Convegno 9 - 11 giugno 2011
CONVEGNO PRIMAVERE ARABE- il manifesto
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Le primavere arabe del 2011 sono state definite l’equivalente per l’Africa del nord e il Medio Oriente di ciò che fu la caduta del muro di Berlino per l’Europa nel 1989. Se questo paragone vale almeno un po’, la nuova dinamica cambia tutte le carte in tavola non solo per questi paesi, i loro regimi in crisi e le loro società, ma anche per l’intero Occidente.
È il motivo per cui sentiamo il bisogno di un colloquio in cui voci europee ed arabe (con una prevalenza di queste ultime per evitare ogni paternalismo) s’incontrino e interagiscono sui problemi irrisolti che i recenti movimenti hanno fatto emergere. 
Lo scopo del convegno è non di esprimere un (assai improbabile) consenso, ma di confrontare ipotesi alternative e perfino opposte. Perciò la ventina di relatori che partecipano all’incontro è stata invitata con il criterio della più ampia rappresentatività geografica e politica.

Il convegno si terrà a Roma a giugno, inizierà il pomeriggio di giovedì 9, proseguirà per tutto il venerdì 10, e si concluderà il sabato mattina, 11 giugno. Consisterà quindi di quattro sessioni, ciascuna di mezza giornata.
Ogni sessione sarà dedicata a uno dei quattro temi seguenti:
 
 
1) Il protagonismo delle donne, straordinario (e in parte inatteso). Di solito fede religiosa (schematizzata nel “velo”) e attivismo democratico sono considerati incompatibili. Invece a Piazza Tahir si sono viste manifestare insieme per la democrazia donne col hejjab e donne senza. È forse giunto il momento di correggere la visione semplicistica delle donne arabe?

2) Islam politico o politica nell’Islam? Secondo la vulgata occidentale, la stragrande maggioranza delle popolazioni arabe sarebbe integralista se non vi fossero regimi autoritari a mantenerle laiche: la corruzione e il dispotismo di questi regimi sarebbero solo il prezzo da pagare per il loro laicismo. Oggi questo paradigma sembra in crisi. Ma si può davvero parlare di fase “post-fondamentalista” come fanno molti in Tunisia ed Egitto? O l’integralismo gioca dietro le quinte e si prepara a riconquistare l’egemonia in una nuova versione? Il “modello turco” agisce per davvero o è solo un cavallo di Troia?

3) I giovani. Chi sono queste nuove generazioni arabe? Come si percepiscono e si configurano rispetto alla comunità globale creata dalle nuove tecnologie rispetto alla disoccupazione e all’assenza di prospettive? Quanto contano nello strutturarsi dell’opposizione giovanile le nuove tecnologie comunicative come Internet, e i social networks come Facebook o i servizi di microblogging come Twitter? Quanto ha pesato nella formazione della protesta giovanile una tv come Al Jazeera?

4) Modernizzazione capitalistica. Questi moti sembrano rivendicare una cittadinanza nel mondo globalizzato. Le primavere arabe possono forse essere lette come il tentativo di adeguare la rappresentazione politica alla struttura sociale e alla nuova realtà economica? Come interpretare la rivendicazione dei diritti che sembra essere comune ai diversi movimenti?
 
 
 
 
 
 
 
 

 

12 giugno

 

  • ARTICOLO di (s. li.)
    VIDEO I documentari di strada fatti dagli allievi della scuola del cinema di Tunisi proiettati al convegno
    La rivolta dei gelsomini in presa diretta

     

    Le immagini sono eccezionali e banali allo stesso tempo: scene di vita quotidiana ai tempi della rivoluzione. Una discussione sul rapporto tra laicità e religione. Un'intervista ad alcuni intellettuali che chiedono scusa per la loro passata connivenza con il regime del dittatore Ben Ali. Un dibattito molto acceso sulla necessità o meno di chiudere un bordello nella capitale.
    Proiettati per tutta la tre giorni, a inframmezzo degli interventi dei vari relatori che si sono alternati, i filmati degli studenti della scuola di cinema di Tunisi hanno costituito un po' la colonna visiva del convegno «La speranza scende in piazza. L'Europa e le primavere arabe», organizzato da questo giornale (insieme alla rivista Oil e a Sky) al Centro di Studi americani di Roma.
    Realizzati all'indomani della rivolta - principalmente quando la sollevazione scoppiata a Sidi Bouzid nel dicembre scorso ha raggiunto la capitale -, questi filmati sono uno scorcio di documentarismo in presa diretta fatto dagli stessi protagonisti degli eventi raccontati. Diretti e istigati dal celebre regista tunisino Nouri Bouzid, i ragazzi della scuola di cinema si sono lanciati in strada armati di telecamere. Hanno filmato. Documentato. Hanno raccolto voci e immagini. Poi hanno montato i loro filmati con altri spezzoni presi da internet, con riprese più brevi fatte con i telefonini, con scorci cannibalizzati da youtube.
    Il risultato non è univoco, ma proprio per questo molto rappresentativo di un movimento popolare composito. Così, si vede una manifestazione di piazza gigantesca e vicino alcuni che approfittano del caos per rubare bottiglie d'acqua. Così, si vedono donne che rivendicano il carattere laico dello stato tunisino (uno dei più avanzati tra i paesi arabi relativamente all'emancipazione femminile anche all'epoca di Ben Ali) e uomini che non sono poi così d'accordo con l'idea che i due sessi dovrebbero avere parità totale di diritti e di opportunità. Si vedono insomma i lati meno mediatizzati della rivolta tunisina, presentata come non monolitica, ma nella sua realtà di sollevazione eterogenea, di massa e niente affatto granitica nelle convinzioni.
    I vari video - selezionati da Bouzid e diffusi in Italia da Mohammed Challouf, instancabile ispiratore e collaboratore di vari festival di teatro e di cinema in giro per l'Italia - hanno suscitato grande interesse tra i partecipanti. Già proiettati al festival del cinema africano di Milano, saranno nuovamente mostrati in altre occasioni a Lecce e all'università Ca' Foscari di Venezia. «Molti durante il convegno mi hanno chiesto dove potevano reperire questi video», racconta Challouf. «Così ho lanciato l'idea di fare un dvd con gli atti della tre giorni insieme ai video». (s. li.)

    • ARTICOLO di Ma. Fo.
      incontri
      LE MILLE RADICI del vento GEOMETRIE MEDITERRANEE

       

      Ma. Fo.
      La mappa disegnata nell'XI secolo dal geografo arabo Muhammad al Idrisi rappresentava il mondo allora conosciuto attorno al mare Mediterraneo in modo capovolto: sopra i paesi dell'Africa e Vicino Oriente, sotto quelli europei. Sponda nord, sponda sud: dipende dal punto di vista. La mappa di Al Idrisi è una di quelle che Margherita Paolini (giornalista e coordinatrice scientifica di LiMes) ha presentato ieri in conclusione del convegno organizzato dal manifesto e dalla rivista Oil per riflettere sulle «primavere arabe». Dove relatori venuti da tutte le sponde, protagoniste delle rivolte, blogger, attivisti, documentaristi, registi hanno raccontato le rivolte dall'interno cercando di riflettere sul protagonismo delle donne, sul ruolo dei nuovi media, sulle domande fondamentali poste dalle rivolte arabe: il contenuto della democrazia, lo scontro tra laicità e fondamentalismo, la cittadinanza in un mondo globalizzato.
      Bisogna però guardare anche alle ragioni strutturali delle rivolte arabe: sono un momento di modernizzazione capitalista? Il punto di vista capovolto di Al Idrisi è una buona introduzione: oggi nelle carte geografiche la convenzione mette sopra il nord e sotto il sud, ma «nel Mediterraneo si vanno disegnando circuiti di investimenti sud-sud», dice Paolini, mostrando un'altra mappa, attualissima: gli investimenti dei paesi del Golfo in porti, infrastrutture commerciali e petrolifere dal canale di Suez all'Algeria e il Marocco, in una corsa all'egemonia sul Mediterraneo visto come via di passaggio est-ovest. Poi quella della struttura demografica («molti analisti oggi mettono la percentuale di popolazione tra i 18 e 30 anni tra i fattori di «rischio paese»).
      Guarda alle rivolte arabe nel contesto geo-politico Gian Paolo Calchi Novati (esperto di colonialismo e decolonizzazione, professore di storia e istituzioni dei paesi afro-asiatici all'università di Urbino). Alla fine della Guerra fredda, la posta in gioco del «nuovo ordine mondiale» sono le risorse, gli asset strategici, dice, parla di rivolte dagli esiti ancora incerti. Descrive l'intervento occidentale in Libia come «la Suez del '2000», attraverso cui l'Europa (anzi, l'asse franco-britannico) vuole tornare in gioco nel potere mondiale. Lucia Annunziata (giornalista, ex direttrice del Tg3, coordinatrice del comitato scientifico della rivista Oil) parla di «grande confusione» nella politica estera degli Stati uniti: e sottolinea come le rivolte arabe, con la loro richiesta di democrazia, il protagonismo delle donne e dei giovani, di internet hanno spiazzato un'amministrazione Obama che stava cercando di rimettere insieme i cocci ereditati dalla «guerra permanente» del suo predecessore.
      Samir Amin torna a restringere il campo per mettere meglio a fuoco la rivolta egiziana - e i problemi che solleva. Economista egiziano, conosciuto internazionalmente come teorico dello sviluppo ineguale, oggi dirige il Forum du Tiers Monde a Dakar in Senegal, da cui è intervenuto in videoconferenza. In Egitto, dice, «protagonisti della rivolta sono stati in primo luogo giovani che si sono ripoliticizzati», piccola borghesia urbana, la classe operaia protagonista di frequenti scioperi a partire dal 2007, i piccoli contadini che si sono visti espropriare le terre (la «contro-riforma agraria»). Vogliono «la democratizzazione della società, che non si esaurisce solo in elezioni un po' più trasparenti; una politica economica e sociale più equa, e infine una politica nazionale non asservita all'alleato americano, soprattutto sulla questione dell'espansionismo di Israele». Parla di una lotta politica aperta, e del «blocco reazionario» che lavora contro la democratizzazione: in cui include, insieme all'alta borghesia reazionaria legata al vecchio partito quasi-unico di Mubarak, o agli agrari, anche i Fratelli musulmani «partito a torto considerato di opposizione: è reazionario sotto il profilo economico e sociale, è stato tollerato e sostenuto dal vecchio regime». Attenzione alle trappole, conclude: «Bollare di islamofobia ogni critica all'islam politico è come accusare di antisemitismo ogni critica alla politica di Israele».
      I giovani «ripoliticizzati» di Samir Amin inducono qualche ottimismo in Zvi Schuldiner, docente al Sapir College in Israele, militante pacifista e della sinistra israeliana ed editorialista del manifesto. Dagli anni '90 «siamo stati dominati dalla politica della paura: paura degli arabi che ci attaccano, che invadono l'Europa. In nome della lotta al terrore, cioè della paura, è stato giustificato il terrorismo di stato ed è stata cancellata la questione sociale».

  • di Marina Forti
    STEFANO RODOTÀ
    La costituzione «materiale» delle primavere

     

    Marina Forti
    La serie di rivolte che sta trasformando la sponda sud del Mediterraneo ha smentito un'idea radicata in molti, in Occidente: che se si fossero aperte crepe nei regimi del Medio Oriente, queste sarebbero state occupate da forze politiche fondamentaliste. «Invece, il varco l'hanno aperto cittadine e cittadini che rivendicano libertà e democrazia», fa notare Stefano Rodotà, uno dei più esperti costituzionalisti italiani. Dopo una lunga carriera di deputato, ministro della giustizia e vicepresidente della Camera, ha presieduto l'ufficio di Garante per la privacy e poi il coordinamento europeo dei Garanti del diritto alla riservatezza; è stato tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, e di recente è stato interpellato come consulente dai costituzionalisti tunisini che lavorano a riscrivere la Carta fondamentale del loro paese. Da questa ultima esperienza trae alcune riflessioni generali sul modo di declinare i diritti oggi: dall'accesso alle tecnologie dell'informazione al rapporto tra diritti delle persone e risorse materiali - quello che nella sua introduzione al convegno del manifesto sulle «primavere arabe» Rodotà ha definito «costituzionalismo della vita materiale».
    L'associazione tra le reti internet e gli eventi degli ultimi mesi è un dato di fatto - anche se «i blog sono importanti, ma a fare la discontinuità sono stati giovani e donne andati fisicamente in piazza Tahrir», dice Rodotà (del resto, è quanto abbiamo sentito ripetere anche da blogger come Manal Hasan o Amira al Hussaini). E però, mentre tutti denunciano la censura e rendono omaggi di maniera alle «rivoluzioni di facebook», «il recente e-G8 riporta al centro il controllo sulla rete», dice Rodotà: «Le primavere arabe mettono all'ordine del giorno del mondo intero una questione fondamentale: se internet debba essere uno strumento libero o asservito a interessi commerciali». E ricorda che l'Assemblea generale dell'Onu ha definito «un diritto» l'accesso a internet senza la mediazione del mercato, oltre che senza controlli censori.
    Un altro effetto delle rivolte nei paesi arabi è aver «sancito il fallimento del progetto di esportazione della democrazia, affermando invece la rivendicazione della democrazia dall'interno: perché questa vive nel suo fondarsi sulla partecipazione dei cittadini». Quando sentiamo la formula «esportare la democrazia» pensiamo inevitabilmente a George Bush e alle guerre dell'ultimo decennio, ma Rodotà si riferisce a una storia più lunga di egemonia e dominio dell'occidente «che risale a Napoleone e all'esportazione dei principi del 1789». Non si tratta di rinunciare alla nozione di cittadinanza, ai principi della rivoluzione francese o ai diritti universali, precisa Rodotà: «Sto parlando di un nuovo tipo di universalismo dal basso. Come non si esporta la democrazia, non si esportano i valori fondamentali. Però oggi dai monaci birmani, i giovani iraniani o le piazze arabe vediamo rivendicare libertà e democrazia, in una costruzione continua di diritti. In un certo senso, i principi di uguaglianza, libertà, giustizia sono tanto più universali perché prodotti dalla lotta politica, dall'interno, liberi dal sospetto di subalternità ai valori occidentali».
    Dalla transizione in Tunisia Stefano Rodotà trae ancora una considerazione generale sul valore delle costituzioni. Abbiamo ormai diversi esempi di nuove costituzioni o sentenze costituzionali, dal Sudafrica all'India a paesi latinoamericani, che «guardano non ai soggetti astratti ma alle persone viste nella loro vita materiale: quindi sancisce i diritti a salute, istruzione, casa, accesso ai beni comuni, cibo, acqua. Insomma, guardano ai diritti delle persone in rapporto alle risorse. La Costituzione italiana è un po' antesignana in questo, perché oltre a definire in modo ampio di diritti fondamentali parla anche di «eliminare gli ostacoli di fatto» a goderne. Penso sia per questo che i tunisini, al momento di riscrivere la loro Carta, ci hanno chiesto di interloquire».

 


 

  • 11 giugno

    ARTICOLO di Marina Forti
    PRIMAVERE ARABE
    Prove di utopia in piazza Tahrir
    «La Rete ha cambiato il giornalismo, ma il movimento è nato e cresciuto nelle strade». Parla la blogger egiziana Manal Hasan, a Roma per il convegno organizzato dal «manifesto»

     

    Quando sente parlare di «rivoluzione facebook», Manal Hasan si infuria. Lei è una blogger, anzi: coordinatrice del gruppo Arab Techies che lavora per diffondere il software open source e l'accesso a internet, fondatrice con il marito Alaa di un noto blog (www.manalaa.net), Manal appartiene alla generazione che dal 2005 ha intensamente usato la rete come strumento di battaglia. Ma la rete è appunto «uno strumento», insiste: «È stata una rivoluzione del popolo, l'abbiamo fatta occupando piazza Tahrir, sfidando la polizia per le strade. La rete internet, i social network, i blog sono solo uno strumento, per quanto importante».
    Manal Hasan è a Roma per partecipare al convegno del manifesto sulle «primavere arabe». Non esita a definire «rivoluzione» quella in corso («non è finita») nel suo paese, e quando le chiedo da dove nasce lei torna indietro agli anni '90, al tempo in cui doveva essere ancora una ragazzina. Parla della campagna denigratoria montata da forze fondamentaliste contro un certo professore del Cairo noto per le sue idee liberalizzanti (accusato di bestemmia e apostasia, trascinato in tribunale, fu poi costretto a espatriare). «Attorno a quel caso si sono mobilitati numerosi attivisti. Un movimento per i diritti umani ha cominciato allora a rafforzarsi, contro tutti gli ostacoli posti dal governo. Sono sorte organizzazioni di assistenza legale: hanno difeso tutti, gli imputati di terrorismo e quelli arrestati per attività sociali, la sinistra, i blogger, i lavoratori, la povera gente a cui veniva requisita la terra».
    Una «rivoluzione» con radici sociali, dunque?
    Potrei ripercorrere diversi momenti che hanno contribuito a creare il movimento sfocialo in piazza Tahrir. Penso al movimento contro l'invasione dell'Iraq nel 2003 - è allora che per la prima volta ho sentito urlare slogan contro Mubarak. O al movimento Kifaya nato nel 2005 a sostegno alla seconda intifada dei palestinesi, il lavoro porta a porta per raccogliere cibo e medicinali da mandare nei territori palestinesi. E poi al movimento contro il referendum costituzionale del 2005, quando il regime ha introdotto elezioni presidenziali e legislative multipartitiche e l'occidente applaudiva - mentre invece il sistema era tale che solo Mubarak e il suo partito potessero controllare il gioco. In quell'occasione il regime ha mandato le sue forze di sicurezza ad attaccare ogni protesta, le donne, e poi i giornalisti, egiziani o stranieri: sequestravano telecamere e filmati, non volevano testimonianze. Allora sono successe due cose. Una è che sono entrati in scena i blogger: mettevamo in rete foto e filmati fatti con i cellulari o le mini-telecamere. L'altra è che le donne hanno deciso di reagire alla brutalità. Ricordo una manifestazione con lo slogan «le strade sono nostre»: era un mercoledì e per mesi siamo tornate a manifestare ogni mercoledì, scegliendo zone centrali perché volevamo farci sentire da tutti. Siamo andate davanti a una certa moschea che nel folklore popolare è quella che esaudisce i voti segreti delle ragazze. Insomma, abbiamo cercato di metterci un po' di creatività. Una volta siamo andate davanti al ministero dell'interno. Era rischioso: è accanto al quartier generale della polizia speciale, il luogo della tortura. Da tempo i gruppi per i diritti umani denunciavano la tortura, sui blog avevamo fatto circolare i dossier. Sarebbe lungo ripercorrere tutte le tappe, ma voglio dire che c'è stato un lungo lavoro molto diffuso, sulla rete ma anche nei quartieri, nella società. Ripenso al primo sit-in a piazza Tahrir, nel 2006, a favore dell'indipendenza della magistratura: noi blogger avevamo messo insieme un enorme dossier da distribuire ai giornalisti. Allora il regime ha cominciato ad arrestare anche i blogger.
    Che relazione c'è tra questo movimento e le proteste operaie di cui abbiamo avuto notizia negli anni passati?
    È stato nel 2008: una ondata di proteste in diverse fabbriche, centinaia e poi migliaia di lavoratori venivano fermati o arrestati. I blog raccontavano. Già nel 2005 avevamo fatto circolare un appello a farsi citizen journalist, e col tempo si era formata una rete molto ampia di persone che scrivevano sui blog anche dalle zone più popolari del paese. Molti attivisti per i diritti umani avevano cominciato a lavorare nelle zone operaie. Lo sciopero generale del 6 aprile 2008 è stato forse il primo organizzato via facebook, che ha permesso di far circolare la notizia - ricordo che nei giorni precedenti ne sentivo parlare per strada, sui taxi. Voglio dire che ormai l'accesso alle reti sociali va molto oltre gli strati sociali istruiti e anglofoni.
    Dice che internet e la rete sono solo strumenti: però hanno avuto un ruolo in tutto questo.
    Non c'è dubbio. I blog non fanno la rivoluzione ma hanno cambiato il modo di fare giornalismo. In molti casi, la stampa tradizionale ha attinto alla rete come fonte: ricordo un caso di attacco alle donne, una «molestia sessuale di massa»: qualche blog ha dato la notizia, la voce è circolata, qualche giornalista dei media tradizionali è andato a cercare testimonianze, alla fine ne ha parlato anche la tv satellitare. Oggi si parla pubblicamente delle violenze alle donne, prima era tabù.
    Si parla di rivoluzioni fatte da giovani, senza leader, senza partiti: ma cosa potranno i blog di fronte ai vecchi poteri che cercano di imporre il controllo?
    Guarda, l'Egitto ora non sarà sulle prime pagine ma il movimento non è rifluito. Il lavoro nella società continua, nei quartieri, nelle fabbriche: la transizione è appena cominciata, i giochi non sono fatti. In questo movimento ci sono diverse generazioni, la vecchia guardia che ha fatto il lavoro dei diritti umani e i giovani che hanno spinto per il cambiamento. Ci sono donne con il hijjab e senza: non ogni donna col velo è una fondamentalista, a volte è un costume sociale che non hai voglia di mettere in discussione - ma tutte militano per la libertà e la democrazia. Il vero problema sono i partiti, con dirigenti di 70, 80 anni che stanno al vertice da decenni - sembrano Mubarak. Io non mi riconosco in nessuno dei partiti che stanno emergendo e mi domando se è proprio necessario strutturare il movimento in partito: forse bisognerà trovare altre forme. Forse in quel mese in piazza Tahrir abbiamo visto l'utopia: diverse generazioni, diverse persone, retroterra culturali, ma tutti insieme a condividere cibo, coperte, idee. Vorrei mantenere viva l'utopia di piazza Tahrir.
    Si svolge stamattina l'ultima sessione del convegno sulle primavere arabe organizzato a Roma dal «manifesto» (Centro studi americani, via Caetani 32). Dopo avere esaminato i vari aspetti che hanno caratterizzato i movimenti, è il turno di affrontarne «Le ragioni strutturali». Questo il titolo dell'incontro, cui partecipano Margherita Paolini, Zvi Schuldiner, Samir Amin, Gian Paolo Calchi Novati, Lucia Annunziata, Joseph Halevi, Marco d'Eramo. Chiuderà i lavori del convegno Valentino Parlato.

    • ARTICOLO di Ma.Fo.
      DIBATTITI
      Di cosa parliamo quando parliamo di pluralismo

       

      La definizione è accattivante, ed è stata molto usata nelle cronache di questi ultimi mesi: movimenti «post-islamisti», per dire che la religione non aveva nessun particolare ruolo nelle proteste di massa viste a Tunisi, al Cairo e in tante altre città di paesi arabi, e che quelle erano rivolte in nome della libertà e democrazia, non certo di stati islamici o piattaforme teocratiche. Ma la vecchia coppia di opposti - laicità o fondamentalismo - non è scomparsa, anche perché forze politiche organizzate con progetti di stato islamico hanno ormai influenzato e società dei paesi arabi e musulmani: se e quanto peseranno nelle transizioni alla democrazia avviate in Egitto, Tunisia o altrove è una domanda aperta. Ed è una delle domande poste durante il convegno «la speranza scende in piazza», organizzato dal manifesto per riflettere sugli eventi della sponda sud del Mediterraneo e su come questi rimbalzano qui, sulla sponda nord.
      Domande: siamo di fronte a reali momenti di svolta, a «rivoluzioni», o piuttosto a rivolte che hanno rimosso vecchi dittatori senza intaccare davvero la struttura del potere costituito? Un'altra formula usata di questi tempi è «il risveglio arabo»: «Come se gli arabi fossero in letargo, e l'ondata di rivolte e proteste non sia il culmine di decenni di movimenti sociali», dice Kamal Lahib, giornalista e attivista marocchino. Masse di donne e uomini, persone ogni età e ceto sociale, non dirette da leader e partiti strutturati, hanno messo in discussione poteri costituiti: questa è già una svolta, dice Mouin Rabbani, palestinese giordano, analista del Middle East Report. Ma avverte: rivolte e transizioni (lui non le chiama «rivoluzioni») rappresentano anche un'opportunità per le forze islamiste, che in molti casi sono le sole forze strutturate in paesi dove poteri dittatoriali hanno sistematicamente represso altre forze politiche di stampo progressista. E pone altre domande: l'essenza della democrazia è il pluralismo, ma sarà dalle elezioni che si misura il reale pluralismo? Ancora: quanto è stata davvero modificata la relazione tra lo stato e gli apparati di sicurezza, vera ossatura delle dittature?
      La questione laicità vs fondamentalismo è parte della lotta politica in corso nelle transizioni. Certo, la questione si può formulare in diversi termini. «Laicità significa che la religione non abbia influenza sui diritti e le libertà del cittadino, sulle leggi e i codici», dice Lahib, e Cherifa Bouatta, algerina, rivendica la laicità e la nozione di cittadinanza come risposta alle trappola islamista. Trappola molteplice: perché, dice Lahib, «ci troviamo di fronte non solo forze politiche con ideologia e programma fondamentalista, ma a stati fondamentalisti: come quando nel mio paese le autorità per compiacere forze religiose accusano i gruppi di rock di essere satanici e li perseguitano». Questioni che la sponda nord farà meglio a guardare senza troppa condiscendenza, fa notare Ida Dominijanni del manifesto: «In Italia, ad esempio, la questione della laicità non è davvero risolta, basti pensare a come la religione pesa nell'elaborazione di molte nostre leggi. E forse, anche in Europa la questione della laicità va riformulata in una prospettiva di dialogo con la presenza religiosa».
      Le domande non sono finite. Daniele Atzori, ricercatore della Fondazione Enrico Mattei e collaboratore della rivista Oil, sottolinea come la trasformazione dell'islam da tradizionale religione a ideologia (quindi a forza politica) sia avvenuta nel contesto delle trasformazioni neoliberiste. E questo rimanda agli aspetti strutturali delle rivolte/risoluzioni in corso, tema della mattinata di oggi.

  • ARTICOLO di Fausto Della Porta ROMA
    TWITTER L'influenza dei social media e dei network tradizionali sulle primavere arabe
    Le rivolte tra urla e cinguettii
    Il ruolo ambiguo delle reti pan-arabe nella diffusione delle informazioni sulle varie rivoluzioni

     

    ROMA
    La cosiddetta «rivoluzione twitter» si riappropria della sua dimensione reale. Nel dibattito che si è tenuto ieri al Centro di studi americani di Roma, nel corso del convegno organizzato dal manifesto sulle «primavere arabe», si è toccato il ruolo dei social network e dei nuovi media nella definizione e nella strutturazione delle rivolte. Tutti i relatori hanno insistito su un punto: la rappresentazione mediatica di rivoluzioni digitali - avvenute prevalentemente grazie alle nuove tecnologie - è del tutto fuorviante. «Sarebbero contenti tutti i dittatori dell'area, che potrebbero così rimanere al potere mentre i giovani giocano su internet», ha sottolineato la bahrenita Amira Al Hussaini, redattrice per il Medio Oriente e Nord Africa di Global Voices on line in lingua araba. In un intervento molto toccante, la giornalista ha sottolineato come i social network sono stati «uno strumento per lotte che nascevano altrove, nella strada, a partire da rivendicazioni precise». E «ci hanno aiutato - ha detto Al Hussaini trattenendo a stento le lacrime - a fare sentire noi arabi per la prima volta un popolo unito contro il dittatore di turno. Mentre seguivo gli eventi in Tunisia, eravamo il popolo arabo contro Ben Ali, e così in Egitto e in Libia»
    I social network come strumenti e come moltiplicatori di informazioni più che come cause delle rivolte quindi. Una convinzione riecheggiata dalla blogger egiziana Nermeen Edrees. «La rivoluzione in Egitto non è cominciata a gennaio. Va avanti dagli anni '90, con continue sollevazioni di interi settori della società. Quello di gennaio è il risultato finale di un processo che va avanti da anni, in cui i social network hanno semplicemente svolto un ruolo di conoscenza». Prova ne è, secondo la stessa Edress che, quando il regime di Mubarak ha oscurato la rete, la gente si è riversata nelle strade a milioni.
    Stesso discorso per la Libia, dove il regime di Gheddafi ha bloccato internet fin dai primi giorni successivi la rivolta del 17 febbraio a Bengasi. «I giovani si sono organizzati in radio locali, hanno fondato giornali, hanno creato una nuova tv», ha rimarcato il giornalista libico Farid Adly. Hanno cioè fatto uso - più che dei social network - dei media tradizionali, in un contesto in cui la libertà di stampa non era mai esistita e in cui l'informazione era stata per 42 anni quella propagata dal regime.
    È proprio sul ruolo dei network televisivi che è andata avanti la discussione. Le reti pan-arabe al Jazeera e al Arabiya hanno avuto un ruolo attivo nelle vicende libiche, diffondendo notizie false e schierandosi apertamente contro Gheddafi? È convinta di no la studiosa Donatella Della Ratta, che ha a lungo studiato il network qatariota, dedicandogli anche un libro (Al Jazeera. Media e società arabe nel nuovo millennio, Bruno Mondadori). «Al Jazeera ha sempre avuto una linea anti-dittatori. È sempre stata contro Mubarak, contro Ben Ali e contro Gheddafi, ben prima che scoppiassero le rivoluzioni in gennaio e febbraio. Non si può dire che ha cambiato linea».
    L'importanza dei network (sia quelli tradizionali che quelli social) non è sfuggita alla discussione. Perché se, come ha sottolineato Al Hussaini, «è la prima volta che sentiamo di scrivere la nostra storia», è anche grazie alla possibilità di ottenere informazioni in tempi reali, affidabili e in lingua araba. Gli egiziani non sarebbero mai scesi in piazza gridando «Tunisia, Tunisia» se non avessero visto le immagini della fuga di Ben Ali, se non avessero letto i resoconti sui blog. I giovani rivoltosi di Bengasi non si sarebbero probabilmente spinti così avanti nella loro lotta anti-Gheddafi se non avessero visto con i propri occhi in televisione e su internet il crollo del vecchio Mubarak. Blogger e mediattivisti egiziani sono andati a Bengasi dopo lo scoppio della rivoluzione per raccontarla e per confrontarsi con i loro coetanei libici. Insomma, il vento delle rivoluzioni ha cominciato a soffiare a partire da rivendicazioni reali, ma se si è diffuso in modo così dirompente, un ruolo i social network e le televisioni ce l'avranno pure avuto.


    10 giugno

INTERNAZIONALE
2011.06.10
  • INTERVISTA di Marina Forti
    INTERVISTA - Sihem Bensedrine, giornalista tunisina
    «La vera minaccia è l'Ancien régime»

     

    Sihem Bensedrine è una giornalista tunisina e si definisce «la vecchia guardia della resistenza» contro la dittatura. Nel 1998 è stata tra i fondatori del «Consiglio nazionale per le libertà in Tunisia» (Cnlt), ha co-fondato riviste indipendenti e un «osservatorio sulla libertà di stampa», denunciato l'uso della tortura da parte della polizia e la corruzione (cosa che nel 2001 le è valso un arresto). Ieri ha parlato delle sfide della transizione in Tunisia.

    Per lei è stata una sorpresa vedere tante donne, soprattutto giovani, partecipare in massa ai movimento contro la dittatura?
    No. Sapevamo quanto fosse forte la spinta di tante giovani donne a cercare spazi in cui esprimere la propria cittadinanza. E considerati i limiti imposti dal regime, molte avevano scelto la rete: nei blog, internet, i social network prima della rivoluzione trovavi che le più numerose e attive erano giovani donne. Per questo non sono stata sorpresa di vederle poi in strada contro la polizia, o di vedere madri incoraggiare i propri figli ad andare sulle barricate. Era nella logica delle cose. Perché è vero che sotto il regime di Ben Alì la donna in Tunisia aveva diritti giuridici più ampi che altrove, ma erano private della propria cittadinanza. Ed è questa che hanno voluto far valere: prima nella resistenza al regime, poi nella rivolta - e ora, caduta la dittatura, nella costruzione della democrazia.

    Già: passato il momento della piazza, che ruolo continuano ad avere le donne?
    Molto importante. Come sapete abbiamo formato una coalizione delle 8 organizzazioni per i diritti umani attive nel paese, abbiamo una «tabella di marcia» della transizione: ebbene, attorno al tavolo ci troviamo in 5 donne dirigenti su otto. Per noi la transizione è una sfida più difficile perfino della rivoluzione stessa. Voglio dire: la rivoluzione è arrivata d'improvviso: per noi che da tempo resistevamo al regime è stato una sorpresa vedere con quanta facilità è avvenuta la svolta e il dittatore è fuggito. Ma tagliata la testa dell'idra ne resta il corpo: la parte forse più difficile viene ora, impedire che le forze del vecchio regime si riorganizzino, lavorare perché la transizione porti a costruire istituzioni democratiche. Nella nostra tabella di marcia, un punto riguarda il processo elettorale: garantire la presenza delle donne nelle istituzioni del nuovo stato, elezioni libere e trasparenti. Un successo di cui andiamo molto fiere è aver imposto nel codice elettorale che le donne siano metà dei candidati - e in ordine alternato, uomo donna uomo donna, perché non si ritrovino tutte in fondo alle liste. Non è stato facile: anche i vecchi partiti progressisti si opponevano, dicevano che era una riforma "irrealizzabile", che non si troveranno abbastanza donne per comporre le liste. Per loro, le donne c'erano per andare in piazza, prendere manganellate, formulare gli slogan della rivoluzione, ma ora "non sono presenti nella società"? E' l'opportunismo dei partiti, ancora diretti da uomini che considerano lo spazio pubblico una prerogativa maschile. Aver imposto pari candidature è un successo: comunque vada, almeno un quarto dei deputati alla futura Assemblea costituente saranno donne. Elaborare la nuova costituzione senza donne sarebbe stato un pericolo: che democrazia è quella che marginalizza metà della società? E poi il nuovo codice permetterà di promuovere più giovani.

    In tutti i nostri paesi l'estraneità dei giovani verso le istituzioni politiche tradizionali è visibile. Com'è il rapporto tra generazioni nella transizione tunisina?
    La diffidenza dei giovani è reale ed è dovuta al fatto che erano repressi con particolare durezza sotto Ben Ali. Nei nostri rapporti sui diritti umani parlavamo di un "reato di gioventù": se sei giovane, appena apri bocca finisci in galera. Questo ha provocato in loro una forte diffidenza verso associazioni, partiti, gli spazi classici dell'espressione politica. I giovani però c'erano - altrove. Questo era sfuggito ai politici tradizionali, non a noi forze della società civile. La resistenza dei giovani ha preso altre forme: sono loro che hanno organizzato la rivolta nella rete. Una resistenza "virtuale", che si è espressa sul terreno appena la rivoluzione è scoppiata: lì abbiamo visto i giovani scendere in prima persona. Credo che la rivoluzione abbia riconciliato la vecchia guardia della resistenza e questa gioventù. Allo stesso tempo, i loro modo di esprimersi, linguaggi, il rapporto con la politica è diverso, e noi stiamo cominciando a imparare da loro.

    Qui abbiamo visto, nel documentario di una giovane cineasta tunisina, gruppi di militanti fondamentalisti attaccare un bordello, poi manifestazioni per la laicità. La spinta islamizzante: è un'altra sfida della transizione?
    Ci sono stati alcuni episodi simili. Ma sottolineo che questi gruppetti, in sé molto minoritari, sono manipolati dalla polizia politica. Li infiltrano e li usano per destabilizzare: li abbiamo visti attaccare bordelli, e poi la sinagoga, cristiani, donne. Davanti alla sinagoga ho io stessa riconosciuto tra loro tre agenti di polizia. Vogliono far passare il messaggio che solo la dittatura proteggeva le minoranze.

    Ci sono però forze politiche islamiche più tradizionali: quanto pesano nella transizione?
    Il partito Nahva, gli islamisti moderati, non chiedono uno stato teocratico e dichiarano di accettare il gioco democratico. Non credo che andranno oltre il 20% dei voti. E non credo che siano una minaccia: hanno il loro elettorato e la democrazia è ben questo, che ciascuno possa esprimersi. La società tunisina non sarà islamizzata. Le donne che sono scese in piazza, incluse le molte che portano il foulard, non accetteranno che i diritti conquistati gli siano tolti. La vera minaccia alla giovane democrazia tunisina sono piuttosto i residui dell'Ancien régime: la polizia politica e il nocciolo duro del disciolto partito di Ben Ali. La minaccia sono loro.

INTERNAZIONALE
2011.06.10
  • SCHEDA
    PROGRAMMA
    Nuovi media, laicità e fondamentalismi

     

    Prosegue oggi e domani il convegno «L'Europa e le primavere arabe» al Centro di studi americani di Roma (via Caetani, 32) . Oggi appuntamento alle 9.30 con la sessione «Fondamentalismo e laicità» che vedrà la partecipazione di Daniele Atzori, Mouin Rabbani, Hussein Mahmoud, Dominique Vidal, Kamal Lahbib e Tariq Ali (sotto la presidenza di Ida Dominijanni). Nel pomeriggio - a partire dalle 15 - spazio a «nuove tecnologie, mass media e giovani» con gli interventi di Sihem Bensedrine, Rachid Benhadji, Mohammed Challouf, Farid Adly, Amira Al Hussaini, Donatella Della Ratta, Nermeen Edrees (presiede Benedetto Vecchi). Chiusura sabato mattina dalle 9.30 alle 13.30 con una discussione sulle «ragioni strutturali»: interventi di Margherita Paolini, Zvi Schuldiner, Samir Amin, Gian Paolo Calchi Novati, Lucia Annunziata (presiede Marco d'Eramo).


9 giugno

APERTURA di Samir Amin
VENTI DI RIVOLTA
Orizzonti egiziani a stelle e strisce
Alcuni passaggi di un lungo saggio che Samir Amin ha dedicato alle primavere arabe. In questo testo, che uscirà in volume alla fine dell'estate, l'economista egiziano approfondisce le tesi che esporrà sabato a Roma, nel corso del convegno organizzato dal manifesto con il titolo «La speranza scende in piazza». Queste le sue conclusioni: Washington preferisce il potere dei Fratelli musulmani a quello dei democratici, che rischierebbero di mettere in questione la subalternità dell'Egitto al loro dominio L'aiu

 

L'Egitto di Nasser aveva instaurato un sistema economico e sociale criticabile ma coerente. Nasser aveva puntato sull'industrializzazione per uscire dalla specializzazione internazionale di stampo coloniale che aveva circoscritto l'economia del paese all'esportazione del cotone. Sadat e Mubarak hanno smantellato il sistema produttivo egiziano, a cui hanno sostituito un sistema del tutto incoerente, fondato esclusivamente sulla ricerca di redditività di imprese che per lo più si limitano a subappaltare il capitale dei monopoli imperialisti. I tassi di crescita, teoricamente elevati, che la Banca Mondiale esalta da trent'anni, sono privi di significato. La crescita egiziana è estremamente vulnerabile ed è del resto accompagnata da un incredibile aumento dell'ineguaglianza e della disoccupazione che colpisce la maggior parte dei giovani. Questa situazione era esplosiva, ed è esplosa.
Una esplosione annunciata
L'apparente «stabilità del regime» vantata da Washington poggiava su una macchina poliziesca mostruosa (1.200.000 uomini contro appena 500.000 per l'esercito) che si abbandonava quotidianamente a abusi criminali. Le potenze imperialiste fingevano che questo regime «proteggesse» l'Egitto dall'alternativa islamista. Si tratta di una bugia grossolana. In effetti, il regime aveva integrato alla perfezione l'Islam politico reazionario (il modello wahabita del Golfo) nel proprio sistema di potere, concedendogli la gestione dell'istruzione, della giustizia e dei media più importanti, in particolare la televisione. (...)
Il regime poteva apparire «tollerabile» fino a quando funzionava la valvola di sicurezza rappresentata dall'emigrazione in massa dei poveri e delle classi medie verso i paesi petroliferi. L'esaurimento di questo sistema (la sostituzione di immigrati asiatici a quelli provenienti dai paesi arabi) ha portato con sé la rinascita della resistenza. Gli scioperi operai del 2007 - i più forti del continente africano da cinquant'anni - insieme alla resistenza ostinata dei contadini minacciati di esproprio dal capitalismo agrario e alla formazione di circoli di protesta democratica nelle classi medie (i movimenti Kefaya e del 6 aprile) hanno annunciato l'inevitabile esplosione - prevista in Egitto, nonostante la sorpresa degli «osservatori stranieri». (...)
I borghesi «compradori»
Proprio come nel periodo di flusso delle lotte del passato, il movimento democratico antimperialista e sociale si scontra in Egitto con un blocco reazionario potente, guidato dalla borghesia egiziana considerata nel suo insieme. Le forme di accumulazione dipendente in opera nel corso degli ultimi quarant'anni hanno prodotto l'emergere di una borghesia ricca, unica beneficiaria dell'ineguaglianza scandalosa che ha accompagnato questo modello «liberal-mondializzato». Si tratta di decine di migliaia non di «imprenditori inventivi» - come li presenta il discorso della Banca mondiale - ma di milionari e miliardari che devono tutta la loro fortuna alla loro collusione con l'apparato politico (la «corruzione» è una componente organica di questo sistema). Questi borghesi compradori (nel linguaggio politico corrente in Egitto il popolo li definisce «parassiti corrotti») costituiscono la base di sostegno attivo dell'inserimento dell'Egitto nella globalizzazione imperialista contemporanea, gli alleati incondizionati degli Stati Uniti. Fra i loro ranghi contano numerosi generali dell'esercito e della polizia, «civili» associati allo Stato e al partito al potere («nazional-democratico») creato da Sadat e da Mubarak, religiosi (la totalità dei dirigenti dei Fratelli musulmani e dei principali sceicchi dell'Azhar sono tutti «miliardari»). (...)
Questo blocco sociale reazionario dispone di strumenti politici al suo servizio: l'esercito e la polizia, le istituzioni dello Stato, il partito politico privilegiato (di fatto una sorta di partito unico), vale a dire il Partito nazional-democratico creato da Sadat, l'apparato religioso (l'Azhar), le correnti dell'Islam politico (i Fratelli musulmani e i salafisti). L'aiuto militare concesso dagli Stati Uniti all'esercito egiziano non è mai servito per rafforzare la capacità difensiva del paese ma al contrario per azzerarne i pericoli con l'uso di una corruzione sistematica, non solo riconosciuta e tollerata, ma sostenuta attivamente e cinicamente. Questo «aiuto» ha permesso agli ufficiali più alti in grado di appropriarsi di segmenti importanti dell'economia compradora egiziana, al punto che in Egitto si parla della «società anonima/esercito» (Sharika al geish). Gli alti vertici dell'esercito, che si sono assunti la responsabilità di «dirigere» la transizione, non sono per questo neutri, sebbene abbiano avuto l'accortezza di sembrarlo, dissociandosi dalla repressione.
Il governo «civile» ai suoi ordini (i cui membri sono stati nominati dall'alto comando militare), composto in parte da uomini del vecchio regime, scelti tuttavia fra le personalità meno visibili, ha preso una serie di misure rigorosamente reazionarie per frenare la radicalizzazione del movimento. Tra queste misure una scellerata legge anti-sciopero (con il pretesto di rimettere in piedi l'economia del paese), una legge che impone rigide restrizioni alla costituzione di partiti politici il cui scopo è di offrire la possibilità di entrare nel gioco elettorale solo alle correnti dell'Islam politico (Fratelli musulmani, in particolare) già bene organizzate grazie al sistematico sostegno del regime precedente. E nonostante tutto questo, l'atteggiamento dell'esercito resta in ultima analisi imprevedibile. Infatti, a dispetto della corruzione dei quadri (i soldati sono coscritti, ma gli ufficiali sono di carriera), il sentimento nazionalista non è mai del tutto assente, senza contare che l'esercito soffre per essere stato di fatto escluso dal potere a profitto della polizia. In questa situazione, e dato che il movimento ha espresso con forza la sua volontà di allontanare l'esercito dalla direzione politica del paese, è probabile che le alte sfere militari sceglieranno in futuro di restare dietro le quinte, rinunciando a presentare i propri uomini nelle prossime elezioni.
I Fratelli musulmani costituiscono la sola forza politica di cui il regime aveva non solo tollerato l'esistenza, ma della quale aveva sostenuto attivamente lo sviluppo. Sadat e Mubarak avevano affidato loro la gestione di tre istituzioni fondamentali: l'istruzione, la giustizia e la televisione. I Fratelli musulmani non sono mai stati e non possono essere «moderati», e ancora meno «democratici». Il loro capo - il mourchid (traduzione araba di «guida» - Führer) è autoproclamato e l'organizzazione si basa sul principio della disciplina e dell'esecuzione degli ordini dei capi, senza discussioni di sorta. La direzione è costituita esclusivamente da uomini ricchissimi (grazie fra l'altro al sostegno dell'Arabia Saudita e dunque di Washington), i quadri da uomini provenienti da segmenti oscurantisti delle classi medie e la base da gente del popolo reclutata dai servizi sociali di carità offerti dalla confraternita (e sempre finanziati dall'Arabia saudita), mentre le forze d'assalto sono composte dai miliziani (i baltaguis) reclutati tra i lumpen. (...)
La collusione tra le potenze imperialiste e l'Islam politico non è del resto una novità, né una caratteristica dell'Egitto. Fin dalla loro creazione, nel 1927, i Fratelli musulmani sono sempre stati un utile alleato per l'imperialismo e il blocco reazionario dell'area, e hanno sempre rappresentato un terribile avversario per i movimenti democratici in Egitto. Di certo i multimiliardari che oggi compongono la direzione della Confraternita non si uniranno alla causa democratica! L'Islam politico è anche l'alleato strategico degli Stati Uniti e dei loro partner subalterni della Nato in tutto il mondo musulmano. Washington ha armato e finanziato i talebani, definiti «eroi della libertà» (Freedom Fighters) nella loro guerra contro il regime nazional popolare detto «comunista» (prima e dopo l'intervento sovietico). Quando i talebani hanno chiuso le scuole per ragazze create dai «comunisti», ci sono stati «democratici» e perfino «femministe» che hanno sostenuto il bisogno di «rispettare le tradizioni»!
In Egitto i Fratelli musulmani sono ormai spalleggiati dalla corrente salafista («tradizionalista»), ampiamente finanziata dai paesi del Golfo. I salafisti si dichiarano estremisti (wahabiti convinti, intolleranti rispetto a qualsiasi altra interpretazione dell'Islam) e sono all'origine degli assassini sistematici perpetrati contro i copti. Operazioni difficili da immaginare senza il tacito sostegno (se non la complicità) dell'apparato governativo, e in particolare della Giustizia, largamente affidata ai Fratelli musulmani. Questa singolare divisione del lavoro permette ai Fratelli musulmani di passare per moderati, cosa che Washington finge di credere. Ci sono tuttavia lotte violente all'orizzonte in seno alle correnti religiose islamiste in Egitto, dal momento che l'Islam egiziano è storicamente sufi, e le sue confraternite contano oggi circa quindici milioni di fedeli. Islam aperto, tollerante, che insiste più sulle convinzioni individuali che sulla pratica dei riti («ci sono tante strade verso il Signore quante sono le persone sulla terra», dicono), il sufismo egiziano è stato sempre guardato con sospetto dai poteri dello Stato che tuttavia, usando la carota e il bastone, si guardavano bene dall'andare a uno scontro aperto. (...)
Islamizzazione alla wahabita
Si parla molto, per dare legittimità a un governo dei Fratelli musulmani («uniti alla democrazia!»), dell'esempio turco. Ma è solo fumo negli occhi, perché l'esercito turco, che resta ben presente tra le quinte, sebbene sia certamente non democratico e per di più sia un alleato fedele della Nato, resta la garanzia della «laicità» in Turchia. Il progetto di Washington, apertamente espresso da Hilary Clinton, Obama e dai think tanks al loro servizio, si ispira al modello pakistano: l'esercito («islamico») tra le quinte, il governo («civile») assunto da uno o più partiti islamici «eletti». Evidentemente in questa ipotesi il governo «islamico» egiziano sarebbe ricompensato per questa sottomissione sulle cose essenziali (il fatto che non vengano rimessi in causa il liberalismo e i cosiddetti «trattati di pace» che permettono a Israele di continuare la sua politica di espansione territoriale) e potrebbe proseguire, a mo' di demagogica compensazione, la realizzazione dei suoi progetti «di islamizzazione dello Stato e della politica», e gli assassini dei copti! Bella democrazia, quella concepita a Washington per l'Egitto! È evidente che l'Arabia saudita sostiene con tutti i suoi mezzi finanziari questo progetto, perché Ryad sa benissimo che la sua egemonia regionale (nel mondo arabo e musulmano) esige la riduzione dell'Egitto a uno stato di insignificanza. E il mezzo per raggiungere questo obiettivo è «l'islamizzazione dello Stato e della politica» - di fatto, una islamizzazione alla wahabita. (...)
Questa forma di islamizzazione è possibile? Forse, ma a prezzo di violenze inaudite. La battaglia si combatte sull'articolo 2 della costituzione del regime caduto. Questo articolo secondo il quale «la sharia è la fonte del diritto», è una novità nella storia politica dell'Egitto. Né la costituzione del 1923, né quella di Nasser l'avevano immaginato. È stato Sadat che l'ha introdotto nella nuova costituzione, con il triplice sostegno di Washington («rispettare le tradizioni»!), di Ryad («il Corano fa da Costituzione») e di Gerusalemme («lo Stato di Israele è uno Stato ebraico»).
Una dichiarazione bugiarda
Il progetto dei Fratelli musulmani rimane la realizzazione di uno Stato teocratico, come testimonia il loro attaccamento all'articolo 2 della Costituzione di Sadat/Mubarak. Inoltre il programma più recente dell'organizzazione rafforza ancora questa visione passatista proponendo di costituire un «consiglio degli ulema» incaricato di vegliare sulla conformità di qualsiasi proposta di legge alle esigenze della Sharia. Questo consiglio costituzionale religioso è analogo a quello che in Iran controlla il «potere eletto». Il regime è allora quello di un super partito religioso unico e tutti i partiti che rivendicassero la laicità diventerebbero «illegali». I loro sostenitori, come i non musulmani (i copti), sarebbero di fatto esclusi dalla vita politica. A dispetto di tutto questo i governi a Washington e in Europa si comportano come se si potesse prendere sul serio la recente dichiarazione dei Fratelli musulmani, che «rinunciano» al progetto teocratico (ma senza modificare il loro programma!), una dichiarazione opportunista e bugiarda. Gli esperti della Cia non sanno leggere l'arabo? Si impone una conclusione: Washington preferisce il potere dei Fratelli musulmani, che garantisce la permanenza dell'Egitto nella sfera sua e della globalizzazione liberale, a quello dei democratici, che rischierebbero molto di rimettere in questione lo stato subalterno dell'Egitto
  • TAGLIO MEDIO di ma. fo.
    IL CONVEGNO
    Le «rivoluzioni» della sponda sud, viste dalle nostre democrazie in crisi

     

    È diventata un piccolo «anticipo» di dibattito, la conferenza stampa tenuta ieri a Roma per presentare il convegno «La primavera scende in piazza. L'Europa e le primavere arabe», organizzato da «il manifesto» e dalla rivista Oil con la sponsorizzazione di Sky tv. Il convegno comincia oggi (alle 15,30 presso il Centro di studi americani, via Caetani 32) e prosegue tutto venerdì e sabato mattina. E a presentarlo ieri, insieme alla direttrice del manifesto Norma Rangeri e a Marco d'Eramo, c'erano alcune delle relatrici e relatori che vi prenderanno parte. Manal Hassan, egiziana, attivista e cofondatrice di un noto blog (www.manalaa.net) e Nermeen Edrees, pure egiziana e blogger (globalvoicesonline.org), hanno sottolineato che i nuovi media hanno cominciato a diffondersi intorno al 2004, diventando strumento per far circolare opinioni e organizzare proteste: ma restano uno strumento, pur importante, di un fermento sociale profondo. Sono questi nuovi media che hanno diffuso il «contagio» delle rivolte, dalla Tunisia all'Egitto e a tutto il mondo arabo? Cherifa Bouatta, algerina, femminista, portavoce dell'Osservatorio sulla violenza contro le donne, non crede si tratti di «effetto domino»: l'ondata che ha travolto un paese dopo l'altro dipende piuttosto dalle somiglianze strutturali, «la prima è di vivere sotto dittature, regimi che hanno represso i movimenti sociali e negato la libertà di espressione, asserviti agli interessi occidentali, e comune è la spinta a smantellare vecchi poteri; poi però ogni paese resta un caso a sé». Ma le «rivoluzioni» sono pronte a essere scippate? Passata l'effervescenza di piazza Tahrir al Cairo, cosa potranno blogs e facebook di fronte ai vecchi poteri che si riorganizzano? Ma «la rivoluzione non si è fermata», ribatte Manal Hassan: «L'Egitto ora non fa notizia ma ogni giorno gruppi lavorano a livello locale, nei quartieri, tra i lavoratori, contro gli arresti. No, non abbiamo ancora finito». Resta, dice il regista tunisino Mohamed Challouf (direttore di festival afro-mediterraneo di cortometraggi e documentari), un deficit di conoscenza tra i nostri paesi: «Forse, rovesciati regimi che limitavano la possibilità di comunicare, riusciremo a cambiare immagine». Anche per questo, dice Norma Rangeri, «il manifesto» ha voluto questo forum: guardiamo alle rivolte sulla sponda sud del Mediterraneo perché ci interessano qui, nelle nostre democrazie in crisi, dove in forme diverse emergono questioni e protagonisti simili, a cominciare dai giovani e dalle donne».


  • 8 giugno
  • APERTURA di Giuliano Battiston
    CONVEGNO
    La miopia europea sulle primavere arabe
    Da domani «La speranza scende in piazza» Le rivendicazioni di libertà smascherano gli stereotipi su un mondo arabo monoliticamente inerte, denunciati da autori come Samir Kassir e Olivier Roy

     

    Sono dedicati al rapporto tra l'Europa e le primavere arabe gli incontri del convegno «La speranza scende in piazza» che il manifesto organizza da domani all'11 giugno nella sala del Centro Studi americani di Roma, coinvolgendo storici, ricercatori, giornalisti e attivisti provenienti da Egitto, Tunisia, Algeria, Bahrein, Marocco, Giordania, Libia, Pakistan, Israele, per comprendere insieme le ragioni delle «rivoluzioni dei gelsomini» e gli insegnamenti da trarne. Che sono tanti. E che sembrano rimandare in primo luogo all'ottusa determinazione degli europei a non rinunciare allo sguardo orientalista denunciato anni fa da Edward Said. Uno sguardo miope come quello della maggior parte di giornalisti e osservatori, così abituati a puntare l'obiettivo in «alto», al livello delle cancellerie, dei giochi diplomatici e delle relazioni internazionali, da non riconoscere per tempo i movimenti «dal basso», nella società, tra quei settori che a dispetto di repressione e autoritarismi hanno deciso di darsi forme organizzate, di reclamare inclusione politica e costituirsi in società civile, evitandone le insidie e la retorica (ben analizzate in Effetto società civile. Retoriche e pratiche in Iran, Libano, Egitto e Marocco, a cura di Rosita di Peri e Paola Rivetti, Bonanno 2010).
    Ma le rivolte arabe ci raccontano di una miopia ancora più insidiosa, perché non riguarda solo una professione e un modo di praticarla, ma una postura culturale e una deriva culturalista: la miopia di chi, spesso anche a sinistra, ha coltivato a lungo lo stereotipo dell'eccezionalismo arabo-musulmano, l'idea che ci fosse un'incompatibilità di fondo tra la spinta per il rinnovamento del quadro politico e sociale e una certa area geografico-culturale, definita grossolanamente Medio Oriente - l'ipotesi, divenuta col tempo certezza, che la crisi di un'idea di cittadinanza attiva e consapevole, soggiogata provvisoriamente dalla sclerotizzazione del potere in apparato meramente repressivo, fosse una predisposizione culturale, o, peggio ancora, rimandasse a un'impossibilità antropologica, a una sorta di tara genetica.
    Le rivendicazioni di libertà, la critica radicale alla natura predatoria delle dittature e alla natura proprietaria del rapporto con il popolo, hanno infranto questo stereotipo. Rimettendo in discussione quello che nel saggio L'infelicità araba (Einaudi 2006) Samir Kassir - storico, docente e giornalista, protagonista della vita intellettuale libanese fino al suo assassinio nel 2005 - ha definito uno «sguardo paralizzante»: lo sguardo delle potenze occidentali verso il mondo arabo, inteso come totalità monolitica e monoliticamente inerte, «quello sguardo che impedisce perfino la fuga e che, sospettoso o condiscendente che sia, ti rimanda alla tua condizione ritenuta ineluttabile, ridicolizza la tua impotenza, condanna a priori la tua speranza», e che a sua volta nutre un senso d'impotenza, «l'impotenza a essere ciò che si ritiene di essere», un fatalismo rinunciatario.
    Le rivolte arabe tolgono legittimità a quello sguardo, e anzi lo ribaltano, sottolineando lo scarto tra chi, non avendone goduto, si appella alle garanzie previste dai meccanismi delle democrazie liberali e quanti, all'interno delle cosiddette democrazie mature, non sono riusciti a impedire che quelle garanzie si trasformassero in mere concessioni procedurali, tanto che ora sono i giovani europei a guardare all'altra sponda del Mediterraneo, nella speranza che l'effetto mimetico che ha investito le capitali arabe da Tunisi a Sanaa si diffonda in modo virale anche nel vecchio continente, soffocato dall'ideologia della stagnazione.
    Per quanto ha potuto, il vecchio continente ha cercato di ricondurre la novità dirompente del protagonismo dei giovani di Tunisi e Damasco nell'ambito delle vecchie griglie analitiche, venate di razzismo e da ipotesi più o meno esplicite di superiorità, se non più razziale quantomeno culturale. Le vecchie coordinate, però, sono inservibili, e tanto più è inservibile - ha notato tra gli altri il politologo francese Olivier Roy, autore di testi importanti come Global Muslim. Le radici occidentali del nuovo Islam (Feltrinelli 2003) e La santa ignoranza (Feltrinelli 2009) - l'ipotesi che al dispotismo autoritario dei Mubarak e Ben Ali non potesse che opporsi, come unica alternativa, l'ortodossia intransigente dell'Islam politico. La vera novità delle rivoluzioni arabe, sostiene Roy, sta invece proprio nell'assenza dell'appello all'Islam come collante delle rivendicazioni: la mancanza del ricorso all'Islam come strumento di mobilitazione, come modello di emancipazione poltico-sociale, la mancanza di qualsiasi ambizione a creare un modello islamico statale - ha affermato di recente - significa che non si guarda più alla religione come soluzione adeguata per il rinnovamento del sistema politico o come antidoto alla sua crisi, e rimanda più in generale a quello che, in suo testo ormai divenuto un classico, ha definito il fallimento dell'Islam politico. Un fallimento evidente, secondo lo studioso francese, nella netta distinzione che i manifestanti hanno tracciato tra le richieste politiche, espresse in uno spazio secolarizzato, e la fede, non abbandonata, ma coltivata in uno spazio individuale.
    Nel «mondo arabo», questa la tesi di Roy, la fede - a dispetto di quello che continuano a pensare in molti - si è depoliticizzata e individualizzata, anche se rimane in piedi (pur se in posizione largamente marginale e sempre più marginalizzata dal nuovo attivismo sociale) il progetto neofondamentalista, il tentativo di condurre una reislamizzazione in ambito sociale e culturale. Si tratta, però, di un tentativo che mostra sempre più la corda: le richieste di libertà dei «giovani arabi» non puntano a un ritorno nostalgico verso una purezza primigenia, verso una presunta età dell'oro, ma sono una consapevole presa in carico del futuro.
    Di questo futuro l'Europa dovrebbe interessarsi, fornendo una risposta responsabile «alla domanda di libertà che giunge dalla costa nordafricana», scrivono Michele e Yvonne Brondino nel libro Il Nord Africa brucia all'ombra dell'Europa (Jaca Book 2011). Per farlo, occorre però uno sguardo attento sul presente e una rilettura dell'itinerario storico che evidenzi «il circolo vizioso in cui sono stati risucchiati questi paesi: gli eccessi dell'ultraliberismo mondiale, le strettoie dei regimi autoritari del Sud e il tacito appoggio delle potenze europee». Che per ora plaudono al processo di democratizzazione, ma lo fanno in modo tartufesco, dimenticandosi le proprie responsabilità storiche, di intermediari «tra il rullo compressore della globalizzazione e la fragilità di economie e società appena approdate all'indipendenza, guidati da un interesse di stampo neocoloniale, dalla vista corta».
    Quello stesso interesse che per Michele e Yvonne Brondino è all'origine dell'intervento armato «umanitario» in Libia: «al colonialismo nazionalista dell'Ottocento e inizio Novecento si sostituisce l'europeismo aggressivo dei nostri giorni». L'Europa, accusano gli autori, «non vuole dismettere i panni della 'potenza coloniale' per divenire 'potenza civile'».