contrappunto

 in ‘eco delle valli valdesi’ (Riforma) n. 17- 23.4.2004

 

Minatori di ieri

minatori di oggi

 

Cent’anni fa la tragedia del Bet. Ottantuno minatori sotto la valanga. È una delle grandi tragedie del lavoro; sono centinaia nella storia del lavoro in miniera in Italia. Opportunamente se ne parla oggi per ricordare non solo l’episodio, ma anche il contenuto del lavoro di cent’anni fa. Al Bet, a 2800 m di altezza, lavoravano sette giorni la settimana fino a 150 minatori. Vivevano nei baraccamenti costruiti a 2540 metri. Erano molto giovani, provenivano dai comuni delle valli. All’epoca non c’erano alternative: la miniera o l’emigrazione.  Lavorare al Bet cento anni fa era lavoro pericoloso, duro e comportava il sacrificio di vivere lontano da casa in baracche a oltre 2000 metri di altezza. Ma era una delle poche alternative all’emigrazione per i montanari. La valanga  che ne uccise 81 il 19 aprile del 1904 forse era inevitabile, ma la testimonianza di un minatore sopravvissuto ci fa riflettere: “Il Ferro asserisce che gli operai erano intenzionati e decisi di scendere il giorno precedente: non lo fecero per tema che il direttore Rodriguez li licenziasse”» ha scritto G. Avonto, lo storico della Val Chisone, ricordando l’episodio.

Nelle valli c’erano molte miniere: quelle di rame del Vallon Cros e Glacieres a Massello e in Val Troncea, quelle di grafite a Roure, Pomaretto, Inverso Pinasca, Villar, Pramollo e San Germano che hanno occupato fino a 200 minatori, quelle di talco a Prali, Salza di Pinerolo, Perrero, Roure, (Fenestrelle, Usseaux e Pragelato le più antiche della Val Chisone) che occuparono complessivamente fino ad un migliaio di operai.

La storia del lavoro qui è sottoterra. È una storia  comune agli abitanti di molte altre vallate alpine. Ma è una storia che ha lasciato una cultura, un’idea di solidarietà vissuta più nei gesti quotidiani del lavoro che in azioni politiche e sindacali. Per questo la rievocazione della tragedia dei minatori morti è sentita. Fa parte del DNA collettivo.

Si trattava di un lavoro molto duro. Si rischiava la vita e il futuro da pensionato, per quelli che ci arrivavano, non era roseo: c’era l’incubo della silicosi. «Se i contadini avessero continuato a fare i contadini, i minatori si sarebbero dovuti cercare tra gli schiavi» ha dichiarato un dirigente della Talco & Grafite a Erica Rochon che lo intervistava per la sua tesi di laurea.

Le miniere del Bet furono chiuse nel 1914, a partire dagli anni 60 si chiusero progressivamente le  miniere di grafite: l’ultima fu chiusa nel 1983. Lo sviluppo dell’industria attirò la manodopera nelle fabbriche. Così giunsero per lavorare nelle miniere di talco lavoratori della Sardegna, che si integrarono bene sia nel lavoro che nell’azione sindacale. Nella miniera di grafite di San Germano nel ’69 arrivarono minatori polacchi, per sostituire progressivamente  (in appalto) a partire dai lavori di preparazione gli italiani, ormai attratti dal lavoro alla Fiat e alla Riv.

Nel corso degli anni 70-80 la condizione dei minatori miglioro un poco. Sul piano legislativo si riconobbe che i minatori facevano un lavoro usurante. Furono adottate norme che consentivano agevolazioni per il conseguimento della pensione. Furono introdotti macchinari che, oltre a consentire un amento della produttività del lavoro, riducevano il rischio di malattie professionali. L’ospedale valdese di Pomaretto mise a punto un protocollo per la ricerca precoce della silicosi.

Negli anni 90 nell’unica miniera di talco rimasta in funzione, cambiò la proprietà. Si  abbandonò il binario per il trasposto del minerale sostituendolo con pale meccaniche, prima elettriche e poi diesel. Insieme alle nuove tecnologie arrivarono, alla fine degli anni 90, anche minatori stranieri: un marocchino, un tunisino, un rumeno e poi polacchi.

Oggi nelle miniere di talco la maggioranza dei minatori è straniera. Provenienti da miniere di carbone o lavori per gallerie ferroviarie e stradali, stanno imparando le tecniche di coltivazione, ma dimostrano meno attenzione ai pericoli.  Vivono separati dalla realtà sociale della valle. Puntano al cottimo per guadagnare il più possibile e ritornare a casa in breve tempo. Non sono integrati nel sindacato che pure contratta anche per loro. Accettano condizioni di lavoro che i minatori locali rifiutavano. C’è difficoltà ad avere contatti con loro. «Come si dice in polacco “la salute non si vende”?» dice un ex delegato di miniera, pensionato

 

Giorgio Gardiol

 

nota integrativa all’articolo.

La Luzenac  Val Chisone, concessionaria e padrona degli impianti dal 1990, ha oggi 130 dipendenti, di cui 30 nella cava di talco di Orani in Sardegna. In miniera ci sono  33 addetti al sottosuolo di cui gli italiani (tolti i 3 capi) sono 7, poi un rumeno e  un tunisino, contro 21 polacchi. All’esterno una ventina fra operai, capi, tecnici. Un’altra cinquantina di dipendenti fra stabilimento di macinazione a Malanaggio e sede. Anche quest’anno ci sarà a maggio della mobilità volontaria verso la pensione con calo ulteriore degli organici.

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 in ‘eco delle valli valdesi’ (Riforma) n. 17- 23.4.2004