Bozza

Con l’effettuazione dei congressi ci poniamo l’obiettivo di compiere un bilancio dell’attività svolta, delle difficoltà incontrate, della valorizzazione dei risultati ottenuti grazie al lavoro spesso oscuro, non visibile, di centinaia di militanti delle nostre organizzazioni. Un bilancio che a partire dai positivi risultati ottenuti, e senza atteggiamenti masochistici, sappia anche verificare se potevamo fare diversamente sulla base delle risorse disponibili,del contesto dato, della praticabilità di iniziative capaci di produrre risultati migliori. Compito primario del congresso è comunque quello di definire il progetto sindacale e le priorità della nostra azione per i prossimi anni.

Tentare di fare un bilancio è una operazione complessa stante l’intreccio dell’attività intercategoriale/generale con quella categoriale/ aziendale,anche se gli elementi fondamentali sono estremamente evidenti e significativi per una valutazione .

Possiamo con soddisfazione registrare che con le iniziative assunte abbiamo dato un contributo decisivo all’affermarsi della CUB come l’unica alternativa credibile a cgil-cisl-uil. L’attività messa in campo e la politica sindacale praticata hanno determinato una significativa crescita nel settore privato nonostante i processi di ristrutturazione che hanno in molti casi falcidiato, alla base, l’organizzazione che ci eravamo dati all’inizio. Nel pubblico impiego anche le recenti elezioni delle RSU hanno confermato un forte radicamento della RDB con consensi in crescita in tutti i comparti. Nel comparto scuola,grazie anche al contributo di tutte le organizzazioni della CUB ,è in corso un positivo percorso di costruzione della CUB Scuola .

La vostra organizzazione ha avuto la capacità di superare, grazie al lavoro di molti compagni/e, i devastanti effetti prodotti dall’abrogazione parziale attraverso il referendum dell’art. 19 e dell’abrogazione dell’art. 26 dello Statuto dei lavoratori che hanno privato la vostra organizzazione ed i lavoratori di diritti fondamentali e risorse per la costruzione di una possibile alternativa a cgil-cisl-uil.

In una notte i lavoratori organizzati dal sindacalismo di base nel privato perdevano in un colpo la possibilità di riunirsi durante l’orario di lavoro, di eleggere in modo democratico i delegati, di sostenere l’organizzazione con le trattenute sindacali in busta paga.

Abbiamo rischiato di veder morire sul nascere il tentativo di costruire nell’industria, nei servizi ecc. il sindacato di base tendenzialmente maggioritario, non ideologico o minoritario.

Ci siamo impegnati a ridefinire le modalità con le quali mantenere l’obiettivo che ci eravamo fissati. Non è stato facile, i costi anche personali rilevanti, ma oggi possiamo dire di avercela fatta e di arrivare a questo congresso con la prospettiva non storica, ma di medio periodo, di costruzione di un forte sindacato di base capace di incidere anche sulle questioni categoriali e generali.

Il sindacalismo di base e la CUB con tutti i loro limiti, hanno costruito un proprio radicamento, un’area di lavoratori che vi si riconoscono al di la della visibilità mediatica e delle influenze partitiche, un soggetto sociale che pratica una significativa autonomia nelle scelte e nei percorsi, una caratteristica che si è imposta anche a osservatori distratti, che dobbiamo valorizzare perché rappresenta un punto di forza sul quale crescere. Difficilmente nella storia si sono resi evidenti in poco tempo i disastri prodotti dal liberismo, questo ha favorito il manifestarsi di forme nuove di impegno sul terreno sociale che hanno trovato sbocco nelle iniziative della CUB e del sindacalismo di base.

Il contesto generale

La definizione della nostra proposta di politica sindacale delle priorità di intervento va costruita a partire dall’ analisi della situazione in cui siamo costretti a operare.

La globalizzazione rappresenta una ulteriore fase espansiva del capitalismo con l’esasperazione delle logiche che vanno dallo sfruttamento dei lavoratori, al saccheggio delle risorse energetiche e ambientali, all’ampliamento del fossato che divide i paesi poveri dai ricchi, all’accumulazione della ricchezza in poche mani.

In altri termini si può dire che l’attuale processo di globalizzazione rappresenta una vera e propria dichiarazione di guerra dei ricchi contro i lavoratori, i pensionati e i poveri per il potere e la ricchezza.

Il potere economico globale è impersonale, anonimo. Esso non ha spesso nessun volto, ma solo un marchio o un nome famoso; esso parla soprattutto attraverso i propri prodotti, che non richiamano l’idea del potere ma piuttosto quella del benessere, del lusso e del piacere.

Beni e servizi inducono desideri e promettono piaceri, non danno comandi, non creano obblighi. Collocandosi nell’area che ha a che fare più che con i bisogni, con i desideri e il piacere, il potere economico globale compie un miracolo che non è mai riuscito completamente al potere politico: essere identificato con ciò che si vuole, piuttosto che con ciò che si deve.

Il potere non è più solo inteso come "comando" ossia come possibilità di far valere la propria volontà e di ottenere obbedienza, anche di fronte ad un’opposizione e cresce invece il potere inteso come "influenza" ossia come capacità di convincere qualcuno a fare ciò che si vuole non già per costrizione o per dovere, ma per interesse e, si potrebbe aggiungere per piacere.

Questo tipo di potere "seducente", se pur non elimina il bisogno di potere tradizionale, laddove l’uso della forza è necessario, costruisce nuovi modi di comunicazione del potere affidandola al linguaggio della convenienza, dei diritti, piuttosto che a quello del comando e dell’obbligo, conseguentemente lo stesso potere politico intraprende la strada del consenso e dell’accordo, se non quelle del contratto, per governare, la grammatica del benessere si diffonde proprio mentre i welfarstates arretrano.

Sullo scenario del potere "seducente" le imprese economiche tradizionali rimangono protagoniste pressoché incontrastate.

Vi sono al mondo 63.459 multinazionali con imprese presenti in attività economiche rilevanti in almeno 2 paesi.

Il numero delle multinazionali è collocato nel nord del mondo, i 2/3 delle multinazionali (società madri) sono nell’unione europea. Nei paesi cosiddetti sviluppati vi sono solo il 13.7% delle filiali di multinazionali, un terzo è nei paesi dell’Europa centrale e dell’est, un altro terzo è in Cina.

Il prodotto lordo delle imprese multinazionali è stato calcolato in 8 trilioni di dollari (migliaia di miliardi) nel 1997, circa 1/4 della somma dei prodotti interni lordi di tutti i paesi del mondo. Significativo il dato che riguarda il prodotto delle filiali estere delle multinazionali: dal 5% del PIL mondiale nel 1982 al 10% per il 1999.

Il numero degli addetti alle filiali delle multinazionali nel 1999 raggiungevano i 41 milioni contro i 17 milioni del 1980.

Nella tabella si può osservare come nel decennio ‘80 il commercio internazionale sia cresciuto di pari passo con le vendite internazionali delle filiali delle multinazionali, mentre nel decennio successivo il secondo abbia preso il sopravvento e ormai costituisca la metà dell’altro.

Tabella 1)

Commercio internazionale complessivo e vendite estere delle filiali delle multinazionali.

In corsivo numeri indice per 1990=10

Anni 1982 1990 1996 1997 1998 1999

Valore del commercio

internaz. A 2 4.2 6.5 6.7 6.6 6.9

48 100 155 160 157 164

Vendite all’estero delle

filiali delle Mn B 0.6 1.2 1.8 2.0 2.3 3.2

50 100 150 167 192 267

Rapporto % B/A 30% 28.6% 27.7% 29.2% 34.85% 46.4%

Un aspetto decisivo del prevalere delle multinazionali è quello dell’abbassamento e spesso dell’eliminazione di tutte le regole e difese nazionali nei confronti delle attività economiche estere.

A fianco del movimento con cui le multinazionali allargano il proprio campo di azione, comprando le imprese esistenti nei paesi esteri, soprattutto nella parte sud del mondo, si può osservare un altro movimento con il quale le imprese multinazionali danno luogo ad un processo di accentramento, di centralizzazione attraverso fusioni e acquisizioni che segnano una svolta alla vita di migliaia di persone, cambiandone il lavoro, facendoglielo perdere, nell’ambito degli interessi superiori dell’efficienza e del valore.

Nel 95% dei casi si tratta dell’acquisizione di un’impresa da parte di un’altra, mentre le fusioni vere e proprie più o meno alla pari sono una esigua minoranza.

La fusione pur essendo spiegata al pubblico (borsa, il mercato) in termini di crescita o, alla peggio, di incremento del valore, avviene più verosimilmente a seguito di una spinta eminentemente finanziaria, guidata da una forte borghesia di banchieri, mediatori, avvocati che vive delle continue trasformazioni del capitale e percepisce laute percentuali per sistemazioni finanziarie che sono al tempo stesso complicate e inutili.

Agli azionisti estranei alla società occorre però dare qualche spiegazione, e le spiegazioni sono di due tipi: risparmio e aumento della produttività, ossia che vi sia una prospettiva di più alti profitti e di crescita dei corsi azionari. Entrambe le prospettive sono direttamente o indirettamente legate alla produttività che è poi un rapporto tra capitale e lavoro applicato. E’ come far capire che il tasso di profitto aumenterà dando la stura ad un bel po’ di licenziamenti.

Le imprese multinazionali fanno il loro mestiere e disegnano un mondo che non ci va bene. Non è l’unico mondo possibile, non è il più efficiente, non è quello che risolve i problemi della sostenibilità e del futuro compatibile e tanto meno i problemi della fame e dell’acqua.

Un compito che possiamo darci è quello di capire almeno in parte la direzione nella quale ci stiamo muovendo. Per questo è importante sapere che le multinazionali sono europee più che americane; che dominano il commercio internazionale e di conseguenza sono loro che fanno la politica in organizzazioni come il WTO, che tendono al inglobare altre multinazionali in un perverso mondo abitato da migliaia di imitatori di Saturno il padre degli dei che si cibava dei suoi figli per l’unico motivo che sapeva che qualcuno di loro lo avrebbe detronizzato.

Oggi si può dire che le multinazionali non sono una risultato della globalizzazione, ma sono la globalizzazione.

Con il termine di globalizzazione si definisce un insieme complesso di fenomeni che riguardano le trasformazioni del modo di produzione, la sua estensione a livello planetario e gli effetti sulle popolazioni e i lavoratori di tutto il mondo.

Per una comprensione non superficiale della "globalizzazione" è necessario individuarne gli aspetti economici e produttivi, affrontare il problema del riassetto geopolitico mondiale e delle sue ricadute sugli assetti istituzionali statuali e sugli organismi sovranazionali e successivamente individuarne le nuove contraddizioni che i processi di globalizzazione aprono.

Nella cosiddetta globalizzazione è necessario distinguere almeno tre aspetti: quello finanziario, quello produttivo e quello del mercato e della distribuzione.

Dal punto di vista finanziario non è tanto la massa dei capitali messa in movimento, ne l’estensione globale di questi movimenti ad essere tratto distintivo di questa fase, ma bensì la quasi totale mancanza di vincoli ed ostacoli a questi spostamenti, la loro velocità (turbo capitalismo) e l’intreccio tra capitali speculativi ed investimento.

Dal punto di vista produttivo si è realizzato un decentramento produttivo che si è avvalso dell’assenza di vincoli e restrizioni per oltrepassare i singoli confini nazionali. L’azienda-rete definisce in sostanza una struttura produttiva decentrata e flessibile, che supera l’ambito nazionale, sostanzialmente più fragile, perché fondata sulla rapidità e l’efficienza dei trasporti e delle comunicazioni, ma in grado di scaricare i costi e i rischi principalmente verso la forza lavoro.

Per quanto riguarda il mercato e la distribuzione (il capitale di origine commerciale) sono in atto processi di concentrazione, intrecci con finanza e produzione con una crescente capacità di determinare le scelte da parte della finanza.

Sul terreno sociale per i paesi industrialmente avanzati i processi di globalizzazione velocizzano delle tendenze in atto allo smantellamento del sistema di garanzie sociali.

La situazione nel nostro paese

In Italia dominano i grandi gruppi dell’industria manifatturiera anche se esiste una competizione molto forte da parte dei grandi gruppi della distribuzione.Il modello del capitalismo italiano è caratterizzato da specializzazione delle strutture e della forza lavoro all’interno di reti di imprese in continua trasformazione,con multilocalizzazione delle attività,con un massiccio ricorso alla flessibilità salariale,all’intensificazione dei ritmi,all’elevata divisione del lavoro che spinge alla precarizzazione e alla negazione dei diritti sindacali.

Si determinano cosi attività sottopagate,lavoro nero con lavoratori che pur di avere garantito un minimo reddito sono costretti ad accettare condizioni di lavoro tipiche dell’inizio del secolo scorso. Secondo uno studio della Banca d’Italia crescono le persone che pur avendo un lavoro sono da considerarsi poveri. Il forte sviluppo dei contratti atipici ha favorito la diffusione della povertà.La quota di lavoratori poveri è passata dall’8% del 89 al 18% nel 98 .

I capisaldi dell’ideologia dominante

I capisaldi dell’ideologia padronale sono la competizione e la meritocrazia, a livello di lavoro dipendente la competizione è una copertura ideologica della guerra tra sfruttati,soggetti che cercano lavoro in concorrenza l’un con l’altro sono costretti ad abbassare le loro richieste e quindi lasciare spazio all’incremento del profitto.la logica meritocratica tende ad emarginare i deboli e gli antagonisti,a dare spazio a chi sa sgomitare e si allinea con il sistema,deve avere di più non chi ha bisogno,ma chi è disposto a mettersi al servizio degli interessi padronali.

Un intervento ideologico di particolare forza è puntato sullo smantellamento del sistema di garanzia che ha presidiato la condizione dei lavoratori.Una strategia molto efficace è quella di far apparire i diritti degli occupati come contrapposti ai diritti dei non occupati e di additare la difesa delle residue garanzie per chi lavora come indifferenza alla condizione di chi un lavoro non ce l’ha.

Il ragionamento è chiaro:togliere agli occupati è il presupposto per dare ai non occupati:In fondo a questo percorso vi è l’esaltazione della instabilità del lavoro che viene presentata non come degrado sociale,ma anzi come possibilità per gli occupati di arricchire il proprio bagaglio di esperienze lavorative e per i disoccupati di introdursi nel mondo del lavoro. La rinuncia alle garanzie di base crea le condizioni per dare un futuro ai giovani.

Con la privatizzazione dei servizi,i tagli alle spese sociali,lo smantellamento della previdenza e della sanità pubblica a favore di quella privata,il sistema fiscale, lo stato è ritornato pienamente a svolgere il ruolo attivo nel promuovere il continuo trasferimento di ricchezza dal lavoro alla rendita finanziaria e al profitto.

In Italia lo smantellamento delle garanzie sociali è in atto da 20 anni, oggi assistiamo ad una accelerazione ad opera del centro destra di un processo avviato dai governi di centro sinistra attraverso la concertazione con cgil-cisl-uil.

Il governo di centro destra, che assume direttamente gli obiettivi di Confindustria, determina una situazione nuova per cgil-cisl-uil che non hanno un governo amico con cui continuare la politica concertativa, si presentano nuove dinamiche che dobbiamo approfonditamente analizzare per non prendere abbagli.

La cgil e la fiom si trovano per la prima volta dagli anni ‘80 in una situazione di estrema contraddizione perché da un lato viene messa in discussione la loro centralità nel rapporto con il governo e il padronato e nel contempo rimangono all’interno della logica concertativa e delle sue compatibilità in questo scavalcati da cisl e uil che intravedono la possibilità di gestire in modo privilegiato il rapporto con governo e padronato.

Tutto questo porta a ridurre lo scontro con il governo e il padronato sostanzialmente sul ruolo che devono giocare le singole organizzazioni dentro la logica concertativa in funzione di una interlocuzione privilegiata con le controparti.

Stiamo assistendo, al di la dei toni, ad una continuità sostanziale con il ruolo sin qui svolto di cedimenti contrattati delle conquiste dei lavoratori in cambio di briciole di potere istituzionale per le organizzazioni.

In questo quadro che va collocata la ripresa parziale delle lotte da parte di cgil-cisl-uil o dei metalmeccanici della fiom.

Alcune aree del sindacalismo di base che scambiano il fumo per arrosto hanno deciso di andare a rimorchio delle iniziative del sindacato istituzionale.

Questa impostazione è particolarmente evidente nelle iniziative dei Cobas della scuola che, in alternativa all’unità nella lotta con il sindacalismo di base, hanno deciso di costruire una sorta di fronte comune con la cgil considerando conclusa la vicenda del sindacalismo di base.

Un caso emblematico di questa tendenza si è verificato in occasione delle ore di assemblea con sciopero indette da cgill-cisl-uil contro la modifica attraverso la legge delega dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Parte della cosiddetta sinistra della cgil e frange del sindacalismo di base si erano preparati allo Sciopero Generale con la cgil per il 14 dicembre. Nonostante non esistesse nessuno sciopero generale della cgil contro le modifiche attraverso la legge delega dell’art. 18, ma uno sciopero del pubblico impiego, scuola esclusa, sul rinnovo dei contratti e per il rispetto dell’accordo del ‘93, c’è stato chi ha proposto lo Sciopero Generale del sindacalismo di base per quella data in nome dell’obiettivo "politico" di dare una spallata al governo a prescindere dai contenuti.

Poco contava che nelle stesse ore cgil-cisl-uil abbiano dato un sostanziale consenso alle proposte del governo sulle pensioni in cambio della richiesta di scippare con il "silenzio - assenso" il TFR ai lavoratori a favore dei Fondi pensione da loro gestiti, o che sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori siano disponibili all’arbitrato obbligatorio come alternativa al ricorso al magistrato.

Viene proposta e praticata un’idea di sindacato di base come ruota di scorta "tattica" delle finte opposizioni della cgil, una scelta questa, se attuata, che distruggerebbe quel radicamento sin qui costruito in 11 anni portando il sindacalismo di base in posizione subordinata alle politiche di cgil-cisl-uil, un ruolo analogo a quello svolto dal sindacalismo autonomo.

Non siamo contrari in linea di principio a iniziative con la cgil o la fiom, ma siamo convinti che oggi non esistono, almeno a livello generale, segnali di cambiamento nella politica di queste organizzazioni che facciano intravedere una qualche modifica della loro impostazione sindacale. La nostra adesione alle loro iniziative non farebbe altro che contribuire ad ingenerare tra i lavoratori convinzioni sbagliate sul ruolo di queste organizzazioni.

Politicamente corretta è stata la decisione della CUB, dopo la straordinaria manifestazione con sciopero del 9 novembre, di sottrarsi ad ammucchiate con chi fa opposizione di facciata al governo e a proporre a tutto il sindacalismo di base, ai delegati, la costruzione dello Sciopero Generale da tenersi in gennaio.Sciopero Generale contro la modifica dell’’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori per via legislativa o con la concertazione attraverso il tentativo obbligatorio di conciliazione che svuoterebbe nei fatti la possibilità di reintegro;contro la precarizzazione lavorativa (determinata dalla trasformazione in legge di accordi sindacali), per la conquista di salari europei, la difesa delle pensioni pubbliche e la disponibilità per i lavoratori del TFR senza penalizzazioni fiscali rispetto al suo utilizzo nei fondi pensione.

Rapporto con i No Global

Negli ultimi anni si sono sviluppati in vari paesi movimenti di opposizione che si richiamano specificatamente alla lotta contro la globalizzazione.

Da Seattle in poi summit, riunioni o vertici di organizzazioni sovranazionali è stato scadenzato da grandi contestazioni da parte di manifestanti provenienti da vari paesi.

Questa opposizione che si sta contrapponendo ai processi di globalizzazione è eterogenea dal punto di vista sociale e politico.

Si tratta però spesso di una convergenza di momenti di lotta contro un nemico comune, che prescinde dalla possibilità di costruire strategie o programmi comuni.

L’esperienza realizzata dalla CUB, all’interno del G.S.F., conferma queste valutazioni, che si sono espresse con la totale indifferenza agli obiettivi dello Sciopero Generale e della manifestazione del 20 luglio a Genova promosso da CUB, Slai Cobas e ’USI. Le dinamiche interne al G.S.F. hanno prodotto la nascita di un direttorio debitamente lottizzato, con tendenze egemoniche che si sovrappongono e limitano la ricchezza del’insieme del movimento a cui ha fatto riscontro una nostra scarsa capacità di valorizzare le proposte sul terreno sociale e le iniziative che avevamo in campo.

La sostanziale marginalità della CUB e delle nostre posizioni all’interno del G.S.F. derivano esclusivamente da queste dinamiche.

La fiom, che non è piccola cosa, ha giocato un ruolo importante di sponsor nei confronti dei No Global mentre le nostre organizzazioni hanno difficoltà, anche a causa dell’impegno quotidiano sui posti di lavoro, a costruire un confronto puntuale e approfondito con i movimenti di carattere generale che si sviluppano nella società.

E’ necessario, all’interno dell’Assemblea Nazionale della CUB o in altro momento specifico, organizzare un confronto a tutto campo con le altre componenti del movimento No Global per verificare se le questioni sociali possono essere parte integrante degli obiettivi di tutto il movimento’ sull’esigenza di difendere l’autonomia del movimento dai ricorrenti tentativi, anche maldestri, di egemonia che non rispettando la pluralità che si è espressa rischiano di portare il movimento in un vicolo cieco.

Il sindacalismo di base

La galassia del sindacalismo di base sembra orientata a parziali ricomposizioni, da un lato la CUB e lo Slai Cobas hanno instaurato un percorso di lotte comuni che ha consentito una verifica sul campo dalla quale è emerso che le differenze tra le due organizzazioni sono ridotte a questioni non essenziali e che queste differenze sono paragonabili a quelle esistenti in ciascuna delle organizzazioni.

Si tratta di verificare con lo Slai Cobas se esistono le condizioni per superare l’attuale separazione sul piano organizzativo, noi pensiamo che esistono le condizioni politiche per questa decisione e i tempi siano maturi per una comune organizzazione nella salvaguardia della storia, del patrimonio e dell’autonomia di ogni organizzazione. Altrettanto significativi sono i processi di aggregazione nella CUB che si stanno realizzando a livello aziendale con aree del sindacalismo autonomo. E’ dalle iniziative attuate con lo Slai Cobas che via via si è costruito un radicamento, un’area di lavoratori che si riconoscono stabilmente nel sindacalismo di base.

Nel settore dei trasporti è in corso un processo di unificazione tra Comu e Fisaf per la costruzione dell’Orsa Trasporti, con un dibattito che si pone esplicitamente il problema della dimensione confederale.

Cobas Scuola e Sincobas hanno dato vita alla Confederazione dei Comitati di base è un’esperienza ai primi passi che sta manifestando, sempre più frequentemente, elementi di vera e propria contrapposizione tra le due organizzazioni. L’idea di fondo della neonata organizzazione sembra essere quella di porsi come polo alternativo e in competizione con la CUB e alla ricerca di un rapporto privilegiato con il sindacalismo concertativo.

La nostra iniziativa deve continuare ad essere incentrata sul rafforzamento delle tendenze in atto alla ricomposizione; gli elementi fondativi della stessa passano attraverso un percorso comune nella costruzione delle iniziative, nella salvaguardia dell’indipendenza del sindacalismo di base dai partiti, nel giudizio sul ruolo e le politiche dei sindacati concertativi.

1999-2001 la CUB e il sindacalismo di base protagonisti nella lotta contro la guerra e le politiche liberiste

Un percorso di mobilitazioni straordinarie iniziato con le manifestazioni e lo Sciopero Generale del 13 maggio 1999 contro la guerra e concluso con la manifestazione del 15 dicembre 2001 a Milano contro il potere di licenziare

.Gli scioperi del 2000 con le iniziative di lotta attuate da febbraio a ottobre dei lavoratori della scuola che hanno bocciato il CCNL stipulato da cgil, cisl, uil ed autonomi.

Le manifestazioni del 27 novembre 99 per contrastare l’assalto ai diritti sociali da parte di Confindustria e Governo

.La campagna sin della prima ora per l’astensione al referendum sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, lo sciopero generale e le manifestazioni di mercoledì 10 maggio 2000, l’astensione DAY del 18 maggio.La manifestazione di Bologna il 14 giugno contro l’OCSE.

La manifestazione del 1° maggio 2001 (May Day Parade) con le parole d’ordine "Stop al precariato, l’Europa in busta paga" con la partecipazione di migliaia di giovani dei nuovi lavori precari che hanno cominciato a scioperare e a manifestare in un clima di festa e di irrisione delle nuove forme di sfruttamento.

Un percorso di lotta che è continuato con lo Sciopero Generale del 20 luglio 2001 e la manifestazione a Genova contro il G8 e per i diritti universali, lo Sciopero Generale del 9 novembre 2001 con un corteo di 50 mila lavoratori per le strade di Roma contro la guerra e la politica sociale del governo, art. 18 compreso,

La richiamata manifestazione a Milano del 15 dicembre 2001 che ha portato per la prima volta, da 30 anni, migliaia di lavoratori e giovani a sfilare, per 2 ore, di sabato pomeriggio nelle vie del centro per i diritti di giovani, lavoratori, precari contro il potere di licenziare.

Petrolkimico di Porto Marghera

Politicamente rilevante nell’iniziativa della CUB e dell’ALLCA è stato l’intervento, con la costituzione di parte civile assieme a Medicina Democratica, al Processo Petrolkimico di Porto Marghera, le mobilitazioni attuate a sostegno dell’azione giudiziaria. Come sappiamo il tribunale di Venezia in primo grado ha assolto tutti gli imputati "perché il fatto non sussiste" "il fatto non costituisce reato".

Il fatto in questione riguarda l’uccisione di circa 250 lavoratori esposti per anni a sostanze nocive, l’accumulo sul territorio e lo scarico in mare e nell’aria di milioni di tonnellate di sostanze cancerogene/tossiche. Ma non è finita:Medicina Democratica, Allca , CUB ele altre parti civili hanno deciso di ricorrere in appello e di attuare nuove iniziative a Porto Marghera,di costituirsi parte civile nei procedimenti giudiziari in corso sul Petrolchimico di Manfredonia,Mantova ecc. In generale è necessario un aumento dell’attività delle nostre organizzazioni sul problema della sicurezza/salute, perché sia affermato il diritto ad un ambiente salubre contro la logica del capitale che sacrifica vite e ambiente per un po’ di profitto in più.

Diritto di sciopero e agibilità sindacale

L’azione padronale governativa non solo taglia ai lavoratori diritti e tutele ma punta, attraverso divieti, a togliere agli stessi la possibilità di sostenere le proprie rivendicazioni con la lotta, è il caso delle continue limitazioni al diritto di Sciopero per i lavoratori sottoposti alla legge 146, alle difficoltà frapposte al diritto di manifestare, alla violenta repressione poliziesca attuata nei confronti del movimento che manifestava a Genova.

All’interno dei luoghi di lavoro sono frequenti i tentativi di non procedere al rinnovo delle RSU, di escludere con vari pretesti le liste del sindacalismo di base, di impedire la convocazione delle assemblee alle singole RSU ad opera di aziende e cgil-cisl-uil.

Per contrastare queste tendenze, oltre alle iniziative nei singoli ambiti lavorativi, abbiamo deciso di costituire con Orsa,UCS,SlaiCobas di costituire di un’Associazione di mutuo soccorso a difesa del diritto di sciopero e dei diritti sindacali.

Le lotte e gli accordi aziendali

Non potendo citare tutte le iniziative attuate localmente dalle nostre organizzazioni, per l’elevato numero delle stesse, vogliamo richiamare alcune esperienze emblematiche dell’elevato livello di tutela dei lavoratori che stiamo sviluppando in ambito aziendale.

La lotta vittoriosa per affermare il diritto ad essere lavoratrice e madre alla Siemens, l’accordo aziendale, dopo 50 ore di sciopero, alla Ficep di Varese con consistenti aumenti salariali strappati in coincidenza con il rinnovo del biennio salariale dei metalmeccanici, la conclusione dopo 17 anni di un contenzioso con Fiat sulla cassa integrazione del 1983/85 con il riconoscimento a 5.300 lavoratori dell’Alfa di Arese delle differenze salariali non percepite, le lotte dei lavoratori della Telecom che hanno portato a respingere il contratto nazionale e determinato il rientro dalla CIGS.

Elaborazione, formazione, comunicazione, servizi

Significativa è stata l’attività di elaborazione per l’individuazione dei contenuti rivendicativi per i rinnovi contrattuali, sul salario europeo, sulle pensioni e TFR, sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.L’avvio di un percorso formativo per i delegati alla sicurezza, il seminario di Pavia del 25, 26, 27 ottobre 2001, in preparazione dei congressi. Di rilievo l’attività in campo informativo con il sito CUB, il periodico "Il Pane e le Rose". Nel campo dell’assistenza sono aumentate le strutture che operano sul versante vertenziale/legale, di patronato ecc. La costituzione del Caf di Base rappresenta una svolta importante nell’attività di assistenza fiscale.

La presenza nel Consiglio Nazionale dell’Economia e Lavoro (C.N.E.L.)

Nel 2000 la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha accolto seppur parzialmente la richiesta della CUB di far parte del CNEL, organo costituzionale. E’ un’altra conferma, riconosciuta anche a livello istituzionale, del crescente peso della CUB e della sua capacità di rappresentare quote significative di lavoratori. La presenza nel CNEL ci consente di organizzare in modo adeguato, attraverso la trattenuta dei contributi sindali sui trattamenti previdenziali, i pensionati, i lavoratori in mobilità e in cigs, i lavoratori precari in agricoltura. Questo ha portato all’aumento di 100.000 adesioni circa nel 2000/2001, anche grazie all’adesione alla CUB della FIAP che ha abbandonato la Confsal.

Cogliere tutte le potenzialità di crescita

Le vostre organizzazioni (FLMUniti, Flaica, Allca, ecc.) si trovano oggi nella condizione di compiere un salto di qualità nella loro iniziativa per rafforzare la tendenza alla crescita che si sta manifestando negli ultimi 2 anni seppur in modo non omogeneo sul territorio nazionale e nelle categorie.

Non tutto funziona al meglio, ci sono sacche in cui si vivacchia, ci si preoccupa solo delle aziende in cui si è collocati o della categoria di appartenenza e si trascurano le enormi potenzialità dell’attività con le altre organizzazioni, i congressi devono servire anche a recuperare zone di ritardo e di partecipazione alle iniziative. In alcune situazioni limitate si renderà necessaria la convocazione dei congressi locali direttamente da parte delle segreterie nazionali, in tutti gli altri casi le date andranno concordate. I congressi locali si dovranno effettuare nei mesi di febbraio e marzo,mentre quelli nazionali sono previsti per aprile.

Si tratta di intensificare il nostro rapporto di massa utilizzando al meglio il materiale di comunicazione e di approfondimento, il periodico "Il Pane e le Rose", il sito CUB per far conoscere ai lavoratori le nostre proposte e fornire informazioni/orientamento sulle principali iniziative che svolgiamo.

Le priorità della nostra iniziativa

I congressi sono chiamati a definire le priorità su cui operare e a trovare le risorse per migliorare, completare il campo di intervento.

Affermare il diritto dei lavoratori ad eleggere democraticamente le RSU, eliminando le quote di 1/3 attualmente nominati d’ufficio dalle segreterie di cgil-cisl-uil, mantenere in capo al singolo RSU i diritti sindacali e all’insieme della RSU la piena titolarità nei rapporti negoziali con le controparti, conquistare, superando le discriminazioni, nei confronti del sindacalismo di base con pari agibilità a tutte le organizzazioni.

Per un salario Europeo

Secondo eurostat, nella media dell’industria manifatturiera il potere d’acquisto dei salari pagati nel nostro paese è inferiore del 30% a quelli della Germania; livelli di potere d’acquisto superiori a quelli italiani, anche se inferiori a quelli tedeschi si registrano in Danimarca, Austria, Paesi Bassi e Francia.

Comunque li si guardi, i salari in Italia sono bassi sia rispetto alla ricchezza creata sia rispetto ai salari che prendono la maggioranza dei lavoratori in Europa. Esistono molte buone ragioni perché i lavoratori ripropongano la questione salariale come centrale dell’iniziativa sindacale. Ragioni negate dai sindacati confederali che con il protocollo del 1993 hanno collegato i salari alla sola inflazione programmata, determinando una forte riduzione delle retribuzioni reali e un aumento dei profitti senza precedenti dovuto all’appropriazione di tutta l’aumento di produttività realizzato nelle aziende .

Se si volesse recuperare tutto il 20% di differenza con il salario medio lordo europeo si dovrebbero rivendicare circa 9.400.000 lire di aumento lordo annuo, 723.000 lire mensili.

Se si volesse recuperare il differenziale retributivo esistente con la Germania, paese leader in Europa anche nel settore metalmeccanico, la rivendicazione dovrebbe essere il doppio ed accompagnata da un orario di lavoro settimanale di 32-35 ore.

Rivendicarne solo 500.000 permette di cominciare a coprire la differenza esistente, di ripristinare parte del potere d’acquisto e di fermare una iniqua distribuzione della ricchezza.

Produttività, costo del lavoro, quota del salario sul valore aggiunto

Nel periodo 92/00 la produttività è cresciuta del 2.9% all’anno, l’inflazione è cresciuta del 4.4% all’anno le retribuzioni reali sono diminuite.

Di conseguenza il costo del lavoro per unità di prodotto ( cioè l’aumento medio del costo del lavoro per addetto) è stato inferiore all’aumento dei prezzi al consumo; ciò ha permesso uno spostamento a favore dei profitti nella distribuzione della ricchezza prodotta.

La quota del salario sul valore aggiunto nel 1975 era pari al 73%; agli inizi degli anni "90 scende al 70% e nel 1999 è precipitata al 66%; una quota uguale a quella degli anni 50-60, e quelli erano anni in cui i lavoratori non stavano certo bene.

Italia: LA QUOTA DEL LAVORO SUL VALORE AGGIUNTO

Fonte. istat

 

 

 

Lotta al precariato lavorativo e alle modifiche all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori

Sul potere di licenziare il Governo propone due interventi:

"sperimentare" un regime provvisorio per la durata di quattro anni (e chi torna indietro più!) che, in deroga all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, disponga il risarcimento - invece del reintegro - del lavoratore ingiustamente licenziato. Tale sperimentazione riguarda:

  1. le aziende che emergono dal lavoro nero
  2. le assunzioni a termine che passano a tempo indeterminato
  3. le assunzioni che supera-no i 15 dipendenti

Istituire l’arbitrato obbligatorio per evitare il ricorso al giudice per i licenziamenti individuali. Il collegio arbitrale sarà composto da un rappresentante del padronato, da un rappresentante di cgil cisl uil e da un terzo componente scelto di comune accordo. Il collegio arbitrale può disporre il risarcimento monetario o la reintegrazione del lavoratore licenziato senza giustificato motivo. II lodo arbitrale potrà essere contestato solo per vizi procedurali.

Obiettivo del governo è quello di rendere tutti precari e senza diritti.

Confindustria e governo sostengono che la proposta serve ad aumentare l’occupazione facilitando la trasformazione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato. Nella realtà invece, se passa la proposta, tutti i lavoratori sarebbero assunti tutti a tempo determinato, perché così si annullerebbe il diritto al reintegro. Oggi un 60% di assunzioni avviene a tempo indeterminato e un 30% degli assunti a tempo determinato viene poi confermato a tempo indeterminato

. L’obbiettivo è quello di spaccare oggi i lavoratori dal punto di vista dei diritti e successivamente applicare a tutti la nuova regola. Perciò il Ministro mente quando sostiene che non vengo-no intaccate le tutele degli at-tuali occupati, solo chi ha la sveglia al collo non sa che la sperimentazione di oggi serve a preparare il terreno all’estensione in pochi anni della norma a tutti i lavoratori. Berlusconi, Maroni e padroni vogliono rendere tutti licenziabili e se ci riescono tutti diventeranno precari e nessuno avrà più diritti.

Attualmente, in base all’art. 18, nelle imprese con più di 15 dipendenti, se il giudice del lavoro stabilisce che il licenziamento non è sostenuto da una giusta causa o da un giustificato motivo, il lavoratore viene reintegrato nel posto di lavoro.

Se si stabilisce che, pur avendo ragione, una lavoratrice, un lavoratore, può essere licenziato si colpisce la semplice libertà di parola e di espressione e la possibilità di far rispettare leggi e contratti. La situazione che si creerebbe è quella che vivono i lavoratori delle imprese sotto i 15 dipendenti dove le violazioni delle leggi e dei contratti sono difficilmente contrastabili perché l’azienda ha in mano l’arma del licenziamento senza giustificato motivo, di conseguenza il lavoratore si trova a dover scegliere se rischiare il licenziamento per far rispettare i propri diritti o se subire un trattamento ingiusto per non rischiare di perdere il posto di lavoro

L'arma del licenziamento senza giustificazione assegna ai padroni uno strapotere enorme.

Mentre siamo tutti sfidati a trovare le difficili strade organizzative per dare qualche orizzonte di difesa ai lavoratori "atipici", al mondo indifeso del precariato, il governo propone di estendere questa vandea padronale a tutto il mondo del lavoro. Il significato culturale che la proposta contiene minaccia tutti e avvelena l'aria anche ben fuori dalla fabbrica : passa il messaggio che anche la dignità umana si può calpestare. Ogni padrone può permettersi con i soldi di determinare il destino di una donna, di un uomo, a sua "discrezione".

Quando dopo anni di lotte ne 1970 sono state varate le"Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori(cioè lo Statuto dei Lavoratori) si era detto che finalmente un po’ di Costituzione era entrata nei posti di lavoro. Adesso, con una legge, la si vuole di nuovo buttar fuori.

Facciamo montare dal basso una vasta opposizione di massa. Non possiamo restare passivi ad aspettare: I diritti che si vogliono cancellare fanno parte di un progetto di civiltà e di uguaglianza non corporativo, di difesa generale di tutti coloro che lavorano, lavoratori di oggi e quelli di domani, giovani e anziani, precari e fissi, pubblici e privati, operai e impiegati, per il quale si sono battuti coloro che ci hanno preceduto.

II clima politico che ha permesso che sull’ abrogazione dell’art.18 si riaprisse anche solo una discussione, riportandoci indietro di trent’anni, e il risultato di quella sudditanza confindustriale che da tempo Governi, Padroni e Sindacati hanno inoculato nella società col contagocce concertativo delle loro leggi, dei loro patti dei loro accordi.

Con le infinite forme di assunzioni precarie concertate anno dopo anno ai padroni sono stati messi nelle mani tutti gli strumenti che vogliono per operare una scientifica selezione genetica dei lavoratori scegliendo solo quelli che avranno imparato, oltre che a lavorare, anche a "sottomettersi".

Chi è convinto che i diritti fondamentali della perso-na, anche dietro le mura dei posti di lavoro, sono inviolabili e che a nessuno può esser concesso l’arbitrio di lederli, non può sottrarsi alla lotta per respingere non solo la legge delega ma anche le altre proposte che realizzano lo stesso obbiettivo, quale l’arbitrato obbligatorio.

Evoluzione della tutela legale contro i licenziamenti senza giustificato motivo

Il codice civile del 1942 contemplava la piena liberta di licenziamento "ad nutum": cioé con un semplice cenno. Con solo il limite dell’obbligo di preavviso oppure della corresponsione di un’indennità sostitutiva (art. 2118 cc.),."

La legge 15 luglio 1966, n. 604 introduce il principio di "necessaria giustificazione del licenziamento" (art. 1), richiedendosi a tal fine che il licenziamento fosse, comunque, sorretto da una "giusta causa" (art. 2119 cc.) ovvero da un "giustificato motivo" (art.3 ). In sua mancanza il padrone è obbligato a riassumere il lavoratore o, alternativamente, a versagli una indennità risarcitoria. A tale obbligo erano esclusi i datori di lavoro che occupassero sino a 35 dipendenti (art. 11).

La legge 20 maggio 1970, n. 300 (lo Statuto dei lavoratori), con l’art. 18, ha introdotto, per i casi di accertata inefficacia, nullità o mancanza di giustificazione dei licenziamento, il regime di tutela reale dei posto di lavoro, limitandone L’applicazione alle imprese che occupano più di 15 dipendenti. Con l’obbligo di reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro. Per i licenziamenti discriminatori, quale che sia il numero dei dipendenti occupati, vale la tutela reale prevista dall’art. 18.

La legge n. 108 dei 1990 (art. 2, comma 1), per le imprese sino a 15 dipendenti, fissa per i licenziamenti senza giusta causa una indennità compresa tra 2,5 e 6 mensilità, elevabile a 10 mensilità per i Lavoratori con almeno 10 anni di anzianità e a 14 mensilità per i lavoratori con almeno 20 anni di anzianità.

Tutela della sicurezza e della salute.

Testo

Pensioni pubbliche e tfr

La campagna sull’insostenibilità del sistema pensionistico pubblico è accompagnata dalla proposta di passaggio automatico del TFR ai fondi pensionistici privati, richiesta con forza al governo da cigl, cisl e uil quale condizione per l’assenso alle proposte di Maroni sul ridimensionamento dei trattamenti pensionistici pubblici.

L’istituzione dei fondi privati aumenta la spesa pensionistica totale e quella a carico del lavoratore, la ventilata riduzione delle aliquote INPS, richiesta da confindustria, comporterà un peggioramento dei trattamenti attualmente previsti.

anche nel caso decidessero di mantenerlo nell’attuale forma Oggi al fondo pensioni Inps concorre per 2/3 l’impresa e per 1/3 il lavoratore; con i fondi privati la quota a carico del lavoratore è largamente prevalente rispetto a quella dell’impresa.

Con le ipotesi di passaggio del TFR ai fondi pensione privati diminuisce ulteriormente il salario a disposizione dei lavoratori perché il TFR è salassato dal trattamento fiscale più sfavorevole rispetto all’impiego nei fondi. La "riforma" del TFR in discussione è nient’altro che un’operazione di ridistribuzione del reddito dai lavoratori alle imprese, a disposizione dei mercati borsistici, banche, ecc... in una logica di speculazione finanziaria.

L’unica modifica accettabile rispetto all’attuale situazione è quella di mettere il TFR nella totale disponibilità del lavoratore senza aggravi fiscali rispetto all’impiego nei fondi pensione privati

.La manovra sui fondi pensione e TFR mira a spostare risorse alla previdenza integrativa svuotando quella pubblica, e dunque rendendo residuali le garanzie del diritto a un sostentamento in vecchiaia per i lavoratori: in cambio, è loro promessa una insicurezza futura affidata all’aleatorietà del mercato e delle operazioni finanziarie.

In cambio, saranno loro stessi a pagare di tasca propria la manovra sui fondi.

Funzionale a questa operazione è il cosiddetto conflitto generazionale con la falsa prospettiva di non far pesare sulle future generazioni l’onere "insopportabile" di mantenere la popolazione inattiva, distogliendo i giovani dai problemi reali che determinano la loro condizione. Le disuguaglianze tra generazioni non derivano dal problema pensioni, bensì dalla disoccupazione, dal lavoro precario e sottopagato.

I contributi pensionistici rappresentano non un onere ma un reddito differito, una perequazione del livello dei consumi per tutta la durata della vita.

Spetta alle organizzazioni sindacali di base assumere il ruolo di contrasto e di proposta perché TFR e pensioni siano finalizzate a soddisfare le esigenze di lavoratori e pensionati. E’ urgente far partire una campagna di informazione e mobilitazione su precise rivendicazioni :

Elevazione di tutte le pensioni basse

Esenzione fiscale sulle pensioni

Adeguamento delle pensioni al costo della vita e alle variazioni del PIL

Riduzione dei requisiti pensionistici per i lavoratori impegnati in attività usuranti

No all’aumento dell’età pensionabile anche in funzione di non aggravare la disoccupazione giovanile

Lotta all’evasione e all’elusione contributiva

Taglio delle spese militari per recuperare nuove risorse

Piena disponibilità per il lavoratore del TRF con un trattamento fiscale identico a quello previsto per l’utilizzo nei fondi pensione privati

Nel dibattito assordante che ha accompagnato i tagli al sistema pensionistico pubblico si è sempre fatto riferimento ad una ragione economico-contabile; questo sta avvenendo anche oggi attraverso l’individuazione di una gobba al 2030 nella spesa pensionistica operi.

Non è mai stata presente la funzione che deve svolgere il sistema pensionistico pubblico, che è quella di assicurare un reddito sufficiente alle persone anziane che spesso sono sprovviste di altre risorse. Già impressiona il fatto che si consideri disastrosa per l’economia una spesa pensionistica intorno al 15% del PIL per circa il 25% della popolazione.

Non solo, ma i dati che vengono presi a riferimento per motivare i tagli alle pensioni sono individuati avendo prima deciso quale deve essere il risultato finale. Il rapporto tra spesa pensionistica e PIL dipende dall’andamento dell’occupazione e dall’incremento annuo del PIL che si ipotizza.

Se si stimano 3 milioni di occupati in meno o di lavoratori che non versano i contributi pensionistici e si prende a riferimento l’anno peggiore per le variazioni del PIL, come stato si sta facendo, si ha un risultato che porta in alto la spesa pensionistica sul PIL; se si prendono, viceversa, a base le politiche decise dal Consiglio di Lisbona sulla crescita del tasso di occupazione di 9 punti entro il 2010 e l’obiettivo di crescita economica del 3% all’anno, i risultati cambiano decisamente e la gobba sparisce.

Inoltre vanno rilevate specificità del sistema pensionistico italiano rispetto agli altri paesi europei: 40.000 m.di di prelievo fiscale sulle pensioni pari a circa il 2% del PIL, la presenza della quota assistenziale (integrazioni al minimo, pensioni sociali, disoccupazione, CIG, mobilità, indennità TFR, ecc.) che incidono per il 2,6% del PIL.

Scorporando il 2% di tasse e il 2,6% di quota assistenziale l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL è largamente sotto la media UE.

La riforma Amato/cgil-cisl-uil ha tagliato i trattamenti pensionistici attesi al 2005 di 400.000 miliardi attraverso l’innalzamento dell’età e dei requisiti richiesti, la modifica della base retributiva su cui calcolare la pensione e il mancato adeguamento delle pensioni alla dinamica dei prezzi e delle retribuzioni (che determina ogni anno una decurtazione delle pensioni in pagamento di circa 1,5%), ma non ha compiutamente realizzato la separazione della spesa assistenziale da quella previdenziale (per cui continuano a gravare sul fondo pensioni oneri che dovrebbero essere a carico della fiscalità generale) e l’evasione e l’elusione contributiva (salario esente da contribuzione, soci cooperative, lavoro atipico, ecc...) continuano a incidere negativamente sulle entrate dell’Inps.

Sanità

Testo

Scuola

Testo

 

Gli ambiti rivendicativi

Momenti fondamentali per affermare questi obiettivi rivendicativi sono rappresentati dall’iniziativa generale intercategoriale del sindacalismo di base, dall’ intervento in ambito aziendale e sui rinnovi contrattuali nazionali.

Sul rinnovo dei contratti nazionali di lavoro dobbiamo alzare il livello della nostra iniziativa con delle vere e proprie piattaforme rivendicative su cui organizzare scioperi e manifestazioni distinte da quelle eventualmente organizzate da altri, su proposte in ambito concertativo (acc. 1993), con l’obiettivo di condizionare i rinnovi contrattuali e determinare nel medio periodo le condizioni per la partecipazione del sindacalismo di base alle trattative per i rinnovi contrattuali.

Allargare il campo di intervento

L’ambito di intervento delineato seppur prioritario e rilevante per lo sviluppo delle capacità di autotutela da parte dei lavoratori richiede, da parte nostra, la messa in campo di competenze e risorse anche economiche non indifferenti per intervenire su nuove tematiche e livelli per dare un adeguato respiro politico alla nostra iniziativa.

La formazione

La crescita e lo sviluppo del sindacalismo di base non può avvenire senza una estesa attività formativa per recuperare memoria storica, fornire strumenti adeguati per leggere il contesto in cui operare, mettere il maggior numero dei militanti/lavoratori in grado di gestire l’organizzazione.

 

Rapporti stabili con le organizzazioni alternative

In Europa

Non è più rinviabile la costituzione di una struttura che affronti il compito di stabilire un rapporto con le organizzazioni sindacali alternative che operano nei paesi dell’Unione Europea, i contatti in corso sono incoraggianti e delineano un interesse comune a costituire una qualche forma di coordinamento e iniziative comuni.

L’informazione

Un’altra emergenza è rappresentata dalla difficoltà dei rapporti con i media e della mancanza di una rivista della CUB, dell’assenza di stabili rapporti con un’area di intellettuali interessati al nostro progetto, l’esigenza di potenziare l’attività dell’ufficio studi.

Il Patronato

Un altro terreno su cui intervenire è quello del Patronato, che richiede conoscenze, oggi scarsamente disponibili nell’organizzazione, che possiamo sviluppare migliorando il rapporto oggi esistente con l’ACAI e potenziando, sull’esempio di quanto fatto con il CAAF, la struttura operativa dell’organizzazione con l’individuazione di un responsabile a tempo pieno.

Evitando che le nuove attività si accumulino sulle spalle dei compagni che attualmente operano nelle nostre organizzazioni, ne tantomeno che questa attività vada a scapito delle priorità sul terreno rivendicativo.Servono perciò nuove disponibilità personali e risorse che dobbiamo ricavare da un sostenuto aumento delle adesioni e da un modesto aumento dal 15%al 20% della quota dei contributi sindacali alle organizzazioni nazionali.

Migliorare i processi decisionali

Usciti da una situazione di emergenza nella quale i momenti decisionali sono stati in larga parte informali, è oggi possibile oltre che necessario rendere più regolare e partecipati gli ambiti nei quali vengono assunte le decisioni. Accanto alla riunione degli organismi nazionali e locali sulle questioni che specificatamente riguardano l’attività categoriale va prevista la convocazione di un attivo intercategoriale almeno ogni 6 mesi, come positivamente è stato fatto con l’attivo nazionale del settore privato tenuto il 27.10.00 a Milano che ha indicato gli obiettivi su cui successivamente abbiamo operato contribuendo a definire le iniziative che la CUB ha assunto.

Le riunioni del Coordinamento Nazionale e del Consiglio Nazionale della CUB senza ulteriori momenti di partecipazione come quelle proposte rischiano di essere, dal punto di vista democratico, non adeguate al livello di crescita raggiunto dalle organizzazioni che operano nel privato.

L’Assemblea Nazionale della CUB

Sono maturi i tempi per la convocazione entro primavera 2002 dell’Assemblea Nazionale della CUB che dovrà delineare gli obiettivi per i prossimi anni, rilanciare il processo di unificazione del sindacalismo di base, definire gli assetti organizzativi, avviare un processo di semplificazione tra le organizzazioni in modo di eliminare sovrapposizioni di aree di intervento o frammentazioni che non hanno più ragione di essere come nel caso dei trasporti.

La costituzione della Cub su base regionale in grado di affrontare in modo adeguato il confronto con le istituzioni regionali che stanno assumendo in molti campi un ruolo fondamentale sulle questioni sociali.Generalizzare l’uso della sigla CUB accanto a quella di organizzazione nelle elezione delle RSU,nella produzione di materiale divulgativo,distribuire a tutti gli iscritti la tessera confederale,unificare le sedi locali ecc.

La CUB deve altresì definire un assetto di "vertice" più consono alle esigenze anche di tipo operativo superando la figura del coordinatore nazionale e sostituendola con dei coordinatori che si "stacchino" dalle attività delle organizzazioni di provenienza, definendo con maggior precisione le competenze ed il ruolo del Coordinamento e del Consiglio Nazionale rispetto alle decisioni da assumere. Resta inoltre da definire un adeguato contributo economico all’attività della confederazione.

La CUB, inoltre, non può trascinare oltre l’equivoco se essere o meno l’unica confederazione o se al suo interno possa continuare una sorta di competizione strisciante tra confederazioni oggi più virtuale che effettiva, ma che può mutare di segno se non si fanno scelte inequivocabili anche su questo piano

I compiti che ci siamo dati sono tutt’altro che facili e richiederanno tempi non brevissimi per raggiungere un dimensione organizzativa adeguata alle esigenze di tutela dei lavoratori,dei precari e dei disoccupati,ma si tratta di obiettivi alla nostra portata.La nostra forza stà nell’unita della CUB la competizione all’interno del gruppo fa perdere ruolo e forza.

Dobbiamo perciò organizzare i congressi per cementare l’ unità delle nostre organizzazioni,rilanciare il ruolo della CUB attraverso un dibattito alto o e coerente con la natura e il ruolo del sindacato di base alternativo al sindacato concertativo.