lI Congo trasformato in un self-service minerario


Per la prima volta dal 1960, la Repubblica democratica del Congo (Rdc) ha indetto, per il 30 luglio, elezioni generali. La consultazione deve essere il segnale del ritorno alla pace, dopo una guerra - civile e regionale - che ha provocato 3 milioni di morti, dal 1997 al 2003. Dal risultato del voto dipende il rafforzamento di uno stato estenuato le cui risorse minerarie sono oggetto di un vero e proprio saccheggio internazionale. Ricchezze in grado anche di spiegare la volontà dell'Unione europea di dirigere una commissione di controllo delle elezioni (si legga l'articolo di Raf Custers).


dalla nostra inviata speciale COLETTE BRAECKMAN *

Magri, il volto imbiancato dalla polvere, i minatori cantano con voce possente: «Questa è la terra dei nostri avi, il suo rame è nostro».
Uomini e bambini vocianti circondano le delegazioni che si succedono nel sito minerario di Ruashi, vicino a Lubumbashi, nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). Mwambe Kataki, Remy Ilunga e Pierre Kalume, ex dipendenti della potente Gécamines (1) e oggi riciclati come minatori («scavatori») assicurano, a nome dei loro compagni, che non riusciranno a mandarli via. Sono intenzionati a sbarrare la strada alle grandi società che, dopo gli anni di guerra, ritornano nel Katanga (o Shaba) grazie alle privatizzazioni incoraggiate dal governo di Joseph Kabila. Agitazioni si verificano anche in Kivu, dove gli ex lavoratori di Kamituga minacciano la società canadese Banro di impedire la ripresa della produzione, e nell'Ituri, dove i disordini infiammano la miniera di Kilo-Moto. Il problema è che le grandi società assumeranno solo un piccolo numero di lavoratori qualificati, mentre le nuove condizioni d'investimento le svincolano da qualsiasi obbligo sociale. Quanto allo stato congolese, non ha sicuramente i mezzi per riconvertire i disoccupati.
In attesa che la Ruashi Mining, una società sudafricana, si installi sul sito di Ruashi e lo circondi di guardie e filo spinato, la miniera a cielo aperto mostra il suo aspetto lunare, crivellata da fori di cratere. Armati solo di piccone, gli uomini scavano gallerie a misura di bambino; gli uni scavano, gli altri separano il minerale e lo metto nei sacchi. Un po' più lontano, i camion si preparano a raggiungere la frontiera con lo Zambia con il loro carico di materia grezza.
Una parte del materiale eterogeneo, un minerale in cui si mescolano rame e cobalto, è trattata sul posto da piccole società che gestiscono forni artigianali. Dopo una prima raffinazione, il cobalto e il rame scenderanno, sempre su camion, verso il Sudafrica o verso il porto di Dar es-Salaam (Tanzania), dove li aspettano i cargo cinesi...
Il sindaco di Lubumbashi, Floribert Kaseba dice che, al contrario di quanto avviene nella capitale, non si vedono mendicanti o bambini per strada. Tutti lavorano... Certo, ma in quali condizioni! La maggior parte dei sessantamila «scavatori» del Katanga non guadagna neppure un dollaro al giorno... E se i minatori si sono creati una mutua, l'Impresa mineraria artigianale del Katanga (Emak), è solo per pagarsi il funerale, visto che i crolli provocano molte vittime. Lo sfruttamento minerario rappresenta il 74% delle esportazioni della Rdc, ma garantisce un lavoro «in regola» solo a trentacinquemila persone, gli altri novecentocinquantamila lavoratori sono «in nero».
Per capire gli attuali timori del minatori congolesi, bisogna ricordare che lo Zaire del maresciallo Joseph Mobutu aveva conservato strutture coloniali da cui le grandi società di stato, come la Gécamines o la Minière di Bakwanga (Miba) nel Kasaï, traevano la maggior parte della valuta del paese. Ma, nello Zaire postcoloniale, le grandi imprese avevano anche ereditato una tradizione paternalistica: erano obbligate a garantire ai lavoratori e alle loro famiglie sia la casa che l'accesso gratuito alle cure, agevolazioni che rafforzavano il sentimento di appartenenza all'impresa. La privatizzazione ha sconvolto tutto: le grandi imprese statali sono state smantellate e i loro successori vogliono fare tabula rasa del passato e dei suoi vincoli.
La privatizzazione ha sconvolto tutto Quello che viene definito il «carnevale minerario» del Congo si è svolto in più tappe, e l'ultima non sarà forse la meno crudele. Negli anni '90, verso la fine del regno di Mobutu, il primo ministro Léon Kengo wa Dondo, già preoccupato di conformarsi alle prescrizioni della Banca mondiale, aveva cominciato a privatizzare, in particolare le imprese minerarie, per risollevare le casse dello stato e permettere il pagamento del debito. Nel maggio 1995, quando iniziò lo smantellamento di Gécamines e la privatizzazione delle altre società di stato, si fecero avanti alcune grandi compagnie: le canadesi Lundin, Banro, Mindev, la belga-canadese Barrick Gold, l'australiana Anvil Mining, le sudafricane Genscor e Iscor. Tuttavia, vista l'instabilità del paese, le più importanti si tirarono indietro; non appena, nel 1996, scoppiò la guerra - il che comportò, sette mesi più tardi, la caduta del regime di Mobutu - , gli «junior» occuparono allora il territorio trattando direttamente con i movimenti ribelli, e riservandosi la possibilità di rivendere ad altri i titoli. È così che Laurent-Désiré Kabila, in cambio di accordi sui tre siti della Gécamines, sui giacimenti minerari di Mongbwalu (2) nel distretto dell'Ituri e sui cartelli di diamanti di Kisangani, ha ottenuto dall'American Mineral Fields, dalla società australiana Russel Ressources e dalla Ridgepointe Overseas dello Zimbabwe, i mezzi per finanziare la sua guerra e poi rilanciare l'apparato politico-amministrativo. L'euforia non è durata a lungo: all'indomani dell'arrivo al potere, nel maggio 1997, Kabila non si è accontentato di prendere le distanze dai suoi alleati ugandesi e ruandesi, ma ha deciso di rimettere in discussione i contratti minerari, sperando che, come in passato, i nuovi venuti accettassero gli obblighi sociali nei confronti dei lavoratori. Questo comportamento, giudicato ingrato e radicale, nonché valutazioni relative alla sicurezza, saranno all'origine della «seconda guerra», che inizia nel 1998. Con l'approvazione degli occidentali, il Ruanda e l'Uganda cercano di cacciare il loro ex alleato, ma si scontrano, oltre che con la resistenza della popolazione, soprattutto con gli eserciti dell'Angola e dello Zimbabwe accorsi in difesa di Kabila. Il territorio congolese si ritrova così diviso in quattro zone autonome, amministrate da un governo centrale e da tre gruppi ribelli, i più importanti dei quali sono l'Rcd-Goma (Unione congolese per la democrazia, sostenuto dal Ruanda) e il Movimento per la liberazione del Congo (Mlc), appoggiato dall'esercito ugandese. Dato che il governo centrale e i ribelli devono finanziare operazioni militari e pagare gli interventi dei paesi alleati, le quattro regioni, ormai separate, si sono trasformate in un «self-service» in cui s'incrociano reti mafiose di ogni tipo che sfruttano l'oro, il rame, la colombo-tantalite (il famoso coltan, con cui si costruiscono i cellulari), il legno e i diamanti (3).
Questi predatori pagano tributi ai signori della guerra, che detengono il potere reale e, se necessario, li approvvigionano di armi. Scandalo umanitario (tre milioni e mezzo di vittime civili) e politico (4), questo dramma, che all'inizio non ha suscitato grande interesse, è anche uno spreco economico. Infatti, dall'inizio degli anni 2000, mentre la domanda di coltan cominciava a diminuire e la corsa del diamante si imponeva poco a poco, ha cominciato a crescere la domanda mondiale di rame, cobalto e uranio, i cui prezzi sono dopati dalla crescita cinese e dalle richieste dell'India. Ma lo sfruttamento di questi minerali esige investimenti costosi e a lungo termine, il che presuppone una situazione politica relativamente stabile.
In breve, il tempo dei pirati è finito e, da parte sua, l'industria mineraria sudafricana (in cui sono presenti molti nuovi capitalisti neri) considera l'Africa centrale, e in particolare la cintura del rame del Katanga, una propria zona di espansione naturale. Con l'accentuarsi delle pressioni internazionali sui belligeranti congolesi e i loro rispettivi alleati, alla fine questi accetteranno di incontrarsi nella città sudafricana di Sun City e firmeranno, nel 2003, accordi che prevedono l'allontanamento degli eserciti stranieri, la riunificazione del paese e un periodo di transizione di due anni, poi prolungato a tre anni e che è terminato il 30 giugno 2006. La «comunità internazionale» (cioè i grandi paesi occidentali più il Sudafrica), molto presente, vuole soprattutto legittimare e stabilizzare il potere del paese per permettere il rilancio dell'economia e la ricostruzione. Per la popolazione congolese, che si vede proporre le prime elezioni realmente libere da quarantasei anni, si tratta, finalmente, di uscire da un sistema di cooptazione delle élite...
Clausole leonine imposte dalle imprese Mentre le elezioni legislative e il primo turno delle elezioni presidenziali sono annunciati per la metà dell'estate 2006, si comincia a fare un bilancio della transizione. Molti rapporti presentati da varie associazioni internazionali mostrano fino a che punto è arrivato il saccheggio delle risorse dopo la fine ufficiale delle ostilità, nel 2003 (5). Questa constatazione, oggettivamente pertinente, trascura un dato di fatto: nonostante le affermazioni di principio, gli accordi di Sun City non avevano come scopo prioritario la democratizzazione della gestione delle risorse, ma la fine della guerra, l'allontanamento delle truppe straniere dal territorio e la sostituzione dei circuiti mafiosi operanti a breve termine con operatori economici più stabili, ma non necessariamente meno avidi.
Poiché la logica politica non coincide con la morale, gli accordi di Sun Ciy hanno dato più spazio ai signori della guerra che non alla «società civile» e all'ex classe politica. È stato adottato lo slogan «uno più quattro», odiato dalla popolazione che vi ha letto un premio all'impunità: il presidente Joseph Kabila, succeduto al padre assassinato nel gennaio 2001, ha accettato di condividere il potere con quattro vicepresidenti in rappresentanza delle fazioni ribelli, dell'opposizione politica e della «società civile». E così si è visto uno dei vicepresidenti, Jean-Pierre Bemba, ex uomo d'affari accusato dagli esperti delle Nazioni unite di aver saccheggiato banche e raccolti di caffè in Ecuador, diventare presidente della commissione «economia e finanze», mentre a un altro, Azarias Ruberwa, ex ribelle le cui truppe, alleate all'esercito ruandese, avevano compiuto massacri su vasta scala nell'est del paese, è stato affidato il settore «difesa e sicurezza»...
La rapidità con cui il paese si è riunificato dimostra fino a che punto la guerra fosse incentivata dall'esterno, e quanto invece sia sentito il senso di appartenenza nazionale. Tuttavia, il successo potrebbe essere solo di facciata. Tutti i contendenti, infatti, hanno mantenuto in riserva le proprie forze migliori, mentre le truppe del nuovo esercito nazionale, pagate poco o male perché i soldi vengono sottratti, vivono spesso a spese della popolazione. Per contenere eventuali eccessi, le Nazioni unite hanno chiesto, e poi autorizzato, una forza europea di rinforzo composta da duemila uomini (si legga l'articolo di Raf Custers), per coadiuvare i diciasettemilacinquecento caschi blu già presenti.
Una volta avvenuta la riunificazione, il compito di garantire un minimo di sicurezza fisica e giuridica agli investitori nel settore minerario spetta al novello stato. Ma lo stato, reduce da una guerra e minato dalle contraddizioni, è anche fortemente indebolito: nella fase di transizione non è stato in grado di rifiutare le clausole leonine imposte dalle imprese. La svendita delle risorse naturali non è dunque finita con la fine della guerra; ha solo cambiato natura.
I membri del parlamento nazionale, non eletti, sono stati incaricati di redigere due codici, uno per le miniere e uno per le foreste, la cui impostazione estremamente liberista, dettata dalla Banca mondiale, apre le porte agli interessi privati mentre, contemporaneamente, riduce al minimo i loro obblighi. È così, ad esempio, che la Banca mondiale ha pilotato la ristrutturazione della Gécamines. Prima che l'impresa fosse «venduta come fossero appartamenti», diecimilacinquecento lavoratori sono stati licenziati e hanno ricevuto delle indennità variabili tra a 1.900 e i 30.000 dollari. Ma queste somme sono servite a pagare debiti o spese correnti. I lavoratori, ormai privi di qualsiasi protezione sociale, lavorano nel settore informale, dove però le imprese tendono a sostituirli con le macchine e ad assumere solo un minimo indispensabile di lavoratori qualificati.
Il Congo ha concesso importanti esenzioni fiscali, valide per un periodo che va dai quindici ai trent'anni, a molte società miste.
La maggior parte di loro, nel 2004, non ha pagato che 0,4 milioni di dollari d'imposte... Nel settore dei diamanti, la situazione non è migliore: la Miba è stata spogliata del 45% del suo attivo a profitto della Sengamines, una società mista congo-zimbabwiana... Inoltre, se l'approvazione della nuova Costituzione, avvenuta nel dicembre 2005 con il consenso dell'85% degli elettori, è una vittoria storica in un paese privo di strade e di mezzi di comunicazione, rappresenta però anche un successo per coloro che vogliono limitare le prerogative dello stato: fraziona il paese in ventisei province e divide le risorse in ragione del 60% per le autorità di Kinshasa e del 40% per le autorità provinciali. Mira a decentrare le risorse, ma l'autonomia concessa ai governi provinciali rischia anche di aumentare la corruzione a livello locale. Il nuovo potere, benché legittimato e rafforzato, avrà il coraggio di affrancarsi dai personaggi più ambigui al suo interno e dai consigli assai poco disinteressati della «comunità internazionale»? Avrà l'audacia di rimettere in discussione gli accordi minerari?

note:
* Giornalista, Le Soir, Bruxelles.

(1) Si legga François Misser e Olivier Vallée, «Le miniere africane al centro della lotta politica», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1998.

(2) Si legga Stefano Liberti, «Traffici d'oro tra Congo e Uganda», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 2005.
(3) Rapporto di un gruppo di esperti dell'Organizzazione delle Nazioni unite sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali e di altre forme di ricchezze della Repubblica democratica del Congo, n° S2003/1027 del 23 ottobre 2003.

(4) Si legga: Comitato dei diritti dell'uomo delle Nazioni unite, «Observations sur la situation en République démocratique du Congo (Rdc)», 27 marzo 2006. www.fidh.org/article.php3? id_article=3230.

(5) Si legga, ad esempio, il rapporto «L'Etat contre le peuple. La gouvernance, l'exploitation minière et le régime transitoire en République démocratique du Congo », Istituto olandese per l'Africa australe (Niza), Amsterdam, 2006, www.niza.nl (Traduzione di G. P.)