchetto", dell'obbligatorietà (di fatto) della carcerazione preventiva per reati che già oggi, in caso di pericolosità sociale, prevedono la custodia cautelare in carcere.
E che dire del fatto che circa la metà dei processi viene rinviato per errori o ritardi nelle notifiche? Perché allora - invece di parlare di "sociologia d'accatto" - non approvare subito una semplice modifica legislativa - quale quella delle notifiche anche via internet - unanimemente condivisa, da tempo all'esame del Parlamento e che porterebbe a risultati sorprendetemente positivi! E, parallelamente, inviare in Parlamento, dove già ne è stata calendarizzato la discussione, le proposte che prevedono, per molti reati, pene diverse dal carcere (interdittive, prescrittive, risarcitorie ecc.) e introducono nel codice penale istituti che renderebbero più celeri i processi e più facile il reinserimento sociale, con conseguente diminuzione dei reati e, quindi, maggiore sicurezza per tutti. Ragionevolezza vorrebbe, quindi che - oltre a non pensare di risolvere problemi sociali col diritto penale - si accantonassero proposte inique, inutili e irrealizzabili e si approvassero, invece - e al più presto - poche norme, in grado però di assicurare più giustizia e più sicurezza. No, quindi, al "pacchetto" prospettato dal Governo; sì, a interventi realmente in grado di incidere sul livello, sia reale che percepito, di insicurezza dei cittadini, senza però abbandonare la prospettiva di riforme organiche e complessive. Solo così, ne sono convinto, sarà possibile recuperare quel consenso ampiamente - ma non definitivamente - perduto.

* presidente della commissione del Ministero della Giustizia per la riforma del codice penale