Landini (Fiom)- Sacconi

dossier Fiat Pomigliano

 

<  Era tutto già scritto, queste indignazioni o altro fanno parte di qualcosa che è gia stato macinato e rielaborato.Siamo in ritardo,  siamo rimasti senza parole e cerchiamo di ritrovarle ma penso che il vocabolario sia cambiato e alcune parole hanno perso il loro significato iniziale e tutte queste testimonianze sicuramente straordinarie e vere non fanno altro che rinchiuderci nel nulla se non ritrovarci tutti in un gesto di giusta solidarietà. Serve qualcos'altro ma non so cosa o forse si ma non te lo dico perchè mi gira in testa e non so ancora scriverlo- ciao>    Andrea N.

 

Niente di nuovo sotto il sole, titolava un libro sulla Fiat degli anni anni 1979-80. La Fiat  se la magistratura reintegra in fabbrica  i lavoratori usa pagarli e tenerli fuori .

E' il caso di Pomigliano, non serve scrivere a Napolitano...

 

 

Fiat, la Fiom non firma
l'accordo su Pomigliano
Referendum tra i lavoratori

Intesa separata per il futuro dello stabilimento: la proposta dell'azienda è stata accettata da Fim-Cisl, Uilm, Fismic e anche dall'Ugl. Landini: "Ricatto del Lingotto". Marchionne aveva avvertito: "Firma, o si chiude"

accordo Pomigliano

accordo pdf

Ma l'alternativa a Marchionne c'è  di Guido Viale

 raccolta articoli http://www.operaicontro.it/search.php?key=Pomigliano&item=title

http://it.wikipedia.org/wiki/Stabilimento_Alfa_Romeo_di_Pomigliano_d%27Arco

Pomigliano, al referendum vince il si' col 62,2%

Favorevoli il 62,2%. Il 'fronte del no' al 36%


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  • di Francesca Pilla - INVIATA A MELFI
    VOLERE OPERAIO
    Melfi non ci sta «Fiat sbaglia»
    Giornata di scioperi e manifestazioni in tutte le fabbriche Fiat: i dipendenti della multinazionale torinese dicono no ai licenziamenti e chiedono il premio di risultato negato dall'ad Sergio Marchionne. A Melfi i tre lavoratori scendono dalla Porta, accolti da un grande corteo cittadino
    Alla porta Venosina ci arrivano in un migliaio, cittadini lucani, delegazioni, i gonfaloni dei comuni limitrofi, ma soprattutto loro, tantissimi, quelli di San Nicola, con le T-shirt blu della Sata. Da lontano potrebbero anche essere scambiati per tifosi dell'Italia, se non fosse che oltre a essere stati eliminati da tempo e malamente dai mondiali in Sud Africa, a Melfi nel giorno più cocente, dell'anno più caldo di sempre, per sfilare tre ore sotto il sole di un centro cittadino incandescente si deve avere un ottimo motivo, e non è il calcio. Per chi ancora non lo sapesse, dal megafono le preghiere degli operai chiariscono il tutto: «Giovanni, ti prego scendi, abbiamo ottenuto quello che volevamo, il paese ci ascolta, tutti sanno ormai che siete stati licenziati ingiustamente». Ma Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatello, guardano la folla dalle mura medievali e non accennano a smuoversi. Giù ci sono le famiglie, gli amici, l'intero direttivo della Fiom nazionale, le tute blu di Pomigliano, i colleghi che ormai scioperano da 5 giorni, e nonostante la cig e il peso sullo stipendio continuano a lottare per i diritti di tutti.
    Giovanni, capelli lunghi e brizzolati parla, gli passano un megafono e Antonio regge l'ombrello, unico e magro riparo da temperature che tolgono il fiato. Ringrazia tutti, visibilmente commosso per il corteo che ha portato la solidarietà di tanti - tra cui anche il governatore della Puglia Nichi Vendola - sotto la porta della protesta. «Siamo qui da tre giorni, questo presidio - dice - serve a rompere il muro del silenzio che si è alzato attorno alla nostra vicenda, ma ancor di più serve come messaggio all'azienda che non può azzerare i nostri diritti». «Sì ma ora scendi, servi davanti ai cancelli, vieni con noi, continueremo la battaglia», si sgola Pina con a fianco i cartelloni simbolo di questa protesta: «Ho difeso un uomo» e «Noi puzziamo di sudore, voi di sangue operaio». La fidanzata di Giovanni, capelli raccolti e occhiali da sole non dice una parola, ma l'espressione rasenta la disperazione.
    Qualcuno chiama il 118, Marco Pignatello ha avuto un malore, arrivano anche i vigili del fuoco, che fanno fatica ad aprire la porta delle scale interne che conduce in cima. Gli animi si scaldano, «la Fiat pure le chiavi si è rubata», urla una donna che tiene per mano due ragazzini dall'aria avvilita, qualcuno perde la pazienza: «prendete una scala», ma alla fine il piede di porco fa il suo mestiere. Scendono i tre operai licenziati, tutti iscritti alla Fiom, accusati di aver sabotato un robot durante uno sciopero e impedito di far lavorare chi non aveva voluto incrociare le braccia. Applausi, abbracci, ma Marco viene steso immediatamente su una barella e attaccato a una flebo, è disidratato, probabilmente ha accusato un colpo di calore, e parte verso l'ospedale. «Già nella notte si vedeva che era molto provato - spiega Giovanni - è incredibile cosa si debba fare per avere un po' di verità». Domani saranno già davanti allo stabilimento, Antonio dice poche parole: «È stata dura, abbiamo resistito a queste temperature, solo perché non riuscivamo a sopportare che non si sapesse la verità».
    La loro verità la spiega il segretario della Basilicata Emanuele De Nicola: «Quella macchina non l'hanno mai toccata - dice - ora procederemo con l'articolo 28, e accuseremo l'azienda di comportamento antisindacale». Tira un sospiro di sollievo anche la moglie di Antonio, Nina che ha aspettato fino all'ultimo insieme ai due figli: «Ora basta agiremo per le vie legali - dice - ma è incredibile cosa si debba arrivare a fare per avere un po' di giustizia». Giorgio Cremaschi della segreteria Fiom, l'abbraccia e le dice: «Se continuano con questa storia dei sabotatori (riferendosi alle parole del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ndr.) li quereliamo». Lo ribadisce anche il segretario Maurizio Landini, che finalmente sorride un po', e poi dice: «La Fiat farebbe meglio a ritirare questi licenziamenti e a riaprire la trattativa. È chiaro che cinque licenziati in 10 giorni fanno parte del disegno di restaurazione d'autorità dell'azienda, una risposta al fatto che il ricatto di Pomigliano non è passato. Ma nelle fabbriche ci vuole il consenso dei lavoratori». Ora la battaglia però deve proseguire e Landini lo aveva anche detto pochi minuti prima dal palco sistemato sotto la porta, annunciando le cifre dello sciopero che, al contrario di quanto dica Sergio Bonanni, leader della Cisl, sono state un successo, dal 70 al 90% negli stabilimenti di tutta Italia.
    Così già lunedì a Roma è stato convocato il coordinamento nazionale Fiom del gruppo Fiat, mentre martedì si riunirà il comitato centrale per decidere le prossime iniziative, per tutto il Sud. «Andremo anche noi nella capitale - spiega Giuseppe Dinarelli, uno dei tanti arrivato dall'ormai ex-Alfa di Pomigliano, altro luogo di crisi - dobbiamo essere tutti uniti per combattere insieme questa battaglia». E si perché oggi in piazza agli operai di Campania e Basilicata sembra alquanto chiaro il piano del Lingotto: «Da una quindicina di giorni in fabbrica c'è molta più tensione - ci dice Cosimo Martino, addetto alla lastratura, impiegato a Melfi dal 1997 - il progetto è chiaro vogliono abolire il diritto di sciopero, ma noi non torneremo indietro».
    Pervade tutti un senso di insicurezza e rabbia, perché le ritorsioni ricadono solo sugli iscritti della Fiom. Maria lavora alle linee del montaggio, ha 37 anni ma sembra una ragazzina: «I carichi di lavoro si sono fatti sempre più pesanti - racconta - hanno aumentato improvvisamente la produzione senza aggiungere nemmeno un operaio in più. Da questo è nato il nostro sciopero, ma ora la sensazione è quella che ci vogliono proprio piegare. Non ci riusciranno, da lunedì saremo nuovamente davanti ai cancelli». La giornata per il momento è finita, si raccolgono le ultime bottiglie d'acqua, si arrotolano bandiere e striscioni, paonazzi e sudati si va a casa, ma non è finita, è solo l'inizio.

di Luca Fazio - MILANO
INTERVISTA - Parla lo storico Marco Revelli
Il new feudalesimo del Sig. Marchionne
Marco Revelli, scrittore, storico, titolare della cattedra di Scienza della politica all'università del Piemonte Orientale, conosce bene il volto del capitalismo italiano. Eppure questa volta si dice sconcertato e anche un po' sorpreso.

Torna il licenziamento-rappresaglia.
Marchionne ha gettato la maschera. Effettivamente il nuovo corso della Fiat può anche provocare un soprassalto di sorpresa. Questo manager oxfordiano, con il look post sessantottino, mostra un volto da Fiat anni '50, da reparto di confino. Un'immagine molto ostentata, che è volontà di vendetta nei confronti della Fiom. Come un terzino dribblato che falcia da dietro, insomma una vera vigliaccata.

Il manager aveva abbagliato anche la sinistra a fari un po' troppo spenti, recitiamo il mea culpa?
Devo fare outing anche io. Un paio d'anni fa avevo pensato che ci fosse una discontinuità rispetto alla tradizione Fiat, avevo detto che per l'attraversamento del territorio si era passati dagli scarponi chiodati alle scarpette tecnologiche da footing. Abbiamo scambiato aspetti di natura estetica con la questione sostanziale: la natura dell'industria ai tempi della globalizzazione. La Fiat ce l'ha ricordato a modo suo, con Pomigliano, Melfi e Torino. Siamo al ritorno in grande stile della persecuzione sindacale, stiamo assistendo a un processo di regressione di tutto il sistema industriale che non è nemmeno paragonabile a ciò che avveniva negli anni '50, dove era in atto un scontro epocale e muscolare carico di significati politici. Oggi l'attacco è più subdolo e torbido, è un tentativo di rifeudalizzazione dell'industria, si punta all'affermazione del primato del lavoro servile. Tutto ciò è premoderno.

Difficile che la Fiom da sola possa fare da argine a questa deriva.
La Fiom ha compiuto un'impresa ciclopica. Ha rivelato questo volto inconfessabile e ha dato occasione a un pezzo di fabbrica di sottrarsi alla semplice riduzione a puro lavoro servile. Siamo uomini e non servi, questo dice il 40% degli operai di Pomigliano. Non potevano vincere, perché sarebbero scomparsi, però sono rimasti per dire che esistono ancora uomini e donne.

I diritti degli operai sono sacrosanti. Però. Laddove la maggioranza della popolazione attiva, soprattutto giovanile, non conosce diritto di sciopero e di malattia, questa battaglia non rischia di essere persa in partenza perché poco sentita? Se si è gia concretizzato «lo stato di natura» dove prevale il più forte, come dici, che significato si può dare alla breccia aperta dal referendum in Fiat?
Nei giorni successivi a quel voto ho incontrato molte persone, anche precari, e tutti camminavano con la testa un po' più alta. Il solo fatto che qualcuno abbia dimostrato che si può non abbassare la testa, li faceva sentire più orgogliosi. Gli operai di Pomigliano hanno dimostrato a tutti che la condizione servile non è necessariamente un destino. In una società altamente frammentata la crisi non fa che aumentare la frammentazione, togliamoci dalla testa che ci siano battaglie che possano essere sentite da tutti. Ma ci sono aspetti morali e simbolici che possono esprimere una potenzialità enorme: a Pomigliano è stato dimostrato che c'è chi è disposto a fare il servo, e chi no. Questo riguarda tutti noi, i giornalisti, il mondo intellettuale, i professori universitari. Per questo dire un «no» forte, oggi, è fondamentale. Così facendo la Fiom ha già vinto, si è conquistata il diritto di chiamarsi ancora sindacato.

Ha ancora senso puntare sull'auto, oppure, come scrive Guido Viale, l'unica alternativa è la riconversione ecologica del settore industriale?
Condivido totalmente l'approccio di Viale. Se non si ha il coraggio di guardare oltre la linea d'ombra, in questa palude si affoga. Chi dice che non è ancora il momento di pensare a questa alternativa dimostra tutta la miopia dello pseudorealismo italiano.

Lo pensa anche un pezzo di sinistra.
Lo so. Molti nostri amici la pensano così. Invece dobbiamo alzare lo sguardo: continuare a competere nella produzione di auto in un contesto di deprecabile livello di consumi non più superabile, è solo una forma di dannoso accanimento terapeutico. Dovremmo fare esattamente il contrario, credo che non si possa più fare a meno di esplorare questo orizzonte.

Stiamo male. Perché non si intravvede nemmeno l'ombra di una ribellione, di una forza contraria a questa rifeudalizzazione delle nostre vite?
Si è consumato un processo apocalittico di individualizzazione dei processi produttivi. Ognuno affronta in solitudine il proprio presente e il proprio futuro. E dove c'è malessere diffuso non c'è rivolta, le rivolte non nascono dalla pura e semplice sofferenza. La capacità di sopportazione degli uomini è quasi infinita. La rivolta nasce quando si apre un circuito di identificazione collettiva a cui le élites organizzate forniscono simboli e linguaggi. Ma c'è stato uno sterminio delle culture antagoniste... Quelli che osavano una volta potevano dimostrare che era possibile cambiare, oggi non è più così, ma un domani chissà... Credo però che ancora oggi abbiano un valore fondamentale i gesti di coraggio, ecco perché non condivido chi separa la sorte degli operai di Pomigliano da quella degli «altri», uomini e donne meno garantiti.

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  • di Antonio Sciotto
    LAVORO
    Fiat pride in piazza
    Escalation di cortei e scioperi nelle fabbriche auto di tutto il Paese. Le tute blu non accettano i licenziamenti decisi da Sergio Marchionne e chiedono il premio di risultato. Da Melfi a Torino
    Il caldo africano non piega i tre operai licenziati alla Fiat di Melfi: ieri pomeriggio erano già 24 ore dall'inizio della protesta sulla Porta Venosina, e questa mattina - quando accoglieranno i colleghi in corteo provenienti dallo stabilimento di San Nicola - saranno stati già due giorni sul tetto. «Non abbiamo brandine, dormiamo nei sacchi a pelo - dice Giovanni Barozzino, uno dei delegati Fiom sulla Porta, con la voce visibilmente provata - Non c'è neanche un bagno: abbiamo chiesto al Comune di aprirne uno, ma finora nulla». Giovanni e Antonio Lamorte, l'altro rappresentante della Fiom, hanno ricevuto proprio ieri il telegramma che certifica l'avvenuto licenziamento. Così si aggiungono a Marco Pignatello, l'altra tuta blu messa alla porta dalla Fiat. Sono vittime, come Pino Capozzi, impiegato licenziato a Mirafiori, del giro di vite deciso dall'ad Sergio Marchionne.
    E se questa è l'Italia reale - ieri non sono mancati cortei in tutti i siti, oggi lo sciopero di 4 ore del gruppo - il circo mediatico non ha risparmiato battute sgradevoli, pronunciate da imprenditori, politici e sindacalisti. La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha dato dei «sabotatori» ai tre di Melfi: «Le regole vanno rispettate, e in questo caso mi pare si tratti di vere e proprie iniziative di sabotaggio». Marcegaglia si riferisce all'accusa avanzata dalla Fiat, secondo cui i tre avrebbero ostacolato il percorso di un carrello robotizzato, e quindi impedito di lavorare a chi non scioperava con loro.

    La disputa sui carrelli robot
    Anche il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sostiene la tesi del sabotaggio: «Ci sono stati episodi che, se veri, sono gravi: non si può impedire ad altri di lavorare e ai semi lavorati di circolare. Mi auguro che siano gli ultimi fuochi di un mondo che si esaurisce e che la lettera della Fiom significhi che dopo la tempesta possa tornare il sereno». Il leader Cisl Raffaele Bonanni ha paragonato la Fiat alla Fiom: commentando i licenziamenti, ha detto che «la Fiom sta facendo di tutto per creare confusione alla Fiat. Ma la Fiat sbaglia a comportarsi come la Fiom dall'altra parte». Dulcis in fundo, le parole del segretario Uil Luigi Angeletti, che ha fatto capire di non scandalizzarsi affatto per i lavoratori messi alla porta: «In Italia i licenziamenti sono vietati se non per giusta causa. Giusto? Vero?».
    Tornando ai problemi veri dei lavoratori, va segnalato che sia i tre sulla Porta Venosina, che tutti gli operai presenti il giorno dell'episodio del carrello, ritengono non veritiera l'affermazione secondo cui i colleghi licenziati avrebbero fermato il robot: «A testimoniarlo c'è una lettera firmata da tutte le Rsu, anche di Fim, Uilm e Ugl, dato che facevamo tutti insieme lo sciopero - dice Barozzino - E poi c'è un documento sottoscritto da tutti i 60 lavoratori presenti al corteo interno alla fabbrica. Va anche detto che di solito, durante gli scioperi, sia per motivi di sicurezza che di qualità dei prodotti, è la Fiat stessa a fermare quei robot: e infatti io non ricordo affatto che quel giorno fosse acceso, dato che la spia gialla della fotocellula era spenta e non lampeggiava». Lo stesso afferma Enzo Masini, responsabile Auto della Fiom: «Le ragioni addotte dalla Fiat per i licenziamenti di Torino e Melfi sono strumentali. Del resto, quel particolare tipo di carrelli che si muovono in automatico, in occasione di scioperi vengono immediatamente bloccati dai responsabili operativi dell'azienda anche per evidenti motivi di sicurezza».

    «È come una quattordicesima»
    Anche a Torino ieri è stata una giornata agitata, con cortei e scioperi in tutti gli stabilimenti: «Sono ormai 6 giorni consecutivi che ci si ferma, e qui non accadeva da una decina d'anni - dice Giorgio Airaudo, segretario Fiom Piemonte - Non solo a Mirafiori: anche alla Iveco, alla Cnh, alla Comau, alla Magneti Marelli. In alcuni casi abbiamo scioperato con Fim e Uilm, in altri separatamente: il che mi pare anomalo, dato che siamo tutti in piazza per aver ricevuto un premio di risultato pari a zero». A parte i licenziamenti, è infatti la questione del premio che mobilita: «Per i dipendenti Fiat è come la quattordicesima, presa giusto prima di partire per le vacanze: l'hanno sempre avuta, ogni anno - spiega Airaudo - Erano stati 1260 euro nel 2008, circa 600 nel 2009, e anche quest'anno si aspettavano almeno 600 euro. Il fatto che alla vigilia delle ferie la Fiat non eroghi neppure un euro, è non solo un segnale pesantissimo verso i lavoratori, ma anche un segno di non salute per l'azienda: non ha liquidi per erogare 600 euro ai suoi 70 mila dipendenti? E ricordiamo che oggi paga i fornitori a 250 giorni». Attacca la Fiat, soprattutto sui licenziamenti, pure il segretario Cgil Guglielmo Epifani: «Fiat sta sbagliando strada».
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  • L’inizio fu il partito operaio informale … Cari comp., l’ultimo numero di «OperaiContro» (n. 132, giugno 2010) pubblica un Appello/articolo dal titolo: L’inizio fu il partito operaio informale … (in allegato). La questione posta è strettamente collegata a quanto stiamo affrontando. Per cui ritengo doveroso che per prima cosa si diffonda l'Appello/articolo ad «amici&parenti» e, soprattutto, che ci si pronunci in merito, anche per allargare il confronto, coinvolgendo altre esperienza. Da parte mia, l’Appello/articolo mi trova sostanzialmente d’accordo nel centrare l’attenzione sugli esiti della crisi. E, a questo proposito, ricordo ciò che recentemente avevo sottolineato: a) La crisi ha posto in modo inequivocabile la centralità della fabbrica come luogo cardine dell’estorsione di plusvalore, spazzando via le suggestioni sociologiche come la «scomparsa della classe operaia», la «fabbrica diffusa», il «lavoro immateriale» ecc. ecc., di moda fino all’altro ieri. b) Allo stesso tempo, la crisi sta distruggendo risorse, in primis la «forza lavoro», gli operai. Nelle metropoli e soprattutto nelle periferie, la crisi esaspera e dilata l’esercito industriale di riserva, una massa di senza risorse destinata a entrare solo occasionalmente nel processo produttivo. Prospettiva che manda a rotoli le tesi apologetiche di un indefinito sviluppo del modo di produzione capitalista, che ha tra i suoi cantori i pallidi sicofanti di Lotta Comunista. Il decantato boom industriale cinese non è in grado di accogliere le centinaia di milioni di lavoratori espulsi dalle campagne (e anche dalle industrie di Stato …), altrettanto in India, altrettanto in Brasile, altrettanto in Russia … e altrettanto in Italia, quando verrano meno i sussidi (a partire dalle multe per le «quote latte»). Sul piano pratico, il declino del modo di produzione capitalistico pone sul tappeto l’atteggiamento che i proletari italiani devono avere nei confronti dei proletari extra comunitari, costretti ad arrangiarsi, la cui esistenza spesso passa dallo sfruttamento delle cooperative ai CIE … per finire nei lager della Libia o di altri «paradisi», dove la distruzione di risorse umane adotta ormai le formule della «soluzione finale» di hitleriana memoria. A questo proposito, ricordo che per i prossimi anni è previsto un flusso migratorio che riguarderà 700milioni di umani, ovviamente dai paesi «poveri» verso i paesi «ricchi» … [Moisés Naim, 700 milioni la migrazione del secolo, «Il Sole 24 Ore», 23 febbraio 2010]. Ed è questa una questione cruciale che, secondo me, i comp. di OperaiContro lasciano sullo sfondo. Sullo sfondo (ma non tanto), abbiamo gli aspetti di degenerazione parassitaria, generati dalla prevalenza della speculazione finanziaria a scapito delle attività produttive (economia reale): una vera lebbra che impesta tutta la vita sociale. E sul piano politico, basta vedere la classe dirigente italiana … Parliamone. Dino
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  • di Antonio Sciotto
    FIAT
    Melfi, Marchionne licenzia
    Esplode la protesta, oggi corteo. Landini: «È una rappresaglia» Dopo il «caso Mirafiori», fuori altri tre: un operaio e due delegati Fiom
    Fiat continua, implacabilmente, a licenziare. Ieri è toccato a un operaio di Melfi, Marco Pignatello, di 33 anni, dopo che martedì la doccia gelata si era riversata su Pino Capozzi, impiegato di Mirafiori. E potrebbero essere messe ugualmente alla porta - sarebbe questione di ore - altre due tute blu di Melfi, entrambi delegati Fiom, che come Pignatello nei giorni scorsi avevano ricevuto una sospensione cautelativa. Un'emergenza talmente pesante, che ieri il lavoratore licenziato e i due rappresentanti della Fiom, Giovanni Barozzino e Antonio Lamorte, sono saliti sulla Porta Venosina, un antico monumento del centro di Melfi, alto circa 8 metri. Sotto la Porta, per tutta la giornata, hanno stazionato decine di operai Fiat, in solidarietà ai colleghi e per protestare contro il clima di terrore diffuso dall'azienda.
    Se Capozzi, a Mirafiori, era stato licenziato per aver spedito un comunicato sindacale per mezzo della posta aziendale, i tre operai di Melfi sono incorsi nelle durissime sanzioni Fiat perché avevano partecipato, la settimana scorsa, a un corteo interno alla fabbrica. Sono accusati di aver bloccato un carrello robotizzato, arrecando dunque danno alla produzione. Li abbiamo raggiunti telefonicamente.
    «Noi stavamo facendo un regolare sciopero, con un corteo in fabbrica: tutto unitariamente, con Fim, Fiom, Uilm e Ugl», spiega Pignatello. L'operaio, tra l'altro, non è neanche iscritto al sindacato, e lavora in linea di montaggio da ben 11 anni. Durante il corteo è nato un diverbio con un preposto dell'azienda, giusto vicino al carrello, che però secondo Pignatello era «già fermo»: nella discussione erano coinvolti proprio i tre lavoratori, che hanno ricevuto successivamente un provvedimento di sospensione cautelativa; a questo è seguito il licenziamento del primo operaio, mentre per i due delegati la Fiom Cgil si aspetta di ricevere a giorni, se non a ore, una analoga lettera. Ma perché stavano scioperando nello stabilimento di Melfi?
    «Circa due settimane fa, in concomitanza con la cassa integrazione - racconta dalla Porta Venusina il delegato Fiom Barozzino, tra l'altro quello eletto con il maggior numero di voti nello stabilimento - la Fiat ci ha comunicato unilateralmente che avremmo dovuto produrre 42 auto in più al giorno, vale a dire ben il 10% in più delle attuali. Abbiamo chiesto di incontrare i dirigenti per un tavolo, discutere le condizioni di quello che appariva come un diktat, ma ci è stato rifiutato. Così abbiamo cominciato a scioperare: quelli del nostro turno, tra l'altro, hanno fatto 50 ore di sciopero consecutive dopo che hanno saputo della nostra sospensione».
    La sera stessa del corteo che ha poi originato le sanzioni, tutte le Rsu hanno firmato un documento in cui testimoniavano che i tre colleghi non avevano fatto nulla di irregolare. E l'indomani, i 60 operai presenti alla protesta, hanno portato ai tre sospesi, fuori dallo stabilimento, un'altra dichiarazione, sottoscritta da tutti loro, in cui si afferma che i tre lavoratori non sono colpevoli di aver fermato nessun carrello.
    «La Fiat sta mettendo in atto sanzioni pesantissime - riprende il delegato Fiom Antonio Lamorte - il licenziamento di un operaio non iscritto al sindacato può essere un messaggio: questo accade a chiunque segua la Fiom e in generale a chi protesta. Ma il nostro sciopero era sacrosanto: qui i ritmi di lavoro sono già disumani, e non ci si può chiedere di aumentare la produzione del 10% senza neanche sedersi a un tavolo. Adesso rimarremo sulla Porta, giorno e notte, finché non avremo risposte».
    Il sole batte sulla Porta Venosina, e solo dopo qualche ora dall'inizio del sit-in gli operai hanno potuto avere un ombrellone, mentre da sotto i colleghi garantiscono la fornitura costante di acqua e cibo. Il caso potrebbe trasformarsi in una «nuova Asinara», a meno che i tre non decidano di scendere perché soddisfatti di qualche passo della Fiat: «Chiediamo anche l'intervento delle istituzioni locali, della Regione - dice Barozzino - Abbiamo anche incontrato Vito De Filippo, il governatore della Basilicata, che però finora non ha fatto nulla di concreto». Pignatello conclude la telefonata spiegando che ha «un mutuo a carico» e che il licenziamento certo non lo mette in una buona condizione, essendoci «pochi posti di lavoro qui nel Sud».
    Sul caso interviene il segretario generale Fiom Maurizio Landini: «La Fiat è passata dal ricatto alla rappresaglia e alle intimidazioni ai lavoratori. A questo punto, lo sciopero di 4 ore del 16 luglio assume un'importanza ancora maggiore. Servirebbe un ritorno alla saggezza e responsabilità da parte dell'azienda». Duro anche il giudizio della Cgil confederale: «In questo modo la Fiat fa salire la tensione sociale».

cronache oc

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La sera del 20 Luglio, alle ore 22.00, alla Fiat di Melfi si incomincia a scioperare di nuovo per protestare contro il licenziamento dell'operaio e dei due delegati RSU della Fiom. Lo sciopero si protrae per due ore e mezza e coinvolge i lavoratori del turno C. Il 21 Luglio, nelle ultime due ore di lavoro scioperano anche i lavoratori del turno A. Hanno deciso di recarsi presso il tribunale di Melfi dove sarà presentato l'ex art. 28 dalla Fiom per chiedere l'annullamento dei licenziamenti. All'inizio del turno alle 14.00 anche per i lavoratori del turno B scatterà lo sciopero di due ore. Gli scioperi sono sostenuti solo dalla Fiom, dalla Cub e dalla Failms. I sindacati di servizio hanno altro a cui pensare. Gli operai dei vari turni alle 11.00 del mattino si incontrano presso il tribunale di Melfi in presidio. Non passa molto e viene presentato in tribunale il ricorso, poco dopo viene fuori la notizia che l'ex art. 28 verrà discusso il 30 Luglio. Una buona notizia per gli operai che sono pronti a continuare a protestare finché i compagni di lavoro non ritorneranno in fabbrica.

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Alla Fiat di Melfi altre due ore di sciopero sul turno B, anticipano la manifestazione che si terrà a Melfi sotto le mura di cinta dell'antica Porta Venosina. Alcuni operai residenti nei comuni vicini ritornano nelle proprie case per dormire qualche ora, altri si fermano a Melfi nei pressi delle vecchie mura. In prima mattinata arrivano i dirigenti e funzionari del sindacato, incominciano a preparare striscioni, bandiere e manifesti, agli operai del turno C nel frattempo tocca iniziare lo sciopero di 8 ore. Dalle prime notizie risulta che una linea al Montaggio è completamente ferma, l'altra va avanti a singhiozzo. La manifestazione ha inizio, gli operai si fanno sentire, il corteo arriva nel centro storico e fra grida e slogan gli operai raggiungono i compagni licenziati Barrozzino, Lamorte e Pignatelli. Il primo intervento molto critico nei confronti del presidente della regione è quello del segretario provinciale della Fiom, Emanuele De Nicola, gli altri interventi si susseguono, infine parla il segretario nazionale della Fiom Landini che prende una posizione molto netta contro la Fiat. Nel frattempo l'operaio licenziato Marco Pignatelli si è sentito male e interviene il 118. Gli operai presenti alla manifestazione e i dirigenti sindacali invitano gli operai che si trovano sul muro di cinta della Porta Venosina a scendere e a ritornare presso i cancelli della fabbrica. Barrozzino, Lamorte e Pignatelli all'inizio non sono tanto convinti di scendere, alla fine prevale la ragione di mettere in campo altre iniziative di lotta e raggiungono gli operai che si trovano al di sotto delle vecchie mura. La visibilità l'hanno avuta, finalmente i telegiornali nazionali si sono accorti di loro, adesso è necessario riprendere il contatto diretto con gli operai combattivi che non dovranno più lasciare la fabbrica per recarsi a Melfi. Scatta lo sciopero di 8 ore anche sul turno A, stasera toccherà agli operai del turno B, la battaglia continua. 

 

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Sul turno B alla Fiat di Melfi alle 22.00 del 14 Luglio scattano subito le prime due ore di sciopero. Gli operai dopo essere rimasti circa un'ora fuori dai cancelli, entrano in corteo fabbrica e manifestano la loro rabbia presso la UTE 1-2-3-4. Prima della mezzanotte, dopo una breve assemblea e di comune accordo gli operai, decidono che dopo le due di sciopero e dopo la mezzanotte chi vuole può rientrare sulle postazioni di lavoro. Chi ha la possibilità di recarsi a Melfi presso l'antica "Porta Venosina" e portare la solidarietà agli operai licenziati può continuare lo sciopero fino al mattino. Una manciata di operai che hanno a disposizione la propria vettura, si organizzano, e sono una cinquantina di operai che partono alla volta di Melfi. Non è difficile individuare il posto dove sono gli operai licenziati, sul muro imponente del torrione spicca la maglia rossa "orgoglio operaio" indossata da un delegato RSU. E lì, sotto la Porta Venosina, fra un pezzo di pizza e una birra che gli operai passano tutta la notte. Alle prime luci dell'alba gli operai salutano i delegati RSU Barrozzino, Lamorte e l'operaio Pignatelli e ritornano presso i cancelli della fabbrica. Adesso spetta agli operai del turno C continuare la protesta. Nella stessa giornata scattano altre due di sciopero anche sul turno C, alcuni operai si recano a loro volta a Melfi per portare la loro solidarietà ai delegati RSU della Fiom e all'operaio licenziato. Sotto il sole più cocente del solito, la stessa cosa viene fatta sul turno A, dopo due ore di sciopero presso la fabbrica qualche decina di operai raggiungono i compagni licenziati. Adesso si discute sulla manifestazione di domani 16 che era prevista a Potenza presso la sede di Confindustria ma per gli eventi decisi dagli operai licenziati viene spostata nei pressi dell'antica Porta Venosina di Melfi.

 

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Gli operai della Fiat di Melfi del turno C, dalle ore 11.30 alle 14.00 si fermano di nuovo. Al cambio turno delle 13.30 arrivano anche gli operai del turno A che si fermano ai cancelli in assemblea e decidono subito di continuare con un'altra ora di sciopero. Marco Pignatelli l'operaio sospeso non è ancora arrivato davanti ai cancelli dello stabilimento, è per strada gli arriva una telefonata dalla sua famiglia: lo avvisa che è arrivata dalla Fiat la lettera di licenziamento. Per Barrozzino e Lamorte ancora nessuna notizia. Tutte e tre Barrozzino, Lamorte e Pignatelli decidono di raggiungere Melfi, salire sul tetto della "Porta Venosina", antica torre fatta costruire dal normanno "Guglielmo Braccio di Ferro" l'unica delle sei porte antiche di Melfi ancora rimasta in piedi. Altri operai decidono di recarsi insieme e lo sciopero viene esteso per il resto della giornata. Dopo due ore di sciopero del turno A (turno pomeridiano) lo sciopero prosegue per il gruppo di operai che si reca a presidiare insieme ai licenziati la “Porta Venosina”. Il turno di notte (turno B) prosegue la mobilitazione con le stesse modalità del turno precedente. Sciopero pressoché totale di tutto il turno nelle prime due ore. Un nutrito gruppo di operai prosegue poi lo sciopero recandosi a Melfi a sostenere l’azione dei compagni licenziati.

 

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La lotta contro i ritmi e contro i licenziamenti non si arresta anche oggi a Melfi, malgrado si stanno mettendo in campo le solite misure disfattiste dai sindacati collaborazionisti. Ha iniziato la Fim, che ha proclamato 2 ore di sciopero a fine turno perché la Fiat non vuole pagare il premio di risultato. La questione è importante, anche se la Fim insieme a Uilm e Fismic l’anno scorso spezzarono le lotte che erano in corso per il pagamento integrale del premio, firmando un accordo separato in cui si accontentavano della metà di quanto da noi dovuto. La Fiat li ha premiati mettendo un anno dopo in discussione lo stesso versamento del premio. Il fatto grave è che la Fim “lancia” questa lotta senza accennare minimamente allo scontro in corso in questi giorni alla Sata, contro l’aumento dei ritmi e i licenziamenti-rappresaglia. Eppure formalmente la stessa Fim ha partecipato a queste lotte, proclamando delle ore (poche) di sciopero. La manovra è evidente. Si vuole distrarre gli operai usando come specchietto delle allodole una questione salariale molto sentita in fabbrica. I sindacalisti della Fim credono che la massa degli operai siano pronti a vendersi per quattro denari come sono abituati a fare loro. Ma gli operai li hanno subito smentito. Il turno C (impegnato questa settimana di mattina), che è storicamente quello meno combattivo, reagisce non scioperando dalle 12.00 alle 14.00 come proposto dalla Fim, ma dalle 12.30 alle 13.30. Si sciopera contro i ritmi e i licenziamenti, sul premio lo scontro si aprirà quando lo decideranno gli operai. La reazione del turno A (impegnato nel turno pomeridiano) è ancora più decisa. La presa di posizione della Fim viene completamente ignorata e scatta uno sciopero di 8 ore contro i licenziamenti, che coinvolge oltre il 60% degli operai. Nel turno di notte, il turno B fa 2 ore e mezzo di sciopero non a fine turno, come voleva la Fim, ma ad inizio turno, per dimostrare che nessuno è cascato nel giochetto Fim. Nel corso di un’assemblea fuori i cancelli si è discusso su come proseguire la lotta, anche in vista dello sciopero di 4 ore di tutto il gruppo Fiat, proclamato dalla Fiom. Un operaio della Sata-Fiat di Melfi

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Dopo la pausa del fine settimana a fabbrica chiusa, oggi, lunedì 12 luglio, è ripresa prepotente la lotta di noi operai a Melfi. Alle 15.00 è fissato l’incontro presso la sede della Confindustria di Potenza, tra gli operai sospesi, i loro rappresentanti sindacali e la Fiat. Venerdì si è già deciso di non lasciare soli gli operai minacciati di licenziamento e di presidiare in massa in questa occasione la sede dell’organizzazione padronale. Il turno di mattina (che adesso tocca al turno C) sciopera con alte percentuali nelle ultime due ore. Il turno pomeridiano (che coinvolge adesso il turno A, cui appartengono gli operai sospesi) sciopera invece da inizio orario. L’adesione è quasi totale nel montaggio. Molti partono con i pullman verso Potenza, altri vi si recano direttamente. Il presidio è folto e combattivo. I tre operai, uno alla volta, salgono a presentare le loro ragioni. Per ognuno di loro l’«udienza» dura quasi un’ora. Fra noi operai del presidio cresce il nervosismo, che diviene rabbia vera quando ci viene detto che in tutti e tre i casi la Fiat si è limitata a dire che valuterà i fatti sulla base degli aspetti tecnico-giuridici. Che cosa vuol dire? Le procedure di licenziamento avviate contro i nostri tre compagni sono una carognata, una provocazione orchestrata dalla Fiat, una rappresaglia. L’unica cosa che la Fiat avrebbe dovuto fare era il ritiro dei provvedimenti disciplinari. Si svolge fra gli operai del presidio una breve assemblea. C’è chi vuole andare a protestare alla Regione e chi invece vuole tornare a Melfi per bloccare i cancelli. Optiamo per fare entrambe le cose. Arrivati in corteo alla Regione, due dirigenti Fiom salgono a parlare col presidente. Il resto del corteo non aspetta l’esito dell’incontro, si sa già che è inutile, e decide di andare a Melfi a bloccare i cancelli. Il blocco non è rigido. I lavoratori che vogliono possono entrare. Al montaggio l’adesione è però totale. A mezzanotte gli operai del turno B (che adesso è impegnato nel turno di notte) rientrano in fabbrica ma partono con un corteo interno. La lotta non si è arrestata Un operaio della Fiat-Sata di Melfi

 

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Gli operai in sciopero alla Fiat di Melfi nella notte fra l'8 e il 9 Luglio sono aumentati. Lo produzione al Montaggio è completamente ferma. Lo sciopero è durato tutta la notte. Lo sciopero è stato sostenuto dalla Fiom, dalla Cub e dalla Failms, gli altri, Fim, Uilm, Fismic e Ugl, sono rimasti a guardare. Gli operai del turno A, lo stesso dove lavoravano fino a qualche giorno fa i due delegati RSU e il lavoratore sospeso, hanno scioperato e espresso la loro solidarietà in maniera straordinaria. Una cosa che non si vedeva da tempo. Passata la notte con il cambio turno sono arrivati i lavoratori del turno B, lo sciopero è scattato subito dopo la prima pausa, alle ore 8.50, i delegati presenti hanno deciso di protrarlo fino alle ore 11.00. Non tutti, ma qualcuno vorrebbe uscire fuori e bloccare lo stabilimento. Il corteo degli operai dopo avere fatto il giro per il montaggio si è recato presso i cancelli dove c'era il segretario della Fiom Masini che ha voluto dire qualcosa. Spiega che le sospensioni comminate ai delegati RSU e all'operaio sono un attacco a tutti i lavoratori. Si scioperava contro l'aumento dei ritmi e la Fiat ha tentato si schiacciare la protesta colpendo i lavoratori più combattivi che si erano messi alla testa del corteo. Dice che la Fiom continuerà a battersi contro l'aumento dei ritmi di lavoro. I dirigenti provinciali della Fiom invitano i lavoratori a recarsi Lunedì 12, nel primo pomeriggio sotto la sede di Confindustria a Potenza dove saranno portate le giustificazioni dei Delegati RSU e del lavoratore sospeso. Partiranno anche dei pullman direttamente dai cancelli della fabbrica. Questa notte toccherà di nuovo ai lavoratori del turno A continuare la protesta. Ed infatti è scattato anche questa volta lo sciopero ed il corteo interno. La Fiat ha chiesto ad alcuni lavoratori del turno C (quello che sta in cassa integrazione) di recarsi al lavoro sul turno di notte. Forse qualcuno accetterà. Manca da una settimana e non sa bene quello che sta accadendo in fabbrica. Lunedì in Confindustria non si può escludere che la Fiat potrebbe chiedere alla Fiom in cambio del ritiro dei provvedimenti comminati ulteriore sacrifici per gli operai. Come potrebbe anche decidere di andare avanti con i licenziamenti. Una cosa è sicura, gli operai, principalmente quelli assegnati sul turno A, sono consapevoli di quello che è successo veramente e sembra non intendano mollare. Molti operai del turno B sono pronti a bloccare tutto e lunedì ritornano al lavoro anche quelli del turno C. La Fiat sembra avere fatto male i conti e non è detto che la partita finirà lunedì 12.

ven, 09 lug @ 09:19
 

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Per spezzare la catena di lotte che sta coinvolgendo gli operai di Melfi, la Fiat
ha scelta la strada della rappresaglia e della intimidazione.
Mercoledì 7 luglio, all’ingresso del turno A, alle 22.00, viene impedito dai
vigilantes di entrare in fabbrica a tre operai. Due sono delegati RSU Fiom, Lamorte
Antonio e Barozzino Giovanni, il terzo si chiama Pignatelli Marco. A quest’ultimo
viene consegnato una raccomandata a mano che ne annuncia la sospensione immediata, in
attesa di ulteriori provvedimenti disciplinari. Ai due delegati viene invece detto
che le lettere sono state inviate a casa via posta raccomandata.
In ogni caso, l’accusa rivolta ai tre è di aver bloccato i carrelli sequenziati
“AGV”dall'area picking. Si tratta di carrelli che alimentano le linee e che si
muovono lungo un nastro magnetico. Secondo la Fiat i tre avrebbero impedito il
funzionamento dei carrelli, perché, durante uno sciopero nella notte fra il 6 e il 7
luglio, si erano collocati oltre la linea gialla di sicurezza, provocandone così
l’arresto automatico. L’azione sarebbe stata fatta per impedire il prosieguo della
produzione nelle Ute 3 e 4, dove solo un terzo degli operai, sempre secondo Fiat,
avevano scioperato. La richiesta di allontanarsi e liberare i carrelli fatta dal
Gestore Operativo non era bastata a dissuadere gli operai dalla loro azione. La Fiat
ha sospeso gli operai accusandoli sia di non aver rispettato il diritto al lavoro e
alla libertà di iniziativa economica, sia di non aver rispettato le norme di
sicurezza. Ecco che, colmo dell’ironia per una azienda in cui l’amministratore
delegato Romiti è stato condannato per falso in bilancio e in cui ci sono stati
incidenti anche mortali tra gli operai, che siamo arrivati ai licenziamenti in nome
della Costituzione e della 626!
Ovviamente gli operai negano ogni accusa, parlando apertamente di una provocazione
della Fiat. Posizione questa sottoscritta da tutti gli RSU dello stabilimento in un
documento congiunto.


Il piano Marchionne per Pomigliano già diventa operativo negli altri stabilimenti.

A Melfi la FIAT ha deciso di applicare il piano Marchionne e l’ERGO UAS, la nuova
metrica che ne rappresenta un aspetto principale.
Utilizzando una normativa europea che “impone” ( per modo di dire) ai padroni di
organizzare postazioni di lavoro “ergonomiche”, cioè migliori per salvaguardare la
salute degli operai, la FIAT abbinandovi l’applicazione di una nuova metrica, invece
di migliorarle le peggiora.
Mette in cassa integrazione due turni lavorativi e aumenta la produzione sul restante
turno di 40 auto. Truffa l’INPS e frega gli operai.
L’applicazione dell’ERGO UAS viene spacciato dalla FIAT a Pomigliano come la
soluzione dei gravi problemi di salute che derivano dal lavoro sulle linee. A Melfi
abbiamo la dimostrazione che non è così.
Un lavoro meno nocivo dovrebbe migliorare il posto di lavoro, aumentare le pause,
rendere la cadenza delle linee meno asfissiante. Niente di tutto questo! A Melfi, pur
rimanendo tutto invariato sulle linee, la produzione aumenta. E teniamo presente che
lì non esiste neanche il rallentamento della linea di circa il 6% per il “fattore
riposo” che esiste negli altri stabilimenti. La FIAT aumenta semplicemente la
cadenza. Il resto sono chiacchiere.
Qui non c’è neanche la scusa della “sfaticatezza” dei napoletani che è diventata la
canzone di tutti i nullafacenti al servizio dei padroni per attaccare gli operai di
Pomigliano. A Melfi non si può dire balle. E’ risaputo che lì il lavoro degli operai
è bestiale.
Gli operai a Melfi si ribellano perché non ce la fanno. Semplicemente per questo.
Scioperano da giorni, rischiano la rappresaglia della FIAT, che ha già sospeso,
preludio del licenziamento, tre di loro, scioperano perché quel livello di
sottomissione è insopportabile.
Marchionne svela il vero volto dei padroni. Nella crisi per salvaguardare i profitti
su cui si basa la loro bella vita, cercano di schiacciare gli operai. Costringerli a
lavorare di più, senza limiti al peggioramento delle loro condizioni. Chi si ribella
è un nemico da eliminare, da mettere fuori, affamarlo per dare l’esempio anche agli
altri.
Si è aperta una nuova fase nel rapporto tra operai e padroni. Tutte le “buone “
maniere del passato vanno a quel paese. Lo scontro è aperto. Gli operai sono
costretti ad aprire gli occhi. Tutte le mediazioni e le illusioni del passato vanno
in crisi. Devono organizzarsi per rispondere colpo su colpo. 
A Melfi bisogna aumentare le lotte. E’ una prova di forza. Se gli operai cedono anche
di un metro perdono.  
SEZIONE AsLO di NAPOLI

8 luglio

Alla FIAT di Melfi operai in sciopero tutta la notte. Un corteo interno ha bloccato tutta la produzione. La direzione FIAT ha sospeso tre operai, due della RSU della FIOM. Sono stati accusati di aver bloccato alcuni carrellini in movimento (quelli che vanno da soli per alimentare la linea). Sembra che ci sia un documento della RSU che rigetta la circostanza. La FIAT AVEVA TIRATO TROPPO LA CORDA

Aumenta la protesta alla Fiat di Melfi da parte degli operai del montaggio che si sono visti aumentare i ritmi di lavoro. Questa mattina lo sciopero dalle ore 10.00 alle ore 11.00, dalle ore 11.30 alle 12.30 è stato fatto dai lavoratori assegnati dalla UTE 1 fino alla UTE 12. Qualche operaio ha abbandonato la postazione e scioperato ancora prima delle 10.00. Precedentemente anche sul turno di notte gli operai avevano protestato per un'ora e 30 minuti per lo stesso motivo. Molti operai sono arrabbiati non ce la fanno più, per loro la misura è colma. Se la Fiat non interverrà per diminuire i ritmi di lavoro continueranno a scioperare. Alcuni lavoratori dicono che si sta muovendo qualcosa, la Fiat sta spalmando diversamente alcune operazioni di lavoro. Dei pezzi invece di essere montati in alcune postazioni di lavoro vengono montati in altre postazioni di lavoro. I pezzi da montare da una parte passano ad un'altra parte. Da un operaio passano ad un altro operaio. Sempre fra gli stessi operai. Forse la Fiat tenta di accontentare alcuni operai a discapito di altri. Serve per prendere tempo, probabilmente sarà un palliativo dal respiro breve. Forse gli operai accetteranno ma alla Fiat basterà questo? La crisi e la strada intrapresa dalla Fiat imporrà sicuramente altri sacrifici! Molti operai dicono che il padrone sta tirando troppo la corda, forse potrebbe spezzarsi .....

 

 

di Francesco Paternò
La Panda è salva
La Fiat porta la produzione della popolare vettura a Pomigliano, trasferendola dalla Polonia entro il 2011. Marchionne abbozza, incontra i quattro sindacati che hanno firmato il diktat, esclude ancora la Fiom e scrive ai dipendenti
La nuova Panda nascerà a Pomigliano entro la seconda metà del 2011. L'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha finalmente battuto un colpo dopo l'esito per lui negativo del referendum tra i lavoratori, che si erano espressi al 40% contro l'intesa imposta dall'azienda. In un incontro a Torino con i quattro sindacati che l'avevano firmata - Cisl-Fim, Uil, Uilm e Fismic - Marchionne ha dato via libera alla «realizzazione del progetto Fabbrica Italia», che prevede un investimento di 700 milioni di euro a Pomigliano e il trasferimento della linea della Panda dalla fabbrica di Tychy in Polonia a quella in Campania. Obiettivo dichiarato, produrre a regime nel 2012 fino a 280.000 unità all'anno. Nel progetto reso noto lo scorso 21 aprile, l'amministratore delegato aveva annunciato l'intenzione di produrre in Italia 1,4 milioni di automobili entro il 2014, con una crescita clamorosa rispetto alle 650.000 auto del 2009.
La Fiom, contraria a un accordo lesivo di diritti fondamentali come quello di sciopero e l'assenza per malattia, è stata lasciata fuori dai colloqui di ieri. Marchionne ha risposto indirettamente ai metalmeccanici della Cgil con una lunga (e inusuale per il nostro paese) lettera aperta «a tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia». In cui, scrivendo «prima di tutto come persona» e sottolineando che «non è la Fiat a scrivere questa lettera», ribatte che «non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana». Aggiunge però che è tutta colpa della globalizzazione se l'azienda ha ritenuto di dover cambiare marcia: «Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle, anche se non ci piacciono. L'unica cosa che possiamo scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco». Marchionne sembra «dimenticare» che azienda e operai non sono mai stati sullo stesso piano. Tira dritto: «Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non può esistere nessuna logica di contrapposizione interna. Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo».
Tocca a Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, chiamare le cose con il loro nome. La Fiat, accusa, ha compiuto un «atto grave e sbagliato», «non ha voluto ricercare soluzioni contrattuali condivise dall'insieme delle lavoratrici e dei lavoratori e da tutte le organizzazioni sindacali». Pessimo l'accordo separato, anche se ora è tempo di passare all'incasso: «La Fiom considera utile la conferma dell'investimento a Pomigliano» ritenendo «centrale l'impegno affinché l'investimento permetta di rafforzare l'occupazione, anche nell'indotto, e di superare la precarietà».
Contenti che Marchionne abbia ritenuto di andare avanti sono quei sindacati che avevano firmato l'accordo, alla faccia di molti iscritti che nel referendum hanno aggiunto il loro no a quelli della Fiom. Cisl e Uil innanzitutto; perché altrimenti avrebbero perso tutto, se il gruppo avesse deciso di fare marcia indietro e non investire più su Pomigliano. «Svolta storica», dice Raffaele Bonanni segretario della Cisl. «Il progetto va avanti», si modera Luigi Angeletti, segretario della Uil, forse più consapevole che a loro Marchionne ha chiesto e chiederà nei prossimi giorni di garantire «tutte le condizioni di governabilità dello stabilimento». Un passaggio che non a caso si ritrova sul comunicato della Fiat ma non su quello dei sindacati firmatari. A fianco di Bonanni e Angeletti c'è il ministro del welfare, Maurizio Sacconi, un altro che tira un sospiro di sollievo, dopo avere tremato nell'assenza totale dell'esecutivo in fatto di politica industriale: «Il governo saluta con grande soddisfazione la decisione delle parti firmatarie dell'accordo».
Marchionne passa la palla adesso ai suoi uomini, che dovranno trasformare la fabbrica per renderla tecnicamente all'altezza di una produzione elevata. La Panda, la cui nuova generazione è stata presentata nel 2003, verrà costruita nella sua attuale versione ancora a Tychy per diversi mesi, a fianco delle linee della 500 (e della Ford Ka). Al posto della Panda ma con obiettivi di produzione più che dimezzati, verrà portata entro la fine del 2011 la nuova Lancia Y, per la quale la Fiat ha già chiesto al governo polacco dei contributi statali. La vecchia Y sta ancora nella fabbrica di Termini Imerese, in Sicilia, che la Fiat conferma di voler chiudere entro 18 mesi. La nuova partita di Pomigliano e dei lavoratori degli stabilimenti italiani è appena iniziata.

SCHEDA

700 milioni
per lo stabilimento
La produzione
raddoppia in Italia

L'investimento di 700 milioni di euro del gruppo Fiat sulla fabbrica di Pomigliano è stato annunciato il 21 aprile scorso, nel corso della presentazione del piano quinquennale da parte dell'amministratore delegato Sergio Marchionne. Un piano molto ambizioso soprattutto in un momento in cui i mercati europeo e statunitense sono in crisi, il primo in astinenza per mancanza di incentivi governativi alla rottamazione, il secondo in lenta ripresa dopo il crollo del 2009, ma lontano dai primati degli anni scorsi. Il piano Marchionne prevede per i marchi del gruppo Fiat 3,8 milioni di auto vendute nel 2014, contro le 2,3 del 2009. A queste, si dovranno aggiungere altre 2,2 milioni del gruppo Chrysler rispetto, all'1,3 milioni vendute del 2009. In totale, la Fiat-Chrysler di Marchionne dovrebbe produrre 6 milioni di automobili nel giro di soli cinque anni, quasi il doppio dell'attuale. Così come dovrebbe raddoppiare la produzione in Italia, da portare a 1,6 milioni di unità. Per raggiungere gli obiettivi, l'amministratore delegato della Fiat ha promesso 26 miliardi di investimenti nel mondo più altri 4 in ricerca e sviluppo, sottolineando che «due terzi» di questi saranno dirottati in Italia (si comincia con i 700 milioni per Pomigliano). Negli obiettivi 2014, si legge ancora di 2,2 milioni di macchine Fiat, 500.000 Alfa (che tornerà sui mercati americani «entro il 2012») e 300.000 Lancia. In totale sono stati annunciati 51 modelli, 34 nuovi e 17 restyling.

Nuova joint venture di Peugeot-Citroen in Cina

Il gruppo francese Psa (Peugeot-Citroen) e il gruppo cinese Changan hanno firmato un accordo per una joint venture in Cina. L'intesa prevede per iniziare la costruzione di 200.000 auto Citroen e motori e il lancio di una nuova marca locale. Il contratto prevede anche che la joint venture possa comercializzare altre vetture dei due gruppi, Peugeot e Changan. Lo stabilimento entrerà in funzione nel 2012 a Shenzhen, con possibilità di aumentare la capacità produttiva iniziale. Psa, secondo costruttore europeo, è già presente in Cina commercialmente e industrialmente attraverso un'altra joint venture con Dfm. La Cina rappresenta per il gruppo francese il secondo più importante mercato al mondo: nel 2009 le vendite di auto francesi sono state 272.000, +52%. nel primo semestre del 2010, il gruppo ha piazzato in Cina 176.000 veicoli, segnando un +49% sullo stesso periodo dell'anno scorso in un mercato cresciuto ancora a ritmi incredibili, il 27%.

 

 

di Loris Campetti
FIAT, IL SOGNO INFRANTO
Dato che Pomigliano non si piega, si è dovuto piegare Sergio Marchionne.
L'amministratore delegato ha bevuto l'amaro calice confermando l'investimento di 700 milioni di euro a Pomigliano dove sarà prodotta la nuova Panda. Come condizione il capo della Fiat aveva preteso la firma di tutti i sindacati sulle clausole capestro dell'accordo che prevedevano la rinuncia a esercitare il diritto di sciopero, a vedersi riconosciuta e retribuita la malattia, persino a consumare il pasto in un intervallo del lavoro terribile alla catena. Se volete lavorare rinunciate ai diritti, un diktat odioso. Ha strappato quattro firme Marchionne, con ricatti scambi e promesse, ma il sindacato più rappresentativo e radicato nelle fabbriche, la Fiom, ha detto di no perché il sì avrebbe significato rinunciare ai diritti fondamentali sanciti da contratti, leggi e Costituzione. A quel punto il dirigente liberal, quello che fino a due anni fa sosteneva che il costo del lavoro nell'auto incide appena per il 6%, dunque né licenziamenti né chiusura di stabilimenti, l'ha pensata bella: impongo un referendum agli operai di Pomigliano chiedendo di votare sì al diktat così fotto le tute blu e la Fiom. Gli avevano garantito un plebiscito, la politica quasi al completo con un tifo da stadio, i segretari di Cisl e Uil che giuravano sulla testa dei figli, i capi che minacciando la «plebe» pensavano di fare il pieno. Invece il 40% degli operai, ricattati, controllati, schiacciati da una crisi che al sud colpisce di più, in un territorio controllato dalla criminalità, ha messo la croce sul no. Un atto, più che di eroismo di dignità. Così Marchionne, tentato di rovesciare il tavolo e liberarsi di Pomigliano una volta per tutte, ha dovuto cedere: la Panda si farà, nonostante l'opposizione di una parte essenziale e condizionante della fabbrica. Voleva umiliare, insieme agli operai, anche la Fiom e invece ha regalato a tutti e due una vittoria straordinaria.
Forse è sincero Marchionne, che non perde occasione per citare Marx, quando in una lettera a tutti i dipendenti si dichiara incredulo che qualcuno sostenga l'esistenza di una contraddizione e dunque di un conflitto tra azienda e lavoratori. Ma che conflitto, siamo tutti sulla stessa barca anzi sulla stessa nave in guerra contro altre navi dove pure padrone, manager e operai fanno parte della stessa armata. Forse se ne è convinto lavorando negli Stati uniti, e si è convinto al tempo stesso che le medesime regole - cioè nessuna regola per il capitale - devono valere lungo tutti i meridiani e i paralleli. Solo così, e con i soldi degli stati in cui opera, Marchionne pensa di poter competere a livello globale.
Ma a Pomigliano è successo che le pedine hanno dato scacco al re. E con Pomigliano le lotte sono ripartite a Melfi, a Cassino, a Mirafiori dove gli operai hanno capito l'antifona e oggi contribuiscono a infrangere i sogni di Marchionne. Il conflitto di classe esiste, Marchionne deve prenderne atto e farci i conti. Mazziare gli operai di Pomigliano ed escludere la Fiom dal confronto non fa bene a nessuno, neanche all'azienda.

 


 

10 luglio

L'ACCORDO

La Panda resta a Pomigliano
via all'intesa Fiat-Cisl-Uil

Il piano sarà attuato. Fiom: logica autoritaria. Proteste a Mirafiori per il mancato premio aziendale e a Melfi per tre operai sospesi

di STEFANO PAROLA

TORINO - A mezzogiorno Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti escono dalla palazzina del Lingotto e annunciano sorridenti: «Abbiamo ratificato l'intesa: la Panda si farà a Pomigliano. È una giornata storica». Hanno incontrato l'ad di Fiat, Sergio Marchionne, assieme alle quattro sigle di categoria che hanno sottoscritto l'accordo sullo stabilimento campano. A pochi chilometri di distanza, più di mille operai di Mirafiori hanno appena incrociato le braccia e sono scesi in strada a protestare: vogliono che l'azienda saldi il premio aziendale.

Succede tutto a Torino, in contemporanea. Nel suo quartier generale la Fiat dà ufficialmente il via al piano "Fabbrica Italia". Il presidente John Elkann sottolinea: «La decisione di procedere con gli investimenti è un importante segnale di fiducia. Significa che crediamo nell'Italia e intendiamo fare fino in fondo la nostra parte». E aggiunge: «Molte cose stanno cambiando intorno a noi, e oggi può essere l'inizio di una fase completamente diversa: il successo dipenderà da quanto ciascuno saprà essere protagonista di questo cambiamento».

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, saluta una decisione «altamente significativa» che dimostra una «capacità delle parti sociali di adattarsi reciprocamente che il governo è impegnato a promuovere». E tra i sindacati è guerra aperta. A partire da quelli confederali. Per due sigle, Cisl e Uil, che gioiscono, c'è un segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, furente: «La decisione di incontrare solo due sigle è un fatto senza precedenti da parte di Fiat. Ognuno può incontrare chi vuole, ma è sbagliato scegliersi gli interlocutori al semplice scopo di farsi dare ragione. Questo apre un problema formale nei rapporti tra noi e la Fiat». Poi attacca: « Marchionne parla di un "necessario sforzo collettivo" e poi incontra solo una parte dei sindacati».

Lo stesso accade a livello di categoria. I leader di Fim e Uilm, Giuseppe Farina e Rocco Palombella, esultano, mentre il numero uno della Fiom, Maurizio Landini, sottolinea come la scelta dell'accordo separato fatta da Fiat possa «aprire la strada alla demolizione del contratto nazionale e a un peggioramento delle condizioni di lavoro». Poi Landini parla di «qualcosa che non torna nei comportamenti del Lingotto di questi giorni».

Il riferimento è ai tre operai di Melfi (tra cui due delegati Fiom) sospesi da Fiat per aver interrotto un carrello robotizzato durante un corteo interno. Ma anche alla mancata erogazione del saldo del premio di risultato, quella per cui ieri i dipendenti di Mirafiori e della Powertrain Stura sono scesi in strada a protestare. Di solito arriva a luglio, ma l'azienda non ha ancora fatto il calcolo. Nel 2008 furono 1.300 euro, nel 2009 solo 600 e ora i sindacati temono che il Lingotto non metta nulla sul piatto. Se ne parlerà il 15 in un incontro a Roma. Anche il segretario piemontese della Fiom, Giorgio Airaudo, vede un'analogia: «Temo che si stia facendo la stessa cosa con il premio e con Pomigliano: ma con queste imposizioni rischiamo solo l'aumento del conflitto sociale».
 

analisi_cgil_pomigliano.htm

 


 

6 luglio

di Lo. C.
DOPO POMIGLIANO
La Camera dei lavoratori
Depositate dalla Fiom alla presidenza di Montecitorio 100 mila firme per una legge sulla rappresentanza e la democrazia sul lavoro. Intanto in piazza i metalmeccanici della Cgil tenevano un comitato centrale aperto a politici, giuslavoristi e costituzionalisti. I ragazzi di Pomigliano hanno raccontato la loro battaglia: «Una lotta per tutti»
La democrazia finisce davanti ai cancelli delle fabbriche e alle porte degli uffici. Non c'è una legge che consenta di certificare la rappresentanza reale dei sindacati e verificare il consenso dei lavoratori sugli accordi e i contratti che riguardano il loro lavoro e la loro vita. Di conseguenza può capitare, capita sempre più spesso che un accordo separato, firmato solo da una parte dei sindacati venga imposto a tutti, senza poter sapere chi rappresentano i firmatari e soprattutto se i lavoratori sono d'accordo. La Fiom ha raccolto 100 mila firme in calce a una proposta di legge su democrazia e rappresentanza sul lavoro e ieri le ha consegnate alla presidenza della Camera. E siccome la Fiom non è un'organizzazione che limiti le sue battaglie al terreno istituzionale, ha accompagnato l'iniziativa con un Comitato centrale in piazza, a microfono aperto, davanti a Montecitorio.
Sono arrivati in tanti, dirigenti politici di tutte le forze d'opposizione (le stesse che quando sono state al governo si sono dimenticate di fare la legge richiesta), giuslavoristi (come Nanni Alleva che ha materialmente scritto la proposta di legge della Fiom), costituzionalisti come Gianni Ferrara che ha sostenuto, insieme alla proposta di legge, la battaglia della Fiom a Pomigliano ricordando che la Costituzione attaccata dalla Fiat non è un surgelato da tenere in frigorifero ma «uno strumento di lotta per la democrazia». Per fortuna esistono una Costituzione e uno Statuto dei lavoratori a tutela dei diritti fondamentali individuali e collettivi, peccato che siano da tempo sotto il fuoco incrociato del governo (dei governi) e dei padroni. Non solo vanno difesi, bisogna riempire i vuoti ancora esistenti, e il più pericoloso è proprio quello su democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro. Come? Con una legge, appunto.
Il problema viene da lontano. L'emblema della democrazia ferma ai cancelli è nel voto di trent'anni fa, a Torino, al termine di una lotta durata 35 giorni, spazzata via da una marcia promossa dalla Fiat. Aassemblee a Mirafiori su un testo d'accordo scritto da Romiti e sottoscritto dai segretari di Cgil, Cisl e Uil e concluse da votazioni palesi: «Chi è d'accordo alzi la mano», e si alzarono solo quelle di qualche impiegato, sommerse da una serva di no e di fischi . «L'accordo è approvato a maggioranza», fu la conclusione dal palco. Siamo ancora lì. Con il paradosso, ricordavano ieri in piazza i ragazzi di Pomigliano, che mentre «ci è impedito di votare accordi e contratti», ora «è la Fiat a imporci il referendum sotto ricatto, tra minacce e controlli polizieschi. È questa la democrazia che hanno in mente? Sappiano che non è la nostra».
Antonio Di Pietro, Stefano Fassina per il Pd ma non si capisce di quale Pd, tutte le forze extraparlamentari di sinistra si sono espresse a favore della legge e della lotta degli operai di Pomigliano. Presenti in piazza alcuni dirigenti della Cgil: Cantone segretaria dello Spi, Morselli dei chimici e i dirigenti laziali della Funzione pubblica. Non dalla piazza ma dalla sede del suo sindacato, il segretario generale della Fim-Cisl Giuseppe Farina, cogestore con Marchionne del «referendum» di Pomigliano per cancellare Costituzione, contratti, mensa e malattia, denuncia le «contraddizioni» della Fiom: vogliono far votare i lavoratori e poi non riconoscono il loro voto a Pomigliano. Dio acceca chi vuol perdere.


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  • 4 luglio
  • di Francesco Paternò
    IL SINDACATO SCONFITTO
    È bello essere compresi. È un sentimento universale che fa parte della vita. Marchionne, l'amministratore delegato della Fiat, si sente capito però soltanto in America. Curioso, per chi è al volante della prima industria italiana e ha appena lanciato un progetto chiamato Fabbrica Italia. Preoccupante, a meno che il progetto non sia solo una trovata di marketing.
    Marchionne apprezza i sindacalisti della Uaw, United Auto Workers, i metalmeccanici statunitensi e canadesi. Che su pressioni del nuovo socio di riferimento italiano e dell'Amministrazione Obama, hanno contribuito l'anno scorso a salvare la Chrysler. «Hanno capito completamente la nostra situazione», si è sfogato Marchionne con il Wall Street Journal, «staremo insieme fino a quando saremo d'accordo sulla necessità di essere l'impresa più competitiva». Il manager, invece, non si sente capito a Pomigliano, dove la «comprensione» del suo accordo-diktat per la fabbrica è arrivato a malapena al 60% degli operai votanti nel referendum. Esaltando il matrimonio americano, pensa forse a un divorzio all'italiana?
    I lavoratori della Chrysler detengono il 55% dell'azienda in cui lavorano, ma non un rappresentante con diritto di voto in consiglio di amministrazione. Hanno rinunciato a scioperare per sei anni. Hanno accettato che il credito del loro fondo pensioni, 10,6 miliardi di dollari, fosse dimezzato pur di «dare una possibilità di sopravvivenza» all'azienda. Hanno votato a favore di queste e di altre norme (tagli a buste paghe, straordinari, giorni festivi) in un rapporto di 4 a 1, anche se esattamente un anno fa gli iscritti erano 26.800, un quarto di quanti fossero nel 1979. In effetti, quel sindacato si era suicidato da tempo.
    A Pomigliano, la Fiat vuole mettere in discussione il diritto di sciopero e la norma sulle assenze per malattia. Una vertenza affrontata con la testa altrove, pensando all'America, ma non è così che si risolvono problemi di bassa produttività e di assenteismo. Che certo ci sono, e grandi. Il modello Chrysler non può essere esportato a Pomigliano (o a Tychy in Polonia o alla Zastava in Serbia) come una macchina da vendere uguale su tutti i mercati.
    Semmai, Marchionne potrebbe ammettere di sognare Adam Smith, invece di citare retoricamente Karl Marx sempre con il Wall Street Journal (la frase in realtà l'aveva già detta a Detroit nel gennaio scorso a una platea di manager): «Chiedendo scusa a Karl Marx, la ripresa economica è l'oppio delle industrie che non funzionano». Quale ripresa?
di f. p.
POMIGLIANO
Il modello Marchionne
«I sindacati Usa hanno capito completamente la nostra situazione» Landini (Fiom): «Saggio aprire un tavolo». E il capo del gruppo Fiat si sfoga
L'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne è contento di come vanno le cose negli Stati Uniti con la controlata Chrysler. Le vendite della casa automobilistica sono salite del 35% in giugno negli Usa a 92.482 unità. Terzo mese consecutivo di crescita, +12% nel primo semestre. E si capisce perché Marchionne si sfoghi con il Wall Street Journal per lamentarsi indirettamente delle cose italiane, dove a Pomigliano l'accordo-diktat dell'azienda non ha ricevuto un plebiscito e il mercato delle quattro ruote va male dopo la fine degli incentivi governativi.
Negli Stati Uniti, ha detto Marchionne al quotidiano finanziario, il sindacato ha capito tutto: il momento del mercato, la strategia del gruppo, la necessità di essere leader. «I leader del Uaw (United auto workers) - ha detto Marchionne - hanno capito completamente la nostra situazione. Staremo bene insieme fino a quando saremo d'accordo sulla necessità di essere l'impresa più competitiva».
Per questo - assicura l'ad del gruppo torinese - «finché non si dimostrerà sbagliato, continueremo a lavorare con loro». Marchionne commenta anche l'attuale situazione dei mercati e dell'economia mondiale. E lo fa chiamando in causa nientemeno che Marx, a dire il vero per la seconda volta in sei mesi. «Chiedendo scusa a Karl Marx - dice - la ripresa economica è l'oppio delle industrie che non funzionano», mentre ora «il grande pericolo è quello di ricadere ancora una volta in un errore e confondere una ripresa economica con un più solido modello di business».
«Nell'industria dell'auto - spiega - siamo come alcolisti: quando non abbiamo accesso alla bottiglia guariamo. Poi torniamo a esagerare con l'incompetenza manageriale, l'intransigenza sul lavoro e altre abitudini distruttive. Poi torniamo a secco di nuovo. È una situazione orribile. La chiave - secondo Marchionne - è quella di continuare sulla strada della disciplina, dell'umiltà e del rigore quando tornano i tempi di boom economico. Questo è il test della nostra capacità di sopravvivere».
Tornando in Italia, i lavoratori della fabbrica di Pomigliano e i sindacati attendono un segnale sulle intenzioni della Fiat dopo il referendum che ha fatto passare l'accordo aziendale al 60%. Nei progetti, qui dovrebbe ancora arrivare la produzione della Panda alla Polonia con un investimento di 700 milioni di euro. «Senza consenso le fabbriche non funzionano. È un atto di saggezza riaprire il tavolo» su Pomigliano, ha ribadito ieri in una dichiarazione all'agenzia Ansa il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini. «Se la Fiat vuole fare un accordo che abbia il consenso di tutti, sindacati e lavoratori - sostiene il numero uno dei metalmeccanici Cgil - deve riaprire la trattativa. E se la Fiat riapre il tavolo di trattativa e toglie i punti che derogano al contratto nazionale e che vanno contro la legge e la Costituzione, noi siamo pronti».
«Se la Fiat - dice Landini - deciderà invece di andare avanti così, sarà una assunzione di responsabilità sua». «L'investimento va fatto», ma «c'è bisogno di fare una trattativa, una trattativa vera, senza deroghe e senza che i diritti vengano lesi», aggiunge Landini, sottolineando che il Lingotto può applicare i 18 turni anche ricorrendo al contratto nazionale. «Hanno fatto un accordo separato e un referendum», prosegue il numero uno dei metalmeccanici della Cgil, dopo il no all'intesa del 15 giugno siglata, invece, da Fim, Uilm, Fismic e Ugl, «e c'è stato un esito che, mi pare in modo chiaro, dica che esistono elementi di disagio, di malessere re tra i lavoratori. Senza consenso - afferma - le fabbriche non funzionano. È un atto di saggezza riaprire il tavolo».
  • di Francesco Piccioni
    L'INTERVISTA
    Cremaschi (Fiom): «L'ad della Fiat vuole un sindacato inutile»
    La sortita a tutto campo di Marchionne non poteva passare inosservata in casa Fiom. La risposta è arrivata intanto da Giorgio Cremaschi, membro della segreteria uscente e fin qui animatore della Rete28Aprile.
    Il sindacato americano avrebbe capito prima e meglio la nuova situazione...
    Con una battuta: non so se il sindacato Usa ha capito la situazione dell'America, so però che Marchionne non ha capito l'Italia. Siamo in Europa, quella della Costituzione e dei diritti. Lui pensa di superare tutto ragionando come se ci fosse una sorta di «contratto multinazionale Fiat». Vedo nel suo discorso uno squilibrio, con un aspetto profondamente autoritario. Così come tiene conto delle regole del mercato, dovrebbe sapere che non si possono saltare le regole fondamentali della Costituzione. Almeno nei paesi dove queste valgono. Lui dice: «se volete le macchine dei polacchi dovete diventare polacchi». E magari domani serbi o chissà come. Fa il più antico dei ragionamenti della più antica delle multinazionali.
    Ha detto anche «staremo bene insieme finché saremo d'accordo sulla necessità di essere l'impresa più competitiva».
    Appunto: «staremo bene insieme finché sarete d'accordo con me». E grazie... In una situazione senza contratti nazionali né statuto dei lavoratori, con settori dove chi fa lo stesso lavoro può prendere tre volte un salario italiano oppure solo la metà, il sindacato Usa vive in un altro sistema; senza regole generali. Questo è un modello economico-sociale che non accettiamo e che tanti, anche negli Usa, non accettano. Comprendo che a Marchionne piaccia tantissimo, anche perché - al di là del mercato - ha ricevuto otto miliardi di dollari dal governo Usa. Ci dice che il gruppo Chrysler-Fiat non è più assistito in Italia, ma lo è in America.
    Cita persino Marx, ma mettendo - come «oppio» - la «ripresa» al posto della religione.
    Ho l'impressione che per Marchionne anche Marx sia un prodotto di marketing, che vale quanto qualsiasi altro, se fa vendere. Ma in quello che dice c'è una contraddizione. Se è vero - diversamente da quanto dice Berlusconi - che non si può sperare che la «ripresa» risolva i problemi strutturali, la soluzione che propone è però quella di accentuare gli elementi negativi del modello precedente. Vuole produrre più auto e ridurre salari, e condizioni di lavoro, di chi le dovrebbe comprare. Vuole riavviare un meccanismo di ipercompetitività che è esattamente quello che ci ha portato alla crisi. Quella dell'auto rimanda a una crisi più generale, che non è stata affrontata. Quest'Europa - che pure era un tempo capace di affrontare la crisi della siderurgia degli anni '80 - è ridotta dai suoi stessi governi solo la sede di una concorrenza tra uno stabilimento e l'altro. Il che pone qualche problema di credibilità allo stesso «piano Fiat» (un milione e quattrocentomila auto in Italia).
    Il modello sociale europeo - il patto tra i produttori - è molto diverso da quello Usa?
    Se stessimo parlando di politica, Marchionne starebbe proponendo una «uscita da destra» dal modello sociale europeo: ogni multinazionale si fa le sue regole; e all'interno di questo quadro definisce anche la concorrenza tra uno stabilimento e l'altro. Solo il fatto di aver potuto pensare a fare una newco fa balenare un modello d'impresa stile maquilladoras, spostate al di qua e al di là del confine col Messico per speculare sul diverso costo della forza lavoro. E' un'idea da capitalismo selvaggio made in Usa. Che non faccia con l'appoggio del sindacato più debole del mondo, non significa molto. Finché gli resisteva, Marchionne diceva di preferire i sindacati europei. E' come l'uso di Marx: dipende da cosa gli serve.

 

POMIGLIANO

Fiom a Fiat: "Saggio riaprire trattativa"
E Marchionne elogia il sindacato Usa

"Se il Lingotto toglie i punti che vanno contro contratto nazionale, legge e Costituzione, siamo pronti" dichiara il segretario Landini. Marchionne al Wall Street Journal: "Uaw (metalmeccanici Usa) ha capito: staremo bene insieme fino a quando saremo d'accordo sulla necessità di essere competitivi"

ROMA - Fiom chiama Fiat. "Hanno fatto un accordo separato e un referendum e c'è stato un esito che, mi pare in modo chiaro, dica che esistono elementi di disagio, di malessere tra i lavoratori. Senza consenso le fabbriche non funzionano. E' un atto di saggezza riaprire il tavolo su Pomigliano". Lo ribadisce Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, sigla sindacale protagonista del braccio di ferro con il Lingotto sul nuovo accordo per lo stabilimento campano, accettato da Fim, Uilm, Fismic e Ugl.

"C'è bisogno di fare una trattativa vera, senza deroghe e senza che i diritti vengano lesi", aggiunge Landini, sottolineando che il Lingotto può applicare i 18 turni anche ricorrendo al contratto nazionale. "Se Fiat vuole fare un accordo che abbia il consenso di tutti, sindacati e lavoratori - sostiene il numero uno dei metalmeccanici Cgil -  deve riaprire la trattativa. E se la Fiat riapre il tavolo di trattativa e toglie i punti che derogano al contratto nazionale e che vanno contro la legge e la Costituzione, noi siamo pronti. Se deciderà di andare avanti così, sarà un'assunzione di responsabilità sua".

Fiom chiama Fiat. Marchionne risponde, ma alle domande del Wall Street Journal. A cui esprime l'apprezzamennto per il sindacato americano. "I leader del Uaw (United Auro Workers, i metalmeccanici Usa, ndr) hanno capito completamente la nostra situazione - dice l'amministratore delegato di Fiat e Chrysler - Staremo bene insieme fino a quando saremo d'accordo sulla necessità di essere l'impresa più competitiva. Finché non si dimostrerà sbagliato, continueremo a lavorare con loro".

Marchionne parla anche di industria automobilistica e ripresa mondiale. "Chiedendo scusa a Karl Marx - sostiene dalle pagine del quotidiano economico - la ripresa economica è l'oppio delle industrie che non funzionano. Il grande pericolo è di ricadere ancora una volta in errore e confondere una ripresa economica con un più solido modello di business". "Nell'industria dell'auto - spiega Marchionne - siamo come alcolisti: quando abbiamo accesso alla bottiglia guariamo. Poi torniamo a esagerare con l'incompetenza manageriale, l'intransigenza sul lavoro e altre brutte abitudini. Ma poi torniamo di nuovo a secco. La chiave è quella di continuare sulla strada della disciplina, dell'umiltà e del rigore quando tornano i tempi buoni. E' questo il test della nostra capacità di sopravvivenza".

( 03 luglio 2010 ) - repubblica

 

 


 

Loris Campetti

La nuova classe operaia
 
Una nuova classe operaia è entrata in gioco. Un paio di generazioni di giovani sta portando nelle lotte sindacali dei metalmeccanici passione e determinazione, rafforzate da un prezioso senso di appartenenza nell’organizzazione di cui si fidano. E si sono date una rappresentanza diretta nelle fabbriche con le stesse caratteristiche. I delegati e le delegate della Fiom giunti da tutt’Italia nel luogo simbolico del conflitto, Pomigliano d'Arco, hanno una certezza: tocca a noi giovani difendere le conquiste sindacali, civili e politiche che i nostri padri e i nostri nonni hanno strappato con le lotte.
La stagione è cambiata, quella delle grandi conquiste è alle loro spalle, oggi bisogna difendersi da usa la crisi per far piazza pulita dei diritti e riportare tutto il potere nelle mani dei padroni, avendo a mezzo servizio una politica subalterna. Si chiede il segretario Landini: «Ma in Parlamento, chi è in maggioranza e chi all’opposizione?». Queste ragazze e ragazzi orgogliosi e combattivi di Pomigliano, degli altri stabilimenti Fiat, dei grandi gruppi e delle
aziende del sud sanno di vivere questa stagione, vedono che gli attacchi alla
Costituzione arrivano da tutte le parti, pensano che bisogna unificare le lotte e hanno in comune con i padri e i nonni la dignità. Un concetto si traduce nel rifiuto di barattare il valore del lavoro con il valore dei diritti perché «il lavoro senza diritti non ha valore».
«In fabbrica, in ufficio, a scuola, a casa senza diritti siamo solo schiavi», sta scritto nello striscione che fascia il palco del cinema-teatro Gloria. Accanto un altro striscione: «La Panda per fare quello che gli pare», a sinistra Marchionne
e a destra la Panda, vettura «schiavi in mano». Mario, delegato di Pomigliano, apre i lavori ringraziando le centinaia di operai e degati che rappresentano
la geografia metalmeccanica italiana e viene subito interrotto da standing ovation. Ringrazia la solidarietà «attiva» fatta non di e-mail ma di scioperi, messi in campo da chi sa che se Marchionne passasse a Pomigliano si aprirebbe una breccia pericolosissima e l'onda anomala travolgerebbe contratti, leggi, Costituzione e l'intero sistema di relazioni sindacali. La Fiat battipista, un'altra volta. Per questo «Pomigliano non si piega» è diventata la parola d'ordine dell'intero movimento. In sala e sul loggione si riconoscono volti e storie note nella crisi, scalatori di tetti e occupanti di strade, autostrade, ferrovie, comuni. Tutti coniugano insieme lavoro e diritti. Come i raccoglitori di pomodori di Rosarno o gli operai Indesit. Mario rende onore ai 1.800 eroi che hanno votato
no, rifiutando il ricatto Fiat, resistendo a pressioni e minacce dei capi,  fottendosene dell'occhio degli spioni. Hanno votato no allo scambio lavoro-diritti, vogliono il lavoro, sono pronti ad aprire una vera trattativa con la Fiat perché finora c’è stato solo un diktat. Una trattativa sulla produttività, sui turni anche, ma nel rispetto della dignità di chi butta il sangue alla catena di montaggio: «Sul diritto a scioperare, ammalarsi, mangiare nella pausa dal lavoro e non al termine del turno e solo se non ci sono straordinari, non apriremo brecce». E giù applausi. Ricorda il gioco sporco di Fim e Uilm che hanno «tradito la delega ricevuta dai lavoratori» per entraee nel coro. «Cari compagni della Cgil, state attenti ai rapporti unitari futuri con Cisl e Uil». E conclude, dall'alto dei suoi 35-40 anni: «Questa vicenda mi ha fatto invecchiare in fretta. Ma voi che siete qui mi date la forza di andare avanti. Vi bacerei uno a uno».
Chi - lontani e vicini - sperava che il passaggio del testimone Fiom da Rinaldini
a Landini potesse «ammorbidire» la linea dei meccanici Cgil, in questi giorni è rimasto deluso. Con l’assemblea di ieri, poi, ogni residua illusione finisce nel cestino. Landini, più giovane di Rinaldini, parla come i suoi operai, viene dalla fabbrica e raggiunge il loro cuore. dice con parole dirette quel che tutti provano: fierezza, razionalità, autonomia (dai padroni, dal governo, dai partiti), democrazia verso l’alto e verso il basso. Ricostruisce la vertenza sbugiardando i luoghi comuni - l’assenteismo, l’idea fessa secondo cui Pomigliano è un caso speciale, non un messaggio generale - e ripete la disponibilità Fiom a trattare davvero, sul lavoro, sulla produzione, non sui diritti. «La Fiom non chiederà mai
ai lavoratori di votare contro la Costituzione». Applausi. Landini convince, è un vero sindacalista e ha dalla sua la rete di delegati e dirigenti costruiti sapientemente nella stagione di Rinaldini. Tutti e due vengono, forse non a caso, da Reggio Emilia. Tutti e due hanno lavorato con Sabattini, conoscono il valore dell’autonomia, anzi dell’indipendenza. Persino dentro la Cgil che fatica a far sua fino in fondo la lotta di Pomigliano, come faticò a far sua quella di Melfi che riuscì a liberarsi da un giogo stretto da Romiti non dissimile da quello che vorrebbe stringere Marchionne, che pensa che quel che si può fare in America, compresa la messa in mora dello sciopero, si possa fare ovunque.
All’assemblea non c’era Epifani, impegnato in Canada. Non c’era chi dovrebbe
prendere il suo posto, Camusso, impegnata altrove. C’era Scudiere, promosso dalla segreteria piemontese a quella nazionale. Ha difeso diritti e Costituzione, ha chiesto «realismo», «disponibilità», «modernità», «confronto». Qualche applausino educato per l’ospite. Dal palco interventi a decine, chiude Mimmo di Pomigliano, «fiero di far parte della Fiom». Ha un’idea: «Al centro le persone che lavorano, non il mercato. La nostra forza sta nel 40% degli operai che hanno avuto coraggio e dignità facendo fallire il piano ordito dalla Fiat», e invita la Cgil a prender nota. Il domunento finale letto da Landini passa all’unanimità:
chiama alla lotta la Cgil, fissa appuntamenti, una marcia su Palazzo Chigi da Termini Imerese che coinvolga tutte le regioni, già a luglio.
Appuntamento a lunedì, quando la Fiom consegnerà nelle mani di Fini 100mila
firme per una legge su democrazia e rappresentanza e terrà davanti a  Montecitorio un Comitato centrale aperto a chiunque abbia a cuore diritti, democrazia, Costituzione
  • di Francesca Pilla - POMIGLIANO D'ARCO
    AUTOSCONTRO
    Una sola voce solidale: «non saremo schiavi»
    Centinaia di delegate e delegati Fiom in assemblea nella cittadina campana. Una nuova classe operaia si batte contro il diktat Fiat che cancellerebbe per tutti i diritti, i contratti e la Costituzione. E accoglie come fratelli i migranti di Rosarno, emblema di quel lavoro che «senza diritti, è da schiavi»
    «A Melfi noi siamo già stati vittima di un accordo separato, solo la Fiom non ha firmato, Uilm e Fim invece ci hanno venduto; siamo diventati una newco, poi sono state licenziate 82 persone su 173, naturalmente tutta la Fiom è stata messa fuori, ma tra noi c'erano anche tanti padri di famiglia». Laura viene dalla Lasme, quell'indotto della fabbrica Fiat modello della Lucania e del Sud, che nel nome della crisi viene smantellato pezzo pezzo e delocalizzato. Si emoziona quando parla della perdita del bene più prezioso, il lavoro, perde il filo, tira il fiato e ricomincia: «Noi siamo decisi a non arrenderci e sosteniamo Pomigliano, perché la loro battaglia è la nostra».
    Nel cinema Gloria è uno scroscio di applausi, il caldo avvinghia la sala, ma non si arrenderanno certo davanti a un po' di sudore. In più di 800 sono arrivati da tutta Italia, per portare solidarietà a questi operai, che se non vengono definiti eroi, sono comunque motivo di orgoglio della categoria. «Noi a Termini Imerese dovremmo avere un minimo di questo coraggio, quei 1.800 no mi hanno fatto sentire orgoglioso di appartenere a questa organizzazione sindacale, l'unica che ancora difende i diritti degli operai». Azzaro, il giorno dopo il risultato del referendum, è andato in fabbrica con la maglietta della Fiom, in quello stabilimento che secondo i piani Fiat dovrebbe chiudere.
    Le mura della sala sono tappezzate di striscioni solidali, «Siamo tutti di Pomigliano», «A occhio e croce con il 39% la Fiom ... tiene le palle»; alcuni anche ironici: «Senza cuore saremmo solo Marchionne». In platea si ascolta e si commenta. Michele è seduto sulla scalinata perché le poltrone sono tutte occupate; arriva da Taranto lavora all'Ilva, l'acciaieria che dopo tante crisi ora è passata da 6 mila a mille cassaintegrati su 12 mila dipendenti: «La Fiat ha sempre fatto storia per le condizioni di lavoro in tutto il paese, noi siamo con questi operai che non hanno avuto scelta, tra pistola o cianuro, ma hanno dimostrato spalle larghe».
    Dalle fabbriche più piccole alle multinazionali, i lavoratori hanno gli occhi puntati su Pomigliano. Per Davide della Caterpillar di Iesi (Ancona) «quello dei padroni è un atteggiamento illegittimo e inaccettabile, un'arroganza che si vuole portare anche nei luoghi più stretti». Mauro Sciascia lavora alla Logos Spa di Bari, fa manutenzione per la meccanizzazione dei servizi postali; spiega il terrore di vivere da precario, con le commesse in subappalto a Finmeccanica e ritiene il testo di accordo della Fiat «uno scandalo, una deroga a tutti i principi costituzionali». Tra i delegati anche Enzo Polimoro, della Fnsi Campania, in partenza per Roma dove parteciperà alla manifestazione contro la legge bavaglio; sale sul palco e prende parola subito dopo il segretario Maurizio Landini: «Sembra di essere a un'assemblea di 100 anni fa, siamo tornati indietro nel tempo, perché oggi vengono messi in discussione diritti acquisiti da un pezzo». Polimoro ha quindi paragonato i giornalisti agli operai: «con la differenza che molti di noi sono costretti a chinare il capo pur lavorando gratis, ma quello dell'editoria è e resta un mondo finanziato con fondi pubblici. E allora dico giù le mani dai lavoratori dipendenti».
    Il microfono passa a una delegazione di migranti ormai famosi, quelli di Rosarno; Abdullah Suleiman e Abdullaj Takiari, originari del Mali. Non parlano bene italiano, così a fargli da portavoce ci pensa Kebe Amadou, che racconta la storia di chi pensava di avere in Italia un futuro migliore e invece si ritrova schiavo. «Lavorano 14 ore per 25 euro - dice Amadou - ma a volte i soldi nemmeno li hanno. Il governo gli aveva promesso un lavoro. I rifugiati nel Lazio stanno ancora aspettando e intanto sono tornati nei campi di Puglia e Campania. Loro hanno avuto il coraggio di dire no in Calabria, per questo sono vicini ai lavoratori di Pomigliano che hanno detto no all'accordo senza tutele». Molti operai sono in piedi, gli applausi, le strette di mano, gli abbracci sono scambiati sotto quello striscione con le catene che i braccianti di Rosarno guardano alzando la testa: «A lavoro, a scuola, a casa, senza diritti si è solo schiavi».

 

 

Cose dell'altro mondo. Marchionne è tornato

di Francesco Paternò

su il manifesto del 01/07/2010

Oggi assemblea dei delegati Fiom

La Fiat dovrebbe prendere una decisione sulla fabbrica di Pomigliano entro il 21 luglio, giorno in cui il consiglio di amministrazione si riunirà per approvare la trimestrale. L'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne è rientrato ieri in Italia per restarci alcune settimane. L'ultima sua parola è stata scritta nel comunicato di mercoledì 23 giugno, quando l'azienda ha preso atto dell'esito del voto del referendum tra i lavoratori di Pomigliano e ha fatto sapere di volere andare avanti con non specificati «progetti futuri». Un modo per lasciare la porta aperta sia ai quattro sindacati che hanno firmato l'offerta aziendale, sia a se stessa nel caso il largo no che non ha riguardato la sola Fiom fosse ritenuto, alla fine, insormontabile.
Oggi a Pomigliano, la Fiom riunisce 700 delegate e delegati del gruppo Fiat e delle altre aziende del Mezzogiorno. È prevedibile che da qui parta un messaggio alla Fiat. Il ritorno di Marchionne in Italia ha scatenato i firmatari della proposta, i vari Angeletti e Bonanni che ieri hanno chiesto a gran voce alla Fiat di fissare un incontro con loro. Chiara la preoccupazione: hanno detto sì e Marchionne è sparito per una settimana, senza degnar loro di un'attenzione. Anche il ministro del welfare, Maurizio Sacconi, appare piuttosto preoccupato per la piega che ha preso la vertenza. Rispondendo ieri alla Camera, Sacconi ha ribadito senza convinzione che «il governo è disponibile a convocare un tavolo in via sussidiaria, e cioè lo farà solo se le parti firmatarie lo richiederanno. A ora, non è pervenuta nessuna richiesta».
Ci vuole tutta l'immaginazione di Sacconi per credere che Marchionne chieda un «tavolo» a questo governo, per una vertenza che lui considera strettamente aziendale e nulla più e dopo la totale assenza dell'esecutivo in materia di politica industriale. Nel comunicato del 23 luglio, la linea Fiat è netta: pronti a riprendere un dialogo solo con chi ci sta.
Niente Fiom, dunque, anche se in contatti informali che tra le parti non si sono mai interrotti del tutto, continuano a esserci forti pressioni sulla Cgil affinché riconduca la Fiom a una trattativa. Che potrebbero tradursi in una sorta di firma tecnica dell'accordo da parte del sindacato dei metalmeccanici, con l'esclusione dei punti più controversi. Una soluzione che non è una soluzione: perché aprirebbe un conflitto dentro la Cgil e un altro direttamente dentro la fabbrica.
Marchionne è tornato dagli Stati Uniti con tutto un altro mondo in testa, «dal giorno alla notte» come dicono i suoi collaboratori. Alla controllata Chrysler, i sindacati hanno firmato giusto un anno fa un accordo che cancella il diritto di scioperare anche per un'ora fino al 2014. Nell'ultimo congresso della Uaw (l'associazione dei metalmeccanici americani), tenutosi a Detroit poche settimane fa, un sindacalista ha preso la parola per elogiare il sistema produttivo portato da Marchionne nelle fabbriche della Chrysler, lo stesso che la Fiat vuole imporre a Pomigliano. E negli Stati Uniti per il manager è luna di miele pure con la stampa, che ha accolto piuttosto positivamente (a leggere i resoconti) la nuova Jeep Grand Cherokee, icona del marchio e primo modello dell'era torinese.
Marchionne, insomma, è tornato con umori che potrebbero non aiutarlo nella visione delle cose italiane. Per battere un colpo, pare che aspetti un segnale, «l'importante è che non ne arrivi uno troppo negativo», chiosa un altro dei suoi collaboratori. Un segnale apparentemente buono per il destino di Pomigliano è arrivato dalla Polonia: secondo la stampa polacca, la Fiat ha avviato le procedure per chiedere al governo polacco l'aiuto pubblico per il cambio delle linee a Tychy. Da dove Marchionne prevede (ancora) di trasferire la Panda a Pomigliano per portare lì quella della Lancia Y, via da Termini Imerese alla fine del 2011 con conseguente chiusura della fabbrica siciliana. Varsavia deciderà entro settembre. Ma se Pomigliano non cede, Marchionne è intenzionato a trasferire nello stabilimento campano un'altra linea, quasi certamente quella della Y interrompendo le richieste di sussidi avviate in questi giorni. Gli obiettivi di produzione della Y sono meno della metà di quelli della Panda: vorrebbe dire il licenziamento di 2.000/2.500 persone. Un disastro sociale, per una morte lenta di Pomigliano. O, di minaccia in minaccia a sentire le parole di un altro uomo Fiat, «diventerebbe come Arese, una candela destinata a spegnersi».

 


 

30 giugno

POMIGLIANO
Domani l'assemblea operaia
Importante iniziativa prevista domani a Pomigliano (Napoli): la Fiom ha indetto l'Assemblea delle delegate e dei delegati della Fiat, dei grandi gruppi e delle fabbriche del Mezzogiorno. All'iniziativa, fanno sapere i metalmeccanici Cgil, parteciperanno anche delegazioni provenienti dalle strutture territoriali Fiom di tutta Italia. Si parlerà ovviamente della condizione operaia, di contratto nazionale e del futuro dell'azione sindacale alla luce degli ultimi avvenimenti di Pomigliano, con l'accordo separato e il successivo referendum che ha interessato la fabbrica della Fiat. Appuntamento alle 10,30, al cinema teatro Gloria, in via Carlo Poerio. Termine dei lavori alle 14,30.

 

di Loris Campetti
SCHEDATURE FIAT Come ai tempi di Valletta si spiano gli operai «pericolosi». Quelli della Fiom
Il grande occhio di Marchionne
Licenziato un lavoratore in congedo parentale: «Non si occupa del figlio»
Il reparto confino c'è già, è a Nola. Lo spionaggio anche. Sarà però dura per Sergio Marchionne raggiungere i record prestigiosi del Ragionier Valletta che era riuscito a far compilare ai suoi spioni 354.077 schede su altrettanti lavoratori della Fiat. L'importante è cominciare: dalla Fiom di Pomigliano è arrivata ieri la storia di un licenziamento costruito grazie a un sistema di spionaggio interno che ha scoperto un operaio, naturalmente della Fiom, nell'atto di alzare la serranda del negozietto della moglie mentre era in congedo parientale per accudire il figlio. Come poteva accudirlo, mentre alzava la serranda del negozio?
Sembra proprio di essere ripiombati ai tempi delle schedature Fiat. In quei compitini si potevano leggere abitudini sessuali, fedeltà coniugali, frequentazioni inopportune, letture scabrose, tessere della Fiom e del Pci, drappi rossi negli armadi. Fu il giudice Raffaele Guariniello, il 24 settembre del 1970, a scoprire a due passi dalla direzione della multinazionale torinese in corso Marconi, gli armadi della vergogna Fiat pieni di vent'anni di schedature. Era il sistema Valletta, arma di supporto per sbattere fuori da Mirafiori migliaia di militanti della Fiom e del Pci. Quarant'anni dopo è il sistema Marchionne: non siamo più a Mirafiori ma a Pomigliano, ma ecco ricomparire la polizia privata che su ordine dei dirigenti apre indagini sui dipendenti «pericolosi» e una volta individuate le colpe le denuncia ai superiori, i quali procedono al licenziamento, senza neanche passare attraverso la polizia ordinaria dello stato a cui competerebbe indagare in caso di ipotesi di reato.
La colpa di «Gennaro», chiamiamolo così, è grave: ha in tasca la tessera della Fiom. Dunque va tenuto d'occhio. Un bel giorno usufruisce di un congedo parentale previsto da una legge dello stato per accudire un figlio con problemi di salute. I solerti spioni della «feroce» - così veniva chiamata la Fiat dagli operai negli anni duri raccontati da Emilio Pugno e Sergio Garavini in un libro Einaudi che fece epoca - si mettono all'opera, controllano il sospetto non solo in fabbrica, dove pure ci sarebbero vincoli legistativi a tutela della privacy, ma addirittura fuori dal luogo di lavoro. Cosa scoprono? Che il furbastro durante il congedo «ha svolto attività lavorativa», in particolare aprendo e chiudendo il negozietto della moglie. «Pertanto ella» non è mai stato a disposizione del figlio «né ha messo in essere azioni finalizzate al soddisfacimento dei bisogni affettivi del bambino». Fantastici questi spioni, capaci di individuare tanto i bisogni affettivi di un bambino quanto la loro mancata soddisfazione da parte del reprobo papà operaio, che siccome alzava la serranda del negozio al mattino e la riabbassava la sera, non era in grado di dedicare tempo e affetto al figliolo.
Ieri è stata consegnata a «Gennaro» la lettera di licenziamento che racconta tutti questi particolari e si conclude con la formula classica, ripetuta negli anni migliaia di volte dalla «feroce»: «è venuto meno il vincolo di fiducia» tra il dipendente e l'azienda. Prima «Gennaro» era stato convocato dall'azienda - la Sirio, di proprietà Fiat - che aveva letto al malcapitato il «rapporto di investigatori privati». Alla Fiom di Pomigliano confermano tutto, e in particolare che né i Carabinieri né la procura hanno ricevuto segnalazioni dalla Fiat e dunque non hanno effettuato alcuna indagine.
In questo caso, l'uso dei sistemi spionistici è persino più grave del licenziamento stesso. Infatti il lavoratore sostiene di poter dimostrare che alzare e abbassare le serrande di un negozio non cancella né attenzioni affettive né prestazioni di servizi essenziali per il figlio, come portarlo e andarlo a riprendere a scuola, solo per fare un esempio. Per la Fiom di Pomigliano, che sta consultandosi con gli avvocati prima di rivolgersi alla Procura della Repubblica, questo caso sta nella storia e nella cultura Fiat: «Colpirne uno per educarne cento», e quell'uno non a caso è un militante della Fiom, l'organizzazione che ha infranto il sogno plebiscitario di Sergio Marchionne.
È da tempo che a Pomigliano si ha la sensazione di una ripresa massiccia dei controlli sul lavoro e sulla vita dei dipendenti. Per esempio, un capo Fiat si è lasciato scappare un avvertimento, piuttosto inquietante: «Guardate che quel tipo ha una relazione affettiva con una dipendente dell'azienda, ne abbiamo le prove. O questa storia finisce oppure c'è sempre la possibilità di un trasferimento a Nola», il reparto confino. «Quel tipo», neanche a dirlo, è un delegato della Fiom. Non siamo tra la fine degli anni Settanta e l'80, quando la Fiat accusava gli operai di fare sesso in linea di montaggio: adesso anche i sentimenti e le relazioni fuori dai cancelli sono punibili. Proprio come capitava negli anni Cinquanta. Leggiamo da una delle 354.077 schede trovate dal dottor Guariniello nel '70 (riportata nel libro dell'avvocato Bianca Guidetti Serra «Le schedature Fiat», prefatto da Stefano Rodotà, Rosenberg & Sellier editore): l'operaia C.C. è «Comunista moderata. Detiene (sic) la bandiera del Pci in casa e in tutte le cerimonie, manifestazioni sia di partito che per il lutto di qualche compagno essa ha l'incarico di portarla. Pare che l'amante della C. stessa attualmente si trovi in carcere. Nella casa non di raro era notato e per di più di sera».
Ma tutto questo avveniva in anni lontani. Non può essere vero quel che oggi raccontano di Marchionne e dei suoi dirigenti i fiommini di Pomigliano: siamo convinti che l'a.d. del Lingotto potrà smentire tutto, con le prove. Magari quelle raccolte dagli spioni.


 

Le domande politiche di Pomigliano

di Andrea Fumagalli

su il manifesto del 27/06/2010

 

La vicenda di Pomigliano d'Arco pone delle questioni ineludibili per le forze di sinistra, sul piano sindacale come sul piano politico.
1. In primo luogo, ci dice che la condizione di precarietà è generalizzata; non riguarda solo chi è contrattualmente precario con un rapporto di lavoro atipico: riguarda anche chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Perché chiunque sa che basta un niente, una delocalizzazione, una ristrutturazione, una dichiarazione di stato di crisi (più o meno presunto), perché da un giorno all'altro un lavoro stabile si trasformi in lavoro precario. Al punto, che tutta la forza lavoro si sente psicologicamente precaria e ricattabile e non c'è Statuto dei lavoratori né disposizione di legge che possa porre un freno a questa deriva. Pomigliano d'Arco ci dice che non ci sono garantiti e non garantiti, insider e outsider. Il movimento della MayDay lo dice da tempo. Parte del sindacato e della sinistra per troppo tempo lo ha negato o ha fatto finta di non accorgersene.
2. In secondo luogo, il tragico dilemma che costringe gli operai di Pomigliano a scegliere tra diritti e lavoro evidenzia in modo netto come le strategie sindacali si siano infilate in un buco nero. La riluttanza a sviluppare capacità vertenziale e propositiva sul tema della riforma del welfare, finalizzata a garantire una continuità di reddito incondizionato a prescindere dalla situazione lavorativa e contrattuale, oggi diventa un drammatico boomerang e rivela tutta la sua miopia. E' possibile ed è necessario sottrarsi a questo cul de sac. Non è difficile immaginare quale potrebbe essere l'esito del referendum del 22 giugno sull'ipotesi di nuovo contratto di lavoro a Pomigliano, se i lavoratori non avessero puntato alla testa la pistola del ricatto del reddito e del bisogno.
3. In terzo luogo, la vicenda di Pomigliano sancisce in modo definitivo la frattura all'interno del sindacato confederale: da un lato, Cisl e Uil oramai sono del tutto subalterni ad una logica concertativa del tutto prona alle compatibilità aziendali, sino al punto di dichiarare che il compito del sindacato e siglare accordi, indipendentemente dal contenuto; dall'altro la Fiom si trova solitaria a tenere duro su principi inalienabili di base, ma rischia di essere estromessa dal tavolo delle relazioni sociali. Pomigliano ci dice che è necessario ripensare oggi la forma sindacato e le modalità di rappresentanza del lavoro, in un contesto di estrema frammentazione sociale, prima che vengano completamene chiusi gli spazi di democrazia sindacale.
4. Infine, la vicenda di Pomigliano conferma la totale subalternità e servilismo della stampa italiana ai potentati economici, con pochissime eccezioni (tra cui questo giornale). Quegli stessi giornalisti che si indignano (giustamente) per la legge sulle intercettazioni in nome della libertà di stampa e di inchiesta, sono poi gli stessi che tacciono e si vanno imbavagliare quando hanno che fare con le gerarchie economiche e sociali. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, ma che almeno se ne prenda atto e si strappi quel velo di ipocrisia che costantemente aleggia sul ruolo della stampa e dei media in questo paese.

 

 

26 giugno

|   di Marco Revelli
LA LORO MORALE E LA NOSTRA
Quella di Pomigliano è stata davvero una grande lezione. Una lezione politica, sociale, e anche - lo so che il termine oggi appare desueto, e lo si pronuncia con un certo pudore come con le parole sconvenienti - morale.
L'accordo imposto dalla Fiat era, in modo fin troppo esplicito, una proposta indecente. I suoi contenuti prefiguravano una condizione di lavoro servile, nel senso tecnico del termine, pre-moderna, comunque estranea alla stessa «modernità industriale» e incompatibile con il nostro quadro costituzionale: un lavoro senza diritti né soggettività, esposto al nudo potere materiale e discrezionale dell'impresa, in una condizione di extra-territorialità giuridica che fa della fabbrica un luogo separato com'erano nel medioevo le pertinenze ecclesiastiche. E tuttavia era tremendamente difficile dire di no. Difficile per il sindacato, posto di fronte al dilemma mortale tra rifiutare, riaffermando il proprio ruolo ma rischiando di perdere il contesto in cui esercitarlo, o subire, e cancellare così il senso stesso del proprio esistere come sindacato. E ancor più difficile per gli operai, da mesi col salario falcidiato dalla Cassa integrazione e posti di fronte alla prospettiva del nulla in un'area come quella napoletana già afflitta da un livello di povertà endemica. Eppure il plebiscito non c'è stato. E il messaggio che viene da quella fabbrica che in tanti avevano disprezzato - considerandone i lavoratori come una massa di pezzenti alla disperazione, pronti a tutto pur di conservare il misero salario, o un'accolita di lazzaroni turco-napoletani, assenteisti e furbacchioni - è una sintesi di realismo, d'intelligenza e dignità.
Quel rapporto non previsto da (quasi) tutti, di 60 a 40; quell'equilibrio inatteso tra i «sì» della paura e i «no» dell'orgoglio, dice che quella fabbrica, che gli «operai di Pomigliano» - tutti, presi nel loro insieme di «comunità operaia» - subiscono il ricatto di Marchionne, ma non vi aderiscono «anima e corpo». Lo subiscono col corpo, che «pesa», appunto, e fa piegare la bilancia verso il sì (con realismo, potremmo dire). Ma non gli cedono anche l'anima. Non concedono allo strapotere del più forte la soddisfazione impietosa di un consenso servile che li umilierebbe e li priverebbe di ogni autonoma volontà. Si piegano, perché il rapporto di forza non consente alternative, ma mantenendo il rispetto di sé (con dignità, appunto). CONTINUA|PAGINA5 Forse non ci siamo interrogati abbastanza su quei 1673 NO. Su quanto deve essere stato difficile - e drammatico - per ognuno di quegli operai e operaie, decidere, contro se stessi e, apparentemente, contro tutti. Mettere in gioco le proprie esistenze, il proprio futuro, il proprio reddito, le proprie famiglie. Uscire dalla particolarità del proprio calcolo individuale, che avrebbe suggerito l'eterno primum vivere, e porsi da un punto di vista «generale». Rappresentarsi come comunità di lavoro, in un mondo in cui tutto sembra disfarsi, ogni aggregato slegarsi, ogni identità collettiva dissolversi. Senza più rappresentanza politica alle spalle. Né appartenenza ideologica. Né cultura condivisa. In fondo che cos'è un articolo della nostra Costituzione di fronte al rischio di miseria per la propria famiglia? Che vale la difesa del contratto nazionale di fronte alla minaccia concreta della scomparsa della propria fabbrica e del proprio salario? E che cosa costa, d'altra parte, un piccolo compromesso con se stessi? Un minuscolo gesto di sottomissione - il segno su una scheda - se serve per garantirsi un sia pur stentato futuro di lavoro (e magari la possibilità di rimettere tutto in discussione, una volta «passata 'a nuttata»)? Il nudo calcolo di utilità (individuale) non avrebbe lasciato margini d'incertezza.
E infatti per la stragrande maggioranza degli «attori pubblici» - politici, opinion leader, imprenditori e intrattenitori - quel voto e quel comportamento è risultato del tutto incomprensibile. Per (quasi) tutti quelli che stanno «in alto» (e anche per molti che stanno «in mezzo» e persino per qualcuno che dovrebbe esser vicino a chi sta «sotto») gli operai di Pomigliano sono apparsi dei pazzi. Pericolosi incoscienti. Nella migliore delle ipotesi degli irresponsabili verso sé e verso gli altri. Per l'Italia che conta, l'«agire orientato a valori» - per usare un'espressione weberiana - sta fuori dal mondo: «Ancora una volta constatiamo che c'è un sindacato e anche una parte dei lavoratori, che non comprendono le sfide che hanno davanti», ha dichiarato Emma Marcegaglia. E ha rivelato così l'immenso vuoto morale che caratterizza il mondo imprenditoriale italiano. L'assoluta incomprensione dell'importanza del fattore etico in politica e in economia, destinata a produrre catastrofiche cadute politiche (una borghesia che accetta un Brancher fatto ministro solo per sfuggire ai giudici è una borghesia che vale davvero poco). E anche clamorosi errori imprenditoriali, come quello di chi consiglia o si propone di «lavorare» a Pomigliano solo con gli autori del «sì» considerandoli più affidabili e non accorgendosi che di un uomo disposto a difendere la propria dignità a costo di sacrifici, di uno capace di tenere «la testa alta», ci si può fidare ben di più, dal punto di vista professionale, che di chi finge di condividere un ricatto (come ha magistralmente scritto Ermanno Rea).
È questo, lo si vede bene oggi, il grande deficit culturale dell'imprenditoria contemporanea: questa sottovalutazione del senso morale nell'agire individuale e soprattutto collettivo, per ridurre tutto a «calcolo di utilità» personale. Questo disprezzo cinico e sistematico di ciò che offre un punto di vista condiviso al di là del puro «utile personale». E che produce, per questo, visione del bene comune e appartenenza. Rispetto di sé come condizione del rispetto degli altri (le basi, insomma, di quella «modernità industriale» che a Pomigliano si vorrebbe cancellare). Non è fenomeno solo italiano. È la verità del capitalismo contemporaneo nell'epoca della globalizzazione, ridotto al suo nudo hard core materiale del conto profitti e perdite. Privo dell'orizzonte valoriale che aveva animato, in qualche misura, la fase aurorale della borghesia: di quell'Etica del capitalismo di cui scrisse Max Weber, e che permise ai suoi protagonisti di aspirare a una qualche egemonia nell'orizzonte della modernità. Un capitalismo, ormai, risolto senza residui nella quotidiana struggle for life, senza promesse di emancipazione e senza virtù per nessuno. Semplice ostentazione di un rapporto di forza che si misura sul successo effimero e quotidiano e valuta gli uomini col peso falso delle cose. Un capitalismo da ère du vide di cui la crisi fa emergere la «verità», nei suoi aut aut tanto assoluti quanto inerti: nell'imperiosità di quel suo «prendere o lasciare», quando ciò che si prende o si lascia è solo la traccia di una nuova servitù... Il nichilismo compiuto della «società del fare».
È toccato al povero Marchionne, nonostante i suoi maglioncini casual e le sue scarpe da tennis, la sua aria da nomade cosmopolitico e il suo linguaggio da liberal anglosassone, diventare l'emblema di questo capitalismo del crepuscolo, non più animato dall'etica dell'imprenditore «produttore» (in qualche misura simile all'«etica del lavoro» del suo antagonista sociale simmetrico, l'operaio-produttore), ma segnato dal vuoto dell'anima dell'epoca del consumo e dell'ipercompetitività transnazionale, dove gli uomini e il tempo perdono di spessore, e finiscono per essere «consumati» essi stessi da un'impresa fattasi fine a se stessa.
Quelli di Pomigliano no. In un paese in cui abbondano «i mezzi uomini e i quaqquaraquà» (per dirla con Sciascia) hanno dimostrato che esistono ancora degli uomini. Che tra servi e padroni - tra la moltitudine dei servi che occupa il nostro paese e il castelletto dei padroni/predoni che lo depreda - ci sono ancora delle «persone». E hanno aperto una breccia simbolica incalcolabile. Immaginiamo che cosa sarebbe oggi l'Italia se una fabbrica-simbolo come Pomigliano avesse sancito plebiscitariamente la resa senza condizione a quella logica servile. Se non ci fosse stato quel segno di dignità che, coriaceo, resiste. E parla a tutti. D'altra parte, non fu proprio Giambattista Vico - da cui lo stabilimento di Pomigliano, con involontario paradosso, prende il nome - a celebrare «l'origine della nobiltà vera, che naturalmente nasce dall'esercizio delle morali virtù; e l'origine del vero eroismo, ch'è domar superbi e soccorrere a' pericolanti»...?

TUTTI PAZZI PER GLI OPERAI FIAT

di Loris Campetti

su il manifesto del 26/06/2010

 

Più che una solidarietà con gli operai di Pomigliano, un'identificazione. Ieri è scesa in piazza in tutt'Italia un'idea diversa di lavoro e di società. Un'idea fondata sulla dignità delle persone che non accettano di piegare la schiena e subire il ricatto, «se vuoi il lavoro dammi i diritti». La parola d'ordine «siamo tutti operai di Pomigliano» ha riempito le manifestazioni per lo sciopero generale della Cgil, da Milano a Bologna, dall'Aquila a Napoli.
È stato questo il segno più forte della giornata di lotta di ieri contro la manovra e la politica economica del governo. C'è un'altra strada per uscire dalla crisi - e altri sono i soggetti da colpire - fuori dai meccanismi che l'hanno generata. Percorrerla è possibile perché ci sono le energie e i valori alternativi incarnati in chi ha il coraggio di metterli in campo. Le manifestazioni sono state invase dai metalmeccanici che non si fermano di fronte al muro di odio del governo e dei padroni, alla complicità degli altri sindacati, ai silenzi di chi dovrebbe invece stringersi a sostegno della Fiom. E degli operai che si sono riconosciuti nella sua parola d'ordine - Pomigliano non si piega - perché è la loro stessa parola d'ordine.
Quei tanti no, e i sì di chi di chi uscendo dalle urne truccate di Pomigliano diceva «ho dovuto cedere ma voi tenete duro, avremo ancor più bisogno di un sindacato che ci rappresenti e ci difenda», sono diventati un elemento identitario, di orgoglio non solo per i meccanici, ma per tutti i lavoratori che nella loro lotta si sono identificati e ieri hanno manifestato riempiendo di senso lo sciopero della Cgil. Uno sciopero riuscito anche perché vedere che ribellarsi alla schiavitù è possibile aiuta tutti a provarci: gli insegnanti colpiti da una politica che teme la cultura, i precari a cui è negata la speranza di futuro, chi è usurato dal lavoro e vede allontarsi l'ora della liberazione, il postino, il ricercatore, l'infermiera. Ha un valore simbolico la decisione degli operai di Pomigliano di mandare una loro delegazione alla manifestazione dell'Aquila. Il valore della solidarietà.

 


 

25 giugno

 

  • SACCONI
    «Detassare gli aumenti a Pomigliano»
    Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi non si arrende: insiste sulla fattibilità dell'investimento a Pomigliano nei termini auspicati dalla Fiat, e ieri ha definito in una lunga intervista al Corriere della Sera «altissima» la percentuale dei sì registrata al referendum (si è attestata al 62%). Poi ha proposto di introdurre sgravi per gli aumenti che i lavoratori avranno se dovessero cambiare i turni così come chiede il Lingotto (o comunque se si raggiungerà un'intesa): «Con l'accordo che prevede turni di notte e straordinari - spiega Sacconi - un operaio di terzo livello prenderà circa 3200 euro lordi in più ogni anno. Il governo valuterà quale parte di questo salario aggiuntivo potrà essere oggetto di detassazione e decontribuzione, secondo quella linea di incentivazione del salario aziendale già adottata da tempo e ora allargata ai redditi fino a 40 mila euro». Una filosofia, quella del decentramento dal nazionale all'aziendale, su cui Sacconi ribadisce di voler anche ispirare «la riforma dello Statuto dei lavoratori».

 

 

  • di f.pat.
    POMIGLIANO - E gli operai di Termini in cig: vogliamo lavoro, non vedere tv
    La Fiat resta in silenzio, tremano Sacconi e Bonanni

    Giorno festivo solo a Torino per San Giovanni, uffici del Lingotto chiusi, l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne sulla via di Auburn Hills, quartier generale della Chrysler alle porte di Detroit. Il «che fare» a Pomigliano, dopo l'esito del referendum favorevole alla Fiat in misura così ridotta rispetto alle aspettative, ha bisogno ancora di qualche giorno perché da Torino partano segnali più concreti. Ma nell'attesa, è il governo Berlusconi che sembra tremare.
    A Roma un silenzio quasi totale ha accolto il voto di Pomigliano, lo stizzito comunicato del Lingotto, le voci dei lavoratori campani. Solo il ministro del lavoro Maurizio Sacconi è rimasto sul campo a commentare il risultato. Dicendo per due giorni di seguito la stessa cosa: la Fiat andrà avanti con il suo piano di investimento di 700 milioni di euro a Pomigliano per trasferire la linea della Panda alla Polonia. Tanta certezza, perché se così non fosse, sarebbero grossi guai anche per l'esecutivo. Assente ingiustificato in politica industriale, privo di un ministro dello sviluppo dopo le dimissioni forzate di Claudio Scajola, in relazioni scarse con la famiglia Agnelli e semifredde con Marchionne.
    «C'è la conferma del percorso ipotizzato», ha letto Sacconi nel comunicato del Lingotto, saranno «le parti firmatarie del contratto a verificare i vari passaggi» per l'attuazione del piano. Poi, polemico: «In Italia c'è una componente, un pezzo di establishment, a cui quando le cose vanno bene secca tanto, mi dispiace, mi dispiace, rischiamo di avere davvero la Panda a Pomigliano». E la posizione Fiat «è stata inequivoca, ha preso una posizione netta, ha detto io procedo per attuare l'accordo con i firmatari». L'esibizione di tanta sicurezza è obbligatoria per il governo: senza Panda, la fabbrica va chiusa. E se arrivasse un altro modello, ci sarebbero comunque dei licenziamenti.
    Sacconi fa il verso a un altro che è uscito male dal voto di Pomigliano, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. Il quale si dice certo che il Lingotto rispetterà l'accordo firmato da lui e da altri tre sindacati e che, per attuarlo, la Fiat non ricorrerà alla creazione di una nuova società, passaggio formale per licenziare tutti e riassumere chi ci sta. Bonanni fa bene, dal suo punto di vista, a dire che è un'ipotesi inesistente. Perché se il Lingotto scegliesse questa via, chi ha firmato perderebbe la faccia.
    La Fiat ha due strade per procedere su Pomigliano, come per ora ha annunciato di voler fare. Nell'ipotesi migliore - la conferma dell'investimento con la Panda - non può però imporre le nuove regole in uno stabilimento che ha votato al 40 per cento no, senza passare per una «blindatura» o qualcosa di molto simile. Tanto è vero che anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, usa parole di cautela, dopo aver sparato a zero sulla Fiom alla vigilia del voto: «Difficile dire se ci sono vinti e vincitori - dice adesso Marcegaglia - siamo in una fase aperta, vedremo. La Fiat correttamente chiederà garanzie a chi ha firmato per poter fare l'investimento». Confindustria naturalmente è d'accordo sulla linea del Lingotto: «In questi anni - dice Marcegaglia - si sono persi 30 punti di competitività verso la Germania. I nostri salari sono aumentati molto più della produttività mentre in Germania molto meno e questo ha creato un gap che non si può più sostenere».
    La partita più bella l'hanno però giocata ieri pomeriggio, in concomitanza con quella pessima di calcio della nazionale in Sudafrica, gli operai di Termini Imerese. Accusati nei giorni scorsi da Marchionne di scioperare per vedersi a casa una precedente partita. «Gioca l'Italia, noi vorremmo lavorare e invece c'è la cassa integrazione» è lo striscione che i lavoratori dello stabilimento che la Fiat vuole chiudere alla fine del 2011 hanno fatto trovare ai cancelli, all'ora del calcio di inizio di Italia-Slovacchia. Proprio ieri è cominciato il primo dei quattro giorni di cassa integrazione per tutti gli operai di Termini Imerese, i quali avranno un'ulteriore settimana di cassa alla fine di luglio. L'iniziativa a Termini è stata organizzata da Fim, Fiom e Uilm. Tutti d'accordo, come non lo sono stati a Pomigliano.

 

di Chiara Zappalà
IL SINDACALISTA EUROPEO
«Non dobbiamo mettere operai contro operai»
La partita su Pomigliano si gioca anche in trasferta, in Polonia, dove ora viene prodotta la Fiat Panda. La vicenda ripropone la necessità di un sindacato europeo. Incontriamo Andrew Watt, ricercatore dell'Etui, Istituto sindacale europeo, a Roma per la presentazione del libro «Dopo la crisi», realizzato da Etui e dalla redazione di Sbilanciamoci.org (sul sito, a breve, il volume sarà scaricabile gratuitamente).

Come giudica la vicenda di Pomigliano?
È chiaro che si sopprimono persino i diritti fondamentali come quello di sciopero. E poi si innesca un effetto domino. Oggi Pomigliano, domani gli altri stabilimenti.

Operai italiani e operai polacchi si scontrano nel timore di perdere il lavoro.
Bisogna rafforzare la comunicazione tra operai. Ma dobbiamo essere realisti, è un processo ancora lungo. Le difficoltà sono anche a livello linguistico o di costi di viaggio. Ma cerchiamo di lavorare per la solidarietà oltre i confini. In alcuni casi i work councils delle aziende sono riusciti a evitare la chiusura di stabilimenti a rischio. Poi, è anche vero che i governi hanno un ruolo importante: se lo stabilimento chiude, devono alleviare le paure dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro.

Nel caso dell'Italia, però, governo e Fiat lavorano insieme per sopprimere i diritti.
Sì è vero. Infatti penso ad altri modelli di successo, la Danimarca, la Svezia.

Esempi nordici.
Se gli stipendi polacchi, o portoghesi, sono più bassi di quelli italiani, quelli italiani sono più bassi di quelli danesi. In questo senso, bisogna lavorare per alzare certi standard nelle paghe.

La crisi la stanno pagando le classi sociali medio-basse. Come giudica le manovre economiche dei paesi europei?
Arrivano troppo presto. L'economia non è ancora pronta. E poi sono cattive in termini di giustizia sociale: pagano i poveri mentre le banche vengono salvate. E se si inasprisce la pressione fiscale e si fanno tagli, le classi deboli riducono le spese. Per non parlare della tensione sociale che viene dagli scioperi e dalle manifestazioni.

Piuttosto, non sarebbe il caso di organizzare una manifestazione unica europea?
Ci stiamo lavorando. È prevista il 29 settembre: contro l'austerity, contro le banche e i poteri finanziari e a favore delle politiche di crescita.

di Fucik
CONFINDUSTRIA
Dall'«intrapresa» all'ideologia pura. «Emma» fuori ruolo
La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, da qualche tempo sembra posseduta dal demone dell'ideologia. I fatti la interessano sempre meno: il suo unico problema è «far passare» qualche slogan, che possa esser ripreso da migliaia di microfoni fino a diventare «normalità». Sentite le sue ultime su Pomigliano: «La Fiat, correttamente, chiede garanzie a chi ha firmato per portare avanti il progetto, per fare l'investimento. Quale imprenditore riporterebbe una produzione dalla Polonia in Italia senza garanzie?».
Possibile che la Marcegaglia non sappia che il Lingotto aveva preteso addirittura un «plebiscito»? Possibile che Emma non sappia che la Fiat aveva mandato a ogni suo dipendente un dvd per spiegargli perché doveva votare e come? Che - fatto più unico che raro - la giornata del voto è stata pagata come una giornata lavorativa normale (in effetti scrivere «sì» su quella scheda richiedeva uno sforzo inaudito)? Come ha fatto a non leggere su tutti i giornali i resoconti sui dipendenti «consigliati» dai capi a fotografarsi con il cellulare insieme alla scheda, dopo aver votato? Una con il suo rispetto della legalità, non sa forse che questo metodo è normalmente in uso, non solo in Campania, per tener sotto controllo mafioso il voto politico o amministrativo? Non pensa che se un'azienda si comporta in questo modo - per chiedere oltretutto una rinuncia individuale a un diritto costituzionale e a una tutela di legge - i suoi dipendenti potrebbero stabilire un qualche parallelo imbarazzante?
E se, dopo tutto questo, la Fiat ha ottenuto solo un non entusiasta «sì», quali altre «garanzie» può richiedere ai lavoratori? Di tramutarsi in corpi capaci di muoversi e parlare per stereotipi pasticciati? Di questi, in fondo, ce ne sono in giro già tanti. Nevvero?

  • di Mario Tronti
    OPERAI E FIAT
    Il che fare di Pomigliano
    Lo slogan «da Pomigliano non si tocca a Pomigliano non si piega» è emerso dall'interno di una conricerca che un gruppo di giovani ricercatori del Crs sta conducendo da tempo in quella fabbrica insieme agli operai. Descrive l'arco di sviluppo della vicenda, fino all'esito a sorpresa del referendum: dalla difesa del posto di lavoro alla rivendicazione della dignità e della libertà del lavoratore. La posta in gioco infatti si è alzata. E chi l'ha alzata imprudentemente è stato l'intelligentissimo ed efficientissimo management Fiat, con una ben orchestrata manovra politica su una delicata situazione economica. Hanno commesso un errore. E una volta tanto hanno perso.
    Non era solo Marchionne. E non ha perso solo lui. Mi sono chiesto: perché la questione Pomigliano è salita al centro dell'attenzione politica, primi titoli sui giornali, prima notizia nelle tv? Era forse morto per incidente sul lavoro un grappolo di operai, unico motivo di visibilità per queste sottopersone? No, semplicemente si tentava un colpo in fabbrica, in un pezzo di paese, per dire a tutti che cominciava una nuova età di rapporto tra impresa e lavoro - l'ormai famoso e incredibilmente supponente dopo Cristo - e che esemplificava brutalmente ed empiricamente l'intento più generale di rovesciare il dettato costituzionale del vetusto, avanti Cristo, art. I, Repubblica democratica fondata sul lavoro. Nell'impresa comando io, se volete lavorare queste sono le condizioni, non trattabili, dovete solo dire si o no, l'unico sindacato ammissibile è il sindacato di collaborazione, niente più, mai più, sindacato di conflitto. Il direttore del Sole24ore diceva: lì si gioca una partita del campionato del mondo nella globalizzazione, il fondatore di Repubblica sentenziava, come fa ormai profeticamente: non è un ricatto, è la pura realtà, e così via.
    In verità il modello non era nuovo, celebrava un trentennale, anno 1980, sempre Fiat, stessi moduli, perfino la marcetta dei disponibili, e questa volta dei ricattati. Sotto il pullover sono rispuntati Valletta e Romiti, dei bei tempi Cinquanta e Ottanta. Qualcuno sa che a Nola c'è un reparto confino, dove vengono spediti gli insubordinati di Pomigliano? La Fabbrica che si intitola a Gianbattista Vico ripropone corsi e ricorsi.
    La notizia qual è. E' che questa volta gli è andata male. E gli è andata male per il solo merito di quel 40% di operai che hanno detto: non ci stiamo. E per il solo altro merito di quella Fiom, che si voleva sconfiggere una volta per tutte, ultimo residuo di una conflittualità operaia, estrema espressione fuori tempo di quella novecentesca - e oggi dire novecentesca è come dire medioevale - lotta di classe.
    Insomma, l'hanno voluta mettere sul piano simbolico e sul piano simbolico hanno rimediato una sconfitta. Guardate come arretrano i grandi organi di opinione: ma forse c'è ancora un problema lavoro, ma dunque c'è lavoro materiale e non solo immateriale, ci sono tute blu e non solo camici bianchi, c'è il salario e non solo partite Iva.
    Eppure il punto da mettere in evidenza non è questo. Chi se ne importa di quello che dicono. Il fatto da cui bisognerebbe ripartire è questo nuovo livello di conflitto emerso nella vicenda, che loro hanno evocato e che quegli eroici «no» hanno rovesciato: da un lato ricchezza e potere dall'altro dignità e libertà. Da un lato l'arroganza di chi credeva di avere tutto nelle proprie mani, dall'altro chi ha rivendicato l'indisponibilità di alcune cose precise. Voi mettete 700 milioni e io vi dico che non mi vendo per questo, non metto a vostra disposizione la mia persona, rischio il lavoro ma tengo la testa alta e la schiena dritta. Una lezione. Non morale, ma politica. Viene da quel mondo. E apre una nuova frontiera a una sinistra moderna.
    Non direi tanto lavoro e diritti. Direi di più lavoro e persona. Quel referendum in quel modo, sotto quelle condizioni, come ricatto sulla vita, sull'esistenza delle persone, non andava accettato. Era dovere di tutta la Cgil, era dovere di tutto il partito democratico, mettersi di traverso. Mi interessano qui meno gli sbreghi alla legalità, che pure c'erano, erano gravi e vanno ancora denunciati. Quel referendum era politicamente illegittimo. Era finalizzato a mettere gli operai contro la loro organizzazione e a mettere gli operai contro altri operai. Esito questo ancora presente, se dovessero emergere reali pericoli per l'occupazione. Adesso bisogna ricostruire una unità di lotta e costringere il padrone a trattare. La Fiat oggi è più debole e meno lucida, come si è visto dalle prime reazioni. E il governo non ha proprio niente da dire. Bisogna non aspettare, passare all'attacco, come sindacato generale e come partiti politici, proporre soluzioni e far cadere la discriminante anti-Fiom. E' il programma minimo.
    Ma c'è un compito di più lungo periodo. La lezione va appresa. Il Pd ha preso sabato scorso una lodevole iniziativa: un'assemblea popolare contro la manovra governativa. Mi dicono sia riuscita molto bene, soprattutto nel discorso appassionato del segretario. Si poteva fare di più e meglio. In quella settimana, con rapida decisione, ad esempio, spostare il raduno dal Palalottomatica a Pomigliano. Senza tante parole, con un solo gesto, si sarebbe fatto capire che cos'è, e che cosa dovrebbe essere, un partito che si colloca in quello spazio fisico del Parlamento e del Paese. Non si trattava nemmeno di prendere posizione sul come votare, ma solo di stare lì, con gli operai del si e del no, a giocare la partita e non a vederla in tv. I giornali-guida del centro-sinistra li avrebbero colti in fallo al richiamo della foresta. I nativi sarebbero rimasti sconcertati, perché, immagino, la parola operai è come la parola compagni, qualcosa che non appartiene alla «loro» tradizione. Ma un popolo avrebbe respirato. E certo, non il popolo viola, che cercasi invano nei dintorni del problema Pomigliano. C'è da arrabbiarsi di fronte a certe mancate occasioni. E badate che questa rabbia cresce, è più diffusa di quanto si pensi. La sento arrivare su di me da varie parti. E solo per questo la esprimo. E non è un'istanza distruttiva, è un'energia positiva, nascosta nel fondo del paese, che bisogna far emergere, e farla parlare e parlare ad essa con le parole della politica, sottraendole le parole dell'antipolitica, con cui troppo spesso è costretta ad esprimersi. Occorre tornare a dirigere, a orientare, a indirizzare, per grandi segnali, in luoghi giusti e negli spazi che contano e che fanno veramente la differenza.
    Il problema non è il Cavaliere, il problema è il Cavallo, e cioè questo modo d'essere che occupa le nostre vite e che osa sempre di più per avere un comando assoluto, modo d'essere di privilegi intoccabili, di poteri arroganti, di ingiustizie palesi, di sistema di leggi eterne, oggettive, dicono, nei cui confronti non c'è niente da fare se non piegarsi e obbedire. Ascoltateli questi «no» di Pomigliano: segnano il «che fare» per un'operazione forte di un grande partito a vocazione alternativa.

 

24 giugno

  di Francesco Piccioni
CRASH TEST
Pomigliano dice «lavoro e dignità»
Il giorno dopo il clamoroso voto dei lavoratori, intervista a Maurizio Landini, segretario generale della Fiom: «Fiat deve riflettere sul risultato e riaprire il negoziato, sgombrando il tavolo dagli elementi che non c'entrano nulla con l'organizzazione della produzione»
Venti giorni da segretario generale sono bastati per scoprirne la statura, preso com'è stato nel mezzo della battaglia più difficile per il mondo del lavoro da molti anni a questa parte. Maurizio Landini, il giorno dopo il voto di Pomigliano ha molto da dire.

Voi non avevate dato indicazioni di voto. Vi ha sorpreso il risultato?
È un elemento di sorpresa, perché eravamo in presenza di un ricatto pesantissimo sui lavoratori. Anche per questo avevamo dato indicazione di andare a votare, visto che la Fiom aveva già deciso di non firmare l'accordo. Mi ha colpito però il segnale di dignità che è stato lanciato. Anche sotto ricatto, le persone hanno detto chiaramente: non ci può essere lavoro senza diritti. Questo dovrebbe far riflettere tutti.

La nota rilasciata dalla Fiat («andiamo avanti con chi ci sta») cosa segnala?
Se la Fiat pensa davvero di confrontarsi solo con una parte dei sindacati, dopo il voto di oggi, lo considero un errore. Dovrebbe riflettere su quello che è successo a Pomigliano, ma anche in tutti gli altri stabilimenti del gruppo. Proprio perché è vero che siamo di fronte a una crisi senza precedenti, se davvero la Fiat ha a cuore le sorti dello attività industriali in questo paese, dovrebbe assumersi la responsabilità di ricercare un consenso con tutte le organizzazioni sindacali. Ma soprattutto di dare due messaggi: se vuole l'intelligenza delle persone nel lavoro, deve riconoscerne la dignità; la contrattazione e il confronto sono una risorsa anche per la Fiat. L'idea autoritaria di poter affrontare la crisi attraverso il comando unilaterale della condizione di lavoro, con uno sfruttamento senza precedenti, beh, i lavoratori hanno risposto che non l'accettano. Visto che per far funzionare le aziende il consenso è decisivo, sarebbe interesse della Fiat affrontare questa crisi ricercando davvero il confronto. Riconoscendo pari dignità agli interessi in campo.

Questo referendum era un ricatto. Ma una volta «sdoganato» dalla Fiat, non sarebbe necessario prevederlo in tutte le situazioni di dissenso tra i vari sindacati?
Assolutamente sì. Qui la stranezza è che siamo in presenza di un accordo separato che viola Costituzione, contratti e leggi. La strumentalità è emersa tutta, ma si pone comunque il problema: quando ci sono punti di vista diversi tra i sindacati, deve diventare una regola che solo i lavoratori possono decidere, votando, sulle loro condizioni di lavoro. Ho sentito diverse forze politiche dire che era importante il pronunciamento dei lavoratori. Bene: come Fiom, in questi mesi, abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che regoli il diritto di votare e decidere sugli accordi. La facciano approvare. Naturalmente, non si può votare sui diritti «indisponibili»; come la parità di salario tra uomo e donna o il diritto di sciopero.

Sacconi vede l'Italia nel Mediterraneo come motore della «quarta potenza emergente», esplicitando l'idea della competizione al ribasso. È una visione che sta pesando anche nella vicenda di Pomigliano?
Quel che è emersa è la totale assenza di un'iniziativa del governo. Hanno semplicemente fatto il tifo per la Fiat. Siamo l'unico paese che in piena crisi non ha nemmeno più un ministro dello sviluppo. Negli Stati uniti il governo ha stanziato fondi per l'investimento e il riordino del settore auto. Qui hanno dato incentivi pubblici alle imprese, ma senza mai vincolarle alla difesa dell'occupazione. Non si parla di auto elettriche, motori ecologici, una diversa politica della mobilità. C'è solo un accompagnamento dei processi. La stessa famiglia proprietaria della Fiat si impegna più nella finanza e nell'immobiliare che non nell'auto. C'è stato però un incrocio tra scelte della Fiat e il governo, sull'idea che per poter investire in Italia bisogna cancellare Costituzione, leggi, diritti. È una logica che porta all'imbarbarimento e al sottosviluppo. Se si pensa di uscire dalla crisi competendo su bassi salari e bassi diritti, non si va da nessuna parte. C'è chi sa farlo meglio di noi. La lotta di Pomigliano contiene un elemento generale: pone il problema di un altra idea di sviluppo e di modello sociale.

La Cgil sembra aver capito in ritardo la portata di questa sfida. A partire dallo sciopero generale di domani, è possibile che tutta l'organizzazione si muova?
Credo proprio di sì, ed è questo lo spirito con cui parteciperemo. Deve essere l'inizio di una mobilitazione e di una discussione nel paese. Pomigliano ha chiarito che siamo davanti a un bivio, al «dopo cristo». Ma quali sono le risposte? C'è una risposta diversa da quella Fiat e che faccia di lavoro e diritti un punto di costruzione di un'altra fase? Mentre il governo blocca i salari nel pubblico impiego, nel settore privato - se passa la loro logica - viene chiesto al sindacato di farsi complice della compressione dei diritti «per uscire dalla crisi». C'è quindi un interesse generale. Per cambiare questo quadro solo la Cgil può mettere in campo la mobilitazione necessaria. Non c'è un secondo tempo. La partita per modificare la situazione si sta giocando ora.

  •   di Francesca Pilla - NAPOLI
    LE REAZIONI
    Il voto spiazza tutti: «Dissenso superiore agli iscritti Fiom»
    Lo stabilimento Gian Battista Vico è vuoto. Semideserti il parcheggio, i cancelli, gli spiazzali, si torna alla cig straordinaria quella che va avanti da due anni. Lo scenario è ben diverso da quello di martedì, con i seggi aperti in fabbrica e tutti a fare la fila per esprimere la propria posizione. Ma almeno ieri Pomigliano si è svegliata con una certezza: a urne chiuse e spoglio concluso all'alba, il 36% degli operai ha detto no al piano Marchionne, come hanno ribattezzato da queste parti il testo di accordo proposto dalla Fiat.
    «Abbiamo avuto il coraggio di alzare la testa - ci dice subito Mario Di Costanzo delegato Fiom - di dire no a un progetto che limitava i nostri diritti. Gli operai devono essere orgogliosi perché sono riusciti a farsi sentire nonostante il clima di intimidazione e di imposizione dell'azienda. Ora tutti devono riflettere».
    Il Lingotto da parte sua riflette eccome. Pare che lo stesso Marchionne sia molto tentato dal lasciare la produzione della Panda in Polonia, anche se a metà mattina prova a tranquillizzare i sindacati che hanno sottoscritto l'intesa e con cui lavorerà per portare avanti il piano separato. Ancora una porta sbattuta in faccia alla Fiom, ma da Torino sanno che i circa 1.800 «contras» sono uno scoglio altissimo da superare, senza contare cha nel ghetto di Nola, dove sono stati delocalizzati tutti gli operai «scomodi», è stata una valanga di no (192 contro 77 sì). Mentre le quasi 100 schede nulle si sono trasformate in missive per l'azienda con messaggi tutt'altro che remissivi: «Fallo tu lo schiavo», «Sì ai diritti, no al piano», «Andate a faticare».
    Quel plebiscito tanto agognato dai vertici aziendali assolutamente non c'è stato, anzi, per la Fiom le percentuali negative sono ancora più significative se si esclude il seggio dedicato ai capi e ai colletti bianchi, dove il si è stato unanime: «In questo caso - spiega Maurizio Mascoli, segretario regionale - le percentuali del voto operaio arrivano al 40%. Un risultato a conferma della nettezza del pronunciamento dei lavoratori che considerano inaccettabile un piano in violazione dei diritti costituzionali, della Carta di Nizza, e dello stesso contratto nazionale».
    La Fiat dunque non se lo aspettava, e forse nemmeno quei sindacati che il referendum l'hanno organizzato. In mattinata Sergio Bonanni, segretario della Cisl si è precipitato allo stabilimento campano per tranquillizzare i suoi: «Mi pare ci siano tutte le condizioni - ha detto - affinché il piano possa andare avanti, i due terzi dei lavoratori ha preso la posizione più giusta nonostante la disinformazione sull'accordo». Anche per il segretario generale della Uil, Giovanni Sgambati, un po' assonnato dopo aver contato schede tutta la notte, si tratta di un ottimo esito: «Qualsiasi referendum sulla modifica dei turni - ci dice - che abbiamo proposto in fabbrica, anche insieme alla Fiom, è sempre andato sotto il 50%. Nessuno si aspettava un plebiscito, ora bisogna investire». Diversa la lettura dello Slai Cobas che vede nel risultato «una prova di democrazia da parte degli operai che contro tutti hanno votato no». Mentre il sindaco di Napoli Rosa Iervolino ha definito la percentuale dei sì, un voto della disperazione dato sotto ricatto di rimanere senza lavoro.
    E in casa Cgil Susanna Camusso chiede di riaprire il confronto per trovare una soluzione condivisa, anche a livello locale il segretario regionale Michele Gravano, che aveva invitato la Fiom a cambiare posizione sul referendum per salvaguardare gli investimenti, si augura una limatura delle posizioni Fiat. «Gli operai ci hanno dato una grande prova di democrazia - spiega - ma le percentuali ci dicono che il dissenso va ben oltre il numero degli iscritti Fiom. Ora bisognerà lavorare per correggere quelle parti più indigeste per i lavoratori».
    Alla Fiom però hanno già un programma per spingere l'azienda a riaprire il confronto. Domani mattina in occasione dello sciopero della Cgil una nutrita rappresentanza metalmeccanica, con delegazioni provenienti anche da altre regioni, si riunirà davanti l'ingresso della metropolitana di piazza Garibaldi, per formare uno spezzone autonomo dietro lo striscione: «Siamo tutti di Pomigliano». È stato invece convocata per il primo luglio l'assemblea di tutti i delegati a Pomigliano, alla quale parteciperà anche la Cgil.
  •   di Mauro Caterina - VARSAVIA
    NELLA FABBRICA DI TYCHY
    «Abbiamo accettato condizioni capestro, ma Fiat ha tradito le promesse»
    La rabbia degli operai polacchi che producono la Panda. E l'appello agli italiani: «Resistete e sabotate l'azienda»
    «Per noi non c'è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l'azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso». Non si erano mai sentiti toni così duri nell'impianto polacco della Fiat dove si produce la nuova 500. Nella lettera aperta, scritta il 13 giugno da un gruppo di lavoratori della fabbrica di Tychy ai colleghi di Pomigliano d'Arco alla vigilia del referendum, c'è tutta la rabbia di chi si è rotto la schiena per poco più di 580 euro netti al mese lavorando 48 ore a settimana compresi turni di sabato e domenica.
    Il gioco delle «tre carte» che la Fiat sta portando avanti - chiudere l'impianto di Termini Imerese nel quale si produce la Lancia Y, spostare la produzione a Tychy e di conseguenza riportare la produzione della Panda in Italia - non è piaciuto affatto ai lavoratori polacchi. Anche perchè, un'altra macchina prodotta dalla Fiat a Tychy, la Topolino, adesso prenderà il volo per la Serbia. C'è smarrimento e molti operai nell'impianto di Tychy non sanno più cosa aspettarsi dall'intera vicenda. «Per anni ai nostri operai è stato fatto il lavaggio del cervello - dice Wanda Strozyk, battagliera sindacalista di Solidarnosc - con l'idea che lavorare oltre i propri limiti ed essere ultra-efficienti avrebbe garantito ulteriori investimenti e la creazione di altri posti di lavoro in Polonia. Invece adesso ci troviamo con la preoccupazione di perderlo quel posto di lavoro». Tychy è a tutti gli effetti il «gioiellino» del Lingotto, la punta di diamante del gruppo torinese, l'impianto più efficiente della Fiat nel mondo, addirittura cinque volte più produttivo di quelli italiani stando alle cifre di Marchionne. È vero, Tychy è un gioiellino produttivo ma a quale prezzo tutto ciò è stato possibile? La dirigenza ha chiesto ai lavoratori di lavorare sabato e domenica, di fare tre turni al giorno invece di due e di tagliare le ferie. Proprio le stesse condizioni che sono state imposte agli operai di Pomigliano d'Arco. Scioperi e proteste? Qui in Polonia non sono ammesse rimostranze contro l'amministrazione. Solo quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del week-end è possibile alzare la voce, ma non troppo. La verità è che da queste parti i sindacati e i lavoratori non hanno mai avuto le condizioni e la forza di opporsi ai diktat aziendali. E questo vale per la Fiat come per qualsiasi altra multinazionale presente in Polonia. «Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri - scrivevano nella lettera gli operai polacchi - abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione». Una «guerra tra poveri» con l'ulteriore consapevolezza di non avere nessuna scelta a disposizione se non quella di denunciare e lottare. Si propone di unire le forze e lottare internazionalmente. Ma chi glielo va a dire agli operai cinesi, taiwanesi o indiani di unirsi nella lotta? Li la preoccupazione non è quella di pagare il mutuo o la rata della macchina, ma soddisfare i bisogni primari. «Hanno globalizzato le merci e la finanza - riflette Wanda Strozyk - non era meglio prima globalizzare i diritti?». Questa però è una domanda che bisognerebbe girare ai governanti dell'Occidente opulento che la globalizzazione l'hanno lasciata nelle mani dei finanzieri.
  • MARCEGAGLIA
    «Avanti così, non cambia niente»
    «Supportiamo e apprezziamo la posizione della Fiat sulle scelte per lo stabilimento di Pomigliano. Siamo soddisfatti che la Fiat abbia deciso di andare avanti con i lavoratori e i sindacati che condividono quelle scelte». La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, fa finta di non capire che il voto dei lavoratori è una clamorosa smentita del «plebiscito» preteso dalla Fiat. E insiste su una strada senza uscita. «In Italia c'è una parte del sindacato che non comprende le sfide che abbiamo davanti», e quindi «il dato positivo è che la Fiat va avanti con l'appoggio della maggioranza dei lavoratori e dei sindacati». La Confindustria, ha assicurato, darà «tutto il suo contributo per arrivare a una conclusione» della vicenda. Marcegaglia ha insistito su un punto: «Alla luce di quanto accade nel mondo in relazione alla necessità di aumentare la competitività è incomprensibile e negativo che ci sia un sindacato che non comprende questa sfida in nome di principi astratti». Alla domanda se la Fiat abbia scelto la strada di una «newco», la presidente di Confindustria ha risposto: «La Fiat dice che non si tira indietro, ora si tratta di attuare il contratto, una parte non ci sta ed è fondamentale che la parte che è maggioritaria, lavori per attuarlo». Contenta lei...
  • di Francesco Paternò
    «Progetti futuri solo con chi condivide»
    Marchionne fa tilt e studia due piani
    La Fiat ha almeno due piani per Pomigliano, con importanti varianti. Per ora abbozza, in un comunicato di dieci righe e tre punti, da leggere: siamo costretti ad andare avanti. Con questo esito del referendum, la Fiat incassa un risultato che è il peggiore di quelli possibili: un no l'avrebbe liberata da Pomigliano, un sì plebiscitario l'avrebbe liberata dalla Fiom. Il sì ricevuto, che senza il voto di capi e impiegati raggiunge a fatica il 60 per cento, significa che il no al diktat è stato molto più ampio del prevedibile e va ben oltre il dissenso dei metalmeccanici della Cgil. Ed è un esito che, per come l'aveva messa l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, suona per lui come una sconfitta personale. La seconda, nel giro di pochi giorni, dopo il flop della fiaccolata pro-accordo. Forse il manager conosce poco il paese avendo vissuto molto all'estero, ma qualcuno di quella che lui stesso chiamava «vecchia Fiat» potrebbe averlo malconsigliato.
    Nel primo punto del comunicato, il Lingotto afferma una cosa importante, che lo stabilimento di Pomigliano ha «prospettive». Nel secondo punto si dividono i buoni e i cattivi: «Preso atto della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, l'azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell'accordo al fine di individuare e attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie». Il terzo punto è il che fare, «la realizzazione di progetti futuri». Marchionne ha saputo dell'esito del voto al Lingotto, «innervosito», ha fatto trapelare dal suo staff. Non si tira a indovinare che più che l'impossibilità di abbandonare Pomigliano, a bruciargli sarebbe l'impossibilità di mollare l'Italia: guidare la Fiat dopo l'acquisizione della Chrysler ormai è un vincolo di ferro con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
    I suoi «progetti futuri» su Pomigliano? Il primo resta il «piano A»: trasferire in Campania la produzione della Panda dalla Polonia, obiettivo fino a 280.000 unità all'anno a partire dalla seconda metà del 2011. Ma come? L'incontro con i sindacati «buoni» potrebbe servire a capire se accettano quel che al Lingotto chiamano «la blindatura» dell'accordo già firmato. Cioè il licenziamento di tutti e la riassunzione di chi sta alle regole in una nuova società che gestisca la fabbrica, insomma il «piano C» dato in pasto alla stampa alla vigilia del referendum per spaventare i lavoratori. Che però non si sono spaventati e che con il voto hanno reso questa eventuale «blindatura» oggettivamente assai più complicata da far passare.
    Ci sarebbe anche una versione soft del «progetto» con la Panda, il cui bellissimo spot è il paradigma della situazione: «L'auto ufficiale per fare quello che ti pare». Forse niente «blindatura» insieme ai quattro sindacati che hanno firmato l'accordo, ma un nuovo tavolo cui la Fiat vorrebbe che a sedersi fosse la Cgil di Guglielmo Epifani. Cosa attualmente impossibile, anche se a un dirigente Fiat scappa di bocca che «se ci fosse stato Lama, avremmo chiuso». Insieme alle pressioni su Epifani, la Fiat potrebbe tirare per la giacca l'unica istituzione del paese che ancora ha un peso, il Quirinale, con il presidente Giorgio Napolitano «impegnato» in un appello per l'accordo.
    Il secondo «progetto futuro» è che la Fiat potrebbe lasciare la Panda a Tychy in Polonia, senza spendere 700 milioni di investimenti a Pomigliano e guadagnandosi l'apprezzamento eterno di governo e lavoratori polacchi. Quella fabbrica è un modello di produttività nell'intera Europa, lì nasce anche la 500 e la Ford vi produce la piccola Ka, condividendo gli oneri con il costruttore italiano. Se la Panda resta, la Ford non ha problemi. La crisi dei mercati dell'auto, senza più incentivi governativi e con occupazione in calo ovunque, non promette niente di buono. Proprio l'altro ieri il presidente di Ford Europe, John Fleming, ha detto di essere pronto a rinunciare a quote di mercato e a puntare sui profitti derivati dai nuovi modelli. Come dire, la Ka e non solo lei non hanno bisogno di tirature maggiori.
    Ma se la Panda restasse in Polonia, come far girare Pomigliano, nel 2009 utilizzata soltanto al 14 per cento delle sue capacità? Senza la Panda, Pomigliano è una fabbrica morta. Dei 4 modelli Alfa Romeo lì prodotti nel 2009 in 35.000 unità, la 147, che vale più o meno la metà dei volumi (la Fiat, a richiesta, non dà numeri precisi), è uscita di produzione e la sua sostituta Giulietta viene fatta a Cassino. E siccome il Lingotto fa sapere nel comunicato che Pomigliano ha «prospettive» (cioè, non si può chiudere come Termini Imerese), al posto della Panda dovrebbero essere portate altre linee. Quali? Un'ipotesi è quella della Lancia Y, da fine 2011 via da Termini e destinata a Tychy. Nei piani, la nuova Y a cinque porte (l'attuale ne ha tre, per 60.000 unità all'anno) ha obiettivi di produzione di 100/120.000 vetture all'anno. Se si dovessero fare a Pomigliano 280.000 Panda all'anno con 4.700 lavoratori, una Y con questi numeri significherebbe però il licenziamento di 2/2.500 lavoratori.
    In entrambi i piani varianti comprese, il governo Berlusconi non è previsto.
di Michele Gravano *
LA PRECISAZIONE
La Cgil Campania: nessuna accusa di infantilismo alla Fiom
In riferimento all'articolo pubblicato ieri dal vostro giornale dal titolo «C'è un infantilismo politico nella Fiom», tengo a precisare che non ho mai attribuito, a differenza di quanto induce a pensare il titolo dell'articolo, infantilismo politico alla dirigenza della Fiom. Il titolo non risponde alle mie intenzioni e a quanto ho dichiarato durante l'intervista. Infatti, in rapporto alla domanda dell'intervistatrice circa la posizione, minoritaria, di alcuni che hanno definito quella della Cgil una pugnalata alla Fiom, ho ritenuto quell'espressione, pugnalata, sinonimo di infantilismo poiché l'azione della Cgil Campania è stata mirata ad evitare l'isolamento politico e sindacale della Fiom. Atteggiamento che abbiamo assunto e che continuiamo ad assumere nel prosieguo della vicenda della Fiat di Pomigliano. Tale precisazione onde evitare inutili equivoci.

* segretario generale CGIL Campania
  •   di Galapagos
    fiat@news
    IL PARTITO DELL'AZIENDA
    «PomigliSì», titolava con un facile gioco di parole il Riformista di ieri. E nel sommario ci spiegava che è stato «un plebiscito a favore dell'intesa», cioè dell'accordo tra azienda e sindacati. Fiom e Slai Cobas esclusi. Ma non c'è stato alcun plebiscito: i risultati giunti a tardissima notte (sì al 62,2%) hanno ingannato molti giornali. A cominciare dal quotidiano diretto da Antonio Polito che, nell'articolo di apertura, spiega che, dopo i primi 100 voti, i sì erano 97 e i no appena 3. Dal Riformista sappiamo, però, una cosa interessante: la gara delle previsioni sull'esito del voto ha visto vincitori i Cobas (che davano i sì il 60%); al secondo posto la Fiom che «scommetteva sul 70%», mentre i perdenti sono gli altri sindacati e l'azienda «che puntava più in alto, secondo l'auspicio di Marchionne». Che l'esito del referendum non sia splendido lo conferma l'editoriale di Dario Di Vico sul Corriere della sera, uno dei quotidiani che chiudono più tardi. Per Di Vico «anche senza plebiscito, il buon senso ha vinto e adesso l'errore che non si deve fare è rispedirlo in soffitta». Un invito alla Fiat (azionista del Corrierone) ad accettare il risultato e a mantenere l'impegno dei nuovi investimenti e dello spostamento a Pomigliano la produzione della Panda. «Pomigliano, vince la follia di Marchionne», titola il Giornale. L'articolo-commento è affidato al vice-direttore Nicola Porro, che si è fatto l'idea che Marchionne sia «senza offesa un pazzo. Con i suoi virtuosi comportamenti (...) ha regalato all'Italia un gigantesco passo avanti nella gestione dei rapporti di fabbrica che, con le chiacchiere che si fanno in Confindustria, ci sognavamo».
    Strano che il suo vero padrone, Silvio Berlusconi, abbia offerto alla presidentessa della Confindustria, che fa solo chiacchiere, una poltrona di ministro. Porro oltre ad esaltare la cura Marchionne («non lo ha fatto solo per la sua fabbrica, ma per il nuovo modello di rapporti tra grande impresa e lavoratori»), prende di mira il nostro quotidiano e scrive: «il manifesto inneggia alla violenza e minaccia chi non si schiera con i duri della Fiom». Il tutto con riferimento a un editoriale - mal letto e malignamente interpretato - di due giorni fa.
    A proposito di Fiom, il Fatto, che titola sui lavoratori che «si turano il naso e votano tutti», ci fa sapere che nello stabilimento di Pomigliano ha 680 iscritti, circa il 18% del totale dei lavoratori, ma i no sono stati oltre il 36%. Cosa ha fatto la Fiom: ha minacciato tutti per farli votare, no? Solo gli stupidi possono crederlo. Di più: secondo l'Unità, che ha raccolto una testimonianza, c'è chi ha dichiarato «io, comunista, ho sottoscritto l'accordo». «Ovviamente», qualche raro comunista intelligente in circolazione ce n'è ancora.
    La Stampa (il quotidiano della famiglia Agnelli) dedica al referendum il «primo piano», cioè le due prime pagine del giornale. Un reportage di Antonio Salvati fa capire meglio di tante chiacchiere perché in molti hanno votato sì. Un operaio - Fabio, 29 anni - dichiara: «Ho due figli e l'affitto da pagare» e «voglio lavorare». Ma non è la sola testimonianza di lavoratori che hanno detto sì al ricatto per tenere in vita uno stabilimento che la Fiat ha portato con la sua politica aziendale sull'orlo della chiusura.
    Il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, è consapevole - fin dal titolo - che non si tratta di un buon risultato e richiama la Fiat al rispetto dell'impegno di 700 milioni di investimenti, visto che al referendum hanno vinto i sì. L'editoriale è affidato a Fabrizio Forquet, caporedattore della redazione romana, che scrive: «Per fortuna c'è. C'è una Italia migliore di quella che immaginiamo e rappresentiamo in tv e sui giornali. (...) magari non c'è stato il plebiscito che ci si poteva augurare, e che Fiat certamente auspicava, ma la vittoria dei sì è comunque una prova di maturità di migliaia di opera che sanno leggere la realtà della produzione senza confini meglio di tanti commentatori».
  • di Antonio Sciotto - INVIATO A MELFI (POTENZA)
    CRASH TEST REPORTAGE
    La paura di Melfi
    Il voto visto con gli occhi degli operai che hanno inaugurato la metrica robotica Il voto di Pomigliano visto dallo stabilimento della Sata, la fabbrica nata sotto il ricatto della delocalizzazione dove per la prima volta si è sperimentata la nuova organizzazione del lavoro che ha moltiplicato le malattie professionali. Gli operai che nel 2004 animarono la «primavera di Melfi» temono oggi che la campana di Pomigliano suoni anche per loro
    Il risultato del referendum di Pomigliano fa discutere anche qui, a Melfi: le tute blu della Fiat si danno il cambio alle 13,30, davanti allo stabilimento di San Nicola che nel 2004 fu protagonista dei 21 giorni di lotta passati alla storia come «la Primavera di Melfi». Oggi la fabbrica è cambiata, è meno conflittuale perché i lavoratori hanno raggiunto una maggiore forza contrattuale, proprio grazie a quella battaglia: e la Fiom, solo una settimana fa, è diventata il primo sindacato, con il 30% delle preferenze tra gli operai. Ma sono conquiste che rischiano di sparire: «La Fiat vuole portare anche qui il 'modello Pomigliano', ne siamo certi», dice Giovanni Barozzino, il delegato Fiom che ha ricevuto più voti in assoluto, ben 161 preferenze. Il sindacato diffonde i volantini dello sciopero generale di domani, cui i metalmeccanici hanno significativamente invertito le priorità: non più la manovra finanziaria al primo posto, per quanto importante, ma la difesa del contratto nazionale e dei diritti costituzionali, messi a rischio dall'azione congiunta di Fiat, Confidustria e governo.
    Le 5700 tute blu di Melfi, viste in controluce, rappresentano quello che potrebbe succedere a Pomigliano. La loro storia è esemplare: lo stabilimento è nato sotto il ricatto di una delocalizzazione. «Allora non si parlava di Polonia o Serbia - spiega Giuseppe Cillis, ex segretario Fiom - ma di Portogallo: Fiat ci disse che se non avessimo accettato tutta una serie di condizioni diverse e peggiorative rispetto agli altri stabilimenti italiani, non avrebbe costruito qui la fabbrica, ma all'estero». E così nacque il famoso «prato verde»: furono assunti operai giovanissimi, disposti ad accettare tutto. Ma certo, allora non si derogò alla Costituzione, come si propone oggi nell'impianto campano. Eppure furono inseriti per la prima volta i 18 turni, e per giunta con la doppia e tripla battuta (cioè due o tre settimane di seguito con 6 giorni lavorativi); si permise il lavoro notturno per le donne, poi esteso in tutta Italia; si impose il Tmc2, nuova metrica che seguì alla Mtm del 1971, e che - spiega la Fiom - «velocizzò i tempi del 20%»; si peggiorarono le pause; si sperimentarono le «gabbie salariali»: maggiorazioni decurtate del 20% rispetto agli altri stabilimenti Fiat.
    E non fu, come a volte si ritiene a torto, un accordo di «avviamento», valido magari per i primi tre anni: erano condizioni pattuite a tempo indeterminato. Solo i 21 giorni del 2004 cancellarono la doppia battuta, la discriminazione sulle maggiorazioni, in seguito anche i 18 turni. Non si riuscì a eliminare il lavoro notturno delle donne, ancora oggi vigente. Il punto chiave è che nel 2004 ancora la Fiat era disposta a contrattare: la Primavera cambiò i rapporti di forza a Melfi. «Noi dimostrammo - riprende Cillis ­- che si poteva fare la stessa produzione con 17 turni anziché 18: e da allora la Fiom, come la stessa Cgil, ribadiscono che i turni non si devono decidere mai a priori, come oggi vuole la Fiat a Pomigliano, ma vanno sempre proporzionati alla produzione, e contrattati con le Rsu. Ad esempio di recente siamo passati a 15 turni, perché al momento bastano quelli».
    I lavoratori oggi sono preoccupati: «Marchionne vuole portare la produzione dalle attuali 250 mila auto a 400 mila nel 2014 ­- dice Emanuele De Nicola, segretario Fiom di Melfi - E a noi sta benissimo: il fatto è che per ora non parla di assunzioni. Non vorremmo che quell'obiettivo, nei suoi progetti, debba essere raggiunto imponendo anche a noi il 'modello Pomigliano'. Noi allora diciamo: arriviamo anche a 500 mila auto l'anno, ma parliamo di investire e assumere». Oggi Melfi produce solo la Grande Punto - 480 vetture per turno di lavoro - che si esaurirà nel 2013: dopo, è una grande incognita. E allora si chiede chiarezza.
    Soprattutto, tra le priorità, ci sono la salute e la sicurezza: proprio qui a Melfi i medici dell'Inca Cgil stanno svolgendo un'importante inchiesta sulle condizioni di lavoro, e sulle conseguenze fisiche della metrica Fiat sugli operai. Sono emersi dati allarmanti: se nel 2009 c'erano state solo 14 denunce di malattia professionale in tutto il potentino, in sole due settimane di inchiesta quest'anno sono state prodotte ben 64 denunce su 90 operai monitorati. I risultati di questa ricerca, non a caso sono stati messi dalla Fiom sul tavolo della trattativa con la Fiat, anche per Pomigliano: perché il Lingotto vuole ridurre le pause e introdurre una nuova metrica, la ErgoUas, che non è certificata. Si temono dunque conseguenze ancora più pesanti sulla salute dei lavoratori. Un'operaia che è stata per 6 anni alla spruzzatura, ad esempio, ci spiega di avere oggi una malattia cronica allo stomaco: «Il fatto è che quando ti specializzi su una mansione poi da lì non ti spostano per non spendere sulla formazione di altri operai. A noi dicevano di usare per 2-3 giorni la stessa mascherina, per risparmiare: ma io sentivo a volte il bisogno di cambiarne 3 al giorno, e quando mi soffiavo il naso, a fine turno, usciva anche il colore».
    Sono almeno 1500-1600 gli operai di Melfi con Rcl certificata (ridotta capacità lavorativa), secondo i dati che ci fornisce la Fiom: dunque oltre un quarto dei dipendenti. E nello stabilimento mancano persino i medici: «Non ci sono nel turno notturno - dice il delegato Barozzino - A maggio un operaio è morto di infarto a soli 46 anni: magari se avessimo avuto un medico con un defibrillatore lo avremmo salvato». Insufficienti anche gli infermieri professionali, e solo dopo l'ultima morte in fabbrica è stata aperta una postazione del 118 a San Nicola.
    «Non dobbiamo permettere alla Fiat di porci davanti a un ricatto come a Pomigliano - conclude il segretario De Nicola - il sindacato deve saper reagire: non stare solo sulla difensiva, ma chiedere di più, come fanno gli stessi padroni. Anche se poi ci accusano di 'infantilismo politico'. Adesso dobbiamo fare una protesta in tutto il gruppo Fiat, magari uno sciopero generale, da estendere poi a tutti i metalmeccanici italiani».
di Giorgio Salvetti
PD
Marino: «Adesso bisogna rivedere quell accordo»
Bersani: «Fiat rispetti i patti senza se e senza ma»
«Ora la Fiat, senza tentennamenti, senza se e senza ma, ribadisca l'investimento. Nei prossimi mesi si trovi un modo per comprendersi meglio. La disponibilità alla flessibilità è universale, ma si sono toccati punti delicati su cui va trovata una comprensione migliore». Le parole del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante la protesta dei sindaci contro la manovra, non fanno che confermare i tentennamenti del maggiore partito di opposizione sulla vicenda di Pomigliano. Più che senza se e senza ma, si procede con il veltroniano «sì, ma anche». Fassino lo coniuga così: «Quello di Pomigliano è un sì che deve tener conto anche di chi ha votato no». L'altro giorno il direttivo del Pd si è spaccato. Rosi Bindi ha detto che non si svendono diritti per il lavoro e Ignazio Marino ha smentito la versione della segreteria secondo cui Pomigliano sarebbe un fatto eccezionale. È arrivato addirittura a ipotizzare che si tratti di una «breccia per distruggere i sindacati». Enrico Letta a urne ancora aperte dichiarava al Sole24ore: «Il risultato del referendum dimostra come la sinistra radicale sia purtroppo fuori dalla realtà». Il giorno dopo il voto degli operai le cose stanno un po' diversamente. Insomma qual è la linea del Pd? Come si comporterà dopo il mancato plebiscito e i nuovi dubbi di Fiat? Ne parliamo proprio con il senatore Marino.
Lei è un liberale, crede nella competitività e nella meritocrazia, come mai a proposito di Pomigliano si trova su una linea vicina a quella della Fiom?
Posso esserne sorpreso. Il punto è che anche io credo che prima di tutto vengono i diritti e nel caso di Pomigliano contesto il fatto che il governo invece che fare da arbitro si sia schierato apertamente dalla parte dell'imprenditore e di Confindustria addirittura promuovendo quell'ipotesi di accordo come un modello per il paese. Non è accettabile un accordo che parte dal presupposto che, siccome in un mondo globale esistono paesi dove il lavoro costa poco perché non ci sono diritti, allora bisogna abolire questi diritti anche da noi e tornare al XIX secolo.
Si chiama liberismo. Scalfari su Repubblica ha scritto che è un dato di fatto...
In Cina ci sono 500 mila lavoratori senza il diritto all'assistenza sanitaria che devono ricorrere alla medicina rurale. Su questa base non può esistere competizione. A Pomigliano siamo di fronte a un fraintendimento. Da un lato se c'è assenteismo va colpito. Io sono per il rigore. Ma non si può fare con un atto di violenza che dice: o mangi questa minestra o chiudo. Fiat ha avuto grossi aiuti dallo stato italiano, è suo dovere tenere in considerazione i lavoratori e le realtà più disagiate di questo paese. I «no» degli operai di Pomigliano vanno ben al di là delle adesioni alla Fiom in quella fabbrica. Non si può solo dire, come fa Marcegaglia, che allora i lavoratori non capiscono il momento di crisi. Intanto bisognerebbe dire che la crisi, negata per mesi dal governo, è anche il prodotto di speculatori senza scrupoli e regole e che l'esecutivo non può schierarsi solo a favore degli imprenditori e proteggere le rendite facendo pagare i più deboli e i più poveri. A Pomigliano si è voluto giocare sulla paura di perdere il lavoro in un realtà come quella campana dove non è facile trovarne un altro. Si è prodotta la situazione per cui azienda, Confindustria e governo stavano tutti da una parte, mentre i lavoratori stavano dall'altra.
E il Pd dove stava, e dove sta?
Il partito deve davvero fare del lavoro una questione centrale. L'ho chiesto più volte. Non è possibile che se intervistano me o Letta, o un altro, su questo tema ci troviamo a dire cose diverse. Per avere una posizione condivisa è necessario uscire dalle segreterie e aprire un grande dibattito democratico nei circoli. Ci sono almeno due posizioni nel Pd, quella più «antica» di Fassina e quella più «innovativa» di Ichino. Vanno discusse in tutto il partito. Il mio parere è che non bisogna avere paura di rivedere anche lo Statuto dei lavoratori alla luce dell'evoluzione del mondo della produzione, ma senza mai dimenticare i diritti.
Siamo più tranquilli, la tua non è la linea della Fiom, ma ciò che proponi, se mai si farà, darà risultati a medio termine, mentre su Pomigliano il Pd ha mostrato ancora una volta le sue incertezze qui e ora. Che deve fare, oggi?
Secondo me deve spingere su Fiat perché tenga aperto lo stabilimento e deve spinger

POMIGLIANO: assemblea FIOM il 1 luglio

Si terrà giovedì primo luglio, a Pomigliano, l'assemblea nazionale dei delegati Fiat dei grandi gruppi industriali italiani e del Mezzogiorno. «Siamo disponibili al confronto e alla trattativa, Fiat deve decidere se riaprire il tavolo negoziale perchè senza consenso le fabbriche non funzionano», ha detto Maurizio Landini (Fiom): «Fiat tolga dal tavolo gli elementi che ledono la Costituzione, le leggi e i contratti: si possono fare i 18 turni e costruire anche più di 280 mila auto semplicemente applicando il contratto».

e sul governo perché riapra le trattative per rivedere quell'accordo. Ma questa è la mia posizione personale.

  • di Giuseppe Di Lello
    L'ATTACCO ALLA COSTITUZIONE
    L'obiettivo è cancellare l'art. 41. E Pomigliano è l'antipasto
    Povero articolo 41 della Costituzione, come si poteva pensare che, dopo una sua pluridecennale disapplicazione, qualcuno volesse addirittura abolirlo perché portatore di insostenibili disvalori antiliberisti. In linea con tutto l'impianto costituzionale, di sovversivo dice che l'iniziativa economica privata è libera, ma che non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Come corollario aggiunge che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Ha partorito solo un innocuo sistema di antitrust per la tutela della concorrenza e del mercato, in un Paese in cui gli oligopoli sono cresciuti a dismisura e i grandi gruppi finanziari, banche, assicurazioni, imprese ed altri, hanno sempre azzerato ogni tentativo di concorrenza a danno dei consumatori e dei contribuenti.
    L'iniziativa economica privata non è affatto libera in ampie zone del Sud dominate dalle mafie che soffocano iniziative, impongono costi altissimi alle imprese esistenti con le estorsioni, tengono lontani gli eventuali investitori stranieri, regolano a loro piacimento il mercato, suddividendosi gli appalti o decidendo chi può fare impresa e chi invece deve chiudere.
    Nel segno di una convivenza inevitabile, come già ebbe a dire a suo tempo il ministro Lunardi di felice e attuale memoria, non poteva mancare il raccordo con le grandi imprese del Nord (bianche o rosse che fossero) che, scese al Sud, non hanno mai voluto evitare l'intermediazione mafiosa ed, anzi, di questa si sono servite per operare senza problemi o devastare, per i decenni a venire, con smaltimento di residui velenosi, intere aree del Mezzogiorno.
    Libertà della sola propria impresa l'hanno praticata poi i gruppi alla Anemone, dopo che il governo Berlusconi ha eliminato i fatidici lacci e lacciuoli con il sistema della Protezione civile, dei Grandi eventi, le leggi obbiettivo, le Spa dei beni culturali e del patrimonio pubblico, senza alcuna trasparenza, con una pesante distorsione della concorrenza e con l'ovvia lievitazione dei costi per milioni di euro, pagati interamente dai contribuenti e in parte incassati da politici e funzionari pubblici.
    La vera emergenza oggi è, semmai, quella di dare attuazione all'art. 41, a fronte degli ostacoli posti da mafie, sistema di corruttela imperante, sanatorie e dai condoni che spingono i devastatori dell'ambiente e gli inquinatori ad andare avanti senza alcun timore. Il governo «del fare» sta esprimendo tutte le sue potenzialità e se incontra residui ostacoli punta, a tutto campo, a rimuoverli. C'è l'art. 41 che parla di utilità sociale, libertà, sicurezza, dignità umana e va, quindi, azzerato anche perché, per esempio, con questo testo vigente Marchionne potrebbe avere qualche problema con il suo programma di smantellamento dei diritti dei lavoratori. C'è lo Statuto dei lavoratori, altro «residuato bellico» nel mirino degli ex socialisti, oggi al governo, che vorrebbero eliminarlo come intralcio al potere dei padroni in fabbrica, checché ne pensasse il compianto compagno Brodolini. Una così complessiva opera di restaurazione ha bisogno di indebolire, se non azzerare, anche quegli anticorpi che potrebbero opporre resistenza. Da qui, Pomigliano come antipasto, l'impoverimento in finanziaria delle fasce sociali disagiate, lo smantellamento della scuola pubblica, i tagli ad ogni forma di cultura ed arte, il depotenziamento della magistratura, la riduzione del potere dell'informazione.
    Come uno dei punti della complessiva lotta contro la politica della destra sarebbe il caso di rilanciare proprio la piena attuazione dell'art. 41, per una impresa libera di operare senza il peso delle mafie e della corruzione politica.
POMIGLIANO: assemblea FIOM il 1 luglio

Si terrà giovedì primo luglio, a Pomigliano, l'assemblea nazionale dei delegati Fiat dei grandi gruppi industriali italiani e del Mezzogiorno. «Siamo disponibili al confronto e alla trattativa, Fiat deve decidere se riaprire il tavolo negoziale perchè senza consenso le fabbriche non funzionano», ha detto Maurizio Landini (Fiom): «Fiat tolga dal tavolo gli elementi che ledono la Costituzione, le leggi e i contratti: si possono fare i 18 turni e costruire anche più di 280 mila auto semplicemente applicando il contratto».


 

23 giugno, 06:05

 
 

POMIGLIANO D'ARCO (NAPOLI) - Al termine dello scrutinio dei 4.642 voti espressi al referendum di ieri allo stabilimento di Pomigliano D'Arco sull'accordo tra Fiat e sindacati (Fiom esclusa), i si' hanno ottenuto 2.888 voti, pari al 62,2%, mentre i no sono stati 1.673, pari al 36%. Le schede nulle sono 59, quelle bianch

IL TESTO VOTATO IERI
No agli scioperi, aumenta il carico e gli straordinari: l'accordo in sintesi
Diritto allo sciopero negato, ottanta ore di straordinario annue «senza preventivo accordo sindacale», ciclo del lavoro a 18 turni (con l'ultimo turno che finisce alle 6 della mattina di domenica), 10 minuti in meno di pausa nell'arco di una giornata, pausa mensa a fine turno che rischia di essere riempita da lavoro straordinario. L'accordo su Pomigliano, firmato il 15 giugno da Fiat e sindacati Fim, Uilm e Fismic, e criticato dalla Fiom, è il patto tra un padrone che tiene il coltello dalla parte del manico e un lavoratore sotto ricatto. Sono 8 le ore di lavoro nei tre turni, il primo dalle 6 alle 14, il secondo dalle 14 alle 22, il terzo dalle 22 alle 6. Le pause saranno tre da 10 minuti ciascuna, al posto delle due da 20 minuti fatte finora. La pausa mensa va a fine turno ma potrebbe essere impiegata in lavoro straordinario. Gli straordinari potrebbero occupare anche le domeniche. Nel testo si parla di accordo «individuale tra azienda e lavoratore», che indebolirebbe l'attività sindacale. Tra le «forme anomale di assenteismo» che la Fiat vuole «contrastare», ci sono anche le «astensioni collettive dal lavoro», gli scioperi insomma. Questo sarebbe un pericoloso precedente che potrebbe estendersi ad altri stabilimenti. In caso di contesa, la commissione paritetica prevista nell'accordo, deve esprimersi entro 48 ore. In caso contrario i lavoratori andranno incontro a provvedimenti disciplinari (anche licenziamento) certi.


Esercizio di responsabilità di EZIO MAURO

 


LO SPECIALE DI REPUBBLICA TV 

 

24 giugno

|   Francesco Paternò
Marchionne fa tilt e studia due piani
 
La Fiat ha almeno due piani per Pomigliano, con importanti varianti. Per ora abbozza, in un comunicato di dieci righe e tre punti, da leggere: siamo costretti ad andare avanti. Con questo esito del referendum, la Fiat incassa un risultato che è il peggiore di quelli possibili: un no l'avrebbe liberata da Pomigliano, un sì plebiscitario l'avrebbe liberata dalla Fiom. Il sì ricevuto, che senza il voto di capi e impiegati raggiunge a fatica il 60 per cento, significa che il no al diktat è stato molto più ampio del prevedibile e va ben oltre il dissenso dei metalmeccanici della Cgil. Ed è un esito che, per come l'aveva messa l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, suona per lui come una sconfitta personale. La seconda, nel giro di pochi giorni, dopo il flop della fiaccolata pro-accordo. Forse il manager conosce poco il paese avendo vissuto molto all'estero, ma qualcuno di quella che lui stesso chiamava «vecchia Fiat» potrebbe averlo malconsigliato.
Nel primo punto del comunicato, il Lingotto afferma una cosa importante, che lo stabilimento di Pomigliano ha «prospettive». Nel secondo punto si dividono i buoni e i cattivi: «Preso atto della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, l'azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell'accordo al fine di individuare e attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie». Il terzo punto è il che fare, «la realizzazione di progetti futuri». Marchionne ha saputo dell'esito del voto al Lingotto, «innervosito», ha fatto trapelare dal suo staff. Non si tira a indovinare che più che l'impossibilità di abbandonare Pomigliano, a bruciargli sarebbe l'impossibilità di mollare l'Italia: guidare la Fiat dopo l'acquisizione della Chrysler ormai è un vincolo di ferro con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
I suoi «progetti futuri» su Pomigliano? Il primo resta il «piano A»: trasferire in Campania la produzione della Panda dalla Polonia, obiettivo fino a 280.000 unità all'anno a partire dalla seconda metà del 2011. Ma come? L'incontro con i sindacati «buoni» potrebbe servire a capire se accettano quel che al Lingotto chiamano «la blindatura» dell'accordo già firmato. Cioè il licenziamento di tutti e la riassunzione di chi sta alle regole in una nuova società che gestisca la fabbrica, insomma il «piano C» dato in pasto alla stampa alla vigilia del referendum per spaventare i lavoratori. Che però non si sono spaventati e che con il voto hanno reso questa eventuale «blindatura» oggettivamente assai più complicata da far passare.
Ci sarebbe anche una versione soft del «progetto» con la Panda, il cui bellissimo spot è il paradigma della situazione: «L'auto ufficiale per fare quello che ti pare». Forse niente «blindatura» insieme ai quattro sindacati che hanno firmato l'accordo, ma un nuovo tavolo cui la Fiat vorrebbe che a sedersi fosse la Cgil di Guglielmo Epifani. Cosa attualmente impossibile, anche se a un dirigente Fiat scappa di bocca che «se ci fosse stato Lama, avremmo chiuso». Insieme alle pressioni su Epifani, la Fiat potrebbe tirare per la giacca l'unica istituzione del paese che ancora ha un peso, il Quirinale, con il presidente Giorgio Napolitano «impegnato» in un appello per l'accordo.
Il secondo «progetto futuro» è che la Fiat potrebbe lasciare la Panda a Tychy in Polonia, senza spendere 700 milioni di investimenti a Pomigliano e guadagnandosi l'apprezzamento eterno di governo e lavoratori polacchi. Quella fabbrica è un modello di produttività nell'intera Europa, lì nasce anche la 500 e la Ford vi produce la piccola Ka, condividendo gli oneri con il costruttore italiano. Se la Panda resta, la Ford non ha problemi. La crisi dei mercati dell'auto, senza più incentivi governativi e con occupazione in calo ovunque, non promette niente di buono. Proprio l'altro ieri il presidente di Ford Europe, John Fleming, ha detto di essere pronto a rinunciare a quote di mercato e a puntare sui profitti derivati dai nuovi modelli. Come dire, la Ka e non solo lei non hanno bisogno di tirature maggiori.
Ma se la Panda restasse in Polonia, come far girare Pomigliano, nel 2009 utilizzata soltanto al 14 per cento delle sue capacità? Senza la Panda, Pomigliano è una fabbrica morta. Dei 4 modelli Alfa Romeo lì prodotti nel 2009 in 35.000 unità, la 147, che vale più o meno la metà dei volumi (la Fiat, a richiesta, non dà numeri precisi), è uscita di produzione e la sua sostituta Giulietta viene fatta a Cassino. E siccome il Lingotto fa sapere nel comunicato che Pomigliano ha «prospettive» (cioè, non si può chiudere come Termini Imerese), al posto della Panda dovrebbero essere portate altre linee. Quali? Un'ipotesi è quella della Lancia Y, da fine 2011 via da Termini e destinata a Tychy. Nei piani, la nuova Y a cinque porte (l'attuale ne ha tre, per 60.000 unità all'anno) ha obiettivi di produzione di 100/120.000 vetture all'anno. Se si dovessero fare a Pomigliano 280.000 Panda all'anno con 4.700 lavoratori, una Y con questi numeri significherebbe però il licenziamento di 2/2.500 lavoratori. 
In entrambi i piani varianti comprese, il governo Berlusconi non è previsto.

 

di Francesca Pilla - NAPOLI
INTERVISTA - Parla Gravano (Cgil Campania)
«C'è un infantilismo politico nella Fiom»
Il segretario campano della Cgil ci dice subito di essere un po' «incasinato». Al suo ultimo mandato, che scade nel 2011, di crisi industriali ne ha viste tante, ma oggi forse il sindacato si gioca qualcosa in più. Per Michele Gravano le cose non stanno esattamente così: «Si tratta di un accordo specifico per Pomigliano e scritto in base alla storia di questa fabbrica». Un «unicum», dunque, come l'aveva definito lunedì anche il vicesegretario del Pd Enrico Letta, ed è proprio su questo assunto che la Cgil ha spinto in questi giorni affinché la Fiom modificasse le sue posizioni, garantendo gli investimenti e invitando i lavoratori a votare per il sì. Dura la reazione degli iscritti e dei dirigenti dei metalmeccanici che hanno più volte contestato, duramente e anche in pubblico, gli esponenti della Cgil.

La Fiom ha anche definito una pugnalata alle spalle la vostra posizione...
Si tratta di infantilismo politico, e non credo si possa parlare di tradimento, come pure qualcuno ha fatto. Abbiamo invece provato a evitare l'isolamento politico e sindacale della Fiom, perché ci troviamo in un momento delicato non solo per i rapporti con l'azienda, ma anche nei confronti di un governo nazionale e locale di centrodestra.

La Fiat ha usato i vostri comunicati contro la Fiom, addirittura stampandoli d'intesa con Fim, Uilm e Fismic.
Nella battaglia politica e sindacale ognuno usa i propri argomenti. Ricordo però che un accordo separato è sempre una ferita e quando la Cisl ci ha chiesto di partecipare al comitato per promuovere le ragioni del referendum abbiamo rifiutato. Abbiamo una posizione che è solo nostra.

Ce la può rispiegare?
Ci siamo battuti e ci battiamo affinché la Fiat faccia gli investimenti, è un'occasione che la Campania non può perdere. Le condizioni di lavoro si possono sempre contrattare, in caso di chiusura della fabbrica ci sono ricadute industriali, a livello nazionale e locale, che non siamo in grado di prevedere.

Però ci sono punti dell'accordo che sono anticostituzionali. È vero o no?
I nostri giuristi stanno lavorando per capire se nell'accordo ci siano punti che violano la Carta. In questo caso mi sembra evidente che un patto tra privati non può essere in contrasto con la Costituzione e quindi verrà considerato nullo. La Fiat avrebbe potuto evitare certe forzature, ma la Fiom accentua i toni anche per una questione di identità. Restiamo convinti che una volta garantiti gli investimenti ci possiamo battere insieme per eliminare quegli aspetti che consideriamo non positivi.

La Fiom ha già fatto sapere che anche in caso di esito positivo non firmerà l'accordo...
Aspettiamo di vedere i risultati. Ci troviamo di fronte a un atto di democrazia, il referendum, e l'esito richiederà in ogni caso un'attenta valutazione. Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini ha affrontato la situazione con coraggio, introducendo elementi di novità. Ora però c'è bisogno di discutere insieme e a tutti i livelli su come affrontare questa fase delicata. Mi pare che si stiano usando gli stessi argomenti e le stesse modalità per l'accordo di Melfi del 1993. Qui siamo in presenza di un'intesa specifica per Pomigliano e che non può ripetersi in nessun altro stabilimento

  • di Francesco Paternò
    STORIE
    Una Pomigliano mai piaciuta a Fiat. E l'Alfa fa 100 anni
    Più che chiudere Pomigliano, la Fiat di Sergio Marchionne avrebbe voluto chiudere l'Alfa Romeo, senza aspettare il compleanno di domani, 100 anni di storia. Pomigliano è sempe stato in qualche modo un problema per il Lingotto, stabilimento nato Alfa Romeo contro cui la Fiat dell'epoca organizzò una vera e propria campagna. E che in seguito non ha mai funzionato come avrebbero voluto a Torino, dopo averlo comprato per un pugno di lire insieme a tutto il marchio.
    E' il 29 aprile del 1968 quando l'allora presidente del consiglio Aldo Moro pone la prima pietra per la costruzione della fabbrica, le cui linee cominciano a produrre nel febbraio di quattro anni dopo. A volere questa fabbrica a tutti i costi è Giuseppe Luraghi, un manager milanese tutto d'un pezzo, di estrazione socialista. Dal 1960 è al volante dell'Alfa, di proprietà dell'Iri, ma già nei primi anni '50 Luraghi - da direttore generale di Finmeccanica - trova i soldi affinché al Biscione nascesse la mitica Giulietta.
    Luraghi, dirigente d'azienda di lungo corso in Sip, Mondadori, Lanerossi, Pirelli, si batte perché il meridione abbia una fabbrica di automobili dopo Arese, l'Alfanord chiamata la «cattedrale degli operai». La Fiat però si oppone con pressioni pubbliche e private, organizzando una campagna di stampa contraria e sovvenzionando fantomatici movimenti meridionalisti con sede a Torino.
    E' la guerra del più grande gruppo privato italiano contro il concorrente pubblico, accusato di utilizzare i soldi dei contribuenti per costruire Pomigliano. Nelle sue memorie, Luraghi ribatte facilmente che tanti soldi altrettanto pubblici vanno (e andranno) alla Fiat, perfino per costruire sempre negli anni '60 lo stabilimento di Togliattigrad, in Unione sovietica. Ma investimento per investimento, ragiona Luraghi, non è meglio dare lavoro a 15.000 persone nel sud d'Italia? Pomigliano nasce così, contromano, costringendo Gianni Agnelli a cambiare strada. Perché se l'Avvocato nel febbraio del 1960 in una audizione alla Camera sostiene che la Fiat non ha nessuna intenzione di investire nel sud d'Italia come l'Iri, poco dopo ci ripensa. Dando il via agli stabilimenti di Cassino e di Melfi.
    La storia di Pomigliano rimane complicatissima. All'Alfa Romeo degli anni '60 che fa utili e modelli di successo come la Giulietta, segue il declino negli anni '70. Luraghi non lo vedrà, perché nel 1973 viene cacciato per aver detto no a due ministri dc che volevano un altro stabilimento ad Avellino, per motivi esclusivamente clientelari. Pomigliano e l'intera Alfa Romeo finiscono tra le braccia della Fiat nel 1986. E' un affarone per il Lingotto, dopo il no di Romano Prodi presidente dell'Iri a un'altra offerta della Ford. «Ci siamo annessi una provincia debole», annuncia l'Avvocato, una «provincia» che la Fiat non sarà in grado di rilanciare e che, l'anno scorso, è sull'orlo di finire in un piano di chiusura. Piano che Marchionne cancella all'ultimo momento, come il governo Berlusconi ha fatto con alcune province geografiche di questo paese, destinate a sparire il giorno precedente.
    Un dato può spiegare perché l'amministratore delegato del gruppo abbia valutato a un certo punto la possibilità che il marchio si fermasse a 99 anni. Nel 2009, in tutto il mondo sono state vendute 102.000 Alfa; nel 1970, 105.900. Questo significa che il costruttore perde centinaia di milioni di euro, cifra non precisabile perché nei bilanci l'Alfa non è scorporata da Fiat Auto ma sta insieme agli altri marchi del gruppo. Nel novembre scorso, Marchionne decide comunque di provarci ancora con l'Alfa, puntando sulle sinergie derivate dall'acquisizione del controllo della Chrysler. Che porta in dote fabbriche americane dove produrre le vetture italiane e una rete di vendita attraverso cui venderle.
    E' un segno che Pomigliano, fra la proposta di Luraghi e la prima pietra di Moro, nasca esattamente a cavallo di quel 1967 in cui esce il fim «The Graduate», con l'indimenticabile Jack Nicholson al volante di un Duetto rosso emblema dei migliori anni dell'Alfa Romeo. E in qualche modo si capisce perché Marchionne abbia deciso che a Pomigliano, al di là dell'esito del referendum e delle decisioni che seguiranno, mai più si faranno Alfa Romeo. Con lui al volante, s'intende.

riforma


Guido Viale
L'abbaglio ideologico
 
Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un'intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l'occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull'ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive.
Per Stefano Cingolani: «In certe assemblee gauchiste c'era chi si alzava proponendo che la Fiat fornisse brandine agli ospedali». Che assemblee avrà mai frequentato Cingolani in quegli anni? Non certo l'assemblea operai-studenti di Mirafiori, dove si parlava di cose molto serie, che hanno fatto la storia del paese. Scrive Sergio Soave: «Viale ripropone la tesi dell'imminente crollo del capitalismo». Ma quando mai? E riassume il mio pensiero così: «una nuova sintesi di deindustrializzazione e mangiatori di fragoline di bosco». Francesco Forte mi attribuisce «la teoria per cui il capitalismo è un imbroglio e l'economia di mercato una mistificazione». Magari lo penso; ma non l'ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso. Analogamente Gianni Riotta, sul Sole24ore, mi accusa di «dare del venduto a Cisl e Uil e quasi tutta la Cgil», e addirittura, al premio Nobel Paul Krugman, per aver scritto che per dar credito al piano della Fiat per Pomigliano bisogna essere in malafede o dementi. Sul dementi mi attengo al giudizio degli interessati. Ma si può essere in malafede senza essere venduti. Basta dar credito senza dare spiegazioni a cose che non lo meritano. E' quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio.
Scrive Ernest Ferrari: «D'accordo, il piano di sviluppo targato Marchionne è irrealizzabile». Risponde Bruno Manghi: «Quella di Marchionne è una scommessa che nessuno può prevedere con certezza come finirà». Ammette Riccardo Ruggeri, uno che conosce la Fiat «dall'interno»: «Sui sei milioni di macchine Viale non ha tutti i torti». E aggiunge: «Magari tra non molto Marchionne chiederà altri sacrifici, perché il mercato non tira. Marchionne l'ha fatto capire più di una volta». Poi precisa: «ho paura che stia tornando la moda dei volumi (di vendite)piuttosto che dei talenti...anche alla Volkswagen hanno sposato la teoria dei volumi; ma ci hanno messo 15 anni, investendo una montagna di soldi». «Insomma, c'è aria di bluff?» chiede l'intervistatore. E lui risponde: «Marchionne fa quel che può».
Anche Cingolani si chiede: «Chi può garantire che le auto non restino sui piazzali? E quanto costeranno i modelli sfornati dalle catene di montaggio?» Domande senza risposta. Cingolani le affronta con un suo personale «piano B»; questo sì, datato agli anni '70: quando i cosiddetti paesi emergenti adottavano le tecnologie abbandonate dai paesi più industrializzati, e questi passavano a produzioni a più alto valore aggiunto (Era la teoria di Hirschmann delle "anatre volanti", che si alzano in volo in ordine, una dietro l'altra). Ma oggi Cina, India e Brasile hanno, sì, costi del lavoro e ambientali più bassi; ma anche livelli tecnologici paragonabili ai nostri e capacità di ricerca e sviluppo superiori (anche perché da noi scuola e ricerca sono state gettate alle ortiche). Inoltre, senza impianti di assemblaggio a portata di mano, l'innovazione tecnologica e organizzativa non ha verifiche. Quindi, perché il distretto automobilistico torinese possa mantenere i suoi atout in campo motoristico e dello styling, una parte del montaggio dovrà comunque restare in Italia. Ma non è detto che tocchi a Pomigliano. Nell'assemblaggio, più che altrove, a contare sono i costi. Lo conferma Michele Magno: «La sorte dello stabilimento campano è legata a un drastico abbassamento dei costi». L'unico a non nutrire dubbi sul piano Marchionne è Francesco Forte. E sapete perché? Perché «il piano è stato valutato positivamente dalle banche e dalla borsa»: due istituzioni che hanno raggiunto la credibilità più bassa della loro storia.

Fatto sta che, se è improbabile riuscire a vendere sei milioni di auto all'anno (un raddoppio della produzione) sui mercati di un'industria sovradimensionata e oggetto di una feroce concorrenza non solo tra gruppi industriali, ma anche tra Stati, l'aumento della produzione in Italia da 600mila a 1,4 milioni di vetture è ancora più improbabile; soprattutto perché questa produzione dovrebbe per due terzi essere smerciata in Europa. Le sorti di Pomigliano sono legate a questi obiettivi. Qualcuno ha provato a spiegare come raggiungerli? O si vuole far credere che l'unico vero problema è l'abnorme tasso di assenteismo e che un maggiore impegno contro di esso rimetterebbe le cose a posto?
Persino Riotta introduce qualche variabile in più. Oltre all'assenteismo, scrive «per giocare nella Coppa del mondo del lavoro» bisogna fare i conti con «clientele, performance scadenti, familismo amorale, raccomandazioni». A cui io aggiungerei doppio e triplo lavoro (ma non sarà un problema di salari insufficienti?), degrado del territorio, monnezza (da non dimenticare), sfacelo amministrativo, corruzione, collusioni politiche, camorra. Tutti problemi che non si sono certo fermati ai cancelli della fabbrica, ma che sono ben presenti al suo interno.
Nel management più ancora che tra le maestranze. Pensare di isolare la fabbrica dal territorio e di risolvere i suoi problemi con la disciplina del lavoro è utopia vana e crudele.
Nel 1968 la Fiat pensò di inquadrare con una disciplina di ferro 15mila nuovi assunti, messi al lavoro a Mirafiori tutti d'un colpo, senza preoccuparsi di che cosa sarebbe successo fuori della fabbrica: nel tessuto urbano di una città che tra l'altro era "sua", ma dove per i nuovi assunti non c'era nemmeno un posto per dormire. Ne nacque una lotta che ha sconvolto gli stabilimenti del gruppo per i successivi dodici anni. Adesso si pretende di mettere in riga, con un accordo sui turni e i ritmi di lavoro e con i limiti posti al diritto di scioperare e ammalarsi, uno stabilimento industriale i cui problemi nascono soprattutto dal degrado del tessuto sociale circostante. Non dice niente, per esempio, il fatto che a presidiare il gazebo installato a sostegno dell'accordo ci fosse il sottosegretario Cosentino, incriminato per camorra, ma "immunizzato" dal Pdl?
Nessuno, prima di Prodi, aveva ancora fatto notare che la "rieducazione" degli operai di Pomigliano - per usare il termine carcerario che ben si adatta al modo in cui l'establishment italiano, politico, sindacale, imprenditoriale e giornalistico, sta affrontando il loro futuro - è già stata tentata due anni fa: con la sospensione dell'attività lavorativa, l'invio forzato di tutte le maestranze a un corso di formazione, il riadeguamento degli impianti, la rimessa a nuovo dei capannoni. Senza risultati.

Chi può credere, allora, che Marchionne voglia ritentare l'esperimento, investendoci sopra 700 milioni? Rischiando anche di mettere in crisi i suoi rapporti con il partner polacco, che in questa fase è uno dei pochi atout a sua disposizione? Non è forse più sensato ritenere, o almeno ipotizzare, che Marchionne voglia sbarazzarsi di Pomigliano, oltre che di Termini Imerese; e non potendo farlo senza mettere in crisi i suoi rapporti con governo, opposizione, sindacati e maestranze - magari provocando anche una rivolta tra la popolazione - cerchi solo il modo per farne ricadere su altri la responsabilità? Se non sarà l'esito del referendum (verosimilmente non lo sarà) sarà la Fiom. Se non sarà la Fiom sarà l'iniziativa di base; o il "disordine" del territorio; o i contenziosi in tribunale; o un ricorso alla Corte Costituzionale. O, più semplicemente, il prossimo aggiornamento sulla situazione dei mercati. Intanto, a segnare un punto, è stata la politica antioperaia di tutto il governo.
Sembra però che la conversione ambientale dello stabilimento di Pomigliano, o di altre fabbriche in crisi, urti contro la centralità della produzione automobilistica (una volta la centralità era della classe operaia, ma i tempi sono cambiati). «E' indubbio - scrive Michele Magno - che il settore automobilistico, pur maturo sul piano merceologico e tecnologico, continui a incarnare lo spirito del tempo»; perché «continua a svolgere un ruolo cruciale sia nella formazione del Pil, sia nella dinamica occupazionale»; e perché «il cuore delle innovazioni organizzative...continua a pulsare qui».

Nessuno però ha proposto di chiudere il settore automobilistico dall'oggi al domani. Basterebbe non strafare con i volumi, come raccomanda anche Ruggero. E non gravare un gruppo già provato con un peso che probabilmente non può sostenere. «E' in gioco - continua Magno - il futuro di quel che resta della classe operaia meridionale». D'accordo. Ma, proprio per questo, non sarebbe bene pensare a delle alternative per uno stabilimento così a rischio?
Per verificare se è vero che l'azienda vorrebbe sbarazzarsi di Pomigliano bisognerebbe poterla mettere di fronte a una alternativa praticabile, esigendo impegni precisi a garanzia del processo di conversione. Non certo di assumerne la gestione, per la quale vanno comunque individuati soggetti, attori e culture aziendali differenti. Bensì la cessione degli impianti e il finanziamento della transizione. Ma oggi un'alternativa del genere non c'è. Nessuno ci ha pensato; e nessuno sembra neanche in grado o disposto a pensarci; anche se l'adozione di un'alternativa praticabile converrebbe sicuramente sia alla Fiat, che ai lavoratori, che al paese. E anche al pianeta.
Ma nessuno potrebbe mai pensare di avviare la riconversione di uno stabilimento industriale alla green economy con una semplice stretta della disciplina di fabbrica, come molti pensano - e sperano - che si possa fare invece trasferendo la Panda a Pomigliano. Perché una conversione produttiva di quella portata e con quelle finalità è proprio l'opposto di quell'idea "larvatamente autoritaria" di chi dice «Farò io il vostro bene» pensando di poter «pianificare le svolte dello sviluppo», come sostiene Bruno Manghi sul Foglio e Riotta ripete sul suo giornale.
Infatti, se non si può pensare di cambiare una fabbrica solo con la disciplina, occorre passare attraverso la mobilitazione delle forze sane del territorio, una discussione sulle ragioni della conversione, un coinvolgimento delle risorse intellettuali delle comunità interessate. Per poi procedere a verifiche di mercato, a progettazioni di massima, e alle battaglie per impegnare i diversi livelli del governo locale e nazionale. Sono cose che non si preparano né in un giorno né in un anno; c'erano però da anni molti motivi per cominciare a lavorarci. Ma non è mai troppo tardi. Perché se il piano Marchionne è un bluff, bisognerebbe evitare di ritrovarsi nella situazione di Termini Imerese, dove ogni giorno si escogitano altri bluff con il solo scopo di «tener buoni» gli operai lasciati sul lastrico.

 

 

LAVORO

Alleva: «Il “piano C” di Marchionne? Non si può fare, è antisindacale»

 

Professor Piergiovanni Alleva, è polemica sul cosiddetto “piano C” che l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, avrebbe già predisposto qualora l’esito del referendum sull’accordo per Pomigliano non fosse da lui ritenuto soddisfacente. Questo piano consisterebbe nella chiusura dell’attuale società che gestisce lo stabilimento campano seguita dal licenziamento e da una successiva riassunzione del personale, selezionata presso un’azienda nuova di zecca. Ma tale procedura non violerebbe l’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, che sanziona “il comportamento antisindacale”?
Sono sbigottito e incredulo, perché sarebbe, tra l’altro, una cosa non solo assolutamente illegittima ma anche molto grossolana.

Nello specifico?
Se questa faccenda del “piano C” fosse vera, sarebbe illegittima non solo ovviamente dal punto di vista degli articoli 14 e 15 dello Statuto dei lavoratori, che vietano la discriminazione del lavoratore in qualsiasi modo, tanto più per la sua affiliazione sindacale, ma anche sotto altri profili.
Allora quali sono gli strumenti giuridici effettivi a disposizione della Fiat per attuare questa operazione?
Non credo proprio che abbiano strumenti convincenti. Possono provare a forzare, ma diventa una storia infinita e irta di ostacoli e pericoli. La ditta non può evadere dai suoi obblighi, come evadrebbe qui. Sarebbe una diminuzione di personale a fini antisindacali ottenuta con mezzi fraudolenti, dal momento che la nuova società sarebbe comunque riconducibile alla stessa proprietà. In linea di massima se un’azienda - inteso come sistema di beni - passa dalla proprietà all’altra, tutti i lavoratori passano, salvo che si tratti di un’azienda con una crisi dichiarata e ci sia un accordo sindacale che faccia passare solo alcuni lavoratori ma spiegando il perché e sulla base di criteri obiettivi. Questo evidentemente sarebbe possibile se lo scopo fosse uno scopo antisindacale. Quindi due cose: se gli impianti che la nuova società andrà a gestire saranno gli stessi, tutti i lavoratori passerebbero alla nuova società, salvo, ripeto, un accordo sindacale che però non sarebbe possibile qui perché chiaramente bisognerebbe dire quali sono i criteri attraverso i quali gli uni passano e gli altri no e verrebbe fuori facilissimamente la discriminazione sindacale.
A quel punto si potrebbe quindi parlare di licenziamenti discriminatori?
Certo, perché sarebbe un aggiramento della legge 223, dove ti devi confrontare con dei criteri trasparenti. Se invece questa operazione fosse fatta attraverso la messa in mobilità di tutti i lavoratori e poi la riassunzione ex novo di alcuni di essi da parte di una newco, si tratterebbe ancora una volta di capire due cose: uno, se non sarebbe un trasferimento di azienda mascherato e allora ugualmente dovrebbero passare tutti; oppure comunque di un licenziamento collettivo fatto senza criteri obiettivi, perché alla fine dei lavoratori alcuni ritrovano un rapporto di lavoro verso un soggetto che appartiene alla stessa proprietà mentre altri no. In ogni caso cose di questo genere, con uno sfondo sindacale così chiaro, lo scopo anti sindacale non potrebbe essere nascosto.
Un vecchio vizio dell’imprenditoria italiana?
Io dico sempre che quando si parla di queste cose è come cercare di nascondere un gatto dentro a un sacco. Non si può fare, perché il gatto si muove. Un vecchio proverbio che aiuta molto l’atttività forense. Ne ho fatte di queste cause con queste condizioni, ma ero un giovanotto e poi hanno smesso.

Fabrizio Salvatori

in data:23/06/2010


 

  Francesco Paternò

Pomigliano, America
 
La storia è piena di governi di centrosinistra che hanno fatto politiche di destra, o di Kennedy che hanno fatto un Vietnam. L’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, sta scrivendo il suo personale capitolo con il diktat nella vertenza di Pomigliano, dopo avere esibito una cultura liberal nei suoi interventi pubblici. Un prima e un dopo Cristo, come sottolineava anche Eugenio Scalfari citando lo stesso Marchionne, che implica un anno zero. E l'anno zero è stato la conquista della Chrysler, dove il capo della Fiat ha sperimentato quanto vuole imporre oggi a Pomigliano. Lo schema è assai simile: mettere in discussione i diritti dei lavoratori, prima ancora che provare a risolvere con altri mezzi una crisi. Nel caso campano, record produttivi negativi in una fabbrica inquinata anche dalla camorra.
«Non c’è dubbio che la produttività e la flessibilità rimangono gli elementi chiave del nostro sviluppo industriale. Ma sono convinto, non solo sulla base della mia esperienza in Fiat ma anche in altre realtà industriali europee, che si può e si deve cercare il dialogo costruttivo. E che le soluzioni si possono trovare». E’ il Marchionne liberal che prende la parola nel giugno del 2006 di fronte all’Unione industriali di Torino. E’ il manager che scrive di suo pugno i discorsi, con citazioni che vanno da Lewis Carroll a Machiavelli, da Mark Twain addirittura a Karl Marx. E’ il Marchionne che si tiene a distanza dalla politica romana, che trova intollerabile uno come Silvio Berlusconi, che non ama stare né sui giornali né metterci bocca, pur essendo il suo gruppo proprietario della Stampa e azionista del Corriere della Sera, dove la Fiat usa scegliere i direttori. E’ il manager cresciuto in Canada, dove ha acquisito il secondo passaporto e la lingua degli affari che padroneggia fin nelle intonazioni. Uno che vive praticamente di lavoro e che negli ultimi due anni, in conversazioni private come nelle assenze pubbliche (non si è visto nemmeno all'ultima assemblea di Confindustria), manifesta il disagio di chi non si sente a casa. Di chi si è stufato di un paese dove il governo non ha una politica industriale e il sindacato non vuole chinare la testa. Mentre altrove, dice e ripete pensando all’America, le cose sono già cambiate.
Nell’estate del 2008, nell’incipit della più grave crisi finanziaria mondiale dei tempi moderni, è questo Marchionne a intuire che le cose nell’auto - come in altri settori chiave dell’economia – non saranno più le stesse. La barca Fiat va, dopo averla salvata dal baratro, ma è un nano mondiale e certo gli utili più importanti non vengono dal comparto auto. E’ allora che annusa l’affare Chrysler, la più piccola delle tre di Detroit sull’orlo del fallimento (insieme al colosso General Motors), è lì che la sua cultura anglosassone diventa una leva formidabile per spiegare che il nano italiano può essere un partner affidabile. Alla Casa Bianca è appena arrivato Barack Obama, che per non precipitare subito insieme ai titoli di Wall Street salva banche, assicurazioni e poi l’industria. Se nel 2001 il suo predecessore George Bush tiene in volo le compagnie aeree con soldi pubblici dopo l'abbattimento delle Twin Towers, Obama tiene in strada l’auto di Detroit con 62 miliardi di dollari di prestiti agevolati. Ford esclusa, che ringrazia e fa da sola, dopo avere ottenuto prestiti dalla banche prima della crisi e fatto cassa vendendosi marchi che non sapeva gestire.
A Washington, Marchionne fa il miracolo: convince Obama che solo la Fiat può salvare la Chrysler in cambio di una bancarotta pilotata, cioè soldi cash dall’Amministrazione e bad company con tutti i debiti da un’altra parte. La Casa Bianca prende l’offerta al volo: è l’unica e altrimenti dovrebbe mandare a casa 300.000 lavoratori, come dirà successivamente il negoziatore di Obama, Steve Rattner. Nel patto di ferro, s'intende che se va male è colpa dell’italiano, se va bene la vittoria è comune.
D’intesa con i governi statunitense e canadese che fanno fortissime pressioni sui lavoratori grazie ai prestiti pubblici sospesi come una mannaia, il nuovo padrone della Chrysler impone ai lavoratori un taglio dei salari, dell’assistenza sanitaria, delle pensioni e una limitazione dei diritti, come quelli di sciopero e dei salari d'ingresso, oggi inferiori fino al 70% rispetto a chi il posto lo mantiene ancora. I sindacati, che si affrettano a dire sì prima delle banche al piano Obama-Marchionne, ottengono in cambio il 55% delle azioni dell'azienda (il 65% in General Motors, dove il nuovo contratto è identico) e un posto in consiglio di amministrazione, senza diritto di voto. Ma non è una vittoria. «Un alto funzionario del Tesoro – commenta beffardo il Wall Street Journal – ha descritto la decisione di dare la maggioranza al fondo pensioni del sindacato come semplice pragmatismo: fare contento il sindacato è essenziale per la salute di lungo termine di un costruttore».
Tornando dall'America, Marchionne comincia a dire in Europa che «tutelare l'occupazione è ammirevole» ma che «non si possono forzare le imprese a farlo», quanto basta perché i sindacati tedeschi si mettano preventivamente di traverso nella campagna italiana per l'acquisizione della Opel. Marchionne opera però in perfetta e necessaria sintonia con l’azionista di maggioranza John Elkann, come lui di formazione anglosassone e prevalentemente finanziaria. E non è un caso che il giovane Elkann diventi presidente del gruppo al posto di Luca Cordero di Montezemolo il 21 aprile scorso, nel giorno dell’annuncio del piano quinquennale della Fiat, con il caso Pomigliano al centro. Né che il dopo Cristo di Marchionne si fermi per un momento anche a Maranello.
La Ferrari è un po' la stella polare del gruppo torinese, anche se nel 2009 le cose non sono andate benissimo come nell’anno record 2008. Un mese fa, i sindacati ricevono un inaspettato diktat dell'azienda: niente premio di produzione, pure previsto nel contratto, se i lavoratori non accettano preliminarmente una serie di nuove condizioni. La Fiom parla di un cambio di atteggiamento imposto da Torino e fa muro. L'azienda ci ripensa, riconosce il premio e le parti trovano velocemente un buon accordo. Ma il diktat fallito è un pessimo segnale, aspettando Pomigliano. E forse un altro Nixon che chiuda un altro Vietnam.
 

La catastrofe del lavoro

La crisi, restituendo agli Stati un più forte intervento economico - senza per questo ridurre la sovranità delle grandi multinazionali - sospinge il lavoro salariato verso un rinnovato "sacro egoismo". Pomigliano ha reso clamorosa questa condizione

di ADRIANO SOFRI

SE esistesse oggi un'Internazionale dei lavoratori, dovrebbe ammettere una catastrofe simile a quella che travolse la Seconda Internazionale nel 1914, quando le sue sezioni nazionali aderirono al patriottismo bellico, e i solenni principii andarono a farsi benedire. L'Internazionale non esiste e la crisi finanziaria ed economica non è (per ora) una guerra armata. La Seconda Internazionale era stata largamente partecipe dei pregiudizi e delle convenienze colonialiste: differenza minore, dal momento che lavoratori e sindacati dei paesi ricchi si sono guardati finora dall'affrontare il colossale divario con la condizione del proletariato dei paesi poveri.

La crisi, restituendo agli Stati un più forte intervento economico - senza per questo ridurre la sovranità delle grandi multinazionali - sospinge il lavoro salariato verso un rinnovato "sacro egoismo". Pomigliano ha reso clamorosa questa condizione. La Cina è vicina, e gli scioperi della Honda o della taiwanese Foxconn (e i suicidi operai) mettono in vetrina l'andamento da vasi comunicanti che Scalfari ha qui illustrato: gli operai cinesi rivendicano salari meno infimi e condizioni di lavoro meno infami e gli operai occidentali diventano più cinesi. Il punto però è che la nuova Panda ha messo in concorrenza diretta lavoratori italiani e lavoratori polacchi, cioè di due paesi dell'Unione Europea. E anche se una rilocalizzazione italiana dall'est europeo è inedita, come vanta Marchionne, è vero però che da anni la minaccia di trasferire la produzione in Ungheria o in Romania è valsa a far accettare nell'industria occidentale sacrifici di lavoro e salario non molto dissimili da quelli che si impongono a Pomigliano.

In Germania, la difesa dell'occupazione è costata, ben prima della crisi finanziaria, un forte allungamento dell'orario di lavoro a parità di salario - alla Opel da 38 a 47 ore! A Bochum, nel 2004, si trattò proprio di sventare il trasferimento in Polonia. In Francia le 35 ore erano legge, e sono un ricordo imbarazzato. Oggi, alla Opel, saturati i tempi, gli operai cedono - agli investimenti aziendali, a fondo perduto - una metà di tredicesima e quattordicesima, un mese di salario. Il ritorno a un protezionismo "nazionale" fu vistoso con il prestito offerto dalla Merkel alla Magna in cambio della salvaguardia dell'occupazione tedesca, violando le regole europee sulla concorrenza. Ma si tratta di una tendenza generale, di cui gli incentivi governativi alla Fiat furono un capitolo ingente. Sarebbe interessante sapere in quante fabbriche italiane (Fiat inclusa) condizioni di lavoro largamente simili a quelle imposte a Pomigliano sono già in vigore.

Se dunque non c'è una capacità, e neanche una vera volontà - a parte la lettera "di bandiera" di un gruppo di operai di Tichy - di animare una solidarietà europea, tanto meno ci si attenterà a immaginare una simpatia e un legame fra gli operai di Pomigliano e di Tichy e gli scioperanti e i suicidi di Shenzhen, i quali per giunta fabbricano (sono 400 mila solo alla Foxconn) componenti elettroniche per il mondo intero, e non un prodotto esausto come l'auto, sia pure la nuova Panda. Nel momento in cui accentua la sua internazionalizzazione, la Fiat "nazionalizza" gli operai di Pomigliano, con un ultimatum prepotente perfino nel tono. A sua volta, in un gioco delle parti di cui non è affatto detto che sia voluto - che Sacconi e Marchionne siano in combutta: anzi - il governo prende la sfida della Fiat a pretesto per l'abolizione dei contratti nazionali, la liquidazione simbolica della Costituzione, la sostituzione dei "lavori" ai lavoratori, delle cose alle persone. (L'autocertificazione per cui oggi si pretende di rifare la Costituzione, veniva garantita dal Capezzone quondam radicale in un progettino dal titolo "Sette giorni per aprire un'impresa").

La famigerata "anomalia" di Pomigliano è perciò largamente pretestuosa: serve a far passare per una cruna il cammello del conflitto sociale e dei diritti sindacali. Un precedente prossimo c'è, ed è l'Alitalia: anche lì era facile trovare le anomalie, e fare piazza pulita delle norme. Pomigliano è "anomala" dalla fondazione, come ha raccontato Alberto Statera, con la sua combinazione fra una maggioranza di operai venuti dalla campagna e da assunzioni clientelari, e una minoranza di reduci da altre fabbriche e lotte. Si raccontava, il primo giorno dell'Alfasud, che fossero entrati in fabbrica 3 mila operai, e ne fossero usciti 2.980, perché venti erano evasi durante l'orario di lavoro, avendone già abbastanza. Ma l'industria cinese, quella che fabbrica gli iPad, è fatta largamente di contadini scappati dai villaggi.

Un dirigente mandato da Torino al passaggio dall'Iri alla Fiat, nel 1986, avrebbe poi raccontato agli intimi Pomigliano in termini più coloriti del dialogo fra Chevalley e il principe nel Gattopardo. A Pasqua, si aspettavano una gratifica e un agnello. Il manager, magari anche per l'assonanza col nome della dinastia, provò a monetizzare gli agnelli. Uno sciopero lo costrinse a cedere in extremis. Al rientro dopo la festa lo sciopero riprese, e il dirigente costernato si sentì dire che l'agnello avrebbe dovuto essere vivo, e non macellato. Bisognava che prima ci giocassero i bambini. Sarà una leggenda. Anche sull'assenteismo e sulla camorra a Pomigliano corrono storie vere e leggende, utilizzabili a piacere.

Sarà vero che al direttivo provinciale di Cisl e Uil partecipano seicento dipendenti di Pomigliano? Marchionne deve saperlo, e non da oggi. Deve averci pensato almeno da quando ribattezzò la fabbrica col nome di Giambattista Vico, per riparazione: il più grande intellettuale della Magna Grecia. Non bastava un'intitolazione a passare dall'assenteismo alla scienza nuova, e nemmeno la deportazione dei cattivi a Nola. Ma appunto, il colore locale fa comodo a tutti, e anche a rovesciarlo in un ipertaylorismo - parola buffa, perché il taylorismo è iperbolico per definizione, e caso mai bisogna ridere amaro delle chiacchiere sulla fine del lavoro manuale e della fatica. I 10 minuti in meno di pausa - su 40 - la mezz'ora di mensa spostata a fine turno, e sopprimibile, lo straordinario triplicato - da 40 a 120 ore - e una turnazione che impedisce di programmare la vita, sono già un costo carissimo. Aggiungervi le limitazioni allo sciopero e il ricatto sui primi tre giorni di malattia è una provocazione o un errore, di chi vuole usare Polonia e Cina per insediare un dispotismo asiatico in fabbrica qui, quando la speranza è che l'anelito alla dignità e alla libertà in fabbrica faccia saltare il dispotismo in Cina.

Non c'è l'Internazionale, viene fomentata la guerra fra poveri, si fa la guerra ai poveri, questa sì dappertutto. Perché l'altra lezione venuta in piena luce grazie a Pomigliano è che la storia degli operai "garantiti" opposti ai "precari" era del tutto effimera, e i nodi sono al pettine, per operai e pensionati. Termini Imerese chiude, Pomigliano chissà, Mirafiori... Chi garantisce chi? Dei due modelli presunti - lavorare di meno o consumare di più - è destinato a prevalere, da noi ricchi, il terzo: lavorare di più e consumare di meno. Il "movimento epocale" di redistribuzione del reddito, invocato da Scalfari, va insieme a un cambiamento radicale dei modi di vivere e consumare (si chiamano, chissà perché, "stili": come se ci fosse stile in una coda di autostrada). Erano provvisori i "garantiti", siamo provvisori "noi ricchi" del mondo.

Questione di tempo, e l'economia va più svelta della stessa demografia. Prediche al mondo vorace che esce dalla povertà a spallate, perché non si ingozzi di automobili e telefonini come noi, non ne possiamo fare. Abbiamo dato l'esempio dell'ubriachezza consumista, possiamo solo provare a darne uno pentito, di sobrietà. Sbrigandoci.


 

Popolo di sinistra ti svegli solo adesso?
Com'è bello sentire il cuore del «popolo di sinistra» pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell'art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi? Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po' di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano. C'è un'intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né cassa integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente. «Bamboccioni» li ha chiamati un ministro (di centro-sinistra ovviamente). Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi Repubblica come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!
Sergio Bologna


 

FIAT Pomigliano: Epifani, possibile ricomporre questa frattura
Due punti che toccano i diritti fondamentali dello sciopero e della malattia vanno rivisti nel testo proposto dalla FIAT, perchè così come sono non possono funzionare. Così il Segretario Generale CGIL in un'intervista al 'Corriere della Sera'
» FIAT: oggi referendum a Pomigliano
18/06/2010

Ce l’ha con la FIAT “che ha commesso un’errore d’impostazione”, col governo “che certamente non ha favorito una soluzione unitaria”, ma ha un rimprovero anche per la FIOM “che avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine”. Secondo Guglielmo Epifani la vertenza di Pomigliano è stata gestita male fin dall’inizio, ma la situazione non è ancora definitivamente compromessa.

“Ci sono due anni prima che l’investimento per spostare la produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano vada a regime - osserva il segretario generale della CGIL - e quindi c’è tutto il tempo per ricomporre questa frattura. Del resto, se la stessa FIAT dice che vuole anche l’accordo della FIOM, ci sarà una ragione”.

“Faccio un esempio: le sanzioni contro i sindacati che proclamano uno sciopero in coincidenza di un sabato lavorativo reso possibile dall’accordo. Ma se si tratta di uno sciopero generale o di uno sciopero per un incidente sul lavoro, cioè non legato a vertenze aziendali, che senso hanno le sanzioni? Oppure, se ci sono picchi di assenteismo per cause non dipendenti dai sindacati, come il fare i rappresentanti di lista durante le elezioni, che dipende dalle leggi, che c’entriamo noi? La FIAT se la veda con le forze politiche e faccia cambiare le norme. E infine: perché un malato vero deve pagare anche per chi fa il furbo?”

Possibile che in questa vicenda abbiano sbagliato tutti o non sarà che è la FIOM che non riesce più a fare i conti con la realtà? “La FIAT ha certamente compiuto una scelta importante, per tutto il Mezzogiorno, e per la quale il sindacato aveva scioperato, ma poi ha voluto attuare una decisione così rilevante con una trattativa solo con i sindacati di categoria senza coinvolgere le confederazioni e le istituzioni”.

Sì ma la FIOM... “Avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine della vicenda e forse, nella trattativa, avrebbe fatto meglio a dichiarare prima la sua disponibilità sui 18 turni”.

Ma è la FIOM che doveva rivolgersi alla CGIL o non era la CGIL che avrebbe dovuto intervenire per tempo? Al comitato centrale della FIOM di lunedì, quello che ha deciso il no alla firma, nessuno della CGIL è intervenuto? “La CGIL non tratta e non fa accordi per la FIOM, che su questo è autonoma. Quanto al comitato centrale non siamo stati invitati, ma prima della riunione ho comunque parlato col segretario dei metalmeccanici, Maurizio Landini”.

Avete una posizione diversa anche sul referendum. La FIOM era contraria e alla fine ha accettato di invitare i lavoratori a partecipare, ma solo per evitare 'le rappresaglie' della FIAT. “Io dico che al referendum si partecipa perché è una forma di democrazia”.

Lei ha detto anche che vinceranno i sì. “I lavoratori sono in cassa integrazione da un anno e mezzo e dovranno attendere altri due anni prima di andare a regime con la Panda. È normale che vogliano tornare a lavorare e ad avere uno stipendio pieno. Che cosa dovrebbero votare?”

E quando i sì avranno vinto, la FIOM dovrà firmare? “Se i sì vinceranno, la FIAT avrà due possibilità: andare avanti senza la FIOM oppure, se come dice vuole il consenso di tutti, chiedere anche alla FIOM di firmare. Per averlo, questo consenso, credo che però dovrà dare la sua disponibilità a rivedere i due punti di cui ho parlato, altrimenti si assumerà la responsabilità di fare a meno della FIOM”.

Quindi la CGIL non farà pressioni sui metalmeccanici affinché prendano atto del risultato e firmino. “Noi facciamo pressione perché si ricomponga la situazione. Ci sono due anni per farlo, prima lo si fa meglio è. Ma dipende anche dalla FIAT”.

Con la FIOM si schierano solo i partiti della sinistra extraparlamentare e l’Idv e, sul piano sindacale, i Cobas. Le piace questa compagnia? “Non è questo il problema, ma è chiaro che se la vicenda parte male”. “Quello per malattia si è dimezzato. Quanto a quello dovuto ai permessi sindacali, la FIOM è quella che ne ha meno di tutti. Altre sigle, più piccole, hanno decine e decine di lavoratori con incarichi nel direttivo, che danno diritto a otto ore di permesso al mese. Possono ridurli. Per il resto la vedo come Veltroni: bisogna trovare un punto di equilibrio più avanzato”.

La FIAT ha bisogno di una fabbrica dove si lavori di più e non si tollerino abusi nell’assenteismo e nella conflittualità. Le sembra irragionevole? “Pomigliano è una fabbrica difficile, lo sappiamo. Due anni fa la FIAT ci ha investito per rilanciarla, poi c’è stata la crisi. Adesso c’è questo nuovo piano. Noi ne cogliamo tutta l’importanza, ma vorremmo che l’impostazione della FIAT fosse quella della condivisione, non dei vincoli e delle sanzioni”.

Quello di Pomigliano non è il primo e non sarà l'ultimo degli accordi che prevedono deroghe al contratto nazionale. Lo Statuto dei lavori che il governo sta preparando punta su questo. La CGIL è contraria a priori o è disposta a discuterne? Se si tratta di deroghe ai diritti fondamentali non siamo disponibili, altrimenti si finisce in quel federalismo dei diritti di cui parla ora il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Sul contratto nazionale la nostra proposta è diversa, come ho già detto al Congresso: facciamo norme contrattuali più leggere e che si adattino meglio alle divers realtà. A quel punto le deroghe non sono più necessarie.

Intanto la CGIL e la FIOM si preparano a collezionare l’ennesima sconfitta. “Su Pomigliano è sbagliato ragionare in termini di vittoria o sconfitta. È un grande investimento, ci vuole il coinvolgimento e la corresponsabilizzazione di tutti. È interesse anche della FIAT”.

 


 

A nozze…

nota di Gianni Marchetto – 22 Giugno 2010-06-22

 

Premessa

 

  • Forse ho capito male io, ma a me pare che l’accordo di Pomigliano bisogna leggerlo dentro una fase del tutto nuova, se no (a mio parere) si corre il rischio di prendere la “vacca per le balle”.

 

A nozze…

 

Per come conosco io la FIOM specie quella uscita dalla sconfitta degli anni ’80, dentro una fase che è stata solo recessiva (e regressiva aggiungo io), che ha posto i sindacati sempre sulla difensiva, ad arretrare sempre un pochino di più in rapporto al passato… se per caso la FIAT ci faceva la proposta di cui parla Vittorio Rieser, (la ricordo)

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22 giugno

«Caro Marchionne, ora basta con le offese»

di Alfredo Marsala

su il manifesto del 22/06/2010

 

La partita dell'Italia contro la Slovacchia i lavoratori della Fiat di Termini Imerese la vedranno a casa. Da giovedì, infatti, saranno tutti in cassa integrazione, fino al 30 giugno. Sarà l'ennesimo periodo di Cig da un anno a questa parte, in una fabbrica ormai condannata a chiudere a fine 2011 dall'ad del Lingotto Sergio Marchionne che tuttavia non perde occasione per infierirecontro gli operai siciliani, nel silenzio dei vari ministri, prima di Scajola e adesso di Sacconi, impegnato nelle lodi alla Fiat per il salvataggio di Pomigliano.
A Marchionne che li aveva criticati per avere utilizzato lo strumento dello sciopero solo per potere vedere in Tv la partita Italia-Paraguay, gli operai ieri hanno risposto proprio con lo sciopero. Al rientro in fabbrica dopo il week-end, le tute blu hanno reagito alle accuse del top manager incrociando le braccia per un'ora. Lo sciopero è scattato intorno alle 9 ed è stato indetto in maniera unitaria dai delegati di Fim, Fiom e Uilm e dall'Ugl. «Questa è stata la risposta a Marchionne - dice Roberto Mastrosimone, segretario provinciale Fiom - Qui a Termini Imerese c'è gente che lavora da trent'anni. Il signor Marchionne non solo sta chiudendo, ma addirittura cerca di screditare il lavoro degli operai. Eppure era stato proprio lui a lodare la professionalità dei lavoratori di Termini, spiegando che la scelta di chiudere dipendeva da altre cose».
Davanti ai cancelli della fabbrica, gli operai confermano che lo sciopero in concomitanza con la partita Italia-Paraguay è stato organizzato dopo che il capo del personale dello stabilimento siciliano aveva comunicato alle Rsu che l'azienda non avrebbe più allestito i due maxischermi, che aveva invece garantito di montare all'interno della fabbrica tre giorni prima, come era avvenuto in passato in occasione degli Europei di calcio di due anni fa e dei Mondiali di Germania 2006. I lavoratori avrebbero seguito la partita delle 20.30, in accordo con la direzione di stabilimento, cumulando le pause non usufruite durante la giornata di lavoro.
Nel comprensorio di Termini Imerese, tra diretto e indotto, lavorano circa 2.500 persone, impegnate nell'assemblaggio della Lancia Ypsilon. Fim Fiom e Uilm negli ultimi giorni sono state impegnate in una serie di assemblee nelle aziende dell'indotto, ieri è stato il turno della Lear. «La partecipazione allo sciopero è stata massiccia - afferma Vincenzo Comella, segretario provinciale della Uilm - Non possiamo accettare che Marchionne getti discredito sui lavoratori e sul sindacato». Dopo gli operai del primo turno, hanno scioperato anche quelli del secondo, dalle 16.50 alle 17.50. Secondo Gianni Pagliarini, responsabile lavoro del PdCI-Federazione della sinistra, «Marchionne continua a giocare con il futuro delle persone e il suo tentativo di scardinare i diritti costituzionalmente garantiti non si ferma più».

 

 

 

Marcegaglia insiste la Fiom resiste, Mirafiori sciopera

di Francesca Pilla

su il manifesto del 22/06/2010

 

Alla vigilia del referendum che potrebbe modificare definitivamente le relazioni sindacali del nostro paese, il presidente di Confidustria assesta gli ultimi colpi a favore degli imprenditori tutti, che si attendono molto dall'esito del braccio di ferro a Pomigliano. Cosi la Marcegaglia lancia l'anatema raccogliendo gli applausi dei padroncini del varesotto con due assist: il primo gioca sullo spauracchio del «niente più investimenti in Italia» se dovesse prevalere il «no», il secondo contro la Fiom, che con le sue posizioni tutelerebbe «gli assenteisti». Alla signora Emma fa subito eco il ministro degli interni Maroni che tira fuori un altro tormentone, quello della criminalità organizzata pronta a prendere il sopravvento se la Fiat dovesse chiudere i battenti: «Una soluzione positiva sarebbe utile anche dal punto di vista della sicurezza del territorio». L'ad del Lingotto, Sergio Marchionne, dopo la provocazione sullo sciopero di Termini Imerese, ieri ha scelto il silenzio in attesa delle consultazioni.
Nella cittadina vesuviana la giornata è stata più che frenetica, tra ultime assemblee e preparazione in fabbrica delle urne. In mattinata, dopo le visite dei giorni scorsi di Paolo Ferrero e Nichi Vendola, è arrivato anche Luigi De Magistris. In una riunione molto partecipata gli operai hanno dato sfogo alle loro frustrazioni e al sentimento di delusione verso un referendum che viene percepito come un ricatto. Alla fine dell'incontro l'eurodeputato dell'Idv ha preso una posizione netta: «L'accordo su Pomigliano rischia di essere una 'palestra' di preparazione per future intese altrettanto pericolose e reazionarie». Il Pd invece resta a favore dell'intesa: Enrico Letta ha ribadito la necessità di far vincere i sì anche se l'accordo, secondo il vicesegretario, deve restare «un unicum»; la senatrice Anna Finocchiaro ha parlato addirittura di «disastro» in caso di esito negativo.
La parola è quindi passata nel pomeriggio alla seduta dei consigli comunale e provinciale aperti ai cittadini, voluta dal sindaco Pdl Lello Russo e dal presidente Bruno Cesaro, questi giorni impegnatissimi nel far pendere la bilancia a favore del «sì», partecipando personalmente anche alla marcetta dei quadri, sabato scorso. Quando però Cesaro, nel suo intervento, ha pronunciato la parola «assenteisti» è scoppiata la rivolta degli operai e degli iscritti Fiom presenti nel cinema Gloria. «Vacci a lavorare tu in fabbrica come schiavo», ha esordito un uomo. «Altri due anni e andiamo tutti a rubare», ha ribadito un'altro, tra urla di rabbia. Poi è partito il coro delle tute blu che hanno zittito i dirigenti pidiellini: «No all'accordo, no al referendum e sì ai nostri diritti». Con non poca fatica la seduta è continuata, ma il dissenso esplicito ben rappresenta l'insoddisfazione che attende i vertici Fiat, anche dopo un «referendum» dove sicuramente prevarranno i voti favorevoli.
In mattinata il Pdl è riuscito, anche in consiglio regionale, su input del presidente Stefano Caldoro, a far passare una mozione in favore dell'accordo: «una condizione necessaria per rilanciare lo stabilimento» e che «necessita della legittimazione democratica dei lavoratori attraverso il referendum».
Oggi più di 5mila lavoratori andranno al voto; i seggi allestiti in fabbrica dai sindacati (Fim, Uilm e Fismic) che hanno sottoscritto l'intesa saranno almeno 9, e resteranno aperti dalle 8 alle 21. Lo Slai Cobas ha chiesto di poter assistere alle operazioni di spoglio, mentre dalla Fiom, tramite il segretario Maurizio Landini, hanno ribadito di considerare la consultazione illegittima: «Per noi non è libera, è sotto minaccia; dunque è un ricatto». Ieri, alle meccaniche di Mirafiori, hanno scioperato per un'ora contro l'accordo.

  •   di Valentino Parlato
    CHE BRUTTO QUESTO «DOPO CRISTO»
    La Repubblica di domenica scorsa ha pubblicato un editoriale di Eugenio Scalfari («A Pomigliano comincia l'epoca dopocristo») molto interessante, quanto pessimistico. Siamo entrati in un'epoca - dice Scalfari - nella quale la globalizzazione comporta che si possa e si debba produrre con i livelli salariali più bassi del mondo e con un'organizzazione del lavoro di massimo sfruttamento, quasi una robotizzazione del lavoratore, come ha scritto, sempre su la Repubblica Luciano Gallino. «Questo - ribadisce Scalfari - è il dopo Cristo di Marchionne, non si tratta di ricatto ma di dati di fatto e con i dati di fatto è inutile polemizzare». Troppo reciso per essere convincente: se gli esseri umani non avessero storicamente contestato i dati di fatto del loro presente saremo ancora all'età della pietra.
    Stando così le cose - precisa Scalfari - si tratta di «buscar el levante por el ponente», cioè agire sul fronte politico per realizzare un grande programma di redistribuzione delle risorse tra paesi e tra classi. Non vorrei riprendere la discussione sul rapporto tra struttura e sovrastruttura, ma in Italia la politica, e non da oggi, è la Fiat, e resta il fatto che la politica italiana vuole addirittura cancellare l'art. 41 della Costituzione, quello che dice che l'iniziativa privata è libera, ma non deve essere di danno alla società. Un articolo che - come scrive Scalfari - non fu voluto da Togliatti, ma da Luigi Einaudi e trovava ispirazione in Von Hayek.
    Il punto è che Scalfari - e con buone ragioni - è molto pessimista: nel suo intrigante libro più recente (Per l'alto mare aperto) scrive, appunto, «Noi non comprendiamo i contemporanei, veniamo da una storia diversa che ad essi è sconosciuta anche se ne sono il frutto. I contemporanei sono i nostri barbari». Questo è il suo pessimismo che gli fa aggiungere «ma è chiaro che abbiamo torto a pensarla così perché, ci piaccia o no, da loro nascerà il futuro». Quale, in questo dopo Cristo?
    Poche considerazioni. Innanzitutto - lo dice la storia - è meglio perdere una battaglia combattendo, piuttosto che arrendersi alle preponderanti forze del nemico. Il «dopo Cristo» non è la fine della storia. Chi non si arrese al fascismo e magari finì in galera o al confino fu assai più utile, anche a noi, di chi si arrese. In secondo luogo Scalfari non prende in considerazione il fatto che non siamo di fronte a un capitalismo trionfante, ma a una crisi, oso dire storica, epocale, nella quale la stessa globalizzazione e la crescita straordinaria di un proletariato mondiale possono aprire le porte a un dopo capitalismo, del tutto contrario al dopo Cristo. Infine Scalfari dovrebbe ricordare che «non mollare» era la parola d'ordine di Giustizia e Libertà, di uomini che lui ha ammirato e seguito nella sua straordinaria vita di giornalista e politico.
    A Pomigliano è in gioco la democrazia, già piuttosto malmessa, del nostro paese. E nello scontro sociale, che è anche politico e culturale, non ci sono mai stati dati di fatto oggettivi e indiscutibili.
 

 

La lotta di classe in Italia

di Dino Greco

su Liberazione del 22/06/2010

 

Domenica abbiamo pubblicato, pressoché per intero, il testo di quello che viene spacciato per accordo e che in realtà è (come hanno osservato, fra gli altri, due ex segretari generali della Cgil e il più prestigioso leader che la Cisl abbia mai avuto) un editto imposto dalla Fiat, con il bastone sul tavolo, ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. Abbiamo voluto riprodurlo tal quale, e non semplicemente riassumendone il contenuto, perché quella prosa, ossessivamente ripetitiva nel rimarcare i poteri arbitrari sussunti dall’azienda e le punizioni contemplate per i lavoratori o i sindacati dissenzienti, è di per se stessa un manifesto di inaudita arroganza padronale. Ve ne raccomandiamo la lettura. Si vedrà come forma e contenuto si rincorrano nel riplasmare - normativamente e stilisticamente - il quadro asimmetrico di relazioni dentro cui, nel futuro, si dovranno iscrivere i rapporti fra il management aziendale ed i lavoratori, fra il padrone e l’operaio, fra chi comanderà e chi dovrà soltanto - e silenziosamente - ubbidire. Eppure, malgrado l’assalto all’arma bianca scatenato contro la Fiom - con pochissime eccezioni - da organi di governo, partiti della maggioranza e dell’opposizione parlamentare, gli uomini di corso Marconi sono nervosi. La fiaccolata di sabato promossa ad imitazione della manifestazione con cui nel 1980 i quadri e gli impiegati dello stabilimento torinese spensero la lotta operaia contro i licenziamenti, si è risolta in un flop. Quello che doveva essere un rito propiziatorio, in vista dell’odierno referendum, non è andato bene. E la Fiat lo sa. Sa anche che essa potrà estorcere un consenso solo formale a persone che voteranno in condizioni di illibertà. Per questo non si fida. Ed ecco allora farsi strada, nella compagine aziendale, l’ipotesi inimmaginabile, la più spregiudicata e dirompente. Si costituirebbe una nuova società che rileverebbe lo stabilimento, i macchinari e, fra i dipendenti, solo quanti aderissero manifestamente ad un contratto aziendale coerente con la proposta Fiat. Insomma, una soluzione piratesca che fino a ieri avevamo visto praticare soltanto dai padroncini dei laboratori della subfornitura manifatturiera, i quali - con escamotage simili a questo - hanno tante volte cambiato nome e ragione sociale alla propria microimpresa, dalla sera alla mattina, lasciando per strada i lavoratori, per poi riassumerne una parte soltanto, liberandosi di tutti gli indesiderabili. Non sappiamo se la Fiat voglia davvero oltrepassare la soglia al di là della quale c’è spazio soltanto per la più barbara oppressione sociale.

Certo è che le condizioni politiche che alimentano gli “spiriti animali” del capitalismo nostrano ci sono tutte. In primo luogo un governo indecente, che si schiera senza batter ciglio con un’azienda che, dopo aver beneficiato per decenni di finanziamenti pubblici, si appresta a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese (sostenendo che in Sicilia si può produrre solo in perdita) e minaccia ora di cancellare anche quello di Pomigliano, nel caso in cui i lavoratori non si pieghino a subire condizioni servili; un governo che si genuflette davanti ad un atto di imperio che fa passare l’investimento industriale per una generosa concessione e non per un doveroso impegno verso la comunità operaia che ha fatto, per tre generazioni, le fortune di una famiglia imprenditoriale. Si vuole cancellare dalla memoria storica dei giovani lavoratori la consapevolezza che il padrone il lavoro non te lo dà, ma se lo prende. E che tu non gli devi nulla, se non le tue braccia e la tua onesta fatica, mentre è lui che deve tutto a te.

Non avremmo mai pensato che a questi rudimenti dell’alfabeto sociale si sarebbe tornati. Ma a questo siamo. E del resto, come meravigliarsi, se fra gli uomini e le donne del Pd che avallano questa ecatombe di diritti tiene banco la cruciale discussione se sia il caso, fra loro, di chiamarsi ancora oppure no “compagni”.

 

  • di Loris Campetti - POMIGLIANO D'ARCO (NAPOLI)
    DIKTAT FIAT
    «Voto pericoloso»
    Oggi a Pomigliano il referendum sul futuro dello stabilimento. La tensione è altissima. «Fiat ci chiede di scambiare il lavoro con condizioni peggiori», dice Antonio, tuta blu da venti anni e afflitto da 7 discopatie. Ecco come si lavora nella fabbrica napoletana
    «Me lo spieghino Marchionne, Fassino, Sacconi, Scalfari come si riesce a fare il lavativo alla catena. Ma lo sanno come si lavora qui, come ci si aliena, come si prendono le discopatie, si viene abbrutiti dai ritmi e dai capi, come si viene ricattati, terziarizzati, messi in reparti confino? Dovrebbero informarsi, prima di dirci di rinunciare alle pause, concedere 80 giorni di straordinario, rinunciare allo sciopero o alla malattia. Io riesco a sopravvivere in cassa integrazione, con una famiglia e i soldi che non bastano neanche a finire la seconda settimana, solo perché capisco il valore della battaglia che sto facendo. Pretendono che firmiamo la resa e il consenso a farci ridurre a schiavi, buttando nell'inceneritore Costituzione, leggi, contratto. Qui siamo a Napoli, le vedi le case sotto il cavalcavia? Sono i rioni di Barra e Ponticelli, da una parte all'altra di quei cumuli di monnezza. Se alla gente chiedi se fa bene la Fiat a violare la legge dicono subito di sì, si sentono in buona compagnia».
    Siamo scesi nel campo di battaglia per farcelo spiegare da Antonio, come si lavora e si vive nella fabbrica dei «fannulloni». Antonio Di Luca ha 43 anni, la metà passata alla catena. Ci ha guadagnato una discopatia dopo l'altra, problemi alla colonna, dalla cervicale alla sacrale. A furia di terapie si è rovinato lo stomaco, eppure «in quattro anni ho fatto 5 giorni di malattia perché io al lavoro ci tengo, ho l'Alfa nel cuore». Si è diplomato con il massimo dei voti unendo studio e lavoro. È monoreddito, ha moglie e tre figli, lo scorso anno con la cassa ha portato a casa 12.098 euro contro i 18 mila guadagnati quando si lavorava. È colto, legge tutto quel che può, ha un debole per Marco Revelli, brucia gli scritti di Rifkin. Ai figli ha dato i nomi degli Evangelisti, Giovanni, Matteo, l'ultimo di 21 mesi l'ha chiamato Marco: «È stato concepito quando ero senza lavoro ed è nato in cassa integrazione». È di sinistra e questo dà un senso al suo impegno. Va a fare lezioni all'Università Orientale di Napoli per spiegare come si sta alla catena. Ha cominciato a lavorare a 10 anni, garzone, muratore, elettricista e poi la grande fabbrica. Abita a Napoli: «per fortuna a colpi di prestiti familiari ho casa di proprietà». Si alza alle 4,30 del mattino, «impiego 10 minuti a mettermi dritto con le mie 7 discopatie, ho portato il busto per otto anni. Poi faccio colazione e vado a prendere altri due operai, o a turno vengono loro da me: alle 5,40 siamo nel piazzale della fabbrica. Già con la tuta per risparmiare tempo».
    La catena è una brutta bestia. La durata di una mansione oscilla tra uno e due minuti. Per fare che? «All'inizio giostravo su più postazioni, presse, verniciatura, stampaggio, fino al '95. Ora sono alla revisione di fine tratto». Non si è mai risparmiato, anzi spesso ha fatto incazzare i capi perché è troppo attento alla qualità «mentre quelli si preoccupano solo dei tempi. Se c'è chi che danneggia l'azienda, Marchionne dovrebbe cercarlo lì, non tra gli operai».
    È offeso dalle accuse di assenteismo, è orgoglioso che le macchine fatte qui si vendevano meglio di quelle con il marchio Fiat e adesso «ci dipingono come la pecora nera in un gregge bianco». Prendi uno che lavora alla registrazione del freno a mano: «Devi prendere una macchinetta che pesa 30 chili, piegarti e lavorare a 90 gradi, inserire la cuffia dopo la registrazione, sempre nella stessa posizione, quindi andare a prendere l'etichetta e attaccarla. In un minuto e mezzo e avanti così, per tutto il giorno e tutta la vita. Perché i capi invece di far ruotare il personale tengono sempre gli stessi, conoscono il lavoro e fanno risparmiare il tempo di formarne degli altri. In questo modo la gente si logora e si ammala, li chiamano assenteisti ma sono solo vittime, limoni spremuti. Le ernie al disco si sprecano. L'operaio diventa una protesi della macchina. Con il diktat della Fiat perderemo anche la pausa mensa, spostata a fine turno. E se ci incazzeremo neanche potremo scioperare, pena licenziamento». Altra mansione, il montaggio delle guarnizioni laterali di gomma della portiera. Se il just in time non funziona, «e non funziona», se le gomme sono vecchie, invece di qualche mazzolata con la mazzola piccola devi dargliene a decine con quella grande. «Così mi sono rovinato, da non riuscire più neanche ad aprire la macchinetta del caffè».
    Madonna se è incazzato, Antonio. Con la Fiat, con quei sindacati che si bevono tutto piegati a pecorone, con l'opposizione «diventata liberista». Con i volantini della Cgil napoletana che invita a votare sì «e i capi li mostrano nei reparti per venire in culo a noi della Fiom». «Ho una ridotta capacità lavorativa, sono politicizzato e sindacalizzato. Ho tutti gli ingredienti per essere tra i primi della lista». Mi mostra il messaggio inviatogli dal capo: domani in fabbrica, si vota per costruire la Panda a Pomigliano. «Un ricatto odioso, mi chiedono di cedere tutti i miei diritti in cambio di lavorare peggio di adesso». Quando Luigi De Magistris, invitato dalla Fiom a Pomigliano, dice che più che di ricatto bisognerebbe parlare di «estorsione», Antonio fa sì con la testa, e mi sussurra: «Lo dice lui tutti applaudono, lo dice 'nu strunz de n'operaio non se lo fila nisciuno».
    «Ci accusano di prendere permessi per fare i rappresentanti di lista, ma c'è una legge che lo consente. E se a gente che non arriva a pagare i debiti il partito gli offre 100 euro, è normale che accettino. Io se lo faccio lo faccio gratuitamente, per una parte politica in cui credo, altri no ma come si fa a metterli alla gogna? E sai perché tanti si mettono in malattia o in permesso durante gli scioperi? Perché sono i capi a chiederlo, per dimostrare ai superiori che lo sciopero è fallito».
    Per fortuna Antonio è un ottimo cuoco, sa come si fa la spesa e come si monta a neve il bianco dell'uovo per preparare piatti gustosi con pochi euro. Sa come fare quando uno dei figli gli chiede di festeggiare san Giovanni in pizzeria con gli amici: invita tutti a casa e si inventa qualcosa. Non vuole farsi umiliare, Antonio. Sente gli operai polacchi o serbi suoi fratelli, vede l'attacco alla Costituzione. Oggi andrà a votare a denti stretti. «Le imposizioni di regime non possono essere subite a lungo, prima o poi la rabbia di tanti, anche di chi vota sì, scoppierà. Lo dovrebbe sapere anche Marchionne».

     

 

 

I cancelli costituzionali

di Loris Campetti

su il manifesto del 22/06/2010

 

Chissà se questa notte festeggerà la vittoria, Sergio Marchionne. Chissà se gli basterà il 70, o l'80 o se pretenderà il 90 per cento di sì per dire che la Panda si può fare a Pomigliano. Chissà se è vero che la Fiat vuole costruire automobili in quest'angolo reietto d'Italia, patria di ogni male, o se è solo alla ricerca di un capro espiatorio per dire: non possumus, noi avremmo voluto fare questo regalo al paese che da oltre un secolo ci dà da mangiare, ci sostiene e ci finanzia, ma ci sono quei residui novecenteschi della Fiom che si aggrappano al contratto, alla Costituzione e persino alla Carta di Nizza per mettere i bastoni tra le ruote del progresso. Dunque siamo costretti a far lavorare i polacchi, o i serbi, o chissachì perché tutti, tranne gli operai di Pomigliano, sono pronti a concedere più di quel che chiediamo. Se neanche Bersani, Scalfari e Epifani riescono a far firmare la Fiom in calce al fantastico testo che abbiamo scritto tra Torino e Detroit, vuol dire che non c'è niente da fare.
La Fiat ha scritto a tutti gli operai per convocarli al suo referendum. Prima li aveva chiamati con famiglie e fiaccole per far sfilare un popolo umiliato e senza alternative a Pomigliano. Come altri, chi servo chi umiliato, sfilarono trent'anni fa a Torino. A Romiti l'operazione riuscì meglio. I capi annotavano presenti e assenti, ma a Pomigliano erano di più i secondi. Hanno persino convocato in piazza novanta giovani già licenziati con la promessa di un futuro prospero. Hanno consegnato a casa di tutti i dipendenti un cd con la voce e la spiegazione del padrone, tutto per ottenere un plebiscito, sotto ricatto, o come si dice in una terra difficile come la Campania, sotto estorsione: se vuoi lavorare consegnami testa, braccia e diritti e io ti faccio il miracolo. San Gennaro scioglie il sangue, Marchionne scioglie diritti e democrazia.
Vuole l'umiliazione dell'«avversario», e con lui la vogliono il governo, la destra, un padronato come sempre pronto a saltare sul carro di chi sfonda la trincea nemica, per garantirsi gli stessi privilegi di Marchionne. Chi, dall'opposizione e dal fronte sindacale, dice che oggi bisogna scolare l'amaro calice ma sarà un'eccezione, o è una ruota di scorta Fiat o è meglio che cambi mestiere: nelle catene della Pomigliano di domani, in un futuro in cui il mercato dell'auto tornerà a implodere ci sarà tanto posto per i politici (disoccupati). Ieri a Pomigliano gli operai della Fiom dicevano che chi difende la Costituzione, ma solo fuori dai cancelli della fabbrica farà una brutta fine (anche meritata).
Marchionne pensa di poter vincere comunque. Con un plebiscito, una vittoria del terrore che sostituisce consenso e confronto. Con il licenziamento di tutti i dipendenti e la costituzione di una nuova società postdemocratica in cui assumere solo plebe. O addirittura annunciando che la Fiom ha deciso la chiusura di Pomigliano. Chi non capisce che l'attacco agli operai emette lo stesso fetore dell'attacco ai giudici e ai giornalisti ha già perso.

 

 

operai contro pdf


 

20 giugno

PRC/FERRERO
«Come in Cina» Operai sotto ricatto, «votate sì o chiudiamo»
«Marchionne mente sapendo di mentire, perchè in realtà lui vuole obbligare i lavoratori italiani a lavorare come quelli cinesi, allo stesso costo e alla stessa produttività. E per questo fa i ricatti di stile mafioso come ha fatto a Pomigliano». Così il segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero, ha commentato le parole dell'amministratore delegato della Fiat che ha attribuito alla conflittualità sindacale il potere di «ammazzare l'industria» manifatturiera in Italia. «L'alternativa - ha aggiunto Ferrero - non è tra chiudere le fabbriche o lavorare come bestie come vuole Marchionne. Ma politiche economiche che non favoriscano la speculazione finanziaria ma il mondo del lavoro».
E tuttavia l'allarme più grave arriva dal capogruppo del Prc al consiglio provinciale di Napoli, Tommaso Sodano: «Non possiamo tornare agli anni delle persecuzioni, perchè questo si sta facendo, con i capi reparto che chiamano i lavoratori a casa per farli andare a votare con la minaccia della chiusura dello stabilimento». Numerosi i lavoratori sottoposti a pressioni da parte dei capi reparto. Compreso un operaio ammalato «invitato a farsi accompagnare - se impossibilitato a recarsi da solo allo stabilimento - per votare sì al referendum».

 

di Antonio Di Stasi
ANALISI DEL PROTOCOLLO FIAT
Ritorno a «Tempi moderni» Corpo e anima dell'operaio in mano al padrone

Cogliere il senso dell'operazione, che la Fiat vuole imporre ai lavoratori di Pomigliano d'Arco con la richiesta ai sindacati di firmare un «inedito» contratto aziendale, significa rappresentarsi l'applicazione delle regole «sulla proprietà» alla «persona» del lavoratore, che diverrebbe un «oggetto» completamente subordinato a interessi e voleri dell'impresa; attraverso, innanzitutto, la negazione di una propria autonoma gestione del tempo fuori dal lavoro.
Il primo tratto della proposta di accordo sindacale consiste nella circostanza che i tempi di lavoro li si vorrebbero scanditi unilateralmente a prescindere dalle elementari esigenze di organizzazione di vita personale e familiare. La riduzione degli spazi di libertà, in particolare, avverrebbe attraverso la previsione della «turnazione articolata a 18 turni settimanali», il che significa che la conquista del sabato libero sarebbe di fatto persa e che diverrebbe precario anche il riposo domenicale pieno.
La storica conquista del lavoro su 5 giorni sembrerebbe compensata dall'affascinante possibilità di lavorare, a settimane alterne, su quattro giorni, così da poter disporre di week-end più lunghi. Senonché, solo per tre volte ogni due mesi i giorni di riposo aggiuntivi alla domenica potrebbero essere goduti di venerdì e sabato o di lunedì e martedì. Ma quel che rende completamente precario l'impianto, e fa presagire ben altre prospettive, tanto da determinare l'espropriazione al lavoratore anche della gestione del tempo liberato dal lavoro, è la possibilità per l'azienda di imporre il lavoro straordinario per 80 ore annue pro capite che, aggiunte alle 40 previste dal Contratto nazionale, portano a un monte di 120 ore. Considerato che esse sono «da effettuarsi a turni interi», risulterebbe di molto ridotta la possibilità di usufruire di 3 week-end ogni due mesi, potendo la Fiat chiedere ogni anno altri 15 giorni di lavoro a turno intero «senza preventivo accordo sindacale». Se a ciò si aggiunge la previsione sui «recuperi di produttività» esigibili anche «nei giorni di riposo individuale, in deroga a quanto previsto dal Contratto nazionale», si capisce il senso vero dell'operazione aziendale. L'introduzione dell'articolazione su 18 turni non comporterebbe, infine, solamente un massiccio svolgimento di prestazioni notturne, ma anche la deroga alla legge n. 66 del 2003.
A queste condizioni, che renderebbero la vita liberata (sempre meno) dal lavoro non programmabile da parte del lavoratore e della sua famiglia, va aggiunta l'ulteriore previsione di una riduzione della pausa. Con l'applicazione del sistema «Ergo VAS» il lavoratore subirebbe una decurtazione netta del tempo di pausa in quanto, anziché usufruire di due riposi da venti minuti, usufruirebbe di tre riposi da dieci minuti; il che, unito al vincolo della «fruizione collettiva», impedirebbe di fatto al lavoratore di allontanarsi dalla postazione e avere così la pur minima possibilità di rifocillarsi in locali diversi da quelli ove è posta la linea o postazione di lavoro.
Oltre alla precarizzazione del tempo di vita - nei desiderata Fiat - si avrebbe la precarizzazione della dignità lavorativa, sotto il profilo sancito dallo Statuto dei diritti dei lavoratori del mantenimento della professionalità acquisita, con ampliamento extra legem, della possibilità di modificarla in senso peggiorativo. L'operazione va sotto il nome di «rapporto diretti-indiretti» e prevede la riassegnazione della mansione a prescindere dalle professionalità maturate ex art. 4 comma 11 l. 223/91. Di più, non ritenendosi tale spazio discrezionale sufficiente, è anche prevista l'ulteriore incipiente possibilità di «successiva assegnazione ad altre postazioni di lavoro».
Vi è, infine, un'inquietante ultima parte, che svela come l'operazione predisposta dalla Fiat, non sia dettata da esigenze organizzative, ma miri a possedere oltre al «corpo» del lavoratore anche la sua «anima», aumentando la sua totale subordinazione ai voleri aziendali. Ci si riferisce, soprattutto, al pacchetto di sanzioni, disciplinari, economiche e normative contenute sotto la voce «clausole di responsabilità».
Il livello di attacco va in una triplice direzione: verso le organizzazioni sindacali, verso la Rsu e soprattutto verso i semplici lavoratori con l'esplicita finalità di blindare «l'esercizio dei poteri riconosciuti all'azienda dall'Accordo».
Si vorrebbe rendere il singolo lavoratore più debole esponendolo maggiormente dal punto di vista disciplinare e terrorizzandolo con l'ampliamento delle causali di licenziamento, oltre ad indebolirlo sul profilo della tutela sindacale (prevedendo tagli o azzeramenti ai diritti per l'esercizio dell'attività sindacale).
In particolare, contro i lavoratori si stabilirebbe la possibilità di introdurre ulteriori fattispecie sanzionabili disciplinarmente, prevedendo esplicitamente che la violazione delle regole introdotte con l'accordo, anche solo di una di esse, comporta il «licenziamento per mancanze».
Tale ultima parte, di cui risultano evidenti, anche a chi non è un esperto giurista i profili di nullità ed illegittimità, sotto un profilo più complessivo è di una gravità inaudita perché vuole legare, meglio sarebbe dire negare, ogni possibilità futura di intervenire su aspetti che incidono sulla vita e dignità dei lavoratori, sui tempi di lavoro come sulla professionalità, come su voci normative, economiche e retributive.
L'accordo spingerebbe, inoltre, in maniera fortissima verso la divisione dei lavoratori con negazione di qualsiasi spazio collettivo per modificare o migliorare le condizioni di lavoro e la individualizzazione spinta delle relazioni che renderebbe il lavoratore più debole e precario.
La gravità della richiesta fa il paio con la grossolanità delle ipotesi giuridiche prospettate in quanto semplifica questioni ineludibili, come quelle sull'efficacia del contratto aziendale verso tutti i lavoratori, anche dissenzienti rispetto a condizioni peggiorative; sul rapporto tra contratti collettivi di diverso livello, vieppiù se non sottoscritti da tutte le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto nazionale di lavoro; sulla possibilità dell'autonomia collettiva di introdurre deroghe in peius a diritti previsti dalle legge; sulla negazione di forme di opposizione o di lotta, sottintendendo pure la riduzione del diritto di sciopero, anche se indetto per modificare le condizioni contenute nell'accordo stesso.

Università di Ancona www.dirittisocialiecittadinanza.org

 

 

 

  •   di Fr. Pil. - POMIGLIANO D'ARCO
    VOCI DALLA MARCETTA
    La parata aziendale? Una messa in scena che non serve
    Dai dirigenti Fiom, a Ferrero (Prc): basta intimidazioni nei confronti dei lavoratori
    «La fiaccolata? È solo un'iniziativa dell'azienda e del sindaco di Pomigliano per tentare di ingraziarsi un po' di opinione pubblica». Il segretario provinciale della Fiom di Napoli, Andrea Amendola in queste ore corre da un'assemblea all'altra, per tentare di gestire questo pre-referendum. Il corteo dei colletti bianchi, come a gran parte dei lavoratori, gli sembra una trovata poco originale: «Siamo tornati agli anni '50 - dice con delusione - ma mi chiedo di cosa hanno paura? Il referendum passerà con il ricatto dei licenziamenti, l'accordo separato ce l'hanno in tasca? Questa messa in scena non serve a nessuno e non ha nulla a che vedere con la marcia dei 40 mila». Per l'organizzazione sindacale che ha rifiutato di sottoscrivere un accordo considerato incostituzionale, la manifestazione è stata una parata aziendale con poca o nessuna rappresentanza operaia. E ieri il segretario nazionale Landini ha ribadito che la fiaccolata è un'iniziativa di regime: «La struttura della Fiat - ha spiegato - ha contattato ogni singolo dipendente per "invitarlo" a essere presente alla marcia. Siamo di fronte a una manifestazione di regime che ci riporta agli anni più tragici e bui della storia del nostro Paese». E per la prima volta dopo giorni di passione anche il segretario della Cgil campana Michele Gravano - che ha sempre invitato gli iscritti a votare con coscienza - si trova d'accordo con la Fiom: «La scarsissima partecipazione dei lavoratori al corteo, aperto da rappresentanti delle istituzioni locali e provinciali, dimostrano che l'iniziativa è stata un errore e un flop allo stesso tempo». E sul clima intimidatorio che attraversa lo stabilimento «Gianbattista Vico» è intervenuto il consigliere provinciale del Prc, che a Pomigliano vive da anni: «Qualcuno - ha detto Tommaso Sodano - dovrebbe dire alla Fiat che se chiude qui dovrà restituire le centinaia di miliardi che ha avuto dallo Stato.
    Dobbiamo dire "sì" al lavoro ma "no" al ricatto: le due cose non possono stare insieme». Nel frattempo il segretario Paolo Ferrero se la prende con il Pd: «È un non partito, ha dentro 500 cose diverse ma, al di là di questo, continua a pensare che le politiche neoliberiste siano quelle giuste». Mente Antonio Di Pietro parla di referendum ricatto: «Per quanto riguarda i risultati - scrive sul suo blog - non è difficile immaginarli presenti 100%, votanti 99%, a favore 83,2% schede bianche o nulle 3,8%, contrari 13%. A questo punto, esclusi i contrari, che non potranno cavarsela così facilmente e verranno impiegati a fare sempre il turno di notte, l'accordo sarà approvato a larga maggioranza».
    Ma dalla fabbrica Mario Di Costanzo, operaio, spiega: «Vogliono che i lavoratori siano intimoriti, i capi hanno chiamato a casa e stanno facendo girare lettere e dvd per convincerci». Lunedì Dalle 11 alle 18 l'azienda ha messo su un «gruppo d'ascolto» per rispondere ai dubbi e alle domande e dalle 15 allo «sportello» si potrà trovare anche il direttore in persona, Sebastiano Garofalo.
  • di Giorgio Salvetti - MILANO
    ANTONIO PIZZINATO
    «Fiat vuole cancellare sessant'anni di storia e diritti dei lavoratori»
    «La vicenda di Pomigliano mette in discussione i diritti costituzionali, sessant'anni di storia delle relazioni sindacali in Italia e umilia le esigenze psicofisiche della persona che lavora». Antonio Pizzinato è stato segretario nazionale della Cgil fino al 1988. Dopo essere stato deputato del Pci e senatore del Pds ora è presidente dell'Anpi Lombardia. Ha letto con attenzione il diktat di Marchionne ed è rimasto esterrefatto. A suo giudizio è incomprensibile non solo da un punto di vista sindacale ma anche da un punto di vista aziendale.
    Che cosa ti ha colpito?
    L'atteggiamento della Fiat è incoerente: nel momento in cui sceglie di investire, rinnovare e riorganizzare un'azienda non cerca un'ipotesi di intesa, collaborazione e partecipazione con i lavoratori, ma impone un'ipotesi che non è figlia di un confronto e che fa piazza pulita dei diritti e del contratto nazionale. E' una scelta in contrasto con ciò che sta avvenendo in tutto il mondo. Ormai anche in Cina si tratta con i lavoratori. Lo scorso anno gli operai cinesi hanno protestato per avere le 40 ore e il presidente cinese gli ha dovuto dare ragione. Questo è l'unico modo per aumentare la produttività. Non si può innovare in nessun senso se non si tiene in considerazione la componente umana nel processo produttivo. Questo accordo, invece, prescinde dalle esigenze del lavoratore e dunque è astratto dalla realtà concreta del lavoro. E' fuori dal mondo.
    Spostare le pause e l'orario della mensa a fine turno è così grave?
    Non si può considerare chi lavora in catena come chi lavora dietro una scrivania. La modalità della produzione fordista, anche considerate tutte le possibili innovazioni, ha dei limiti fisici oggettivi. La lotta per la pausa pranzo si faceva nel 1943. Mi ricordo che la questione delle pause fu determinante nel mio primo negoziato alla Borletti, una fabbriche di macchine da cucire di cui anche Fiat era proprietaria. Erano gli anni Cinquanta. Gli imprenditori di allora non erano buoni ma conoscevano e tenevano conto della realtà del lavoro in catena. Per questo trattavano con sindacati e lavoratori. Anche informalmente. Era loro interesse. A Pomigliano, invece, Fiat annulla i risultati di ogni precedente accordo per i nuovi assunti. Quei diritti non saranno di tutti i lavoratori, ma solo dei più anziani, come fossero «privilegi» personali. Ma insomma, questa fu una delle questioni alla base dell'autunno caldo...
    Se è vero che non si può fare un'azienda senza considerare la realtà del lavoratore, perché imporre un «accordo» che in questo senso sarebbe addirittura masochista?
    Proprio perché prescinde dalla realtà effettiva del lavoro in fabbrica, ho il sospetto che abbia altre finalità. Si mira a risultati politici. Si vogliono scardinare diritti costituzionali e contrattuali ottenuti in anni di relazioni sociali e sindacali. Non è un caso che alcuni punti dell'accordo di Pomigliano coincidano con alcuni emendamenti al decreto sul lavoro che Napolitano si è rifiutato di firmare rimandandolo in Parlamento. Altro che fatto eccezionale: a Pomigliano si tenta di inaugurare una «nuova» stagione nei rapporti sociali che è paragonabile solo con la politica della Fiat dei primi anni Ottanta. Si tratta di un grosso passo indietro.
    E allora perché anche a sinistra e nella Cgil c'è chi spinge perché i lavoratori accettino il ricatto di Marchionne?
    Non mi occupo di relazioni sindacali dal 1991. Ma ho la sensazione che sia gli imprenditori, sia le forze politiche e sociali che dovrebbero rappresentare il lavoro non ne conoscano più la realtà oggettiva. C'è stata una grande frantumazione: nello stesso posto di lavoro ci sono dipendenti di tante aziende diverse, ognuno con padroni e vertenze diverse. In realtà ci vorrebbe un una situazione omogenea per tutti quelli che lavorano nello stesso posto. Questa disgregazione non è frutto dei nuovi modelli produttivi ma di «nuove» regole e norme ben precise che hanno cambiato profondamente i luoghi di lavoro. Il risultato è che i lavoratori vivono una condizione fisica, psicologica e anche di relazioni personali sempre più difficile. E non solo nelle fabbriche. Così si innescano guerre tra poveri, disillusione, rassegnazione. E in queste condizioni anche le mobilitazioni sono molto più difficili da realizzare.
    Se questa è la realtà, anche un pessimo accordo appare meglio di nulla. E allora che altro può fare un sindacato, o un partito?
    Piuttosto che affrontare la situazione si tende a non volerla vedere. Ci si siede sullo status quo e si finisce per assecondarlo per timore di non essere sostenuti dagli stessi lavoratori di cui non si conosce più la condizione vera. Ma così si producono e si riproducono le ragioni sociali che fanno mancare questo sostegno. E' solo su questa base che si può accettare il ricatto: meglio un brutto accordo che nessun accordo. E' la fine delle trattative sindacali, almeno per come le ricordo io. Tutto questo è un male per i lavoratori, per i sindacati ma anche per gli imprenditori. Invito tutti, Marchionne per primo, a rivedere la questione di Pomigliano e a modificare atteggiamento. Al di là del risultato del referedum.
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  • di Loris Campetti
    IL MONDO DEI VINTI IN CAMMINO
    La storia non si ripete mai due volte allo stesso modo, l'abbiamo imparato dai classici: se la prima è tragedia, la seconda è farsa. Sono passati trent'anni dall'autunno dell'80, quando le truppe cammellate della Fiat marciarono a Torino contro la lotta dei 35 giorni di Mirafiori. Dirigenti, quadri, capetti, impiegati, crumiri convocati telefonicamente dai superiori dettero una spallata all'ultima resistenza operaia, aprendo la strada alla restaurazione, alla Fiat e in tutte le fabbriche italiane. La ricreazione era finita, l'ordine padronale ristabilito. Marciavano con pettorine e striscioni che indicavano reparti e uffici d'appartenenza, si facevano fotografare mentre i capetti annotavano il loro nome nell'elenco dei buoni. Gridavano «vogliamo lavorare». In 23 mila vennero buttati fuori dal lavoro, dieci anni dopo anche gli impiegati e i capetti che si erano distinti nell'organizzazione della marcia furono scaricati dalla Fiat di Agnelli e Romiti, piansero lacrime amare, giurarono d'essersi pentiti.
    Ieri la Fiat di Elkann e Marchionne ci ha riprovato, per farla finita - con una prepotenza che si aggiunge al ricatto - con qualsivoglia forma di contrattazione, confronto, conflitto, scioperi. Le truppe cammellate di Pomigliano hanno marciato sui diritti dei lavoratori, e non sorprenda che a calpestarli ci fosse anche qualche operaio confuso tra i suoi aguzzini e tra gli sherpa traghettati in piazza dal partito di Berlusconi: non è proprio alla guerra tra i poveri che puntano padroni e governo, nel silenzio assordante dell'opposizione, balbettante quando non addirittura servile nella sua componente maggioritaria?
    I maratoneti di Pomigliano non erano 40 mila. Dallo stabilimento sono partiti in meno di mille, capi, impiegati, qualche operaio, troppo pochi per salvare i capetti, che pure si son dati da fare, dagli strali del Lingotto. Il corteo si è un po' rimpolpato marciando verso una città espugnata da Berlusconi. Tra Arcore e Torino è scoppiato l'amore, dopo anni di reciproco disprezzo. Cosa li unisce? La vendetta di classe, il livore antioperaio li fa marciare insieme. Hanno preso a mezzo servizio un pezzo di popolo umiliato e qualche sindacato. Complimenti Marchionne, che vittoria. Peccato per la pioggia che ha spento le fiaccole della Fiat.
 

 

  di Francesca Pilla - POMIGLIANO D'ARCO
DIRITTI AL MERCATO
Fiaccole Fiat poche e bagnate
Un corteo a ranghi ridotti non rinnova il miracolo dei 40 mila dell'autunno '80. Al completo solo capi e impiegati che non sono riusciti a precettare che pochi operai. Osanna per Marchionne e parole d'ordine vecchie di trent'anni. Delusi i berlusconiani
All'ingresso numero due dello stabilimento Gianbattista Vico, ai circa 200 colletti bianchi manca solo il sound system e la musica di Rino Gaetano (già usata da una nota pubblicità) per mandare in mondovisione lo spot che con la nuova Panda a Pomigliano il «cielo è sempre più blu». Così si accontentano di striscioni celesti costellati da tante nuvolette bianche per diffondere messaggi che più chiari proprio non si può: «Si all'accordo», «sì a una fabbrica più competitiva», «sì a diventare uno stabilimento modello per tutto il mondo», «sì alla futura Panda made in Pomigliano».
Ingegneri, capireparto, impiegati, amministrativi giungono con il contagocce, ma alla fine dopo diversi ritardi si arriva sotto i mille. Non tanti, visto l'impegno profuso dai vertici aziendali, riunioni strategiche, sms, telefonate, precettazioni per organizzare la fiaccolata dei «volenterosi», contro i «castristi» del no, ci si sarebbe attesi un po' più di entusiasmo, per non dire partecipazione. Senza contare che a sostenere l'evento sono state schierate anche le truppe dei Cosentino boys, incoraggiate dall'instancabile neoeletto sindaco Lello Russo che per tutta la mattinata ha invaso la cittadina vesuviana con manifesti (pagati dai contribuenti) e gazebo per raccogliere le firme a sostegno all'accordo. Firme con poco valore giuridico, ma alla fine presentano fieri un conto di 800 sottoscrizioni (solo in fabbrica gli operai sono 5mila, e probabilmente non hanno firmato nemmeno i parenti).
Ma davanti alla fabbrica sono abbastanza soddisfatti dei convenuti all'happening, nessuno si aspettava le masse operaie, solo quelli che sono qui, politici di destra, sindacalisti, e ovviamente i colletti bianchi con le loro pettorine grigie e rosse e il reparto di appartenenza, handling, laminatura, montaggio. L'ordine è di non sventolare bandiere, «il corteo deve essere operaio», niente simboli sindacali, (un gruppo della Cisl arrotola i drappi intorno al collo), nessun segno di riconoscimento. Così, quando arriva il presidente della provincia Bruno Cesaro e il primo cittadino accompagnati da giovani supporter (quelli del meno male che Silvio c'è) sono costretti ad arrotolare tutto e farlo sparire.
Antonino è un caporeparto della logistica ha 43 anni e da 21 lavora in Fiat, lui la sua idea se l'è fatta: «Non è vero che stiamo perdendo diritti costituzionali, gli unici che perdono potere sono quelli della Fiom. Questo tipo di accordo è inevitabile in un mondo globalizzato. Da un anno e mezzo lavoriamo a singhiozzo e vogliamo continuare a produrre». La Fiom per ovvie ragioni è assente, ci sono però quelli di Fim, Uilm e Fismic che tutte le «forzature» (come le avevano definite nei giorni scorsi) dell'accordo le hanno messe da parte. Gerardo è un Rsu Fim atipico: «Sono comunista e non partecipo a questa roba, sono qui da osservatore. La politica, se vuole essere seria dica che questo è un corteo per il lavoro, a noi non resta che buttare giù Berlusconi e mettere fine accordi separati». Un po' più avanti c'è Marianna, ingegnere, 30 anni pronta ad andare nei reparti come capo: «Sono felice di lavorare sabato e domenica, anche di notte se necessario». Nemmeno termina la frase che su viale Impero compare un gruppo di iscritti allo Slai Cobas: «Servi dei servi, No al piano Fiat».
«Andate a lavorare» è la risposta indispettita del corteo che coglie l'occasione per intonare una canzone: «Chi non lavora non fa l'amore, questo mi ha detto ieri Marchionne». Alla fine però, a passarlo al setaccio, il serpentone che si dirige nel centro cittadino con le candele accese, un operaio si riesce a trovarlo. Vincenzo 30 anni da 4 all'Alfa, ad agosto ha rimandato il matrimonio, è già stato interinale a Melfi: «Vanno bene i 18 turni - spiega avvilito - basta che si lavori, siamo con l'acqua alla gola, ho paura di restare disoccupato e se devo fare come gli operai polacchi lo faccio». Dietro a uno striscione ci sono i precari, molti licenziati a dicembre, la loro presenza era prevista, un uomo li guarda con un sorriso amaro: «Tra poco lo diventeremo tutti. Prima li mandano per strada a poi li portano al corteo». Parte un nuovo coro, a dire il vero con poca fantasia perché rivendicazioni non ce ne sono e sembra quasi una litania instancabile: «Vogliamo la nuova Panda - urlano - vogliamo lavorare, Marchionne, Marchionne». Una ragazza minuta si avvicina, ma preferisce non presentarsi: «Ho sentito che siete del manifesto, vi dico io la verità questa roba è tutta organizzata, nessuno è venuto spontaneamente, a Torino non vogliono vincere, ma stravincere per non avere nessun problema dopo». Saluta e si allontana dalle fila dei colleghi che nel frattempo sono arrivati in centro. Nemmeno cinque minuti e a Pomigliano inizia a piovere, scoppia un temporale, le fiaccole si spengono, la folla si disperde.


 

Pomigliano

 
La FIAT vende le automobili a un prezzo di produzione medio stabilito nel mondo e le fabbrica a un prezzo di costo che è specifico in ogni suo stabilimento. Da questa differenza dipende il suo profitto. Il prezzo di costo è determinato in ultima analisi da due soli fattori: dall'investimento (impianti, materie prime, tecnologia, organizzazione) e da quello della forza-lavoro. Entro il prezzo di costo il salario si può muovere ampliando o restringendo il profitto, e non esiste una legge economica che stabilisca l'ampiezza dell'oscillazione (saggio di sfruttamento): essa dipende unicamente dai rapporti di forza fra operai e capitalisti. In nessun caso il salario incide sul prezzo di produzione, possono esservi indifferentemente prezzi bassi con salari alti o viceversa. In un mondo globalizzato, in cui le condizioni di vita tendono al livellamento, i rapporti di forza fra le classi diventano decisivi per la localizzazione dell'industria, e in base a ciò i capitali si muovono determinando in quale paese gli operai saranno supersfruttati e in quali altri saranno disoccupati. La morale della favola è che ai capitalisti conviene un sacco globalizzare la produzione e localizzare le condizioni operaie. In questa situazione di indotta quanto spietata concorrenza fra proletari, la schiavizzazione diventa quasi automatica; rivendicare la localizzazione dell'industria ad ogni costo significa accettare buoni buoni quel che sta succedendo a Pomigliano, apripista di quanto andrà a succedere in tutte le altre industrie in Italia e altrove. Solo globalizzandosi alla pari dell'industria il proletariato potrebbe spezzare questa alternativa del diavolo. Ma sembra che nessuno osi più parlare di internazionalismo proletario e quindi è ovvio che la religione del lavoro nazionale produca a cottimo i suoi pretonzoli. All'oggettivo servizio dei Marchionne di turno.

(n+1)


A Pomigliano comincia l'epoca dopo Cristo

di EUGENIO SCALFARI- repubblica

Tra le tante dichiarazioni fatte da Marchionne in questi giorni ce n'è una che è d'una chiarezza disarmante ed anche sconcertante: "Io vivo nell'epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa".
Il dopo Cristo per l'amministratore delegato della Fiat comincia evidentemente con la globalizzazione della finanza, delle merci e del lavoro. È un'epoca che ha accentuato e radicalizzato la legge dei vasi comunicanti.
Le grandezze economiche, come ovviamente per i liquidi, tendono a raggiungere lo stesso livello. Si livellano i rendimenti del capitale, i rapporti tra benessere e povertà, la produttività del lavoro e, naturalmente i salari.
I salari dei Paesi emergenti sono ancora molto bassi; dovranno gradualmente aumentare ma lo faranno lentamente. I livelli dei salari nei paesi opulenti e di antica civiltà industriale sono molto alti, ma tenderanno a diminuire e questo fenomeno avverrà invece con notevole rapidità per consentire alle imprese manifatturiere di vendere le loro merci sui mercati mondiali a prezzi competitivi.

In questo schema già operante va collocata la vicenda di Pomigliano. Se la Fiat trasferisce la produzione di uno dei suo modelli da una fabbrica dove i salari e le condizioni del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica dove sono invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà.

Questo è  il dopo Cristo di Marchionne; non si tratta di ricatto ma di dati di fatto e con i dati di fatto è inutile polemizzare. I sindacati che hanno firmato l'accordo proposto dalla Fiat ritengono che si tratti d'un evento eccezionale e non più ripetibile. La stessa posizione l'hanno fatta propria molte delle parti interessate alla vicenda di Pomigliano, compresa una parte dell'opposizione parlamentare: passi per Pomigliano purché non si ripeta.

Errore. La legge dei vasi comunicanti ha carattere generale e quindi il livellamento salariale e delle condizioni di lavoro si ripeterà. Molte imprese in difficoltà, specialmente nel Nordest, nelle Marche, in Puglia e in tutto il Mezzogiorno, metteranno i loro dipendenti di fronte allo stesso dilemma che riguarda per ora i 5000 dipendenti Fiat di Pomigliano. Dichiareranno che in caso di risposta negativa saranno costrette a de-localizzare la produzione in siti più convenienti. Pomigliano cioè è l'apripista d'un movimento generale e non sarà né la Fiom né Bonanni che potrà fermarlo.

Chi pensa di fermare l'alta marea costruendo un muro che blocchi l'oceano non ha capito niente di quanto sta avvenendo nel mondo. Nello stesso modo non ha capito niente chi ritiene di bloccare la massa di migranti che abbandona i luoghi della povertà e preme per fare ingresso nei luoghi dell'opulenza. Quel tipo di muri può reggere qualche mese o qualche anno ma poi si sbriciolerà e il livellamento procederà.
Allora non si può far niente? Bisogna rassegnarsi al livellamento verso il basso del benessere delle zone ricche del mondo?

* * *

Qualche cosa si può e si deve fare. Ma occorre molta lucidità e molto coraggio. I Paesi opulenti, al loro interno, non sono affatto livellati per quanto riguarda la diffusione del benessere. Ci sono, nelle zone ricche del mondo, sacche di povertà impressionanti e diseguaglianze mai verificatesi prima con questa intensità. Voglio dire che la legge dei vasi comunicanti deve entrare in funzione dovunque e spetta alla politica rimuovere gli impedimenti che la bloccano. Perciò i sindacati e le forze di opposizione debbono spostare l'obiettivo. Le categorie svantaggiate e costrette a rinunciare ad una parte delle conquiste raggiunte nell'epoca "prima di Cristo" debbono recuperarle su altri piani e in altre forme nell'epoca del "dopo Cristo". Debbono cioè impostare un piano globale di redistribuzione del reddito da chi più ha a chi meno ha.

Lo spostamento può avvenire in vari modi, manovrando soprattutto il fisco (ma non soltanto); sgravando il peso fiscale sui redditi di lavoro dipendente e sulle famiglie e finanziando la redistribuzione con maggior carico tributario sulle rendite, sui patrimoni e sui consumi opulenti.
Un piano di questo genere non può essere considerato un progetto dettato dall'emergenza poiché non di emergenza si tratta, bensì di un movimento, appunto, epocale. E per gestire un progetto del genere è necessario ripristinare quel metodo della concertazione tra le parti sociali e il governo che diede ottimi frutti tra il 1993 e il 2007, consentendo di abbattere l'inflazione, far scendere i rendimenti dei titoli pubblici e il disavanzo delle partite correnti.
Ci vuole insomma una politica a lungo raggio che rafforzi la coesione sociale, diminuisca le diseguaglianze, renda sopportabile il livellamento delle condizioni di lavoro compensando quei sacrifici con agevolazioni massicce anche in tema di servizi pubblici efficienti e gratuiti, finanziati da chi possiede mezzi in abbondanza.
Questa è a nostro avviso la linea da seguire, "buscando el levante por el ponente", cioè mettendo a carico della società opulenta una parte dei sacrifici che la guerra tra poveri scarica sui deboli di casa nostra.

* * *

C'è un filo diretto che lega queste riflessioni suscitate da quanto sta accadendo a Pomigliano con la politica deflazionistica imboccata dall'Eurozona sotto la guida della Germania. Questa politica, sulla quale ci siamo intrattenuti varie volte, arriverà domani all'esame del G8 e del G20 appositamente convocati. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha lanciato un messaggio ai capi di Stato dell'Eurozona affinché affianchino alla manovra di stabilizzazione dei rispettivi debiti una politica che sostenga i redditi e la crescita. Un secondo l'ha lanciato alla Cina affinché proceda ad una rivalutazione della propria moneta rispetto al dollaro per accrescere le importazioni e per tale via sostenga la domanda globale.

La Cina ha già risposto positivamente; l'Europa e la Germania finora sembrano voler persistere nella politica di deflazione. Questa posizione è semplicemente insensata.
Dal canto suo il segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, ha posto ieri ai paesi dell'Eurozona le seguenti domande: "Il mondo intero è destinato a sprofondare a causa dei problemi dell'Eurozona in una recessione che rischia di essere recidiva? Può la ripresa dei mercati emergenti bilanciare i cali che si verificano altrove? Stiamo finalmente emergendo come i sopravvissuti a un uragano, per valutare l'entità del danno e i bisogni dei nostri vicini? Oppure ci troviamo piuttosto nell'occhio del ciclone?" (La Stampa del 19 scorso).
Non si può esser più chiari di così. E anche qui il tema si risolve attraverso un grande programma di redistribuzione delle risorse tra paesi e tra classi all'interno dei paesi. Non c'è altro mezzo per equilibrare libertà ed eguaglianza, la necessaria crudeltà della libera concorrenza e la coesione sociale che si proponga il bene comune.

* * *

Su questi argomenti di capitale importanza il governo italiano tace, la sua afasia è totale. Tiene invece banco la modifica costituzionale dell'articolo 41 della nostra Costituzione.
Quell'articolo, che fu voluto da Luigi Einaudi e da Taviani, proclama la piena libertà di impresa purché non crei danni sociali. Questa dizione non piace a Berlusconi e a Tremonti. Di qui la proposta di modificarla sostituendola con la libertà totale, anche nel settore delle costruzioni e dell'urbanistica, in modo che si aggiungerà scempio a scempio nel paese dell'abusivismo di massa.
Snellire le procedure burocratiche è un obiettivo sacrosanto, più volte preannunciato e finora mai attuato. Si può e si deve fare con provvedimenti di ordinaria amministrazione. Mettere in Costituzione l'abolizione di ogni regola rinviando i controlli ad una fase successiva è semplicemente una bestemmia costituzionale che svela l'intento di stravolgere l'architettura democratica del patto sociale.

Eguale chiacchiericcio del tutto inutile lo ritroviamo nella proposta italiana all'Unione europea di valutare i debiti pubblici aggiungendo ad essi la consistenza dei debiti privati. La Commissione di Bruxelles ha accolto la proposta: non costa nulla e il nostro governo l'ha sbandierata come un grande successo. Nessuno ha fatto osservare che il debito pubblico è la sola grandezza che determina il fabbisogno, gli oneri da pagare e il disavanzo che ne risulta.
Siamo ancora tutti nell'occhio del ciclone e il nostro governo inganna il tempo con annunci inutili che servono soltanto a gettar fumo negli occhi degli sprovveduti.

 


 

Pomigliano, ora il Lingotto
pensa ad un piano C

Marchionne pensa di chiudere e ripartire con una nuova società. La newco rileverebbe lo stabilimento e riassumerebbe i 5mila operai ma con il contratto aziendale che ricalca la proposta della Fiat di ROBERTO MANIA

repubblica
 Pomigliano, ora il Lingotto pensa ad un piano C
ROMA - Chiudere Pomigliano per rifondare Pomigliano. Perché c'è un "piano C" che sta prendendo corpo nel quartier generale della Fiat. È un'opzione che supererebbe tutte le sacche di resistenza della Fiom e dei Cobas destinate a riapparire comunque, sotto forma di una persistente microconflittualità, al di là delle dimensioni del sì al referendum di domani. Sarebbe lo strappo definitivo di Sergio Marchionne con l'attuale sistema di relazioni industriali.

Nelle sue linee generali il progetto è già stato buttato giù dai tecnici del Lingotto ed è molto semplice: costituire una nuova società, una newco, sempre controllata da Torino, alla quale sarà la Fiat a conferire le attività produttive di Pomigliano, cioè la fabbricazione della Panda. La Nuova Pomigliano, a quel punto, riassumerebbe, uno per uno, gli oltre cinquemila lavoratori con un nuovo contratto, quello scritto con l'ultimo accordo separato, con i turni di notte, di sabato e domenica; con meno pause, più straordinari e assenteismo ricondotto a livelli fisiologici. Ritmi da ciclo continuo. Ma soprattutto la certezza del rispetto delle nuove regole aziendali. Niente più contratto nazionale, niente più iscrizione della Nuova Pomigliano alla Confindustria. Niente più sindacato, forse. Il prato verde per ricominciare. È lo schema già adottato, per altre ragioni, con l'Alitalia: la bad company e la good company. Una cesura

con il passato.

La decisione, come sempre, spetterà a Sergio Marchionne. Di certo è stato l'amministratore delegato italo-canadese a voler scommettere sullo stabilimento campano, anche contro il parere di altri manager della prima linea, come - pare - il tedesco, nato in Brasile, Stefan Ketter, responsabile della produzione, e uno dei componenti del Group executive council (Gec), il più importante organismo esecutivo del gruppo Fiat. Marchionne ha scelto di investire 700 milioni di euro nella vecchia fabbrica nata Alfa Romeo e diventata Fiat. Ha deciso lui di spostare dalla Polonia (Tychy) al Giambattista Vico (così ha voluto ribattezzare lo stabilimento) la produzione della Nuova Panda: 280 mila auto l'anno contro le 35 mila di adesso. E di portare in Polonia la Lancia Ypsilon assemblata ora a Termini Imerese (oltre duemila addetti) che però chiuderà alla fine del 2011. Una strategia che teneva conto del rischio di abbandonare la Sicilia e contestualmente Pomigliano. Un rischio politico, pur essendo ormai la Fiat un'azienda globale, ma soprattutto un rischio sociale per i drammatici effetti che determinerebbe nel Sud.

Ma Sergio Marchionne non pensava di ritrovarsi davanti all'opposizione così radicale della Fiom. Quella che nemmeno la Cgil, con le sue aperture sul referendum, è riuscita a stemperare. Lo sfogo di qualche giorno fa del numero uno del Lingotto contro il sindacato esprimeva rabbia e anche amarezza. E ancora alla vigilia del voto in fabbrica Marchionne vuole la firma di tutti sul piano per rilanciare Pomigliano. Insomma, vuole la firma della Fiom. Perché non è affatto detto che gli basti un plebiscito al referendum. Addirittura un sì all'80% potrebbe non essere sufficiente poiché - è evidente - non ci sarà alcuna garanzia che Pomigliano funzioni "come un orologio svizzero" (Marchionne docet). Se la Fiom non sarà della partita (il referendum puntava a farla rientrare) e minaccia pure il ricorso alle vie giudiziarie, l'efficienza dello stabilimento sarà sempre in bilico. Così traballa lo stesso progetto industriale. Uno scenario cupo che ieri le preoccupazioni espresse dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, sul pericolo delocalizzazione, hanno confermato. Ecco perché è nato il "piano C", del quale i sindacati sono informalmente a conoscenza. Ecco perché si sta rimaterializzando pure "il piano B", ossia il mantenimento della produzione della Panda a Tychy, oppure il trasferimento della linea in Serbia. Il "piano B" era uno spauracchio, ora è tra le opzioni possibili. Esattamente come il "piano C" per fondare la Nuova Pomigliano.

( 21 giugno 2010 )


 

Pomigliano: smettere di inginocchiarci e cominciare a lottare!

La parita' dei padroni contro la nostra eguaglianza.

(20 Giugno 2010)

POMIGLIANO : L’ ARROGANZA, L’ INFAMIA, LA VERGOGNA.

Fiat di Pomigliano d’Arco (NA). Firmato l’accordo che segna lo spartiacque delle “nuove relazioni industriali”. D’ora in avanti ogni impresa potrà arrogarsi il diritto di ricattare i propri lavoratori (quelli rimasti): o accettate le mie piattaforme o chiudo.

Dopo aver ricevuto, da governi di ogni colore, sovvenzioni pubbliche a iosa, appoggi politici di ogni tipo, incentivi, ruffianismi sindacali di ogni provenienza, la Fiat mette una pietra tombale ai Contratti Collettivi di Lavoro ed al diritto di sciopero.

Più turni di lavoro, meno pause, più straordinari obbligatori, limitazione del diritto di sciopero e del pagamento della malattia. Un pacchetto da prendere tutto insieme o da lasciare.

Operai coinvolti: 5200 come dipendenti diretti, 10.000 dell’indotto.
Il tutto in nome della “competitività”, facendo arrivare dalla Polonia la Nuova Panda (250.000 auto annue da produrre, contro le attuali 45.000 di altre gamme).
Se vuoi lavorare devi essere un robot (vedi WCM, o “Nuova Metrica del lavoro”) e devi produrre “come un orologio svizzero”, secondo Sergio Marchionne, AD Fiat.

Per Governo ed Industriali, parola di Tremonti, “è finito il conflitto tra capitale e lavoro “.

Sarebbe invece il caso di dire che il capitale schiaccia sempre di più il lavoro; ma non pretendiamo che parlino tanto chiaro da Associazioni di Sfruttatori e da politici che sono da sempre sul loro libro paga.

Per i sindacati firmatari dell’ennesimo accordo infame ai danni dei lavoratori che dicono di rappresentare (CISL, UIL, UGL, FISMIC), si tratta di “un accordo sensato ed innovativo”. Parola di Raffaele Bonanni, segretario nazionale CISL. Ormai sono decenni che queste sigle sono le capofila della svendita premeditata di tutte le conquiste operaie di fine anni ’60-inizio anni ’70. Fosse dipeso da loro, e dagli accordi che ci hanno fatto ingoiare, l’ Italia non dovrebbe avere praticamente disoccupazione. Sono stati regalati infatti ai padroni salari, licenziamenti, straordinari, flessibilità selvaggia del lavoro, produttività…e chi più ne ha ne metta…In cambio di cosa? Di una massa crescente di disoccupati e precari, in ogni settore.

Ma anche i “sinistri” devono essere totalmente chiamati a rispondere del loro collaborazionismo. Altro che CGIL “sindacato d’opposizione” ! Opposizione a cosa? Epifani, dall’inizio di questa vicenda, ha detto chiaramente che prima di tutto vengono gli investimenti… mettendo così nei guai la FIOM, la quale, pur disposta ad ingoiare la cosiddetta “riorganizzazione del lavoro” (= + sfruttamento), dovrà ora prendere atto dell’esito scontato del referendum tra i lavoratori ricattati, e limitarsi a salvarsi l’anima con la mancata apposizione della firma all’accordo. La CGIL è ormai anch’essa un carrozzone parlamentare che non può difendere in nulla i lavoratori dal forsennato attacco padronale nella crisi.

I lavoratori possono risalire la china contando solo sulle proprie forze; collegandosi tra realtà di lotta, formando comitati di sciopero nelle aziende, coordinando iniziative comuni coi loro compagni di classe e d’impresa, in Europa e nel mondo. Nel caso della Fiat, coi lavoratori polacchi, innanzitutto. Nella lettera che riportiamo nel retro un gruppo di lavoratori della FIAT di Tichy denuncia l’opera di divisione e ricatto della FIAT sui lavoratori polacchi e italiani. E concludono:
“E’ chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente. Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere.”

L’unione e la lotta internazionale dei lavoratori è l’unica soluzione
per non farsi schiacciare dai padroni, dai politicanti borghesi di ogni colore, dai burocrati dei sindacati collaborazionisti e statali, per preparare il futuro della nostra classe.

Combat commissione lavoro


 

L'articolo 41 della Costituzione e dintorni

di Marco Dal Toso *

su redazione - essere comunisti-del 19/06/2010

 

Risale all’inizio del 1995 il progetto di revisione costituzionale(elaborato da Gianfranco Miglio e del “Gruppo di Milano” da lui diretto) proposto dalla Lega Nord (primo firmatario senatore Speroni) di modificare tutti gli articoli dal 41 al 47 della Costituzione repubblicana che si proponeva di eliminare ogni condizionamento a fini sociali dell’impresa e della proprietà, di cancellare la programmazione democratica dell’economia e i suoi istituti di direzione e controllo, di abolire il ruolo strategico dell’impresa pubblica e ogni ipotesi di sostituzione del monopolio privato, di delegittimare la cooperazione contraria a fini di speculazione privata, di togliere ogni vincolo alla proprietà terriera privata e limiti alla sua estensione e mirava, inoltre, a sostituire il valore del lavoro con il valore del mercato (art.1), subordinava, infine, i valori repubblicani di solidarietà politica,economica ai valori del federalismo fiscale (art. 2 della Costituzione).

Oggi, i rapporti di forza sociali e il balbettio dell’opposizione parlamentare consentono al Ministro dell’Economia in carica di proporre, in nome della libertà di impresa, la modifica dell’art. 41 della Costituzione repubblicana. Secondo il disegno di accompagnamento al progetto di revisione, si tratta di un aggiornamento per favorire lo sviluppo e un “baluardo contro la complicazione normativa. Basterebbe, forse, una legge ordinaria in tema di silenzio assenso e di autocertificazione.

Ma tant'è. Si vuole attaccare il cuore “catto-comunista” della carta costituzionale” L’iniziativa economica non puo’ svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (così recita il secondo comma dell’art.41). Ed è in nome di questo principio costituzionale(responsabilità sociale dell’impresa), che andrebbero contrastati sotto il profilo normativo(penso ,sul punto, al disegno di legge presentato dalla Fds al consiglio regionale piemontese) e senza accettazione di ricatti occupazional (come nel caso della Fiat di Pomigliano) tutti i progetti tendenti ad acconsentire una effettiva liberalizzazione delle delocalizzazioni produttive.

Secondo il Ministro dell’Economia i commi aggiuntivi così disporrebbero. ”La Repubblica promuove il valore della responsabilità personale in materia di attività economica non finanziaria”,con buona pace del ruolo pubblico in economia e infine,come colpo conclusivo auspicato da Confindustria, ”Gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali che riguardano le attività economiche e sociali si informano al controllo ex post”. Basta, quindi, con i controlli preventivi. Peccato che, ad esempio in tema di sicurezza sul lavoro,il numero dei morti sul lavoro rimanga una tragica costante del sistema italiano. Su questo, i comitati in difesa della costituzione attivi nel paese dovrebbero immediatamente prendere posizione.

La conclusione politica mi sembra questa; la crisi economica sitemica, la competizione globale, impongono ai rappresentanti politici degli interessi capitalistici di agire, anche sotto il profilo normativo e ordina mentale,nella direzione di scelte sempre piu’ liberiste. I sostenitori di politiche più temperate fanno fatica ad affermare la propria utilità. Vedremo l’atteggiamento delle opposizioni parlamentari che sembrano,invece, intenzionate a rilanciare il tema delle liberalizzazioni (Pd e Udc).

Nel frattempo, il ”modello Pomigliano” (lavoro sfruttato in cambio della rinuncia ai diritti acquisiti) potrebbe essere esportato altrove. Lavoratori italiani contro lavoratori polacchi (la competizione è fra chi produce meglio e di più). Da qui la necessità di rilanciare un progetto della sinistra anticapitalista, internazionalista che avanzi rivendicazione programmatiche comuni per tutti i lavoratori europei (contratto collettivo europeo di lavoro, tassazione di tutte le transazioni finanziarie,immediata modifica del trattato di Mastricht, rottura di ogni rapporto con i paradisi fiscali).

La difesa della costituzione passa, in primo luogo, dalla verific