Crisi del sindacato-l.f.

contributo alla VI assemblea di ALP- 24 febbraio 2001

La crisi del sindacato deriva essenzialmente dalla nova fase della trasformazione del capitale segnata dalla rivoluzione informatica e dalla finanziarizzazione dell'economia.

L'idea fordista della crescita illimitata della produzione e dei consumi e andata in crisi, ed è stata soppiantata da una visione maggiormente comprensiva dei limiti materiali allo sviluppo quantitativo delle merci e quindi indirizzata verso la qualità e la riduzione dei costi della produzione.

Il risultato di tale visione è che la crescita della produzione non produce più crescita delle forza lavoro e miglioramento delle condizioni di lavoro.

C'è molto da indagare in questa trasformazione e spero che riusciremo a trovare il tempo necessario.

Quello che mi sembra centrale e non eludibile, se vogliamo dare ampio respiro alla nostra iniziativa, è l'avvio di una discussione vera su quale modello sindacale oggi può adattarsi meglio a questa situazione.

Crisi del modello confederale

Si tratta di una crisi non da perdita verticale del numero di iscritti ma di una perdita di presa nella società, di messa in discussione dei valori fondanti del sindacalismo confederale come l'unità, l'autonomia, la rappresentanza.

Le cause di questa crisi del sindacato confederale sono legate ad una carenza di analisi sulla nuova fase ed a una valutazione troppo riduttiva delle conseguenze delle trasformazioni in atto e delle possibilità che il movimento poteva esprimere.

In particolare si può dire che il gruppo dirigente sindacale confederale, giudicando in questa fase il conflitto come portatore di una quasi sicura sconfitta, non ha rischiato nulla e si è trincerato su una linea difensiva affidata unicamente sulle capacità tecniche del gruppo dirigente di trovare la mediazione più alta possibile.

E stata scelta una linea basata sulla moderazione salariale da scambiare con vantaggi sulla occupazione e sulla diffusione di servizi ai lavoratori, che teneva conto di un quadro politico in cui vi erano forti aspettative legate alla conquista del Governo nazionale da parte della sinistra.

Credo che molti sinceri sindacalisti confederale, abituati alle trattative ed alle mediazioni, all'inizio abbiano sinceramente creduto nella possibilità di una difesa reale dei lavoratori contando su un governo amico.

Oggi abbiamo molti elementi in più per valutare l'errore strategico di questa linea, di quanto coraggiosamente dicemmo quando nacque la nostra organizzazione.

La concertazione senza risultati concreti

Innanzi tutto occorre prendere atto del fallimento della concertazione sul piano pratico. Non si è registrata la difesa dei salari ma una loro riduzione, l'occupazione è in aumento soprattutto perché si sono introdotte forme di lavoro estremamente flessibili che producono molta precarietà e riduzione del reddito annuo. Tra i lavoratori sono aumentate le diseguaglianze specie tra nord e sud e tra lavoratori autoctoni e immigrati, nella società aumentano le differenze tra ricchi e poveri, la spesa per la protezione sociale resta bassa e quella pensionistica è sotto continuo attacco e in forte riduzione.

I risultati politici fallimentari della concertazione

Dobbiamo inoltre riflettere sugli aspetti politici delle crisi della concertazione e della strategia confederale. In moltissimi luoghi di lavoro si registra una forte perdita di capacità di fare e concludere positivamente la contrattazione integrativa. La divisione strategica del sindacato confederale apre le porte alla messa in discussione del contratto nazionale e della giusta causa nei licenziamenti.

La carenza di analisi o meglio la paura di scegliere strade più complicate è rischiose hanno prodotto:

1°) una sottovalutazione del ruolo del capitale finanziario nella struttura delle imprese e di conseguenza non hanno dato alle lotte dei lavoratori la giusta e necessaria dimensione alternativa e internazionale.

2°) la sopravvalutazione degli effetti benefici della trattativa centralizzata, hanno prodotto centralismo, autoritarismo e burocrazia, e infine una separazione dalla base che si registra ormai chiaramente nei pronunciamenti dei lavoratori maggiormente organizzati.

3°) la perdita di autonomia rispetto al quadro politico indotta dall'illusione della mediazione governativa, ha innescato un profondo processo di divisione dei lavori e dell'unità sindacale.

La sinistra sindacale

In questo quadro occorre prestare molta attenzione a quei lavoratori che si sono organizzati come sinistra sindacale soprattutto in CGIL e che riconoscono il fallimento strategico della concertazione.

Si tratta di un gruppo numeroso e organizzato che possiede molte energie e conoscenze per continuare e rilanciare un processo ampio di fondazione del sindacalismo di base.

I tempi di maturazione della necessità di una politica sindacale alternativa purtroppo non sono uguali, se molti gruppi di lavoratori hanno preso coscienza di una necessaria alternativa partendo dalle esperienze dirette nelle lotte di categoria o su specifici temi intercategoriali come la contingenza e le pensioni, e comprensibile che altri abbiano cercato percorsi molto più strutturati e comprensivi anche di aspetti politici generali.

Per questi lavoratori della sinistra sindacale i prossimi mesi saranno decisivi per capire la loro definitiva collocazione, è probabile che la prevedibile sconfitta dell'Ulivo alle prossime elezioni politiche apra una crisi dentro i DS e la CGIL tale da offrire un terreno aperto a scelte strategiche differenti e collegabile ad una ancora timida ma significativa ripresa di lotte in campo nazionale ed internazionale. Mi sembra evidente che dovremmo lavorare perché a pronunciarsi siano i lavoratori e perché ci siano conseguenze coerenti da parte di questa area lavoratori sul piano sindacale.

In buona sintesi la crisi del sindacalismo confederale è matura. La necessità di dar vita ad un movimento sindacale anche parziale ma con una dimensione alternativa e globale, organizzato in modo reticolare, è presente e attuabile. Per i lavoratori della sinistra sindacale la lotta al burocratismo, alla centralizzazione delle decisioni, saranno essenziali per comprendere la improbabile riformabilità di strutture che hanno sviluppato un apparato burocratico potente che le porta ancora di più verso modelli autoritari ed inefficaci.

Il sindacalismo di base

Il problema di che modello di sindacato occorra per i militanti del sindacato di base è un problema grosso nonostante vi sia in comune una precisa sensazione su quello che non si vuole, cioè un sindacato autoritario e burocratico come quello confederale. Le difficoltà derivano dalla provenienza dei vari compagni, dalle esperienze di lotta condotte, e anche dalle caratteristiche personali dei militanti certamenti più sensibili e più liberi ma anche meno portati alla vita organizzativa.

Una difficoltà che si è verificata soprattutto nel mancato successo della diffusissima spinta della base alla riunificazione delle esperienze sindacali di base. Alcuni lodevoli tentativi di unificazione sono stati fatti e sono in atto, ma le divisioni sono ancora troppe. A mio parere, sulla soluzione di questo problema unitario, agisce in modo notevole la differenza di peso tra la complessità dei compiti che bisogna affrontare dati i processi di trasformazione degli apparati produttivi citati in precedenza e le singole forze sindacali organizzate.

Mi sembra che alla base dei nostri comportamenti persista in modo superiore al dovuto, un atteggiamento del tipo "piccolo è bello perché mi sento più libero di coltivare e praticare le mie convinzioni sul sindacato" che dobbiamo superare facendo continuamente ricorso al lavoro di inchiesta e di ricerca.

L'esperienza acquisita legata all'affiliazione alla CUB ci conferma che il problema non è sempre il modello di sindacato ma il nostro trovare le risorse e sapersi muovere efficacemente su dei terreni più esterni al nostro agire sindacale quotidiano.

Le lotte presenti sul nostro territorio ci offrono importanti spunti di riflessione anche se non sufficienti per innovare e migliorare il nostro modo di agire. La Beloit ci insegna che l'organizzazione sindacale è un bene importante, Le lotte della Cascami e della Luzenac quanto importante è la solidarietà e l'unità del movimento. Dalle lotte della scuola apprendiamo che quando si praticano obiettivi sentiti e lotte unitarie si riesce a mettere in discussioni pezzi importanti di concertazione. Dalla SKF alle Poste poi apprendiamo quanto sia importante verificare gli accordi con i lavoratori, e quanto sia importante avere dei diritti sindacali.

Assieme a questi dati stimolanti registriamo anche la difficoltà di estendere le lotte, sia per le opposizioni che ci vengono dal padronato e dagli altri sindacati paurosi e gelosi del loro potere. Difficoltà che derivano anche da nostri limiti, provocati dalla delega presente in maniera ancora troppo alta, dal bisogno continuo di affermare la nostra identità sperando nell'azione della propaganda. Il nostro successo deriva essenzialmente dal successo delle nostre lotte.

Partiamo col piede giusto, poi ci manca la forza per continuare, una forza che dobbiamo trovare sentendo i lavoratori ed elaborando riflessioni che rendano il nostro percorso più convincente e le nostre lotte vincenti.

Per fare questo abbiamo bisogno di ottenere una crescita di elaborazione della nostra organizzazione consapevoli che oggi:

non abbiamo a disposizione un modello organizzativo valido e da estendere;

non abbiamo un modello non mercantile di società da proporre come valida alternativa al capitalismo;

non possiamo contare sulla militanza propria delle grandi organizzazioni di massa dei lavoratori sperimentate nel passato.

dobbiamo fare molta formazione

dobbiamo migliorare nel piccolo le nostre relazioni e i nostri strumenti di democrazia e partecipazione.

dobbiamo attrezzarci per affrontare la prevedibile nuova fase politica che prevedibilmente si aprirà con la crisi del sindacalismo confederale avendo cura di favorire una rete di movimenti capace di colpire unita, di creare spazi efficaci e liberi di confronto tra i vari movimenti.

dobbiamo costruire una piattaforma rivendicativa complessiva del movimento idonea ad affrontare questa fase.