Dalla culla alla tomba
LUIGI PINTOR –IL MANIFESTO 06/03/01

Siamo nati fascisti e moriremo berlusconiani? E' questo l'interrogativo ansioso e incredulo che Eugenio Scalfari, nel ciclopico articolo tradizionale della domenica, pone a se stesso e agli elettori italiani dalle colonne del giornale da lui fondato.
Un bel titolo e un interrogativo da brivido, come se un destino cinico e baro, una maledizione biblica, pendesse su questo nostro paese senza lasciargli scelta tra la padella e la brace. Unica consolazione, un altro titolo che mi è tornato in mente: non moriremo democristiani. Magra consolazione e neppure sicura, considerando che il senatore a vita Giulio Andreotti non ha perso la speranza.
Neanche Eugenio Scalfari ha perso la speranza, il suo è un interrogativo retorico che vuole esorcizzare il pericolo incombente ed essere smentito dal voto popolare. E a questo scopo tesse un alto e convinto elogio dei governi di centro-sinistra che hanno accresciuto il Pil del 2,9%, aumentato l'occupazione con certificazione dell'Istat, diminuito la pressione fiscale di un punto con ritmi franco-tedeschi.
Cosicché appare incomprensibile, purtroppo vero e tuttavia incredibile, che un italiano su due (o forse due su tre) volti le spalle al buon governo e si appresti a consegnare il comando a un personaggio spregiudicato come Berlusconi, che non distingue l'interesse privato dal bene pubblico, nonché a un altro personaggio pregiudicato come Fini, che ama il presidenzialismo sud-americano bananiero più di quello nord-americano californiano: a una destra insomma che ci battezzò quando nascemmo e ci seppellirà quando morremo.
Ora io vorrei, prima di morire, capire una cosa: perché un razionalista assoluto come Eugenio Scalfari trovi incomprensibile e incongruo, anziché logico e consequenziale, che una maggioranza di italiani voglia affidarsi a un imprenditore che ha un elenco di proprietà e un fardello di interessi così sintetizzato: televisioni, finanza, banche, produzione e distribuzione cinematografica, giornali, telecomunicazioni. Un primato da Guinness, a cui va aggiunta l'edilizia, che fa impallidire i titoli petroliferi della famiglia Bush.
Non è forse una figura modello, incarnazione ad un tempo dell'homo economicus e dell'homo faber, del profitto come motore immobile del progresso, della produzione senza lacci e lacciuoli, dello sviluppo incondizionato e senza tetti? E' un modello che elogiamo ogni giorno, di cui le borse registrano i trionfi con la sensibilità di un sismografo. E' il cavallo alato del capitale che libera il suo spirito animale. E' la somma degli interessi individuali che dà corpo e anima al bene comune. E' la cultura dominante. "Arricchitevi" e purché il gatto prenda i topi non importa di che colore sia.
Analogamente vorrei capire, prima di morire, un'altra cosa: che c'è di illogico nel fatto che un italiano su due (o due su tre) si fidi del presidenzialismo di un (post) fascista come Fini, il quale può vantare in materia una tradizione e perfino una primogenitura. Da quando Bettino Craxi ha conferito modernità a questa tradizione, senza prendere esempio né dal Cile né dalla Florida ma dalla storia patria, il principio autoritario di stabilità e efficenza ha sostituito con empito corale il principio democratico di rappresentanza: un coro maschio, dov'è musicalmente fatale che i toni baritonali e virili di destra sommergano le voci bianche e castrate di sinistra.
Diciamo pure che è aberrante ma non diciamo che è incredibile. Abbiamo lanciato messaggi chiarissimi, in questi anni, abbiamo demolito scientificamente l'età di mezzo, ossia la storia e l'esperienza che abbiamo vissuto tra la culla fascista e l'avello berlusconiano. Gli estremi si ricongiungono. Non è Erika l'unica pianticella che abbiamo fatto crescere con maestria pedagogica e cure amorose insieme al Pil come pensiero unico.
Eugenio Scalfari ci concede ancora due mesi per rimediare, è un combattente che non retrocede di un millimetro ed esorta quell'italiano su due (o quei due su tre) a ripensarci. In fondo si vota a ridosso del 25 aprile e del 1 maggio, giornate in cui non sapevamo che la patria era morta e che forse ci restituiranno fiducia. Ma perché la metà vincente degli italiani dovrebbe ravvedersi se si sente dire, dalla metà dell'altra metà, che dopo la festa dormiremo insieme e riscriveremo da capo a quattro mani la Costituzione italiana, la storia d'Italia e via col vento?