conflitti

 

 

Milletrecento lavoratori a rischio: la cassa integrazione in deroga scade il 31 dicembre
Occupata la carrozzeria Bertone
Orsola Casagrande

La trattativa non è finita. Al termine dell'incontro in regione con azienda e istituzioni, la delegazione sindacale che sta affrontando la vertenza Bertone è un po' più ottimista. I lavoratori della storica fabbrica torinese hanno occupato ieri mattina lo stabilimento di Grugliasco, allestendo un presidio permanente. E si prospetta un natale in fabbrica. A dieci giorni dalla scadenza della cassa integrazione in deroga, i 1300 lavoratori si preparano dunque a una lunga trattativa.
Vicenda complessa quella della Bertone. La famiglia che gestisce l'azienda non è infatti in grado di continuare, ma di fronte all'interesse dimostrato dall'imprenditore piemontese Gianmario Rossignolo, si è richiusa a riccio. «Per pagare gli stipendi dei dipendenti però - dice Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino - sono necessari 3 -4 milioni di euro lordi al mese e la famiglia Bertone non li ha». Il tribunale fallimentare ha concesso un rinvio fino alla fine di gennaio, ma c'è bisogno di trovare una soluzione rapida. L'ex presidente Telecom, Rossignolo, vista la poca disponibilità della famiglia si era sostanzialmente ritirato. Soltanto la mobilitazione immediata dei lavoratori ha rimesso tutto in discussione. Mercoledì sera la regione è stata assediata dai dipendenti che non hanno fatto uscire la proprietà fin quando non quando ha promesso di riprendere la trattativa. Anche le istituzioni piemontesi «si sono finalmente date da fare - dice Airaudo - visto che fino a ieri avevano dimostrato una certa timidezza».
Da ieri sera dunque sembra essersi riaperto un canale con Rossignolo. Il 28 ci sarà un incontro al ministero dell'industria, a Roma. La produzione alla Bertone è ferma ormai da due anni. Per questo, anche lo spiraglio che si è riaperto ieri non soddisfa né i sindacati né i lavoratori, che continueranno a rimanere in fabbrica, in assemblea permanente, finchè non saranno chiariti alcuni punti fondamentali. Primo, deve essere chiaro che la famiglia Bertone accetta di vendere a Rossignolo. Ma, una volta assodato questo, è necessario che Rossignolo garantisca gli stessi livelli di occupazione attuale. Quindi c'è bisogno di un piano industriale che rilanci la produzione e infine bisogna capire come si attuerà il piano, visto che in assenza della vendita bisogna risolvere prima di tutto la questione della cassa. L'assessora regionale al lavoro, Angela Migliasso ha dichiarato che «nel giro di ventiquattro ore sono radicalmente cambiate le cose. Abbiamo fatto il possibile. Il 28 - aggiunge - affronteremo il problema della cassa. Se la trattativa si chiudesse dopo il 31 dicembre sarà la Bertone a chiedere la cassa in deroga presentando il piano industriale. Qualora fosse concessa dopo il primo gennaio avrebbe comunque valore retroattivo». Da Roma arriva il commento di Oliviero Diliberto, segretario del Pdci. «E' necessario - dice - che i riflettori della politica nazionale si accendano sulla vertenza di un marchio automobilistico, rappresentante del prestigioso made in Italy nel mondo».

 

  

Emergenza casa, Veltroni regala Roma ai palazzinari

Con un colpo di mano il sindaco dà carta bianca ai costruttori dimenticando l'edilizia pubblica. E Action protesta in Campidoglio
Giacomo Russo Spena
Roma

Se prima è stato il turno del registro delle unioni civili, affossato lunedì scorso, ora è toccato al «diritto all'abitare» finire al tappeto. Il «modello Roma» di Walter Veltroni sferra prepotentemente un altro colpo. La situazione è stata denunciata ieri dal movimento di lotta per la casa Action che ha presidiato il Campidoglio con una sonora manifestazione per protestare contro «i regali del sindaco ai palazzinari a scapito dei senza casa». Infatti - spiega Andrea Alzetta, uno dei portavoce - la giunta capitolina «si impegnava a risolvere l'emergenza abitativa, ma alla fine ha ceduto ai costruttori che edificheranno su aree pubbliche e a prezzi di mercato». Il nodo del problema risale allo scorso 20 novembre: Veltroni e l'assessore Minelli firmano un protocollo d'intesa con l'Acer e altre associazioni di costruttori. Decidono «aree da reperire» per nuova edificazione, stravolgendo l'applicazione della delibera 110 e il piano regolatore, in cui si parlava di 20 mila alloggi a canone sociale entro il 2011 con l'esclusione di «nuovo cemento» a Roma. Entrambi diventati all'improvviso carta stralcia. E «delle case destinate all'emergenza abitativa non si vede nemmeno l'ombra», denunciano i manifestanti in piazza, estremamente determinati in piazza: «Voi ci prendete in giro, noi ci prendiamo le case», recita una scritta. Ma lo striscione che maggiormente svetta è sicuramente quello di Veltroni con una corona in testa e sotto la scritta: «L'imperatore dei costruttori». Presenti anche delle finte bare che simboleggiano, spiegano gli organizzatori, «la morte del consiglio comunale che è stato scavalcato su questa decisione», essendo stata presa direttamente in giunta.
Tra i più determinati l'esponente dei movimenti capitolini Nunzio D'Erme: «Il sindaco - dice - ha scelto ancora una volta di stare coi potenti e di non affrontare il problema del diritto all'abitare, chiudendo ancora una volta ai movimenti».
Intanto i manifestanti non si limitano a contestare ma mostrano la loro piattaforma: «Innanzitutto bisogna riempire le case vuote a prezzi concordati, senza le speculazioni del mercato. A Roma ci sono 150 mila alloggi vuoti e decine di migliaia di persone con il problema abitativo. Bisogna fare un intervento di requisizione». Per affrontare tale problema propongono anche il modello europeo: «Dopo un anno se non si affitta la casa, il proprietario paga una tassazione progressiva. Importiamo il meccanismo». In serata una delegazione viene accolta, come richiesto, dai capigruppo di maggioranza e da due esponenti del gabinetto del sindaco. Adriana Spera del Prc è la prima a rendere pubblico il verdetto dell'incontro: «Calendarizzeremo un consiglio aperto sull'emergenza abitativa in cui affronteremo il problema degli sfratti, delle occupazioni e della destinazione d'uso delle aree per garantire ai cittadini il diritto alla casa». Bucarest
Ferrero firma intesa per integrazione dei rom Un'intesa tra Italia e Romania per ridurre in entrambi i paesi la povertà e l'emarginazione sociale dei cittadini rumeni, in particolare rom. «Vogliamo lavorare per rimuovere le cause che procurano disagio favorendo interventi di inclusione sociale», ha detto il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero.

Piombino
Rifiuti di Bagnoli, oggi la firma dell'accordo

Per il trasloco coatto a Piombino dei rifiuti di Bagnoli di fatto si è arrivati al terzo accordo di programma quadro. Quello che sarà firmato oggi al ministero dell'Ambiente, e che raccoglie tutti i corposi emendamenti chiesti mercoledì dalla Regione Toscana. Richieste sostanziali. «Andiamo a firmare perché tutte le nostre proposte sono state accolte», fanno sapere da palazzo Bastogi al termine di una giornata faticosa. Specialmente per l'assessore toscano all'Ambiente Anna Rita Bramerini, che per oltre tre ore negli uffici del ministero delle Attività produttive lavora sulla nuova intesa. Fino a quando tutto è definito, e dal ministero dell'ambiente fanno sapere alle agenzie che tutte le istituzioni coinvolte firmeranno oggi l'accordo: «Alle 13.15, presso la sede del ministero dell'Ambiente e della Tutela del territorio e del mare». Quale tutela? Quella del territorio e del mare di Piombino, che riceverà in dono oltre due milioni di metri cubi di scorie e fanghi contaminati dell'ex Ilva di Bagnoli? Comunque sia, alla firma si presenterà anche il sindaco piombinese Gianni Anselmi. Con in mano non una delibera del consiglio comunale, ma un semplice ordine del giorno che lo ha legato (commissariato?) alle decisioni della Regione Toscana, e che al tempo stesso gli dà mandato a firmare. Altra legna sul fuoco per il Comitato No Fanghi, più che mai deciso ad opporsi ad una decisione presa in spregio alle più elementari regole di democrazia. Fino al punto di veder rifiutato un referendum consultivo, che si sarebbe svolto prima - e non dopo - la delibera finale del consiglio comunale, peraltro non ancora arrivata. Ora il Comitato assicura una serie di ricorsi al Tar. Mentre la Rifondazione piombinese e della Val di Cornia con il suo segretario Alessandro Favilli avverte: «Se nel nuovo accordo ci sono tutti gli emendamenti richiesti dalla regione Toscana, e che erano stati avanzati per primi dal Comitato, controlleremo virgola per virgola che tutto si svolga come previsto». La stupefacente storia dei rifiuti di Bagnoli non è ancora arrivata alla fine. Anzi

 

 

Brasile. le promesse mancate del companheiro presidente
Il vescovo del sertão che sfida Lula
Reportage da Sobradinho, nord est del Brasile, dove dom Luiz Cappio è in sciopero della fame per impedire la deviazione del rio São Francisco voluta dal governo. E dall'agro- business
Serena Corsi
Sobradinho (Bahia) il manifesto 21.12.07

Fu Amerigo Vespucci a scoprire il fiume São Francisco, nell'ottobre del 1501. Pare che un marinaio del suo equipaggio, a diversi chilometri dalla terraferma, si buttó in mare e gridó, stupefatto, che l'acqua era dolce. Al contrario di quanto credettero i compagni, non era affatto impazzito: stava facendo il bagno nella foce del fiume São Francisco. L'episodio viene raccontato ancora oggi per dare um'idea della forza con cui si tuffava in mare questo maestoso corso d'acqua che attraversa 2700 chilometri di sertão brasiliano.Oggi, dopo 500 anni , la situazione si é rovesciata: é l'acqua del mare a entrare a fondo dentro il fiume, indebolito e martoriato da tre enormi dighe , centrali idroelettriche e, nel futuro prossimo, dal progetto di trasposizione che creerá due canali artificiali , uno in direzione dello stato del Ceará, a nord, e l'altro verso il Paraiba, a est . Contro questo progetto mastodontico un vescovo francescano dell'entroterra bahiano, Luiz Flavio Cappio, sta digiunando da 24 giorni nella cappella di Sobradinho, piccola città al confine col Pernambuco.
Mercoledí será, dopo aver saputo che il Supremo tribunale federale di Brasilia ha rifiutato di vietare la trasposizione, ha ripetutamente perso i sensi ed é stato ricoverato in terapia intensiva all'ospedale di Petrolina, la maggiore cittá della regione. I principali media brasiliani (soprattutto i conservatori Folha e Estado di San Paolo) l'hanno subito dato per arreso, ma dom Luiz aveva promesso che sarebbe andato fino in fondo: appena ha ripreso i sensi, ha chiesto di essere riportato qui a Sobradinho, per continuare la sua sfida.
Arrivare a Sobradinho, estremo nord bahiano, é giá un'impresa per chi non é nato e cresciuto in questa terra bella e inospitale. Ore di viaggio nel nulla del sertão fino al porto fluviale di Juazeiro, dove tocca sperare in una coincidenza ragionevole col trasporto successivo. Ma una volta giunti a destinazione, arrivare da Luiz Cappio é quasi inevitabile: «Sei qui per il vescovo? Sali, l'autobus é gratis». La minuscola e dimenticata comunitá , da giorni al centro di una sfida épica da cui dipendono le sorti di decine di milioni di nordestini, ha deciso di schierarsi collettivamente col suo profeta. Gli eventi sono precipitati lunedì, quando dom Luiz non se l'é piú sentita di celebrare la messa e di parlare coi giornalisti, e ha affidato le sue parole a Rubén Siquera della Cpt (Commissione pastorale della terra, organo della Commissione episcopale brasiliana), e a Clarice Maia della Articulação Semi-�?rido Vivo, che poco prima del crollo físico avevano ribadito la condizione posta dal vescovo per interrompere lo il digiuno: la revoca del progetto. Il Velho Chico, come viene chiamato Il São Francisco dai nordestini, deve rimanere intatto.
San Francesco non é solo il nome del fiume, ma uma specie di leit motiv in questa storia sempre piú lontana da un lieto fine. Luiz, frate francescano, é nato il 4 ottobre, giorno di san Francesco e della scoperta del fiume. Ed é il quartiere São Francisco a ospítare la piccola cappella sede del digiuno. Cosí i brasiliani, fra fede e scaramanzia, si spaccano fra chi lo considera l'erede del monaco di Assisi e chi lo tratta come un estremista un po' fuori di testa. Di certo, c'é l'ostinazione che lo ha portato su tutte le prime pagine dei giornali brasiliani e a dar vita a una sfida mediatica senza precedenti con un governo che sperava di annientare con l'indifferenza e l'isolamento la sua campagna contro la trasposizione. Tentativo fallito: lo sciopero di dom Luiz é riuscito a creare una eco enorme, sostenuto dai movimenti che sostengono la campagna dal 2005 e che dal 27 novembre, giorno in cui é iniziato il digiuno, affollano il cortile dellachiesa e le strade di Sobradinho, per alimentare la sfida con Lula che al Nordest deve buona parte della sua elezione nel 2002 e 2006: il bacino del fiume São Francisco é stato anche um bacino di voti per l'ex-migrante nordestino.
Leda é un'anziana devota che in questi giorni fa la spola fra casa e chiesa per portare acqua e frutta ai visitatori del vescovo. Nel '70 perse casa e terra nelle inondazioni provocate dalla diga di Sobradinho, una delle prime grandi opere sul São Francisco. L'elezione di Lula fu una speranza per restituire dignitá a una delle zone piú martoriate del paese. «Io sono contro alla violenza, Dio lo sa», borbotta scuotendo Il ventaglio. «Ma noi del sertão siamo cosi stanchi dei politici, che devo ammettere una cosa: se Lula , il governatore di Bahia Wagner o il ministro per l'integrazione nazionale Geddel mettessero piede qui, sarei la prima a lancargli un uovo». Geddel ha avuto il cattivo gusto di cogliere al balzo una nota del Vaticano in cui si chiede a Cappio di desistere, per definire immorale lo sciopero della fame «poiché attenta alla vita, primo valore di ogni cristiano». La sfida teologica é stata rimandata al mittente da dom Luiz. «E´proprio per amore alla vita che rimetto la mia alla volontá del Signore. E' un gesto personale, ma dal significato collettivo».
Anche l'intransigenza del governo ha un senso, a modo suo, collettivo: l'insieme degli interessi imprenditoriali che sognano di trasformare il nord del Brasile in un immenso campo destinato alla coltivazione degli agro-combustibili e, prima ancora, nel paradiso delle mafie che faranno affari d'oro sugli appalti dell'opera.
Il nome che fa corto circuito nella presunta buona fede del governo é quello Ciro Gomes, cearense ministro dell'integrazione sociale del primo governo Lula e storico ultrá della trasposizione. La famiglia Gomes é per il Ceará (lo stato piú beneficiato dal progetto) un po' quello che la famiglia Bush é per Il Texas: legata all'industria nascente dell'agro-business e alla Galtama - l'impresa che ha vinto i primi appalti della trasposizione con l'aiuto di Cid Gomes, fratello di Ciro, che l'ha sostiutito nella carica di governatore dello Stato. Per completare la somiglianza, c'é chi addita Ciro Gomes nel piú probabile candidato presidenziale nel 2010.
Questi affari sporchi sono ben noti folla che riempie da settimane il cortile della cappella di Sobradinho: i Sem Terra dell'Mst hanno montato un accampamento a fianco della cappella, e offrono il caffé ai nuovi arrivati. Ma ci sono anche rappresentanti del Mab (il movimento delle comunitá sgomberate a causa delle dighe), la Pastorale dei pescatori e della famiglia, il movimento dei piccoli agricoltori, le confederazioni indigene. Ogni giorno i sermoni dei vescovi che appoggiano Luiz (ma ce ne sono altri favorevoli al progetto) si alternano ai leader sociali che dallo stesso altare tuonano contro un progetto che tace sui suoi veri beneficiari.
I movimenti non ne stanno facendo una questione di rifiuto ideologico: il no alla trasposizione é soprattutto il sí all' Atlante Nordest, la proposta alternativa dell'Agenzia Brasiliana per l'acqua, gestita dall' Articulação do Semi- �?rido (Asa), un ombrello di organizzazioni della societá civile sorta durante la crisi idrica del '99.
E' l'Asa che, fino al settembre scorso, ha gestito il programma «Un milione di cisterne nel semi- arido», forte di 22 mila tecnici sparsi per il sertão, tutti provenienti dalle file della societá civile: un esempio senza precedenti di gestione dal basso di fondi pubblici.Proprio questo ha finito per renderla inaccettabile: mentre organizzava le famiglie a chiedere e ottenere la propria cisterna, l'Asa dimostrava la fattibilitá della convivenza col semi-arido propugnata dall'Atlante Nordest. A settembre, i fondi per l'Asa sono stati sospesi e, come spiegano all'universitá statale della Bahia, «il problema é che probabilmente quando verranno riattivati, sará a favore di Stati e muncipalità, non piú della societá civile». Un passo indietro verso il modello di distribuzione dall'alto dei servizi che qui in Brasile è sinonimo di corruzione e clientelismo.
Lo stesso scenario aperto dalla trasposizione del Velho Chico: l'acqua e il suo accesso sempre piú lontani dalle persone in carne e ossa, sempre piú vicini al business dell'esportazione gestito dall'amministrazione pubblica per conto terzi. Privati e spesso stranieri.
Una mazzata al principio di sovranitá alimentare che doveva essere una delle bandiere del governo Lula , che ora accusa Cappio di ostacolare un'opera sacrosanta per il bene di 12 milioni di nordestini. Poco credibile perché Lula era strenuo oppositore della trasposizione durante il governo Cardoso e ha cambiato idea non appena al governo, mentre dom Luiz ha dedicato la sua vita al il fiume e al popolo del sertão. E a proposito di popoli e di fiume - i ribeirinhos - la trasposizione infrange anche il principio costituzionale che dovrebbe garantire la preservazione delle aree indigene: 32 i popoli indios che vivono nell'area interessata dal progetto, molti dei quali sarebbero spazzati via dalla trasposizione.
L'ultima parola tocca a dom Luiz che, di ritorno dall'ospedale, doveva annunciare ieri sera se darsi per vinto o andare avanti.
Fino in fondo.

 

 

 (Del 18/12/2007 Sezione: Cronache italiane Pag. 19) la stampa


Cina e India, clima e energia: ecco cosa si nasconde dietro i listini impazziti


C’è stata la rivolta delle Tortillas in Messico, la protesta della cipolla in India, ora c’è la Russia che mette i dazi all’export di pane, grano, formaggio e olio, mentre l’Italia, nel suo piccolo, ha vissuto un inedito sciopero della pasta. La micidiale combinazione dell’aumento dei listini energetici, della domanda galoppante di cibo nelle economie in forte sviluppo e dell’evidente cambiamento climatico ha fatto salire il prezzo globale del mais del 30 per cento in un anno; il riso è andato su del 23% mentre burro e latticini si sono elevati di almeno 15 punti. In tempi di pace relativa non è mai stato così costoso mettere insieme un pasto decente. Dopo che la crisi finanziaria della scorsa estate ha confortato chi teneva euro e dollari sotto il materasso, la corsa dei prezzi mondiali dei prodotti alimentari potrebbe persuadere qualcuno a conservare sfilatini, mozzarelle e spaghetti ben chiusi in frigoriferi formato cassaforte.
Per l’occasione gli economisti hanno coniato un neologismo, la chiamano «agflazione», termine orribile che implica un aumento dei prezzi scatenato sul fronte agricolo. Se ne sentirà parlare per un pezzo. Del resto la resa incondizionata ai rincari l’ha siglata il settimanale globale «The Economist», sparando in copertina una fetta di pane biscottato smangiucchiata in coppia con uno sconsolante titolo, «La fine del cibo a basso costo». I dati sono avvilenti. La Fao rivela che i listini alimentari a livello mondiale sono cresciuti nel 2007 del 40 per cento. In Europa la tendenza è più contenuta, a novembre il dato segnala un incremento anno del 4,3 per cento, ma ciò non toglie che la stangata sia dolorosa. L'inflazione vola, i tassi seguiranno. Pessima spirale.
L’Oriente vorace


Che cos’è successo? «Di tutto», rispondono gli economisti. Il progresso disordinato in Asia, la Cina che corre con un Pil a due cifre e l’India che va appena più piano, hanno elevato il livello della domanda di beni primari di popoli che sino a pochi anni fa erano a stecchetto o quasi. Immediato l’effetto sui prezzi. A Pechino si scopre che in dodici mesi gli alimentari sono diventati più salati del 17,9 per cento, con punte del 60 per cento per l’amatissimo maiale, ora più agro che dolce. Da quelle parti le abitudini alimentari sono diventate occidentali. Il consumo di carne è salito del 50 per cento rispetto agli anni Novanta. L’estremo Oriente consuma come non ha fatto mai. Il boom demografico e la transizione alimentare portano nei negozi un numero stellare di clienti. Il prezzo mondiale del mais ha raggiunto il massimo da dieci anni in febbraio, poi è lievemente calato. I listini delle farine si sono impennati del 22 per cento e quelli delle oleaginose addirittura del 70 per cento. A novembre il grano statunitense (numero 2 all’esportazione) era di 332 euro alla tonnellata, il 52% più di un anno prima. L’Europa, che per decenni è stata esportatrice netta di cereali, è appena diventata importatrice netta. Da noi, in novembre, su pane e pasta sono rincarati rispettivamente del 12,1 e del 7,6 per cento. I raccolti sono quelli che sono. Li rende più gracili il cambiamento climatico, le piogge e i tifoni hanno quasi in ginocchio l’Australia la scorsa estate. Il forte aumento del petrolio ha proiettato al rialzo tutti i prezzi agricoli, sia perché ha spinto all’insù i costi di produzione, sia perché - sopratutto negli Usa - ha allargato l’utilizzo delle colture impiegate per i biocombustibili: la richiesta del diesel verde dovrebbe passare dagli attuali 15 milioni di tonnellate annue a 110 milioni nel 2016. La debolezza del dollaro nei confronti delle principali valute planetarie ha in qualche diminuito l’impatto sulle economie fuori dall’universo del biglietto verde. L’effetto, si teme, potrebbe essere limitato nel tempo. Ieri il direttore generale della Fao, Jacques Diouf ha fotografato la crisi sui mercati mondiali. Un dato? Le scorte di mais si sono ristrette in pochi anni del 30 per cento. L’autonomia alimentare teorica garantita delle scorte, cioè il tempo che ci sarebbe consentito per mangiare ancora se la produzione si fermasse di colpo, è sceso da undici a otto settimane in sette anni. Fa paura vedere che sono le materie più elementari a essere sotto tiro. Le scorte di cereali sono a 420 milioni di tonnellate, il livello più basso registrato dal 1983. Nel frattempo le bocche da sfamare sul globo terracqueo sono diventate oltre sei miliardi. Se ne uscirà solo a fatica, giurano gli esperti. Il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, non ha esitato a mettere in dubbio la politica agricola comune europea, che negli anni d’oro ha creato deflazione, mantenendo bassi i prezzi artificialmente, e oggi sollecita «l’agflazione», perché in pochi sono (e sono stati) interessati a investire sul mercato continentale. Allo stesso bisogna mettere mano alla manutenzione del pianeta. Desertificazione e catastrofi significano minori terreni agricoli. Ma anche le imprese non possono continuare ad aumentare i margini. Pochi giorni fa un economista raccontava il caso di una nota casa di pasta italiana che ha aumentato i listini del 10 per cento e in Germania del 40. Serve un’attitudine diversa e globale, rispetto ambientale, etica dell’industria, controllo della domanda e dell’offerta. La situazione è chiaramente grave, la manna sta finendo anche per i consumatori dei grandi centri urbani. E c’è anche chi prevede scenari di rivolta. Ai popoli che chiedono pane, ormai, non si possono offrire più nemmeno i croissant.

Risaie insanguinate. la rivolta della popolazione di Nandigram contro l'esproprio delle terre

Il Pc del Bengala contro i suoi contadini
Da 30 anni le sinistre governano il Bengala occidentale. Una riuscita riforma agraria. Poi la svolta, modello cinese A sud di Calcutta un villaggio insorge contro un progetto industriale. Il governo comunista reprime la protesta
Marina Forti
Inviata a Nandigram (Kolkata)

Due cose colpiscono arrivando a Nandigram, borgo rurale 150 chilometri a sud di Kolkata (Calcutta): la gran quantità di bandierine rosse con falce e martello che tappezzano la via principale, bancarelle, pali della luce. E poi, a un crocicchio, un cartellone con una lista di nomi.
Le bandierine rosse non sono una sorpresa, in un villaggio del Bengala Occidentale: da trent'anni questo stato dell'India è governato da un Fronte delle sinistre guidato dal Partito comunista indiano (Cpi-m, dove la m sta per marxista), che ha un suo punto di forza proprio nelle campagne dove ha attuato una riuscita riforma agraria: in tutta l'India, solo qui e in Kerala, altro stato governato dalle sinistre, la terra è stata sistematicamente distribuita. La lista di nomi invece testimonia di qualcosa andato storto: sono le persone uccise il 14 marzo scorso durante una protesta contro il progetto di costruire degli stabilimenti chimici proprio qui tra le risaie. Quella lista di morti è il segno di un conflitto che non ha ancora trovato soluzione, paradigma negativo di cosa può succedere quando grandi investimenti industriali sono imposti senza consultare la popolazione che perderà la terra per far posto alle fabbriche.
Tutto è cominciato quando a Nandigram, circa 10mila abitanti, si è sparsa la voce che ben 7.700 ettari sarebbero stati requisiti dal governo per darle in concessione al Gruppo Salim (indonesiano), per un «hub chimico»: una delle «Zone economiche speciali» su cui il governo indiano punta per attirare investimenti (vedi box). Il 3 gennaio 2007 la conferma: una circolare della Development Authority di Haldia, il capoluogo del distretto, chiedeva di identificare le terre da acquisire.
«Siamo andati a chiedere spiegazioni al panchayat», il consiglio di villaggio (composto da consiglieri eletti, è l'equivalente di un consiglio comunale, ndr), racconta Bahani Prasad Das, insegnante, che incontro nella scuola media di Nandigram dove ora sono rifugiate decine di famiglie sfollate. Al panchayat però le bocche erano cucite, ricorda Prasad Das: invece c'era la polizia che ha disperso la folla a colpi di lathi, il bastone di bambù. «Abbiamo capito presto che dovevamo organizzarci per resistere, altrimenti ci avrebbero portato via la terra senza tanto discutere». Così, spiega, è nato il «Comitato di resistenza contro lo sfratto dalle terre», Bupc nell'acronimo indiano.

Come possono toglierci la terra?
Nandigram è un grande borgo composto da diversi villaggi. Quello centrale ha aspetto urbano, luce elettrica e edifici di due o tre piani, la scuola media e un college (la scuola superiore), negozi, mercato, un piccolo ospedale. Gran parte della popolazione però vive sparsa nel raggio di parecchi chilometri, in gruppi di case attorno a piccoli stagni verdi, pareti di mattoni o più spesso di paglia e fango, stradine di terra che costeggiano le risaie seguendone gli angoli retti, qua e là un tempietto: paesaggio caratteristico della campagna bengalese.
Il progetto chimico ha polarizzato la comunità. L'intero villaggio aveva sempre votato comunista, ma rinunciare alle terre è stato chiedere troppo. Rajashri Dasgupta, giornalista e attivista sociale che ha condotto un'indagine a Nandigram, dice che è stato uno shock: «Mi dicevano: "come può Buddha chiederci questo"». Buddha sta per Buddhadeb Battacharjee, chief minister (capo del governo) del Bengala Occidentale, membro del segretariato del Cpi-m.
Lo scontro è precipitato. Per i quadri locali del Cpi-m era questione di disciplina di partito: l'obiettivo è industrializzare il Bengala Occidentale e non si discute. Il comitato contro la requisizione delle terre era composto da abitanti di Nandigram a prescindere da affiliazioni politiche: molti elettori delusi dal partito comunista, qualcuno di altre forze di sinistra, un po' d'opposizione, un gruppo musulmano (metà del villaggio è musulmana). Un comitato spontaneo e popolare, insiste Dasgupta: «La questione per tutti era difendere la terra, gli stagni, gli alberi».
Il Partito comunista però ha risposto accusando l'opposizione di voler impedire lo sviluppo industriale del Bengala Occidentale. E' ben vero che un partito d'opposizione, il Trinamul Congress, ha messo in campo attivisti e risorse e ha cercato di egemonizzare il Comitato popolare. Il Trinamul è un partito regionale incentrato sulla sua leader, la signora Mamata Banerjee; ha toni populisti senza avere una politica precisa, ha mangiato nell'elettorato comunista sfruttando malumori popolari, si è alleato con la destra nazionalista hindù. «L'opposizione ha sfruttato la situazione, è ovvio. Il partito comunista però, invece di cogliere il segnale dell'opposizione popolare al progetto industriale, ha gridato al complotto. E ha perso ogni occasione di dialogo», dice Tanika Sarkar, professoressa di storia all'università di New Delhi che ha partecipato a una delle prime indagini indipendenti a Nandigram.
Gli scontri tra gli attivisti del Comitato e i quadri del partito sono diventati violenti, già in gennaio si contavano i primi morti. Ma l'episodio più sanguinoso è stato il 14 marzo, quando un corteo pacifico del Comitato è stato attaccato da polizia, forze paramilitari e quadri armati del Partito comunista: quel giorno hanno ucciso 14 persone e ne hanno ferite 75; le testimonianze parlano di violenza diffusa e numerosi casi di stupro. L'attacco era cominciato vicino al ponte che unisce il villaggio di Khejuri (in maggioranza fedele al Cpi-m) e quello di Sonachura, dove aveva l'egemonia il Comitato.

La «zona liberata» e l'anarchia
L'episodio ha suscitato grandi polemiche, ma un'indagine ufficiale sui fatti è stata interrotta bruscamente. Solo il 16 novembre, otto mesi dopo, l'Alta Corte del Bengala Occidentale ha risposto a una petizione popolare decretando che l'operato della polizia il 14 marzo a Nandigram è stato «completamente incostituzionale»; ha riconosciuto alle vittime il diritto a risarcimenti e ha chiesto al Central Bureau of Investigation (Cbi, ente federale) di indagare.
Dopo il massacro del 14 marzo il governo del Bengala Occidentale ha annunciato che il progetto di «zona economica speciale» a Nandigram era cancellato: ma nel villaggio nessuno ci ha creduto. Sfruttando la sua posizione tra due canali e un fiume, Nandigram si è barricata. Amministrazione locale e polizia si sono ritirate, gli attivisti del Comitato hanno interrotto le due sole strade d'accesso: due comprensori su tre di questo borgo rurale sono diventati una «zona liberata» su cui lo stato aveva perso il controllo. Molte famiglie rimaste fedeli al Partito comunista sono state costrette a fuggire dalle proprie case: per mesi hanno vissuto in tre campi profughi a Khejuri, zona rimasta sotto il controllo del Partito. Il Cpi-m intanto ha costruito una propria milizia, Harmad Bahini, che ha più volte attaccato membri del Comitato popolare, a volte sparando su gente disarmata.
Sta di fatto che da marzo e per otto mesi gran parte di Nandigram è rimasta off-limits per l'amministrazione statale: «l'anarchia», hanno scritto i giornali. Le autorità, cioè il Partito comunista, hanno parlato di infiltrazioni del movimento armato naxalita, i «maoisti». Per la verità molti attivisti sociali, medici, intellettuali, difensori dei diritti umani hanno frequentato il villaggio in quei mesi. Tra gli altri la scrittrice Mahasweta Devi, forse la più grande scrittrice bengalese vivente, che ha raccolto aiuti per un piccolo centro medico: in un'appassionata lettera a un giornale indiano smentisce la presenza di «maoisti», e accusa invece le milizie del Partito comunista di seminare il terrore.
Infine il mese scorso l'anomalia è rientrata: il 7 novembre la milizia del Partito comunista è entrata in forze nei villaggi «ribelli» e nel giro di una settimana ne ha ripreso il controllo. Di nuovo le cronache hanno parlato di sparatorie, stupri, violenze: il bilancio è di 6 morti e 14 feriti; in totale, dall'inizio dell'anno a Nandigram sono morte 34 persone. Il 12 novembre sostenitori e quadri del Cpi-m hanno tenuto una manifestazione nel villaggio «riconquistato», e solo quel giorno è arrivata anche la polizia federale. Questa circostanza ha sollevato un coro di polemiche: perché la polizia ha lasciato campo libero a una milizia di partito? Ha fatto scandalo anche il chief minister Battacharjee, che durante una conferenza stampa a Kolkata il 13 novembre è sembrato avallare una visione vendicativa dei fatti: «Il Comitato è stato ripagato della sua stessa moneta», ha detto.

Squadracce e stupri
Seduto sotto il porticato della scuola media di Nandigram, il signor Bahani Prasad Das mostra i fogli su cui tiene il registro dei rifugiati: dopo la «riconquista» di Nandigram da parte delle milizie del Cpi-m sono cominciate le vendette, spiega, e 7.000 persone (6 o 700 famiglie) ora sono accampate in questa scuola. Come Kalpana Mondal, madre di una famiglia di 12 persone. Giorni fa era tornata a casa, nel villaggio di Gopul Nagar, ma racconta che nella notte sono arrivati giovani in motocicletta, illuminando con i fari le case altrimenti senza luce: «Ci hanno detto di andarcene se ci teniamo alla vita. Siamo scappati così in fretta che non abbiamo preso nulla». Il marito mostra la cicatrice di un proiettile che gli ha preso la gamba il 14 marzo. Nell'aula accanto, Lakshmi Maity spiega di essere fuggita con la famiglia quando i miliziani hanno minacciato di violentare le figlie. Suhasini Paik e suo marito Harandan hanno paura di tornare: «Non sappiamo neppure se la nostra casa sia ancora in piedi», dice lei. Molti lamentano di essere stati costretti a dichiarare fedeltà al partito comunista. Un uomo spiega che per poter tornare a casa i quadri del partito gli hanno chiesto una tassa di 6.000 rupie, quasi cento euro: cifra considerevole per una famiglia di contadini, ma non avrà alternative. Alcuni attivisti ci parlano di un'ondata di arresti tra i sostenitori del Comitato popolare. La scuola è protetta dalla polizia federale: ma «chi ci proteggerà, quando se ne sarà andata?».
Molti di questi sfollati vengono dal villaggetto di Satengabari, teatro di alcuni episodi peggiori degli ultimi mesi. Per raggiungerlo bisogna inoltrarsi tra le risaie, scansare camionette della polizia federale (il giorno della nostra visita, 27 novembre, cominciava infine l'inchiesta del Central Bureau of Investigation). Davanti a un gruppo di case, donne costernate indicano muri di fango bruciacchiati e tetti senza più copertura. Donne e uomini parlano con rabbia: sono stati per 11 mesi in un campo profughi a Khejuri (dunque erano schierati con il Cpi-m). Poche decine di metri più in là, altre persone mostrano case altrettanto bruciacchiate e svuotate di ogni cosa: sono tornati oggi dalla scuola media di Nandigram (dunque sono sostenitori del Comitato popolare). Anche loro parlano con rabbia. I due gruppi si accusano reciprocamente: «avete cominciato prima voi». Sono sempre stati vicini di casa, non sarà facile ricostruire la convivenza, fa notare Bolan Gangopadhyai, giornalista e attivista coinvolta in molte azioni di solidarietà con il Comitato.
«La popolazione di Nandigram ora vive nel terrore del Cpi-m, che ha ripreso gran parte del villaggio e intende vendicarsi del Comitato popolare e dei suoi sostenitori», afferma un gruppo di ricercatrici e attiviste in un recentissimo rapporto indipendente («Final interim report of an Indipendent Citizens' team from Kolkata on the current state of affairs in Nandigram», 30 novembre).
Citano ampie testimonianze dei raid notturni dei miliziani in motocicletta, minacce, ritorsioni. Parlano di «violenza dello stato in tandem con il Partito comunista al governo, e attacchi di ritorsione del Bupc». Colpisce la sovrapposizione tra partito e governo, e tra milizia di partito e polizia. Certo, «c'è stata violenza da entrambe le parti», fa notare Rajashri Dasgupta, una delle autrici dell'indagine: «ma le due parti non erano alla pari», una aveva dietro di sé lo stato. «Il Partito comunista ha agito con l'arroganza del potere, prima non ha consultato la popolazione e poi non ha fatto alcun tentativo per negoziare».
La violenza sulle donne è stata sistematica, aggiunge Dasgupta. «Molte donne sanno benissimo chi le ha stuprate, sono uomini del villaggio: finora nessuno è stato perseguito. Entrambe le parti hanno attaccato le donne per insultare e intimidire attraverso loro tutta la famiglia. Ora queste donne sono esibite dagli uni come segno della propria supremazia, dagli altri per dimostrare la ferocia del nemico. Ma delle donne stesse, della ferita che hanno subìto, non importa a nessuno».

La delusione della sinistra
Qualche giorno dopo la «riconquista» di Nandigram a opera dei quadri del Partito comunista, decine di migliaia di persone hanno manifestato a Kolkata: 60mila secondo la polizia, 150mila secondo molti testimoni. C'erano organizzazioni per i diritti civili, gruppi di solidarietà mobilitati per mesi attorno a Nandigram, e c'erano molti intellettuali, artisti, cineasti come Goutam Ghose o Aparna Sen. Uno spaccato della Kolkata progressista, persone che per decenni hanno votato per il Fronte delle sinistre: ma ora denunciano la violenza contro i contadini di Nandigram, le requisizioni di terre, la chiusura di un Partito comunista incapace di valutare l'impatto sociale dello sviluppo. «Ho manifestato perché se il governo che ho contribuito a eleggere si comporta così, è anche mia responsabilità parlare», mi dice la regista Aparna Sen. Dice: «Okay, lo sviluppo economico è necessario e serve terra dove costruire fabbriche: ma non si può togliere la terra alla popolazione senza neppure consultarla, senza cercare alternative. Ora il chief minister ammette l'errore e dice che il polo chimico si farà altrove: ma chi gli crede più, a Nandigram? Nessun dirigente del partito è andato là a dirlo alla popolazione: è ovvio sospettare che il piano non sia affatto archiviato».
Una cosa soprattutto fa infuriare persone come lei, o come le giornaliste e attiviste che ci hanno guidato in questa visita: leggere sui giornali che «Nandigram è pacificata».
1 - continua