Appunti e contrappunti

 

Pubblichiamo, in una sorta di piccolo dossier, uno stralcio di dibattito che si è sviluppato tra redattori e collaboratori della rivista, sulla questione sindacale e in particolare sugli scioperi del sindacalismo di base, la loro efficacia, il senso della contrapposizione di questi con le scadenze e le strategie del sindacalismo confederale. Il tutto è originato da un articolo di Cosimo Scarinzi apparso su Umanità Nova del 12 dicembre 2004.

 

Venerdì 3 dicembre 2004 c’è stato lo sciopero generale indetto dalla CUB e dall’USI. Le due manifestazioni, una a Milano e l’altra a Napoli, hanno visto la partecipazione di diverse migliaia di lavoratrici e lavoratori, un numero non esaltante ma, considerata la situazione, nemmeno da sottovalutare.

Era evidente, infatti, che la presenza in piazza riguardava, essenzialmente, il corpo militante dei sindacati promotori, che non c’erano studenti, i partiti di sinistra, con l’eccezione della FAI, non aveva sostenuto in alcun modo la mobilitazione.

Abbiamo avuto conferma del fatto che la base militante del sindacalismo alternativo non è disponibile al grande abbraccio neoconcertativo proposto da CGIL, CISL e UIL, anche con lo sciopero del 30 novembre 2004.

In diversi posti di lavoro, certamente a macchia di leopardo, l’adesione allo sciopero ha avuto una  discreta consistenza. Si tratta, ovviamente, delle situazioni in cui il sindacalismo alternativo è riuscito a dare espressione allo scontento di settori di lavoratori e lavoratrici.

Non va, poi, sottovalutato il fatto che settori minoritari ma non irrilevanti del sindacalismo alternativo (Confederazione Cobas, Slai-Cobas e Sin-Cobas) hanno scelto di mobilitarsi il 30 novembre con CGIL, CISL e UIL e non il 3 dicembre.

Credo che il giudizio sulla mobilitazione del 3 dicembre vada dato tenendo rigorosamente distinti due piani di riflessione:

la necessità di mantenere chiara nei discorsi, nelle proposte, nelle piattaforme e, soprattutto, nelle iniziative la distanza rispetto alle pratiche concertative dei sindacati istituzionali. Da questo punto di vista, la scelte dello sciopero del 3 dicembre era obbligata e va giudicata in prospettiva e non sulla base dei risultati immediati;

un quadro generale non facile, caratterizzato da un basso livello di mobilitazione e da una forte capacità di pressione da parte dei partiti e sindacati istituzionali. Basta pensare, a questo proposito, all’ineffabile Fausto Bertinotti che, a più riprese, ha posto l’accento, per dimostrarne le buone ragioni, sulla partecipazione allo sciopero del 30 novembre del sindacato fascista UGL.

Credo anche che il giudizio sulla riuscita dello sciopero del 30 novembre, riuscita, per molti versi, enfatizzata dimostri, certamente, la volontà di mobilitazione da parte di milioni di lavoratori e lavoratrici a fronte dell’impoverimento retributivo e del taglio del welfare ma, e non dobbiamo nascondercelo, soprattutto la forza del blocco neoconcertativo.

Molti compagni e compagne, che pure avevano segnalato un certo disagio di fronte alla difficoltà di costruire uno sciopero indipendente il 3 dicembre, hanno potuto, nel confronto con i loro colleghi di lavoro, far rilevare come non si era mai vista in maniera così esplicita una deriva neocorporativa in occasione di uno sciopero generale.

I dirigenti di CGIL, CISL e UIL non hanno provato il minimo imbarazzo a presentare al governo una piattaforma congiunta con la Confindustria dell’ineffabile Luca Cordero di Montezemolo.

Di fronte a un governo cialtrone e populista che vanta un inesistente taglio delle tasse, questi signori non hanno avuto alcun problema nel rivendicare massicci finanziamenti alle imprese al fine di rilanciare l’accumulazione capitalistica e come sua, eventuale, conseguenza una crescita delle retribuzioni e dei servizi sociali.

Nessuno di costoro, con l’eccezione più di forma che di sostanza del PRC, ha ipotizzato un taglio delle tasse sui salari e un aumento degli assegni familiari.Siamo di fronte, quindi, a una situazione assieme semplice e complicata. Le questioni di merito che oppongono il sindacalismo indipendente a quello concertativo sono assolutamente evidenti: salario, reddito e diritti.

Ma queste questioni sono affogate nel comune sentire, anche di settori che si vogliono radicali, nel brodino antiberlusconiano.

È bene, su questo punto, essere assolutamente chiari: questo governo è schifoso e le sue scelte vanno combattute senza ambiguità. Vanno, però, combattute ponendo al centro gli interessi unilaterali della classe lavoratrice, quegli stessi interessi che la sinistra statalista considera, ad essere buoni, materia di scambio.

Esiste, insomma, la necessità di lavorare al rafforzamento dell’identità del movimento di classe sapendo che non è sempre facile andare controcorrente ma che cedere sui contenuti, e mi riferisco a contenuti non particolarmente radicali ma semplicemente classisti, significa pregiudicare ogni azione futura. In prospettiva, una maggiore attenzione va posta sulla capacità, da parte del sindacato indipendente, di porre l’accento sull’intreccio fra democrazia assembleare, capacità di colpire l’avversario di classe, capacità di generalizzare la mobilitazione.

Nei fatti, lo sciopero generale del sindacalismo indipendente è un momento di affermazione della propria identità e del proprio progetto ma non è una pratica sociale radicale e tale da marcare un passaggio in avanti del sindacalismo di base. Di più, se non vi è una pratica radicale quotidiana, articolata, diffusa sul territorio e nelle aziende, le scadenze generali rischiano di essere momenti di autorappresentazione ed una fuga in avanti che nascondono e non risolvono le difficoltà del movimento di classe.

È preoccupante, ad esempio, da questo punto di vista il fatto che la rete di rapporti intessutisi fra sindacalismo di base e movimenti dei precari negli ultimi anni che hanno trovato nella scadenza del May Day un momento di forte visibilità il 3 dicembre non abbia funzionato.  Almeno a Milano, la composizione del corteo vedeva una presenza assolutamente tradizionale della working class dell’industria e del settore pubblico.

Certamente la segmentazione sociale prodotta dalla modificazione del mercato del lavoro e dal salto di paradigma produttivo e sociale che stiamo vivendo  non si supera con la buona volontà ma sarebbe sciocco nascondersi il fatto che è oggi un problema centrale da affrontare. La stessa buona riuscita in diverse città dello sciopero indetto il 1 dicembre dai sindacati di base nel settore dell’autotrasporto urbano è una prova a contrario di quanto affermiamo. Dove, e certamente il carattere categoriale della mobilitazione ha favorito questo processo, la differenza delle proposte e dei percorsi fra sindacato di base e sindacato istituzionale è immediatamente evidente e rimanda a lotte di massa estranee al controllo concertativo e dove è stato possibile mantenere l’unità del sindacalismo alternativo, la mobilitazione riesce e apre prospettive interessanti per l’immediato futuro.

Se una lezione dobbiamo trarre da questa settimana di mobilitazione consiste nella necessità di porre l’attenzione sull’efficacia comunicativa dell’azione del sindacalismo indipendente, sulla capacità di parlare a settori larghi di lavoratori e lavoratrici, sull’urgenza di tendere comprensibile, non a chi è già convinto ma all’assieme del lavoro dipendente, la necessità di rompere con ogni ipotesi neocorporativa e di affermare l’autonomia sociale dei lavoratori.

Un percorso non facile che si intreccia con l’esigenza di evitare arroccamenti di tipo organizzativo e capacità di coinvolgere nella costruzione degli scioperi il maggior numero possibile di lavoratori e militanti. Sembra, a volte, che i gruppi dirigenti del sindacalismo alternativo diano per scontate alcune pratiche le assumano quasi come una modalità di educazione della propria base militante. Al contrario, è necessario un confronto serio sulle forme di lotta che dia un senso alla pretesa di essere un sindacato non burocratico che troppe volte viene ripetuta in maniera rituale.

Un percorso, d’altro canto, necessario.

 

Cosimo Scarinzi

 

Articolo comparso sul n.40 di «Umanità Nova» del 12/12/2004, con il titolo Una strada in salita. Gli scioperi di fine autunno fra blocco concertativo e sindacalismo di base.

 

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Caro Cosimo,

provo alla brutto dio a fare dei contro-appunti a i tuoi appunti...

Il tono del testo è, aldilà dei necessari equilibrismi, evidentemente pessimista o quantomeno in esso traspare il misto di delusione-rammarico imbellettato dal necessario "siamo in pista e quindi balliamo".
Che dire? Tutte cose giuste, condivisibili, ragionevoli ma, c'è un ma, poco convincenti...
Lo sciopero del 3 dicembre non è riuscito. Il corpo militante era un corpicino, diciamocelo. Il discorso identitario mi pare che ormai come il pesce cominci a "puzzare". Teniamo allora buoni 2 ragionamenti che mi paiono abbastanza oggettivi e, se vuoi, banali:

· il momento è pessimo, il livello di mobilitazione generale è al ribasso in tutte le tipologie di opposizioni (guerra, precarietà, lavoro, diritti ecc.);

· il cambio governativo è alle porte, il riassesto del blocco neoriformista (Ulivo+PRC+CGIL) è quasi ultimato.

Ci saranno ancora margini per colpetti di scena, di coda e di reni, tuttavia il quadro è inequivocabile.
Partendo da questi presupposti possiamo comprendere come abbia sostanzialmente "tenuto" il monopolio cigiellista e, in definitiva, confederale rispetto alla working-class.

Gli scioperi, compresi quelli selvaggi, di questi ultimi 3 anni sono stati momenti importanti, occasioni, però, perse dal sindacalismo indipendente.

Possiamo certamente dire che, aldilà di alcune meritate battaglie, la guerra sia stata persa dal sindacalismo di base e rivinta dai confederali.

I motivi sono diversi, alcuni li hai citati, quelli che mi paiono significativi sono:

- forze in campo sfavorevoli (egemonia confederale);

- incapacità di percorsi unitari del sindacalismo di base;

- incapacità dirigenziale (non è un lapsus) da parte di dirigenti e quadri del sindacalismo alternativo
Ogni punto meriterebbe un paragrafo a se ma non ne ho tempo né molta voglia ora, mi riprometto di lavorarci più avanti (bugia).


Considerazioni finali:

- o sono fuori tempo massimo gli anarchici che lavorano nella CGIL (in sostanza sono degli utili idioti) o sono degli E.T. quelli che lavorano nel sindacalismo di base, una cosa è certa continuare ancora a fare gli anarchici "spalmati" sta diventando come le barzellette dei carabinieri.

- Il tentativo non riuscito di attrazione con il lavoro precario (MAY DAY) del sindacalismo alternativo è oggi come oggi il dato più negativo. Bisogna insistere assolutamente su questo versante così come è fondamentale insistere sul lavoro migrante e sul livello di autorganizzazione dell'anello debole nel conflitto capitale-lavoro appunto i migranti.

- il rapporto d'ora in avanti con i lavoratori CIGIELLINI dev'essere puramente di tipo evangelico, un attacco frontale e durissimo all'apparato CGIL ai dirigenti e quadri e un coinvolgimento di base e condiviso con la base più avanzata dell'apparato.

- Allo stesso tempo sbarazzarsi nel sindacalismo di base di pezz'immierda e capoccia, introdurre la discriminante della democrazia diretta, sburocratizzarlo e allo stesso tempo irrobustire il supporto legale, c'è ne sarà bisogno, prendiamo gli avvocati e facciamogli fare il loro mestiere.

Sembra poco? "Un percorso, d'altro canto, necessario".

 

Dicembre 2004

Stefano Raspa

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Caro Stefano,


in primo luogo ti ringrazio per i tuoi contrappunti. Oggi è assolutamente necessaria una discussione seria ed approfondita che stenta a decollare come dimostra la rapida fine del dibattito partito su «A Rivista Anarchica».

I limiti della riflessione sono connessi, credo, a quelli della prassi ma indicano anche una stanchezza generalizzata e che non caratterizza solo il sottoscritto.

Riprendo solo alcune delle questioni che poni:

· che gli anarchici siano spalmati o fratturati sindacalmente è oggetto di una discussione non nuova. Io propendo per la fratturazione visto il tasso di litigiosità ed il reiterato fallimento di ogni, pur volenteroso, coordinamento dei lavoratori anarchici. Non vorrei confermarti nell'idea che sono pessimista ad oltranza ma non credo proprio che se ne possa uscire a breve;

· i nostri compagni cigiellini non sono dei minus habens, almeno a mio avviso. Fanno una scelta basata su di un'analisi della questione sindacale che non condivido ma che ha una sua logica interna. Non sono, comunque, né un problema né un ostacolo ai sindacalisti altri ed oltre;

· il lavoro precario, eh, amico mio, il lavoro precario?.. Pare che l'unico modo per individuare luoghi di aggregazione sia il puntare sulla dimensione spettacolare (San Precario ecc.) mentre ogni ipotesi organizzativa fa i conti con la vecchia tesi di Von Clausewitz che rilevava come la guerriglia (inevitabile se si deve seguire le filiere produttive del lavoro precarizzato) richiede capacità organizzative più alte delle battaglie campali tipiche della working class della grande azienda. In concreto, la badante filippina farà più facilmente riferimento alla CISL che alla Cub visto che chiede, in primis e, temo, in secundis, un'efficiente tutela individuale;

· per quanto riguarda i fratelli cigiellizzati, certo nessuno sconto va fatto, ma non mi pare se ne siano fatti, ma vanno anche fatte proposte organizzative credibili, se si fa sindacato. Altrimenti, dixi et salvavi animam meam. E il gatto selvaggio si morde la coda?;

· idem per quanto riguarda la burocrazia a meno di non fare i trotskisti;

· infine, nell'autoferro non è andata proprio come dici, a Melfi, invece ed ovviamente, la FIOM ha raccolto consenso, iscritti e delegati

 

Dicembre 2004

 

Cosimo Scarinzi

 

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Scusate il ritardo di queste note, ma non ritengo l'argomento superato.

[Innanzitutto] si trascura che in questi anni il principale attacco politico da parte del governo e della Confindustria (D'Amato) è stato fatto contro la CGIL che pur essendo un sindacato concertativo, non era/è disponibile a ridimensionarsi in sindacato dei servizi e perdere ogni ruolo propriamente contrattuale (ruolo del contratto nazionale). La sua tenuta e la sua capacità di reazione e mobilitazione ha contribuito a ridimensionare la sua emarginazione e i tentativi più plateali (ed inutili) di ridisegnare il quadro normativo-legislativo in funzione anti-operaia. Esempio art.18 e il contratto metalmeccanico siglato da due organizzazioni minoritarie nel segmento.

Lungi da me sostenere essere la CGIL sindacato sovversivo, ma un sindacato riformista, legato per tradizione e attualità a forme di solidarietà sociale consistenti, ma disponibile a compromessi tipici di chi vende la forza-lavoro e che deve (o ritiene) dover garantire la tenuta della controparte per poter mediare. Ma quello che è importante è non considerare l'insieme un entità omogenea ed uniforme, priva di differenze e contrapposizioni, non dimenticare che la FIOM non è il parastato, i chimici non sono il commercio. Certo sono funzionari a tempo pieno, ma esistono modalità e sensibilità di formazione e di indole personale che determinano spazi, soprattutto in quelle situazioni territoriali o di segmento merceologico dove altra scelta porrebbe i compagni ad un ruolo di testimonianza e di semplice agitazione propagandista,che per altro come militanti anarchici già sperimentano e svolgono giustamente. Certo sono spazi minoritari e che in un futuro prossimo possono ridimensionarsi enormemente, ma intanto siamo qui e ora, è le battaglie si fanno nella
contemporaneità, non nel passato remoto, prossimo o nel futuro indefinito. Certo se nella diaspora organizzativa, che per altro accomuna anche Rifondazione, ci fosse un comune progetto sindacale-politico (diciamo di tendenza) si potrebbe aver maggior risalto ed incidenza. Ma questo è un altro
aspetto.
Ugualmente, Cosimo evitaci il "politichese", tipo articolo sullo sciopero della CUB, che tra giri di frasi ci comunica l'impasse della stessa CUB, elegantemente coperta dal successo di coerenza e progettualità, tipica di una fraseologia DA PARTITO M-L (mi ricorda Servire il popolo).

Impasse legata dal dato che anziché proporsi come polo aggregativo per un sindacato di classe, già oggi vorrebbe spendersi come tale e porsi come immediata alternativa alla Triplice che, per quanto sia la principale struttura tra i sindacati di base, mi sembra prematuro e forzato. E' così anziché porsi come soggetto, tra altri soggetti, dentro un processo lungo e tortuoso, si pone immediatamente come referente a cui semplicemente aderire.

Non è poi un caso che in questa circostanza gli altri sindacati di base abbiano assunto la scadenza di maggior impatto politico e sociale e disertato quella della CUB, unica eccezione USI ortodossa. Ora il problema del sindacalismo di base è evidenziato nel comparto della scuola, un milione di dipendenti, un radicamento significativo, tre sigle.... e l'incapacità di essere alternativa reale e significativa.

Certo il ruolo di conservazione dei ceti dirigenti gioca un certo peso nella dispersione, ma anche certe visioni sindacali e prassi vertenziali acuiscono le distante. Non sarebbe il caso di rivedere la logica confederale, per recuperare l'unità di settore e solo dopo recuperare una dimensione intercategoriale e complessiva?

Il precariato è una condizione estremamente differenziata, certo tutti vorrebbero contratti indeterminati, ma spesso i lavori precari sono tali perché nessuno è disponibile a svolgerli per un periodo di tempo significativo. Con l'eccezione che non sia un datore di lavoro SIGNIFICATIVO (pubblico o privato).

La morfologia si distingue per aree geografiche, settore, età e sesso dei protagonisti. Variabile troppo ampia per sortire un effetto generalizzante e aggregante di per sé. Solo nella situazione specifica si può determinare possibilità di iniziativa sindacali. Diversamente l'aspetto ludico prevale, almeno nelle fasce giovanili, e saltuariamente aggrega.

Del resto il famoso proletariato giovanile, non-garantito del '77 dove si trovava: nei raduni di musica e, grazie alla militanza scolastica, negli scontri di piazza o nelle azioni militanti (le ronde contro i covi del lavoro nero)? o ricordo male?

Non è comunque sui dibattiti sulla burocrazia che si costruisce una aggregazione tra compagni che intervengono nel campo sindacale, ma individuando percorsi, momenti di dibattito, di analisi e di intervento che facciano crescere una intenzionalità comune (tfr, riforma fiscale, orario, salario, reddito sociale, assemblee sovrane e deliberative) e le diano visibilità pubblica. Ma su questo punto siete voi (alcuni) aderenti a una federazione che ha spazi (mondo del lavoro?), un giornale.... una riunione, dei gruppi di lavoro tematici, territoriali, elaborazioni mirate, internet, qualche informazioni sulle situazioni tempestive, nazionali ed internazionali, continui aggiornamenti sulle"riforme", proposte di obiettivi....e perché no... un giornale sindacale (anche virtuale) qualcuno non ha detto che è una forma per organizzarsi in modo collettivo?

 

Gennaio 2005


Maurizio Montecchi

 

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Caro Maurizio,

ti rispondo in ritardo anch’io. D’altronde, come rilevi, le questioni che trattiamo sono tali da non perdere di attualità.

Proverò ad andare per ordine.

Il cattivo infinito sociologico

A più riprese, discutendo con compagni che hanno fatto la scelta di stare nella CGIL, mi è stata rimproverata una certa secchezza nella valutazione della CGIL stessa e il fatto che non terrei conto della natura complessa di questa organizzazione.

L’appunto è, questo va da sé, assolutamente legittimo. Se, però, è legittimo questa considerazione vale per la chiesa cattolica, per la cisl, per la confindustria e per qualsiasi aggregazione umana.

Detto ciò, è evidente che l’onesto delegato FIOM è diverso dal mafioso delegato postale, che i burocrati non sono tutti eguali, che le aziende Fiat di  Melfi non sono il parastato ecc.. quando, però, si da un giudizio su di un’organizzazione non si pretende né di dare un giudizio morale sui suoi aderenti né di descriverne l’interna e complessa struttura sino al singolo individuo ma si cerca di coglierne la natura sociale.

Io penso una cosa molto semplice, vi è stato - e la cosa non si è determinata senza contraddizioni nell’arco di più di un secolo - un processo storico che ha visto la trasformazione delle organizzazioni di classe in apparati dello stato ed in aziende e su questo dato il giudizio si da non con dichiarazioni ideologiche ma semplicemente analizzandone i bilanci e l’inserzione nell’apparato statale e nel mercato.  Ora, o ritieni che questi dati, assolutamente pubblici siano infondati o devi riconoscere che qualche problema c’è e che siamo di fronte ad organizzazioni strutturalmente collocate nell’attuale quadro sociale. A questo proposito, eviterei persino definizioni come riformista, rivoluzionario, sovversivo che, a rigore, non c’entrano nulla.

Detto ciò, che vi siano lavoratori e gruppi di lavoratori combattivi organizzati nei sindacati di stato è sin troppo evidente, che dei compagni possano scegliere di fare sindacalismo in CGIL non sia scandaloso è scontato e su questo punto divergo da Stefano Raspa.

Per dirla tutta, che in alcune situazioni i lavoratori possano usare i sindacati istituzionali in lotte importanti – torniamo alla FIAT di Melfi  - non mi crea alcun imbarazzo. La dialettica fra movimenti ed organizzazioni, sulla quale ci siamo applicati dovrebbe averci insegnato bene qualcosa.

 

Il culo e le quaranta ore

 

Nella tua lettera tratti di due problemi connettibili, se si vuole, fra di loro ma sostanzialmente distinti e cioè delle difficoltà, limiti e contraddizioni del sindacalismo alternativo e di quelle degli anarchici.

 

Partiamo dal secondo ordine di problemi. Tu sai bene che gli anarchici sono meritevoli di uno straordinario apprezzamento e lo dico senza ironia. Che vi siano, ed io sono del mazzo, persone convinte che si possa e si debba agire per un mondo senza sfruttamento mi sembra straordinario. A maggior ragione la cosa mi colpisce se penso che molti compagni hanno dedicato decenni ad un’attività sovversiva e continuano a farlo.

Detto ciò, l’anarchismo come realtà politica e sociale sconta il fatto banale che non si è in una fase storica rivoluzionaria, almeno secondo i criteri interpretativi nei quali mi sono formato, l’egemonia riformista, le difficoltà di misurarsi con il salto di paradigma produttivo nel quale stiamo vivendo e non mi avventuro oltre.

Per dirla con franchezza, gli anarchici sono una minoranza assolutamente marginale, dispiace ma è così. Per di più, degli anarchici, quelli di orientamento classista sono solo una parte e non la maggioranza almeno a quanto ne so. Decenni addietro la situazione era persino peggiore, da questo punto di vista, ma il miglioramento non è stato tale da determinare un comune sentire sulla questione della lotta di classe.

Infine, piaccia o meno, anche gli anarchici di orientamento classista hanno opinioni diverse per quel che riguarda il sindacalismo. Pensare di risolvere il problema invocando l’unità degli anarchici nell’azione sociale e sindacale mi sembra assolutamente bizzarro. Ci abbiamo provato a più riprese e non ci siamo riusciti, o si pensa che i compagni siano stupidi, ed io non lo penso, o si cercano ragioni meno discutibili di questo fallimento.

Per parte mia, ho una spiegazione della quale sono ragionevolmente convinto. Un anarchico che, in primo luogo, lavori, in secondo luogo abbia una vita sociale individuale alla quale dedica, ed è normale che sia così, tempo ed energia, in terzo luogo faccia intervento sindacale dove lavora e in quarto luogo abbia un impegno politico culturale come anarchico in senso stretto, ha già una vita intensa. 

Avrai notato che ho posto gli impegni in un ordine contestabilissimo ma mi solo interessava porre l’accento sul fatto che inventarsi un quinto ambito di attività – il coordinamento operativo, ed insisto sul termine operativo dei sindacalisti libertari – mi sembra oggi implausibile. Credo sia più sensato oprare per aree ragionevolmente affini ed essere aperti al confronto con tutti coloro, non solo anarchici, che siano disponibili a misurarsi sui temi che ci caratterizzano. Una scelta minimalista? Può darsi ma la ritengo, oggi perché nulla escludo per il futuro, la più feconda.

 

Quando ti riferisci al fatto che alcuni compagni hanno ritento di sviluppare, sulle pagine di A Rivista Anarchica , una discussione sulla burocrazia sindacale e liquidi questa discussione come inutile, può darsi che tu abbia ragione.

Il fatto è che, a mio e nostro avviso, la scelta sindacale che abbiamo fatto e che rivendichiamo implica delle contraddizioni e rivendichiamo il carattere politico, in senso forte, di questa contraddizione che attraversa la nostra vita.  Come siamo lontani dalla sensibilità dei compagni che danno giudizi liquidatori sulla natura inevitabilmente "riformista” delle lotte e delle organizzazioni dei lavoratori lo siamo anche da quella di chi considera indifferente la scelta sindacale perché il sindacato sarebbe un’inevitabile strumento di integrazione sociale, di conseguenza, tanto vale scegliere quello che da più coperture e garanzie.

 

L’interesse mio e di altri al sindacalismo alternativo non nasce affatto dall’idea che si tratti della forma finalmente disvelatasi dell’autonomia di classe ma dal convincimento che è una parziale risposta al riformismo al contrario del capitale e che si può lavorare per rafforzare il formarsi di una componente del movimento operaio che ponga all’ordine del giorno la critica al corporativismo democratico.

Questo ritengo sia l’ordine dei problemi sul quale confrontarsi.

 

Marzo 2005

 

Cosimo Scarinzi